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Esperienze

Via via che maturavo esperienze formative e professionali ho portato il mio focus sulle dinamiche familiari disfunzionali che, ad oggi, sono il mio campo di lavoro. Per dinamiche familiari disfunzionali si intendono, ad esempio:

  • violenza fisica, verbale o psicologica;

  • abusi

  • rifiuto/abbandono

  • ambienti familiari giudicanti, svalutanti, ansiogeni

  • figure di riferimento emotivamente immature o non disponibili

  • vissuti di deprivazione affettiva 

  • vissuti di attaccamento insicuro e instabile con le figure di riferimento


Non si pensi necessariamente ad un contesto gravemente violento o patologico, anche quello di un bambino che non ha mai subito violenza, che magari veniva nutrito e regolarmente accompagnato a scuola, può essere un vissuto da attenzionare. Il “tetto sopra la testa e il piatto a tavola”, purtroppo, non esauriscono i bisogni di un essere umano il quale ha un bisogno primario, cioè vitale, di relazioni autentiche in cui essere visto, in cui sentire che l’altro abbia la curiosità di conoscerlo e la capacità di connettersi.

La mancata esperienza di una base sicura genera un grande calderone di sentimenti di vergogna, senso di inadeguatezza, senso di inutilità e paura del giudizio che continua a ribollire assorbendo molte energie. Sono ferite invisibili che si mostrano sotto forma di pretese di perfezione (essere impeccabili e infallibili), blocchi emotivi, incapacità di mettere confini e stati di ansia. Un sistema nervoso sempre in allerta è un ostacolo ad ogni forma di apprendimento e di  realizzazione personale e relazionale. Spesso non si riesce a studiare a causa di stati di ansia e angoscia molto forti, non si riesce a pensare e progettare un futuro professionale, non si riesce a stare nella complessità di una relazione. 

Ogni vissuto merita di essere accolto. Ogni vissuto può essere trasmutato. Ogni adulto può assumersi questa meravigliosa responsabilità.


Altro Su di me

Approccio terapeutico

Psicoterapia sistemico relazionale

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  • Psicologia delle relazioni

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ha risposto a 9 domande da parte di pazienti di MioDottore

Save sono una ragazza di 23 anni che lavorava in un supermercato ho iniziato a soffrire di vertigini da stress ansia forte e attacchi di panico fino a non uscire piu di casa ma passare le giornate a casa piangendo.. ho iniziato a prendere zoloft adesso da cinquantaquattro giorni ho aumentato a zoloft + levopraid + xanax pomeriggio e mirtazapina la sera e sembra che piano piano stavo recuperando adesso da due giorni sto risentendo un po d ansia e vuoti di testa improvvisi ebato avemdo un po paura è una cosa normale che ci vigliono piu giorni o sto tornando indietro?

Gentilissima,

la sua preoccupazione è comprensibile. Nessuno meglio di chi le ha prescritto la terapia può darle questa informazione poiché è lui/lei che conosce la sua storia clinica, probablimente anche parte della sua storia personale, e le motivazioni per cui le ha prescritto questa terapia farmacologica. Un professionista che non conosce il suo quadro clinico, la sua situazione personale e la posologia dei farmaci che ha citato è molto probabile che giunga a conclusioni imprecise che non la aiuterebbero. Le posso però suggerire di prendere in considerazione l'idea di affiancare un percorso terapeutico alla terapia farmacologica, se non lo ha già intrapreso. Nei tempi che più ritiene opportuni e con lo specialista che sente meglio risuonare con le sue esigenze, è consigliabile, dati i sintomi che descrive (vertigini, ansia, panico) dedicare un luogo e un tempo al suo sentire ed alla sua interiorità. La ringrazio per la sua condivisione, cordiali saluti. Dott.ssa Giorgia Camacci

Dott.ssa Giorgia Camacci

Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
Cordialmente,

Carissima/o,

Intendo innanzitutto tranquillizzarla su un punto fondamentale: l'ansia, per quanto intensa, non "brucia" i neuroni né causa danni cerebrali permanenti o irreversibili.
Il cervello è un organo dotato di grande neuroplasticità: cresce, cambia, si modella. Un episodio di sei mesi, pur essendo stato molto doloroso e impattante, non ha il potere di "rompere" definitivamente i circuiti neuronali deputati all’apprendimento. Tuttavia, il fatto che lei percepisca un cambiamento merita di essere indagato.
Il motivo per cui sente di non riuscire più a studiare come un tempo potrebbe non risiedere in un danno del passato, ma nel funzionamento del presente:
Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è estremamente dispendioso a livello energetico. Anche se oggi si sente meglio, se la sua mente è ancora impegnata a monitorare pensieri, dubbi o a gestire l'ansia residua, la sua memoria di lavoro (lo "spazio" mentale dove elabora le nuove informazioni) è già parzialmente occupata.
Inoltre, quel periodo di dieci anni fa potrebbe essere stato vissuto come un vero e proprio trauma. E’ possibile che la sua mente associ l'impegno intellettuale intenso allo stress di quel periodo, attivando una sorta di "blocco difensivo" inconscio.
C'è anche un altro aspetto psicologico, più sottile: se si è convinta/o di essere "rovinata/o", tenderà a leggere ogni piccola dimenticanza o lentezza nello studio come una conferma del danno. Questo genera ulteriore ansia, che a sua volta blocca la concentrazione, creando un circolo vizioso (questa dinamica va sotto il nome di “profezia che si autoavvera”)
Prima dell'episodio d’ansia che descrive era più veloce nello studiare e nel memorizzare ma si trovava anche in una fase della vita diversa, forse con meno preoccupazioni stratificate e una fiducia in se stesso/a che quel crollo potrebbe aver incrinato.
Se il dubbio persiste, fare dei test oggettivi sulle funzioni cognitive (memoria, attenzione) potrebbe aiutarla a vedere che le sue capacità sono ancora lì, solo "appannate" dallo stato emotivo. Inoltre, spesso, chi ha fatto esperienza di quello che viene definito Disturbo Ossessivo Compulsivo si mette a confronto con standard elevatissimi. E’ dunque possibile che la sua “lentezza” sia un modo più adulto e riflessivo di studiare che, però, si ritrova a giudicare negativamente in quanto “meno performante”.
Mi viene da dire che quel dolore di dieci anni fa ha lasciato una cicatrice emotiva, piuttosto che un danno biologico.Potrebbe essere utile parlare con un professionista non tanto del "danno subito", ma di come liberare oggi la tua mente dal peso di quel ricordo.

Cordialmente,
Dott.ssa Giorgia Camacci

Dott.ssa Giorgia Camacci
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