Buongiorno dell età di 18 anni soffro di ansia e attacchi di panico. Ora ho 44 anni e nei ultimi 3 a
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Buongiorno dell età di 18 anni soffro di ansia e attacchi di panico. Ora ho 44 anni e nei ultimi 3 anni a causa di una malattia renale rara che è peggiorata ,ho un rene che funziona poco e devo sperare di non togliere all inizio avevo solo la mia solita ansia ma ultimamente mi sono tornati crisi di pianto ansia forte e non riesco a stare al lavoro e in piu non ho tante amicizie mi sento sola. Faccio una cura con zarelis e xanax che nell ultima settimana mi hanno aumentato. Mi ripetono che li avrò sempre. Fino a un anno mezzo fa avevo un ragazzo che poi mi ha lasciato e quello che mi da piu fastidio è che mi ha cancellato. Non mi parla e non segue piu niente di me e se mi trova difronte mi saluta. Io non sono fatta cosi e mi fa rabbia e tristezza. Non capisci a distanza di tempo mi viene da pensare ancora a questa cosa. Vorrei capire cosa posso fare e perché mi viene da pensare ancora a questa cosa. E non riuscire a cambiare il modo di pensare su tutto.
Grazie
Grazie
Gentile utente,
quello che sta vivendo è molto comprensibile se si considera tutto ciò che ha dovuto affrontare negli ultimi anni: una malattia fisica importante, la paura per il futuro, la fine di una relazione e un senso crescente di solitudine. Sono eventi che possono riattivare ansia e fragilità anche dopo molti anni di relativo equilibrio.
Il fatto che continui a pensare al suo ex compagno, anche a distanza di tempo, non è strano. Quando una relazione finisce senza un vero confronto o con una chiusura brusca, come nel suo caso, è più facile che rimangano rabbia, tristezza e pensieri ricorrenti. Non significa che non stia andando avanti, ma che probabilmente quella ferita emotiva non è stata ancora del tutto elaborata.
Anche la malattia renale può aver aumentato il senso di vulnerabilità e solitudine, rendendo più difficile gestire l’ansia e il lavoro. Le crisi di pianto e la difficoltà a stare al lavoro sono segnali che meritano attenzione e ascolto.
Oltre alla terapia farmacologica che sta già seguendo, potrebbe essere molto utile affiancare un percorso di psicoterapia, se non lo sta già facendo. Avere uno spazio in cui parlare della malattia, della separazione e del senso di solitudine può aiutarla a elaborare la fine della relazione, ridurre i pensieri ricorrenti sul passato, trovare nuovi modi per gestire ansia e tristezza, lavorare sul senso di solitudine e sul bisogno di relazioni significative.
Il fatto che lei si chieda cosa può fare è già un passo importante: significa che sta cercando una strada per stare meglio, anche in un momento difficile.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
quello che sta vivendo è molto comprensibile se si considera tutto ciò che ha dovuto affrontare negli ultimi anni: una malattia fisica importante, la paura per il futuro, la fine di una relazione e un senso crescente di solitudine. Sono eventi che possono riattivare ansia e fragilità anche dopo molti anni di relativo equilibrio.
Il fatto che continui a pensare al suo ex compagno, anche a distanza di tempo, non è strano. Quando una relazione finisce senza un vero confronto o con una chiusura brusca, come nel suo caso, è più facile che rimangano rabbia, tristezza e pensieri ricorrenti. Non significa che non stia andando avanti, ma che probabilmente quella ferita emotiva non è stata ancora del tutto elaborata.
Anche la malattia renale può aver aumentato il senso di vulnerabilità e solitudine, rendendo più difficile gestire l’ansia e il lavoro. Le crisi di pianto e la difficoltà a stare al lavoro sono segnali che meritano attenzione e ascolto.
Oltre alla terapia farmacologica che sta già seguendo, potrebbe essere molto utile affiancare un percorso di psicoterapia, se non lo sta già facendo. Avere uno spazio in cui parlare della malattia, della separazione e del senso di solitudine può aiutarla a elaborare la fine della relazione, ridurre i pensieri ricorrenti sul passato, trovare nuovi modi per gestire ansia e tristezza, lavorare sul senso di solitudine e sul bisogno di relazioni significative.
Il fatto che lei si chieda cosa può fare è già un passo importante: significa che sta cercando una strada per stare meglio, anche in un momento difficile.
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Buongiorno, la terapia farmacologica di certo aiuta ad alleviare i sintomi ma non a risolvere il problema che è alla base del Suo disagio.Deve iniziare un percorso di consapevolezza di Se, delle sue capacità, attitudini, potenzialità in modo da concentrarsi sulla sua evoluzione personale e riuscire a distaccarsi emotivamente dalle cose su cui rimugina.Non è vero che li avrà sempre gli attacchi di panico; deve solo imparare delle strategie per prevenirli o combatterli.
Rimango a Sua disposizione
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gentile utente,
Quello che lei sta vivendo può essere compreso come qualcosa che ha radici profonde nella sua storia emotiva, e che oggi si riattiva in un momento di particolare fragilità. Non si tratta semplicemente di “tornare indietro”, ma del fatto che alcune esperienze recenti — la malattia, la rottura affettiva, il senso di solitudine — hanno riaperto vissuti che probabilmente erano già presenti, ma più silenziosi.
Quando lei si chiede perché, a distanza di tempo, continua a pensare a questa persona, forse la domanda può essere leggermente spostata: non tanto perché pensa ancora a lui, ma cosa rappresenta lui dentro di lei. Da come lo descrive, ciò che sembra più doloroso non è solo la fine della relazione, ma il modo in cui è avvenuta, quel senso di essere stata cancellata, non più vista, non più riconosciuta. Questo tipo di esperienza lascia qualcosa di incompiuto, come se mancasse una chiusura emotiva, e la mente tende naturalmente a tornarci sopra nel tentativo di dare un senso, di trovare una risposta che però spesso non arriva.
In questo momento, il fatto che lei si senta sola rende tutto più intenso. La solitudine non è solo esterna, ma anche interna, e quando aumenta può portare a riattivare legami del passato, quasi come se fossero ancora presenti, perché aiutano a non sentire completamente il vuoto. Per questo i pensieri tornano, non perché lei non riesca ad andare avanti, ma perché c’è una parte di lei che sta ancora cercando di elaborare quella ferita.
Forse, più che sforzarsi di cambiare i pensieri, potrebbe essere più utile avvicinarsi a ciò che sente quando questi arrivano, con un po’ di curiosità e senza giudizio, chiedendosi che tipo di mancanza o di dolore si attiva in quei momenti. È da lì che si può iniziare a comprendere davvero cosa sta accadendo dentro di lei.
Quello che sta vivendo non è segno di debolezza, ma il modo in cui la sua mente e il suo mondo emotivo stanno cercando di dare un senso a qualcosa che è stato molto significativo e che non ha trovato una vera conclusione
Quello che lei sta vivendo può essere compreso come qualcosa che ha radici profonde nella sua storia emotiva, e che oggi si riattiva in un momento di particolare fragilità. Non si tratta semplicemente di “tornare indietro”, ma del fatto che alcune esperienze recenti — la malattia, la rottura affettiva, il senso di solitudine — hanno riaperto vissuti che probabilmente erano già presenti, ma più silenziosi.
Quando lei si chiede perché, a distanza di tempo, continua a pensare a questa persona, forse la domanda può essere leggermente spostata: non tanto perché pensa ancora a lui, ma cosa rappresenta lui dentro di lei. Da come lo descrive, ciò che sembra più doloroso non è solo la fine della relazione, ma il modo in cui è avvenuta, quel senso di essere stata cancellata, non più vista, non più riconosciuta. Questo tipo di esperienza lascia qualcosa di incompiuto, come se mancasse una chiusura emotiva, e la mente tende naturalmente a tornarci sopra nel tentativo di dare un senso, di trovare una risposta che però spesso non arriva.
In questo momento, il fatto che lei si senta sola rende tutto più intenso. La solitudine non è solo esterna, ma anche interna, e quando aumenta può portare a riattivare legami del passato, quasi come se fossero ancora presenti, perché aiutano a non sentire completamente il vuoto. Per questo i pensieri tornano, non perché lei non riesca ad andare avanti, ma perché c’è una parte di lei che sta ancora cercando di elaborare quella ferita.
Forse, più che sforzarsi di cambiare i pensieri, potrebbe essere più utile avvicinarsi a ciò che sente quando questi arrivano, con un po’ di curiosità e senza giudizio, chiedendosi che tipo di mancanza o di dolore si attiva in quei momenti. È da lì che si può iniziare a comprendere davvero cosa sta accadendo dentro di lei.
Quello che sta vivendo non è segno di debolezza, ma il modo in cui la sua mente e il suo mondo emotivo stanno cercando di dare un senso a qualcosa che è stato molto significativo e che non ha trovato una vera conclusione
Buongiorno,
da quanto descrive emergono molti fattori di vita difficili e dolorosi.
Il fatto che il pensiero torni su questa persona non indica un blocco, ma la presenza contenuti emotivi ancora attivi, che tendono a riemergere soprattutto nei momenti di maggiore fragilità.
Più che cercare di “non pensarci”, può esserle utile lavorare in terapia sul significato che questa relazione ha per lei oggi e su ciò che si attiva emotivamente.
Se non è già un focus del percorso, le suggerisco di portarlo direttamente in seduta.
Un cordiale saluto.
da quanto descrive emergono molti fattori di vita difficili e dolorosi.
Il fatto che il pensiero torni su questa persona non indica un blocco, ma la presenza contenuti emotivi ancora attivi, che tendono a riemergere soprattutto nei momenti di maggiore fragilità.
Più che cercare di “non pensarci”, può esserle utile lavorare in terapia sul significato che questa relazione ha per lei oggi e su ciò che si attiva emotivamente.
Se non è già un focus del percorso, le suggerisco di portarlo direttamente in seduta.
Un cordiale saluto.
Buona sera, mi spiace per la sua situazione, cita delle terapie farmacologiche ma non cita la psicoterapia.
Ha mai provato anche questa strada?La psicoterapia ha un'approccio che lavora sulla persona in modo più completo, andando alle cause dei sintomi ed aiuta a gestire l'ansia. Potrebbe esserle utile anche per superare gli effetti di questa relazione ormai terminata. La lascio con questa riflessione, rimango a disposizione anche on line e le mando un caro saluto ed augurio.
Ha mai provato anche questa strada?La psicoterapia ha un'approccio che lavora sulla persona in modo più completo, andando alle cause dei sintomi ed aiuta a gestire l'ansia. Potrebbe esserle utile anche per superare gli effetti di questa relazione ormai terminata. La lascio con questa riflessione, rimango a disposizione anche on line e le mando un caro saluto ed augurio.
Gent.ma paziente,
le sue domande sono importanti e credo un percorso possa aiutarla, insieme al farmaco, a gestire meglio questa situazione e capire se stessa e gli altri. Una volta che si conosce nel profondo, riconosce i meccanismi che scattano e si vuol bene veramente tutto può andare molto meglio.
le sue domande sono importanti e credo un percorso possa aiutarla, insieme al farmaco, a gestire meglio questa situazione e capire se stessa e gli altri. Una volta che si conosce nel profondo, riconosce i meccanismi che scattano e si vuol bene veramente tutto può andare molto meglio.
Buongiorno,
da quello che racconti è comprensibile che in questo periodo l’ansia sia tornata più forte e che si siano aggiunte crisi di pianto e senso di fragilità. Stai vivendo due situazioni fortemente stressanti insieme: da un lato la preoccupazione reale per la malattia renale (che rende corpo e mente più “in allarme”), dall’altro una perdita affettiva rimasta aperta dentro di te, anche perché il tuo ex ha scelto un taglio netto. Quando ci si sente più soli e più vulnerabili, è molto facile che il dolore per una relazione finita riaffiori con forza: non è strano, è un modo con cui la mente cerca ancora un senso e una riparazione.
Il fatto che ti ferisca non tanto la separazione in sé, ma il modo in cui lui l’ha gestita (sparendo, non seguendoti più, saluti freddi) dice che lì si è attivata una ferita di rifiuto e svalutazione: come se oltre alla fine del rapporto ci fosse stata anche una negazione del legame. E queste ferite, soprattutto quando già c’è ansia di fondo, restano a lungo perché non si risolvono con la logica (“è passato un anno e mezzo, dovrei smettere”). Si sciolgono quando trovano spazio emotivo e quando riesci a separare il tuo valore dal modo in cui lui si è comportato.
Hai scritto anche una frase importante: “mi ripetono che li avrò sempre”. È vero che l’ansia può essere una vulnerabilità che accompagna la vita, ma questo non significa essere condannati a stare male sempre. Si può imparare a attraversarla in modo diverso, riducendo l’intensità e soprattutto recuperando qualità di vita. Il fatto che la terapia farmacologica sia stata aumentata da poco può essere un passaggio di stabilizzazione; però, se la solitudine e i pensieri sul passato continuano, spesso è utile affiancare anche un supporto psicologico o una psicoterapia, perché i farmaci possono abbassare l’ansia ma non risolvono da soli il nodo della perdita, della rabbia e del senso di abbandono.
Sul “perché ci penso ancora”: perché in questo momento quella storia rappresenta più cose insieme — non solo un ex, ma il bisogno di sentirti scelta, la paura di restare sola, la rabbia per un trattamento che senti ingiusto — e perché la malattia e la fatica al lavoro rendono più difficile “tenere su” le difese. Quando le energie calano, i pensieri tornano.
Cosa puoi fare? Intanto dare dignità a quello che provi senza colpevolizzarti: non è debolezza, è dolore. E poi cercare due tipi di sostegno: continuare a farti seguire dal medico/psichiatra per la terapia (soprattutto se al lavoro non riesci a reggere) e valutare un percorso psicologico per lavorare su lutto affettivo, solitudine e autostima. E, per quanto non sia facile, provare a ricostruire un minimo di rete: anche un solo spazio stabile (un’attività, un gruppo, un contatto affidabile) può fare la differenza quando ti senti sola.
In sintesi, non è “sbagliato” che tu ci pensi ancora; è un dolore che, in una fase di vulnerabilità fisica ed emotiva, si riaccende. Con un supporto più completo (farmaci quando servono + spazio psicologico + un minimo di rete) puoi tornare a respirare meglio e a non essere più governata da questi pensieri.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
da quello che racconti è comprensibile che in questo periodo l’ansia sia tornata più forte e che si siano aggiunte crisi di pianto e senso di fragilità. Stai vivendo due situazioni fortemente stressanti insieme: da un lato la preoccupazione reale per la malattia renale (che rende corpo e mente più “in allarme”), dall’altro una perdita affettiva rimasta aperta dentro di te, anche perché il tuo ex ha scelto un taglio netto. Quando ci si sente più soli e più vulnerabili, è molto facile che il dolore per una relazione finita riaffiori con forza: non è strano, è un modo con cui la mente cerca ancora un senso e una riparazione.
Il fatto che ti ferisca non tanto la separazione in sé, ma il modo in cui lui l’ha gestita (sparendo, non seguendoti più, saluti freddi) dice che lì si è attivata una ferita di rifiuto e svalutazione: come se oltre alla fine del rapporto ci fosse stata anche una negazione del legame. E queste ferite, soprattutto quando già c’è ansia di fondo, restano a lungo perché non si risolvono con la logica (“è passato un anno e mezzo, dovrei smettere”). Si sciolgono quando trovano spazio emotivo e quando riesci a separare il tuo valore dal modo in cui lui si è comportato.
Hai scritto anche una frase importante: “mi ripetono che li avrò sempre”. È vero che l’ansia può essere una vulnerabilità che accompagna la vita, ma questo non significa essere condannati a stare male sempre. Si può imparare a attraversarla in modo diverso, riducendo l’intensità e soprattutto recuperando qualità di vita. Il fatto che la terapia farmacologica sia stata aumentata da poco può essere un passaggio di stabilizzazione; però, se la solitudine e i pensieri sul passato continuano, spesso è utile affiancare anche un supporto psicologico o una psicoterapia, perché i farmaci possono abbassare l’ansia ma non risolvono da soli il nodo della perdita, della rabbia e del senso di abbandono.
Sul “perché ci penso ancora”: perché in questo momento quella storia rappresenta più cose insieme — non solo un ex, ma il bisogno di sentirti scelta, la paura di restare sola, la rabbia per un trattamento che senti ingiusto — e perché la malattia e la fatica al lavoro rendono più difficile “tenere su” le difese. Quando le energie calano, i pensieri tornano.
Cosa puoi fare? Intanto dare dignità a quello che provi senza colpevolizzarti: non è debolezza, è dolore. E poi cercare due tipi di sostegno: continuare a farti seguire dal medico/psichiatra per la terapia (soprattutto se al lavoro non riesci a reggere) e valutare un percorso psicologico per lavorare su lutto affettivo, solitudine e autostima. E, per quanto non sia facile, provare a ricostruire un minimo di rete: anche un solo spazio stabile (un’attività, un gruppo, un contatto affidabile) può fare la differenza quando ti senti sola.
In sintesi, non è “sbagliato” che tu ci pensi ancora; è un dolore che, in una fase di vulnerabilità fisica ed emotiva, si riaccende. Con un supporto più completo (farmaci quando servono + spazio psicologico + un minimo di rete) puoi tornare a respirare meglio e a non essere più governata da questi pensieri.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Buongiorno,
da quello che racconti sembra che negli ultimi anni tu abbia dovuto affrontare molte cose difficili insieme: la preoccupazione per la salute, il ritorno di un’ansia intensa con momenti di pianto e fatica a stare al lavoro, e anche la ferita legata alla fine di una relazione importante. Quando diversi eventi stressanti si accumulano è molto comprensibile che il corpo e la mente reagiscano con più ansia, tristezza e pensieri che tornano spesso su alcune situazioni del passato. Non è un segno di debolezza, ma di quanto quelle esperienze abbiano avuto un peso per te.
Il fatto che ti ritrovi ancora a pensare a quella relazione o a ciò che è successo non è insolito: quando qualcosa rimane emotivamente irrisolto, la mente tende a tornarci sopra nel tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto. In un percorso psicoterapeutico può essere possibile lavorare proprio su questi aspetti: comprendere meglio cosa stai vivendo, dare spazio alle emozioni legate sia alla malattia sia alla relazione finita, e trovare strumenti concreti per gestire l’ansia e i momenti di panico nella vita quotidiana.
Accanto alla terapia farmacologica che stai seguendo con il tuo medico, un supporto psicologico può aiutarti a non affrontare tutto questo da sola e a costruire gradualmente un modo diverso di stare con i pensieri e con le preoccupazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da quello che racconti sembra che negli ultimi anni tu abbia dovuto affrontare molte cose difficili insieme: la preoccupazione per la salute, il ritorno di un’ansia intensa con momenti di pianto e fatica a stare al lavoro, e anche la ferita legata alla fine di una relazione importante. Quando diversi eventi stressanti si accumulano è molto comprensibile che il corpo e la mente reagiscano con più ansia, tristezza e pensieri che tornano spesso su alcune situazioni del passato. Non è un segno di debolezza, ma di quanto quelle esperienze abbiano avuto un peso per te.
Il fatto che ti ritrovi ancora a pensare a quella relazione o a ciò che è successo non è insolito: quando qualcosa rimane emotivamente irrisolto, la mente tende a tornarci sopra nel tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto. In un percorso psicoterapeutico può essere possibile lavorare proprio su questi aspetti: comprendere meglio cosa stai vivendo, dare spazio alle emozioni legate sia alla malattia sia alla relazione finita, e trovare strumenti concreti per gestire l’ansia e i momenti di panico nella vita quotidiana.
Accanto alla terapia farmacologica che stai seguendo con il tuo medico, un supporto psicologico può aiutarti a non affrontare tutto questo da sola e a costruire gradualmente un modo diverso di stare con i pensieri e con le preoccupazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. è importante che abbia un sostegno farmacologico che la aiuti a gestire ansia e attacchi di panico, ma credo che forse sia arrivato il momento di provare a capire cosa significano, e quindi, sulla base del loro significato all'interno della sua storia di vita, come gestirli non solo farmacologicamente, ma anche e innanzitutto psicologicamente. I nostri disturbi sono sempre messaggi, campanelli di allarme che ci dicono che qualcosa non va, e solo se li ascoltiamo capiamo che cosa ci stanno dicendo. Anche rispetto alla questione relazionale che portava, rispetto alla sua relazione finita, il mio suggerimenti è di cominciare un percorso di psicoterapia con un professionista di cui fidarsi e a cui affidarsi, per potersi prendere cura di tutte le sue ferite: i farmaci sono come un gesso, ma oltre al gesso a un certo punto diventa fondamentale fare una fisioterapia che ci riabiliti alla vita. La psicoterapia, in questa metafora, è come la fisioterapia, qualcosa che ci aiuta a gestire le nostre ferite guarendole, non soltanto portandocele dietro. Se avesse domande o dubbi mi trova a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Buongiorno,
affianchi al trattamento farmacologico un percorso psicologico, vedrà che con il tempo potrà guardare ad un benessere più a lungo termine.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
affianchi al trattamento farmacologico un percorso psicologico, vedrà che con il tempo potrà guardare ad un benessere più a lungo termine.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Gentile Signora,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto pesante, sia dal punto di vista fisico che emotivo. Sta affrontando contemporaneamente una malattia importante, un aumento dell’ansia e del panico, e anche una ferita affettiva che, a quanto racconta, non si è ancora rimarginata. È assolutamente normale che il suo equilibrio ne risenta.
Il fatto che i sintomi ansiosi siano tornati più intensi negli ultimi anni non significa che “li avrà sempre” in questa forma: l’ansia può riacutizzarsi nei momenti di maggiore stress o fragilità, come quello che sta vivendo, ma può anche essere nuovamente gestita con il giusto supporto.
Per quanto riguarda il suo ex partner, il pensiero che ritorna nel tempo non è segno di debolezza, ma indica che quella relazione ha avuto per lei un significato importante e che probabilmente la chiusura, così netta e senza spiegazioni, è stata difficile da elaborare. Quando una relazione finisce in modo brusco, è frequente che la mente continui a tornarci sopra, quasi nel tentativo di “dare un senso” a ciò che è accaduto.
La sensazione di solitudine che descrive può amplificare sia l’ansia sia questi pensieri ricorrenti. Per questo motivo, oltre alla terapia farmacologica che sta già seguendo, potrebbe essere molto utile affiancare un percorso psicologico: uno spazio in cui poter lavorare sia sulla gestione dell’ansia e degli attacchi di panico, sia sull’elaborazione della perdita e sul senso di solitudine.
In sintesi, quello che le sta accadendo ha una spiegazione comprensibile e non è immutabile. Con un supporto adeguato è possibile migliorare la qualità della vita, ridurre i sintomi e modificare gradualmente anche i pensieri che oggi le sembrano così difficili da gestire.
Un caro saluto, dott. Davide Lanfranchi
la situazione che descrive è comprensibilmente molto pesante, sia dal punto di vista fisico che emotivo. Sta affrontando contemporaneamente una malattia importante, un aumento dell’ansia e del panico, e anche una ferita affettiva che, a quanto racconta, non si è ancora rimarginata. È assolutamente normale che il suo equilibrio ne risenta.
Il fatto che i sintomi ansiosi siano tornati più intensi negli ultimi anni non significa che “li avrà sempre” in questa forma: l’ansia può riacutizzarsi nei momenti di maggiore stress o fragilità, come quello che sta vivendo, ma può anche essere nuovamente gestita con il giusto supporto.
Per quanto riguarda il suo ex partner, il pensiero che ritorna nel tempo non è segno di debolezza, ma indica che quella relazione ha avuto per lei un significato importante e che probabilmente la chiusura, così netta e senza spiegazioni, è stata difficile da elaborare. Quando una relazione finisce in modo brusco, è frequente che la mente continui a tornarci sopra, quasi nel tentativo di “dare un senso” a ciò che è accaduto.
La sensazione di solitudine che descrive può amplificare sia l’ansia sia questi pensieri ricorrenti. Per questo motivo, oltre alla terapia farmacologica che sta già seguendo, potrebbe essere molto utile affiancare un percorso psicologico: uno spazio in cui poter lavorare sia sulla gestione dell’ansia e degli attacchi di panico, sia sull’elaborazione della perdita e sul senso di solitudine.
In sintesi, quello che le sta accadendo ha una spiegazione comprensibile e non è immutabile. Con un supporto adeguato è possibile migliorare la qualità della vita, ridurre i sintomi e modificare gradualmente anche i pensieri che oggi le sembrano così difficili da gestire.
Un caro saluto, dott. Davide Lanfranchi
Buonasera, mi dispiace molto per la situazione che sta affrontando, che vedo complessa su più fronti. A partire dalla malattia renale, che certamente mette in una posizione di grande fragilità, facendoci confrontare la paura di perdere qualcosa di sè. Nondimeno la fine di una relazione in un momento così delicato amplifica i vissuti di angoscia, paura e abbandono. Una buona scelta in questi casi può essere dedicarsi del tempo per conoscere, imparare a gestire e metabolizzare determinati vissuti emotivi, dando loro un giusto peso, una causa, una cornice (cose non scontante quando si affrontano così tante sofferenze nello stesso momento). Insomma, darsi la possibilità di fare un inventario di ciò che si prova per fare ordine nella confusione della mente. Le auguro buona fortuna per gli sviluppi futuri, Fabrizia
Buongiorno,
da quello che racconta emerge un carico emotivo molto importante che si è accumulato nel tempo. L’ansia e gli attacchi di panico che la accompagnano da anni, insieme alla malattia renale e alla fine della relazione, sono tutti elementi che possono aumentare la sensazione di fragilità e solitudine che sta vivendo ora.
Il fatto che negli ultimi tempi siano tornate crisi di pianto e un’ansia più intensa non significa che “andrà sempre così”, ma che in questo momento le sue risorse stanno facendo più fatica a reggere tutto insieme.
Rispetto al pensiero sull’ex partner: è normale che, quando una relazione si chiude in modo brusco o senza un vero confronto, una parte di noi resti agganciata. Non è solo “mancanza della persona”, ma anche bisogno di dare un senso a ciò che è successo e di elaborare la perdita. Per questo, anche a distanza di tempo, il pensiero può tornare, soprattutto nei momenti in cui ci si sente più soli o vulnerabili.
Più che cercare di “smettere di pensarci”, può essere utile capire cosa rappresenta oggi per lei quel pensiero: tristezza, rabbia, senso di rifiuto, bisogno di essere vista… È da lì che si può iniziare a lavorare per cambiare il modo in cui queste emozioni vengono vissute.
Accanto alla terapia farmacologica, che sta già seguendo, potrebbe esserle molto utile un percorso psicologico che la aiuti a:
- gestire meglio l’ansia e gli attacchi di panico
- elaborare la chiusura della relazione
- lavorare sul senso di solitudine e sul bisogno di connessione
Non è una condizione fissa: con il giusto supporto si può lavorare e stare meglio.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che racconta emerge un carico emotivo molto importante che si è accumulato nel tempo. L’ansia e gli attacchi di panico che la accompagnano da anni, insieme alla malattia renale e alla fine della relazione, sono tutti elementi che possono aumentare la sensazione di fragilità e solitudine che sta vivendo ora.
Il fatto che negli ultimi tempi siano tornate crisi di pianto e un’ansia più intensa non significa che “andrà sempre così”, ma che in questo momento le sue risorse stanno facendo più fatica a reggere tutto insieme.
Rispetto al pensiero sull’ex partner: è normale che, quando una relazione si chiude in modo brusco o senza un vero confronto, una parte di noi resti agganciata. Non è solo “mancanza della persona”, ma anche bisogno di dare un senso a ciò che è successo e di elaborare la perdita. Per questo, anche a distanza di tempo, il pensiero può tornare, soprattutto nei momenti in cui ci si sente più soli o vulnerabili.
Più che cercare di “smettere di pensarci”, può essere utile capire cosa rappresenta oggi per lei quel pensiero: tristezza, rabbia, senso di rifiuto, bisogno di essere vista… È da lì che si può iniziare a lavorare per cambiare il modo in cui queste emozioni vengono vissute.
Accanto alla terapia farmacologica, che sta già seguendo, potrebbe esserle molto utile un percorso psicologico che la aiuti a:
- gestire meglio l’ansia e gli attacchi di panico
- elaborare la chiusura della relazione
- lavorare sul senso di solitudine e sul bisogno di connessione
Non è una condizione fissa: con il giusto supporto si può lavorare e stare meglio.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Esistono delle tecniche che nella maggior parte dei casi funzionano per azzerare o ridurre di moltissimo l'ansia patologica. se mi scriverà o chiamerà potremo parlarne. Non dimentichiamo che l'ansia, come tutte le emozioni, ha una sua funzione biologica, non è negativa in quanto tale, a parte le etichettature da rotocalchi.
Buongiorno,
quello che sta vivendo è comprensibilmente molto pesante: da una parte una condizione medica importante, dall’altra un riacutizzarsi dell’ansia e degli attacchi di panico, insieme a vissuti di solitudine e a una ferita affettiva che sembra ancora molto attiva. Sono tutti elementi che, sommati, possono amplificare il suo stato emotivo.
Le crisi di pianto, l’ansia intensa e la difficoltà a stare al lavoro possono essere una risposta a un periodo di forte stress e cambiamento. Anche la malattia, con le incertezze che comporta, può aumentare il senso di vulnerabilità e perdita di controllo.
Per quanto riguarda la relazione passata, è importante sapere che il fatto che dopo tempo lei ci pensi ancora non significa che “non va avanti”, ma che probabilmente quella chiusura è stata vissuta come poco elaborata o dolorosa. Quando una relazione finisce senza un vero confronto o con una sensazione di “cancellazione”, è normale che la mente torni lì nel tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto.
Il punto centrale non è tanto smettere di pensarci “forzatamente”, ma comprendere cosa rappresenta per lei quella persona e quella chiusura, e quali emozioni sono rimaste in sospeso (tristezza, rabbia, senso di rifiuto).
Rispetto all’idea che “li avrà sempre”, è importante fare una precisazione: l’ansia può essere una predisposizione, ma il modo in cui si manifesta e quanto incide sulla vita può cambiare molto con un percorso adeguato. Non è una condanna immutabile.
Un supporto psicologico in questo momento potrebbe aiutarla su più livelli: gestire i sintomi attuali, affrontare la situazione di salute con maggior equilibrio, elaborare la relazione passata e lavorare sui pensieri che oggi la fanno soffrire e la fanno sentire bloccata.
Non è semplice ciò che sta affrontando, ma esistono strumenti concreti per stare meglio e recuperare una maggiore stabilità emotiva. Un caro saluto.
quello che sta vivendo è comprensibilmente molto pesante: da una parte una condizione medica importante, dall’altra un riacutizzarsi dell’ansia e degli attacchi di panico, insieme a vissuti di solitudine e a una ferita affettiva che sembra ancora molto attiva. Sono tutti elementi che, sommati, possono amplificare il suo stato emotivo.
Le crisi di pianto, l’ansia intensa e la difficoltà a stare al lavoro possono essere una risposta a un periodo di forte stress e cambiamento. Anche la malattia, con le incertezze che comporta, può aumentare il senso di vulnerabilità e perdita di controllo.
Per quanto riguarda la relazione passata, è importante sapere che il fatto che dopo tempo lei ci pensi ancora non significa che “non va avanti”, ma che probabilmente quella chiusura è stata vissuta come poco elaborata o dolorosa. Quando una relazione finisce senza un vero confronto o con una sensazione di “cancellazione”, è normale che la mente torni lì nel tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto.
Il punto centrale non è tanto smettere di pensarci “forzatamente”, ma comprendere cosa rappresenta per lei quella persona e quella chiusura, e quali emozioni sono rimaste in sospeso (tristezza, rabbia, senso di rifiuto).
Rispetto all’idea che “li avrà sempre”, è importante fare una precisazione: l’ansia può essere una predisposizione, ma il modo in cui si manifesta e quanto incide sulla vita può cambiare molto con un percorso adeguato. Non è una condanna immutabile.
Un supporto psicologico in questo momento potrebbe aiutarla su più livelli: gestire i sintomi attuali, affrontare la situazione di salute con maggior equilibrio, elaborare la relazione passata e lavorare sui pensieri che oggi la fanno soffrire e la fanno sentire bloccata.
Non è semplice ciò che sta affrontando, ma esistono strumenti concreti per stare meglio e recuperare una maggiore stabilità emotiva. Un caro saluto.
Buongiorno, la capisco e le dico che per sentirsi meglio potrebbe iniziare un percorso di terapia.
Io, nello specifico, sono una Psicoterapeuta ad orientamento psicosomatico che tiene conto anche degli aspetti del corpo e quindi anche della sua rara malattia renale.
Insieme possiamo esplorare come si sente in questo particolare momento e con l'aiuto di tecniche di rilassamento pratiche possiamo affrontare l'ansia forte ed imparare con il tempo a gestire le emozioni per poter vivere il presente più serenamente
Rimango a disposizione per ulteriori informazioni
Un caro saluto
Dott.ssa Viviana Coniglio
Io, nello specifico, sono una Psicoterapeuta ad orientamento psicosomatico che tiene conto anche degli aspetti del corpo e quindi anche della sua rara malattia renale.
Insieme possiamo esplorare come si sente in questo particolare momento e con l'aiuto di tecniche di rilassamento pratiche possiamo affrontare l'ansia forte ed imparare con il tempo a gestire le emozioni per poter vivere il presente più serenamente
Rimango a disposizione per ulteriori informazioni
Un caro saluto
Dott.ssa Viviana Coniglio
Buonasera! Le sue parole trasmettono tristezza, rabbia, solitudine, ma anche un potente e doloroso senso di impotenza. Posso solo provare ad immaginare come si sente. Considerato i limiti dello strumento, le offro un piccolo contributo di pensiero. Immagino sia seguita da qualche collega per la terapia farmacologica, quindi mi muoverò in “punta di piedi”, nel rispetto della delicata situazione in cui si trova e della relazione terapeutica esistente. Nel leggerla, ho avuto la sensazione che lasciasse una minuscola briciola di sé, nella speranza che qualcuno la vedesse e se ne prendesse cura. Come se sentisse il rischio di chiedere troppo, di essere ingombrante, e indurre nell’altro una reazione di rifiuto, di disinteresse, di abbandono. Mi sono chiesto se non fosse un vissuto che la accompagna da sempre, trovando negli attacchi di panico l'unica possibile forma di espressione. Una trama che potrebbe essere stata scritta “allora”, registrata in profondità e messa in scena nelle relazioni (in famiglia, con gli amici, con i colleghi, con il/la partner). La prego di perdonarmi se non mi sento di andare oltre. Sono consapevole di non avere una risposta alla paura, alla rabbia, alla tristezza, alla preoccupazione per il futuro, ma posso nutrire una speranza. Spero, se non lo ha già fatto, che si affidi ad una seconda mente con cui ri-pensare le esperienze più significative, i pensieri più dolorosi, le emozioni più forti. La fragilità non è una malattia, ma un diritto. In bocca al lupo per tutto
Buongiorno, credo che la sua situazione meriti un'attenzione non solo sui sintomi del malessere che lei vive (ansia e attacchi di panico)ma sulle cause nascoste dei motivi che l'hanno resa così fragile e sofferente. Il percorso quindi indicato è di tipo psicoterapico, per affrontare insieme ad una figura specializzata, cioè uno psicoterapeuta, la sua situazione. Sono convinta che avere una persona che l'ascolta e la sa consigliare sarà per lei avere un aiuto molto importante per poter vivere con maggior serenità la vita.
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