Buonasera, sono un ragazzo di trent'anni, ho un'angoscia addosso che mi opprime, ho sempre sofferto
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Buonasera, sono un ragazzo di trent'anni, ho un'angoscia addosso che mi opprime, ho sempre sofferto di disturbi d'ansia che mi hanno reso evitante per più situazioni, sono sempre stato molto timido e introverso avendo avuto problemi anche di bullismo durante le medie ma anche un'infanzia di denigrazione a causa delle istituzioni (scuola materna) e un trauma a quattro anni che mi hanno portato davvero a fare fatica nell'affrontare la vita, ora a questa età mi sento molto più indietro rispetto ai miei coetanei, non vivo da solo, ma ancora coi miei e mi è davvero difficile pensare di uscire da questa situazione per motivi psicologici, ho già provato la psicoterapia ma con scarso successo, anzi per me è stato qualcosa di controproducente che mi faceva sentire ancorato ancora di più alla mia situazione, mi sento un peso, lavoricchio ma guadagno pochissimo, vorrei riuscire a trovare la giusta strada e finalmente uscire da questo mood, penso spesso a cosa potrei fare, ma ogni volta non ho la risposta, ho una bassa autostima e sono pieno di sensi di colpa, ci sono periodi dove penso spesso al suicidio in modo costante, ma sono sicuro che non riuscirei mai a farlo per una mia insicurezza di fondo perchè ho perso veramente tanti anni della mia vita.
Gentile utente, dalle sue parole esce fuori la grande sofferenza che ha vissuto e vive tutt'ora. Sembra però esserci anche una grande volontà di riuscire ad uscire da questa spirale di sofferenza. Ciò che mi sento di suggerirle e di partire proprio da quest'ultima: le dia voce e potere iniziando un percorso. Capisco che ha avuto un esperienza che ha sentito non esserle stata di aiuto e che quindi la fiducia verso la psicoterapia sia scemata ma è qualcosa di prezioso, qualcosa che può aiutarla ad aiutarsi.
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Buonasera, grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che sta attraversando.
Quello che descrive non è “debolezza”, ma il peso di una storia complessa che ha lasciato segni profondi. Le esperienze di bullismo, svalutazione e trauma in età precoce possono influenzare a lungo la percezione di sé, la fiducia negli altri e la capacità di immaginare un futuro possibile. Il fatto che oggi lei riesca a raccontarle con questa lucidità indica una sensibilità e una consapevolezza importanti.
La sensazione di essere “indietro” rispetto ai coetanei è molto più comune di quanto si pensi, soprattutto quando si convive da anni con ansia, evitamento e bassa autostima. Non è un indicatore del suo valore, ma del carico emotivo che ha dovuto portare quasi sempre da solo.
Riguardo alla psicoterapia: non tutte le esperienze terapeutiche funzionano allo stesso modo, e a volte un percorso può risultare poco utile o addirittura faticoso. Questo non significa che lei sia “irrecuperabile”, ma che forse non ha ancora trovato un contesto, un metodo o una relazione terapeutica che la faccia sentire davvero compreso e accompagnato.
Quello che sta vivendo non è una condanna: è una fase di grande sofferenza che merita ascolto, rispetto e un aiuto adeguato. Un nuovo percorso psicologico, calibrato sui suoi tempi e sulle sue ferite, potrebbe aiutarla a costruire gradualmente un senso di direzione e di possibilità.
Non deve farcela da solo. Chiedere aiuto, come ha fatto qui, è già un movimento nella direzione giusta.
Quello che descrive non è “debolezza”, ma il peso di una storia complessa che ha lasciato segni profondi. Le esperienze di bullismo, svalutazione e trauma in età precoce possono influenzare a lungo la percezione di sé, la fiducia negli altri e la capacità di immaginare un futuro possibile. Il fatto che oggi lei riesca a raccontarle con questa lucidità indica una sensibilità e una consapevolezza importanti.
La sensazione di essere “indietro” rispetto ai coetanei è molto più comune di quanto si pensi, soprattutto quando si convive da anni con ansia, evitamento e bassa autostima. Non è un indicatore del suo valore, ma del carico emotivo che ha dovuto portare quasi sempre da solo.
Riguardo alla psicoterapia: non tutte le esperienze terapeutiche funzionano allo stesso modo, e a volte un percorso può risultare poco utile o addirittura faticoso. Questo non significa che lei sia “irrecuperabile”, ma che forse non ha ancora trovato un contesto, un metodo o una relazione terapeutica che la faccia sentire davvero compreso e accompagnato.
Quello che sta vivendo non è una condanna: è una fase di grande sofferenza che merita ascolto, rispetto e un aiuto adeguato. Un nuovo percorso psicologico, calibrato sui suoi tempi e sulle sue ferite, potrebbe aiutarla a costruire gradualmente un senso di direzione e di possibilità.
Non deve farcela da solo. Chiedere aiuto, come ha fatto qui, è già un movimento nella direzione giusta.
Buonasera, dal suo racconto emerge una storia complessa, segnata da ansia, bullismo, evitamento e vissuti di svalutazione che possono aver costruito nel tempo una bassa autostima e un senso di inadeguatezza.
L’angoscia attuale sembra muoversi su due piani: emotivo (ansia, oppressione, colpa) e cognitivo (pensieri negativi su di sé). Il sentirsi “indietro” è comprensibile, ma deriva da un confronto ingiusto con percorsi meno difficili del suo.
L’esperienza negativa in psicoterapia non significa che non sia adatta a lei ma che forse non erano giusti il contesto, il momento o la relazione terapeutica, che è centrale quanto il metodo.
In questa fase può essere più utile abbandonare la ricerca di una soluzione assoluta e iniziare da piccoli passi concreti e sostenibili.
Un caro saluto
L’angoscia attuale sembra muoversi su due piani: emotivo (ansia, oppressione, colpa) e cognitivo (pensieri negativi su di sé). Il sentirsi “indietro” è comprensibile, ma deriva da un confronto ingiusto con percorsi meno difficili del suo.
L’esperienza negativa in psicoterapia non significa che non sia adatta a lei ma che forse non erano giusti il contesto, il momento o la relazione terapeutica, che è centrale quanto il metodo.
In questa fase può essere più utile abbandonare la ricerca di una soluzione assoluta e iniziare da piccoli passi concreti e sostenibili.
Un caro saluto
Buonasera,
da quello che racconti si sente quanto peso e quanta fatica tu stia portando da tanto tempo. L’ansia, le esperienze di bullismo e di svalutazione, insieme a ciò che descrivi come traumatico, possono lasciare segni profondi sul modo in cui ci percepiamo e affrontiamo la vita. È comprensibile che oggi tu possa sentirti indietro, bloccato e con poca fiducia nelle tue possibilità.
Allo stesso tempo, il fatto che tu riesca a parlarne con questa lucidità e che continui a cercare una strada dice molto delle tue risorse, anche se in questo momento fai fatica a vederle. Le esperienze terapeutiche non sempre funzionano subito o nel modo giusto: a volte è necessario trovare un approccio e un professionista con cui sentirsi davvero compresi e al sicuro.
Mi colpisce anche la presenza di pensieri legati al suicidio: è importante non restare solo con questo dolore. Se questi pensieri dovessero diventare più intensi, ti invito a rivolgerti tempestivamente a un professionista o ai servizi di emergenza della tua zona.
Un percorso psicoterapeutico può aiutarti, con tempi e modalità rispettose di te, a lavorare sull’ansia, sull’autostima e su quelle esperienze che ancora oggi sembrano trattenerti. Non sei “sbagliato” né “in ritardo”: sei una persona che ha attraversato molto e che può ancora costruire il proprio percorso.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da quello che racconti si sente quanto peso e quanta fatica tu stia portando da tanto tempo. L’ansia, le esperienze di bullismo e di svalutazione, insieme a ciò che descrivi come traumatico, possono lasciare segni profondi sul modo in cui ci percepiamo e affrontiamo la vita. È comprensibile che oggi tu possa sentirti indietro, bloccato e con poca fiducia nelle tue possibilità.
Allo stesso tempo, il fatto che tu riesca a parlarne con questa lucidità e che continui a cercare una strada dice molto delle tue risorse, anche se in questo momento fai fatica a vederle. Le esperienze terapeutiche non sempre funzionano subito o nel modo giusto: a volte è necessario trovare un approccio e un professionista con cui sentirsi davvero compresi e al sicuro.
Mi colpisce anche la presenza di pensieri legati al suicidio: è importante non restare solo con questo dolore. Se questi pensieri dovessero diventare più intensi, ti invito a rivolgerti tempestivamente a un professionista o ai servizi di emergenza della tua zona.
Un percorso psicoterapeutico può aiutarti, con tempi e modalità rispettose di te, a lavorare sull’ansia, sull’autostima e su quelle esperienze che ancora oggi sembrano trattenerti. Non sei “sbagliato” né “in ritardo”: sei una persona che ha attraversato molto e che può ancora costruire il proprio percorso.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso la sua storia, che esprime una sofferenza importante, da non sottovalutare. Il fatto che la psicoterapia non sia stata utile può dipendere dal tipo di approccio del terapeuta. La presenza di pensieri suicidari merita attenzione e un consulto medico. Con il giusto supporto è possibile uscire da questa condizione di grande angoscia. Resto disponibile per un colloquio di approfondimento.
Un cordiale saluto.
la ringrazio per aver condiviso la sua storia, che esprime una sofferenza importante, da non sottovalutare. Il fatto che la psicoterapia non sia stata utile può dipendere dal tipo di approccio del terapeuta. La presenza di pensieri suicidari merita attenzione e un consulto medico. Con il giusto supporto è possibile uscire da questa condizione di grande angoscia. Resto disponibile per un colloquio di approfondimento.
Un cordiale saluto.
Buonasera,
quello che descrive non è “pigrizia” né mancanza di volontà: è una storia di ansia, ferite precoci e sfiducia in sé che, nel tempo, hanno portato a evitare, rimandare e sentirsi indietro. È comprensibile che oggi tutto questo pesi e faccia sembrare difficile vedere una via d’uscita.
Voglio dirle una cosa con chiarezza: il fatto che lei si senta bloccato non significa che sia bloccato per sempre. Significa che i meccanismi con cui ha imparato a proteggersi (evitare, chiudersi, dubitare di sé) stanno ancora guidando le sue scelte. Non sono “lei”, sono strategie apprese in un contesto difficile. E il suicidio NON è mai una soluzione.
Il pensiero di essere “indietro rispetto agli altri” è molto potente, ma spesso diventa una lente che distorce tutto: cancella quello che c’è, amplifica quello che manca e soprattutto le toglie energia per muoversi adesso. La vita non ha una tabella unica, e a 30 anni c’è ancora molto spazio per costruire, ma capisco che quando l’angoscia è forte questo suoni lontano.
Sul fatto che la psicoterapia non abbia aiutato, è importante non trarne la conclusione che “non funziona per me”. Spesso significa che non era il tipo giusto o il momento/approccio adatto. Per storie come la sua, di solito funzionano meglio percorsi concreti e strutturati (per esempio approcci cognitivo-comportamentali focalizzati su ansia ed evitamento, oppure terapie sul trauma), con obiettivi piccoli e verificabili. Se la terapia la faceva sentire ancora più fermo, probabilmente mancava una parte attiva, orientata al cambiamento.
Per uscire da questo “mood” non serve trovare subito “la strada giusta” definitiva. Spesso questo pensiero blocca. Serve iniziare a muovere qualcosa di piccolo ma concreto, con continuità. Alcuni esempi pratici:
-mantenere orari regolari di sonno e sveglia
- inserire ogni giorno un’attività breve ma attiva (anche 20–30 minuti fuori casa)
- scegliere un ambito su cui lavorare (lavoro, autonomia, socialità) e fare un passo minimo ma reale ogni settimana
- ridurre l’evitamento in modo graduale, non forzato
Queste non sono soluzioni immediate, ma sono i mattoni con cui si ricostruisce senso di efficacia.
Accanto a questo, visto il livello di ansia e i pensieri intrusivi, una valutazione psichiatrica può essere utile: non è “arrendersi”, ma darsi un aiuto per abbassare l’intensità dell’angoscia e riuscire a lavorare meglio su di sé.
La cosa più importante che emerge da ciò che ha scritto è che, nonostante tutto, lei continua a cercare una via. Questo conta più di quanto sembri. Non cancella gli anni difficili, ma indica che una parte di lei non si è arresa.
Coraggio!
quello che descrive non è “pigrizia” né mancanza di volontà: è una storia di ansia, ferite precoci e sfiducia in sé che, nel tempo, hanno portato a evitare, rimandare e sentirsi indietro. È comprensibile che oggi tutto questo pesi e faccia sembrare difficile vedere una via d’uscita.
Voglio dirle una cosa con chiarezza: il fatto che lei si senta bloccato non significa che sia bloccato per sempre. Significa che i meccanismi con cui ha imparato a proteggersi (evitare, chiudersi, dubitare di sé) stanno ancora guidando le sue scelte. Non sono “lei”, sono strategie apprese in un contesto difficile. E il suicidio NON è mai una soluzione.
Il pensiero di essere “indietro rispetto agli altri” è molto potente, ma spesso diventa una lente che distorce tutto: cancella quello che c’è, amplifica quello che manca e soprattutto le toglie energia per muoversi adesso. La vita non ha una tabella unica, e a 30 anni c’è ancora molto spazio per costruire, ma capisco che quando l’angoscia è forte questo suoni lontano.
Sul fatto che la psicoterapia non abbia aiutato, è importante non trarne la conclusione che “non funziona per me”. Spesso significa che non era il tipo giusto o il momento/approccio adatto. Per storie come la sua, di solito funzionano meglio percorsi concreti e strutturati (per esempio approcci cognitivo-comportamentali focalizzati su ansia ed evitamento, oppure terapie sul trauma), con obiettivi piccoli e verificabili. Se la terapia la faceva sentire ancora più fermo, probabilmente mancava una parte attiva, orientata al cambiamento.
Per uscire da questo “mood” non serve trovare subito “la strada giusta” definitiva. Spesso questo pensiero blocca. Serve iniziare a muovere qualcosa di piccolo ma concreto, con continuità. Alcuni esempi pratici:
-mantenere orari regolari di sonno e sveglia
- inserire ogni giorno un’attività breve ma attiva (anche 20–30 minuti fuori casa)
- scegliere un ambito su cui lavorare (lavoro, autonomia, socialità) e fare un passo minimo ma reale ogni settimana
- ridurre l’evitamento in modo graduale, non forzato
Queste non sono soluzioni immediate, ma sono i mattoni con cui si ricostruisce senso di efficacia.
Accanto a questo, visto il livello di ansia e i pensieri intrusivi, una valutazione psichiatrica può essere utile: non è “arrendersi”, ma darsi un aiuto per abbassare l’intensità dell’angoscia e riuscire a lavorare meglio su di sé.
La cosa più importante che emerge da ciò che ha scritto è che, nonostante tutto, lei continua a cercare una via. Questo conta più di quanto sembri. Non cancella gli anni difficili, ma indica che una parte di lei non si è arresa.
Coraggio!
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso la sua storia. Da come scrive si percepisce chiaramente quanta fatica stia portando da anni e quanto si senta bloccato, indietro, schiacciato dall’angoscia e dai sensi di colpa.
Parto da una cosa importante, senza girarci intorno:
il fatto che lei abbia pensieri suicidari, anche se dice che non li metterebbe in atto, è un segnale serio e merita attenzione e aiuto concreto. Non è qualcosa da affrontare da solo.
Da quello che leggo, che ovviamente meriterebbe un approfondimento mi fa pensare a questo: quando una persona cresce in contesti in cui viene svalutata o ferita spesso sviluppa delle immagini di s’è negative come non mi sento abbastanza, il mondo non è sicuro per me.
Da lì nasce l’evita mento, non è pigrizia, non è mancanza di volontà, ma un modo di proteggersi dal dolore. Il problema è che questo meccanismo porta a sentirsi ancora più immobili, alimentando così il senso di fallimento, l’ansia e il blocco. Un circolo vizioso che si autoalimenta.
Il fatto che oggi stia riflettendo su questo, che abbia un lavoro e che stia cercando una strada è una segnale molto positivo. È in movimento, anche se non lo percepisce così
Se la terapia è stata controproducente non significa che non funziona ma che probabilmente quell’approccio non era adatto a lei, che non si è creata un’alleanza terapeutica.
Rispetto ai pensieri suicidari lei dice so che non lo farei, questo è importante. Significa che c’è una parte di lei che vuole vivere. Ma quei pensieri non vanno ignorati, significa che il dolore sta diventando troppo. In quei momenti le consiglio di non restare solo ma di contattare una persona di fiducia, un servizio di supporto o se l’angoscia è troppo forte, rivolgersi al pronto soccorso.
Credo che la terapia possa essere uno spazio per lei utile in modo da lavorare sulle difficoltà che sente partendo da questi obiettivi:
- ridurre l’isolamento (anche solo un’attività settimanale);
- interrompere il dialogo interno distruttivo, tutti questi pensieri creano una narrazione negativa che diviene per lei la realtà. Non sparirà subito, ma si può iniziare a riconoscerla come una parte di lei, non tutto lei.
- se deciderà di riprendere un percorso cerchi qualcuno che lavori con ansia sociale, isolamento e traumi precoci. È si dia il permesso di dire fin dall’inizio che ha già avuto una terapia precedente che l’ha fatta stare peggio.
Cordiali saluti
la ringrazio per aver condiviso la sua storia. Da come scrive si percepisce chiaramente quanta fatica stia portando da anni e quanto si senta bloccato, indietro, schiacciato dall’angoscia e dai sensi di colpa.
Parto da una cosa importante, senza girarci intorno:
il fatto che lei abbia pensieri suicidari, anche se dice che non li metterebbe in atto, è un segnale serio e merita attenzione e aiuto concreto. Non è qualcosa da affrontare da solo.
Da quello che leggo, che ovviamente meriterebbe un approfondimento mi fa pensare a questo: quando una persona cresce in contesti in cui viene svalutata o ferita spesso sviluppa delle immagini di s’è negative come non mi sento abbastanza, il mondo non è sicuro per me.
Da lì nasce l’evita mento, non è pigrizia, non è mancanza di volontà, ma un modo di proteggersi dal dolore. Il problema è che questo meccanismo porta a sentirsi ancora più immobili, alimentando così il senso di fallimento, l’ansia e il blocco. Un circolo vizioso che si autoalimenta.
Il fatto che oggi stia riflettendo su questo, che abbia un lavoro e che stia cercando una strada è una segnale molto positivo. È in movimento, anche se non lo percepisce così
Se la terapia è stata controproducente non significa che non funziona ma che probabilmente quell’approccio non era adatto a lei, che non si è creata un’alleanza terapeutica.
Rispetto ai pensieri suicidari lei dice so che non lo farei, questo è importante. Significa che c’è una parte di lei che vuole vivere. Ma quei pensieri non vanno ignorati, significa che il dolore sta diventando troppo. In quei momenti le consiglio di non restare solo ma di contattare una persona di fiducia, un servizio di supporto o se l’angoscia è troppo forte, rivolgersi al pronto soccorso.
Credo che la terapia possa essere uno spazio per lei utile in modo da lavorare sulle difficoltà che sente partendo da questi obiettivi:
- ridurre l’isolamento (anche solo un’attività settimanale);
- interrompere il dialogo interno distruttivo, tutti questi pensieri creano una narrazione negativa che diviene per lei la realtà. Non sparirà subito, ma si può iniziare a riconoscerla come una parte di lei, non tutto lei.
- se deciderà di riprendere un percorso cerchi qualcuno che lavori con ansia sociale, isolamento e traumi precoci. È si dia il permesso di dire fin dall’inizio che ha già avuto una terapia precedente che l’ha fatta stare peggio.
Cordiali saluti
Gentile utente, da ciò che descrive emerge una sofferenza pesante e lunga, fatta di ansia, evitamento, ferite precoci, bullismo, senso di colpa e un sentimento di “ritardo” rispetto ai coetanei. In questo quadro è comprensibile che compaiano anche pensieri di suicidio: non vanno letti come un giudizio su di lei, ma come un segnale che il carico è diventato troppo e che serve supporto reale.
Detto con chiarezza: quando i pensieri suicidari diventano costanti, anche se lei sente che “non lo farebbe”, è importante non restare solo. Chiedere aiuto in quei momenti non è un fallimento, è protezione.
Sul fatto che la psicoterapia in passato le sia sembrata controproducente: succede. Non significa che “la terapia non fa per lei”, spesso significa che non era il tipo di percorso o di terapeuta adatto a ciò che le serve adesso. In situazioni come la sua, dove il problema centrale è l’evitamento e la sfiducia in sé, di solito aiuta un lavoro più strutturato e concreto, con obiettivi piccoli e verificabili (ansia sociale, colpa, autostima, passi pratici verso autonomia), non solo parlare del passato.
Lei scrive una cosa importante: “lavoricchio e guadagno poco, vivo coi miei, mi sento un peso”. Questo pensiero può diventare una gabbia. Il primo passo spesso non è “diventare indipendente subito”, quanto piuttosto costruire micro-passaggi che restituiscano senso di efficacia: una routine minima, un’attività regolare fuori casa, un aumento graduale delle responsabilità, un percorso di cura che non la faccia sentire “ancorato” ma accompagnato a muoversi.
Il fatto che lei abbia perso anni non significa che sia troppo tardi. Significa che oggi ha ancora più bisogno di una strategia gentile e realistica, che non le chieda salti, ma continuità.
Se vuole, può anche iniziare da qui: scelga una sola cosa da rendere stabile nelle prossime due settimane (sonno, camminata quotidiana, contatto con un professionista, un impegno lavorativo/formativo). Una sola. La stabilità crea spazio. Dal caos non si decide.
Le mando un incoraggiamento sincero: ha fatto bene a scrivere. Non è un peso, è una persona che sta chiedendo una via d’uscita.
Un caro saluto
Gabriele
Detto con chiarezza: quando i pensieri suicidari diventano costanti, anche se lei sente che “non lo farebbe”, è importante non restare solo. Chiedere aiuto in quei momenti non è un fallimento, è protezione.
Sul fatto che la psicoterapia in passato le sia sembrata controproducente: succede. Non significa che “la terapia non fa per lei”, spesso significa che non era il tipo di percorso o di terapeuta adatto a ciò che le serve adesso. In situazioni come la sua, dove il problema centrale è l’evitamento e la sfiducia in sé, di solito aiuta un lavoro più strutturato e concreto, con obiettivi piccoli e verificabili (ansia sociale, colpa, autostima, passi pratici verso autonomia), non solo parlare del passato.
Lei scrive una cosa importante: “lavoricchio e guadagno poco, vivo coi miei, mi sento un peso”. Questo pensiero può diventare una gabbia. Il primo passo spesso non è “diventare indipendente subito”, quanto piuttosto costruire micro-passaggi che restituiscano senso di efficacia: una routine minima, un’attività regolare fuori casa, un aumento graduale delle responsabilità, un percorso di cura che non la faccia sentire “ancorato” ma accompagnato a muoversi.
Il fatto che lei abbia perso anni non significa che sia troppo tardi. Significa che oggi ha ancora più bisogno di una strategia gentile e realistica, che non le chieda salti, ma continuità.
Se vuole, può anche iniziare da qui: scelga una sola cosa da rendere stabile nelle prossime due settimane (sonno, camminata quotidiana, contatto con un professionista, un impegno lavorativo/formativo). Una sola. La stabilità crea spazio. Dal caos non si decide.
Le mando un incoraggiamento sincero: ha fatto bene a scrivere. Non è un peso, è una persona che sta chiedendo una via d’uscita.
Un caro saluto
Gabriele
Buongiorno, è difficile convivere con l'angoscia che lei descrive, che sembra inibire ogni suo tentativo di progredire. A volte, essere introversi rende più complicato trovare il professionista adatto/a, e necessario fare più di un tentativo prima di trovare la persona giusta. Essere introversi però significa anche essere riflessivi, e questo tratto è una buona base per avviare una rielaborazione del proprio vissuto. Dice di avere provato un percorso di psicoterapia, non parla però della sua durata o del tipo di psicoterapia sperimentata. A mio vedere, è utile nel suo caso una psicoterapia individuale a orientamento psicodinamico di durata perlomeno annuale, che possa accogliere il suo malessere e sostenerla nei suoi tentativi di stare meglio.
Buonasera,
quello che descrive è molto intenso e doloroso, e merita prima di tutto di essere accolto con rispetto: non è “indietro”, ma una persona che ha dovuto affrontare esperienze difficili (bullismo, denigrazione, traumi precoci) che inevitabilmente hanno lasciato un segno sul modo di percepirsi e di stare nel mondo.
L’angoscia che sente, l’evitamento, la bassa autostima e i sensi di colpa sono spesso collegati: quando si cresce con esperienze di svalutazione o insicurezza, si può interiorizzare un’immagine di sé fragile o “inadeguata”, e questo porta a evitare le situazioni che mettono alla prova, rinforzando però il senso di blocco. È un circolo che non dipende da mancanza di volontà, ma da meccanismi psicologici profondi.
Il fatto che lei pensi di essere “rimasto indietro” rispetto ai coetanei è comprensibile, ma rischia di diventare un ulteriore peso: ognuno ha tempi diversi, e il suo percorso è stato oggettivamente più complesso di altri.
Riguardo alla psicoterapia: può capitare che una precedente esperienza non sia stata efficace o addirittura sia stata vissuta come controproducente. Questo non significa che la terapia non possa aiutarla, ma che probabilmente non ha trovato il metodo o il professionista più adatto a lei in quel momento. Esistono approcci specifici per:
traumi (ad esempio EMDR),
ansia e evitamento (terapie cognitivo-comportamentali),
autostima e schemi profondi (schema therapy).
Un altro punto molto importante è ciò che accenna sui pensieri suicidari: anche se dice di non riuscire a metterli in atto, il fatto che siano presenti e ricorrenti è un segnale da non sottovalutare e merita attenzione clinica. Non deve affrontarlo da solo.
Per iniziare concretamente:
provi a ridurre il focus sul “tutto e subito” e si concentri su piccoli passi realistici (anche minimi);
lavori sull’auto-compassione, cioè imparare a trattarsi con meno durezza;
cerchi un contesto terapeutico in cui si senta ascoltato e non giudicato (la relazione con il terapeuta è fondamentale quanto la tecnica).
Non è troppo tardi per cambiare direzione: il fatto che lei si stia facendo queste domande e stia cercando aiuto è già un segnale importante di movimento.
Le consiglio vivamente di approfondire con uno specialista, anche rivalutando il tipo di percorso più adatto a lei, soprattutto alla luce della sofferenza che sta vivendo e dei pensieri suicidari.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è molto intenso e doloroso, e merita prima di tutto di essere accolto con rispetto: non è “indietro”, ma una persona che ha dovuto affrontare esperienze difficili (bullismo, denigrazione, traumi precoci) che inevitabilmente hanno lasciato un segno sul modo di percepirsi e di stare nel mondo.
L’angoscia che sente, l’evitamento, la bassa autostima e i sensi di colpa sono spesso collegati: quando si cresce con esperienze di svalutazione o insicurezza, si può interiorizzare un’immagine di sé fragile o “inadeguata”, e questo porta a evitare le situazioni che mettono alla prova, rinforzando però il senso di blocco. È un circolo che non dipende da mancanza di volontà, ma da meccanismi psicologici profondi.
Il fatto che lei pensi di essere “rimasto indietro” rispetto ai coetanei è comprensibile, ma rischia di diventare un ulteriore peso: ognuno ha tempi diversi, e il suo percorso è stato oggettivamente più complesso di altri.
Riguardo alla psicoterapia: può capitare che una precedente esperienza non sia stata efficace o addirittura sia stata vissuta come controproducente. Questo non significa che la terapia non possa aiutarla, ma che probabilmente non ha trovato il metodo o il professionista più adatto a lei in quel momento. Esistono approcci specifici per:
traumi (ad esempio EMDR),
ansia e evitamento (terapie cognitivo-comportamentali),
autostima e schemi profondi (schema therapy).
Un altro punto molto importante è ciò che accenna sui pensieri suicidari: anche se dice di non riuscire a metterli in atto, il fatto che siano presenti e ricorrenti è un segnale da non sottovalutare e merita attenzione clinica. Non deve affrontarlo da solo.
Per iniziare concretamente:
provi a ridurre il focus sul “tutto e subito” e si concentri su piccoli passi realistici (anche minimi);
lavori sull’auto-compassione, cioè imparare a trattarsi con meno durezza;
cerchi un contesto terapeutico in cui si senta ascoltato e non giudicato (la relazione con il terapeuta è fondamentale quanto la tecnica).
Non è troppo tardi per cambiare direzione: il fatto che lei si stia facendo queste domande e stia cercando aiuto è già un segnale importante di movimento.
Le consiglio vivamente di approfondire con uno specialista, anche rivalutando il tipo di percorso più adatto a lei, soprattutto alla luce della sofferenza che sta vivendo e dei pensieri suicidari.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera,
dal suo messaggio emerge una sofferenza profonda, che sembra accompagnarla da molto tempo e che merita di essere accolta con grande rispetto e attenzione. Le esperienze che descrive come episodi di bullismo, vissuti di denigrazione nelle prime istituzioni educative e un trauma molto precoce possono incidere in modo significativo sulla costruzione dell’immagine di sé e sul modo in cui una persona si sente nel mondo. Comprendo anche la delusione che riferisce rispetto alla psicoterapia. Non è raro che un primo percorso non produca gli effetti sperati, oppure che venga vissuto come poco utile o addirittura come qualcosa che accentua il senso di immobilità. In psicoterapia, tuttavia, la qualità della relazione terapeutica e l’incontro tra la persona e l’approccio clinico sono elementi centrali: a volte è necessario tempo, o anche un incontro diverso, perché si possa creare quello spazio di fiducia e comprensione che consente di lavorare in modo più profondo sui propri vissuti. Vorrei infine condividere una riflessione: nella sua narrazione appare molto presente l’idea di aver “perso anni” della propria vita. Dal punto di vista psicologico, tuttavia, il tempo della sofferenza non è necessariamente tempo perduto. Spesso è il tempo in cui si sono costruite difese e modalità di adattamento che hanno permesso di resistere a situazioni molto dolorose. Il lavoro psicologico, quando diventa possibile, consiste proprio nel comprendere queste modalità e nel trasformarle gradualmente, affinché la persona possa recuperare parti di sé che sono rimaste a lungo in ombra.
La sua storia, per come la racconta, non parla di una vita senza possibilità, ma di un percorso segnato da ferite profonde che meritano di essere comprese e pensate insieme a qualcuno. In questo senso, la ricerca di uno spazio terapeutico che possa accogliere e dare significato a questi vissuti potrebbe rappresentare, nel tempo, un’opportunità importante.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Emiliani Federica
dal suo messaggio emerge una sofferenza profonda, che sembra accompagnarla da molto tempo e che merita di essere accolta con grande rispetto e attenzione. Le esperienze che descrive come episodi di bullismo, vissuti di denigrazione nelle prime istituzioni educative e un trauma molto precoce possono incidere in modo significativo sulla costruzione dell’immagine di sé e sul modo in cui una persona si sente nel mondo. Comprendo anche la delusione che riferisce rispetto alla psicoterapia. Non è raro che un primo percorso non produca gli effetti sperati, oppure che venga vissuto come poco utile o addirittura come qualcosa che accentua il senso di immobilità. In psicoterapia, tuttavia, la qualità della relazione terapeutica e l’incontro tra la persona e l’approccio clinico sono elementi centrali: a volte è necessario tempo, o anche un incontro diverso, perché si possa creare quello spazio di fiducia e comprensione che consente di lavorare in modo più profondo sui propri vissuti. Vorrei infine condividere una riflessione: nella sua narrazione appare molto presente l’idea di aver “perso anni” della propria vita. Dal punto di vista psicologico, tuttavia, il tempo della sofferenza non è necessariamente tempo perduto. Spesso è il tempo in cui si sono costruite difese e modalità di adattamento che hanno permesso di resistere a situazioni molto dolorose. Il lavoro psicologico, quando diventa possibile, consiste proprio nel comprendere queste modalità e nel trasformarle gradualmente, affinché la persona possa recuperare parti di sé che sono rimaste a lungo in ombra.
La sua storia, per come la racconta, non parla di una vita senza possibilità, ma di un percorso segnato da ferite profonde che meritano di essere comprese e pensate insieme a qualcuno. In questo senso, la ricerca di uno spazio terapeutico che possa accogliere e dare significato a questi vissuti potrebbe rappresentare, nel tempo, un’opportunità importante.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Emiliani Federica
Quello che ti sta succedendo non è perché sei debole ma perché hai imparato a proteggerti troppo bene. Ogni volta che eviti stai cercando di stare meglio ma in realtà stai rinforzando il blocco.
Non devi risolvere tutta la tua vita ma iniziare da un gesto minimo ogni giorno.
Anche qualcosa di quasi inutile fatto male va benissimo perché rompe il meccanismo.
La tua mente ti porta a pensare tanto ma senza agire e questo ti tiene fermo.
Se inizi a fare anche poco il sistema cambia lentamente.
Non sei indietro sei fermo in una strategia che ora non funziona più.
L’angoscia non va eliminata ma attraversata a piccole dosi controllate.
C’è una parte di te che vuole uscire da questa situazione ed è quella su cui ti consiglio di lavorare. Pensa alla cosa più piccola che eviti e parti da lì.
Non devi risolvere tutta la tua vita ma iniziare da un gesto minimo ogni giorno.
Anche qualcosa di quasi inutile fatto male va benissimo perché rompe il meccanismo.
La tua mente ti porta a pensare tanto ma senza agire e questo ti tiene fermo.
Se inizi a fare anche poco il sistema cambia lentamente.
Non sei indietro sei fermo in una strategia che ora non funziona più.
L’angoscia non va eliminata ma attraversata a piccole dosi controllate.
C’è una parte di te che vuole uscire da questa situazione ed è quella su cui ti consiglio di lavorare. Pensa alla cosa più piccola che eviti e parti da lì.
Buonasera, leggendo le sue parole noto innanzitutto una grande consapevolezza da parte sua circa ciò che i vissuti del suo passato possono averle lasciato. La stessa ansia che descrive all'inizio, potrebbe derivare proprio da questa serie di esperienze infantili che sembrano non essere state per nulla accoglienti e rassicuranti e che l'hanno portata ad avere magari poca fiducia verso l'altro e verso il mondo circostante. Perciò è comprensibile che l'evitamento e la chiusura le siano sembrate le uniche risposte possibili.
Mi dispiace che in passato non abbia trovato giovamento nella psicoterapia, dal momento che credo possa aiutarla a lavorare in primis sulla costruzione di un autostima e di una sicurezza delle proprie capacità, in modo da poter affrontare anche il contesto sociale e lavorativo con più fiducia. È estremamente frustrante la sensazione di aver perso del tempo a causa delle nostre angosce, ma può essere invece incoraggiante pensare di aver ancora la possibilità di lavorare su se stessi per sperimentare una vita più soddisfacente. Non è mai troppo tardi per darsi questa possibilità. La ringrazio per la sua condivisione.
Mi dispiace che in passato non abbia trovato giovamento nella psicoterapia, dal momento che credo possa aiutarla a lavorare in primis sulla costruzione di un autostima e di una sicurezza delle proprie capacità, in modo da poter affrontare anche il contesto sociale e lavorativo con più fiducia. È estremamente frustrante la sensazione di aver perso del tempo a causa delle nostre angosce, ma può essere invece incoraggiante pensare di aver ancora la possibilità di lavorare su se stessi per sperimentare una vita più soddisfacente. Non è mai troppo tardi per darsi questa possibilità. La ringrazio per la sua condivisione.
Salve,
la sua condivisione è molto importante e restituisce con chiarezza quanto peso stia portando da tanti anni. L’angoscia, il senso di essere “indietro”, la bassa autostima e i sensi di colpa che descrive non nascono dal nulla, ma sembrano avere radici profonde nelle esperienze che ha vissuto, come il bullismo, le denigrazioni e il trauma precoce. È comprensibile che tutto questo abbia inciso sul modo in cui oggi si percepisce e affronta la vita.
Vorrei sottolinearle un aspetto fondamentale: il fatto che oggi lei riesca a dare un nome a ciò che prova e a raccontarlo è già un segnale di consapevolezza importante, non di fallimento.
Rispetto alla psicoterapia, può capitare che un percorso non funzioni o non sia quello giusto in quel momento. Questo non significa che “non faccia per lei”, ma che probabilmente non si è ancora trovato il tipo di approccio o la relazione terapeutica più adatta ai suoi bisogni. La sensazione di essere rimasti “bloccati” o addirittura peggio durante una terapia è qualcosa che può accadere e merita di essere ascoltato con attenzione.
I pensieri suicidari che riferisce, anche se accompagnati dalla convinzione di non agire, sono un segnale di sofferenza significativa e non vanno sottovalutati. In questi casi è davvero importante non restare soli con questi pensieri e potersi confrontare con un professionista.
Il senso di essere indietro rispetto agli altri è molto doloroso, ma spesso nasce da confronti che non tengono conto della storia personale: ognuno ha tempi diversi, soprattutto quando ha dovuto affrontare difficoltà importanti sin dall’infanzia. Più che recuperare “il tempo perso”, può essere utile iniziare a costruire, passo dopo passo, qualcosa che sia sostenibile per lei oggi.
Potrebbe essere utile considerare un nuovo percorso psicologico, magari esplicitando fin dall’inizio le difficoltà incontrate nella terapia precedente, così da lavorare anche su quelle. A volte è proprio da lì che si può ripartire in modo diverso e più efficace.
Non è facile, ma uscire da questa sensazione di blocco è possibile, soprattutto se si crea uno spazio in cui sentirsi compresi e non giudicati.
Un caro saluto.
la sua condivisione è molto importante e restituisce con chiarezza quanto peso stia portando da tanti anni. L’angoscia, il senso di essere “indietro”, la bassa autostima e i sensi di colpa che descrive non nascono dal nulla, ma sembrano avere radici profonde nelle esperienze che ha vissuto, come il bullismo, le denigrazioni e il trauma precoce. È comprensibile che tutto questo abbia inciso sul modo in cui oggi si percepisce e affronta la vita.
Vorrei sottolinearle un aspetto fondamentale: il fatto che oggi lei riesca a dare un nome a ciò che prova e a raccontarlo è già un segnale di consapevolezza importante, non di fallimento.
Rispetto alla psicoterapia, può capitare che un percorso non funzioni o non sia quello giusto in quel momento. Questo non significa che “non faccia per lei”, ma che probabilmente non si è ancora trovato il tipo di approccio o la relazione terapeutica più adatta ai suoi bisogni. La sensazione di essere rimasti “bloccati” o addirittura peggio durante una terapia è qualcosa che può accadere e merita di essere ascoltato con attenzione.
I pensieri suicidari che riferisce, anche se accompagnati dalla convinzione di non agire, sono un segnale di sofferenza significativa e non vanno sottovalutati. In questi casi è davvero importante non restare soli con questi pensieri e potersi confrontare con un professionista.
Il senso di essere indietro rispetto agli altri è molto doloroso, ma spesso nasce da confronti che non tengono conto della storia personale: ognuno ha tempi diversi, soprattutto quando ha dovuto affrontare difficoltà importanti sin dall’infanzia. Più che recuperare “il tempo perso”, può essere utile iniziare a costruire, passo dopo passo, qualcosa che sia sostenibile per lei oggi.
Potrebbe essere utile considerare un nuovo percorso psicologico, magari esplicitando fin dall’inizio le difficoltà incontrate nella terapia precedente, così da lavorare anche su quelle. A volte è proprio da lì che si può ripartire in modo diverso e più efficace.
Non è facile, ma uscire da questa sensazione di blocco è possibile, soprattutto se si crea uno spazio in cui sentirsi compresi e non giudicati.
Un caro saluto.
Buongiorno, mi sembra che stia descrivendo una situazione in cui non vede alcuna possibilità percorribile nel suo futuro e per questo si senta bloccato. Penso possa esserle utile un percorso in cui può essere accompagnato ad esplorare, nel suo quotidiano, cosa le piace, per costruire nuove possibilità e riuscire a scegliere quale strada percorrere, ad esempio nel contesto lavorativo, in quale attività investire il suo tempo. Il cambiamento dell'emotività passa attraverso le azioni non può bastare il pensiero. Mi rendo conto che può essere faticoso partendo dai sentimenti di inadeguatezza che descrive, per questo penso sia necessario affidarsi ad un professionista che li possa accogliere.
Saluti, Dott.ssa Federica Marmai
Saluti, Dott.ssa Federica Marmai
Buon pomeriggio, ti ringrazio di aver condiviso la tua esperienza, quello che descrivi arriva con molta forza e fa percepire quanta fatica tu stia portando avanti da tanto tempo. Le esperienze che racconti: il bullismo, la denigrazione, il trauma, spesso costruiscono nel tempo un modo di percepirsi (come inadeguati, indietro, “un peso”) e un modo di stare al mondo fatto di evitamento e paura. Ma il fatto che oggi tu ti senta bloccato non significa che tu sia “destinato” a rimanerci. Significa piuttosto che alcuni meccanismi che in passato ti hanno protetto (come l’evitamento) oggi stanno limitando le possibilità di cambiamento e la sensazione di essere “indietro” alimenta ulteriormente il senso di inadeguatezza, creando un circolo che blocca ancora di più. Rispetto alla tua domanda (“che strada prendere”), potrebbe essere utile spostare leggermente il focus: cercare “la risposta giusta” rischia di essere troppo grande specie nei momenti in cui ci si sente così sopraffatti. Più che una direzione definitiva, potresti iniziare da passi piccoli e concreti, anche molto graduali, che vadano nella direzione opposta all’evitamento. In merito alla tua esperienza con la psicoterapia: il fatto che l’esperienza sia stata vissuta come controproducente merita attenzione, ma non significa necessariamente che “la terapia non funzioni per te”. Spesso è questione di approccio, di tempi o di alleanza terapeutica. Può avere senso rivalutare questa possibilità in un contesto che ti faccia sentire maggiormente compreso e coinvolto. Infine, mi soffermo su ciò che scrivi riguardo ai pensieri di suicidio, anche se accompagnati dall’idea di non poterli mettere in atto, sono comunque un segnale importante da non trascurare. In questi momenti può essere fondamentale poter parlare con qualcuno, anche attraverso servizi di ascolto come Telefono Amico o Samaritans o figure professionali sul territorio.
Buonasera,
la ringrazio per aver trovato le parole per raccontarsi: non è affatto scontato.
Da ciò che dice, sento quanto questa angoscia sia antica e profonda, come se avesse radici in esperienze precoci di svalutazione e solitudine. Quando un bambino cresce sentendosi ferito, non visto o umiliato, spesso interiorizza uno sguardo duro su di sé… e col tempo quella voce diventa la propria. Non è qualcosa che ha scelto: è qualcosa che ha dovuto sviluppare per adattarsi.
Oggi lei si trova a vivere non solo l’ansia, ma anche il peso di un confronto continuo con gli altri e con un’idea di “tempo perso”. Mi permetto di dirle con delicatezza che non è in ritardo: è come se fosse rimasto bloccato in alcuni passaggi perché mancavano le condizioni emotive per attraversarli. Questo non significa che non possano ancora essere ripresi.
Mi colpisce anche ciò che dice sulla psicoterapia: il fatto che l’abbia sentita controproducente merita rispetto e ascolto. Non tutte le esperienze terapeutiche sono uguali, e a volte, soprattutto quando il dolore è profondo, può emergere un senso di maggiore immobilità prima che qualcosa si muova. Ma è importante trovare un contesto in cui lei possa sentirsi davvero accolto e non ulteriormente “inchiodato”.
C’è un punto però che sento importante: quando parla di pensieri suicidari, anche se dice di non riuscire a metterli in atto, sta comunque raccontando una sofferenza molto intensa. Non è qualcosa da affrontare da solo. In quei momenti, sarebbe fondamentale che lei possa rivolgersi a qualcuno in carne e ossa: un professionista, un servizio, o anche una persona di fiducia.
Dentro tutto ciò che descrive, io non vedo una persona “indietro” o “sbagliata”, ma qualcuno che ha dovuto difendersi a lungo e che forse oggi sta iniziando, con fatica, a chiedersi se può vivere in modo diverso.
Potrebbe provare a capire in un nuovo percorso di terapia che cosa, nella sua esperienza passata, l’ha fatta sentire così bloccato: lì potrebbe esserci una chiave importante per non ripetere la stessa sensazione. Nella mia esperienza credo che un percorso di psicoterapia, accompagnato eventualmente da un supporto farmacologico, sia la strada per iniziare a smuovere qualcosa.
la ringrazio per aver trovato le parole per raccontarsi: non è affatto scontato.
Da ciò che dice, sento quanto questa angoscia sia antica e profonda, come se avesse radici in esperienze precoci di svalutazione e solitudine. Quando un bambino cresce sentendosi ferito, non visto o umiliato, spesso interiorizza uno sguardo duro su di sé… e col tempo quella voce diventa la propria. Non è qualcosa che ha scelto: è qualcosa che ha dovuto sviluppare per adattarsi.
Oggi lei si trova a vivere non solo l’ansia, ma anche il peso di un confronto continuo con gli altri e con un’idea di “tempo perso”. Mi permetto di dirle con delicatezza che non è in ritardo: è come se fosse rimasto bloccato in alcuni passaggi perché mancavano le condizioni emotive per attraversarli. Questo non significa che non possano ancora essere ripresi.
Mi colpisce anche ciò che dice sulla psicoterapia: il fatto che l’abbia sentita controproducente merita rispetto e ascolto. Non tutte le esperienze terapeutiche sono uguali, e a volte, soprattutto quando il dolore è profondo, può emergere un senso di maggiore immobilità prima che qualcosa si muova. Ma è importante trovare un contesto in cui lei possa sentirsi davvero accolto e non ulteriormente “inchiodato”.
C’è un punto però che sento importante: quando parla di pensieri suicidari, anche se dice di non riuscire a metterli in atto, sta comunque raccontando una sofferenza molto intensa. Non è qualcosa da affrontare da solo. In quei momenti, sarebbe fondamentale che lei possa rivolgersi a qualcuno in carne e ossa: un professionista, un servizio, o anche una persona di fiducia.
Dentro tutto ciò che descrive, io non vedo una persona “indietro” o “sbagliata”, ma qualcuno che ha dovuto difendersi a lungo e che forse oggi sta iniziando, con fatica, a chiedersi se può vivere in modo diverso.
Potrebbe provare a capire in un nuovo percorso di terapia che cosa, nella sua esperienza passata, l’ha fatta sentire così bloccato: lì potrebbe esserci una chiave importante per non ripetere la stessa sensazione. Nella mia esperienza credo che un percorso di psicoterapia, accompagnato eventualmente da un supporto farmacologico, sia la strada per iniziare a smuovere qualcosa.
Buonasera, mi dispiace molto per la sua situazione passata e attuale. Mi dispiace anche che non abbia incontrato nella psicoterapia lo strumento adatto a poterla supportare. Mi permetto di chiedere se forse non si sia trattato di un incontro Psicoterapeuta-paziente poco fortunato. Mi spiego meglio: l'incontro fra terapeuta e paziente non sta ad una formula matematica, ci sono parti di noi che risuonano meglio quando incontrano determinate qualità o "specchi" nell'altro. allo stesso modo, determinate parti di un altro, possono suscitare in noi sentimenti o vissuti spiacevoli, riattivando memorie del passato che ci fanno funzionare in modo disfunzionale nel presente. le consiglio dunque di riprovare con un percorso psicoterapeutico, con una persona diversa, magari un approccio diverso, e vedere come andrà. Le auguro il meglio! Fabrizia
Buongiorno, e' utile iniziare un percorso terapeutico di tipo psicodinamico che Le consenta di ricostruire il senso complessivo della Sua esistenza e che riporti in luce le ragioni della Sua ansia e della Sua insicurezza. Capisco che ci vuole tempo e pazienza, ma credo sia un percorso importante da fare in questo caso alla fine del quale potrebbe scoprire che poi non ha perso tutto il tempo della vita che Lei pensa. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Buonasera,
grazie per aver condiviso con chiarezza il suo percorso e le difficoltà che sta vivendo. Quello che descrive – ansia, introversione, senso di colpa, bassa autostima e difficoltà a fare passi avanti – è molto intenso e può pesare, ma non definisce chi è: sono esperienze che possono essere affrontate e trasformate.
Un percorso di supporto psicologico mirato può aiutarla a:
- capire le radici dei suoi vissuti, anche legate a traumi passati;
- riconoscere e gestire ansia e paure senza esserne sopraffatto;
- rafforzare autostima, sicurezza e fiducia nelle proprie capacità;
- creare piccoli obiettivi concreti per muoversi verso maggiore autonomia e benessere.
Anche se un percorso terapeutico precedente non è stato utile, questo non significa che non possa esserci un approccio adatto a lei oggi. Non è mai troppo tardi per trovare strategie che funzionano per lei e per costruire un equilibrio più stabile nella vita quotidiana.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
grazie per aver condiviso con chiarezza il suo percorso e le difficoltà che sta vivendo. Quello che descrive – ansia, introversione, senso di colpa, bassa autostima e difficoltà a fare passi avanti – è molto intenso e può pesare, ma non definisce chi è: sono esperienze che possono essere affrontate e trasformate.
Un percorso di supporto psicologico mirato può aiutarla a:
- capire le radici dei suoi vissuti, anche legate a traumi passati;
- riconoscere e gestire ansia e paure senza esserne sopraffatto;
- rafforzare autostima, sicurezza e fiducia nelle proprie capacità;
- creare piccoli obiettivi concreti per muoversi verso maggiore autonomia e benessere.
Anche se un percorso terapeutico precedente non è stato utile, questo non significa che non possa esserci un approccio adatto a lei oggi. Non è mai troppo tardi per trovare strategie che funzionano per lei e per costruire un equilibrio più stabile nella vita quotidiana.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
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