Domande del paziente (310)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Sento nelle sue parole una stanchezza profonda, come se lei stesse portando sulle spalle un tribunale invisibile che la condanna senza tregua. La sensazione di essere "invasi" da scenari negativi,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Accolgo con molta cura la Sua condivisione, che descrive un panorama interiore particolarmente affollato e rumoroso. Il carico che sta portando, fatto di una ricerca identitaria profonda in... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso questo aggiornamento così denso e sincero; si sente tutto il peso di una scelta che, seppur fatta con estremo senso di responsabilità, la sta lasciando in una... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Accolgo con profonda partecipazione il senso di stanchezza che traspare dalle Sue parole. È doloroso sentire come la Sua storia sociale si sia interrotta proprio nel tempo della fioritura,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera. Mi permetta di accogliere prima di tutto questa Sua tempesta emotiva. Il vuoto della mancata risposta, in un momento di crisi così acuta, per chi vive una sensibilità come la Sua, non è un semplice... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno, quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando si sta riducendo gradualmente l’assunzione di benzodiazepine. Il risveglio notturno e la difficoltà a riaddormentarsi fanno spesso... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Comprendo molto bene la stanchezza e quel senso di logoramento che descrive; trovarsi dopo otto giorni ancora immersi in un malessere che ricorda un’influenza infinita è una prova di resistenza... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera. Accolgo con profonda partecipazione il senso di oppressione e quel "mood" di paralisi che Lei descrive così nitidamente. Sentirsi fermi mentre il mondo fuori sembra correre, portando sulle spalle... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Gentile utente,

    le vertigini psicogene sono una manifestazione reale e frequente dopo un trauma, legata a uno stato di iperattivazione del sistema nervoso. La psicoterapia è il percorso principale e,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno,

    quello che sta vivendo è comprensibilmente molto pesante: da una parte una condizione medica importante, dall’altra un riacutizzarsi dell’ansia e degli attacchi di panico, insieme a vissuti... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno, capisco la sua preoccupazione, soprattutto dopo tanti anni di terapia.

    Il Daparox (paroxetina) è un antidepressivo della classe degli SSRI, comunemente utilizzato per ansia e disturbo ossessivo-compulsivo.... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Salve,

    iniziare un percorso di consapevolezza di sé significa innanzitutto imparare a conoscersi in modo più profondo: riconoscere come funzionano i propri pensieri, le emozioni e le reazioni del corpo,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Salve, i sintomi che descrive (sbandamenti improvvisi seguiti da ansia e paura di cadere) sono piuttosto frequenti e spesso possono essere legati proprio a uno stato ansioso, soprattutto quando l’episodio... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Gentile utente,

    sì, gli sbandamenti e la sensazione di poter svenire possono essere legati a uno stato d’ansia, soprattutto quando si accompagnano a pensieri di preoccupazione crescente come quelli che... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Gentile utente,

    da ciò che descrive, sembra che lei abbia attraversato un periodo di forte attivazione ansiosa e che, con il tempo, stia gradualmente recuperando un equilibrio nella quotidianità. Il fatto... Altro


    Buonasera,
    Sto passando un periodo di stress che sfogo in ansia/attacchi di panico. Ho due bimbi di 10 mesi e due anni. Sono anche anemica (ripeterò a breve analisi compreso tsh) . Soffro da sempre di reflusso e cardias incontinente. Ho spesso fastidi allo stomaco e al petto/ dietro la schiena alta e sono spesso stanca.. il che ovviamente mi fa andare in panico e così il cerchio continua. È un cane che si morde la coda che non so come risolvere. (Oggi ho iniziato terapia per reflusso e ferro) . A gennaio ho fatto visita cardiologica+ecg risultati nella norma, il mio medico di base mi ha visitato due giorni fa e cuore e torace risultano nella norma. Ho sempre paura che sia il cuore e mi faccio venire l'ansia da sola... mi date un parere? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera, la situazione che descrive è molto comune e comprensibile, soprattutto in un periodo di forte carico fisico ed emotivo come quello che sta vivendo con due bimbi piccoli.

    I sintomi che riferisce – fastidi al petto, allo stomaco, alla schiena, stanchezza e paura che sia il cuore – possono facilmente rientrare in un circolo tra ansia e corpo. Da un lato condizioni mediche reali come anemia e reflusso gastroesofageo (soprattutto con cardias incontinente) possono dare sintomi fisici anche intensi; dall’altro l’ansia e gli attacchi di panico amplificano le sensazioni corporee e portano a interpretarli come segnali di pericolo (ad esempio “è il cuore”), alimentando il circolo che lei stessa descrive.

    Il fatto che abbia già eseguito una visita cardiologica con ECG nella norma e che il medico non abbia rilevato problemi è un elemento molto rassicurante. In questi casi, spesso il problema non è il cuore ma l’attenzione costante ai segnali corporei e la paura associata.

    La sensazione di “cane che si morde la coda” è tipica: sintomo fisico → preoccupazione → aumento dell’ansia → intensificazione del sintomo → ulteriore paura.

    Sta già facendo passi corretti iniziando terapia per reflusso e ferro. Parallelamente, però, è importante intervenire anche sul versante psicologico: un percorso di supporto, può aiutarla a gestire l’ansia, ridurre gli attacchi di panico e modificare queste interpretazioni catastrofiche dei sintomi corporei.

    Nel frattempo può aiutarla: ricordarsi che i controlli medici sono nella norma, riconoscere i segnali dell’ansia quando arrivano, usare tecniche di respirazione lenta per abbassare l’attivazione.

    In ogni caso, continui a confrontarsi con il suo medico di fiducia sia per il monitoraggio dei sintomi fisici sia per valutare insieme il percorso più adatto, anche sul piano psicologico. Dott.ssa Giovanna Costanzo.


    Mia figlia soffre di ossessioni paura di parole fa le azioni in modo sequenziale e se non fatte in modo sequenziale diventa nervosa. Non vuole prebndere farmaci per una ragione precisa. Può fare come terapia psicanalisi, la aiuterebbe? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Sì, i sintomi che descrive – ossessioni legate a parole, bisogno di eseguire azioni in modo sequenziale e disagio marcato se non riesce a farlo – sono compatibili con un quadro di disturbo ossessivo-compulsivo.

    Rispondo alla sua domanda: la psicanalisi può essere un percorso utile per aumentare la consapevolezza dei vissuti profondi, ma non è considerata il trattamento di prima scelta per questo tipo di difficoltà. Le evidenze scientifiche indicano come più efficace la psicoterapia cognitivo-comportamentale, in particolare con una tecnica chiamata esposizione con prevenzione della risposta, che aiuta gradualmente la persona a tollerare l’ansia senza mettere in atto i rituali.

    Capisco e rispetto la scelta di non voler assumere farmaci: in molti casi un percorso psicoterapeutico ben strutturato può già portare benefici significativi. Tuttavia, è importante che la terapia sia specifica per il problema, perché interventi non mirati rischiano di essere poco efficaci.

    Il consiglio è di rivolgersi a uno psicoterapeuta con esperienza nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo, per una valutazione accurata e per costruire un percorso adeguato alle esigenze di sua figlia. Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Domande su Insonnia

    Buongiorno, sono una ragazza di 20 anni e ho sempre sofferto di un sonno disturbato a causa dell’ansia. Diciamo che ho sempre avuto difficoltà a prendere sonno e alcune volte a mantenerlo, ma soprattutto a riuscire ad addormentarmi. Recentemente, circa 2-3 mesi fa, ho avuto una crisi d’ansia (non saprei come chiamarla) che mi ha portato a soffrire di insonnia pesante, a causa della quale per 2 settimane non ho chiuso occhio o comunque sono andata avanti a microsonni. La situazione era devastante, mi sembrava di impazzire, quindi ho sentito il medico e mi ha prescritto circadin (1 volta prima di dormire) e lexotan (potevo usarlo anche nel corso della giornata per 3 volte in quantità 5 gocce). Per fortuna ho superato questa crisi, ma ho continuato a usare il lexotan (ne prendo in genere 10 gocce prima di dormire) anche combinandolo con un po’ di melatonina in camomilla (meno di 1 grammo) perché comunque il mio sonno rimane quello che è, cioè veramente difficoltoso. Dopo questo preambolo, aggiungo il mio problema principale: il mio sonno è disturbatissimo, faccio sogni strani e disturbanti, ne faccio anche molteplici a notte e quando mi sveglio spesso mi sento turbata e insoddisfatta del sonno, che non è quasi mai ristoratore. Mi capita anche di risvegliarmi brevemente e poi cadere nel sonno di nuovo, il che è molto fastidioso perché è un risveglio “scomodo”, accompagnato da una sensazione sgradevole. Volevo chiedervi come potrei intervenire a riguardo, perché non so più cosa fare. Vorrei dormire anche solo una notte senza sogni, in un sonno profondo.

    Ps. Alcune volte vedendo che non riuscivo a dormire ho preso altre 5 gocce, sommandole quindi a quelle prese precedentemente per prepararmi a dormire.

    Grazie per le eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno,
    quello che descrive è una condizione che si osserva spesso dopo una fase acuta di ansia intensa: anche se la crisi è passata, il sistema sonno-veglia può rimanere “sensibilizzato” e continuare a funzionare in modo alterato.

    I sintomi che riporta – difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti, sogni vividi o disturbanti, sensazione di sonno non ristoratore – rientrano in un quadro di insonnia sostenuta da uno stato di iperattivazione. In pratica, il corpo e la mente faticano a spegnersi completamente, rimanendo in una condizione di allerta anche durante la notte.

    I sogni intensi e multipli non sono un segnale di qualcosa che “non va” in senso grave, ma spesso indicano proprio un sonno più leggero e frammentato, in cui si resta più a contatto con l’attività mentale. Anche i risvegli “scomodi” che descrive sono tipici di questo meccanismo.

    Per quanto riguarda i farmaci, il Lexotan può aiutare nel breve termine a ridurre l’ansia e favorire il sonno, ma se utilizzato in modo prolungato o con aggiustamenti autonomi delle dosi (come aggiungere gocce quando non dorme) può nel tempo interferire con la qualità del sonno e mantenere la difficoltà. Il Circadin ha invece un ruolo più regolativo, ma da solo non sempre è sufficiente quando l’ansia è il fattore principale.

    Dal punto di vista psicologico, sembra essersi instaurato un circolo: difficoltà a dormire → preoccupazione e paura di non dormire → aumento dell’attivazione → sonno ancora più disturbato. Anche il desiderio molto forte di “dormire bene almeno una notte” rischia, involontariamente, di aumentare la pressione sul sonno.

    In un’ottica più profonda, i sogni disturbanti e il sonno frammentato possono rappresentare un’attività mentale ancora “in elaborazione” dopo la fase di forte ansia che ha vissuto: non sono pericolosi, ma segnalano che il sistema interno non si è ancora completamente riequilibrato.

    Cosa può essere utile fare:

    evitare modifiche autonome del dosaggio dei farmaci
    mantenere una routine del sonno regolare e prevedibile
    ridurre il controllo e lo sforzo attivo di “dover dormire”
    introdurre momenti di decompressione serale (non solo fisici ma anche mentali)

    Soprattutto, può essere molto utile affiancare un percorso psicologico: lavorare sull’ansia di fondo e sul rapporto con il sonno spesso porta a un miglioramento significativo e più stabile rispetto al solo intervento farmacologico.

    Le consiglio in ogni caso di confrontarsi con il suo medico di fiducia per una rivalutazione della terapia e per essere guidata in modo sicuro nella gestione dei farmaci. Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Salve,
    scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.

    Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.

    Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.

    C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.

    Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.

    Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.

    Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.

    In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.

    A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.

    Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.

    Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.

    Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.

    Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
    sono io il problema?
    Sto vedendo una realtà distorta?
    Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?

    Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
    Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
    Grazie per l’attenzione.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera, capisco perché ti senti così confusa, e ti rispondo come farei in uno studio, parlando con te, non “analizzandoti da fuori”.

    Quello che hai vissuto non è semplicemente una relazione difficile: è una relazione che, nel tempo, ha eroso il tuo senso di realtà. Non succede all’improvviso. Succede lentamente, attraverso piccole frasi, reazioni, silenzi, ribaltamenti, fino a un punto in cui non sei più sicura di quello che provi, di quello che vedi, di quello che ricordi.

    Tu dici: “forse sono io il problema”.
    Questa frase, detta così, non è un segno che sei il problema. È un segno che hai interiorizzato un dubbio costante su te stessa.

    Se una persona, nel momento in cui esprimi un disagio, invece di entrarci in relazione ti dice che sei esagerata, che non capisci, che sei “pazza”, non sta discutendo con te: sta mettendo in discussione la tua legittimità a percepire. E quando questo succede tante volte, inizi a non fidarti più di te. Non perché sei incapace di capire la realtà, ma perché qualcuno ti ha insegnato, implicitamente, che la tua realtà non vale.

    Il fatto che tu ti sia messa in discussione è importante, ma c’è una differenza fondamentale tra mettersi in discussione e essere messa costantemente in discussione. Nel primo caso cresci. Nel secondo caso ti perdi.

    Tu non descrivi una persona che non si assume responsabilità. Descrivi qualcuno che ha fatto anche troppo questo movimento, fino al punto di arrivare a chiedersi se fosse “malata”, se fosse lei a creare tutto. Questo tipo di dubbio così radicale non nasce dal nulla. Nasce quando, ogni volta che provi a capire cosa sta succedendo, la risposta che ricevi è che il problema sei tu, indipendentemente da cosa stia accadendo davvero.

    E allora succede una cosa molto precisa: perdi il punto di appoggio interno. Non hai più un “io sento questo, quindi ha senso esplorarlo”, ma un “io sento questo… ma probabilmente è sbagliato”. È una frattura interna.

    Anche i comportamenti che oggi guardi con fatica — il controllare, il cercare conferme — non sono la tua identità. Sono il tentativo, un po’ disperato, di rimettere insieme un senso di coerenza quando il dialogo non esiste più. Quando non puoi avere risposte dall’altro, inizi a cercarle altrove. Non è sano, ma è comprensibile dentro quel contesto.

    La cosa che mi colpisce di più è che tu continui a cercare di essere onesta. Non stai dicendo “è tutta colpa sua”. Stai cercando di capire davvero dove sei tu dentro questa storia. Questo è un punto di forza, ma in una dinamica come quella che descrivi diventa anche un rischio, perché può trasformarsi in autoaccusa continua.

    E allora ti dico questo con molta chiarezza: il fatto che tu abbia delle cose su cui lavorare non rende sana una relazione che ti fa sentire costantemente sbagliata, non ascoltata, e confusa al punto da dubitare della tua sanità mentale.

    Le due cose possono coesistere: tu puoi avere fragilità, e allo stesso tempo essere stata dentro una relazione che le ha amplificate e usate contro di te.

    Il dubbio che hai oggi — “e se stessi distorcendo tutto?” — non è una prova contro di te. È una ferita aperta. È il segno che la tua fiducia in te stessa non è ancora tornata.

    E questo richiede tempo.

    Non si risolve trovando la risposta perfetta su chi aveva ragione. Si ricostruisce piano piano tornando a dare valore a quello che senti, senza invalidarlo subito. Imparando a distinguere: “questo è qualcosa che posso migliorare” da “questo è qualcosa che mi ha fatto male ed è legittimo”.

    Tu non sei una persona che non capisce la realtà. Sei una persona che, a forza di essere messa in dubbio, ha imparato a dubitare di sé.

    E da lì si può ripartire. Non tornando indietro, ma ricostruendo un punto fermo dentro di te che non dipenda da come qualcun altro ti definisce. Dott.ssa Giovanna Costanzo


Autore

psicologo, psicoterapeuta, psicologo clinico

Domande più frequenti

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