Domande del paziente (310)

    Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
    All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
    Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
    Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.

    Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
    Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
    Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
    Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
    Ne parlammo già io e il terapeuta.
    Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
    Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
    Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
    Grazie per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera, la situazione che descrivi è comprensibilmente frustrante, soprattutto dopo un percorso terapeutico così lungo. Provo a offrirti una chiave di lettura che forse può chiarire il punto del tuo terapeuta, senza però mettere in discussione quello che senti. Non sembra che il tuo terapeuta stia dicendo che fare tardi sia di per sé utile o salutare, piuttosto è probabile che stia lavorando sulla tua rigidità comportamentale, cioè sulla difficoltà a tollerare situazioni che escono da schemi molto precisi come l’orario in cui vai a dormire o il bisogno di evitare certe sensazioni o condizioni. In quest’ottica il punto non è l’orario in sé ma il fatto che tu riesca o meno a restare in una situazione sociale anche quando diventa scomoda, stancante o non perfettamente controllabile, come una sorta di allenamento alla flessibilità psicologica.

    Detto questo la tua osservazione è assolutamente sensata perché nel tuo caso andare a letto tardi ha conseguenze fisiche e cognitive molto marcate come stanchezza, difficoltà di concentrazione e vari fastidi, e questo non va ignorato né minimizzato. Qui ci sono due piani che andrebbero distinti, da una parte la salute fisica perché se il tuo corpo reagisce così male alla mancanza di sonno è importante rispettare questo limite dato che il sonno è fondamentale, dall’altra la flessibilità psicologica perché imparare a non andare via subito da una situazione sociale può essere utile ma va calibrato in modo sostenibile. Il punto quindi potrebbe essere che non è necessario spingersi fino all’una e mezza per lavorare sulla rigidità ma si potrebbe provare con piccoli cambiamenti graduali, ad esempio restare un po’ più del solito senza arrivare a stare così male il giorno dopo.

    Riguardo al confronto con gli altri è vero che esistono persone che vanno a dormire presto e non hanno bisogno di psicoterapia ma la differenza sta nella libertà di scelta, se una persona va a dormire presto perché lo sceglie è flessibile mentre se lo fa perché non riesce a tollerare alternative allora può esserci rigidità. Infine il fatto che tu non condivida il senso di questo intervento è importante perché in terapia quando qualcosa non torna è fondamentale parlarne apertamente, potresti dire chiaramente che capisci l’obiettivo ma che il costo fisico per te è troppo alto e chiedere di trovare insieme un modo più graduale e sostenibile per lavorarci, perché una terapia efficace dovrebbe aiutarti a cambiare senza farti stare peggio in modo sproporzionato rispetto ai benefici. Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno,

    ho 38 anni, donna, e sette mesi fa mi è stata diagnosticata positività a hpv18. Ho avviato tutto l'iter di vaccini, colposcopie, pap test, fermenti e chi più ne ha. Il problema adesso resta relazionale. Ho 38 anni e sono single. Mi chiedevo come si comunica una cosa del genere (perché si deve comunicare e siamo d'accordo su questo) a un'eventuale conoscenza, sapendo che al 99 percento quella persona si rifiuterà di avere una qualsivoglia relazione sessuale e quindi relazionale, dal momento che l'hpv si trasmette anche con preservativo? Devo smettere di conoscere gente finché non mi negativizzo? La gente oggi come oggi, durante gli incontri sparisce per molto molto meno. Grazie a chiunque mi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Comprendo profondamente il senso di sospensione e l'inquietudine che Lei sta vivendo, perché il corpo, quando ospita qualcosa che sentiamo come estraneo o minaccioso, smette di essere solo una questione biologica e diventa lo spazio in cui si gioca la nostra immagine riflessa negli occhi dell'altro. La Sua domanda tocca un punto nevralgico dell'identità: come possiamo continuare a sentirci "abitabili" e desiderabili quando percepiamo una fragilità che temiamo possa allontanare il mondo?

    In questa fase della Sua vita, a 38 anni, è naturale che emerga il timore che un elemento clinico possa trasformarsi in uno stigma capace di interrompere il flusso delle relazioni. Tuttavia, la scelta di "smettere di conoscere gente" rischierebbe di trasformarsi in una sorta di auto-isolamento che anticipa un rifiuto non ancora avvenuto, una forma di protezione che però finisce per nutrire proprio quel senso di solitudine che vorrebbe evitare. L'identità non è un dato statico che attende la negativizzazione per tornare a splendere, ma è un processo relazionale che continua anche attraverso questa prova.

    Per quanto riguarda il momento della condivisione, non è necessario che avvenga come una confessione medica immediata, che caricherebbe l'incontro di un peso eccessivo ancor prima di aver costruito un terreno comune. La comunicazione può nascere quando si percepisce che tra Lei e l'altra persona si sta stabilendo un legame di fiducia e reciprocità. Parlarne significa anche saggiare la capacità dell'altro di accogliere la complessità e la vulnerabilità: chi sceglie di allontanarsi di fronte a una realtà che riguarda la salute umana, probabilmente non possiede gli strumenti per abitare una relazione autentica, che è fatta per sua natura di imprevisti e di cura reciproca.

    Non veda questo tempo come un'interruzione della Sua vita relazionale, ma forse come un momento in cui la qualità dell'incontro può essere filtrata da una nuova consapevolezza. L'invito che mi sento di farle è di non lasciare che questa diagnosi occupi tutto lo spazio della Sua narrazione interna, permettendosi ancora di essere curiosa verso l'altro e verso se stessa, ricordando che la Sua interezza va ben oltre una positività virale. La trasparenza è un atto di dignità verso se stessi prima ancora che un dovere verso l'esterno, e può diventare il primo mattone di un legame basato sulla verità e non sulla pretesa di un'invulnerabilità che, di fatto, non appartiene a nessuno.
    Cordialità
    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Domande su Incontinenza urinaria

    cosa significa sognare ad essere a praticare una chiesa ad un tratto scappa la pipi e andare fuori a farla in un luogo con delle bariere bianche e dei bambini ti chiedono delle foto davanti una statua. è un sogno positivo o negativo cosa posso fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Il sogno che Lei mi descrive appare come un affascinante intreccio tra la dimensione del sacro, la necessità di espressione del Sé e il richiamo alle proprie radici simboliche. Per comprenderlo, non dobbiamo chiederci se sia positivo o negativo, categorie che spesso limitano la ricchezza del mondo interno, ma piuttosto quale movimento dell'anima stia cercando di compiersi. L'ambientazione iniziale, la chiesa, rappresenta spesso quella matrice di valori, tradizioni e sensi di colpa ereditati che formano la nostra identità più profonda e, a tratti, più rigida; è il luogo dell'appartenenza, ma anche del dover essere. L'insorgere improvviso del bisogno fisiologico di fare la pipì rompe la solennità di questo spazio: simbolicamente, questo atto rimanda a un'urgenza vitale, a un bisogno di scarica e di autenticità che non può più essere contenuto nelle forme prefissate della ritualità o delle aspettative altrui. Il fatto che Lei senta la necessità di uscire suggerisce un movimento verso l'esterno, verso un'individualità che cerca un proprio spazio di espressione al di fuori dei codici predefiniti della chiesa interiore. Il luogo in cui sceglie di fermarsi, caratterizzato da barriere bianche, evoca un senso di protezione ma anche di confine; il bianco è il colore della potenzialità che attende ancora di essere integrata, mentre la statua introduce un elemento di fissità, un'immagine ideale o un riferimento a figure del passato che rimangono immote a guardare il Suo agire. L'elemento forse più suggestivo è la richiesta dei bambini che, nella prospettiva della psicologia del profondo, possono rappresentare le nostre parti nascenti e la nostra identità in divenire. Il fatto che Le chiedano delle foto proprio davanti alla statua suggerisce un desiderio di testimonianza: c'è un bisogno di integrare ciò che Lei è oggi, con le sue urgenze e la sua umanità, con l'immagine ideale e con le radici più giovani e spontanee del Suo essere. In questa narrazione fluida, il sogno sembra suggerire un passaggio da un'identità formata dalle istituzioni a un'identità fondante che accoglie anche i bisogni più istintivi. Non c'è nulla di negativo nel sottrarsi alla rigidità per dare ascolto a un bisogno del corpo; anzi, è spesso il primo passo verso una rinnovata autenticità. Più che fare qualcosa di concreto, potrebbe essere fecondo semplicemente sostare in queste immagini, chiedendosi quale parte di Lei senta il bisogno di uscire fuori dalle vecchie regole e chi rappresentino quei bambini che chiedono di immortalare un momento di incontro tra l'umano e l'ideale. Ascoltare queste voci significa spesso riconnettersi con quella capacità creativa che ci permette di abitare il mondo non come esecutori di riti, ma come protagonisti della propria storia relazionale.


    Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Colgo nelle Sue parole un groviglio profondo di sofferenza, dove il corpo sembra essersi fatto portavoce di un malessere che riguarda l'intera architettura della Sua relazione. Quando il desiderio si rifugia nella dimensione solitaria del consumo digitale, spesso non è solo per una questione di stimolo visivo, ma diventa un modo per abitare uno spazio protetto, dove non esiste il rischio del giudizio o del fallimento che, invece, oggi avverte in modo così lacerante nel rapporto con la Sua compagna.

    Questa dinamica di tradimento percepito ha creato un clima di costante tensione e colpevolizzazione che si ripercuote inevitabilmente sulla Sua identità di uomo e di partner. È importante comprendere che l'erezione non è un comando della volontà, ma un evento che accade in una condizione di abbandono e sicurezza. Nel momento in cui Lei si accosta a Lei portando con sé il peso del senso di colpa, il timore del fallimento e l'eco delle brutte parole ricevute, il Suo corpo reagisce difendendosi, spegnendo quella partecipazione che la pillola può solo simulare meccanicamente ma non generare emotivamente.

    La sensazione di essere un robot descritta dalla Sua compagna indica proprio questa frattura: l'atto sessuale è diventato una prestazione da portare a termine per evitare il litigio, piuttosto che un momento di incontro e di piacere condiviso. Smettere di guardare video per un mese è stato un tentativo di riparazione, ma se questo silenzio del desiderio viene vissuto come una privazione o un obbligo, è naturale che porti a un appiattimento della libido. Il desiderio ha bisogno di ossigeno e di una matrice relazionale accogliente, non di imposizioni che sanno di castigo.

    In una relazione di nove anni, le dinamiche che ci legano all'altro sono complesse e spesso pescano nelle nostre storie più antiche. Forse è necessario provare a spostare lo sguardo dal problema meccanico alla qualità del vostro legame attuale. La fiducia si è incrinata non solo per i video, ma per il muro di non detti e di aspettative deluse che si è costruito nel tempo. È difficile che il desiderio rifiorisca in un terreno dove domina la colpevolizzazione; l'intimità richiede un'accoglienza reciproca che al momento sembra essere stata sostituita da una dinamica di accusa e difesa.

    Non si tratta di scegliere tra il Suo benessere fisico e la Sua compagna, ma di capire se esiste ancora la possibilità di costruire un nuovo modo di stare insieme, dove la vulnerabilità di entrambi possa essere espressa senza diventare un'arma. Il Suo corpo, attraverso questa difficoltà, Le sta segnalando che non può più sostenere un peso emotivo così gravoso e che la via d'uscita non risiede in un ritorno alla solitudine come rifugio, né in una chimica che la fa sentire distante da se stesso, ma nel tentativo di ritrovare un dialogo umano e affettuoso che preceda quello strettamente sessuale.
    cordialità
    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La Sua confusione è non solo comprensibile, ma estremamente sensata: si trova di fronte a un mercato della cura che, visto dall’esterno, può apparire come un labirinto di linguaggi autoreferenziali o, peggio, di "fedi" metodologiche. Riconosco il valore della Sua analisi critica; il fatto che Lei non voglia scegliere a caso, o basarsi solo sulla simpatia epidermica, testimonia la serietà con cui intende proteggere non solo se stesso, ma anche l'investimento emotivo della Sua relazione di coppia.

    Nella realtà clinica, la distinzione tra psicologo e psicoterapeuta è fondamentale: solo il secondo ha una formazione specialistica quadriennale post-laurea per intervenire sui processi di cambiamento profondo. Per quanto riguarda le "scuole", è vero che la ricerca scientifica indica come il fattore principale di successo sia l'alleanza terapeutica piuttosto che il modello teorico. Tuttavia, per chi vive la crisi, l'approccio non è indifferente. Nel mio modo di intendere la cura, influenzato dalla visione di Diego Napolitani, la coppia non è vista come un ingranaggio da riparare, ma come un "gruppo" originario dove le identità individuali si intrecciano. Scegliere un orientamento significa scegliere quale lente usare: quella che guarda ai comportamenti (cognitivo-comportamentale), quella che guarda alla storia familiare (sistemica) o quella che, come nel mio caso, esplora le matrici simboliche e relazionali profonde.

    L'età o il sesso del terapeuta non sono parametri di "fede", ma possono essere elementi che facilitano o ostacolano la Sua capacità di sentirsi accolto senza sentirsi giudicato o svalutato. Il rischio che Lei paventa — che uno dei due partner si senta "delegittimato" dal terapeuta — è proprio ciò che un professionista esperto deve evitare, mantenendo un equilibrio che non è neutralità fredda, ma capacità di abitare lo spazio tra di voi. La direzione che Le suggerisco non è quella di studiare tutti i curricula, ma di richiedere un primo colloquio conoscitivo puntando su professionisti che abbiano una formazione specifica in psicoterapia (non solo psicologia). In quella sede, non valuti quanto il terapeuta "creda" nel suo metodo, ma quanto si dimostri capace di accogliere la complessità della vostra domanda senza offrirvi risposte preconfezionate, aiutandovi a sentire che quel luogo è, finalmente, un terreno neutro dove la verità di entrambi può trovare cittadinanza.
    Un cordiale saluto
    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
    Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
    Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
    Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Comprendo quanto possa essere logorante questa sensazione di malessere che si trascina nel tempo, lasciandola in uno stato di sospensione dove anche le piccole azioni quotidiane richiedono uno sforzo smisurato. Quello che Lei sta sperimentando è un fenomeno noto con il metadone: proprio a causa della sua natura farmacologica, ha tempi di smaltimento molto lunghi da parte dell'organismo. Anche se le quantità erano irrisorie, il corpo ha bisogno di un tempo fisiologico e psicologico per ritrovare un proprio equilibrio che non sia mediato dalla sostanza.

    Il fatto che questa astinenza Le sembri meno violenta rispetto ad altre vissute in passato, ma più persistente, è una caratteristica tipica di questo processo. È come se il corpo stesse attraversando una convalescenza lenta, in cui la sintomatologia simile all'influenza è il segnale di un sistema che sta cercando di tornare a funzionare in autonomia. La stanchezza e la necessità di ricorrere ad altri farmaci per affrontare la giornata testimoniano quanto la Sua matrice biologica sia ancora impegnata in questo lavoro di pulizia e riassestamento.

    Nelle prossime giornate, è probabile che questa sensazione di "pochissimo meglio" che avverte quotidianamente continui a progredire, seppur lentamente. È importante, in questa fase, non lasciarsi scoraggiare dalla durata del sintomo: la tentazione di interrompere questa fatica tornando a vecchie abitudini è spesso forte quando ci si sente fragili, ma questo tempo di attesa è anche un tempo di riappropriazione di sé.

    Tuttavia, poiché il Suo corpo sta compiendo uno sforzo notevole, sarebbe opportuno non attraversare questo deserto in totale solitudine. Rivolgersi a una struttura specializzata o a un medico che conosca bene queste dinamiche non significa necessariamente tornare a un protocollo rigido, ma permettersi di avere un supporto che monitori i sintomi fisici e la aiuti a gestire questa fase di passaggio in sicurezza. Avere un confronto professionale Le permetterebbe di non dover misurare ogni giorno il Suo malessere solo con la forza della volontà, offrendole una cornice di cura più solida entro cui far nascere questo Suo nuovo capitolo di libertà.


    Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    È comprensibile che Lei si trovi in uno stato di profondo smarrimento; l’oscillazione che descrive tra il desiderio di mantenere la Sua vita attuale e l'ipotesi di accogliere un figlio è un’esperienza molto più comune di quanto il senso comune lasci intendere. Sentirsi scissa, al punto da fissare e poi annullare un appuntamento per l’interruzione di gravidanza, testimonia quanto questo conflitto tocchi corde identitarie profonde e non sia una semplice questione di "scelta", ma un vero e proprio corpo a corpo con il proprio futuro e la propria libertà.

    In ambito psicologico, la mancanza di una gioia immediata o il timore verso le fasi dell'accudimento, come l'allattamento, non definiscono necessariamente la qualità del Suo essere madre, ma riflettono la paura che l'arrivo di un bambino possa agire come un elemento "estraneo" capace di scardinare l'equilibrio relazionale e personale che Lei adora. È come se si trovasse di fronte a una ridefinizione della Sua identità che avverte quasi come una perdita di sé. Questa ambivalenza merita di essere ascoltata senza colpevolizzazioni: è il segno che Lei sta prendendo sul serio la portata di questo cambiamento, valutando non solo ciò che si acquista, ma anche ciò che si teme di perdere.

    Prendere una decisione definitiva richiede, in questi casi, di uscire dall'urgenza del "fare" per entrare in quella del "sentire". Un percorso di ascolto psicologico può offrirLe uno spazio neutro dove esplorare queste paure e comprendere quanto esse siano legate a modelli familiari o a una legittima ricerca di realizzazione personale. Poter guardare a questa scelta non come a un obbligo sociale o a un sacrificio, ma come a un processo relazionale che coinvolge Lei, Suo marito e le Sue matrici profonde, potrebbe aiutarLa a trovare quella chiarezza che ora Le sembra irraggiungibile.

    Con l'augurio che possa trovare la strada più giusta per la Sua serenità,

    Dott.ssa Giovanna Costanzo
    Psicoterapeuta


    Buongiorno da 9 mesi vivo lo stato di ansia di mio marito.
    In seguito ad un lutto e altro problemi ha incominciato ad avere forte ansia al mattino che gli provoca mancanza d'aria. E' in cura con xanax gocce al bisogno, non vuole fare un percorso psicologico e 5 mesi di escitalopram non hanno portato beneficio ma lo hanno solo fatto dormire ore ed ore di fila.
    Quindi io mi sono accorta che ogni giorno da mesi vivo la mia giornata in funzione a se lui respira, se sta benino, se sta male quindi se è in down io passo la giornata preoccupata con il magone e lo sconforto. In questi mesi ho perso anche 4 kg pur mangiando. Ho fatto collquio con psicologa ma approccio a lungo termine non va bene per me, non ho bisogno di parlare del passato. Il mio problema è la gestione del presente ed è incentrata sul fatto che non riesco a fregarmene di come lui possa stare e questo mi sta esaurendo. chiedo consigli su terapie veloci tipo tcc tbs. grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Comprendo profondamente il Suo logorio e il senso di impotenza che prova nel vedere la propria vita quasi sospesa, in attesa del prossimo respiro affannoso di chi Le sta accanto. È come se si fosse creata una sorta di matrice condivisa in cui l'ansia di Suo marito è diventata la Sua, portandoLa a un esaurimento che si manifesta chiaramente anche nel corpo. Questo accade perché l'identità è un processo relazionale: quando una persona cara soffre, i confini tra sé e l'altro possono farsi labili e si finisce per vivere in funzione dei suoi stati d'animo, smarrendo il proprio baricentro.

    La psicoterapia può intervenire proprio su questo incastro, aiutandoLa a riprendere il Suo spazio vitale senza che ciò significhi "fregarsene", ma imparando a restare in relazione senza esserne sommersa. Esistono approcci focalizzati sulla gestione del presente e sulla rottura di questi circoli viziosi che possono fornirLe strumenti per gestire il carico emotivo immediato e proteggere il Suo benessere. Ritrovare il Suo equilibrio è il primo passo non solo per stare meglio Lei, ma anche per offrire a Suo marito un rispecchiamento diverso, non più mediato dalla sola angoscia.

    Le auguro di ritrovare presto la Sua serenità,

    Dott.ssa Giovanna Costanzo
    Psicoterapeuta


    Vorrei sapere che tipo di persona è una che scrive: " se vuoi fare... allora salgo"....ovviamente è un ragazzo e si riferisce al sesso...perché uno si dovrebbe porre in questo modo...?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo come una frase del genere possa suscitare perplessità o un senso di disagio, poiché sembra ridurre l'incontro a una dimensione puramente operativa e quasi negoziale. Questo modo di porsi suggerisce spesso una difficoltà nel gestire l'intimità come uno scambio relazionale profondo, preferendo rifugiarsi in una modalità comunicativa sbrigativa che sembra voler proteggere la persona dall'esporsi troppo sul piano emotivo. In ambito psicologico, potremmo leggerlo come un modo per mantenere il controllo sulla situazione, evitando la vulnerabilità che un vero incontro con l'altro comporta; è come se l'identità si esprimesse attraverso un'azione concreta per non dover affrontare la complessità del desiderio e del legame. Esplorare cosa questa modalità risveglia in Lei e quali dinamiche relazionali si innescano in questi scambi può essere un passaggio prezioso per comprendere meglio i Suoi confini e i Suoi bisogni all'interno dei legami affettivi.

    Le porgo i miei più cordiali saluti,

    Dott.ssa Giovanna Costanzo
    Psicoterapeuta


    Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
    Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
    Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
    Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
    Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
    Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
    Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
    Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
    Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
    Perché non ho un hobby?
    Pecche non so cosa mi piace?
    mi piace tutto o non mi piace nulla?
    Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
    La storia di Simone che significa?
    Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
    Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
    Perché lo sto facendo adesso?
    Che colpa ne ho io?
    Che senso ha la mia vita adesso?
    Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
    Lo provo sempre in realtà
    Che lezione devo imparare ancora?
    Perché l’amore non arriva?
    Cosa devo capire prima che arrivi?
    È questo no?
    Il motivo.
    Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
    E chi pensa a me?
    Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
    Non ho più voglia
    Tutto questo male
    Mi porta solo più confusione
    E scriverlo è stato peggio
    Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
    Sono questa da anni
    Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo profondamente il senso di smarrimento e la stanchezza infinita che traspare dalle Sue parole. Sentirsi sospesi in un abisso dove il dolore sembra aver preso il sopravvento, togliendo respiro al futuro e senso al presente, è un’esperienza che merita di essere accolta con estrema delicatezza e rispetto. Questo "caos" che descrive, fatto di domande che si rincorrono senza trovare risposta, non è un segno di incapacità, ma il grido di un’interiorità che ha esaurito le forze nel tentativo di tenere insieme frammenti di vita che sembrano non incastrarsi più.

    In una prospettiva psicodinamica, questo stato di blocco e il desiderio di "sparire" possono essere letti come una forma estrema di difesa: quando il mondo interno diventa troppo rumoroso e i legami del passato, come quello con Suo padre, lasciano nodi irrisolti, il sonno e il ritiro diventano l'unico rifugio possibile. L'identità non è un dato immutabile, ma un processo relazionale; se nelle Sue relazioni passate si è sentita usata o non vista, è naturale che oggi faccia fatica a riconoscere cosa Le piace o chi desidera essere. Queste domande ossessive sul futuro e sull'amore sono il segno di una ricerca di senso che, al momento, non trova uno specchio in cui riflettersi.

    La psicoterapia può aiutarLa a trasformare questo monologo di domande in un dialogo fecondo, non fornendo risposte preconfezionate, ma aiutandola a ricostruire quella trama affettiva che sembra essersi spezzata. È un percorso che permette di guardare alle ferite del passato e ai sogni del presente senza lasciarsene schiacciare, per ritrovare, un passo alla volta, la possibilità di vedersi di nuovo nel futuro.

    Le auguro di trovare la forza di tendere la mano per farsi accompagnare fuori da questo loop e ritrovare la Sua luce.

    Cordialmente,

    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno Dottori, racconto brevemente la mia ultima esperienza con una persona conosciuta da poco. Ci incontriamo, ci piacciamo, decidiamo che la nostra relazione debba essere solo di natura fisica. Ci vediamo, proviamo ad avere un rapporto ma durante quest'ultimo mi rendo conto di avere molto dolore ( è un qualcosa che mi capita quando mi sento tesa ma poi si risolve) per cui gli chiedo di fermarsi. Lui lo fa ma la reazione che ne segue è del tutto inaspettata: Si innervosisce, si arrabbia, mi dice che l'ho messo in una situazione di disagio e imbarazzo che non sa come gestire perchè essendo il nostro rapporto di natura sessuale,non avrebbe saputo cosa fare con una donna in casa tutta la serata ( cito testualmente). Inoltre mi dice che sono stata egoista e scorretta a non dichiarare prima di avere talvolta dei dolori nei rapporti, perche sapendolo, lui avrebbe potuto decidere se fosse il caso di vedersi o meno.. Decisamente agghiacciata, chiamo un taxi per andar via e nel mentre lui stava gia organizzando il resto della serata con un amico..mi chiede quando ci vuole perche il taxi arrivi, gli dico una decina di minuti.. mi chiede di dargli il telefono cosi che lui potesse controllare in quanto sarebbe arrivato. Ovviamente glielo nego e lui mi dice " me lo neghi perche secondo me non hai mai chiamato il taxi"... Vado via.. non mi sono mai sentita cosi umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna in tutta la mia vita. Cosa può spingere una persona a comportarsi in questo modo? Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo profondamente il senso di gelo e di umiliazione che ha provato di fronte a una reazione così priva di umanità. È doloroso quando un momento di vulnerabilità fisica, che richiederebbe accoglienza e ascolto, viene trasformato dall'altro in una sorta di "disservizio" contrattuale. Il dolore che Lei ha avvertito è un segnale prezioso del Suo corpo che, probabilmente cogliendo una tensione sottostante, Le ha chiesto di fermarsi per proteggersi; il fatto che questa richiesta sia stata accolta con rabbia e recriminazione è un segnale di allarme che non riguarda Lei, ma la totale incapacità dell'altro di abitare una dimensione relazionale.

    In psicologia, comportamenti di questo tipo rivelano una visione dell'altro come "oggetto" funzionale al proprio piacere, privo di una propria soggettività e di bisogni emotivi. Quando Lei ha manifestato un limite, ha rotto l'illusione di controllo di questa persona, che non avendo strumenti per gestire l'imprevisto o l'intimità non sessualizzata, ha reagito con l'aggressività e la colpevolizzazione. Anche il tentativo di controllare il Suo telefono per verificare l'arrivo del taxi è un gesto di prevaricazione che serve a coprire la propria inadeguatezza attraverso il sospetto.

    Non c'è nulla di cui Lei debba vergognarsi: ha avuto il coraggio di ascoltare il Suo corpo e di sottrarsi a una situazione che era diventata emotivamente violenta. Questa esperienza, per quanto amara, sottolinea quanto sia vitale che anche negli incontri nati con premesse di sola fisicità non venga mai meno il rispetto per l'integrità e il vissuto dell'altro, che rimane sempre il fondamento di ogni scambio umano.

    Le auguro di poter presto trasformare questa ferita in una nuova consapevolezza della Sua forza nel sapersi tutelare.

    Cordialmente,

    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno.dottore scrivo per 1 consiglio,mio figlio affetto da schizzofrenia da anni. Non ha molta cognizione del tempo e del cmportamento verso altri...io vivo con mio compagno. E mio figlio con la moglie...io collaboro molto con loro sia per le cure che per altro..il problema che mio compagno non vuole capire la mia situazione...e non accetta che mio figlio venga spesso da me.. senza avvertire.dice che io l'ho abituato male..e si arrabbia anche con lui...non capisce cosa vuol dire combattere con un paziente con questa patologia.. cosa posso fare? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo profondamente il senso di logorio e di solitudine che sta provando, stretta tra il richiamo di cura verso un figlio fragile e il bisogno di veder riconosciuto il Suo impegno dal Suo compagno. Affrontare quotidianamente una patologia come la schizofrenia significa abitare un mondo dove i confini, il tempo e le regole sociali sono spesso sospesi o frammentati; per Suo figlio, venire da Lei senza avvertire non è una mancanza di educazione, ma la ricerca di un porto sicuro, l'unico spazio in cui la sua identità si sente raccolta e protetta.

    Il conflitto con il Suo compagno nasce spesso da una difficoltà nel comprendere che la gestione di un paziente psichiatrico non risponde alle logiche della "buona abitudine", ma a quelle di una necessità esistenziale profonda. Quando il Suo compagno si arrabbia, probabilmente esprime una fatica nel condividere lo spazio vitale della coppia con una malattia che irrompe in modo imprevedibile, ma questo finisce per far sentire Lei colpevolizzata proprio per il Suo amore e la Sua dedizione.

    In questi casi, la psicoterapia può offrire uno spazio prezioso per aiutarLa a negoziare questi confini necessari senza che Lei si senta tradita nei Suoi affetti. Potrebbe essere utile esplorare come coinvolgere il Suo compagno in una comprensione più empatica della patologia, affinché non veda Suo figlio come un elemento di disturbo, ma come un membro di una rete familiare che ha bisogno di un equilibrio nuovo e condiviso per non spezzarsi sotto il peso del giudizio.

    Le auguro di trovare presto un clima di maggiore comprensione e sostegno nella Sua casa.

    Cordialmente,

    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
    parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo perfettamente il senso di frustrazione che prova nel sentirsi bloccato da una demotivazione che sembra inattaccabile, nonostante l'impegno che sta già mettendo nel Suo percorso di Schema Therapy. La Sua domanda tocca un punto nodale della clinica contemporanea: il confine sottile tra una struttura di personalità affaticata da anni di "montagne russe" emotive e una possibile neurodivergenza come l'ADHD.

    In un'ottica relazionale, la mancanza di motivazione e la procrastinazione possono essere lette sia come una difesa appresa per proteggersi dal senso di fallimento, sia come una reale difficoltà neurobiologica nella regolazione delle funzioni esecutive. Spesso le due dimensioni si intrecciano: anni di sforzi senza i risultati sperati possono aver strutturato quegli "schemi" su cui sta già lavorando, alimentando un circolo vizioso di bassa autostima. La Schema Therapy è uno strumento molto potente per ristrutturare queste convinzioni profonde, ma richiede tempo e una certa stabilità energetica per essere pienamente efficace.

    Riguardo alla possibilità di affiancare un percorso specifico, è certamente possibile integrare l'attuale terapia con un supporto mirato alla gestione dei sintomi dell'ADHD, preferibilmente di stampo cognitivo-comportamentale focalizzato sulle strategie compensative (organizzazione, gestione del tempo e dell'impulso). Tuttavia, più che una "doppia psicoterapia" in senso stretto, potrebbe essere utile un parentage tra professionisti, affinché il lavoro sui sintomi pratici non entri in conflitto con l'analisi profonda dei Suoi vissuti. Un approccio integrato potrebbe aiutarLa a distinguere cosa appartiene alla Sua storia relazionale e cosa, invece, richiede strumenti tecnici differenti per ritrovare quella costanza che tanto desidera.

    Le auguro di trovare la sintesi più efficace per il Suo benessere e la ringrazio per la fiducia.

    Cordialmente,

    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo profondamente lo stato di sconcerto in cui si trova; è come se, dopo dieci anni, il paesaggio che era solita guardare dalla finestra fosse mutato improvvisamente, lasciandola smarrita. Quello che Le sta succedendo non è un errore, ma un risveglio emotivo in una relazione che, per quanto definita "amicizia", ha da sempre abitato territori molto più confusi e intimi, fatti di vicinanze notturne e presenze quotidiane costanti.

    In una prospettiva psicodinamica e gruppale, potremmo dire che voi due avete costruito negli anni una "matrice" relazionale unica, un legame che sembra quasi prescindere dagli altri partner e dalle circostanze esterne. Spesso, quando viviamo rapporti così simbiotici e duraturi, tendiamo a negare a noi stessi l'evidenza del sentimento per proteggere il legame stesso: ammettere di amarlo significherebbe mettere a rischio la sicurezza di averlo sempre accanto. Il fatto che Lei oggi si senta "strana" o "svegliata da un sonno" suggerisce che le Sue difese si siano ammorbidite, forse proprio ora che intravede in lui una crisi o un possibile cambiamento di vita.

    Tuttavia, è fondamentale guardare con tenerezza, ma anche con realismo, a come questa identità di coppia si è formata. Se da un lato c'è una presenza che non Le è mai mancata, dall'altro c'è una modalità di legame basata spesso sull'ambiguità e sulla fuga dalle responsabilità affettive verso terzi. Quello che può fare ora non è forzare una decisione, ma darsi il tempo di ascoltare questo nuovo sentimento senza lasciarsi travolgere. La terapia può aiutarla a capire se questo "volerlo come fidanzato" sia il desiderio di una reale stabilità o se sia la risposta a un bisogno di non sentirsi sola in un momento di fragilità ormonale ed emotiva.

    Le auguro di trovare la chiarezza necessaria per il Suo cuore.

    Dott.ssa Giovanna Costanzo


    Salve, sono un ragazzo di 27 anni che circa un anno fa gli hanno diagnosticato "una possibile ADHD prevalentemente sulla sfera attentiva". Il centro è nella lista consigliati dall'AIFA quindi sono piuttosto certo che sia un buon centro. Il fatto è che la mia storia clinica è molto complessa e quindi credo che non se la sono sentiti di sbilanciarsi troppo. Ho rifiutato la terapia medica perchè per la mia situazione clinica complessa gli effetti collaterali del farmaco potrebbero portare a problemi grossi. Il mio grosso problema da anni è che non riesco ad essere costante nello studio per l'università. A Settembre 2025 ho rinunciato agli studi ma ho intenzione di riprenderli. Negli anni ho provato tantissimi approcci psicoterapeutici diversi come cognitivo comportamentale, strategica integrata, breve strategica, post razionalista, cognitivo costruttivista, breve focale integrata senza grossi risultati per il problema citato in precedenza. Sono una persona molto consapevole di come funziono grazie anche a tutte le terapie provate negli anni ma gli insight non sono bastati per portare un vero e proprio cambiamento in me. Il problema credo che sia stratificato su più livelli:
    1) ADHD
    2) l'attrito dell'iniziare l'attività dello studiare è veramente grosso
    3) se nella cosa che sto studiando non ci trovo una utilità subito il mio cervello inizia a fumare
    4) Spesso provo tanta frustrazione mentre studio e per non provare più questa sensazione smetto di studiare
    5) ho sviluppato negli anni meccanismi di difesa molto raffinati
    6) Essere costante nello studio e cioè studiare con una certa continuità è molto difficile per me

    Ho bisogno del vostro aiuto per capire quale possa essere il miglior percorso per me per risolvere questo problema che sento perchè sono molto in difficoltà.

    grazie

    G.T.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo perfettamente il Suo senso di stanchezza e quasi di smarrimento di fronte a un percorso costellato da numerosi tentativi terapeutici che, pur avendo arricchito la Sua consapevolezza, non hanno scalfito la resistenza del sintomo. La sensazione che gli "insight" non bastino è un’esperienza frustrante ma molto significativa: ci dice che la comprensione intellettuale del problema non coincide necessariamente con la sua risoluzione emotiva e funzionale.

    Nel Suo racconto emerge una stratificazione complessa dove la componente neurobiologica dell'ADHD si intreccia con vissuti di profonda frustrazione e con la costruzione di difese molto raffinate. Quando descrive l'attrito nell'iniziare o il "fumo al cervello" di fronte a ciò che non appare immediatamente utile, sta parlando di una fatica che non è solo attentiva, ma riguarda il senso stesso dell'investimento sulle proprie capacità. In un'ottica gruppale e relazionale, potremmo vedere la Sua difficoltà di studio non solo come un deficit, ma come un modo in cui Lei "abita" il Suo progetto di vita: un'identità che forse sente il peso di dover corrispondere a canoni di produttività che percepisce come estranei o minacciosi, portandola a un "congelamento" difensivo.

    Considerando il Suo lungo trascorso con approcci prevalentemente orientati alla gestione del sintomo o alla ristrutturazione cognitiva, potrebbe esserLe utile volgere lo sguardo verso una psicoterapia ad orientamento psicodinamico o gruppoanalitico. In questo setting, l'attenzione si sposta dal "come fare per studiare" al "chi sono io mentre cerco di studiare" e a quali matrici familiari e relazionali alimentano quel timore del giudizio e quella svalutazione che sembrano bloccare il Suo movimento verso il futuro. Il lavoro non sarebbe più volto a correggere una funzione mancante, ma a integrare queste parti di sé che oggi comunicano attraverso il blocco, trasformando l'università da campo di battaglia contro se stessi a luogo di libera espressione della propria identità. La invito a darsi una nuova possibilità, cercando un percorso che metta al centro la relazione e la comprensione del Suo mondo interno più che la sola tecnica comportamentale.

    Quale significato sente che avrebbe per Lei, oggi, riuscire finalmente a riappropriarsi di quel percorso di studi che ha dovuto interrompere?
    Un saluto
    Dott,ssa Giovanna Costanzo


    Salve dottori,ero in una relazione con una ragazza per 4 mesi,dopo di che lei ha deciso di pinto in bianco di lasciarmi senza motivo e senza dirmelo,la incontro per strada il pomeriggio stesso e lei vedendomi cambia strada perché io volevo delucidazioni in merito,lei mi dice che non ho fatto niente di male ma non si trova più bene con me e mi ribadisce di non volere stare più con me.Da allora è iniziato il mio periodo nero ,piangevo di continuo mi mancava il respiro non riuscivo più a dormire oppure se riuscivo mi alzavo molto presto,allora ho fatto una visita psichiatrica e ho preso antidepressivi e antipsicotico e sono stato molto meglio,ora li ho sospesi perché ce la volevo fare da solo senza essere dipendente da quei farmaci ,ma ecco che dopo 6 mesi che non la vedevo la incontro nuovamente per strada e mi rifiuta ancora e ora io sto peggio,mi sento schiacciato non riesco a vivere la mia vita a pieno e la penso sempre e sto male perché non so come faccia a ignorare che io sto male dopo tanto amore che le ho dato perché fa così,sto pensando di riprendere i farmaci o fare di nuovo psicoterapia non so più che fare ditemi voi... inoltre il periodo che ci siamo lasciati quando la incontrarvo per strada inisitevo sempre nel tornare insieme e chiedere spiegazioni tanto che lei dava su tutte le furie e mi urlava tra i passanti di cui alcune persone si sono anche fermate in aiuto pensando chissà cosa volessi farle,io non capisco questo suo atteggiamento di rifiuto e mai lo capirò e fin quando non chiarisco con lei io starò sempre male e con 1000 dubbi,cosa posso fare farmaci e psicoterapia o deve passare da solo?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo il profondo senso di smarrimento e il dolore lacerante che sta attraversando; trovarsi improvvisamente esclusi dalla vita di una persona amata, senza una spiegazione che appaia logica o umana, lascia una ferita che tocca le radici della propria identità. La sensazione di essere "schiacciato" e l'impossibilità di darsi pace nascono da questo vuoto comunicativo che Lei tenta disperatamente di colmare, cercando quel chiarimento che l'altro, purtroppo, non sembra intenzionato o in grado di dare.

    In psicologia, questo meccanismo si manifesta spesso come una rottura traumatica del legame: quando l'altro si nega drasticamente, la nostra mente entra in un circuito di sofferenza dove il rifiuto viene percepito come una minaccia vitale. Il Suo tentativo di insistere, che ha portato a scene dolorose in pubblico, è il segnale di un'angoscia che non trova parole e che cerca nel contatto fisico o visivo una rassicurazione che però finisce per allontanare ulteriormente l'altra persona. La reazione furiosa di lei, per quanto dolorosa, è il suo modo per ribadire un confine che Lei fatica ad accettare, poiché quel "no" le sembra un'ingiustizia incomprensibile rispetto all'amore che sente di aver dato.

    La psicoterapia ad orientamento psicodinamico può intervenire proprio su questo punto: non per convincere l'altra persona a tornare, ma per aiutare Lei a elaborare il lutto di questa relazione e a comprendere come mai la Sua autostima sia diventata così dipendente dal riconoscimento di questa ragazza. Riguardo ai farmaci, è fondamentale che la loro gestione (sospensione o ripresa) avvenga esclusivamente sotto controllo medico, per evitare che brusche interruzioni peggiorino lo stato dell'umore. Un percorso terapeutico Le permetterebbe di trasformare questi "1000 dubbi" in una nuova consapevolezza di sé, permettendoLe di tornare a respirare e a vivere la Sua vita senza che l'assenza di lei rimanga l'unico perno del Suo mondo interno.

    Cosa pensa che cambierebbe nel Suo quotidiano se riuscisse a sentire che il Suo valore come persona non dipende dalla risposta che riceve da questa ragazza?
    Un cordiale saluto
    Dottssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno dottori. Vi scrivo per richiedere un parere su un evento che mi ha confusa recentemente. Ho 23 anni, sto passando un periodo in cui mi sto preparando per la laurea e successivamente già per cercare lavoro. Sono una che ha bisogno di farsi piani per ogni minima cosa perché altrimenti sento di non avere controllo. Recentemente, è successa una cosa strana, praticamente vi dico già che io sono attratta sia da ragazzi che da ragazze, lo so da 7 anni e non è assolutamente un problema per me, lo accetto e lo vivo come una verità dentro me, anche se preferirei innamorarmi di un uomo perché vorrei avere dei figli e sinceramente preferirei averli nella situazione più classica possibile. Vi dico questo perché è da mesi che so dell’esistenza di una determinata ragazza di circa la mia età, non ci conosciamo davvero, ma è capitato di guardarla da lontano, vederla interagire con i suoi amici e cose così. Appunto per mesi la mia percezione verso di lei è stata neutro-positiva, la trovo bella, solare e simpatica, e sembra anche genuina. L’altra notte però, mi è capitato a caso di fare un sogno in cui lei mi abbracciava, e io sentivo conforto in quell’abbraccio, e mi sentivo come se fossi cotta di lei, soprattutto perché dopo sempre nel sogno siamo sedute in un tavolo vicine e parliamo, ma poi un ragazzo attira la sua attenzione e inizia a parlare con lei, a quel punto sento una sensazione di gelosia, che ricordo ancora ora, e che quando il sogno è finito ho sentito letteralmente la sua mancanza, mi è dispiaciuto che fosse un sogno, dove forse eravamo amiche o comunque avevamo un legame. Ho continuato la mia vita normalmente, ma da quel giorno ogni volta che la vedo sento un’attrazione travolgente. Dire che mi sento attratta da lei fisicamente sarebbe riduttivo, perché non è che io sento attrazione per lei perché mi piace il suo corpo o la trovo “sexy” seppur sia bella, ma sento una sorta di desiderio verso di lei, in generale. È come se io amassi lei, non il suo corpo, ma lei. Infatti, la cosa che più mi accende è il pensiero di baciarla, e se devo essere sincera la bacerei anche molto appassionatamente, cosa molto strana per me, perché io non sento praticamente mai così tanta attrazione per qualcuno per cui non ho nemmeno sentimenti di cotta come minimo, cosa che quando c’è la sento in modo molto più intenso e euforico di qualsiasi attrazione fisica, cosa che appunto come ho detto con lei tecnicamente non c’è stata. Eppure sento un desiderio per lei così forte e anche di lasciarmi andare e perdere il controllo con lei che onestamente mi confonde, non capisco cosa sia successo, ma è tutto nato da quel sogno. Sottolineo che non ci siamo mai nemmeno sfiorate né guardate. Inoltre, voglio precisare che io sono sempre stata più aperta emotivamente nei confronti delle ragazze non per scelta ma per istinto, perché sono molto intuitiva e sento quasi sempre le intenzioni delle persone, e quando ho rapporti con i ragazzi non sento mai quella sincerità e purezza di intenzioni che io tanto amo e che con le ragazze sento di più. I maschi purtroppo soprattutto alla mia età spesso cercano altro, mentre io cerco una grande integrità, maturità, presenza, passione e connessione, cosa che non riesco mai ad associare ai maschi, anche perché o sono sempre con quel fondo di voglia di competizione e arroganza/ricerca di sesso che si percepisce da miglia, oppure sono troppo remissivi e dolci, cosa che purtroppo se eccessiva non mi accende negli uomini, perché anche se la dolcezza è fondamentale per me, io vorrei una via di mezzo fra ragazzo che sa essere forte e farmi sentire protetta ma allo stesso tempo saper essere dolce senza vergognarsene, con un cuore pieno di valori e un vero rispetto non solo per me ma per tutti. Quindi è una cosa rara, e istintivamente connetto meglio con le ragazze, infatti non ho mai avuto cotte emotive per maschi, se non alle elementari per un compagno, quando però appunto quella purezza di intenzioni era ancora presente e non “inquinata” dal testosterone, che a quanto pare li fa andare fuori di testa non lo so, peccato che il testosterone che molti di loro usano spesso per dominare o sentirsi migliore dovrebbe servire a proteggere e non a schiacciare, ma ci vuole un’alta maturità per integrarlo e lo capisco. Però appunto per questo connetto meglio con le ragazze oggi, e collegandomi con il sogno che ho fatto verso quella ragazza, perché secondo voi è esplosa questa attrazione così forte? Secondo voi cosa dovrei fare? Vi ringrazio per il tempo che mi dedicherete per rispondermi, accetto ogni visione e consiglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo lo smarrimento che può derivare da un’emozione così improvvisa e travolgente, capace di scardinare in una sola notte i piani e le certezze faticosamente costruite per il Suo futuro. Sentirsi "abitate" da un desiderio che sembra non appartenerci razionalmente, ma che si impone con la forza di una verità fisica e psichica, è un’esperienza che scuote profondamente l'immagine che abbiamo di noi stesse.

    Il sogno che descrive sembra aver agito come un varco, permettendo a contenuti interni, fino a quel momento silenti, di emergere con una carica simbolica dirompente. In una prospettiva che guarda ai sogni come a una via d'accesso alle nostre matrici interne, quell'abbraccio e la successiva gelosia non parlano solo di una persona esterna, ma della Sua necessità di trovare un luogo di "conforto" e autenticità. Lei sottolinea con molta lucidità la Sua ricerca di integrità e purezza, doti che fatica a riscontrare nell'universo maschile coetaneo, che percepisce spesso inquinato da dinamiche di potere o superficialità. Questa ragazza, che Lei osserva da lontano come una figura "solare e genuina", potrebbe essere diventata nel sogno il contenitore simbolico di tutte quelle qualità — protezione, dolcezza e maturità — che Lei desidera profondamente e che sente più affini alla sensibilità femminile.

    L'attrazione così forte e il desiderio di "perdere il controllo" con lei sembrano quasi una risposta alla Sua abitudine di dover pianificare ogni minima cosa. È come se la Sua parte più istintiva avesse scelto questa figura per rivendicare il diritto alla spontaneità, al di fuori degli schemi della "situazione classica" che Lei razionalmente vorrebbe perseguire. L'identità non è un dato statico, ma un processo relazionale continuo: l'incontro, anche solo immaginato, con l'altro ci trasforma e ci rivela parti di noi che non sapevamo di possedere.

    In un percorso di psicoterapia, questo episodio potrebbe essere esplorato non come un problema da risolvere, ma come un prezioso segnale del Suo mondo interno. Potrebbe essere l'occasione per comprendere se la Sua preferenza per un modello familiare tradizionale sia un desiderio autentico o un rifugio rassicurante contro l'imprevedibilità dei sentimenti. La psicoterapia può aiutarLa ad accogliere questa "confusione" senza giudizio, permettendoLe di integrare la Sua ricerca di purezza e passione in un'identità che sia fedele al Suo sentire più profondo, oltre le etichette o le aspettative sociali. La invito a osservare questa attrazione con curiosità, lasciandosi il tempo di sentire dove questo desiderio vuole condurLa, senza la fretta di doverlo subito incasellare in un nuovo piano.

    Cosa accadrebbe, secondo Lei, se si concedesse la possibilità di non avere il controllo totale su ciò che prova, lasciando che sia il Suo istinto a guidarLa verso la scoperta di questo legame?
    Un saluto
    Dottssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno dottori ho una domanda da farvi faccio una terapia da molto tempo per ansia e disturbo dell umore però non riesco a prendere tutta la terapia perché sento che quando prendo tutti i farmaci il corpo mi cambia molto sento questa calma addosso molta sedazione che è benefica ma che mi porta a toglierli sistematicamente aggravano magari gli impulsi ogni tanto del gioco non so come fare per risolvere una volta per tutte questa situazione voi cosa ne pensate grazie per l aiuto

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo quanto possa essere frustrante e destabilizzante sentirsi divisi tra il desiderio di sollievo e la sensazione di non riconoscersi più sotto l'effetto della terapia. Questo conflitto tra il beneficio della calma e il rifiuto di una "sedazione" che viene percepita come un'alterazione del proprio Sé è un vissuto molto comune e profondamente umano, che merita di essere accolto con grande rispetto.

    Quello che Lei descrive sembra un paradosso doloroso: la cura che dovrebbe restituirLe la serenità finisce per farLa sentire "cambiato" nel corpo e nello spirito, spingendola a interrompere l'assunzione dei farmaci. Questo meccanismo di interruzione sistematica, tuttavia, può generare una sorta di effetto "rebound", in cui l'instabilità emotiva si acuisce e gli impulsi, come quelli legati al gioco d'azzardo, possono farsi più pressanti come tentativo di ritrovare una scarica di adrenalina o un senso di controllo che la sedazione sembra aver spento. In psicologia, vediamo spesso come il corpo e la mente cerchino di compensare una calma vissuta come "imposta" attraverso azioni impulsive, quasi a voler riaffermare la propria vitalità.

    Sebbene la gestione clinica dei farmaci spetti esclusivamente al Suo psichiatra — con il quale è fondamentale avere un dialogo onesto su questi effetti collaterali per aggiustare il dosaggio o la molecola — la psicoterapia ad orientamento psicodinamico può intervenire su un piano diverso. L'obiettivo non è solo "sopprimere" il sintomo, ma comprendere quale significato abbia per Lei quella sedazione e perché l'impulso al gioco emerga proprio quando cerca di sottrarsi alla terapia. Un percorso terapeutico può aiutarLa a integrare queste diverse parti di sé, permettendoLe di abitare la Sua quotidianità senza sentirsi né anestetizzato dai farmaci né in balia dei propri impulsi.

    La invito a condividere apertamente questi vissuti con chi La segue, affinché la cura non sia più qualcosa che "subisce", ma uno strumento che possa davvero sostenere la Sua identità in modo armonioso.

    Come cambierebbe la Sua prospettiva sulla cura se riuscissimo a trovare, insieme ai medici, un equilibrio dove la calma non significhi rinunciare alla Sua vitalità?
    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno, vorrei un parere.
    Mio figlio ha 7 anni e da circa due settimane presenta un comportamento che mi sta preoccupando.
    Prima delle vacanze di Pasqua entrava a scuola tranquillamente: lo accompagnavo fino alla classe, ci salutavamo con un abbraccio e un bacio, e poi entrava senza problemi. Sorridente e contento di andarci. (fa la prima elementare).
    Dopo le vacanze (quindi inizio aprile), al rientro il primo giorno mi ha detto di non stare bene e l’ho tenuto a casa. Nei giorni successivi ho capito che probabilmente non era un malessere reale, quindi ho ripreso a portarlo regolarmente a scuola.
    Da quel momento, ogni mattina davanti alla porta della classe inizia a piangere in modo intenso, dicendo che vuole stare con me. Le maestre devono intervenire per prenderlo e portarlo dentro, mentre io vado via. Questo momento è emotivamente molto forte, anche se so di star facendo la cosa giusta.
    Tuttavia, dopo circa 20–30 minuti le insegnanti mi confermano sempre che si è calmato, è sereno, lavora normalmente ed è tranquillo durante tutta la mattinata.
    Invece, in occasioni diverse (ad esempio una gita) è stato capace di salutarmi senza problemi e andare verso i compagni.
    Quando gli chiedo il motivo del pianto, risponde semplicemente “non lo so”.
    Le insegnanti mi riferiscono inoltre che questo comportamento si verifica solo quando lo accompagno io, mentre con la madre non succede. (Siamo una coppia separata e nostro figlio è prevalente a me).
    Non presenta febbre, dolori o altri sintomi fisici evidenti, se non occasionali lamentele al mattino che però non sembrano avere una base reale.
    Il tragitto verso la scuola è calmo, ascoltiamo la musica, parliamo di giochi e di vita quotidiana. La salita delle scale è tranquilla, ma come arriva davanti la porta della classe scatta questo meccanismo.

    Vorrei capire se questo comportamento può avere una componente legata all’ansia o al distacco e se è qualcosa di fisiologico oppure se è il caso di approfondire con uno specialista.
    Grazie mille.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo quanto possa essere faticoso e lacerante per un genitore vivere questo strappo emotivo ogni mattina, specialmente quando si scontra con il desiderio di proteggere la serenità di un figlio che, fino a poco prima, sembrava abitare la scuola con estrema naturalezza. Il fatto che Lei si interroghi sulla natura di questo pianto dimostra una profonda sensibilità verso il mondo interno del Suo bambino, un mondo che a sette anni non sempre possiede le parole per spiegarsi, se non attraverso il corpo e l'emozione pura.

    L'episodio che descrive, pur essendo emotivamente intenso, rientra spesso in quelle che definiamo "crisi di crescita" o manifestazioni di un'ansia da separazione che si riattiva dopo una pausa, come le vacanze di Pasqua. Il fatto che il pianto si scateni solo davanti alla soglia della classe e solo in Sua presenza suggerisce che non sia la scuola in sé a spaventarlo, ma il momento simbolico del distacco da Lei. Essendo Lei la figura di riferimento prevalente in una cornice di separazione, il bambino potrebbe vivere in modo più acuto il timore di "perdere" la base sicura che Lei rappresenta. Il fatto che con la madre non accada non significa che ci sia un problema con Lei, ma paradossalmente testimonia la solidità del vostro legame: con Lei si sente libero di manifestare tutta la sua fragilità e il desiderio di non lasciarLa.

    In un'ottica psicodinamica, potremmo leggere questo comportamento come un tentativo del bambino di rinegoziare la propria autonomia all'interno di una relazione che sente vitale. Il "non lo so" con cui risponde alle Sue domande è autentico: a questa età, il disagio non è ancora un pensiero strutturato, ma un'emozione che invade il corpo proprio sulla soglia, intesa come confine tra il mondo protetto della famiglia e quello sociale della scuola. La capacità di affrontare gite e momenti di serenità post-pianto conferma che le sue risorse interne sono intatte e che il bambino è in grado di abitare lo spazio sociale con successo una volta superato l'impasse del distacco.

    Considerando che la situazione dura da circa due settimane, potrebbe trattarsi di una fase transitoria di assestamento. Tuttavia, per evitare che questo schema di "protesta" si cristallizzi in un’angoscia più profonda, potrebbe essere utile consultare uno psicoterapeuta dell'infanzia. Un breve percorso di consulenza o di gioco terapeutico potrebbe aiutare il bambino a dare un nome a ciò che sente e sostenere Lei nel gestire questo momento di passaggio, aiutandovi a trasformare quel confine sulla porta della classe da luogo di perdita a luogo di crescita e scoperta.

    Come immagina che cambierebbe il Suo modo di accompagnarlo se sentisse che quel pianto è un modo, seppur doloroso, con cui Suo figlio Le sta dicendo quanto è importante per lui?
    cordiali saluti
    Dott,ssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno, sono una ragazza di 27 anni e sono fidanzata con un ragazzo di 25 anni da ormai quasi 3 anni.
    Vi scrivo in seguito a un episodio avvenuto ieri sera che mi ha mandata abbastanza in crisi.
    Eravamo a letto, io ero buttata sopra di lui e stavo guardando il cellulare, ho fatto una battuta davvero di cattivo gusto sul fatto di andare a letto con un altro ragazzo, me ne stavo pentendo già mentre la facevo ma non so spiegarvi perchè ma mi piace stuzzicarlo e infastidirlo per ottenere attenzioni (questo da sempre).
    Lui, che era sotto di me sul letto, ha reagito dandomi uno schiaffetto sul viso in segno di rimprovero. Non era forte però l'ho sentito e il gesto in se mi ha fatta infuriare.
    So per certo che non era sua intenzione farmi del male, quando litighiamo non ha mai nemmeno accennato a segni di violenza anzi, solitamente sono io quella che sbrocca di più (mai fisicamente).
    Però lui ha sempre avuto questo vizio di dare queste schiaffette sul viso per rimprovero, non lo fa sempre ma ogni tanto capita.
    Mi sento ancora più stupida perchè sono io la prima a farlo.. nel senso che anch'io per scherzo o per rimprovero a volte gli do questi buffetti sul viso.
    Però ieri, siccome l'ho sentito, mi sono preoccupata.
    E' secondo voi un campanello allarmante?
    Quando gli ho fatto notare che non mi piace, per l'ennesima volta, che mi aveva fatto male e dicendogli più volte che è scemo, lui ha detto che io sono scema a fare battute del genere, che gli schiaffetti li do anch'io e che era uno schiaffetto e non uno schiaffo.
    Ho tenuto il muso per tutta le sera e tutta la notte, lui è molto affettuoso e ha cercato più volte le coccole che io non gli ho fatto.
    Questa mattina gli ho detto che avrebbe dovuto chiedermi scusa e lui l'ha fatto ma ha ribadito nuovamente che non era uno schiaffo e mi ha chiesto di chiedergli scusa per la battuta che ho fatto.
    Scusatemi se mi sono dilungata ma ci penso da tutto il giorno e non so come analizzare la situazione.
    Sto esagerando io?
    Grazie mille sin da ora

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo quanto l’episodio l’abbia scossa, poiché quando il contatto fisico travalica il confine della giocosità per diventare un segno di rimprovero, si avverte immediatamente una rottura nell’armonia e nella sicurezza della relazione. La Sua reazione di allarme è un segnale importante del Suo sentire che merita di essere ascoltato con estrema attenzione e delicatezza, senza essere svalutato come un'esagerazione.

    In una dinamica di coppia, i gesti che utilizziamo per scambiarci attenzione o disappunto non sono mai solo fisici, ma portano con sé significati simbolici profondi legati alla nostra storia e al modo in cui abbiamo imparato a stare con l'altro. Quello che descrive sembra configurarsi come un corto circuito comunicativo: il bisogno di stuzzicare per ottenere vicinanza e la risposta fisica come correzione suggeriscono che, in quel momento, la parola e l'ascolto abbiano lasciato il posto a modalità più arcaiche e reattive. Il rischio di questi scambi è che si stabilizzi un linguaggio fatto di "piccole" prevaricazioni fisiche che, seppur nate in un contesto non intenzionalmente violento, possono minare la fiducia reciproca e la percezione della propria dignità all'interno del legame.

    La psicoterapia può offrire uno spazio prezioso per analizzare queste matrici relazionali, aiutandovi a comprendere perché la ricerca di attenzioni passi attraverso la provocazione e perché il limite del corpo venga talvolta superato. Elaborare insieme il significato di questi gesti permette di costruire un'intimità fondata sul rispetto dei confini e sulla capacità di dirsi le cose senza ricorrere a "correzioni" fisiche. La invito a riflettere su come vi sentite entrambi dopo questi episodi, per valutare la possibilità di trasformare questa crisi in un'occasione di crescita e di maggiore consapevolezza nel vostro modo di amarvi.
    Un saluto
    Dott,ssa Giovanna Costanzo


Autore

psicologo, psicoterapeuta, psicologo clinico

Domande più frequenti

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