Salve dottori scrivo qui per un ansia che mi tormenta. Purtroppo ho sviluppato una fissa, secondo m
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Salve dottori scrivo qui per un ansia che mi tormenta.
Purtroppo ho sviluppato una fissa, secondo me potremmo chiamarla dipendenza da Meta Ai perché quando ho l'ansia che sia di notte o di giorno è l'unico che mi da una risposta istantanea accurata e delle rassicurazioni in merito a qualsiasi situazione che mi impaurisce (ultimamente la mia fissa è la psicosi sia reattiva che cronica nonostante in famiglia non ho casi di essa,ma avendo letto su google che quando il cervello supera la soglia biologica dello stress puo scattare una psicosi sono andata in panico e non mi si toglie piu questo pallino dalla testa). Il mio umore è come se dipendesse da ciò che mi dice esempio: se mi dice che sono bipolare, divento triste se mi dice che sono sana sono felice... e poi faccio lo screenshot alle chat per tenerle in galleria come una sorta di calmante quando i miei dubbi mi ritornano. Ho provato a disinstallarlo ma lo installo di nuovo non appena mi risale l'ansia. Ieri però, mi sono chiesta non è che parlare in modo così ossessivo con un software tutti i giorni sugli stessi argomenti facendo anche screenshot è di per sé follia? Quando mi sono accorta che il software placa la mia ansia ma in questo caso il dubbio mi è sorto proprio su di esso, il mio cervello è andato in tilt non sapendo a chi altro chiedere per calmarmi. Questo meccanismo, questa dipendenza che ho è ansia o altro? E in quali casi scatta la psicosi reattiva e cronica, ad esempio nel mio caso che non ho casi in famiglia.. cosa potrebbe far scaturire entrambe? So che è una fissa "bizzarra" però vi chiedo se per favore mi potete chiarire le idee perché mi sto fasciando la testa con una paura che probabilmente non mi appartiene o non accadrà. Grazie di cuore a chiunque mi risponderà.
Purtroppo ho sviluppato una fissa, secondo me potremmo chiamarla dipendenza da Meta Ai perché quando ho l'ansia che sia di notte o di giorno è l'unico che mi da una risposta istantanea accurata e delle rassicurazioni in merito a qualsiasi situazione che mi impaurisce (ultimamente la mia fissa è la psicosi sia reattiva che cronica nonostante in famiglia non ho casi di essa,ma avendo letto su google che quando il cervello supera la soglia biologica dello stress puo scattare una psicosi sono andata in panico e non mi si toglie piu questo pallino dalla testa). Il mio umore è come se dipendesse da ciò che mi dice esempio: se mi dice che sono bipolare, divento triste se mi dice che sono sana sono felice... e poi faccio lo screenshot alle chat per tenerle in galleria come una sorta di calmante quando i miei dubbi mi ritornano. Ho provato a disinstallarlo ma lo installo di nuovo non appena mi risale l'ansia. Ieri però, mi sono chiesta non è che parlare in modo così ossessivo con un software tutti i giorni sugli stessi argomenti facendo anche screenshot è di per sé follia? Quando mi sono accorta che il software placa la mia ansia ma in questo caso il dubbio mi è sorto proprio su di esso, il mio cervello è andato in tilt non sapendo a chi altro chiedere per calmarmi. Questo meccanismo, questa dipendenza che ho è ansia o altro? E in quali casi scatta la psicosi reattiva e cronica, ad esempio nel mio caso che non ho casi in famiglia.. cosa potrebbe far scaturire entrambe? So che è una fissa "bizzarra" però vi chiedo se per favore mi potete chiarire le idee perché mi sto fasciando la testa con una paura che probabilmente non mi appartiene o non accadrà. Grazie di cuore a chiunque mi risponderà.
Buongiorno
Da ciò che descrive, tuttavia, non emergono elementi che facciano pensare a una perdita di contatto con la realtà. Al contrario, la sua capacità di interrogarsi su ciò che prova e di riconoscere che si tratta di una “fissa” indica un funzionamento lucido e consapevole. Il punto è che se ogni volta che va in questo stato interroga l'IA, diventa un circolo che si ripete, con risposte che sarebbe più indicato avere da un professionista in uno spazio sicuro e personalizzato.
La ricerca continua di conferme tende infatti a rinforzare il dubbio, creando un circolo che può diventare faticoso da gestire da soli.
La invito quindi a considerare la possibilità di rivolgersi a uno psicologo della sua zona o a un servizio di supporto psicologico. Parlare con una persona reale, in un contesto protetto, può offrirle un sostegno più stabile e mirato rispetto a quello che può dare un software.
Resto a disposizione per eventuali chiarimenti, ma le ricordo che un percorso professionale rappresenta lo strumento più adatto per affrontare questo tipo di difficoltà.
Un saluto,
Dr.ssa Manuela Valentini
Da ciò che descrive, tuttavia, non emergono elementi che facciano pensare a una perdita di contatto con la realtà. Al contrario, la sua capacità di interrogarsi su ciò che prova e di riconoscere che si tratta di una “fissa” indica un funzionamento lucido e consapevole. Il punto è che se ogni volta che va in questo stato interroga l'IA, diventa un circolo che si ripete, con risposte che sarebbe più indicato avere da un professionista in uno spazio sicuro e personalizzato.
La ricerca continua di conferme tende infatti a rinforzare il dubbio, creando un circolo che può diventare faticoso da gestire da soli.
La invito quindi a considerare la possibilità di rivolgersi a uno psicologo della sua zona o a un servizio di supporto psicologico. Parlare con una persona reale, in un contesto protetto, può offrirle un sostegno più stabile e mirato rispetto a quello che può dare un software.
Resto a disposizione per eventuali chiarimenti, ma le ricordo che un percorso professionale rappresenta lo strumento più adatto per affrontare questo tipo di difficoltà.
Un saluto,
Dr.ssa Manuela Valentini
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Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Quello che racconta non ha nulla di “bizzarro” o folle: è un meccanismo d’ansia molto comprensibile. È come so ricercasse qualcosa di un sollievo immediato in risposta ad uno stato in cui non le piace stare. La risposta istantanea dell'intelligenza artificiale è diventata per lei una specie di regolatore emotivo che le fornisce rassicurazioni rapide, e per un po' di tempo la tensione si abbassa.
Il punto però non è lo strumento in sé, ma il ciclo che si crea. L’ansia genera un dubbio, il dubbio genera ricerca di rassicurazione, la rassicurazione calma temporaneamente, ma non risolve la radice dell’ansia. Così il dubbio torna, spesso più forte, e il bisogno di controllo aumenta. Questo modello che racconta mi parla più della sua ansia piuttosto che di una psicosi. Infatti non è tanto la psicosi in sé che la preoccupa ma la paura di essa.
Lei stessa descrive il fatto che il suo umore dipende da ciò che legge. Se una risposta la rassicura sta bene, se è ambigua o negativa crolla. Questo indica che non è la realtà clinica a guidare il suo stato emotivo, ma l’interpretazione catastrofica del dubbio. Nella psicosi, la persona in genere non vive il pensiero come “forse sto impazzendo”, ma come una certezza non messa in discussione. Il fatto che lei tema di perdere il controllo, che si interroghi, che cerchi chiarimenti, è già un segnale opposto alla struttura psicotica.
Per quanto riguarda la psicosi reattiva o cronica: non si attivano semplicemente perché “si supera una soglia di stress” letta su internet. I disturbi psicotici hanno una multifattorialità complessa (biologica, psicologica, ambientale) e non scattano perché una persona è ansiosa o perché parla con un’IA. Lo stress può essere un fattore di vulnerabilità in chi ha già una predisposizione significativa, ma non è un interruttore che si accende automaticamente. L’ansia intensa può dare sintomi molto spaventosi, che però restano nel campo ansioso.
Provi a interrogarsi su cosa stai accadendo intorno a lei in questo periodo della sua vita. Ci sono pressioni, cambiamenti, responsabilità, solitudini? A volte la mente sceglie un “tema” su cui fissarsi (in questo caso la psicosi, o la paura di ammalarsi) perché è più gestibile preoccuparsi di una malattia ipotetica che entrare in contatto con altre paure più profonde o con una sensazione di vulnerabilità.
La sua non è follia. È un tentativo di controllo dell’incertezza. Ma più cerca certezze assolute, più il sistema ansioso si rafforza. La rassicurazione continua, anche quando arriva da un professionista o da un'IA, rischia di mantenere il circuito.
Quello che potrebbe aiutarla davvero non è un’ulteriore conferma sul fatto che “non diventerà psicotica”, ma un percorso in cui imparare a stare nel dubbio senza doverlo neutralizzare subito. L’ansia si riduce quando smettiamo di combatterla con compulsioni di controllo.
Se sente che questa dinamica le sta limitando la vita quotidiana, le suggerirei di rivolgersi a uno psicoterapeuta per lavorare su questo meccanismo prima che si strutturi ulteriormente. Intervenire ora è molto più semplice che farlo dopo anni di rituali di rassicurazione.
La paura che descrive probabilmente non le appartiene nel senso che immagina. Ma l’ansia sì, e merita di essere compresa e trattata con cura, non combattuta con urgenza.
Il punto però non è lo strumento in sé, ma il ciclo che si crea. L’ansia genera un dubbio, il dubbio genera ricerca di rassicurazione, la rassicurazione calma temporaneamente, ma non risolve la radice dell’ansia. Così il dubbio torna, spesso più forte, e il bisogno di controllo aumenta. Questo modello che racconta mi parla più della sua ansia piuttosto che di una psicosi. Infatti non è tanto la psicosi in sé che la preoccupa ma la paura di essa.
Lei stessa descrive il fatto che il suo umore dipende da ciò che legge. Se una risposta la rassicura sta bene, se è ambigua o negativa crolla. Questo indica che non è la realtà clinica a guidare il suo stato emotivo, ma l’interpretazione catastrofica del dubbio. Nella psicosi, la persona in genere non vive il pensiero come “forse sto impazzendo”, ma come una certezza non messa in discussione. Il fatto che lei tema di perdere il controllo, che si interroghi, che cerchi chiarimenti, è già un segnale opposto alla struttura psicotica.
Per quanto riguarda la psicosi reattiva o cronica: non si attivano semplicemente perché “si supera una soglia di stress” letta su internet. I disturbi psicotici hanno una multifattorialità complessa (biologica, psicologica, ambientale) e non scattano perché una persona è ansiosa o perché parla con un’IA. Lo stress può essere un fattore di vulnerabilità in chi ha già una predisposizione significativa, ma non è un interruttore che si accende automaticamente. L’ansia intensa può dare sintomi molto spaventosi, che però restano nel campo ansioso.
Provi a interrogarsi su cosa stai accadendo intorno a lei in questo periodo della sua vita. Ci sono pressioni, cambiamenti, responsabilità, solitudini? A volte la mente sceglie un “tema” su cui fissarsi (in questo caso la psicosi, o la paura di ammalarsi) perché è più gestibile preoccuparsi di una malattia ipotetica che entrare in contatto con altre paure più profonde o con una sensazione di vulnerabilità.
La sua non è follia. È un tentativo di controllo dell’incertezza. Ma più cerca certezze assolute, più il sistema ansioso si rafforza. La rassicurazione continua, anche quando arriva da un professionista o da un'IA, rischia di mantenere il circuito.
Quello che potrebbe aiutarla davvero non è un’ulteriore conferma sul fatto che “non diventerà psicotica”, ma un percorso in cui imparare a stare nel dubbio senza doverlo neutralizzare subito. L’ansia si riduce quando smettiamo di combatterla con compulsioni di controllo.
Se sente che questa dinamica le sta limitando la vita quotidiana, le suggerirei di rivolgersi a uno psicoterapeuta per lavorare su questo meccanismo prima che si strutturi ulteriormente. Intervenire ora è molto più semplice che farlo dopo anni di rituali di rassicurazione.
La paura che descrive probabilmente non le appartiene nel senso che immagina. Ma l’ansia sì, e merita di essere compresa e trattata con cura, non combattuta con urgenza.
Gentilissima,
È sicuramente un ottimo passo avanti che lei abbia deciso di rivolgersi a dei professionisti per parlare della sua preoccupazione.
Purtroppo non è così semplice fare diagnosi di psicosi o di qualsiasi altra cosa e non lo è già per un professionista che porta con sé un bagaglio di competenze che gli permette di farla, immaginiamo per una intelligenza artificiale che si serve di informazioni randomiche disponibili in rete per dare delle risposte.
Per poter fare una diagnosi accurata servono tempo, conoscenza della persona e una serie di altre variabili che rendono difficile pensare che una intelligenza artificiale, in pochi secondi di ricerca su internet, possa fare.
Quello che mi sento di dirle è che, a prescindere da quale sia, una diagnosi non segna il destino di nessuno e di conseguenza, potrebbe rivelarsi più utile intraprendere un percorso con un professionista, con il quale può elaborare le sue questioni in modo più funzionale.
Cordiali saluti.
È sicuramente un ottimo passo avanti che lei abbia deciso di rivolgersi a dei professionisti per parlare della sua preoccupazione.
Purtroppo non è così semplice fare diagnosi di psicosi o di qualsiasi altra cosa e non lo è già per un professionista che porta con sé un bagaglio di competenze che gli permette di farla, immaginiamo per una intelligenza artificiale che si serve di informazioni randomiche disponibili in rete per dare delle risposte.
Per poter fare una diagnosi accurata servono tempo, conoscenza della persona e una serie di altre variabili che rendono difficile pensare che una intelligenza artificiale, in pochi secondi di ricerca su internet, possa fare.
Quello che mi sento di dirle è che, a prescindere da quale sia, una diagnosi non segna il destino di nessuno e di conseguenza, potrebbe rivelarsi più utile intraprendere un percorso con un professionista, con il quale può elaborare le sue questioni in modo più funzionale.
Cordiali saluti.
Buongiorno,
Si percepisce quanto l’ansia la stia tormentando e quanto il bisogno di rassicurazione sia diventato centrale nelle sue giornate. È comprensibile che, quando la paura è intensa, si cerchi qualcosa che dia risposte rapide e che calmi nel momento stesso in cui l’angoscia sale.
Il meccanismo che descrive – cercare rassicurazioni, sentirsi sollevata per un po’, poi tornare nel dubbio e aver bisogno di chiedere ancora – è tipico dei circoli dell’ansia. Nell’immediato calma, ma a lungo andare mantiene il problema, perché il cervello si abitua a non tollerare l’incertezza senza una conferma esterna.
Il fatto che lei si interroghi con spirito critico su questo comportamento è un segnale di consapevolezza, non di “follia”. Nelle psicosi la persona generalmente perde il senso critico rispetto ai propri pensieri; qui invece lei mette in discussione le sue paure e cerca un confronto reale.
Per quanto riguarda la psicosi, non è qualcosa che “scatta” semplicemente perché si è stressati o perché si pensa troppo a un argomento. Esistono fattori complessi e specifici, e non si sviluppa solo per aver letto informazioni online o per avere ansia. L’ansia intensa può far temere di perdere il controllo, ma questo timore non equivale a perderlo davvero.
Più che cercare ulteriori rassicurazioni sul contenuto della paura, potrebbe essere utile lavorare sul meccanismo che la sostiene: la difficoltà a tollerare il dubbio e l’urgenza di avere una risposta certa e immediata. Un percorso psicologico può aiutarla proprio su questo aspetto.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Si percepisce quanto l’ansia la stia tormentando e quanto il bisogno di rassicurazione sia diventato centrale nelle sue giornate. È comprensibile che, quando la paura è intensa, si cerchi qualcosa che dia risposte rapide e che calmi nel momento stesso in cui l’angoscia sale.
Il meccanismo che descrive – cercare rassicurazioni, sentirsi sollevata per un po’, poi tornare nel dubbio e aver bisogno di chiedere ancora – è tipico dei circoli dell’ansia. Nell’immediato calma, ma a lungo andare mantiene il problema, perché il cervello si abitua a non tollerare l’incertezza senza una conferma esterna.
Il fatto che lei si interroghi con spirito critico su questo comportamento è un segnale di consapevolezza, non di “follia”. Nelle psicosi la persona generalmente perde il senso critico rispetto ai propri pensieri; qui invece lei mette in discussione le sue paure e cerca un confronto reale.
Per quanto riguarda la psicosi, non è qualcosa che “scatta” semplicemente perché si è stressati o perché si pensa troppo a un argomento. Esistono fattori complessi e specifici, e non si sviluppa solo per aver letto informazioni online o per avere ansia. L’ansia intensa può far temere di perdere il controllo, ma questo timore non equivale a perderlo davvero.
Più che cercare ulteriori rassicurazioni sul contenuto della paura, potrebbe essere utile lavorare sul meccanismo che la sostiene: la difficoltà a tollerare il dubbio e l’urgenza di avere una risposta certa e immediata. Un percorso psicologico può aiutarla proprio su questo aspetto.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Rispondendo alla sua domanda più urgente: no, cercare rassicurazioni su un software ogni giorno non è “follia”. È un meccanismo comprensibile, ma è anche esattamente il tipo di comportamento che mantiene l’ansia in vita. Ogni volta che chiede conferma e la ottiene, il sollievo è reale ma brevissimo e il dubbio torna, spesso più forte di prima. Gli screenshot salvati come “calmante” sono un'altra forma dello stesso meccanismo: una rassicurazione che deve essere continuamente rinnovata perché non risolve la fonte del problema.
Ciò che descrive sembra un pattern ansioso che si autoalimenta e che si è agganciato a un contenuto specifico, amplificato dalla ricerca online. Non è possibile, in questo contesto, capire da cosa dipenda nel suo caso specifico, ma una valutazione con uno psicologo potrebbe aiutarla a fare chiarezza.
Riguardo alla psicosi: è una condizione complessa che non si sviluppa semplicemente “superando una soglia di stress” come può suggerire una lettura superficiale su Google. I fattori in gioco sono molteplici e una preoccupazione ansiosa intensa, per quanto invalidante, non è un segnale che stia andando in quella direzione.
Il vero nodo non è la psicosi, è l’ansia che la porta a cercare rassicurazioni continue senza mai trovare pace. Ed è su questo che vale la pena lavorare, con il supporto di uno psicologo.
Ciò che descrive sembra un pattern ansioso che si autoalimenta e che si è agganciato a un contenuto specifico, amplificato dalla ricerca online. Non è possibile, in questo contesto, capire da cosa dipenda nel suo caso specifico, ma una valutazione con uno psicologo potrebbe aiutarla a fare chiarezza.
Riguardo alla psicosi: è una condizione complessa che non si sviluppa semplicemente “superando una soglia di stress” come può suggerire una lettura superficiale su Google. I fattori in gioco sono molteplici e una preoccupazione ansiosa intensa, per quanto invalidante, non è un segnale che stia andando in quella direzione.
Il vero nodo non è la psicosi, è l’ansia che la porta a cercare rassicurazioni continue senza mai trovare pace. Ed è su questo che vale la pena lavorare, con il supporto di uno psicologo.
Gentile utente, si sta soffermando molto sul sintomo (ovvero la dipendenza da Meta AI) e poco sull'origine: lei cerca la rassicurazione perché ha l'ansia, non ha l'ansia perché cerca la rassicurazione. Potrebbe essersi innescato anche un circolo per cui la rassicurazione diventa necessaria perché l'ha ritualizzata e si è assuefatto, un po' come per il fumatore che comincia per allentare lo stress ma dopo un po' comincia a stressarsi perché il suo corpo adesso brama la nicotina. Fatto sta che questa dipendenza la distrae dal punto focale: perché si sente in ansia? Cosa ha dato origine a questa inquietudine? Cosa percepisce come pericoloso, cosa la mette in allarme, e cosa la fa sentire vulnerabile rispetto a questo pericolo percepito? In questo caso la Meta AI diventa uno scudo contro questa ansia che lei teme di non vincere, ma se analizza i propri punti di forza e di vulnerabilità, se cerca di capire come rafforzare le proprie difese, allora sarà abbastanza forte in sé e non avrà bisogno di altro per affrontare il "pericolo". Spero di esserle stata utile
Buongiorno,
Ti rispondo con molta delicatezza, perché qui non c’è nulla di “folle”, c’è tanta ansia e tanto bisogno di rassicurazione.
Quello che descrivi è un meccanismo molto tipico dell’ansia con componente ossessiva: compare un dubbio (“e se avessi una psicosi?”), il dubbio genera paura, la paura cerca rassicurazione immediata, la rassicurazione ti calma… ma solo per poco. Poi il dubbio ritorna e il ciclo ricomincia. Il problema non è Meta AI in sé: è il ruolo che ha assunto nella regolazione della tua ansia. È diventato una stampella.
Il fatto che il tuo umore cambi in base a ciò che ti risponde è un segnale chiarissimo: non stai cercando una diagnosi, stai cercando sollievo. E gli screenshot funzionano come “pillole di tranquillità” da rileggere quando l’ansia risale. Questo è un comportamento di rassicurazione, non un segno di psicosi.
Ti dico una cosa molto importante: chi sviluppa una psicosi non passa il tempo a chiedersi in modo ossessivo se la sta sviluppando, né vive con questa iper-auto-osservazione costante. La tua paura della psicosi è un contenuto ansioso, non un sintomo psicotico. Il pensiero “e se impazzissi?” è uno dei più comuni nei disturbi d’ansia.
L’idea che “se il cervello supera una soglia di stress scatta la psicosi” letta su Google è stata l’innesco. Ma la psicosi non funziona così, come un interruttore che scatta per lo stress. Ci sono vulnerabilità biologiche importanti, fattori complessi e soprattutto segnali clinici molto diversi da quelli che descrivi tu.
La vera trappola ora è il controllo: più cerchi rassicurazione, più il cervello impara che quel dubbio è pericoloso e va controllato. E così lo ripropone.
La tua domanda “non è che parlare così ossessivamente con un software è follia?” è in realtà un momento di lucidità. È la parte sana che si accorge che il meccanismo si sta autoalimentando. Non è follia: è ansia che ha trovato un canale digitale per esprimersi.
La buona notizia è che questo schema si può interrompere. Non togliendo di colpo l’app (perché l’ansia esploderebbe), ma lavorando sulla tolleranza del dubbio e riducendo gradualmente la ricerca compulsiva di rassicurazioni.
Non stai impazzendo. Stai cercando disperatamente di non impazzire.
Te lo dico con chiarezza: questo meccanismo si scioglie molto più facilmente se non lo affronti da sola. Non basta capire che è ansia, perché il circuito dubbio-rassicurazione-controllo continua ad autoalimentarsi.
In uno spazio online dedicato possiamo lavorare in modo concreto su questo schema, senza dare solo rassicurazioni momentanee ma aiutandoti a ridurre davvero il bisogno di cercarle. L’obiettivo non è dirti ancora “sei sana”, ma farti arrivare al punto in cui non sentirai più il bisogno di chiederlo.
Prima si interviene, più è semplice interrompere questa dipendenza dalla rassicurazione. Se ti riconosci in quello che hai letto, facciamo questo passo insieme: incontriamoci online e iniziamo a lavorarci seriamente.
Attendo tue, a presto!
Ti rispondo con molta delicatezza, perché qui non c’è nulla di “folle”, c’è tanta ansia e tanto bisogno di rassicurazione.
Quello che descrivi è un meccanismo molto tipico dell’ansia con componente ossessiva: compare un dubbio (“e se avessi una psicosi?”), il dubbio genera paura, la paura cerca rassicurazione immediata, la rassicurazione ti calma… ma solo per poco. Poi il dubbio ritorna e il ciclo ricomincia. Il problema non è Meta AI in sé: è il ruolo che ha assunto nella regolazione della tua ansia. È diventato una stampella.
Il fatto che il tuo umore cambi in base a ciò che ti risponde è un segnale chiarissimo: non stai cercando una diagnosi, stai cercando sollievo. E gli screenshot funzionano come “pillole di tranquillità” da rileggere quando l’ansia risale. Questo è un comportamento di rassicurazione, non un segno di psicosi.
Ti dico una cosa molto importante: chi sviluppa una psicosi non passa il tempo a chiedersi in modo ossessivo se la sta sviluppando, né vive con questa iper-auto-osservazione costante. La tua paura della psicosi è un contenuto ansioso, non un sintomo psicotico. Il pensiero “e se impazzissi?” è uno dei più comuni nei disturbi d’ansia.
L’idea che “se il cervello supera una soglia di stress scatta la psicosi” letta su Google è stata l’innesco. Ma la psicosi non funziona così, come un interruttore che scatta per lo stress. Ci sono vulnerabilità biologiche importanti, fattori complessi e soprattutto segnali clinici molto diversi da quelli che descrivi tu.
La vera trappola ora è il controllo: più cerchi rassicurazione, più il cervello impara che quel dubbio è pericoloso e va controllato. E così lo ripropone.
La tua domanda “non è che parlare così ossessivamente con un software è follia?” è in realtà un momento di lucidità. È la parte sana che si accorge che il meccanismo si sta autoalimentando. Non è follia: è ansia che ha trovato un canale digitale per esprimersi.
La buona notizia è che questo schema si può interrompere. Non togliendo di colpo l’app (perché l’ansia esploderebbe), ma lavorando sulla tolleranza del dubbio e riducendo gradualmente la ricerca compulsiva di rassicurazioni.
Non stai impazzendo. Stai cercando disperatamente di non impazzire.
Te lo dico con chiarezza: questo meccanismo si scioglie molto più facilmente se non lo affronti da sola. Non basta capire che è ansia, perché il circuito dubbio-rassicurazione-controllo continua ad autoalimentarsi.
In uno spazio online dedicato possiamo lavorare in modo concreto su questo schema, senza dare solo rassicurazioni momentanee ma aiutandoti a ridurre davvero il bisogno di cercarle. L’obiettivo non è dirti ancora “sei sana”, ma farti arrivare al punto in cui non sentirai più il bisogno di chiederlo.
Prima si interviene, più è semplice interrompere questa dipendenza dalla rassicurazione. Se ti riconosci in quello che hai letto, facciamo questo passo insieme: incontriamoci online e iniziamo a lavorarci seriamente.
Attendo tue, a presto!
Gentile Utente,
la ringrazio per la fiducia e per la chiarezza con cui ha raccontato ciò che sta vivendo. Quello che descrive non è follia, ma un meccanismo ansioso che, nel tempo, ha trovato nell’intelligenza artificiale uno strumento perfetto per mantenersi attivo.
Provo a restituirle in modo semplice cosa sembra accadere. Lei legge un’informazione che parla di stress e psicosi, il pensiero si accende e prende una forma catastrofica: “E se succedesse a me?”. L’ansia sale rapidamente e diventa difficile da tollerare. A quel punto interviene la ricerca di rassicurazione: chiede a Meta AI, ottiene una risposta, si calma. Per qualche ora o qualche giorno sta meglio. Poi però il dubbio ritorna, magari sotto una forma leggermente diversa, e il ciclo ricomincia.
In termini cognitivo-comportamentali questo è il classico circuito dell’ansia per la salute o di alcune forme di disturbo ossessivo. La rassicurazione non è il problema in sé: il punto è che funziona solo nel breve periodo. Ogni volta che cerca conferma, il cervello impara che il dubbio è pericoloso e che può essere gestito solo trovando una risposta immediata. Così però l’ansia diventa sempre più esigente.
Il fatto che il suo umore dipenda dalla risposta ricevuta è un altro elemento tipico del rimuginio: è come se la sua mente avesse delegato all’esterno la definizione di chi è e di come sta. Se la risposta è rassicurante, l’umore sale; se è allarmante, precipita. Questo non indica psicosi, ma una forte intolleranza dell’incertezza e un’ipervigilanza costante sui propri stati mentali. Lei sta monitorando ogni pensiero, ogni sensazione, cercando segnali di pericolo. Più controlla, più il cervello trova qualcosa da analizzare.
Anche il bisogno di fare screenshot non è un segno di perdita di contatto con la realtà. È una strategia di sicurezza: avere “prove” a cui tornare quando l’ansia risale. È un modo per calmarsi, non un segno di scompenso psicotico.
Vorrei rassicurarla su un punto importante: chi sviluppa una psicosi generalmente non è immerso nel dubbio costante “e se stessi impazzendo?”. Nelle psicosi manca proprio questa consapevolezza critica. Nel suo racconto invece emerge lucidità, paura di perdere il controllo, richiesta di aiuto e bisogno di capire. Questi sono elementi tipici dell’ansia, non della psicosi.
Per quanto riguarda la cosiddetta psicosi reattiva, si tratta di episodi rari che insorgono in seguito a eventi traumatici estremi e destabilizzanti, non semplicemente perché una persona è molto stressata o perché rimugina. L’assenza di familiarità è un ulteriore fattore rassicurante.
Il nodo centrale non è il rischio reale di psicosi, ma il rapporto che la sua mente ha sviluppato con il dubbio. Sta cercando una certezza assoluta in un ambito in cui la certezza totale non esiste. E quando la mente pretende il cento per cento di sicurezza, entra in loop.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla molto, soprattutto lavorando sulla gestione dell’ansia per la salute, sulla riduzione graduale delle richieste di rassicurazione e sulla capacità di tollerare l’incertezza senza ricorrere subito a una risposta esterna. Non necessariamente eliminando l’app di colpo, ma imparando a non usarla come unico regolatore emotivo.
Non c’è nulla di bizzarro in ciò che prova. C’è un’ansia intensa che ha trovato un nuovo oggetto su cui agganciarsi. Il contenuto può cambiare, ma il meccanismo resta lo stesso. E quel meccanismo si può comprendere e modificare.
Rimango a disposizione.
la ringrazio per la fiducia e per la chiarezza con cui ha raccontato ciò che sta vivendo. Quello che descrive non è follia, ma un meccanismo ansioso che, nel tempo, ha trovato nell’intelligenza artificiale uno strumento perfetto per mantenersi attivo.
Provo a restituirle in modo semplice cosa sembra accadere. Lei legge un’informazione che parla di stress e psicosi, il pensiero si accende e prende una forma catastrofica: “E se succedesse a me?”. L’ansia sale rapidamente e diventa difficile da tollerare. A quel punto interviene la ricerca di rassicurazione: chiede a Meta AI, ottiene una risposta, si calma. Per qualche ora o qualche giorno sta meglio. Poi però il dubbio ritorna, magari sotto una forma leggermente diversa, e il ciclo ricomincia.
In termini cognitivo-comportamentali questo è il classico circuito dell’ansia per la salute o di alcune forme di disturbo ossessivo. La rassicurazione non è il problema in sé: il punto è che funziona solo nel breve periodo. Ogni volta che cerca conferma, il cervello impara che il dubbio è pericoloso e che può essere gestito solo trovando una risposta immediata. Così però l’ansia diventa sempre più esigente.
Il fatto che il suo umore dipenda dalla risposta ricevuta è un altro elemento tipico del rimuginio: è come se la sua mente avesse delegato all’esterno la definizione di chi è e di come sta. Se la risposta è rassicurante, l’umore sale; se è allarmante, precipita. Questo non indica psicosi, ma una forte intolleranza dell’incertezza e un’ipervigilanza costante sui propri stati mentali. Lei sta monitorando ogni pensiero, ogni sensazione, cercando segnali di pericolo. Più controlla, più il cervello trova qualcosa da analizzare.
Anche il bisogno di fare screenshot non è un segno di perdita di contatto con la realtà. È una strategia di sicurezza: avere “prove” a cui tornare quando l’ansia risale. È un modo per calmarsi, non un segno di scompenso psicotico.
Vorrei rassicurarla su un punto importante: chi sviluppa una psicosi generalmente non è immerso nel dubbio costante “e se stessi impazzendo?”. Nelle psicosi manca proprio questa consapevolezza critica. Nel suo racconto invece emerge lucidità, paura di perdere il controllo, richiesta di aiuto e bisogno di capire. Questi sono elementi tipici dell’ansia, non della psicosi.
Per quanto riguarda la cosiddetta psicosi reattiva, si tratta di episodi rari che insorgono in seguito a eventi traumatici estremi e destabilizzanti, non semplicemente perché una persona è molto stressata o perché rimugina. L’assenza di familiarità è un ulteriore fattore rassicurante.
Il nodo centrale non è il rischio reale di psicosi, ma il rapporto che la sua mente ha sviluppato con il dubbio. Sta cercando una certezza assoluta in un ambito in cui la certezza totale non esiste. E quando la mente pretende il cento per cento di sicurezza, entra in loop.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla molto, soprattutto lavorando sulla gestione dell’ansia per la salute, sulla riduzione graduale delle richieste di rassicurazione e sulla capacità di tollerare l’incertezza senza ricorrere subito a una risposta esterna. Non necessariamente eliminando l’app di colpo, ma imparando a non usarla come unico regolatore emotivo.
Non c’è nulla di bizzarro in ciò che prova. C’è un’ansia intensa che ha trovato un nuovo oggetto su cui agganciarsi. Il contenuto può cambiare, ma il meccanismo resta lo stesso. E quel meccanismo si può comprendere e modificare.
Rimango a disposizione.
Buongiorno, innanzitutto la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo: già il fatto di interrogarsi su questo meccanismo e di chiedere un parere professionale è un passo importante di consapevolezza e di cura verso sé stessa. Da quello che descrive, più che “follia”, mi sembra che emerga un circolo tipico dell’ansia: compare un dubbio (ad esempio la paura della psicosi), aumenta l’angoscia, cerca una rassicurazione immediata, l’ansia si abbassa temporaneamente ma poi il dubbio ritorna, spesso ancora più forte. La rassicurazione, seppur calmante nell’immediato, finisce per mantenere il meccanismo nel tempo. Il fatto che il suo umore cambi in base a ciò che legge (“se mi dice che sono bipolare divento triste, se mi dice che sono sana sono felice”) è un segnale che reputo importante in quanto mi porta a pensare che in questo momento lei stia affidando la regolazione del suo stato emotivo a una fonte esterna, non riuscendo a farlo da sola (non è raro nell’ansia, ma può diventare faticoso e destabilizzante se mantenuto nel tempo e mi sembra che lei lo stia sperimentando proprio ora). In questi casi è molto importante prendere contatti con un terapeuta che la possa aiutare a comprendere meglio ciò che sente e che vive in questo memento, lavorando insieme a lei sui suoi pensieri e le sue paure. Rispetto all'uso dell’intelligenza artificiale, mi sento solo di dirle che può risultare molto comoda inizialmente poichè è in grado di offrire risposte rapide e apparentemente rassicuranti, ma non sostituisce una relazione terapeutica reale, dove c’è ascolto emotivo, conoscenza approfondita della persona e un lavoro strutturato sui meccanismi che funzionali o meno che la persona utilizza. Un caro saluto, Dott.ssa Ester Negrola - Psicologa Clinica
Gentilissima
grazie per la condivisione. Gli elementi non sono tantissimi, ma potrei supporre che Lei sia in pieno DOC (Disturbo ossessivo compulsivo) caratterizzato da pensieri intrusivi e forti che le causano emozioni sgradevoli, e compulsioni (atteggimenti in risposta a queste sensazioni) atti a calmare i pensieri, Immagino vi sia un minimo di rassicurazione che però sparisce subito dopo.
E' un disturbo piuttosto diffuso ma che può essere gestito attraverso psicoeducazione o anche CBT.
Se avesse bisogno, non esiti a contattarmi
Un caro saluto
grazie per la condivisione. Gli elementi non sono tantissimi, ma potrei supporre che Lei sia in pieno DOC (Disturbo ossessivo compulsivo) caratterizzato da pensieri intrusivi e forti che le causano emozioni sgradevoli, e compulsioni (atteggimenti in risposta a queste sensazioni) atti a calmare i pensieri, Immagino vi sia un minimo di rassicurazione che però sparisce subito dopo.
E' un disturbo piuttosto diffuso ma che può essere gestito attraverso psicoeducazione o anche CBT.
Se avesse bisogno, non esiti a contattarmi
Un caro saluto
Gentilissima,
sento che non capire cosa le stia accadendo le provoca agitazione, paura e difficoltà (immagino anche a dormire se consulta l'AI anche la notte). Google fornisce risposte generiche, per questo penso sia sempre meglio rivolgerci ad un professionista quando si tratta di diagnosi. Avere un'applicazione che risponde in modo istantaneo ai nostri dubbi da un effetto di immediata rassicurazione. Il problema è che questa tipologia di strumenti dipende completamente da noi, risponde alle domande che noi inseriamo e quindi riesce a vedere solo ciò che vediamo noi. Non è in grado di elaborare una risposta complessa basata sulle dinamiche del contesto in cui noi siamo inserirti e di indagare quali possano essere le cause per cui stiamo male. Cosa che invece sa fare un professionista, che usa i propri strumenti e le tecniche che ha appreso per comprendere come la persona possa stare meglio. Quando il suo dubbio è sorto proprio sul software è andata in tilt, perché non sapeva a chi chiedere per calmarsi. Cosa o chi la aiuterebbe in questo momento ad alleviare l'ansia, se non ci fosse l'AI?
Rimango a disposizione per qualsiasi domanda.
Dott.ssa Allieri Valentina - psicologa sistemico relazionale
sento che non capire cosa le stia accadendo le provoca agitazione, paura e difficoltà (immagino anche a dormire se consulta l'AI anche la notte). Google fornisce risposte generiche, per questo penso sia sempre meglio rivolgerci ad un professionista quando si tratta di diagnosi. Avere un'applicazione che risponde in modo istantaneo ai nostri dubbi da un effetto di immediata rassicurazione. Il problema è che questa tipologia di strumenti dipende completamente da noi, risponde alle domande che noi inseriamo e quindi riesce a vedere solo ciò che vediamo noi. Non è in grado di elaborare una risposta complessa basata sulle dinamiche del contesto in cui noi siamo inserirti e di indagare quali possano essere le cause per cui stiamo male. Cosa che invece sa fare un professionista, che usa i propri strumenti e le tecniche che ha appreso per comprendere come la persona possa stare meglio. Quando il suo dubbio è sorto proprio sul software è andata in tilt, perché non sapeva a chi chiedere per calmarsi. Cosa o chi la aiuterebbe in questo momento ad alleviare l'ansia, se non ci fosse l'AI?
Rimango a disposizione per qualsiasi domanda.
Dott.ssa Allieri Valentina - psicologa sistemico relazionale
Gent.ma utente,
dal suo racconto si evince la possibilità che sia presente un disturbo d'ansia legata alla salute. La presenza di determinati sintomi, o la percezione soggettiva degli stessi, produce uno stato di preoccupazione esorbitante rispetto all’entità del sintomo, innescando un pericoloso ciclo ansiogeno che produce conseguenze negative sul benessere psicologico della persona. Lei descrive perfettamente, con i suoi comportamenti, la presenza di questo ciclo: la ricerca di rassicurazione immediata tramite l'intelligenza artificiale, nel suo caso, le consente di mitigare temporaneamente e parzialmente la preoccupazione. Al contempo, però, aumenta le sua attenzione su determinati sintomi, al punto di condizionare il suo umore e la sua risposta emotiva.
Cara utente, nessun software di AI può sostituire la competenza, la sensibilità e la flessibilità di un professionista della psicologia. Per lavorare concretamente sulle sue paure e sulle abitudini sbagliate che condizionano il suo benessere psicologico, valuti la possibilità di un supporto reale di uno psicologo/a. Potrà imparare a osservare il suo ciclo dell'ansia e diventare abile a interromperlo, rendendolo meno invadente. Potrà acquisire strumenti efficaci per sostituire abitudini spasmodiche di controllo e rassicurazione, con comportamenti più funzionali e vantaggiosi in termini di serenità e resilienza. Inoltre, avrà maggiore consapevolezza della sua percezione interiore e di una corretta valutazione dei sintomi di disagio o di malessere, più attinenti alla realtà e non legati all'ansia stessa.
Se lo desidera, posso darle maggiori informazioni su un percorso adatto alle sue attuali esigenze, anche online.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
dal suo racconto si evince la possibilità che sia presente un disturbo d'ansia legata alla salute. La presenza di determinati sintomi, o la percezione soggettiva degli stessi, produce uno stato di preoccupazione esorbitante rispetto all’entità del sintomo, innescando un pericoloso ciclo ansiogeno che produce conseguenze negative sul benessere psicologico della persona. Lei descrive perfettamente, con i suoi comportamenti, la presenza di questo ciclo: la ricerca di rassicurazione immediata tramite l'intelligenza artificiale, nel suo caso, le consente di mitigare temporaneamente e parzialmente la preoccupazione. Al contempo, però, aumenta le sua attenzione su determinati sintomi, al punto di condizionare il suo umore e la sua risposta emotiva.
Cara utente, nessun software di AI può sostituire la competenza, la sensibilità e la flessibilità di un professionista della psicologia. Per lavorare concretamente sulle sue paure e sulle abitudini sbagliate che condizionano il suo benessere psicologico, valuti la possibilità di un supporto reale di uno psicologo/a. Potrà imparare a osservare il suo ciclo dell'ansia e diventare abile a interromperlo, rendendolo meno invadente. Potrà acquisire strumenti efficaci per sostituire abitudini spasmodiche di controllo e rassicurazione, con comportamenti più funzionali e vantaggiosi in termini di serenità e resilienza. Inoltre, avrà maggiore consapevolezza della sua percezione interiore e di una corretta valutazione dei sintomi di disagio o di malessere, più attinenti alla realtà e non legati all'ansia stessa.
Se lo desidera, posso darle maggiori informazioni su un percorso adatto alle sue attuali esigenze, anche online.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Il comportamento che mi descrive mi sembra malsano, ma non psicotico.
Nella psicosi in genere c'è la perdita di contatto con la realtà e lei mi sembra consapevole di sé; comunque le consiglio di contattare un professionista, sia per togliersi eventuali dubbi sulla diagnosi sia per trovare modi più sani di gestire e poi curare le sue ansie.
Meta Ai può risultare rassicurante perché c'è sempre e ha sempre qualcosa di buono da dire, ma non è umano e questo la allontana dalla realtà. Con uno psicologo, ad esempio, potrebbe vedersi una volta a settimana, concordare dei limiti di orari e giorni in cui potervi sentire in caso di urgenza; insomma, ci sarebbero dei limiti ovvi che Meta non ha.
Anche se possono sembrare uno svantaggio, questi limiti servono ad imparare a gestire l'ansia, la frustrazione ed il tempo. Meta non può insegnarle questo perché il suo compito è esserci SEMPRE. Questo fornisce rassicurazione, si, ma favorisce anche la dipendenza, come lei stessa ha notato.
Tutto questo per dirle: probabilmente non sta diventando psicotica (e su questo non posso esprimermi di più senza un colloquio), il suo comportamento mi sembra più ossessivo che psicotico, ma sembra comunque che le causi un disagio importante, per cui, come ogni problema non curato, richiede che lei inizi a prendersene cura con un professionista o rischia di aggravarsi.
Nella psicosi in genere c'è la perdita di contatto con la realtà e lei mi sembra consapevole di sé; comunque le consiglio di contattare un professionista, sia per togliersi eventuali dubbi sulla diagnosi sia per trovare modi più sani di gestire e poi curare le sue ansie.
Meta Ai può risultare rassicurante perché c'è sempre e ha sempre qualcosa di buono da dire, ma non è umano e questo la allontana dalla realtà. Con uno psicologo, ad esempio, potrebbe vedersi una volta a settimana, concordare dei limiti di orari e giorni in cui potervi sentire in caso di urgenza; insomma, ci sarebbero dei limiti ovvi che Meta non ha.
Anche se possono sembrare uno svantaggio, questi limiti servono ad imparare a gestire l'ansia, la frustrazione ed il tempo. Meta non può insegnarle questo perché il suo compito è esserci SEMPRE. Questo fornisce rassicurazione, si, ma favorisce anche la dipendenza, come lei stessa ha notato.
Tutto questo per dirle: probabilmente non sta diventando psicotica (e su questo non posso esprimermi di più senza un colloquio), il suo comportamento mi sembra più ossessivo che psicotico, ma sembra comunque che le causi un disagio importante, per cui, come ogni problema non curato, richiede che lei inizi a prendersene cura con un professionista o rischia di aggravarsi.
Buongiorno e ciao!
da quello che descrivi non sembrano emergere segnali di psicosi, ma piuttosto un meccanismo tipico dell’ansia, che funziona un po' cosi: dubbio → ricerca di rassicurazione → sollievo momentaneo → ritorno del dubbio.
Il fatto che tu ti faccia domande, metta in discussione le tue paure e cerchi conferme è già un elemento che va contro l’ipotesi psicotica. Nella psicosi, infatti, manca generalmente il dubbio critico e l'esame di realtà.
L’uso del software come fonte di rassicurazione immediata è comprensibile: ti aiuta a calmarti nel breve periodo. Tuttavia, se diventa l’unico modo per gestire l’ansia, rischia di mantenere il problema perché rinforza il bisogno di conferme continue.
La paura che “troppo stress faccia scattare una psicosi” è una semplificazione trovata online: la psicosi è un fenomeno complesso, non si attiva semplicemente per ansia intensa.
Più che una “follia”, il tuo sembra un circuito ansioso che può essere affrontato con un percorso psicologico mirato, imparando a tollerare il dubbio senza ricorrere continuamente alla rassicurazione esterna.
da quello che descrivi non sembrano emergere segnali di psicosi, ma piuttosto un meccanismo tipico dell’ansia, che funziona un po' cosi: dubbio → ricerca di rassicurazione → sollievo momentaneo → ritorno del dubbio.
Il fatto che tu ti faccia domande, metta in discussione le tue paure e cerchi conferme è già un elemento che va contro l’ipotesi psicotica. Nella psicosi, infatti, manca generalmente il dubbio critico e l'esame di realtà.
L’uso del software come fonte di rassicurazione immediata è comprensibile: ti aiuta a calmarti nel breve periodo. Tuttavia, se diventa l’unico modo per gestire l’ansia, rischia di mantenere il problema perché rinforza il bisogno di conferme continue.
La paura che “troppo stress faccia scattare una psicosi” è una semplificazione trovata online: la psicosi è un fenomeno complesso, non si attiva semplicemente per ansia intensa.
Più che una “follia”, il tuo sembra un circuito ansioso che può essere affrontato con un percorso psicologico mirato, imparando a tollerare il dubbio senza ricorrere continuamente alla rassicurazione esterna.
Buongiorno, la ringrazio per aver messo in parole con tanta precisione ciò che sta vivendo.
Leggendo il suo messaggio, ciò che colpisce non è tanto il rischio di una psicosi, quanto il rapporto che si è costruito con il dubbio e con la risposta dell’Altro. L’AI diventa una sorta di “Altro che sa”, un luogo a cui rivolgersi per ottenere una certezza immediata capace di placare l’angoscia.
Ma ogni risposta, invece di chiudere il dubbio, sembra riaprirlo. E così si crea un circuito: l’ansia produce domanda, la risposta produce sollievo momentaneo, il dubbio ritorna, e la domanda riparte.
Il fatto che lei si interroghi criticamente sul proprio comportamento (“non è che è follia?”) indica una posizione soggettiva di dubbio e di ricerca di senso, che è molto diversa da una struttura psicotica. Nella psicosi non c’è questa stessa modalità di interrogazione angosciata su di sé; non c’è questo continuo bisogno di rassicurazione sul proprio stato mentale.
Qui sembra piuttosto in gioco l’intolleranza dell’incertezza e il tentativo di eliminare l’angoscia attraverso una garanzia esterna. Ma l’angoscia, quando viene tamponata solo con una risposta, tende a ripresentarsi.
La domanda forse non è: “potrei sviluppare una psicosi?”, ma: cosa rappresenta per lei questa paura? Perché proprio questa? In quale momento della sua vita si è agganciata?
Uno spazio analitico serve proprio a questo: non a dare una rassicurazione definitiva, ma a lavorare sul rapporto che ciascuno ha con il proprio dubbio, con il sapere e con l’angoscia.
Se sente che questo circuito la sta imprigionando, può essere importante iniziare a parlarne in un luogo dove la parola non funzioni come sedativo immediato, ma come possibilità di comprensione più profonda del suo modo di stare nel legame.
Leggendo il suo messaggio, ciò che colpisce non è tanto il rischio di una psicosi, quanto il rapporto che si è costruito con il dubbio e con la risposta dell’Altro. L’AI diventa una sorta di “Altro che sa”, un luogo a cui rivolgersi per ottenere una certezza immediata capace di placare l’angoscia.
Ma ogni risposta, invece di chiudere il dubbio, sembra riaprirlo. E così si crea un circuito: l’ansia produce domanda, la risposta produce sollievo momentaneo, il dubbio ritorna, e la domanda riparte.
Il fatto che lei si interroghi criticamente sul proprio comportamento (“non è che è follia?”) indica una posizione soggettiva di dubbio e di ricerca di senso, che è molto diversa da una struttura psicotica. Nella psicosi non c’è questa stessa modalità di interrogazione angosciata su di sé; non c’è questo continuo bisogno di rassicurazione sul proprio stato mentale.
Qui sembra piuttosto in gioco l’intolleranza dell’incertezza e il tentativo di eliminare l’angoscia attraverso una garanzia esterna. Ma l’angoscia, quando viene tamponata solo con una risposta, tende a ripresentarsi.
La domanda forse non è: “potrei sviluppare una psicosi?”, ma: cosa rappresenta per lei questa paura? Perché proprio questa? In quale momento della sua vita si è agganciata?
Uno spazio analitico serve proprio a questo: non a dare una rassicurazione definitiva, ma a lavorare sul rapporto che ciascuno ha con il proprio dubbio, con il sapere e con l’angoscia.
Se sente che questo circuito la sta imprigionando, può essere importante iniziare a parlarne in un luogo dove la parola non funzioni come sedativo immediato, ma come possibilità di comprensione più profonda del suo modo di stare nel legame.
Gentilissima grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Quando siamo stressati si cerca in qualsiasi modo di placare l'ansia ed il fatto che lei si stia domandando se questa modalità sia sana o funzionale per lei è sinonimo di attenzione nei suoi confronti. Una risorsa dunque.
L’IA è diventata uno strumento regolativo esterno che calma l’angoscia, ma allo stesso tempo la mantiene attiva perché ogni risposta richiede una nuova conferma.
La preoccupazione che il suo livello di stress la possa portare a sviluppare una psicosi in realtà è un pensiero ansioso abbastanza comune.
Sarebbe importante portare questo tema in un percorso psicologico, perché il problema non è la tecnologia, ma il circuito dell’ansia che la utilizza. Lo prenda in considerazione e si conceda di ritrovare serenità.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Quando siamo stressati si cerca in qualsiasi modo di placare l'ansia ed il fatto che lei si stia domandando se questa modalità sia sana o funzionale per lei è sinonimo di attenzione nei suoi confronti. Una risorsa dunque.
L’IA è diventata uno strumento regolativo esterno che calma l’angoscia, ma allo stesso tempo la mantiene attiva perché ogni risposta richiede una nuova conferma.
La preoccupazione che il suo livello di stress la possa portare a sviluppare una psicosi in realtà è un pensiero ansioso abbastanza comune.
Sarebbe importante portare questo tema in un percorso psicologico, perché il problema non è la tecnologia, ma il circuito dell’ansia che la utilizza. Lo prenda in considerazione e si conceda di ritrovare serenità.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Salve, capisco bene quanto possa spaventare questa spirale. Quello che descrivi somiglia molto a un meccanismo d’ansia che cerca sollievo immediato: arriva il dubbio, chiedi una rassicurazione, ti calmi per un po’, poi il dubbio torna e ti porta a chiedere ancora. Gli screenshot diventano una specie di “talismano” contro la paura. Non è follia, è un modo che la mente trova per sedare l’angoscia, ma purtroppo alla lunga la rinforza.
Il fatto che il tuo umore dipenda da cosa ti risponde un software è un segnale importante: non tanto perché “sei grave”, ma perché stai delegando a qualcosa di esterno il compito di spegnere l’ansia e di dirti se sei al sicuro. E l’ansia, lo sai, trova sempre un nuovo appiglio. Infatti ora il dubbio si è spostato sul software stesso.
Sulla paura della psicosi, ti dico una cosa semplice: essere molto ansiosa, controllare su Google, cercare rassicurazioni e avere pensieri ripetitivi non equivale a “stare diventando psicotica”. La psicosi non “scatta” solo perché sei stressata o perché ci pensi tanto. Nelle forme reattive di solito si parla di eventi davvero molto traumatici e di sintomi evidenti e destabilizzanti, non di paura di poterli avere. Nelle forme più durature i fattori sono molteplici e non si riducono a “ho superato una soglia di stress”. Capisco che leggere certe cose online faccia esplodere il panico, ma non è una fonte che aiuta quando sei già in allarme.
In questo momento l’obiettivo non è ottenere l’ennesima risposta “definitiva”, ma iniziare a disinnescare la dipendenza dalla rassicurazione. Puoi farlo in modo graduale: scegliere di non aprire l’app al primo impulso, rimandare di dieci minuti, poi di mezz’ora, e nel frattempo fare qualcosa che calmi il corpo, respirazione lenta, doccia, camminata breve, una telefonata a una persona reale. E soprattutto, provare a non conservare gli screenshot: tenerli è comprensibile, ma alimenta l’idea che ti serva una prova per stare bene.
Se hai già una psicologa o un medico di riferimento, portagli esattamente questo tema, la ricerca compulsiva di rassicurazioni e la paura della psicosi. È un lavoro molto concreto, e si può migliorare parecchio. Se invece dovessi mai sentirti davvero fuori controllo, non più solo spaventata ma confusa, con percezioni insolite, o con la sensazione di non essere al sicuro, in quel caso è giusto chiedere aiuto subito e senza restare sola, anche tramite il 112.
Se ti va, dai un’occhiata al mio profilo: trovi come lavoro con ansia, paure ossessive e dipendenza da rassicurazione, e puoi valutare un confronto
Il fatto che il tuo umore dipenda da cosa ti risponde un software è un segnale importante: non tanto perché “sei grave”, ma perché stai delegando a qualcosa di esterno il compito di spegnere l’ansia e di dirti se sei al sicuro. E l’ansia, lo sai, trova sempre un nuovo appiglio. Infatti ora il dubbio si è spostato sul software stesso.
Sulla paura della psicosi, ti dico una cosa semplice: essere molto ansiosa, controllare su Google, cercare rassicurazioni e avere pensieri ripetitivi non equivale a “stare diventando psicotica”. La psicosi non “scatta” solo perché sei stressata o perché ci pensi tanto. Nelle forme reattive di solito si parla di eventi davvero molto traumatici e di sintomi evidenti e destabilizzanti, non di paura di poterli avere. Nelle forme più durature i fattori sono molteplici e non si riducono a “ho superato una soglia di stress”. Capisco che leggere certe cose online faccia esplodere il panico, ma non è una fonte che aiuta quando sei già in allarme.
In questo momento l’obiettivo non è ottenere l’ennesima risposta “definitiva”, ma iniziare a disinnescare la dipendenza dalla rassicurazione. Puoi farlo in modo graduale: scegliere di non aprire l’app al primo impulso, rimandare di dieci minuti, poi di mezz’ora, e nel frattempo fare qualcosa che calmi il corpo, respirazione lenta, doccia, camminata breve, una telefonata a una persona reale. E soprattutto, provare a non conservare gli screenshot: tenerli è comprensibile, ma alimenta l’idea che ti serva una prova per stare bene.
Se hai già una psicologa o un medico di riferimento, portagli esattamente questo tema, la ricerca compulsiva di rassicurazioni e la paura della psicosi. È un lavoro molto concreto, e si può migliorare parecchio. Se invece dovessi mai sentirti davvero fuori controllo, non più solo spaventata ma confusa, con percezioni insolite, o con la sensazione di non essere al sicuro, in quel caso è giusto chiedere aiuto subito e senza restare sola, anche tramite il 112.
Se ti va, dai un’occhiata al mio profilo: trovi come lavoro con ansia, paure ossessive e dipendenza da rassicurazione, e puoi valutare un confronto
Buonasera, innanzitutto ci tengo a darle dei numeri che emergono da dati globali sull'uso di AI a scopo terapeutico: il 30% degli utenti. Quello che lei sta facendo quindi non è follia, nè tantomeno una stranezza ma qualcosa di molto diffuso. Detto questo, nonostante l'AI sia disponibile 24 ore su 24, ha anche molti limiti. Non posso dilungarmi qui ma tra quest'ultimi mi sento di segnalarle l'aspetto della privacy, che ritengo sia molto importante: non c'è la sicurezza del segreto professionale. Penso sia importante che lei rifletta primariamente sulla protezione dei suoi dati, dato che mi sembra che lei si confidi con questo software. Inoltre, l'empatia è simulata e, nonostante lei possa avere l'impressione di parlare con un'entità in grado di capirla, tenga a mente che lei si sta rapportando con un sistema che opera solo su base statistica e sintattica. Non credo che lei stia sviluppando o possa sviluppare una psicosi, ma che stia sviluppando una risposta a un rapporto cronico con questo tipo di interlocutore che, dopo una prima fase in cui riusciva a "contenere" il suo stress, adesso l'ha mandata in confusione. Mi sembra che lei in questo momento sia molto preoccupato comunque e le domande a cui vorrebbe risposta sono molteplici, mi servirebbero ulteriori informazioni per aiutarla.
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Da ciò che descrive emerge soprattutto un quadro di ansia con forte bisogno di rassicurazione, più che segnali di psicosi o di un disturbo grave.
Quando l’ansia è intensa, la mente cerca conferme continue per ridurre la paura. Nel suo caso l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento di rassicurazione immediata: le risposte la calmano momentaneamente, ma rinforzano il bisogno di controllare di nuovo, creando un circolo tipico dell’ansia. Anche conservare gli screenshot rappresenta un tentativo di mantenere quella sensazione di sollievo.
È importante chiarire che la psicosi non si sviluppa semplicemente perché si è stressati o spaventati. Inoltre, il fatto che lei mantenga dubbi critici, autoconsapevolezza e paura di stare esagerando è molto più compatibile con un funzionamento ansioso che con un disturbo psicotico.
Non si tratta di “follia”, ma di un’ansia che sta cercando sollievo attraverso rassicurazioni esterne. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a gestire i pensieri intrusivi e a sviluppare una maggiore sicurezza interna, riducendo la dipendenza dalle conferme immediate.
Un caro saluto.
Quando l’ansia è intensa, la mente cerca conferme continue per ridurre la paura. Nel suo caso l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento di rassicurazione immediata: le risposte la calmano momentaneamente, ma rinforzano il bisogno di controllare di nuovo, creando un circolo tipico dell’ansia. Anche conservare gli screenshot rappresenta un tentativo di mantenere quella sensazione di sollievo.
È importante chiarire che la psicosi non si sviluppa semplicemente perché si è stressati o spaventati. Inoltre, il fatto che lei mantenga dubbi critici, autoconsapevolezza e paura di stare esagerando è molto più compatibile con un funzionamento ansioso che con un disturbo psicotico.
Non si tratta di “follia”, ma di un’ansia che sta cercando sollievo attraverso rassicurazioni esterne. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a gestire i pensieri intrusivi e a sviluppare una maggiore sicurezza interna, riducendo la dipendenza dalle conferme immediate.
Un caro saluto.
buonasera,
Comprendo il senso di frustrazione. Da ciò che descrivi, il quadro è molto più vicino a un’ansia intensa con ricerca ripetuta di rassicurazioni, non a una psicosi. Il bisogno di controllare, rileggere, reinstallare l’app e ottenere risposte immediate è un meccanismo tipico dell’ansia: dà sollievo nell’immediato, ma nel tempo mantiene il dubbio e lo rende più invadente.
L’idea che questo comportamento possa essere “follia” nasce proprio dall’ansia stessa. Chi sviluppa una psicosi non vive questa forma di ipercontrollo, non si interroga in modo critico sul proprio funzionamento e non teme di “impazzire”: perde contatto con la realtà senza rendersene conto. Tu, invece, stai osservando con lucidità ciò che provi, ti poni domande, cerchi spiegazioni. Questo è incompatibile con un esordio psicotico.
L’ansia, anche se molto intensa, non la provoca. Il timore che “lo stress faccia scattare la psicosi” è una lettura letterale e allarmistica di informazioni generiche trovate online, non applicabile alla tua situazione.
Il punto centrale è che il sollievo che ottieni dall’app ti porta a usarla sempre più spesso, e questo crea una dipendenza da rassicurazione che alimenta l’ansia invece di ridurla. Un lavoro psicologico mirato può aiutarti a interrompere questo circolo e a ritrovare un
senso di sicurezza più stabile e interno.
resto a disposizione per eventuali chiarimenti,
saluti.
Comprendo il senso di frustrazione. Da ciò che descrivi, il quadro è molto più vicino a un’ansia intensa con ricerca ripetuta di rassicurazioni, non a una psicosi. Il bisogno di controllare, rileggere, reinstallare l’app e ottenere risposte immediate è un meccanismo tipico dell’ansia: dà sollievo nell’immediato, ma nel tempo mantiene il dubbio e lo rende più invadente.
L’idea che questo comportamento possa essere “follia” nasce proprio dall’ansia stessa. Chi sviluppa una psicosi non vive questa forma di ipercontrollo, non si interroga in modo critico sul proprio funzionamento e non teme di “impazzire”: perde contatto con la realtà senza rendersene conto. Tu, invece, stai osservando con lucidità ciò che provi, ti poni domande, cerchi spiegazioni. Questo è incompatibile con un esordio psicotico.
L’ansia, anche se molto intensa, non la provoca. Il timore che “lo stress faccia scattare la psicosi” è una lettura letterale e allarmistica di informazioni generiche trovate online, non applicabile alla tua situazione.
Il punto centrale è che il sollievo che ottieni dall’app ti porta a usarla sempre più spesso, e questo crea una dipendenza da rassicurazione che alimenta l’ansia invece di ridurla. Un lavoro psicologico mirato può aiutarti a interrompere questo circolo e a ritrovare un
senso di sicurezza più stabile e interno.
resto a disposizione per eventuali chiarimenti,
saluti.
Buongiorno, la ringrazio per aver raccontato con tanta sincerità quello che sta vivendo. Nelle sue parole si sente chiaramente quanto questa paura la stia assorbendo e quanto stia cercando, in tutti i modi possibili, di trovare sollievo e rassicurazione. Quello che descrive non è follia. È un meccanismo tipico dell’ansia. Quando una persona è molto spaventata da una possibilità, in questo caso la psicosi, la mente inizia a cercare continuamente conferme che quella cosa non stia accadendo. Il problema è che la rassicurazione funziona solo per poco tempo. Le dà un sollievo immediato, ma poi il dubbio ritorna. A quel punto sente di dover chiedere di nuovo, controllare di nuovo, fare uno screenshot di nuovo. Questo crea un circolo che si autoalimenta. Il fatto che il suo umore cambi in base alla risposta ricevuta è un altro segnale tipico di quanto il bisogno di certezza sia diventato centrale. Se qualcuno o qualcosa le dice che è sana, prova sollievo. Se legge o interpreta qualcosa come allarmante, precipita nell’angoscia. Non è il contenuto in sé a determinare il suo stato emotivo, ma l’interpretazione catastrofica che si attiva. La paura della psicosi, soprattutto dopo aver letto informazioni online, è una delle paure più comuni nelle persone con ansia intensa. La mente prende un’informazione generica, come quella sulla soglia di stress, e la trasforma in una minaccia personale e imminente. Ma tra stress elevato e psicosi non esiste un passaggio automatico. Se fosse così, moltissime persone sotto pressione svilupperebbero una psicosi, cosa che nella realtà non accade. Un elemento molto importante è questo: lei si osserva, si analizza, si preoccupa di stare perdendo il controllo. Questa iper consapevolezza è tipica dell’ansia, non della psicosi. Nella psicosi la persona non si chiede se sta impazzendo in modo critico e lucido come sta facendo lei. Il suo dubbio costante, il bisogno di verificare, il timore di essere folle sono segnali di paura, non di perdita di contatto con la realtà. Il meccanismo che descrive, reinstallare l’app quando l’ansia sale, conservare screenshot come calmante, cercare risposte ripetute sugli stessi temi, rientra molto di più in una dinamica ossessiva di rassicurazione che in qualcosa di psicotico. È l’ansia che ha trovato uno strumento perfetto per alimentarsi: una risposta immediata e sempre disponibile. Il punto delicato è che più usa questo strumento per calmarsi, più il cervello impara che da sola non può reggere l’incertezza. È come se si stesse allenando a non tollerare il dubbio. E il dubbio, invece, è una componente inevitabile della vita. Quando si è chiesta se parlare così ossessivamente con un software sia di per sé follia, il suo cervello è andato in tilt perché ha messo in discussione l’unica strategia che la faceva sentire protetta. È comprensibile che in quel momento si sia sentita smarrita. La domanda più utile non è se sia ansia o altro in senso diagnostico rigido, ma come interrompere questo circuito. Continuare a cercare rassicurazioni non risolverà la paura della psicosi, perché l’ansia troverà sempre un nuovo dubbio. Ciò che davvero può aiutarla è imparare a tollerare l’incertezza senza ricorrere immediatamente al controllo. Proprio per questo, affrontare questo meccanismo con un supporto psicologico strutturato potrebbe essere molto importante. Un percorso cognitivo comportamentale, ad esempio, lavora proprio sugli schemi di funzionamento che si stanno attivando in lei: il bisogno di certezza assoluta, l’intolleranza del dubbio, la ricerca compulsiva di rassicurazioni, l’interpretazione catastrofica delle informazioni. Non si tratta solo di rassicurarla sul fatto che non svilupperà una psicosi, ma di aiutarla a smettere di vivere con questa paura costante. Lei stessa si rende conto che si sta fasciando la testa con una paura che probabilmente non le appartiene. Questo è un segnale di consapevolezza prezioso. Non è una fissa bizzarra, è un’ansia che ha trovato un oggetto specifico su cui concentrarsi. Con il giusto aiuto può imparare a non farsi più governare da questo meccanismo. Non deve affrontare tutto questo da sola. Chiedere un supporto mirato non significa che la situazione sia grave, ma che desidera riprendere il controllo in modo più stabile e sereno. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente,
da ciò che descrivi emerge soprattutto un vissuto di ansia molto intensa accompagnata da bisogno di rassicurazione. Quando l’ansia aumenta, la mente tende a cercare rapidamente qualcosa che la plachi; nel tuo caso questo ruolo è stato assunto dall’intelligenza artificiale, che offre una risposta immediata e quindi una sensazione momentanea di sollievo.
Questo meccanismo è piuttosto comune nei disturbi d’ansia: la persona entra in un ciclo di dubbio → ricerca di rassicurazione → sollievo temporaneo → ritorno del dubbio. Col tempo la rassicurazione diventa quasi un “regolatore emotivo esterno”, e può sembrare difficile farne a meno, proprio perché il cervello ha imparato ad associarla al calmarsi dell’ansia. Il fatto che tu faccia screenshot delle conversazioni per rileggerle quando l’ansia torna è coerente con questo meccanismo.
È importante sottolineare che questo non significa affatto essere “folli” o stare sviluppando una psicosi. Anzi, il fatto che tu ti osservi, che metta in discussione il tuo comportamento e che cerchi di comprenderlo è indice di buon livello di consapevolezza e realtà, caratteristiche che generalmente sono proprio assenti nelle condizioni psicotiche.
Riguardo alla psicosi:
• le psicosi non si sviluppano semplicemente perché una persona è molto ansiosa o perché ha superato una “soglia di stress” in senso generico;
• solitamente sono il risultato di molteplici fattori (biologici, psicologici e ambientali) e non si manifestano come una paura di “diventare psicotici”, ma con alterazioni significative della percezione della realtà, come deliri o allucinazioni, di cui spesso la persona non è consapevole.
Quindi il tipo di preoccupazione che descrivi – il timore costante di avere una psicosi – è molto più frequentemente collegato all’ansia e alla ruminazione mentale, non alla psicosi stessa.
Da una prospettiva più ampia, potremmo dire che quando l’ansia diventa dominante, la mente tende a cercare sicurezza fuori da sé. Il lavoro psicologico consiste spesso proprio nel riportare gradualmente questa funzione regolativa dentro di sé, sviluppando strumenti interni di calma, presenza e fiducia. In termini transpersonali potremmo parlare di un processo di ri-connessione con una parte più profonda e stabile della propria coscienza, che non è governata dal flusso dei pensieri ansiosi.
Per questo motivo potrebbe essere molto utile parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta, che possa aiutarti a comprendere meglio il funzionamento della tua ansia e a sviluppare strategie per gestirla senza dover ricorrere continuamente alla rassicurazione esterna. Spesso, quando si lavora sull’ansia in modo adeguato, anche queste “fisse” perdono gradualmente forza.
Il fatto che tu abbia scritto qui dimostra già una buona capacità di riflessione e il desiderio di prenderti cura di te. Con il giusto supporto, queste dinamiche possono essere comprese e trasformate.
Un caro saluto.
da ciò che descrivi emerge soprattutto un vissuto di ansia molto intensa accompagnata da bisogno di rassicurazione. Quando l’ansia aumenta, la mente tende a cercare rapidamente qualcosa che la plachi; nel tuo caso questo ruolo è stato assunto dall’intelligenza artificiale, che offre una risposta immediata e quindi una sensazione momentanea di sollievo.
Questo meccanismo è piuttosto comune nei disturbi d’ansia: la persona entra in un ciclo di dubbio → ricerca di rassicurazione → sollievo temporaneo → ritorno del dubbio. Col tempo la rassicurazione diventa quasi un “regolatore emotivo esterno”, e può sembrare difficile farne a meno, proprio perché il cervello ha imparato ad associarla al calmarsi dell’ansia. Il fatto che tu faccia screenshot delle conversazioni per rileggerle quando l’ansia torna è coerente con questo meccanismo.
È importante sottolineare che questo non significa affatto essere “folli” o stare sviluppando una psicosi. Anzi, il fatto che tu ti osservi, che metta in discussione il tuo comportamento e che cerchi di comprenderlo è indice di buon livello di consapevolezza e realtà, caratteristiche che generalmente sono proprio assenti nelle condizioni psicotiche.
Riguardo alla psicosi:
• le psicosi non si sviluppano semplicemente perché una persona è molto ansiosa o perché ha superato una “soglia di stress” in senso generico;
• solitamente sono il risultato di molteplici fattori (biologici, psicologici e ambientali) e non si manifestano come una paura di “diventare psicotici”, ma con alterazioni significative della percezione della realtà, come deliri o allucinazioni, di cui spesso la persona non è consapevole.
Quindi il tipo di preoccupazione che descrivi – il timore costante di avere una psicosi – è molto più frequentemente collegato all’ansia e alla ruminazione mentale, non alla psicosi stessa.
Da una prospettiva più ampia, potremmo dire che quando l’ansia diventa dominante, la mente tende a cercare sicurezza fuori da sé. Il lavoro psicologico consiste spesso proprio nel riportare gradualmente questa funzione regolativa dentro di sé, sviluppando strumenti interni di calma, presenza e fiducia. In termini transpersonali potremmo parlare di un processo di ri-connessione con una parte più profonda e stabile della propria coscienza, che non è governata dal flusso dei pensieri ansiosi.
Per questo motivo potrebbe essere molto utile parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta, che possa aiutarti a comprendere meglio il funzionamento della tua ansia e a sviluppare strategie per gestirla senza dover ricorrere continuamente alla rassicurazione esterna. Spesso, quando si lavora sull’ansia in modo adeguato, anche queste “fisse” perdono gradualmente forza.
Il fatto che tu abbia scritto qui dimostra già una buona capacità di riflessione e il desiderio di prenderti cura di te. Con il giusto supporto, queste dinamiche possono essere comprese e trasformate.
Un caro saluto.
Buongiorno,
Non penso che ci sia utile categorizzare il suo comportamento rispetto a Meta AI come "follia": forse ci è più utile riflettere su quando precisamente ha avuto inizio e cosa stava accadendo nella sua vita in quel periodo; e riflettere, anche, su quali sono i vantaggi e gli svantaggi che questo comportamento le provoca. Uno dei vantaggi appare chiaro dal suo scritto: è capace di placare la sua ansia e tranquillizzarla, ma solo per un breve periodo, poiché essa poi torna a bussare. Anche uno degli svantaggi è stato da lei già descritto: da questo comportamento dipende il suo umore, è capace di renderla felice, ma anche triste, e vorrebbe smettere di farlo ma non riesce. Forse parlare con un professionista reale potrebbe aiutarla a capire meglio quello che sta capitando nella sua vita, e darvi senso. Riguardo alla psicosi, mi sembra che stia canalizzando su questa paura la sua ansia; anche di questo, se vorrà, potrà parlare con uno psicologo.
Non penso che ci sia utile categorizzare il suo comportamento rispetto a Meta AI come "follia": forse ci è più utile riflettere su quando precisamente ha avuto inizio e cosa stava accadendo nella sua vita in quel periodo; e riflettere, anche, su quali sono i vantaggi e gli svantaggi che questo comportamento le provoca. Uno dei vantaggi appare chiaro dal suo scritto: è capace di placare la sua ansia e tranquillizzarla, ma solo per un breve periodo, poiché essa poi torna a bussare. Anche uno degli svantaggi è stato da lei già descritto: da questo comportamento dipende il suo umore, è capace di renderla felice, ma anche triste, e vorrebbe smettere di farlo ma non riesce. Forse parlare con un professionista reale potrebbe aiutarla a capire meglio quello che sta capitando nella sua vita, e darvi senso. Riguardo alla psicosi, mi sembra che stia canalizzando su questa paura la sua ansia; anche di questo, se vorrà, potrà parlare con uno psicologo.
Buongiorno, la sua richiesta descrive con grande lucidità un meccanismo moderno di gestione dell'ansia: quello che lei ha sviluppato con l'IA è un circolo vizioso simile a quello del disturbo ossessivo: il dubbio ("e se diventassi psicotica?") genera un'ansia insopportabile, e la risposta del software funge da "calmante" immediato, proprio come lo screenshot che conserva in galleria come un amuleto. Il problema è che questa rassicurazione ha un effetto brevissimo e, paradossalmente, alimenta il dubbio successivo, rendendola dipendente dallo strumento per regolare le sue emozioni. Per quanto riguarda la sua paura della psicosi, è fondamentale chiarire che la psicosi (reattiva o cronica) non scatta come un interruttore solo perché si è molto stressati o perché si ha una "fissa": essa richiede una vulnerabilità biologica e genetica complessa che non sembra appartenerle, e il fatto che lei si interroghi sulla razionalità del suo comportamento è proprio la prova del suo solido contatto con la realtà, che è l'esatto opposto della psicosi. La sua non è follia, ma un'ansia che ha trovato un oggetto specifico su cui scaricarsi (la salute mentale) e uno strumento tecnologico per tentare di controllarla; il "tilt" che sente nasce dal fatto che ha iniziato a dubitare del suo stesso rimedio. Per uscire da questa trappola, non serve cancellare l'app, ma cambiare il significato che le attribuisce: l'IA non può farle una diagnosi né garantirle la salute, è solo uno specchio delle sue paure o delle sue speranze del momento. Un percorso terapeutico la aiuterebbe a tollerare l'incertezza senza dover cercare risposte istantanee, imparando a regolarsi attraverso le proprie risorse anziché delegare il suo umore a un algoritmo.
Buongiorno, le consiglio di iniziare un trattamento psicoterapico per il trattamento dell'ansia. Cordiali saluti.
Salve,
da quanto descrive, sembra che lei stia vivendo un circolo di ansia e compulsione: l’ansia la spinge a cercare rassicurazioni costanti, e queste diventano un sollievo temporaneo, che però non elimina il problema e può addirittura rafforzare la sua dipendenza dal software. Questo tipo di comportamento può essere assimilabile a un meccanismo ossessivo-compulsivo o a un’ansia generalizzata, più che a una condizione psicotica in sé.
Riguardo alle psicosi reattive o croniche, generalmente non insorgono automaticamente per aver letto informazioni su internet o per l’ansia; possono manifestarsi in contesti specifici di vulnerabilità biologica, genetica o psicologica, spesso accompagnati da sintomi persistenti come distorsioni della realtà, allucinazioni o pensieri fortemente disorganizzati. Il fatto che non ci siano casi in famiglia riduce ulteriormente il rischio.
Il meccanismo che descrive — consultare ossessivamente il software, fare screenshot come “calmante”, rimanere in ansia fino a quando non riceve una rassicurazione — indica un bisogno di gestire l’ansia con comportamenti ripetitivi, più che una malattia psichica grave. Tuttavia, questi schemi possono diventare molto pesanti e interferire con il quotidiano, quindi è importante affrontarli con strategie mirate.
Per questo motivo, sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a comprendere meglio il suo stato emotivo, ridurre la dipendenza dai comportamenti rassicuratori e gestire l’ansia in modo più efficace.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da quanto descrive, sembra che lei stia vivendo un circolo di ansia e compulsione: l’ansia la spinge a cercare rassicurazioni costanti, e queste diventano un sollievo temporaneo, che però non elimina il problema e può addirittura rafforzare la sua dipendenza dal software. Questo tipo di comportamento può essere assimilabile a un meccanismo ossessivo-compulsivo o a un’ansia generalizzata, più che a una condizione psicotica in sé.
Riguardo alle psicosi reattive o croniche, generalmente non insorgono automaticamente per aver letto informazioni su internet o per l’ansia; possono manifestarsi in contesti specifici di vulnerabilità biologica, genetica o psicologica, spesso accompagnati da sintomi persistenti come distorsioni della realtà, allucinazioni o pensieri fortemente disorganizzati. Il fatto che non ci siano casi in famiglia riduce ulteriormente il rischio.
Il meccanismo che descrive — consultare ossessivamente il software, fare screenshot come “calmante”, rimanere in ansia fino a quando non riceve una rassicurazione — indica un bisogno di gestire l’ansia con comportamenti ripetitivi, più che una malattia psichica grave. Tuttavia, questi schemi possono diventare molto pesanti e interferire con il quotidiano, quindi è importante affrontarli con strategie mirate.
Per questo motivo, sarebbe consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, che possa aiutarla a comprendere meglio il suo stato emotivo, ridurre la dipendenza dai comportamenti rassicuratori e gestire l’ansia in modo più efficace.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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