Buonasera, qualche volta sono passato su questo sito e le risposte mi hanno sempre aiutato molto nel
26
risposte
Buonasera, qualche volta sono passato su questo sito e le risposte mi hanno sempre aiutato molto nella mia crescita personale.
Stasera volevo parlarvi di un po di cose che ultimamente mi passano per la testa. Mi presento brevemente per aiutarvi a capirmi.
Sono un ragazzo di 20 anni quasi 21 e come molti alla mia eta sto cercando il mio posto nel mondo, ho sempre avuto la passione per musica, alle superiori suonavo in gruppo, sono una persona molto timida e introversa, molto sensibile e mi definirei anche un po fragile spesso. Dopo il diploma non sapendo benissimo cosa fare della mia vita mi sono iscritto, su consiglio dei miei genitori a un corso di logistica molto impegnativo a livello di ore (8 ore al giorno 5 su 5) diviso in un anno di lezione e 5 mesi di stage(non retribuito), che ho iniziato da poco in un'azienda.
questo é stato un anno molto difficile per me. Dopo la prima parte di corso e anche dopo essermi lasciato con la mia ex ragazza cosa che mi ha fatto riflettere parecchio, volevo iscrivermi all'universita. Ho capito che quel mondo non mi apparteneva e che mi stavo solo accontentando (il fatto che fossi fidanzato con una persona che mi rendesse felice(2 anni di relazione circa tra una cosa e l'altra) mi rendeva piu lieve quello che stavo facendo e so che puo sembrare stupido e di fatti mi ci sono sentito, ma é cosi, e quando ci siamo lasciati l'illusione é come se fosse finita ed avessi aperto gli occhi riflettendo su cio che stavo facendo.(ho sempre avuto una brutta abitudine, ovvero che nel momento in cui fossi innamorato e felice con qualcuno mettessi le mie cose in un cassetto, che aprivo ogni tanto giusto per vedere se fossero ancora li , e mi concentravo piu sull'altro. Di fatti poi quando le mie relazioni finiscono mi sento sempre come se tutto quel tempo fossi rimasto fermo nello stesso punto , mentre loro sembrava avessero capito meglio cosa volevano e di che avevano bisogno , io rimanevo li immobile.-sto parlando principalmente della mia ultima relazione che é anche quella piu importante e recente. Comunque sia ho riflettuto molto anche su questo e in futuro non faro lo stesso errore o almeno ci provero.)
Ho visto nell'universita 2 grandi opportunita: studiare qualcosa che mi piaccia davvero; le materie umanistiche ad esempio, sono sempre stato bravo a scrivere temi le mie professoresse me lo hanno sempre detto sin dalle elementari ,alle medie (infatti la mia prof di lettere tra l'altro molto severa mi disse che dovevo assolutamente andare al classico cosa che non feci perche non sono mai stato un grande studioso , ma andavo bene perche ho la fortuna di avere un ottima memoria e di saper parlare infatti sono uscito con 90 facendo onestamente poco ) e anche alle superiori la prof di lettere aveva un debole per me, vinsi anche un piccolo contest del club del libro in cui dovevamo scrivere l'incipit di un libro. Insomma le prof di lettere hanno sempre visto qualcosa in me anche se io non so onestamente cosa di preciso. Molte volte quando sento certe emozioni forti mi piace cercare di raccontarle scrivendo poesie , amo la musica e amo i film .
L'altra opportunitá che ho visto nell'universita era quella di cercare di aprirmi come persona, vivendo in un'altra citta con persone del tutto nuove. Ho sempre fatto fatica a creare legami con le persone soprattutto in certe situazioni con le ragazze in particolare.sono molto timido e anche parecchio selettivo, di fatti ho 2 grandi amici e poi gli altri sono per lo piu conoscenti. E questa sarebbe stata una grossa opportunita per me. Ne parlai con i miei e nulla non erano convinti, soprattutto mia mamma perche "ormai devi finire il corso, che da molte opprtunita lavorative ecc ecc" e che al massimo dopo ne avremmo riparlato.
Quindi ora eccomi qui. Sto lavorando in questa azienda, sto 8 ore al computer a inserire dati in un software. Non é neanche cosi brutto come lavoro, apparte per il fatto che non mi pagano, anzi forse molti vorrebbero fare un lavoro cosi non lo so. Ma c'é una grossa parte di me che mi dice che sto sprecando tempo perche so che non é ció vorrei fare. É sbagliato non volersi accontentare? Nel senso se penso che questo é il lavoro che faró per i prossimi 30 anni onestamente mi viene male.
Non so esattamente che lavoro voglio fare ma so che cosa mi piace. Ed é brutto perche quando dico ai miei genitori che non mi voglio accontentare mi viene chiesto " e allora che lavoro vorresti fare?" E io rimango li muto perche non so che rispondere. Ultimamente sto cercando corsi che potrebbero piacermi tipo discipline dello spettacolo in cui ci sono molte materie mi interesserebbero o lettere... o corsi per fare il tecnico del suono cosi da rimanere vicino alla musica. finiro lo stage a settembre circa e li decideranno se vorranno tenermi oppure no. Dentro di me spero infondo che non mi tengano cosi da non dover dire ai miei genitori che mi hanno tenuto ma non voglio restare. Mi sembra che loro ormai diano per scontato che quella sia la mia strada e io non so come dovrei comportarmi, come posso capire quale sia la mia strada? Molte delle persone con cui ho avuto un legame forte, anche la mia ex ragazza ad esempio , mi hanno sempre detto e credevano che se avessi voluto avrei potuto fare tutto perche sono molto in gamba, non so onestamente davvero se lo sia cosi tanto, certo é che prima devo capire quale sia la mia strada ed è molto difficile.
Mi sento immobile nel tempo, e nello spazio: l'ultimo anno e mezzo, apparte i weekend, ho fatto avanti e indietro nell'area di 2 km vicino casa mia dato che il il corso lo facevano vicino casa in una scuola superiore oltretutto ( andare in una scuola superiore dopo il diploma non é che ti da molto l'impressione di stare andando avanti...) e l'azienda é letteralmente a 5 minuti da casa mia. Pensare che la mia vita sara confinata qui in questi anni che egoisticamente forse voglio vivere appieno mi fa rabbrividire, le volte che ho provato a spiegare a mia mamma di questa cosa quando cercavo di convincerla a farmi andare all'universita senza continuare il corso lei mi ha detto" eh ma non sai come sei fortunato che hai tutto cosi vicino" e forse ha ragione lei e sono matto io ma non posso cambiare cio che sento. Di fattl l'argomento universita e di tutte queste cose non lo tiro fuori da quando ho iniziato lo stage.
So che ho scritto molto ma ho cercato di raccontarvi come mi sento in queste righe, aspetto i vostri consigli e pareri che mi hanno sempre dato una mano, vi ringrazio in anticipo.
Stasera volevo parlarvi di un po di cose che ultimamente mi passano per la testa. Mi presento brevemente per aiutarvi a capirmi.
Sono un ragazzo di 20 anni quasi 21 e come molti alla mia eta sto cercando il mio posto nel mondo, ho sempre avuto la passione per musica, alle superiori suonavo in gruppo, sono una persona molto timida e introversa, molto sensibile e mi definirei anche un po fragile spesso. Dopo il diploma non sapendo benissimo cosa fare della mia vita mi sono iscritto, su consiglio dei miei genitori a un corso di logistica molto impegnativo a livello di ore (8 ore al giorno 5 su 5) diviso in un anno di lezione e 5 mesi di stage(non retribuito), che ho iniziato da poco in un'azienda.
questo é stato un anno molto difficile per me. Dopo la prima parte di corso e anche dopo essermi lasciato con la mia ex ragazza cosa che mi ha fatto riflettere parecchio, volevo iscrivermi all'universita. Ho capito che quel mondo non mi apparteneva e che mi stavo solo accontentando (il fatto che fossi fidanzato con una persona che mi rendesse felice(2 anni di relazione circa tra una cosa e l'altra) mi rendeva piu lieve quello che stavo facendo e so che puo sembrare stupido e di fatti mi ci sono sentito, ma é cosi, e quando ci siamo lasciati l'illusione é come se fosse finita ed avessi aperto gli occhi riflettendo su cio che stavo facendo.(ho sempre avuto una brutta abitudine, ovvero che nel momento in cui fossi innamorato e felice con qualcuno mettessi le mie cose in un cassetto, che aprivo ogni tanto giusto per vedere se fossero ancora li , e mi concentravo piu sull'altro. Di fatti poi quando le mie relazioni finiscono mi sento sempre come se tutto quel tempo fossi rimasto fermo nello stesso punto , mentre loro sembrava avessero capito meglio cosa volevano e di che avevano bisogno , io rimanevo li immobile.-sto parlando principalmente della mia ultima relazione che é anche quella piu importante e recente. Comunque sia ho riflettuto molto anche su questo e in futuro non faro lo stesso errore o almeno ci provero.)
Ho visto nell'universita 2 grandi opportunita: studiare qualcosa che mi piaccia davvero; le materie umanistiche ad esempio, sono sempre stato bravo a scrivere temi le mie professoresse me lo hanno sempre detto sin dalle elementari ,alle medie (infatti la mia prof di lettere tra l'altro molto severa mi disse che dovevo assolutamente andare al classico cosa che non feci perche non sono mai stato un grande studioso , ma andavo bene perche ho la fortuna di avere un ottima memoria e di saper parlare infatti sono uscito con 90 facendo onestamente poco ) e anche alle superiori la prof di lettere aveva un debole per me, vinsi anche un piccolo contest del club del libro in cui dovevamo scrivere l'incipit di un libro. Insomma le prof di lettere hanno sempre visto qualcosa in me anche se io non so onestamente cosa di preciso. Molte volte quando sento certe emozioni forti mi piace cercare di raccontarle scrivendo poesie , amo la musica e amo i film .
L'altra opportunitá che ho visto nell'universita era quella di cercare di aprirmi come persona, vivendo in un'altra citta con persone del tutto nuove. Ho sempre fatto fatica a creare legami con le persone soprattutto in certe situazioni con le ragazze in particolare.sono molto timido e anche parecchio selettivo, di fatti ho 2 grandi amici e poi gli altri sono per lo piu conoscenti. E questa sarebbe stata una grossa opportunita per me. Ne parlai con i miei e nulla non erano convinti, soprattutto mia mamma perche "ormai devi finire il corso, che da molte opprtunita lavorative ecc ecc" e che al massimo dopo ne avremmo riparlato.
Quindi ora eccomi qui. Sto lavorando in questa azienda, sto 8 ore al computer a inserire dati in un software. Non é neanche cosi brutto come lavoro, apparte per il fatto che non mi pagano, anzi forse molti vorrebbero fare un lavoro cosi non lo so. Ma c'é una grossa parte di me che mi dice che sto sprecando tempo perche so che non é ció vorrei fare. É sbagliato non volersi accontentare? Nel senso se penso che questo é il lavoro che faró per i prossimi 30 anni onestamente mi viene male.
Non so esattamente che lavoro voglio fare ma so che cosa mi piace. Ed é brutto perche quando dico ai miei genitori che non mi voglio accontentare mi viene chiesto " e allora che lavoro vorresti fare?" E io rimango li muto perche non so che rispondere. Ultimamente sto cercando corsi che potrebbero piacermi tipo discipline dello spettacolo in cui ci sono molte materie mi interesserebbero o lettere... o corsi per fare il tecnico del suono cosi da rimanere vicino alla musica. finiro lo stage a settembre circa e li decideranno se vorranno tenermi oppure no. Dentro di me spero infondo che non mi tengano cosi da non dover dire ai miei genitori che mi hanno tenuto ma non voglio restare. Mi sembra che loro ormai diano per scontato che quella sia la mia strada e io non so come dovrei comportarmi, come posso capire quale sia la mia strada? Molte delle persone con cui ho avuto un legame forte, anche la mia ex ragazza ad esempio , mi hanno sempre detto e credevano che se avessi voluto avrei potuto fare tutto perche sono molto in gamba, non so onestamente davvero se lo sia cosi tanto, certo é che prima devo capire quale sia la mia strada ed è molto difficile.
Mi sento immobile nel tempo, e nello spazio: l'ultimo anno e mezzo, apparte i weekend, ho fatto avanti e indietro nell'area di 2 km vicino casa mia dato che il il corso lo facevano vicino casa in una scuola superiore oltretutto ( andare in una scuola superiore dopo il diploma non é che ti da molto l'impressione di stare andando avanti...) e l'azienda é letteralmente a 5 minuti da casa mia. Pensare che la mia vita sara confinata qui in questi anni che egoisticamente forse voglio vivere appieno mi fa rabbrividire, le volte che ho provato a spiegare a mia mamma di questa cosa quando cercavo di convincerla a farmi andare all'universita senza continuare il corso lei mi ha detto" eh ma non sai come sei fortunato che hai tutto cosi vicino" e forse ha ragione lei e sono matto io ma non posso cambiare cio che sento. Di fattl l'argomento universita e di tutte queste cose non lo tiro fuori da quando ho iniziato lo stage.
So che ho scritto molto ma ho cercato di raccontarvi come mi sento in queste righe, aspetto i vostri consigli e pareri che mi hanno sempre dato una mano, vi ringrazio in anticipo.
Buongiorno, grazie per aver condiviso con tanta profondità la sua storia e i pensieri che sta attraversando.
Dalle sue parole emerge il desiderio di trovare una strada che sia realmente in sintonia con chi è, con i suoi interessi e con ciò che sente importante per sé. Questo passaggio, soprattutto intorno ai 20 anni, può essere molto complesso: spesso ci viene chiesto di scegliere una direzione prima ancora di aver avuto il tempo di conoscerci davvero.
Una prima riflessione riguarda proprio il tema del “non accontentarsi”. Cercare qualcosa che abbia significato per sé non è necessariamente sinonimo di irrealismo o ingratitudine. Allo stesso tempo, può essere utile distinguere tra il desiderio di costruire un percorso personale e l’idea che si debba necessariamente trovare subito “la strada giusta”. Molte persone costruiscono la propria direzione attraverso tentativi, cambiamenti e scelte successive.
Nelle sue parole emerge una consapevolezza importante: forse il punto non è soltanto capire quale lavoro fare, ma comprendere meglio quali aspetti di sé desidera portare nel proprio futuro. La creatività, la scrittura, la musica, la capacità di raccontare emozioni e di entrare in contatto con gli altri sembrano elementi che fanno parte della sua identità e che meritano di essere esplorati.
Mi colpisce anche il modo in cui descrive alcune sue caratteristiche personali: si definisce timido, introverso, sensibile e talvolta fragile. È interessante ricordare che ciò che una persona può percepire come una fragilità può rappresentare anche una risorsa, soprattutto quando viene riconosciuta e integrata nel proprio percorso. La sensibilità, la capacità di osservare e di dare significato alle esperienze possono diventare aspetti preziosi sia nella vita personale sia in eventuali percorsi futuri.
È interessante anche la riflessione che fa sulle relazioni. Quando racconta di aver messo “le sue cose in un cassetto” nei momenti in cui era innamorato, sembra riconoscere un meccanismo importante: a volte il legame con l’altro può diventare così centrale da farci perdere temporaneamente il contatto con i nostri bisogni e desideri. Imparare a coltivare una relazione senza mettere da parte sé stessi può essere una delle sfide più importanti nella crescita personale.
Un altro aspetto su cui riflettere riguarda il confronto con le aspettative degli altri. I consigli e le preoccupazioni dei suoi genitori probabilmente nascono dal desiderio di proteggerlo e offrirle sicurezza, ma il percorso di vita di una persona non può essere costruito esclusivamente sulla base di ciò che appare più sicuro o conveniente. Allo stesso tempo, anche i suoi dubbi e le sue paure meritano ascolto: non deve necessariamente avere già tutte le risposte per iniziare a esplorare nuove possibilità.
Forse, più che chiedersi oggi “qual è la mia strada?”, potrebbe essere utile chiedersi: “quali esperienze mi permetterebbero di conoscermi meglio?”. A volte la direzione emerge proprio attraverso il movimento, sperimentando ambienti, persone e attività diverse.
Spero che queste riflessioni possano averle offerto un punto di vista diverso da cui guardare questo momento della sua vita. Se questi pensieri dovessero diventare fonte di sofferenza o se desiderasse approfondire il rapporto con le proprie scelte, i propri desideri e la costruzione della propria identità, può eventualmente valutare uno spazio di confronto con un professionista.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giada Boccuto
Dalle sue parole emerge il desiderio di trovare una strada che sia realmente in sintonia con chi è, con i suoi interessi e con ciò che sente importante per sé. Questo passaggio, soprattutto intorno ai 20 anni, può essere molto complesso: spesso ci viene chiesto di scegliere una direzione prima ancora di aver avuto il tempo di conoscerci davvero.
Una prima riflessione riguarda proprio il tema del “non accontentarsi”. Cercare qualcosa che abbia significato per sé non è necessariamente sinonimo di irrealismo o ingratitudine. Allo stesso tempo, può essere utile distinguere tra il desiderio di costruire un percorso personale e l’idea che si debba necessariamente trovare subito “la strada giusta”. Molte persone costruiscono la propria direzione attraverso tentativi, cambiamenti e scelte successive.
Nelle sue parole emerge una consapevolezza importante: forse il punto non è soltanto capire quale lavoro fare, ma comprendere meglio quali aspetti di sé desidera portare nel proprio futuro. La creatività, la scrittura, la musica, la capacità di raccontare emozioni e di entrare in contatto con gli altri sembrano elementi che fanno parte della sua identità e che meritano di essere esplorati.
Mi colpisce anche il modo in cui descrive alcune sue caratteristiche personali: si definisce timido, introverso, sensibile e talvolta fragile. È interessante ricordare che ciò che una persona può percepire come una fragilità può rappresentare anche una risorsa, soprattutto quando viene riconosciuta e integrata nel proprio percorso. La sensibilità, la capacità di osservare e di dare significato alle esperienze possono diventare aspetti preziosi sia nella vita personale sia in eventuali percorsi futuri.
È interessante anche la riflessione che fa sulle relazioni. Quando racconta di aver messo “le sue cose in un cassetto” nei momenti in cui era innamorato, sembra riconoscere un meccanismo importante: a volte il legame con l’altro può diventare così centrale da farci perdere temporaneamente il contatto con i nostri bisogni e desideri. Imparare a coltivare una relazione senza mettere da parte sé stessi può essere una delle sfide più importanti nella crescita personale.
Un altro aspetto su cui riflettere riguarda il confronto con le aspettative degli altri. I consigli e le preoccupazioni dei suoi genitori probabilmente nascono dal desiderio di proteggerlo e offrirle sicurezza, ma il percorso di vita di una persona non può essere costruito esclusivamente sulla base di ciò che appare più sicuro o conveniente. Allo stesso tempo, anche i suoi dubbi e le sue paure meritano ascolto: non deve necessariamente avere già tutte le risposte per iniziare a esplorare nuove possibilità.
Forse, più che chiedersi oggi “qual è la mia strada?”, potrebbe essere utile chiedersi: “quali esperienze mi permetterebbero di conoscermi meglio?”. A volte la direzione emerge proprio attraverso il movimento, sperimentando ambienti, persone e attività diverse.
Spero che queste riflessioni possano averle offerto un punto di vista diverso da cui guardare questo momento della sua vita. Se questi pensieri dovessero diventare fonte di sofferenza o se desiderasse approfondire il rapporto con le proprie scelte, i propri desideri e la costruzione della propria identità, può eventualmente valutare uno spazio di confronto con un professionista.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giada Boccuto
Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online
Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.
Mostra risultati Come funziona?
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Comprendo il suo conflitto interiore: non deve essere facile per lei vivere questo momento di transizione. Il mio consiglio è di cercare di non perdere di vista la sua reale volontà solo per accontentare gli altri.
Da un punto di vista pratico, potrebbe esserle utile consultare attentamente i piani di studio dei vari corsi universitari che le interessano; solitamente è presente una sezione dedicata agli sbocchi occupazionali che potrebbe aiutarla a fare chiarezza e a delineare una traiettoria per il suo futuro.
Spesso i genitori si sentono più rassicuranti sapendo i propri figli vicini a casa, dimenticandosi – seppur in buona fede – che questo può non coincidere con i desideri dei ragazzi. Potrebbe provare prima a focalizzare meglio i suoi obiettivi e, in un secondo momento, riproporre la questione in famiglia, anche per capire se i suoi genitori sarebbero disposti a sostenerla economicamente o se sarà necessario valutare un lavoro part-time per pagarsi gli studi.
Naturalmente, queste riflessioni sono generali e legate solo a quanto ha brevemente raccontato. Per esplorare a fondo i suoi vissuti e le dinamiche che affronta quotidianamente, l'ideale sarebbe approfondire il tutto all'interno di un colloquio clinico.
Resto a sua completa disposizione. Buona giornata!
Da un punto di vista pratico, potrebbe esserle utile consultare attentamente i piani di studio dei vari corsi universitari che le interessano; solitamente è presente una sezione dedicata agli sbocchi occupazionali che potrebbe aiutarla a fare chiarezza e a delineare una traiettoria per il suo futuro.
Spesso i genitori si sentono più rassicuranti sapendo i propri figli vicini a casa, dimenticandosi – seppur in buona fede – che questo può non coincidere con i desideri dei ragazzi. Potrebbe provare prima a focalizzare meglio i suoi obiettivi e, in un secondo momento, riproporre la questione in famiglia, anche per capire se i suoi genitori sarebbero disposti a sostenerla economicamente o se sarà necessario valutare un lavoro part-time per pagarsi gli studi.
Naturalmente, queste riflessioni sono generali e legate solo a quanto ha brevemente raccontato. Per esplorare a fondo i suoi vissuti e le dinamiche che affronta quotidianamente, l'ideale sarebbe approfondire il tutto all'interno di un colloquio clinico.
Resto a sua completa disposizione. Buona giornata!
Quello che hai scritto è uno di quei momenti in cui una persona non sta “solo decidendo cosa fare”, ma sta cercando di capire chi è e che tipo di vita sente di voler abitare davvero. E questa è una differenza enorme.
Dentro il tuo racconto si vedono con molta chiarezza due forze che tirano in direzioni opposte: da una parte la sicurezza, la continuità, un percorso che “funziona” sulla carta e che ti dà una struttura; dall’altra una parte molto più viva, sensibile, creativa, che si accende con la musica, la scrittura, la letteratura, e che però non ha ancora trovato una forma concreta in cui sentirsi riconosciuta e stabile. Il punto non è che una delle due sia giusta e l’altra sbagliata: il problema nasce quando una delle due viene vissuta come unica possibilità.
La domanda “è sbagliato non volersi accontentare?” in realtà nasconde una domanda più profonda: “posso fidarmi di quello che sento, anche se non ho ancora una direzione precisa?” Perché il nodo che descrivi non è la mancanza di volontà, ma la difficoltà a tollerare l’incertezza del non sapere ancora esattamente “che lavoro farò”, mentre allo stesso tempo senti abbastanza chiaramente “che tipo di vita non vuoi”.
E questo passaggio è fondamentale: spesso si pensa che bisogna prima avere la risposta perfetta e poi scegliere, ma nella realtà accade il contrario. La direzione si costruisce provando, esplorando, e soprattutto dando spazio a quella parte di te che finora hai messo un po’ in secondo piano quando ti sei adattato a ciò che sembrava più sicuro o richiesto.
C’è anche un altro elemento molto interessante nel tuo modo di raccontarti: quando parli delle relazioni, dici che tendevi a “mettere da parte te stesso” quando eri innamorato. Questo schema si ripete in modo molto simile anche qui: una parte di te si adatta, si mette in secondo piano, mentre un’altra osserva e sente che qualcosa non torna del tutto. È come se il punto centrale non fosse solo “università o lavoro”, ma quanto spazio dai a te stesso quando qualcosa o qualcuno sembra chiederti di adattarti.
Ti farei alcune domande che possono aiutarti a fare un po’ più di chiarezza, senza fretta di rispondere subito con una scelta definitiva: quando immagini una vita futura che senti davvero tua, cosa stai facendo concretamente nelle tue giornate? Che tipo di energia hai addosso? Con che tipo di persone ti trovi? E soprattutto: cosa ti succede dentro quando provi a restare a lungo in una situazione che “va bene” ma non ti somiglia?
Un altro punto importante è questo: il fatto che tu non sappia ancora dire “voglio fare X” non significa che tu non abbia una direzione. A volte la direzione parte proprio da ciò che senti vivo e significativo, non da un titolo di lavoro già definito. E nel tuo caso questa parte viva sembra molto legata all’espressione, alla musica, alla scrittura, al linguaggio, alle emozioni.
La sensazione di essere “immobile” che descrivi è spesso il segnale che una parte interna sta chiedendo movimento, non necessariamente rivoluzioni immediate, ma possibilità di esplorare senza sentirsi già vincolato a una sola strada.
In situazioni come la tua, il rischio più grande non è scegliere “male”, ma restare troppo a lungo in una scelta che non ti rappresenta più per paura di perdere stabilità o deludere le aspettative. E allo stesso tempo, l’errore opposto sarebbe buttare tutto senza un minimo di esplorazione strutturata.
Per questo, un confronto guidato e continuativo può essere molto utile: non tanto per dirti cosa fare, ma per aiutarti a capire come ascoltare meglio questi segnali interni senza che diventino ansia o blocco decisionale. Se senti che questa fase sta diventando troppo pesante da gestire da solo o che il rischio è rimanere fermo ancora a lungo in questa ambivalenza, può essere davvero utile parlarne in modo più approfondito e personalizzato, perché qui non si tratta solo di “scegliere un corso”, ma di costruire un modo più stabile di orientarti nelle decisioni importanti della tua vita.
Dentro il tuo racconto si vedono con molta chiarezza due forze che tirano in direzioni opposte: da una parte la sicurezza, la continuità, un percorso che “funziona” sulla carta e che ti dà una struttura; dall’altra una parte molto più viva, sensibile, creativa, che si accende con la musica, la scrittura, la letteratura, e che però non ha ancora trovato una forma concreta in cui sentirsi riconosciuta e stabile. Il punto non è che una delle due sia giusta e l’altra sbagliata: il problema nasce quando una delle due viene vissuta come unica possibilità.
La domanda “è sbagliato non volersi accontentare?” in realtà nasconde una domanda più profonda: “posso fidarmi di quello che sento, anche se non ho ancora una direzione precisa?” Perché il nodo che descrivi non è la mancanza di volontà, ma la difficoltà a tollerare l’incertezza del non sapere ancora esattamente “che lavoro farò”, mentre allo stesso tempo senti abbastanza chiaramente “che tipo di vita non vuoi”.
E questo passaggio è fondamentale: spesso si pensa che bisogna prima avere la risposta perfetta e poi scegliere, ma nella realtà accade il contrario. La direzione si costruisce provando, esplorando, e soprattutto dando spazio a quella parte di te che finora hai messo un po’ in secondo piano quando ti sei adattato a ciò che sembrava più sicuro o richiesto.
C’è anche un altro elemento molto interessante nel tuo modo di raccontarti: quando parli delle relazioni, dici che tendevi a “mettere da parte te stesso” quando eri innamorato. Questo schema si ripete in modo molto simile anche qui: una parte di te si adatta, si mette in secondo piano, mentre un’altra osserva e sente che qualcosa non torna del tutto. È come se il punto centrale non fosse solo “università o lavoro”, ma quanto spazio dai a te stesso quando qualcosa o qualcuno sembra chiederti di adattarti.
Ti farei alcune domande che possono aiutarti a fare un po’ più di chiarezza, senza fretta di rispondere subito con una scelta definitiva: quando immagini una vita futura che senti davvero tua, cosa stai facendo concretamente nelle tue giornate? Che tipo di energia hai addosso? Con che tipo di persone ti trovi? E soprattutto: cosa ti succede dentro quando provi a restare a lungo in una situazione che “va bene” ma non ti somiglia?
Un altro punto importante è questo: il fatto che tu non sappia ancora dire “voglio fare X” non significa che tu non abbia una direzione. A volte la direzione parte proprio da ciò che senti vivo e significativo, non da un titolo di lavoro già definito. E nel tuo caso questa parte viva sembra molto legata all’espressione, alla musica, alla scrittura, al linguaggio, alle emozioni.
La sensazione di essere “immobile” che descrivi è spesso il segnale che una parte interna sta chiedendo movimento, non necessariamente rivoluzioni immediate, ma possibilità di esplorare senza sentirsi già vincolato a una sola strada.
In situazioni come la tua, il rischio più grande non è scegliere “male”, ma restare troppo a lungo in una scelta che non ti rappresenta più per paura di perdere stabilità o deludere le aspettative. E allo stesso tempo, l’errore opposto sarebbe buttare tutto senza un minimo di esplorazione strutturata.
Per questo, un confronto guidato e continuativo può essere molto utile: non tanto per dirti cosa fare, ma per aiutarti a capire come ascoltare meglio questi segnali interni senza che diventino ansia o blocco decisionale. Se senti che questa fase sta diventando troppo pesante da gestire da solo o che il rischio è rimanere fermo ancora a lungo in questa ambivalenza, può essere davvero utile parlarne in modo più approfondito e personalizzato, perché qui non si tratta solo di “scegliere un corso”, ma di costruire un modo più stabile di orientarti nelle decisioni importanti della tua vita.
Buongiorno,
leggendo le sue parole, la sensazione che arriva non è quella di un ragazzo che non sa cosa fare della propria vita, ma di un ragazzo che sta iniziando a conoscersi meglio e che per questo motivo non riesce più ad adattarsi a una strada scelta quando aveva una consapevolezza diversa.
A 20 anni è molto comune attraversare una fase in cui ci si sente sospesi tra ciò che gli altri considerano una buona opportunità e ciò che, invece, risuona profondamente con i propri interessi e valori. Questo passaggio può essere faticoso perché costringe a tollerare l'incertezza e a rinunciare all'idea che esista una risposta immediata e definitiva.
Mi colpisce un aspetto del suo racconto. Lei parla spesso di non sapere quale sia la sua strada, ma nel corso del messaggio emergono con una certa chiarezza alcuni elementi che sembrano accompagnarla da molto tempo. La scrittura, la musica, il desiderio di comprendere e raccontare le emozioni, l'interesse per le discipline umanistiche e il bisogno di confrontarsi con ambienti nuovi e stimolanti. Non sono dettagli casuali o passioni nate ieri, sono temi che ritornano nella sua storia e che meritano attenzione.
Non sapere oggi quale lavoro farà tra dieci anni non significa essere persi, significa semplicemente essere nel punto in cui si trovano moltissimi giovani adulti.
Mi sembra anche che la fine della relazione abbia avuto un effetto importante. Non tanto perché la sua ex ragazza le "coprisse" i problemi, ma perché l'ha costretta a riportare l'attenzione su di sé. Lei stesso riconosce una tendenza a mettere i propri bisogni in secondo piano quando si lega affettivamente a qualcuno. Questa consapevolezza è preziosa e rappresenta già una forma di crescita.
Riguardo ai suoi genitori, ho l'impressione che stiano osservando la situazione da una prospettiva diversa dalla sua, probabilmente vedono un corso già quasi concluso, una possibile occupazione e una certa stabilità. Lei, invece, guarda al significato che quel percorso ha per la sua vita futura. Nessuna delle due prospettive è necessariamente sbagliata. Semplicemente rispondono a bisogni differenti.
Per questo motivo non credo che la domanda sia se sia sbagliato non volersi accontentare. In questa fase potrebbe essere più utile spostare l'attenzione dalla ricerca della "scelta giusta" alla conoscenza concreta delle possibilità che la interessano. Spesso alcune risposte arrivano non tanto riflettendo all'infinito, quanto entrando in contatto con realtà diverse, confrontandosi con chi le vive e raccogliendo informazioni che permettano di immaginarsi davvero all'interno di quei percorsi.
Dott.ssa Irene Canulli
leggendo le sue parole, la sensazione che arriva non è quella di un ragazzo che non sa cosa fare della propria vita, ma di un ragazzo che sta iniziando a conoscersi meglio e che per questo motivo non riesce più ad adattarsi a una strada scelta quando aveva una consapevolezza diversa.
A 20 anni è molto comune attraversare una fase in cui ci si sente sospesi tra ciò che gli altri considerano una buona opportunità e ciò che, invece, risuona profondamente con i propri interessi e valori. Questo passaggio può essere faticoso perché costringe a tollerare l'incertezza e a rinunciare all'idea che esista una risposta immediata e definitiva.
Mi colpisce un aspetto del suo racconto. Lei parla spesso di non sapere quale sia la sua strada, ma nel corso del messaggio emergono con una certa chiarezza alcuni elementi che sembrano accompagnarla da molto tempo. La scrittura, la musica, il desiderio di comprendere e raccontare le emozioni, l'interesse per le discipline umanistiche e il bisogno di confrontarsi con ambienti nuovi e stimolanti. Non sono dettagli casuali o passioni nate ieri, sono temi che ritornano nella sua storia e che meritano attenzione.
Non sapere oggi quale lavoro farà tra dieci anni non significa essere persi, significa semplicemente essere nel punto in cui si trovano moltissimi giovani adulti.
Mi sembra anche che la fine della relazione abbia avuto un effetto importante. Non tanto perché la sua ex ragazza le "coprisse" i problemi, ma perché l'ha costretta a riportare l'attenzione su di sé. Lei stesso riconosce una tendenza a mettere i propri bisogni in secondo piano quando si lega affettivamente a qualcuno. Questa consapevolezza è preziosa e rappresenta già una forma di crescita.
Riguardo ai suoi genitori, ho l'impressione che stiano osservando la situazione da una prospettiva diversa dalla sua, probabilmente vedono un corso già quasi concluso, una possibile occupazione e una certa stabilità. Lei, invece, guarda al significato che quel percorso ha per la sua vita futura. Nessuna delle due prospettive è necessariamente sbagliata. Semplicemente rispondono a bisogni differenti.
Per questo motivo non credo che la domanda sia se sia sbagliato non volersi accontentare. In questa fase potrebbe essere più utile spostare l'attenzione dalla ricerca della "scelta giusta" alla conoscenza concreta delle possibilità che la interessano. Spesso alcune risposte arrivano non tanto riflettendo all'infinito, quanto entrando in contatto con realtà diverse, confrontandosi con chi le vive e raccogliendo informazioni che permettano di immaginarsi davvero all'interno di quei percorsi.
Dott.ssa Irene Canulli
Buonasera,
prima di tutto la ringrazio per aver condiviso la sua storia con così tanta apertura e profondità. Non è da tutti avere una tale capacità di guardarsi dentro e dare un nome alle proprie fragilità e ai propri desideri.
Ha descritto un quadro molto ricco ed è difficile rispondere in modo approfondito con questo messaggio. Qui si intrecciano la ricerca della propria identità ed il peso delle aspettative altrui, ma non solo. Vorrei però riprendere una domanda che lei si pone: "E' sbagliato non volesti accontentare?". Dal punto di vista del suo benessere psicologico, no, non è sbagliato. A vent'anni, sentire lontana da sé un'esperienza lavorativa non è segno di ingratitudine, ma è la sua identità che sta cercando qualcosa di più affine a sé. Ciascuno di noi ha una propria definizione di "realizzazione", ed è possibile che in questo momento la sua non coincida con quella dei suoi genitori, i quali si muovono probabilmente per proteggerla e garantirle un futuro stabile.
Potrebbe provare a guardare a questi mesi di stage non come a tempo perso, ma come un'esperienza che le sta dando una certezza (oltre che, comunque, una nuova competenza): sta capendo cosa non le piace. Spesso si dà per scontato, ma anche questo è un enorme passo avanti. Sganci la scelta del suo futuro dall'esito dello stage e si dia il tempo di esplorare, di capire, valutando per tempo. Potrebbe continuare ad informarsi sui corsi ed eventualmente poi mostrare un progetto alternativo e concreto in cui crede. Non abbia fretta di trovarlo.
La sua sensazione di blocco o il timore di ferire i suoi genitori, sono indicatori importanti di ciò che prova. Un percorso psicologico potrebbe esserle utile in questa fase, per aiutarla a gestire l'incertezza del futuro e per strutturare una comunicazione più efficace con la sua famiglia.
Le auguro il meglio per la ricerca della sua strada.
prima di tutto la ringrazio per aver condiviso la sua storia con così tanta apertura e profondità. Non è da tutti avere una tale capacità di guardarsi dentro e dare un nome alle proprie fragilità e ai propri desideri.
Ha descritto un quadro molto ricco ed è difficile rispondere in modo approfondito con questo messaggio. Qui si intrecciano la ricerca della propria identità ed il peso delle aspettative altrui, ma non solo. Vorrei però riprendere una domanda che lei si pone: "E' sbagliato non volesti accontentare?". Dal punto di vista del suo benessere psicologico, no, non è sbagliato. A vent'anni, sentire lontana da sé un'esperienza lavorativa non è segno di ingratitudine, ma è la sua identità che sta cercando qualcosa di più affine a sé. Ciascuno di noi ha una propria definizione di "realizzazione", ed è possibile che in questo momento la sua non coincida con quella dei suoi genitori, i quali si muovono probabilmente per proteggerla e garantirle un futuro stabile.
Potrebbe provare a guardare a questi mesi di stage non come a tempo perso, ma come un'esperienza che le sta dando una certezza (oltre che, comunque, una nuova competenza): sta capendo cosa non le piace. Spesso si dà per scontato, ma anche questo è un enorme passo avanti. Sganci la scelta del suo futuro dall'esito dello stage e si dia il tempo di esplorare, di capire, valutando per tempo. Potrebbe continuare ad informarsi sui corsi ed eventualmente poi mostrare un progetto alternativo e concreto in cui crede. Non abbia fretta di trovarlo.
La sua sensazione di blocco o il timore di ferire i suoi genitori, sono indicatori importanti di ciò che prova. Un percorso psicologico potrebbe esserle utile in questa fase, per aiutarla a gestire l'incertezza del futuro e per strutturare una comunicazione più efficace con la sua famiglia.
Le auguro il meglio per la ricerca della sua strada.
Buonasera, da ciò che scrive non emerge semplicemente indecisione: emerge il conflitto tra una strada vicina, concreta e rassicurante per gli altri, e una parte di lei che sente il bisogno di non restare ferma. A 20 anni non sapere ancora quale lavoro fare non significa essere persi; può significare che sta cercando di distinguere ciò che dà sicurezza da ciò che dà vita.
Mi colpisce un passaggio: quando è innamorato tende a mettere le sue cose in un cassetto. Forse oggi sta accadendo qualcosa di simile, ma con la strada scelta per lei: per non deludere, per non creare conflitto, rischia di lasciare ancora una volta se stesso in attesa.
Il punto non è decidere subito se logistica, università, musica o lettere siano “la scelta giusta”. Cercare la scelta perfetta spesso blocca. Può iniziare da una domanda più concreta: quale vita mi avvicina di più alla persona che voglio diventare? Per due settimane, invece di chiedersi soltanto “che lavoro voglio fare?”, provi a fare tre piccoli esperimenti reali: parlare con uno studente di un corso che le interessa, visitare una sede universitaria o una scuola di tecnico del suono, e scrivere una pagina su come immagina una sua giornata tra tre anni se scegliesse quella strada. Non per decidere tutto, ma per smettere di pensare da fermo.
Restano alcuni punti da chiarire:
che margine economico e familiare avrebbe per studiare fuori casa?
quali corsi ha già valutato concretamente?
quanto pesa il desiderio di cambiare ambiente e quanto quello di studiare proprio quelle materie?
cosa teme di più: sbagliare strada o deludere i suoi genitori?
La sua inquietudine non va liquidata come capriccio. Va ascoltata, ma anche tradotta in passi verificabili. A volte la strada non si trova pensandola fino allo sfinimento: si scopre muovendosi, un passo piccolo alla volta. Se sente che questo blocco continua, potrebbe essere utile parlarne in uno spazio psicologico, non per farsi dire cosa scegliere, ma per capire come scegliere senza tradire se stesso.
Un caro saluto.
Mi colpisce un passaggio: quando è innamorato tende a mettere le sue cose in un cassetto. Forse oggi sta accadendo qualcosa di simile, ma con la strada scelta per lei: per non deludere, per non creare conflitto, rischia di lasciare ancora una volta se stesso in attesa.
Il punto non è decidere subito se logistica, università, musica o lettere siano “la scelta giusta”. Cercare la scelta perfetta spesso blocca. Può iniziare da una domanda più concreta: quale vita mi avvicina di più alla persona che voglio diventare? Per due settimane, invece di chiedersi soltanto “che lavoro voglio fare?”, provi a fare tre piccoli esperimenti reali: parlare con uno studente di un corso che le interessa, visitare una sede universitaria o una scuola di tecnico del suono, e scrivere una pagina su come immagina una sua giornata tra tre anni se scegliesse quella strada. Non per decidere tutto, ma per smettere di pensare da fermo.
Restano alcuni punti da chiarire:
che margine economico e familiare avrebbe per studiare fuori casa?
quali corsi ha già valutato concretamente?
quanto pesa il desiderio di cambiare ambiente e quanto quello di studiare proprio quelle materie?
cosa teme di più: sbagliare strada o deludere i suoi genitori?
La sua inquietudine non va liquidata come capriccio. Va ascoltata, ma anche tradotta in passi verificabili. A volte la strada non si trova pensandola fino allo sfinimento: si scopre muovendosi, un passo piccolo alla volta. Se sente che questo blocco continua, potrebbe essere utile parlarne in uno spazio psicologico, non per farsi dire cosa scegliere, ma per capire come scegliere senza tradire se stesso.
Un caro saluto.
Buonasera, grazie per aver condiviso un racconto così ricco e dettagliato di quello che sta succedendo nella sua vita in questo periodo.
Quello che descrive sono diversi temi che si intrecciano tra loro: una scelta di percorso formativo fatta più per accontentare le aspettative familiari che per un proprio desiderio; uno stage non retribuito che occupa gran parte delle giornate in un lavoro che non sente suo; la fine di una relazione importante, che ha portato a una riflessione su un proprio modo di vivere i legami affettivi (il "mettere le proprie cose in un cassetto" quando si è innamorati); una difficoltà a creare legami al di fuori di una cerchia molto ristretta; un desiderio di autonomia e di esplorazione, vissuto però come distante e forse irraggiungibile; un rapporto con i genitori in cui le proprie esigenze faticano a trovare spazio e ascolto.
Sono tutti elementi che, messi insieme, parlano di un senso di immobilità, come scrive lei stesso, "nel tempo e nello spazio". Elaborare da solo un'esperienza così complessa è molto complicato da sostenere, e considerato il peso di ciò che riporta, oltre all'impossibilità di entrare più nello specifico tramite messaggi, potrebbe esserle utile concedersi uno spazio di ascolto e riflessione. Spesso i primi colloqui conoscitivi sono gratuiti e servono proprio per iniziare a orientarsi, senza impegno.
Un percorso non richiede di partire già con la risposta a "che lavoro vorrei fare": è una domanda che spesso si chiarisce strada facendo, non prima di iniziare. Provare a mettere ordine tra le diverse spinte che descrive, senza dover scegliere subito una direzione definitiva, può essere già un primo passo concreto.
Quello che descrive sono diversi temi che si intrecciano tra loro: una scelta di percorso formativo fatta più per accontentare le aspettative familiari che per un proprio desiderio; uno stage non retribuito che occupa gran parte delle giornate in un lavoro che non sente suo; la fine di una relazione importante, che ha portato a una riflessione su un proprio modo di vivere i legami affettivi (il "mettere le proprie cose in un cassetto" quando si è innamorati); una difficoltà a creare legami al di fuori di una cerchia molto ristretta; un desiderio di autonomia e di esplorazione, vissuto però come distante e forse irraggiungibile; un rapporto con i genitori in cui le proprie esigenze faticano a trovare spazio e ascolto.
Sono tutti elementi che, messi insieme, parlano di un senso di immobilità, come scrive lei stesso, "nel tempo e nello spazio". Elaborare da solo un'esperienza così complessa è molto complicato da sostenere, e considerato il peso di ciò che riporta, oltre all'impossibilità di entrare più nello specifico tramite messaggi, potrebbe esserle utile concedersi uno spazio di ascolto e riflessione. Spesso i primi colloqui conoscitivi sono gratuiti e servono proprio per iniziare a orientarsi, senza impegno.
Un percorso non richiede di partire già con la risposta a "che lavoro vorrei fare": è una domanda che spesso si chiarisce strada facendo, non prima di iniziare. Provare a mettere ordine tra le diverse spinte che descrive, senza dover scegliere subito una direzione definitiva, può essere già un primo passo concreto.
Ti ringrazio per aver condiviso con tanta sincerita e profondita cio che stai vivendo. Dal tuo racconto emerge un ragazzo con una buona capacita di introspezione, sensibile, riflessiva e capace di cogliere con lucidità alcuni aspetti importanti del proprio funzionamento emotivo e relazionale. Questa tua possibilità di osservarti e di mettere in parole ciò che senti è già una risorsa significativa, da cui partire.
Nel leggerti, colpisce però quanto spazio sembri occupare lo sguardo dell'altro: ciò che gli altri pensano che tu sappia fare, si aspettano da te, ti suggeriscono o immaginano per il tuo futuro. Accanto a questo, sembra invece esserci ancora una certa fatica nel riconoscere con chiarezza ciò che senti autenticamente tuo, ciò che ti appartiene al di la delle aspettative esterne, dei confronti e del timore di deludere.
Per questo, piu che cercare subito una risposta definitiva su quale sia la strada giusta, potrebbe essere utile provare prima a soffermarti su una domanda diversa: se mettessi per un momento tra parentesi le richieste degli altri, le loro idee su di te e la pressione di dover decidere subito, che cosa sentiresti davvero vicino a te? Che cosa ti interessa profondamente, ti fa sentire coinvolta, competente, viva?
Credo che questo passaggio sia importante, perché a volte il punto non è capire immediatamente "che cosa devo fare", ma iniziare a distinguere con più chiarezza ciò che nasce da te da e ciò che invece arriva dall'esterno. Da questo ascolto piu personale e autentico può cominciare a delinearsi, gradualmente, una direzione più tua.
Ti invito quindi ad accogliere questa fase non come un fallimento o un ritardo, ma come un momento delicato e prezioso di ricerca di te. Con il tempo, dando spazio alla tua voce interna, potrai riconoscere con maggiore nitidezza ciò che ti corrisponde davvero. Per qualsiasi dubbio o bisogno di condivisione mi rendo disponibile.
Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Nel leggerti, colpisce però quanto spazio sembri occupare lo sguardo dell'altro: ciò che gli altri pensano che tu sappia fare, si aspettano da te, ti suggeriscono o immaginano per il tuo futuro. Accanto a questo, sembra invece esserci ancora una certa fatica nel riconoscere con chiarezza ciò che senti autenticamente tuo, ciò che ti appartiene al di la delle aspettative esterne, dei confronti e del timore di deludere.
Per questo, piu che cercare subito una risposta definitiva su quale sia la strada giusta, potrebbe essere utile provare prima a soffermarti su una domanda diversa: se mettessi per un momento tra parentesi le richieste degli altri, le loro idee su di te e la pressione di dover decidere subito, che cosa sentiresti davvero vicino a te? Che cosa ti interessa profondamente, ti fa sentire coinvolta, competente, viva?
Credo che questo passaggio sia importante, perché a volte il punto non è capire immediatamente "che cosa devo fare", ma iniziare a distinguere con più chiarezza ciò che nasce da te da e ciò che invece arriva dall'esterno. Da questo ascolto piu personale e autentico può cominciare a delinearsi, gradualmente, una direzione più tua.
Ti invito quindi ad accogliere questa fase non come un fallimento o un ritardo, ma come un momento delicato e prezioso di ricerca di te. Con il tempo, dando spazio alla tua voce interna, potrai riconoscere con maggiore nitidezza ciò che ti corrisponde davvero. Per qualsiasi dubbio o bisogno di condivisione mi rendo disponibile.
Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Buonasera, leggendo le sue parole mi ha colpito una cosa: non mi sembra che lei sia semplicemente indeciso sul lavoro o sull'università. Mi sembra piuttosto che stia vivendo un momento in cui sta cercando di capire quale posto vuole occupare nella sua vita. Spesso descrive una sensazione di essere fermo, come se stesse seguendo una strada che non sente davvero sua. E quando questo succede, la domanda non è solo "cosa voglio fare?", ma anche "chi voglio essere?".
Mi colpisce anche il fatto che nelle relazioni tenda a mettere molto da parte sé stesso. Forse proprio la fine della relazione le ha permesso di accorgersi di alcune domande che erano rimaste sullo sfondo e che ora chiedono spazio.
Non credo sia sbagliato non volersi accontentare. Credo però che sia importante distinguere tra il desiderio di trovare la propria strada e la pretesa di avere subito tutte le risposte. A vent'anni spesso si è ancora nel pieno della ricerca.
Da quello che scrive, più che un ragazzo senza direzione, vedo un ragazzo che sta iniziando a interrogarsi seriamente su ciò che sente importante per sé. E questo, anche se può fare paura, è spesso il primo passo per costruire una vita che si senta davvero propria.
Mi colpisce anche il fatto che nelle relazioni tenda a mettere molto da parte sé stesso. Forse proprio la fine della relazione le ha permesso di accorgersi di alcune domande che erano rimaste sullo sfondo e che ora chiedono spazio.
Non credo sia sbagliato non volersi accontentare. Credo però che sia importante distinguere tra il desiderio di trovare la propria strada e la pretesa di avere subito tutte le risposte. A vent'anni spesso si è ancora nel pieno della ricerca.
Da quello che scrive, più che un ragazzo senza direzione, vedo un ragazzo che sta iniziando a interrogarsi seriamente su ciò che sente importante per sé. E questo, anche se può fare paura, è spesso il primo passo per costruire una vita che si senta davvero propria.
Ciao caro ragazzo di quasi 21 anni, lascia che ti dia un nome ...Mattia.
Caro Mattia, hai scritto molto ed io ho letto con molta attenzione.
L'immagine che ha restituito di te stesso è quella di un ragazzo che ha dentro di se dei grandi desideri e delle aspettative concrete e sane per la sua serenità e per la sua realizzazione personale.
Quello che mi sento di dirti , cercando di andare subito al punto è: " Tu hai già presente cosa devi fare, nelle tue parole c'è già scritto quello che sarebbe meglio per te. Focalizza bene i tuoi obiettivi , dedica tempo a ragionarci su ad immaginare a fare programmi. Valuta le opzioni, considera come superare eventuali vincoli e quando avrai deciso agisci anche se non ti diranno "BRAVO" ...chi ci sta vicino a volte senza saperlo proietta le sue paure su di noi e ci frena. Il tema dello studio del lavoro della tua realizzazione è un tema troppo grande per non essere ascoltato, non è un capriccio ma il fondamento della tua futura serenità e realizzazione personale. INVESTI NEL TUO FUTURO e se serve fatti accompagnare da un sostegno psicologico che ti aiuti a restare centrato sui tuoi obiettivi preservando il tuo equilibrio psicologico. Ti auguro il meglio.
Caro Mattia, hai scritto molto ed io ho letto con molta attenzione.
L'immagine che ha restituito di te stesso è quella di un ragazzo che ha dentro di se dei grandi desideri e delle aspettative concrete e sane per la sua serenità e per la sua realizzazione personale.
Quello che mi sento di dirti , cercando di andare subito al punto è: " Tu hai già presente cosa devi fare, nelle tue parole c'è già scritto quello che sarebbe meglio per te. Focalizza bene i tuoi obiettivi , dedica tempo a ragionarci su ad immaginare a fare programmi. Valuta le opzioni, considera come superare eventuali vincoli e quando avrai deciso agisci anche se non ti diranno "BRAVO" ...chi ci sta vicino a volte senza saperlo proietta le sue paure su di noi e ci frena. Il tema dello studio del lavoro della tua realizzazione è un tema troppo grande per non essere ascoltato, non è un capriccio ma il fondamento della tua futura serenità e realizzazione personale. INVESTI NEL TUO FUTURO e se serve fatti accompagnare da un sostegno psicologico che ti aiuti a restare centrato sui tuoi obiettivi preservando il tuo equilibrio psicologico. Ti auguro il meglio.
Salve, dal suo racconto emerge con molta chiarezza il momento di profonda riflessione che sta attraversando. Si percepisce un ragazzo sensibile, intelligente, capace di interrogarsi su ciò che sente e di non voler vivere una vita semplicemente per inerzia. Questa non è una caratteristica da sottovalutare, perché molte persone proseguono per anni su strade che non sentono proprie senza mai fermarsi a chiedersi cosa desiderano davvero. Leggendo le sue parole, ho avuto l'impressione che il tema centrale non sia tanto capire quale lavoro fare, quanto comprendere chi vuole essere e quale direzione desidera dare alla sua vita. Sono due questioni diverse. Spesso si pensa che prima debba arrivare la risposta professionale e poi il resto, ma molto frequentemente accade il contrario: quando una persona inizia a conoscersi meglio, a capire i propri valori, i propri bisogni e ciò che la fa sentire viva, le scelte concrete diventano più chiare. Mi colpisce il fatto che lei descriva più volte una sensazione di immobilità. Nonostante stia studiando, svolgendo uno stage e portando avanti un percorso formativo impegnativo, dentro di sé sente di essere fermo. Questo è un aspetto molto importante, perché ci mostra come il benessere non dipenda esclusivamente da ciò che facciamo, ma anche dal significato che attribuiamo a ciò che facciamo. Due persone possono svolgere la stessa attività e viverla in modo completamente diverso. Lei racconta di aver sempre amato la scrittura, la musica, i film, le discipline umanistiche. Racconta anche che diverse persone significative nella sua vita hanno riconosciuto delle qualità in lei. Non significa necessariamente che il suo futuro debba essere in uno di questi ambiti, ma suggerisce che esistono interessi autentici che meritano di essere ascoltati e approfonditi, invece di essere accantonati troppo velocemente. Allo stesso tempo, la inviterei a prestare attenzione a un aspetto. A volte, quando stiamo attraversando una fase di insoddisfazione o di ricerca personale, rischiamo inconsapevolmente di vedere le alternative come completamente positive e la situazione attuale come completamente negativa. In realtà la vita raramente funziona in modo così netto. Potrebbe essere che questo stage non rappresenti il suo futuro, ma potrebbe anche essere che stia offrendo alcune competenze e alcune esperienze che le saranno utili indipendentemente dalla strada che sceglierà successivamente. Un altro elemento che emerge dal suo racconto riguarda il timore di deludere le aspettative degli altri. Sembra esserci una parte di lei che vorrebbe esplorare nuove possibilità e un'altra che teme il giudizio, il disaccordo o la preoccupazione dei suoi genitori. È una dinamica molto comune nella sua fascia d'età. Il passaggio verso l'età adulta comporta inevitabilmente il compito di costruire una propria identità, che a volte coincide con le aspettative familiari e altre volte se ne differenzia. Non credo che il problema sia il fatto che lei non sappia esattamente quale lavoro desidera fare. Molti ragazzi della sua età non lo sanno. Il problema nasce quando si pensa di dover trovare immediatamente una risposta definitiva prima di poter fare qualsiasi passo. Spesso il percorso si chiarisce proprio attraverso l'esplorazione, gli errori, i tentativi e le esperienze. Mi sembra inoltre che la fine della relazione abbia avuto un ruolo importante nel portare alla luce interrogativi che forse erano già presenti da tempo. Lei stesso descrive una tendenza a mettere in secondo piano i propri bisogni quando è coinvolto affettivamente. Questa consapevolezza è preziosa perché può aiutarla a comprendere meglio alcuni suoi schemi relazionali e il modo in cui costruisce il proprio equilibrio personale. Proprio per questo motivo credo che, al di là della scelta universitaria o lavorativa, potrebbe esserle molto utile dedicare uno spazio di approfondimento a questi temi. Un percorso psicologico, soprattutto in un'ottica cognitivo comportamentale, non servirebbe tanto a dirle quale strada scegliere, quanto ad aiutarla a comprendere meglio i meccanismi che guidano le sue decisioni, le sue paure, il suo rapporto con l'autonomia, con il giudizio degli altri e con il futuro. A volte la vera domanda non è "quale strada devo prendere?", ma "cosa mi impedisce di fidarmi maggiormente di me stesso mentre la scelgo?". Le sue parole trasmettono certamente dubbi e fatica, ma trasmettono anche curiosità, sensibilità e desiderio di costruire qualcosa di autentico. E queste sono risorse molto importanti da cui partire. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente,
dalle sue parole non emerge tanto un ragazzo che non sa cosa fare della propria vita, quanto una persona che sta iniziando a chiedersi che vita desidera costruire per sé.
A 20 anni è normale non avere un progetto professionale perfettamente definito. Molte persone non scelgono una strada perché sanno esattamente dove arriveranno, ma perché riconoscono alcuni interessi, valori e inclinazioni che meritano di essere esplorati. Lei, in realtà, ne cita diversi: la scrittura, le discipline umanistiche, la musica, il desiderio di crescere attraverso nuove esperienze e nuovi contesti.
Non mi sembra che il problema sia il lavoro in sé, ma il timore di ritrovarsi in una direzione scelta più per rassicurare gli altri che per convinzione personale. Al tempo stesso, concludere il percorso che ha iniziato non significa necessariamente rinunciare ad altre possibilità future.
Mi ha colpito una frase: "quando sono innamorato metto le mie cose in un cassetto". Forse questo momento della sua vita le sta offrendo l'occasione di riaprire quel cassetto e conoscere meglio sé stesso, indipendentemente da una relazione o dalle aspettative altrui.
La strada spesso non si trova all'improvviso: si costruisce facendo piccoli passi coerenti con ciò che sentiamo importante. Continui a interrogarsi, ma senza pretendere di avere subito tutte le risposte.
Un caro saluto.
dalle sue parole non emerge tanto un ragazzo che non sa cosa fare della propria vita, quanto una persona che sta iniziando a chiedersi che vita desidera costruire per sé.
A 20 anni è normale non avere un progetto professionale perfettamente definito. Molte persone non scelgono una strada perché sanno esattamente dove arriveranno, ma perché riconoscono alcuni interessi, valori e inclinazioni che meritano di essere esplorati. Lei, in realtà, ne cita diversi: la scrittura, le discipline umanistiche, la musica, il desiderio di crescere attraverso nuove esperienze e nuovi contesti.
Non mi sembra che il problema sia il lavoro in sé, ma il timore di ritrovarsi in una direzione scelta più per rassicurare gli altri che per convinzione personale. Al tempo stesso, concludere il percorso che ha iniziato non significa necessariamente rinunciare ad altre possibilità future.
Mi ha colpito una frase: "quando sono innamorato metto le mie cose in un cassetto". Forse questo momento della sua vita le sta offrendo l'occasione di riaprire quel cassetto e conoscere meglio sé stesso, indipendentemente da una relazione o dalle aspettative altrui.
La strada spesso non si trova all'improvviso: si costruisce facendo piccoli passi coerenti con ciò che sentiamo importante. Continui a interrogarsi, ma senza pretendere di avere subito tutte le risposte.
Un caro saluto.
Buongiorno, a me pare che le idee Le abbia ben chiare. Non è semplice trovare un posto nel mondo, come lo chiama Lei. È assolutamente normale sentirsi grati per ciò che si ha, ma allo stesso tempo non sentirsi soddisfatti del percorso che si sta seguendo.
Ciò che è peggio è il non provarci, ed avere poi il rimorso di essersi accontentati.
La domanda che può porsi è quale vita desidera costruirsi, e se la risposta è seguire ciò che il suo cuore Le indica da tempo, lo faccia. Spero di esserLe stata utile.
Ciò che è peggio è il non provarci, ed avere poi il rimorso di essersi accontentati.
La domanda che può porsi è quale vita desidera costruirsi, e se la risposta è seguire ciò che il suo cuore Le indica da tempo, lo faccia. Spero di esserLe stata utile.
Salve, dal suo racconto emerge una fase di ricerca e di ridefinizione dei propri obiettivi, comune nella giovane età adulta. La sua sofferenza sembra derivare soprattutto dalla percezione di stare seguendo un percorso che non sente pienamente suo, più che da una reale incapacità di scegliere.
Non sapere ancora con precisione quale professione desidera svolgere non significa essere senza direzione. Al contrario, lei mostra interessi e inclinazioni ben identificabili, che meritano di essere esplorati e approfonditi.
Può essere utile concedersi il tempo necessario per riflettere sui propri obiettivi personali e professionali, distinguendo ciò che risponde alle aspettative altrui da ciò che sente realmente significativo per sé.
Cordiali saluti. Dott.ssa Eleonora Acuti
Non sapere ancora con precisione quale professione desidera svolgere non significa essere senza direzione. Al contrario, lei mostra interessi e inclinazioni ben identificabili, che meritano di essere esplorati e approfonditi.
Può essere utile concedersi il tempo necessario per riflettere sui propri obiettivi personali e professionali, distinguendo ciò che risponde alle aspettative altrui da ciò che sente realmente significativo per sé.
Cordiali saluti. Dott.ssa Eleonora Acuti
Quello che emerge dal tuo racconto non è la storia di un ragazzo che non sa cosa fare della propria vita, ma quella di un ragazzo che sta iniziando a chiedersi quale vita sente davvero sua.
A 20 anni è molto comune attraversare una fase in cui si percepisce una distanza tra ciò che si sta facendo e ciò che si sente di essere. Questo può generare inquietudine, senso di immobilità e persino la sensazione di "sprecare tempo". Tuttavia, questa sofferenza spesso non è il segnale che si sta sbagliando tutto, ma che si è entrati in una fase di ricerca e definizione della propria identità.
Mi colpisce molto una cosa che scrivi: quando eri innamorato tendevi a mettere te stesso in secondo piano e a investire gran parte delle tue energie nella relazione. Questa osservazione è preziosa perché mostra una notevole capacità di introspezione. Sembra quasi che, in alcuni momenti della tua vita, il legame con l'altro abbia funzionato come una risposta temporanea alle domande su chi fossi e cosa desiderassi. Quando la relazione è terminata, quelle domande sono tornate a farsi sentire con forza.
Un altro aspetto importante riguarda il fatto che tu dica di non sapere esattamente quale lavoro vuoi fare. Molti giovani pensano che per cambiare strada debbano avere già una risposta definitiva. In realtà, spesso il processo è inverso: prima si riconoscono gli interessi autentici, poi si esplorano possibilità diverse e solo gradualmente emerge una direzione. Tu, in realtà, alcune coordinate le possiedi già: la scrittura, la musica, il cinema, le discipline umanistiche, il desiderio di comprendere e raccontare le emozioni.
La tua difficoltà sembra essere che confronti questi interessi con la domanda: "Quale lavoro farò per i prossimi trent'anni?". È una domanda enorme, che rischia di paralizzare chiunque. Forse sarebbe più utile chiederti: "Quale esperienza mi aiuterebbe a conoscermi meglio nei prossimi due o tre anni?".
Dal punto di vista psicologico, inoltre, noto un conflitto tra il bisogno di sicurezza e il bisogno di crescita. I tuoi genitori sembrano privilegiare la stabilità e le opportunità lavorative concrete; tu senti invece il bisogno di esplorare, allargare i tuoi confini, conoscere persone nuove e misurarti con contesti diversi. Nessuna delle due posizioni è sbagliata. Il problema nasce quando una esclude completamente l'altra.
Quando scrivi che la tua vita sembra confinata in pochi chilometri attorno a casa e che questo ti fa rabbrividire, non stai parlando soltanto di geografia. Stai parlando di un bisogno psicologico di movimento, autonomia e scoperta. È un sentimento molto frequente nella tua fase di vita e merita di essere ascoltato, non liquidato come capriccio o immaturità.
Infine, vorrei restituirti un'impressione. Nel tuo racconto compare più volte la paura di "accontentarti". Non mi sembra che tu stia rifiutando il lavoro o l'impegno. Mi sembra piuttosto che tu stia cercando qualcosa che percepisci come significativo per te. La differenza è importante. Chi rifiuta tutto non cerca; chi soffre perché sente che manca qualcosa, spesso è già in cammino verso una maggiore consapevolezza di sé.
Forse, in questo momento, il tuo compito non è trovare immediatamente la tua strada definitiva. Forse il tuo compito è concederti il diritto di esplorare, senza pretendere di avere già tutte le risposte.
A 20 anni è molto comune attraversare una fase in cui si percepisce una distanza tra ciò che si sta facendo e ciò che si sente di essere. Questo può generare inquietudine, senso di immobilità e persino la sensazione di "sprecare tempo". Tuttavia, questa sofferenza spesso non è il segnale che si sta sbagliando tutto, ma che si è entrati in una fase di ricerca e definizione della propria identità.
Mi colpisce molto una cosa che scrivi: quando eri innamorato tendevi a mettere te stesso in secondo piano e a investire gran parte delle tue energie nella relazione. Questa osservazione è preziosa perché mostra una notevole capacità di introspezione. Sembra quasi che, in alcuni momenti della tua vita, il legame con l'altro abbia funzionato come una risposta temporanea alle domande su chi fossi e cosa desiderassi. Quando la relazione è terminata, quelle domande sono tornate a farsi sentire con forza.
Un altro aspetto importante riguarda il fatto che tu dica di non sapere esattamente quale lavoro vuoi fare. Molti giovani pensano che per cambiare strada debbano avere già una risposta definitiva. In realtà, spesso il processo è inverso: prima si riconoscono gli interessi autentici, poi si esplorano possibilità diverse e solo gradualmente emerge una direzione. Tu, in realtà, alcune coordinate le possiedi già: la scrittura, la musica, il cinema, le discipline umanistiche, il desiderio di comprendere e raccontare le emozioni.
La tua difficoltà sembra essere che confronti questi interessi con la domanda: "Quale lavoro farò per i prossimi trent'anni?". È una domanda enorme, che rischia di paralizzare chiunque. Forse sarebbe più utile chiederti: "Quale esperienza mi aiuterebbe a conoscermi meglio nei prossimi due o tre anni?".
Dal punto di vista psicologico, inoltre, noto un conflitto tra il bisogno di sicurezza e il bisogno di crescita. I tuoi genitori sembrano privilegiare la stabilità e le opportunità lavorative concrete; tu senti invece il bisogno di esplorare, allargare i tuoi confini, conoscere persone nuove e misurarti con contesti diversi. Nessuna delle due posizioni è sbagliata. Il problema nasce quando una esclude completamente l'altra.
Quando scrivi che la tua vita sembra confinata in pochi chilometri attorno a casa e che questo ti fa rabbrividire, non stai parlando soltanto di geografia. Stai parlando di un bisogno psicologico di movimento, autonomia e scoperta. È un sentimento molto frequente nella tua fase di vita e merita di essere ascoltato, non liquidato come capriccio o immaturità.
Infine, vorrei restituirti un'impressione. Nel tuo racconto compare più volte la paura di "accontentarti". Non mi sembra che tu stia rifiutando il lavoro o l'impegno. Mi sembra piuttosto che tu stia cercando qualcosa che percepisci come significativo per te. La differenza è importante. Chi rifiuta tutto non cerca; chi soffre perché sente che manca qualcosa, spesso è già in cammino verso una maggiore consapevolezza di sé.
Forse, in questo momento, il tuo compito non è trovare immediatamente la tua strada definitiva. Forse il tuo compito è concederti il diritto di esplorare, senza pretendere di avere già tutte le risposte.
Buongiorno,
grazie per la condivisione. Gli anni successivi alle scuole superiori, i vent'anni, sono per loro natura gli anni in cui è chiesto di capire "cosa voler fare della propria vita". Quello che ha descritto e si trova ad affrontare è - a tutti gli effetti - un compito evolutivo. Comprendo pienamente i dubbi e il suo sentirsi alla ricerca del suo posto nel mondo, "diviso" tra le molteplici potenziali possibilità che ha.
Lo spazio di terapia può essere un'occasione per esplorare più profondamente ciò che desidera, le paure che prova, delineando - passo dopo passo - la strada più giusta per lei. Si fa ponendosi domande e cercando dentro di sé le risposte; nessuno al di fuori di lei può dirle cosa è meglio fare. Infatti non c'è una scelta più giusta di un'altra, e i pareri esterni possono rimanere solo pareri.
Un caro saluto,
Dott.ssa Veronica Marchesini - Psicologa
grazie per la condivisione. Gli anni successivi alle scuole superiori, i vent'anni, sono per loro natura gli anni in cui è chiesto di capire "cosa voler fare della propria vita". Quello che ha descritto e si trova ad affrontare è - a tutti gli effetti - un compito evolutivo. Comprendo pienamente i dubbi e il suo sentirsi alla ricerca del suo posto nel mondo, "diviso" tra le molteplici potenziali possibilità che ha.
Lo spazio di terapia può essere un'occasione per esplorare più profondamente ciò che desidera, le paure che prova, delineando - passo dopo passo - la strada più giusta per lei. Si fa ponendosi domande e cercando dentro di sé le risposte; nessuno al di fuori di lei può dirle cosa è meglio fare. Infatti non c'è una scelta più giusta di un'altra, e i pareri esterni possono rimanere solo pareri.
Un caro saluto,
Dott.ssa Veronica Marchesini - Psicologa
Buonasera,
dalle sue parole non mi sembra emergere tanto la difficoltà di scegliere una professione, quanto quella di capire quale direzione desidera dare alla sua vita in questa fase.
A 20 anni è comprensibile non avere ancora una risposta chiara alla domanda "cosa voglio fare da grande". Molte persone costruiscono il proprio percorso proprio attraverso tentativi, ripensamenti e cambi di rotta. Il fatto che oggi senta che il corso e lo stage non la rappresentano non significa necessariamente che abbia sbagliato, ma potrebbe aiutarla a comprendere meglio ciò che cerca e ciò che, invece, sente distante da sé.
Nel suo racconto emergono diversi interessi: la scrittura, la musica, il cinema, le discipline umanistiche e il desiderio di conoscere ambienti e persone nuove. Forse, più che individuare subito una professione definitiva, potrebbe essere utile iniziare a esplorare questi interessi in modo più concreto, raccogliendo informazioni sui percorsi formativi e lavorativi che li riguardano.
Mi sembra inoltre che la fine della relazione abbia rappresentato un'occasione importante di riflessione su di sé. Lei stesso racconta di essersi accorto di una tendenza a mettere in secondo piano i propri bisogni e i propri progetti quando è coinvolto affettivamente. Questa consapevolezza può essere un punto di partenza prezioso per costruire un percorso più aderente ai suoi desideri.
Le domande che si sta ponendo non sono semplici e probabilmente meritano uno spazio di approfondimento. Se sente di essere fermo o di fare fatica a orientarsi, potrebbe valutare un percorso di sostegno psicologico o di orientamento, che possa aiutarla a fare maggiore chiarezza sui suoi obiettivi, sui suoi valori e sulle possibilità che desidera costruire per il suo futuro.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Dati Elena
dalle sue parole non mi sembra emergere tanto la difficoltà di scegliere una professione, quanto quella di capire quale direzione desidera dare alla sua vita in questa fase.
A 20 anni è comprensibile non avere ancora una risposta chiara alla domanda "cosa voglio fare da grande". Molte persone costruiscono il proprio percorso proprio attraverso tentativi, ripensamenti e cambi di rotta. Il fatto che oggi senta che il corso e lo stage non la rappresentano non significa necessariamente che abbia sbagliato, ma potrebbe aiutarla a comprendere meglio ciò che cerca e ciò che, invece, sente distante da sé.
Nel suo racconto emergono diversi interessi: la scrittura, la musica, il cinema, le discipline umanistiche e il desiderio di conoscere ambienti e persone nuove. Forse, più che individuare subito una professione definitiva, potrebbe essere utile iniziare a esplorare questi interessi in modo più concreto, raccogliendo informazioni sui percorsi formativi e lavorativi che li riguardano.
Mi sembra inoltre che la fine della relazione abbia rappresentato un'occasione importante di riflessione su di sé. Lei stesso racconta di essersi accorto di una tendenza a mettere in secondo piano i propri bisogni e i propri progetti quando è coinvolto affettivamente. Questa consapevolezza può essere un punto di partenza prezioso per costruire un percorso più aderente ai suoi desideri.
Le domande che si sta ponendo non sono semplici e probabilmente meritano uno spazio di approfondimento. Se sente di essere fermo o di fare fatica a orientarsi, potrebbe valutare un percorso di sostegno psicologico o di orientamento, che possa aiutarla a fare maggiore chiarezza sui suoi obiettivi, sui suoi valori e sulle possibilità che desidera costruire per il suo futuro.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Dati Elena
Buongiorno, da quello che scrivi non mi arriva affatto l’immagine di un ragazzo “matto” o ingrato, ma di un ragazzo che sta attraversando un passaggio molto importante: quello in cui ci si accorge che una strada può essere sensata, utile, magari anche comoda, ma non per forza propria. A 20 anni non sapere ancora con precisione “che lavoro voglio fare” non significa non avere direzione: significa essere ancora nel pieno della ricerca. Mi colpisce molto quando dici che nelle relazioni tendevi a mettere le tue cose in un cassetto, perché forse ora quel cassetto si sta riaprendo e dentro ci sono desideri, talenti, parti creative e bisogni di autonomia che chiedono spazio. Il punto, secondo me, non è scegliere impulsivamente tra logistica e università, ma non zittire quella parte di te che sente che ha bisogno di movimento, esperienza, musica, scrittura, relazioni nuove, vita. Potresti provare a trasformare questa confusione in un percorso concreto: informarti sui corsi, parlare con studenti o professionisti, visitare open day, valutare costi, tempi, possibilità di lavorare e studiare, e poi costruire un discorso con i tuoi genitori non basato solo su “non voglio questo”, ma su “sto cercando seriamente quest’altra strada”. Non è sbagliato non volersi accontentare. Diventa rischioso solo se il desiderio resta vago e bloccato nella fantasia. Ma se lo ascolti e lo traduci in passi reali, può diventare una bussola. Forse in questo momento non devi già sapere tutta la strada: devi solo smettere di pensare che il disagio sia un capriccio, e iniziare a trattarlo come un segnale importante.
Cordialità
Eleonora Rossini
Cordialità
Eleonora Rossini
Salve,Quello che descrivi è molto vicino a ciò che molte persone vivono tra i 20 e i 25 anni, ma nel tuo racconto ci sono alcuni elementi particolari che meritano attenzione perché sembrano essere al centro della tua sofferenza attuale.
La prima cosa che emerge è che tu non stai vivendo soltanto un dubbio sul lavoro o sull'università. Stai attraversando una fase di costruzione della tua identità adulta.
Fino a poco tempo fa eri contemporaneamente:
il ragazzo di una relazione importante;
lo studente che seguiva un percorso scelto più per rassicurare gli altri che per convinzione personale;
una persona che aveva messo temporaneamente in pausa alcune parti di sé.
La fine della relazione sembra aver avuto un effetto molto forte: non hai perso soltanto una persona significativa, ma anche una struttura che rendeva tollerabile una vita che già allora sentivi poco tua.
Hai usato un'immagine molto interessante:
"mettevo le mie cose in un cassetto"
Dal punto di vista psicologico questa frase racconta molto di te.
Alcune persone, soprattutto molto sensibili e orientate ai legami affettivi, tendono a costruire la propria stabilità emotiva principalmente attraverso la relazione con l'altro. Quando la relazione funziona, molte domande personali sembrano meno urgenti; quando finisce, quelle domande ritornano tutte insieme e spesso con una forza enorme.
Il fatto che tu abbia riconosciuto questo meccanismo a vent'anni è già un passaggio importante di consapevolezza.
Un secondo aspetto riguarda la tua idea di "accontentarti".
Mi chiedi:
"È sbagliato non volersi accontentare?"
La risposta psicologica sarebbe: dipende da cosa intendi per accontentarsi.
Esiste una differenza enorme tra:
accettare temporaneamente un lavoro che non rappresenta il proprio progetto finale;
rinunciare definitivamente a parti importanti di sé.
La prima è una strategia adulta.
La seconda spesso, nel lungo periodo, produce frustrazione, senso di vuoto e la sensazione di vivere la vita di qualcun altro.
Da quello che racconti, non mi sembra che tu stia rifiutando il lavoro per pigrizia o per idealismo ingenuo.
Mi sembra piuttosto che tu stia dicendo:
"Posso fare questo lavoro, ma non riesco a immaginare che sia tutta la mia vita."
Sono due cose molto diverse.
C'è poi una domanda che sembra perseguitarti:
"Che lavoro vuoi fare?"
Questa domanda a vent'anni spesso è quasi impossibile.
Molti ragazzi credono che gli altri abbiano una vocazione chiara e definitiva mentre loro no.
Nella realtà moltissime persone scoprono la propria strada per approssimazioni successive:
scoprono prima cosa non vogliono;
poi cosa li incuriosisce;
poi cosa li fa sentire vivi;
infine costruiscono un lavoro attorno a questo.
Tu in realtà possiedi già parecchie informazioni su di te.
Sai che ami:
la scrittura;
la musica;
il cinema;
le materie umanistiche;
raccontare emozioni;
l'espressione artistica.
Sai anche che non ti immagini per decenni in un lavoro puramente amministrativo e ripetitivo.
Queste non sono poche informazioni.
Sono già l'inizio di una direzione.
Vorrei soffermarmi anche su un dettaglio che hai quasi lasciato cadere tra le righe:
"Le professoresse di lettere hanno sempre visto qualcosa in me."
Spesso gli insegnanti, soprattutto quelli esperti, riescono a cogliere predisposizioni che i ragazzi ancora non vedono chiaramente.
Forse vedevano:
sensibilità emotiva;
capacità narrativa;
immaginazione;
capacità di cogliere sfumature;
abilità espressiva.
Non significa automaticamente che tu debba iscriverti a Lettere.
Significa però che esistono segnali che ritornano nella tua storia e che meritano di essere ascoltati.
C'è poi il tema dello spazio.
Tu non stai parlando soltanto di chilometri.
Quando dici:
"Vivo da un anno e mezzo dentro un raggio di due chilometri"
non stai descrivendo una distanza geografica.
Stai descrivendo una sensazione psicologica di immobilità.
L'università in un'altra città, nel tuo racconto, rappresenta molto più di un percorso di studi:
autonomia;
sperimentazione;
nuove relazioni;
possibilità di ridefinirti;
uscita dall'identità che hai sempre avuto.
Per una persona introversa e timida questo desiderio è particolarmente interessante perché spesso gli introversi non desiderano necessariamente "più persone", ma desiderano contesti nuovi in cui poter essere versioni diverse di sé stessi.
Per quanto riguarda i tuoi genitori, provo a offrirti una lettura diversa.
È possibile che tua madre non stia pensando:
"Devi fare questa vita."
Forse sta pensando:
"Vorrei che mio figlio avesse sicurezza economica e non soffrisse."
Molti genitori parlano la lingua della sicurezza quando in realtà stanno esprimendo preoccupazione e protezione.
Il problema nasce quando un figlio parla il linguaggio della realizzazione personale e un genitore quello della sicurezza.
Entrambi parlano di amore, ma sembrano discutere di cose completamente diverse.
Se fossi nel mio studio e tu mi chiedessi:
"Come faccio a capire quale sia la mia strada?"
probabilmente ti risponderei con un'altra domanda:
In quali momenti degli ultimi anni ti sei sentito più vivo?
Non più felice.
Più vivo.
Suonando con il gruppo?
Scrivendo?
Ascoltando musica?
Parlando per ore di cinema?
Immaginando una vita universitaria?
Creando qualcosa?
La sensazione di vitalità spesso è una bussola più affidabile delle idee astratte sul lavoro.
Dal punto di vista pratico, settembre potrebbe diventare un momento importante.
Potresti concederti il diritto di esplorare seriamente:
i corsi di laurea che ti attirano;
le possibilità economiche e le borse di studio;
percorsi come discipline dello spettacolo, lettere, DAMS, comunicazione;
percorsi tecnici collegati alla musica come il tecnico del suono.
Non sei obbligato a scegliere oggi il lavoro dei prossimi quarant'anni.
Ti viene chiesto soltanto di scegliere il prossimo passo ragionevole.
Infine voglio dirti una cosa che emerge molto chiaramente dal tuo modo di scrivere.
Tu dici di essere fragile.
Io, leggendo il tuo racconto, vedo soprattutto una persona molto riflessiva, molto sensibile e con una forte vita interiore.
Queste caratteristiche possono rendere alcuni periodi della vita più difficili da attraversare, soprattutto in un mondo che premia decisioni rapide e certezze immediate.
Ma sono anche le stesse caratteristiche che spesso permettono alle persone di costruire esistenze molto autentiche e molto ricche di significato.
Forse il tuo compito in questo momento non è trovare immediatamente la strada definitiva.
Forse il compito è iniziare a fidarti del fatto che il ragazzo che ha scritto queste righe possiede già molte più indicazioni sulla propria direzione di quante lui stesso riesca a vedere oggi.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
La prima cosa che emerge è che tu non stai vivendo soltanto un dubbio sul lavoro o sull'università. Stai attraversando una fase di costruzione della tua identità adulta.
Fino a poco tempo fa eri contemporaneamente:
il ragazzo di una relazione importante;
lo studente che seguiva un percorso scelto più per rassicurare gli altri che per convinzione personale;
una persona che aveva messo temporaneamente in pausa alcune parti di sé.
La fine della relazione sembra aver avuto un effetto molto forte: non hai perso soltanto una persona significativa, ma anche una struttura che rendeva tollerabile una vita che già allora sentivi poco tua.
Hai usato un'immagine molto interessante:
"mettevo le mie cose in un cassetto"
Dal punto di vista psicologico questa frase racconta molto di te.
Alcune persone, soprattutto molto sensibili e orientate ai legami affettivi, tendono a costruire la propria stabilità emotiva principalmente attraverso la relazione con l'altro. Quando la relazione funziona, molte domande personali sembrano meno urgenti; quando finisce, quelle domande ritornano tutte insieme e spesso con una forza enorme.
Il fatto che tu abbia riconosciuto questo meccanismo a vent'anni è già un passaggio importante di consapevolezza.
Un secondo aspetto riguarda la tua idea di "accontentarti".
Mi chiedi:
"È sbagliato non volersi accontentare?"
La risposta psicologica sarebbe: dipende da cosa intendi per accontentarsi.
Esiste una differenza enorme tra:
accettare temporaneamente un lavoro che non rappresenta il proprio progetto finale;
rinunciare definitivamente a parti importanti di sé.
La prima è una strategia adulta.
La seconda spesso, nel lungo periodo, produce frustrazione, senso di vuoto e la sensazione di vivere la vita di qualcun altro.
Da quello che racconti, non mi sembra che tu stia rifiutando il lavoro per pigrizia o per idealismo ingenuo.
Mi sembra piuttosto che tu stia dicendo:
"Posso fare questo lavoro, ma non riesco a immaginare che sia tutta la mia vita."
Sono due cose molto diverse.
C'è poi una domanda che sembra perseguitarti:
"Che lavoro vuoi fare?"
Questa domanda a vent'anni spesso è quasi impossibile.
Molti ragazzi credono che gli altri abbiano una vocazione chiara e definitiva mentre loro no.
Nella realtà moltissime persone scoprono la propria strada per approssimazioni successive:
scoprono prima cosa non vogliono;
poi cosa li incuriosisce;
poi cosa li fa sentire vivi;
infine costruiscono un lavoro attorno a questo.
Tu in realtà possiedi già parecchie informazioni su di te.
Sai che ami:
la scrittura;
la musica;
il cinema;
le materie umanistiche;
raccontare emozioni;
l'espressione artistica.
Sai anche che non ti immagini per decenni in un lavoro puramente amministrativo e ripetitivo.
Queste non sono poche informazioni.
Sono già l'inizio di una direzione.
Vorrei soffermarmi anche su un dettaglio che hai quasi lasciato cadere tra le righe:
"Le professoresse di lettere hanno sempre visto qualcosa in me."
Spesso gli insegnanti, soprattutto quelli esperti, riescono a cogliere predisposizioni che i ragazzi ancora non vedono chiaramente.
Forse vedevano:
sensibilità emotiva;
capacità narrativa;
immaginazione;
capacità di cogliere sfumature;
abilità espressiva.
Non significa automaticamente che tu debba iscriverti a Lettere.
Significa però che esistono segnali che ritornano nella tua storia e che meritano di essere ascoltati.
C'è poi il tema dello spazio.
Tu non stai parlando soltanto di chilometri.
Quando dici:
"Vivo da un anno e mezzo dentro un raggio di due chilometri"
non stai descrivendo una distanza geografica.
Stai descrivendo una sensazione psicologica di immobilità.
L'università in un'altra città, nel tuo racconto, rappresenta molto più di un percorso di studi:
autonomia;
sperimentazione;
nuove relazioni;
possibilità di ridefinirti;
uscita dall'identità che hai sempre avuto.
Per una persona introversa e timida questo desiderio è particolarmente interessante perché spesso gli introversi non desiderano necessariamente "più persone", ma desiderano contesti nuovi in cui poter essere versioni diverse di sé stessi.
Per quanto riguarda i tuoi genitori, provo a offrirti una lettura diversa.
È possibile che tua madre non stia pensando:
"Devi fare questa vita."
Forse sta pensando:
"Vorrei che mio figlio avesse sicurezza economica e non soffrisse."
Molti genitori parlano la lingua della sicurezza quando in realtà stanno esprimendo preoccupazione e protezione.
Il problema nasce quando un figlio parla il linguaggio della realizzazione personale e un genitore quello della sicurezza.
Entrambi parlano di amore, ma sembrano discutere di cose completamente diverse.
Se fossi nel mio studio e tu mi chiedessi:
"Come faccio a capire quale sia la mia strada?"
probabilmente ti risponderei con un'altra domanda:
In quali momenti degli ultimi anni ti sei sentito più vivo?
Non più felice.
Più vivo.
Suonando con il gruppo?
Scrivendo?
Ascoltando musica?
Parlando per ore di cinema?
Immaginando una vita universitaria?
Creando qualcosa?
La sensazione di vitalità spesso è una bussola più affidabile delle idee astratte sul lavoro.
Dal punto di vista pratico, settembre potrebbe diventare un momento importante.
Potresti concederti il diritto di esplorare seriamente:
i corsi di laurea che ti attirano;
le possibilità economiche e le borse di studio;
percorsi come discipline dello spettacolo, lettere, DAMS, comunicazione;
percorsi tecnici collegati alla musica come il tecnico del suono.
Non sei obbligato a scegliere oggi il lavoro dei prossimi quarant'anni.
Ti viene chiesto soltanto di scegliere il prossimo passo ragionevole.
Infine voglio dirti una cosa che emerge molto chiaramente dal tuo modo di scrivere.
Tu dici di essere fragile.
Io, leggendo il tuo racconto, vedo soprattutto una persona molto riflessiva, molto sensibile e con una forte vita interiore.
Queste caratteristiche possono rendere alcuni periodi della vita più difficili da attraversare, soprattutto in un mondo che premia decisioni rapide e certezze immediate.
Ma sono anche le stesse caratteristiche che spesso permettono alle persone di costruire esistenze molto autentiche e molto ricche di significato.
Forse il tuo compito in questo momento non è trovare immediatamente la strada definitiva.
Forse il compito è iniziare a fidarti del fatto che il ragazzo che ha scritto queste righe possiede già molte più indicazioni sulla propria direzione di quante lui stesso riesca a vedere oggi.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Carissimo,
dalle tue parole emerge una grande capacità di introspezione. Non tutti a vent'anni riescono a osservare con tanta lucidità ciò che stanno vivendo, a interrogarsi sui propri bisogni e a riconoscere i propri conflitti interiori. Leggendo la tua storia, non ho avuto l'impressione di trovarmi davanti a una persona "ferma", come spesso ti definisci. Al contrario, mi sembra che nell'ultimo anno tu abbia fatto un intenso lavoro di riflessione su di te. La fine della relazione, per quanto dolorosa, sembra averti portato a guardare aspetti della tua vita che forse erano rimasti sullo sfondo: i tuoi interessi, i tuoi desideri, il bisogno di costruire un'identità personale che non dipenda esclusivamente da una relazione affettiva. Mi ha colpito molto quando racconti di avere la tendenza a mettere "le tue cose in un cassetto" quando sei innamorato. È una consapevolezza importante, perché spesso i cambiamenti iniziano proprio dal riconoscere alcuni schemi che tendiamo a ripetere. Il fatto che tu sia riuscito a identificarlo è già un passo significativo verso una maggiore autonomia emotiva. Per quanto riguarda il lavoro e l'università, credo sia importante distinguere due domande diverse che nel tuo racconto sembrano intrecciarsi.
La prima è: "Qual è la mia strada?"
La seconda è: "Come faccio a scegliere se non ho ancora la certezza di quale sia la mia strada?" Molti giovani adulti pensano che per prendere una decisione importante sia necessario avere prima una risposta chiara e definitiva alla prima domanda. In realtà spesso accade il contrario: la strada si chiarisce mentre la si percorre. Non sapere oggi quale lavoro vorrai fare tra trent'anni non significa essere confuso o immaturo. Significa semplicemente essere in una fase della vita in cui stai ancora esplorando chi sei, cosa ti interessa e quali valori vuoi mettere al centro delle tue scelte. Da ciò che scrivi mergono alcuni elementi piuttosto coerenti: l'interesse per la scrittura, la letteratura, la musica, il cinema, il desiderio di esprimere emozioni e significati. Non si tratta ancora di un progetto professionale definito, ma non sono neppure interessi casuali. Sembrano fili che ritornano più volte nella tua storia e che meritano di essere ascoltati. Mi sembra inoltre che la tua sofferenza non riguardi soltanto il lavoro che stai facendo. Ho l'impressione che una parte importante del disagio sia legata alla sensazione di non stare scegliendo la tua vita, ma di stare seguendo una direzione che altri ritengono giusta per te. È una differenza sottile ma fondamentale. Questo non significa che i tuoi genitori abbiano torto. È comprensibile che siano preoccupati per il tuo futuro e che valorizzino un percorso che offre opportunità lavorative concrete. Tuttavia il fatto che loro vedano una strada come sicura non implica necessariamente che sia quella più adatta a te. Mi ha colpito anche il passaggio in cui dici che speri quasi di non essere confermato alla fine dello stage, così da non dover affrontare il conflitto di dire che non vuoi continuare. Ti invito a riflettere su questo punto: talvolta attendiamo che siano gli eventi a decidere per noi ciò che in realtà avremmo bisogno di scegliere in prima persona. Forse, più che chiederti quale sarà la tua professione definitiva, potrebbe esserti utile domandarti: "Quale esperienza mi permetterebbe oggi di conoscermi meglio e di crescere nella direzione che sento più mia?". Sono due domande molto diverse. Infine, vorrei dirti che non c'è nulla di sbagliato nel non volersi accontentare. Diventa problematico solo quando l'ideale di una vita perfetta impedisce di fare qualsiasi passo concreto. Ma nel tuo caso non leggo una ricerca irrealistica della perfezione: leggo il desiderio legittimo di dare spazio a parti di te che senti vive e importanti.
A vent'anni è normale non avere tutte le risposte. Quello che conta è continuare a esplorare le domande giuste.
Ti auguro di concederti la possibilità di ascoltare ciò che senti, senza liquidarlo come un capriccio o un errore. Le emozioni non decidono al posto nostro, ma spesso ci indicano aspetti di noi che meritano attenzione.
Un caro saluto.
Dott. ssa Ilaria Redivo
dalle tue parole emerge una grande capacità di introspezione. Non tutti a vent'anni riescono a osservare con tanta lucidità ciò che stanno vivendo, a interrogarsi sui propri bisogni e a riconoscere i propri conflitti interiori. Leggendo la tua storia, non ho avuto l'impressione di trovarmi davanti a una persona "ferma", come spesso ti definisci. Al contrario, mi sembra che nell'ultimo anno tu abbia fatto un intenso lavoro di riflessione su di te. La fine della relazione, per quanto dolorosa, sembra averti portato a guardare aspetti della tua vita che forse erano rimasti sullo sfondo: i tuoi interessi, i tuoi desideri, il bisogno di costruire un'identità personale che non dipenda esclusivamente da una relazione affettiva. Mi ha colpito molto quando racconti di avere la tendenza a mettere "le tue cose in un cassetto" quando sei innamorato. È una consapevolezza importante, perché spesso i cambiamenti iniziano proprio dal riconoscere alcuni schemi che tendiamo a ripetere. Il fatto che tu sia riuscito a identificarlo è già un passo significativo verso una maggiore autonomia emotiva. Per quanto riguarda il lavoro e l'università, credo sia importante distinguere due domande diverse che nel tuo racconto sembrano intrecciarsi.
La prima è: "Qual è la mia strada?"
La seconda è: "Come faccio a scegliere se non ho ancora la certezza di quale sia la mia strada?" Molti giovani adulti pensano che per prendere una decisione importante sia necessario avere prima una risposta chiara e definitiva alla prima domanda. In realtà spesso accade il contrario: la strada si chiarisce mentre la si percorre. Non sapere oggi quale lavoro vorrai fare tra trent'anni non significa essere confuso o immaturo. Significa semplicemente essere in una fase della vita in cui stai ancora esplorando chi sei, cosa ti interessa e quali valori vuoi mettere al centro delle tue scelte. Da ciò che scrivi mergono alcuni elementi piuttosto coerenti: l'interesse per la scrittura, la letteratura, la musica, il cinema, il desiderio di esprimere emozioni e significati. Non si tratta ancora di un progetto professionale definito, ma non sono neppure interessi casuali. Sembrano fili che ritornano più volte nella tua storia e che meritano di essere ascoltati. Mi sembra inoltre che la tua sofferenza non riguardi soltanto il lavoro che stai facendo. Ho l'impressione che una parte importante del disagio sia legata alla sensazione di non stare scegliendo la tua vita, ma di stare seguendo una direzione che altri ritengono giusta per te. È una differenza sottile ma fondamentale. Questo non significa che i tuoi genitori abbiano torto. È comprensibile che siano preoccupati per il tuo futuro e che valorizzino un percorso che offre opportunità lavorative concrete. Tuttavia il fatto che loro vedano una strada come sicura non implica necessariamente che sia quella più adatta a te. Mi ha colpito anche il passaggio in cui dici che speri quasi di non essere confermato alla fine dello stage, così da non dover affrontare il conflitto di dire che non vuoi continuare. Ti invito a riflettere su questo punto: talvolta attendiamo che siano gli eventi a decidere per noi ciò che in realtà avremmo bisogno di scegliere in prima persona. Forse, più che chiederti quale sarà la tua professione definitiva, potrebbe esserti utile domandarti: "Quale esperienza mi permetterebbe oggi di conoscermi meglio e di crescere nella direzione che sento più mia?". Sono due domande molto diverse. Infine, vorrei dirti che non c'è nulla di sbagliato nel non volersi accontentare. Diventa problematico solo quando l'ideale di una vita perfetta impedisce di fare qualsiasi passo concreto. Ma nel tuo caso non leggo una ricerca irrealistica della perfezione: leggo il desiderio legittimo di dare spazio a parti di te che senti vive e importanti.
A vent'anni è normale non avere tutte le risposte. Quello che conta è continuare a esplorare le domande giuste.
Ti auguro di concederti la possibilità di ascoltare ciò che senti, senza liquidarlo come un capriccio o un errore. Le emozioni non decidono al posto nostro, ma spesso ci indicano aspetti di noi che meritano attenzione.
Un caro saluto.
Dott. ssa Ilaria Redivo
Buongiorno, ciò che senti è assolutamente legittimo alla tua età: la voglia di scoprire e scoprirsi, di non avere già tutta la vita organizzata. Quello che forse temono i suoi genitori è il perdere tempo, proseguire gli studi senza avere un obiettivo preciso. L'università è un'esperienza intensa, sia da un punto di vista formativo, sia relazionale e sociale. Proverei a trovare un compromesso con i suoi genitori: terminare lo stage e prendersi questi mesi rimanenti per orientarsi, informarsi e capire quale disciplina o indirizzo pensa possa fare al caso suo per poi iscriversi nell'autunno. Non pare una persona che si accontenta, provi a lasciarsi guidare da ciò che sente più affine a lei.
Buonasera, dal suo racconto emerge una cosa importante: non mi sembra che lei abbia paura di lavorare, ma di rinunciare a ciò che sente davvero suo. Sono due cose molto diverse.
Mi ha colpito quando dice che, nelle relazioni, tende a "mettere le sue cose in un cassetto". Forse oggi quel cassetto si è riaperto e le sta riproponendo una domanda che era rimasta in sospeso: cosa desidera davvero per sé?
A vent'anni è normale non avere ancora una risposta definitiva. Il fatto che senta interesse per la scrittura, la musica e le materie umanistiche non va ignorato solo perché oggi sta facendo uno stage.
Porti a termine questo percorso, ma continui a informarsi e a riflettere sulle alternative. Una scelta è più solida quando nasce dal proprio desiderio, non soltanto dalla ricerca di sicurezza o dalle aspettative degli altri.
Le auguro di non smettere di ascoltare questa domanda: spesso è proprio da lì che inizia il proprio percorso.
Mi ha colpito quando dice che, nelle relazioni, tende a "mettere le sue cose in un cassetto". Forse oggi quel cassetto si è riaperto e le sta riproponendo una domanda che era rimasta in sospeso: cosa desidera davvero per sé?
A vent'anni è normale non avere ancora una risposta definitiva. Il fatto che senta interesse per la scrittura, la musica e le materie umanistiche non va ignorato solo perché oggi sta facendo uno stage.
Porti a termine questo percorso, ma continui a informarsi e a riflettere sulle alternative. Una scelta è più solida quando nasce dal proprio desiderio, non soltanto dalla ricerca di sicurezza o dalle aspettative degli altri.
Le auguro di non smettere di ascoltare questa domanda: spesso è proprio da lì che inizia il proprio percorso.
Buongiorno! Intanto la ringrazio per essersi preso il tempo di raccontare con tanta sincerità quello che sta vivendo. Dal suo messaggio emerge molta capacità di riflessione e il desiderio di capire davvero cosa sia importante per lei, senza accontentarsi di una risposta superficiale. Mi ha colpito una cosa del suo racconto. Da una parte dice di non sapere quale sia la sua strada, dall'altra descrive con molta chiarezza ciò che sente vivo dentro di lei: la scrittura, la musica, il cinema, le materie umanistiche, il desiderio di conoscere persone nuove e mettersi alla prova.
Mi chiedo allora se la difficoltà sia davvero non sapere cosa le interessa, oppure sentire di dover individuare subito "la strada giusta", come se esistesse una sola scelta possibile.
Se mettesse per un momento da parte le aspettative dei suoi genitori e la paura di sbagliare, quale sarebbe il primo piccolo passo che sentirebbe di voler fare?
Un caro saluto.
Mi chiedo allora se la difficoltà sia davvero non sapere cosa le interessa, oppure sentire di dover individuare subito "la strada giusta", come se esistesse una sola scelta possibile.
Se mettesse per un momento da parte le aspettative dei suoi genitori e la paura di sbagliare, quale sarebbe il primo piccolo passo che sentirebbe di voler fare?
Un caro saluto.
Salve, da ciò che racconta emerge un ragazzo molto sensibile, riflessivo e con un forte mondo interiore, che sta vivendo un conflitto molto comune ma anche molto profondo: il bisogno di sicurezza e riconoscimento da una parte, e il desiderio di sentirsi vivo, autentico e in movimento dall’altra.
Non mi sembra che lei sia “pigro” o incapace di scegliere. Mi sembra piuttosto che faccia fatica ad accettare una strada che sente troppo distante da ciò che la emoziona davvero. E questo non riguarda solo il tipo di lavoro, ma anche il tipo di vita che desidera costruire. Lei parla spesso di musica, scrittura, cinema, emozioni, relazioni, esperienze umane: sono temi che sembrano appartenerle profondamente.
Il fatto di non sapere ancora rispondere alla domanda “che lavoro vuoi fare?” non significa che non abbia una direzione. A vent’anni molte persone non hanno ancora una forma chiara del proprio futuro, ma sentono cosa le spegne e cosa invece le fa sentire presenti. Lei sembra avere già questa consapevolezza.
Mi colpisce anche quando dice che nelle relazioni tende a mettere sé stesso “in un cassetto”. Forse oggi questa sensazione di immobilità nasce anche dal fatto che sta iniziando davvero a guardarsi, senza più appoggiarsi completamente a qualcun altro o alle aspettative familiari. È un passaggio faticoso, ma molto importante.
Non credo sia sbagliato non volersi accontentare. Credo però che sia importante distinguere tra il desiderio di trovare subito “la strada perfetta” e il concedersi il diritto di esplorare, provare, cambiare idea e costruirsi gradualmente. Anche il percorso che oggi sente distante potrebbe averle insegnato qualcosa su di sé e su ciò che non vuole.
Forse il punto non è avere già tutte le risposte, ma iniziare a prendere sul serio ciò che sente.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Non mi sembra che lei sia “pigro” o incapace di scegliere. Mi sembra piuttosto che faccia fatica ad accettare una strada che sente troppo distante da ciò che la emoziona davvero. E questo non riguarda solo il tipo di lavoro, ma anche il tipo di vita che desidera costruire. Lei parla spesso di musica, scrittura, cinema, emozioni, relazioni, esperienze umane: sono temi che sembrano appartenerle profondamente.
Il fatto di non sapere ancora rispondere alla domanda “che lavoro vuoi fare?” non significa che non abbia una direzione. A vent’anni molte persone non hanno ancora una forma chiara del proprio futuro, ma sentono cosa le spegne e cosa invece le fa sentire presenti. Lei sembra avere già questa consapevolezza.
Mi colpisce anche quando dice che nelle relazioni tende a mettere sé stesso “in un cassetto”. Forse oggi questa sensazione di immobilità nasce anche dal fatto che sta iniziando davvero a guardarsi, senza più appoggiarsi completamente a qualcun altro o alle aspettative familiari. È un passaggio faticoso, ma molto importante.
Non credo sia sbagliato non volersi accontentare. Credo però che sia importante distinguere tra il desiderio di trovare subito “la strada perfetta” e il concedersi il diritto di esplorare, provare, cambiare idea e costruirsi gradualmente. Anche il percorso che oggi sente distante potrebbe averle insegnato qualcosa su di sé e su ciò che non vuole.
Forse il punto non è avere già tutte le risposte, ma iniziare a prendere sul serio ciò che sente.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
I quesiti che lei pone andrebbero indagati e approfonditi. Mi contatti che ne parliamo. La lascio con una domanda: se per miracolo tutte le sue indecisioni sparissero cosa farebbe di diverso rispetto ad oggi? Dott. Agostino Marotti - psicologo e coach di formazione breve strategica (Perugia)
Dott.ssa Geralda Vitale
Psicologo, Psicologo clinico, Professional counselor
Oggiona con Santo Stefano
Salve mi sembra di capire che ha ricevuto delle risposte ma mai fatto un percorso di consapevolezza.
Nel suo caso bisognerebbe capire perché fa un percorso ma ne desidera un'altro che non sa neanche lei cosa....
Le consiglio un buon ipnologo che lo faccia interiorizzare bene per capire quale sia il suo vero talento; Cosa vuole fare la sua anima; La sua evoluzione personale dove si riconosce?
Tutte domande che con il suo terapeuta deve snocciolare per evolver veramente, o resterà intrappolato nella sua gabbia.
Nel suo caso bisognerebbe capire perché fa un percorso ma ne desidera un'altro che non sa neanche lei cosa....
Le consiglio un buon ipnologo che lo faccia interiorizzare bene per capire quale sia il suo vero talento; Cosa vuole fare la sua anima; La sua evoluzione personale dove si riconosce?
Tutte domande che con il suo terapeuta deve snocciolare per evolver veramente, o resterà intrappolato nella sua gabbia.
Domande correlate
- Buonasera Avrei bisogno di un aiuto Sto avendo un rapporto amichevole con una ragazza, della quale sto iniziando ad avere un interesse e con xui c'è molto contatto fisico, ridiamo e scherziamo molto. Si lascia anche baciare sul collo ammettendo che i miei baci le piacciono anche se dopo poco…
- Buongiorno, mio marito, 66 anni, da agosto 2016 è seguito presso ambulatorio urologia per carcinoma vescicale Pta1, altamente recidivante. A seguito di innumerevoli turv, fino a luglio 2021 , quindi in tutto 8-9 per millimetriche recidive, 2-3 millimetri , con istologico sempre uguale, ha eseguito…
- Buonasera, mio marito di anni 45 ,diabetico tipo uno da più di vent'anni, da tre anni ha scoperto di avere 2/3 calcoli di massimo 5mm nella coliciste con bile denso. Il chirurgo vuole operarlo anche se è asintomatico. Di recente ha scoperto di avere una gastrite cronica. Mi chiedo perché operarlo…
- Salve dottori di tanto in tanto mi capita di farmi vari loop mentali anche se la cosa non mi impedisce di svolgere le mie attività quotidiane e comunque non mi toccano la mia serenità quindi dovrei farmi questi loop ? Anche se non mi piacciono più di tanto grazie per una vostra risposta
- Fatto tac responso calcolo renale sinistro di 14 mm diametro cosa fare
- Gentili Dott.sse e Dott.ri Mi chiamo Federica ed ho ventiquattro anni. Sebbene il mio quesito porterà apparirvi insolito, sarei entusiasta di ricevere un vostro parere autorevole : la vostra esperienza è fondamentale per me per inquadrare correttamente il boom dei programmi di cronaca nera…
- Io prendo eutirox alla mattina verso le 6. Al sabato sera mi piace bere a casa o a cena un po' di alcol. Non sono una persona dipendente da alcol. Quindi se si beve qualcosa alla sera non ci sono problemi? Grazie.
- Salve, ho questo problema da due anni circa... Ho riscontrato un forte blocco nella zona lombare nel novembre 2024 allenandomi in palestra sulla leg press a 45 gradi. Nella fase di discesa ho sentito un blocco muscolare nella zona lombare fortissimo. Da lì mi viene questo blocco nella zona lombare…
- Buongiorno, questa mattina ho fatto una frenulotomia in ospedale. Arrivato a casa ho guardato il risultato ed ho notato che il frenulo è stato correttamente tolto nella sua completezza tra la corona e il collo del glande, lasciando un segno a "Y" ma risulta invece semplicemente tagliato all'attaccatura…
- Buongiorno Dottore, scrivo perché ho notato delle perdite insolite durante l’ovulazione. Ho avuto muco cervicale filante tipo albume, ma associato a perdite di sangue: inizialmente leggere striature rosate/marroncine, poi oggi un episodio più abbondante con sangue rosso vivo mescolato al…
Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda
Il tuo caso è simile? Questi specialisti possono aiutarti:
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.