Domande del paziente (310)

    Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.

    Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?

    Vi ringrazio in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Comprendo lo stato di inquietudine che può generare il risvegliarsi accanto alla propria compagna e assistere a una manifestazione fisica di un vissuto onirico così intenso. È naturale che Lei si ponga delle domande sulla fedeltà del desiderio e sul significato di ciò che ha visto, ma cerchiamo di inquadrare l'evento con la delicatezza e la profondità che merita, senza lasciarci travolgere dall'allarme immediato.

    In una prospettiva psicodinamica e junghiana, il sogno non è mai una "fotografia" della realtà né un'anticipazione di un tradimento concreto. Al contrario, il sogno parla per simboli. Il ragazzo che la Sua compagna ha sognato — e che reputa esteticamente bello — non rappresenta necessariamente se stesso in carne ed ossa, ma funge da "vettore" per un'energia psichica. Nella psicologia del profondo, il sesso nel sogno simboleggia spesso un bisogno di unione, di integrazione o di appropriazione di alcune qualità che quel ragazzo rappresenta (come la bellezza, la sicurezza, o una certa vitalità) e che la sognatrice sente il bisogno di integrare in se stessa in questo momento della sua vita.

    Il fatto che il gesto fosse uno "strusciarsi" suggerisce una ricerca di contatto, un risveglio dei sensi che sta avvenendo nel suo mondo interno. Il fatto che sia accaduto mentre dormiva accanto a Lei non indica una mancanza di rispetto, ma anzi, paradossalmente, testimonia una condizione di sicurezza: è nel nido della vostra convivenza che la sua psiche si sente libera di esplorare e far emergere tensioni o desideri vitali che forse, nella vita quotidiana, vengono messi in secondo piano dalle responsabilità o dalla routine.

    L'identitài, è un processo relazionale in continuo divenire. Questo sogno potrebbe indicare che la Sua ragazza sta attraversando una fase di riscoperta della propria desiderabilità o della propria energia vitale. Non significa che "vorrebbe farlo con lui" nella realtà; spesso il sogno esaurisce in se stesso il desiderio, agendo come una valvola di sfogo o come un laboratorio dove la mente sperimenta sensazioni intense.

    Il fatto che lei glielo abbia confessato subito al risveglio è un segnale di grande fiducia e trasparenza relazionale. Indica che lei non vive questo sogno come un segreto sporco, ma come un evento psichico che ha voluto condividere con il suo punto di riferimento principale: Lei. Il "capello davanti agli occhi" che l'ha svegliata sembra quasi un simbolo del reale che irrompe a interrompere una visione, un richiamo alla realtà che la riporta bruscamente nel "qui ed ora" della vostra stanza.

    La direzione da prendere non è quella del sospetto, ma della curiosità accogliente. Potrebbe essere un'occasione per parlare della vostra intimità, per riscoprire cosa la fa sentire viva e bella, o semplicemente per sorridere insieme della bizzarria del mondo dei sogni, che a volte ci porta in territori inaspettati proprio per ricordarci quanto sia ricca la nostra vita interiore.

    Cordialità,
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso questo Suo vissuto così intimo e delicato. È assolutamente comprensibile e, mi creda, molto comune provare questo senso di estraneità verso il proprio desiderio e un timore che sembra quasi voler proteggere un corpo che ha attraversato un cambiamento così profondo.

    L'isterectomia non è soltanto un intervento chirurgico sui tessuti, ma un evento che tocca le radici stesse dell'identità femminile e il senso di integrità del proprio "abitare il corpo". Nella prospettiva della psicologia del profondo, l'utero non ha solo una funzione biologica, ma rappresenta un contenitore simbolico di vita, di creatività e di appartenenza. Quando questo spazio viene rimosso, è come se si creasse un silenzio improvviso nel dialogo tra la mente e il corpo, un vuoto che richiede tempo per essere elaborato e risignificato.

    La paura che Lei avverte oggi e il calo del desiderio non sono "errori" del Suo organismo, ma possono essere letti come una forma di lutto e di difesa. Il corpo, dopo aver subito un'intrusione medica necessaria ma traumatica, ha bisogno di ritrovare fiducia e di sentirsi nuovamente un luogo sicuro prima di potersi riaprire all'incontro con l'altro. In una visione che considera l'identità come un processo relazionale, il rapporto sessuale può essere percepito inconsciamente come una nuova "invasione" o come un confronto doloroso con ciò che è cambiato.

    Spesso, dietro la mancanza di desiderio, si nasconde il timore di non riconoscersi più o la preoccupazione che il piacere sia andato perduto insieme all'organo rimosso. Inoltre, le dinamiche della propria storia familiare e l'immagine di femminilità che abbiamo ereditato possono influenzare pesantemente il modo in cui viviamo questa transizione. Se l'identità è stata fortemente legata alla capacità generativa o a una certa forma fisica, la chirurgia impone una ridefinizione di sé che non può essere frettolosa.

    È importante che Lei non si senta "sbagliata" in questo blocco; sette mesi sono un tempo ancora breve per integrare un mutamento così radicale. La direzione verso cui muoversi non è quella della forzatura, ma quella della pazienza e della narrazione: provare a parlare di questa paura, prima di tutto con se stessa e poi, se possibile, all'interno della relazione, trasformando il timore del rapporto in una condivisione di vulnerabilità.

    Il desiderio potrà tornare a fluire quando il corpo non sarà più visto come un luogo di intervento o di mancanza, ma come una nuova forma da scoprire, carica di una sensibilità diversa ma non per questo meno autentica. Si conceda il diritto di abitare questo tempo di attesa con estrema dolcezza.

    Cordialità,
    Giovanna Costanzo.


    Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.

    Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.

    Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.

    Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.

    Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.

    A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.

    Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.

    Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.

    In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.

    È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.

    Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.

    Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.

    Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.

    Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.

    Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.

    Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo profondamente il senso di spossatezza e lo smarrimento che traspare dalle Sue parole; è faticoso sentirsi il motore unico di una relazione, portandone tutto il peso sulle spalle mentre si cerca, paradossalmente, di dimostrare a se stessi di essere "abbastanza" per l'altro. Il Suo racconto mette in luce un nodo cruciale: il passaggio da una forma di isolamento fisico e psicologico a una nuova immagine di sé che, però, sembra ancora cercare una legittimazione esterna attraverso il sacrificio e l'accudimento dell'altro.

    In una prospettiva che guardi all'identità non come a un dato statico, ma come a un processo che si costruisce e si trasforma costantemente nelle relazioni con gli altri, appare evidente come Lei stia mettendo in atto un copione che affonda le radici nella Sua storia personale. Diego Napolitani ci ha insegnato che noi siamo il risultato di una rete di relazioni e di "matrici" familiari che interiorizziamo e che tendiamo a replicare. Nel Suo caso, sembra emergere una sorta di "mandato" all'onnipotenza riparativa: Lei si sente in dovere di farsi carico di tutto — economico, organizzativo, emotivo — come se solo attraverso questo sforzo totale potesse garantirsi il diritto di essere amato o di appartenere alla vita di qualcuno che considera "superiore" a Lei.

    Questo meccanismo, tuttavia, crea una disparità che impedisce alla relazione di diventare un vero spazio di scambio gruppale tra due soggetti paritetici. Quando Lei dice di non sentirsi valorizzato e di non meritare la Sua attuale compagna nonostante i Suoi sforzi, sta descrivendo un'identità che si percepisce ancora come "mancante", indipendentemente dai cambiamenti fisici o dai successi lavorativi. La tendenza a mettersi subito a disposizione, a farsi carico delle mancanze altrui e a vivere con angoscia i riferimenti al passato della Sua partner suggerisce che il cambiamento estetico non è stato ancora accompagnato da un'integrazione interna della Sua autostima. Lei continua a guardarsi con gli occhi di quel ragazzo che "non si piaceva", cercando di compensare quel vuoto attraverso una generosità che però La svuota.

    Il dolore che prova, quel pianto frequente e la sensazione di essere un "motore solitario", sono segnali preziosi del Suo mondo interno che chiedono di essere ascoltati, non come sintomi di debolezza, ma come richiami verso una maggiore autenticità. La convivenza precoce e la gestione totale della casa sembrano aver riproposto uno schema di dipendenza invertita: Lei si prende cura dell'altro per non dover affrontare l'incertezza di essere amato per ciò che è, e non per ciò che fa o per quanto offre. Anche l'interpretazione junghiana del Suo malessere potrebbe suggerire che l'Ombra — quella parte di sé che sente di non valere — stia proiettando sulla partner un potere eccessivo, rendendoLa "troppo bella" o "troppo esperta", e quindi inarrivabile se non attraverso un sacrificio costante.

    La direzione da intraprendere non riguarda necessariamente la decisione immediata di restare o lasciare, quanto piuttosto il recupero della Sua soggettività all'interno del legame. È fondamentale che Lei possa esplorare, magari in un nuovo spazio terapeutico che metta al centro la dimensione relazionale e transgenerazionale, perché sente di dover "comprare" il proprio posto nel mondo attraverso l'efficienza e il dono materiale. Iniziare a porre dei confini, a delegare responsabilità e a manifestare i propri bisogni non come richieste di rassicurazione, ma come necessità di un adulto che abita la propria vita, è il primo passo per trasformare questa convivenza in un incontro reale tra due persone.

    Il Suo cane, che Lei sente trascurato, rappresenta forse una parte di Lei: quel bisogno di presenza e di cure che oggi viene sacrificato sull'altare di una vita vissuta "sempre di fretta". Si permetta di rallentare e di chiedersi quale immagine di uomo e di compagno sta cercando di soddisfare e a chi appartenga davvero quel modello che La sta logorando. Solo quando smetterà di cercare di "meritarsi" l'altro, potrà finalmente sentire se l'altro è in grado di abitare il Suo mondo con la stessa cura che Lei vi dedica.

    Cordialità,
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze. Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante. Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo. Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente. La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero. E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero. Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme. (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte). Mi date un parere su questa situazione? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Comprendo profondamente il senso di spaesamento che descrive; trovarsi improvvisamente privati di un legame che nutriva non solo il corpo, ma soprattutto il pensiero e la quotidianità, lascia un vuoto che somiglia a un’interruzione di corrente in una stanza dove, fino a un momento prima, tutto era vivido e visibile. Il Suo racconto restituisce la preziosità di un incontro che, al di là dell'esito, Le ha permesso di sentirsi "vista", un’esperienza che nella costruzione dell’identità ha un valore fondante e trasformativo.

    In una prospettiva gruppale e relazionale, come quella suggerita da Diego Napolitani, noi non siamo entità isolate, ma processi che si definiscono nello specchio dell’altro. Questo uomo è stato per Lei un "punto di riferimento" che ha attivato nuove parti della Sua identità professionale e personale, mentre Lei, per lui, ha rappresentato probabilmente un’irruzione di vitalità e di autenticità in una struttura di vita ormai cristallizzata e, forse, un po' spenta. Tuttavia, il legame che descrive sembra essersi scontrato con quella che potremmo definire la "matrice" di responsabilità e i condizionamenti interni di lui: il suo sentirsi "deluso da se stesso" indica un conflitto tra il desiderio di abitare questo nuovo spazio relazionale con Lei e il peso delle lealtà precedenti, della propria immagine sociale e, non ultima, della paura di rimettersi in gioco a un’età diversa.

    La chiusura improvvisa, motivata con l’argomento dell’età e della mancanza di un "innamoramento sufficiente", appare spesso come una difesa necessaria per chi non riesce a reggere l’ambivalenza. Dicendo che "non è giusto per Lei", lui sembra assumere una posizione paternalistica che, di fatto, sottrae a Lei il diritto di scegliere cosa sia giusto per la Sua vita, proteggendo al contempo se stesso dal rischio di un cambiamento radicale. È doloroso, ma accade frequentemente che, di fronte alla possibilità di una "parità" reale e di una scelta di campo, emerga il timore di perdere quelle sicurezze, seppur incrinate, che la routine garantisce.

    Il fatto che Lei senta di aver perso prima di tutto un amico è la testimonianza della qualità del vostro legame. Quel "parlare per ore senza annoiarsi" è la prova che tra voi si era creata una circolarità di pensiero che andava oltre la semplice attrazione. Eppure, proprio questa profondità è ciò che ha reso la situazione insostenibile per lui: l'intimità spaventa più del sesso, perché mette in discussione l'identità che ci siamo costruiti nel tempo.

    La direzione su cui lavorare non riguarda la ricerca di una colpa o di un errore, ma l'onorare ciò che questo incontro Le ha rivelato di Se stessa. Lei ha scoperto di poter essere apprezzata per la Sua intelligenza, per i Suoi consigli, per la Sua capacità di ascolto e per la Sua sensualità, in un modo integrato. Questo è un patrimonio che rimane a Lei, indipendentemente dalla presenza di lui. Il dolore che prova è il segno di un lutto per una potenzialità non espressa, ma la consapevolezza di poter vivere un legame così "vero" è la base da cui ripartire per non accontentarsi, in futuro, di rapporti che non la vedano nella sua interezza.

    Si permetta di abitare questo silenzio senza cercare risposte immediate che lui, in questo momento, non sembra in grado di darLe. La verità del vostro rapporto, come Lei stessa la definisce, non viene cancellata dalla sua fuga, ma rimane come una traccia importante della Sua capacità di amare e di rischiare.

    Cordialità,
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Salve,
    sono un ragazzo di 18 anni, soffro di un'acuta forma di DOC da ben 8 mesi. Sto seguendo la psicoterapia cognitivo-comportamentale da uno psicoterapeuta da 7 mesi e in più prendo farmaci anti-ossessivi prescritti dallo psichiatra. Sebbene sia in terapia da ormai un bel po' di tempo, le compulsioni sono sempre più frequenti; soffro di DOC da controllo e sono costretto a controllare le luci di casa più di 60 volte al giorno. Non riesco a smettere per alcun motivo. Sto ore e ore in giro per la casa a controllare i lampadari e smetto solo quando vado a letto. In più ho DOC di contaminazione, mi lavo quasi sempre le mani con acqua e sapone. Non so perché ma non miglioro affatto. Sto perdendo peso perché sono sempre in giro per la casa a controllare, a malapena pranzo e ceno. A studiare ho difficoltà. Ho la maturità e non so come fare. In cosa sto sbagliando? Vi chiedo aiuto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La ringrazio per la fiducia nel condividere questo grido di aiuto; il Suo racconto trasmette tutta la fatica di chi si sente prigioniero in casa propria, vittima di un meccanismo che consuma non solo il tempo, ma anche le energie vitali e il corpo stesso.

    Il fatto che Lei non stia ottenendo i miglioramenti sperati non significa che Lei stia "sbagliando" qualcosa, né che la Sua situazione sia senza via d'uscita. In un'ottica psicologica profonda, il sintomo del controllo esasperato può essere visto come un estremo tentativo della mente di arginare un'angoscia che non trova altre parole per essere espressa. A diciotto anni, con la maturità alle porte, il passaggio all'età adulta e la pressione delle aspettative possono generare un senso di smarrimento tale da spingere la psiche a rifugiarsi in rituali rigidi per cercare una sicurezza che sembra mancare altrove.

    L'iper-presenza sui lampadari o il lavaggio continuo delle mani indicano che c'è un "mondo interno" che urla il bisogno di essere ascoltato oltre la tecnica comportamentale. Forse, in questo momento di grande stress, la Sua identità si sente minacciata e il DOC agisce come una corazza che, pur essendo dolorosa, Le dà l'illusione di poter governare l'imprevedibile.

    La invito a parlare apertamente con i Suoi curanti di questo peggioramento e della perdita di peso, affinché possano ricalibrare l'intervento. A volte, integrare il lavoro sui sintomi con un approccio che esplori il significato relazionale e simbolico di queste paure può aiutare a sciogliere quel nodo che la sola forza di volontà non riesce a spezzare. Non si scoraggi: la stanchezza che prova è il segnale che è necessario trovare un modo più dolce e profondo di prendersi cura di sé, permettendo alla Sua parte "figlio" di essere sostenuta in questo difficile passaggio verso il futuro.
    Dottssa Giovanna Costanzo


    Buonasera
    Sto vivendo un momento un po' doloroso
    Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
    Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
    Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
    Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
    Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
    Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
    Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
    Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
    Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera. È percepibile il senso di smarrimento che la abita: quel trovarsi a un passo da un incontro desiderato, vederlo sfiorare la realtà attraverso un contatto fisico ed emotivo — come il prendersi per mano o l'emozione condivisa — e poi sentirlo negato da una parola che suona irrevocabile. Questa oscillazione tra la vicinanza dell'anima e la distanza della volontà crea una ferita profonda, alimentata dal paradosso di un interesse reciproco che non riesce a farsi progetto.

    Nella prospettiva della psicologia del profondo, e in particolare nel solco del pensiero di Diego Napolitani, potremmo leggere questa dinamica come l'incontro scontrato di due "mondi interni" che portano con sé memorie diverse. Quando questa ragazza Le dice di aver già vissuto situazioni simili e di non voler "cadere di nuovo" in certi schemi, non sta parlando solo di Lei, ma sta parlando alla propria storia. I litigi precoci e le reazioni accese che si sono verificate hanno riattivato in lei una memoria traumatica o, quantomeno, una "matrice" relazionale difensiva: vede in quel conflitto non una fase di assestamento, come la vede Lei, ma il segnale di un pericolo già noto da cui sente il bisogno vitale di proteggersi.

    Il fatto che Lei sia disposto a migliorare e a mettersi in gioco è un segnale di grande vitalità e onestà verso se stesso. Tuttavia, nel processo di costruzione di un'identità relazionale, l'altro deve sentirsi in un luogo sicuro per poter accogliere il cambiamento. Se in lei prevale l'idea che la diversità caratteriale e la conflittualità siano presagi di sofferenza, ogni Sua spinta verso di lei rischia di essere percepita come una pressione che conferma il timore di essere "soffocata" o coinvolta in una dinamica fuori controllo. Il Suo "reagire un po' troppo" ha probabilmente colpito un punto di fragilità in cui lei non si sente in grado di sostenerla, né di farsi sostenere.

    Riguardo alla Sua domanda su un possibile ripensamento, la risposta non risiede nella forza della persuasione, ma nel tempo della trasformazione silenziosa. Un cambiamento di scelta da parte sua non potrà nascere da nuove promesse o dichiarazioni d'amore, che pur essendo bellissime (come il definirla la cosa più bella del Suo lavoro), in questo momento aumentano il "carico" emotivo che lei non si sente pronta a gestire. Un ripensamento potrebbe maturare solo se lei avrà modo di osservare, nel quotidiano condiviso dell'ambiente lavorativo, un Suo nuovo modo di abitare il limite e il conflitto: non perché glielo promette, ma perché lei lo vede accadere.

    La direzione che mi sento di indicarLe è quella di un "ritiro fecondo". Rispettare il suo "no" non significa rassegnarsi, ma riconoscere la sua necessità di confine. Dimostrare di aver compreso la lezione dei litigi significa, paradossalmente, smettere di cercare di convincerla e iniziare a coltivare quella calma interiore che le è mancata negli scambi passati. Solo se lei smetterà di sentirsi "oggetto" di una conquista o di una riparazione, potrà forse tornare a guardarla con quella curiosità che l'interesse reciproco aveva acceso. Lasci che il tempo del lavoro torni a essere un luogo di professionalità serena; è nel modo in cui Lei tratterà se stesso e gli altri colleghi che lei troverà, eventualmente, le prove del Suo reale cambiamento.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo


    Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La Sua narrazione tocca un nervo scoperto e profondo: il conflitto tra il desiderio di una "casa" ideale, fatta di sole, mare e legami, e il timore che quel ritorno possa trasformarsi in una prigione emotiva. È estremamente prezioso che Lei riconosca questa ansia non come un capriccio, ma come un segnale del Suo mondo interno; la sua mente sta cercando di proteggere quella donna che, vent’anni fa, ha dovuto "fuggire" per sopravvivere e per dare a se stessa la possibilità di esistere.

    Inquadrare la Sua storia attraverso il pensiero di Diego Napolitani ci permette di vedere questo possibile trasferimento non solo come un cambio di indirizzo, ma come una sfida al proprio "ambiente interno". Lei ha costruito un’identità solida al Nord, un'identità "formata" lontano dalle proiezioni soffocanti di una madre controllante e di un padre assente. La depressione che puntualmente bussa alla porta ogni volta che il ritorno si fa concreto ci suggerisce che, per la Sua psiche, quei luoghi non sono solo paesaggi splendidi, ma sono abitati dai fantasmi del passato. Il timore di "rivivere tutto" è il timore che la vicinanza fisica ai parenti possa riattivare quelle antiche dinamiche di svalutazione e controllo, annullando i progressi fatti in questi ventuno anni di autonomia.

    Il paradosso che sta vivendo è comune a chi ha dovuto recidere le radici per fiorire: da un lato c'è l'ideale di una vita più dolce e meno costosa, dall'altro la paura che il "prezzo" invisibile sia la propria libertà mentale. Suo marito sembra proiettare nel Sud una pace che non ha mai trovato del tutto al Nord, mentre per Lei il Nord, pur con i suoi limiti, è stato il grembo che Le ha permesso di diventare la professionista e la madre che è oggi. Questa nuova occasione lavorativa è un invito a misurare quanto la Sua identità sia ormai "fondante": ovvero, quanto Lei sia diventata capace di abitare se stessa indipendentemente dal luogo in cui si trova.

    Il fatto che oggi i Suoi figli siano favorevoli e che Lei sia cresciuta emotivamente sono elementi di novità assoluta rispetto al passato. Tuttavia, l'ansia che Le toglie il sonno indica che il processo di "elaborazione del ritorno" non è ancora compiuto. Non si tratta di decidere se il posto di lavoro sia buono o meno, ma di capire se Lei si senta pronta a tornare in quei territori con una nuova corazza relazionale, capace di mantenere i confini con la famiglia d'origine senza farsi riassorbire dai vecchi ruoli di "figlia depressa".

    Il mio suggerimento è di non forzare una decisione basandosi solo sulla logica dei vantaggi economici o climatici. Sarebbe opportuno ascoltare questo sonno disturbato come una richiesta della Sua parte più profonda di essere rassicurata: Lei non è più la ventenne in fuga, ma una donna di 44 anni con una storia di successo alle spalle. Prima di fare il passo, potrebbe essere utile attraversare questa soglia in uno spazio protetto, magari riprendendo un breve dialogo analitico che l'aiuti a distinguere la "città reale" in cui andrebbe a lavorare dalla "città simbolica" dei suoi traumi passati. Solo quando sentirà che la sua casa è dentro di lei, e non nelle mura che abita, il ritorno non sarà più una minaccia.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La situazione che sta attraversando richiede un coraggio silenzioso e una tenuta emotiva non comuni. Abitare lo stesso spazio fisico quando lo spazio affettivo si è ormai sgretolato è una delle prove più faticose che una persona possa affrontare. Sento nelle sue parole il desiderio profondo di riparare ciò che si è spezzato, ma anche il timore, molto lucido, che questa convivenza "ibrida" possa trasformarsi in una conferma quotidiana delle ragioni che hanno spinto sua moglie a volersi allontanare.

    Inquadrando la vostra crisi attraverso la lente della psicologia del profondo, emerge chiaramente come il malessere di sua moglie non sia legato solo a singoli episodi, ma a un’atmosfera relazionale che ha percepito come satura. Quando lei cita il "non sentirsi amata" e il "soffocamento" dovuto alle interazioni con i suoi genitori, sta parlando di una difficoltà a sentire il vostro legame come uno spazio esclusivo e protettivo. Nella visione di Diego Napolitani, l'identità di coppia si fonda sulla capacità di creare un "noi" che sia distinto dalle matrici familiari d'origine; se questo confine è stato fragile, sua moglie può aver sentito la propria identità schiacciata da aspettative e presenze non sue.

    Riguardo al suo dubbio sulla convivenza forzata di questo mese, è un rischio reale che l'abitualità della tristezza possa agire come una "prova del nove" per lei. Tuttavia, andare via lei in questo momento potrebbe essere interpretato come l'ennesimo atto di delega o di fuga dalle responsabilità quotidiane, specialmente se la gestione della casa e della bambina ricade ora su di lei. Rimanere, ma farlo con una "presenza discreta", è forse la sfida più produttiva. Non si tratta di attendere passivamente, ma di abitare il setting domestico con una modalità nuova: una modalità che dimostri, senza bisogno di troppe parole (che in questa fase verrebbero respinte o lette come manipolatorie), che lei è in grado di sostenere il peso della realtà senza crollare e senza invadere lo spazio dell'altro.

    Per sfruttare questo mese in modo generativo per il futuro, la via non è quella di "dimostrare il cambiamento" con gesti plateali o promesse. Il cambiamento autentico, in una prospettiva gruppale e relazionale, si vede nella capacità di modificare il proprio modo di stare in relazione. Se sua moglie si è sentita soffocata, la miglior dimostrazione di amore che lei può offrirle oggi è il "rispetto della distanza". Mostrarle che lei può essere un uomo autonomo, capace di gestire la casa e la cura della figlia con dedizione e senza vittimismo, comunica un cambiamento strutturale molto più forte di mille scuse. Lei deve diventare, in questo mese, un elemento di stabilità e non di pressione.

    La freddezza di lei è una difesa necessaria per proteggere la propria decisione; non cerchi di scalfirla con l'emotività. Utilizzi questo tempo per riflettere seriamente su come la sua famiglia d'origine abbia influenzato il vostro equilibrio e su come, in futuro, lei intenda proteggere i suoi legami dai "fantasmi" del passato. Questo lavoro interno è l'unica base reale su cui, un domani, potrà poggiare un’eventuale riappacificazione. Se sua moglie vedrà in lei non più il marito che "commette sbagli" o che permette invasioni esterne, ma un uomo che ha compreso profondamente il valore dei confini e del riconoscimento dell'altro, allora la separazione fisica della nuova casa potrebbe diventare non una fine, ma un intervallo necessario per una nuova narrazione.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo


    Salve. Io e il mio ragazzo stiamo insieme da due anni e mezzo, ma ora per la seconda volta ha provato a chiudere la nostra relazione. Questo è avvenuto entrambe le volte dopo un momento di incomprensione in cui diceva di sentirsi giudicato. Il fatto è che non sa darmi motivazioni “concrete” e molte cose che dice appaiono discordanti (“dobbiamo pensare al futuro perché è ora..”, “non so cosa voglio dal futuro”, poi mi parla di figli). Ha preso una settimana di tempo per riflettere su di noi, tempo che forse sta giovando più a me che a lui nonostante mi pesi non sentirlo. Mi sento positiva e sento che mi ama, magari meno di prima ma, attenendomi ai fatti più che alle sue parole (e paure), non vedo un vero distacco. Forse mi sto sbagliando.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La sensazione di sospensione che sta vivendo, questo tempo "preso in prestito" dal quotidiano per decidere del destino di un legame, è un’esperienza che scuote le fondamenta della nostra sicurezza affettiva, eppure mi colpisce la Sua capacità di mantenere uno sguardo lucido e, per certi versi, fiducioso. Riconoscere che questo silenzio stia giovando più a Lei che a lui suggerisce che sta trovando una sua centratura, un modo per abitare l'attesa senza farsi divorare dall'angoscia.

    Le discordanze che Lei rileva nelle parole del Suo compagno — questo oscillare tra il bisogno di pianificare il futuro e l'incapacità di immaginarlo, tra il desiderio di figli e il timore di non sapere cosa vuole — ci parlano di un conflitto interno profondo. Seguendo il pensiero di Diego Napolitani, potremmo interpretare questi momenti di crisi non come una mancanza d'amore nel senso comune del termine, ma come l'emergere di "matrici" relazionali antiche. Quando lui dice di sentirsi giudicato e cerca di chiudere la relazione dopo un'incomprensione, è probabile che stia reagendo non a Lei, ma a un’immagine interna: quella di un altro (forse una figura della sua famiglia d'origine) che valuta, pesa e sentenzia. In quei momenti, il legame con Lei smette di essere uno spazio di libertà e diventa il luogo in cui lui teme di perdere se stesso, attivando una fuga difensiva per "salvare" la propria identità.

    Il fatto che Lei senta il suo amore "nei fatti" più che nelle parole è un’intuizione preziosa. Spesso il linguaggio dei sentimenti viaggia su binari diversi da quello della razionalità; le sue paure e le sue ambivalenze sono espressione di un’identità che sta ancora cercando di negoziare tra il desiderio di appartenenza e il terrore della dipendenza. Questa "seconda volta" in cui prova a chiudere potrebbe essere il segnale di un ciclo che si ripete: ogni volta che l'intimità si fa troppo serrata o che la responsabilità del futuro preme con troppa forza, lui sente il bisogno di creare una distanza per respirare, temendo che l'altro possa diventare un giudice severo della sua adeguatezza.

    In questa settimana di riflessione, la direzione che Le suggerisco non è quella di cercare prove della fine o della continuità, ma di osservare come Lei si posiziona in questa danza di avvicinamenti e allontanamenti. La positività che sente è una risorsa, purché non diventi un modo per negare la fatica di stare con una persona che fatica a integrare i propri desideri. È importante chiedersi se questo spazio di "giudizio" che lui percepisce sia qualcosa che può essere trasformato attraverso un nuovo modo di comunicare o se sia una sua proiezione rigida che rischia di logorare il legame nel tempo.
    Dottsssa Giovanna Costanzo


    Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. È molto prezioso che Lei stia dedicando tempo e cura alla scelta della persona che l'accompagnerà nel Suo percorso; questa fase di ricerca non è solo un atto burocratico, ma rappresenta già il primo passo del Suo processo di cura, un modo per iniziare a definire i confini e le aspettative del Suo spazio terapeutico. Il Suo dubbio è legittimo e riflette un desiderio di sicurezza che, in un ambito così delicato come quello della psiche, è fondamentale.

    Per inquadrare la questione, è utile comprendere che il percorso per diventare psicoterapeuta in Italia è lungo e rigoroso. Uno "psicologo in formazione" è un professionista che ha già conseguito la laurea magistrale, ha superato l'esame di Stato e ha intrapreso una scuola di specializzazione quadriennale. Quando incontra uno specializzando, si trova di fronte a una persona che possiede già le basi cliniche e che sta affinando gli strumenti tecnici sotto una costante e stretta supervisione. Nella visione di Diego Napolitani, la psicoterapia non è solo l'applicazione di un protocollo, ma un "processo relazionale": l'identità del terapeuta si forma proprio attraverso l'incontro con il paziente e il continuo confronto con i propri maestri e supervisori.

    Lavorare con un terapeuta in formazione può offrire dei vantaggi unici. Spesso questi professionisti portano nel setting un entusiasmo, una freschezza e una dedizione allo studio del caso molto spiccati. Proprio perché sono nel pieno del loro apprendimento, tendono a investire molta energia nell'approfondimento teorico e nella riflessione clinica su ogni singola seduta, supportati dall'occhio esperto di un supervisore che monitora il loro operato "dietro le quinte". Questo significa che, in un certo senso, Lei beneficerebbe indirettamente dell'esperienza di due professionisti: il giovane terapeuta e il suo supervisore senior.

    Dall'altro lato, un professionista già diplomato da tempo porta con sé una "memoria clinica" più vasta, avendo incontrato una pluralità di storie e di sofferenze che gli permettono di muoversi con maggiore sicurezza intuitiva. Tuttavia, ciò che conta realmente nel modello psicodinamico e gruppoanalitico non è solo il numero di anni di esercizio, ma la qualità della "matrice" che si viene a creare tra Lei e il terapeuta. L'identità terapeutica è un processo in divenire: un terapeuta esperto può talvolta rischiare la rigidità, mentre uno in formazione può talvolta peccare di eccessiva cautela, ma entrambi possono essere profondamente trasformativi se scatta quell'accordo empatico e umano necessario alla cura.

    La direzione che Le indico è quella di non farsi guidare esclusivamente dal titolo formale, ma di dare spazio anche alla Sua intuizione. Se quei due profili L'hanno convinta a pelle, potrebbe valere la pena fissare un primo colloquio conoscitivo. La psicoterapia è un "abitare insieme" un tempo e un luogo; durante il primo incontro, potrà valutare se si sente accolta, ascoltata e non giudicata. Sarà la qualità di quella relazione, più che il diploma appeso alla parete, a dirle se quella è la persona giusta per aiutarla a narrare la Sua storia. Non esiti a porre domande sulla loro formazione durante il colloquio: un buon professionista, anche se in formazione, saprà rispondere con trasparenza e umiltà, elementi che sono già di per sé terapeutici.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Domande su Ansia

    Buongiorno, ho passato il peggior anno della mia vita. negli ultimi sei mesi ho perso entrambi i miei genitori e nel mezzo mi ha lasciata il mio compagno, stavamo insieme da poco più di un anno. I miei genitori sono morti entrambi a seguito di lunghe malattie, nell'ultimo anno ho accudito mio padre con un tumore metastatico. il mio ex mi ha lasciata dopo un periodo di liti, in cui ci sono stati alcuni episodi di gelosia da parte mia (mai avuti prima). La mia autostima si era abbassata anche perchè nel mentre avevo avuto un fallimento lavorativo. Lui, oltre a delle cattiverie, mi ha detto che ho sabotato la storia per le liti e la mia tristezza. nell'ultima lite gli ho detto "non me ne frega di te", ma io ero solo sopraffatta dal dolore e non ce la facevo più, voolevo che mi stringesse più forte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Mi permetta, prima di ogni altra cosa, di accogliere il peso immenso che sta portando. Si trova immersa in quello che potremmo definire un "tempo di catastrofe", dove i legami fondanti della sua esistenza — quelli con le radici (i genitori) e quello con il progetto di futuro (il compagno) — si sono spezzati quasi simultaneamente. È profondamente comprensivo che Lei si senta sopraffatta; il dolore che descrive non è solo la somma di eventi avversi, ma un vero e proprio terremoto identitario che l'ha lasciata senza i consueti punti di riferimento.

    In questa cornice di sofferenza, è fondamentale inquadrare ciò che è accaduto non come un suo fallimento personale o un "sabotaggio", ma come la risposta di un organismo psichico sottoposto a una pressione insostenibile. La scuola di Diego Napolitani ci insegna che l'identità è un processo relazionale: noi siamo fatti delle relazioni che abitiamo. Quando Lei ha accudito suo padre nella malattia, si è svuotata di energie per nutrire la vita dell'altro, e in quel vuoto è naturale che l'autostima vacilli e che emergano fragilità mai sentite prima, come quella gelosia che altro non era se non il timore disperato di perdere l'ultimo approdo rimasto mentre tutto il resto affondava.

    Quell'urlo — "non me ne frega di te" — non era una verità affettiva, ma un paradosso relazionale: era il grido di chi, non potendo più reggere il peso della propria vulnerabilità, chiede paradossalmente di essere trattenuto con più forza proprio mentre respinge. È profondamente ingiusto che la sua tristezza e il suo dolore siano stati letti come colpe; il lutto e la fatica dell'accudimento non sono "errori" di percorso, ma momenti in cui la vita chiede spazio per essere pianti e onorati. Un compagno, in quella fase, avrebbe dovuto essere il "contenitore" capace di reggere l'urto delle sue liti e della sua disperazione, comprendendo che dietro l'aggressività si celava una richiesta d'aiuto.

    La direzione che mi sento di indicarLe ora non è quella della ricerca di colpe nel codice del suo comportamento, ma quella della benevolenza verso se stessa. È necessario che Lei possa darsi il permesso di essere "interrotta", di non dover funzionare per forza, permettendo al dolore di fare il suo corso senza il peso aggiuntivo del giudizio. Ricucire il senso della propria identità dopo perdite così radicali richiede tempo e, spesso, uno spazio protetto dove poter narrare queste morti e questa separazione, non come fini a se stesse, ma come parti di una storia che, pur ferita, continua a scorrere. Si conceda il lusso della fragilità; è l'unico modo per tornare, un giorno, a sentire di nuovo la terra ferma sotto i piedi.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
    Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
    io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
    a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
    nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.

    Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
    circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato

    2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia

    ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi

    sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La Sua narrazione tocca un nervo scoperto e profondo: il conflitto tra il desiderio di una "casa" ideale, fatta di sole, mare e legami, e il timore che quel ritorno possa trasformarsi in una prigione emotiva. È estremamente prezioso che Lei riconosca questa ansia non come un capriccio, ma come un segnale del Suo mondo interno; la sua mente sta cercando di proteggere quella donna che, vent’anni fa, ha dovuto "fuggire" per sopravvivere e per dare a se stessa la possibilità di esistere.

    Inquadrare la Sua storia attraverso il pensiero di Diego Napolitani ci permette di vedere questo possibile trasferimento non solo come un cambio di indirizzo, ma come una sfida al proprio "ambiente interno". Lei ha costruito un’identità solida al Nord, un'identità "formata" lontano dalle proiezioni soffocanti di una madre controllante e di un padre assente. La depressione che puntualmente bussa alla porta ogni volta che il ritorno si fa concreto ci suggerisce che, per la Sua psiche, quei luoghi non sono solo paesaggi splendidi, ma sono abitati dai fantasmi del passato. Il timore di "rivivere tutto" è il timore che la vicinanza fisica ai parenti possa riattivare quelle antiche dinamiche di svalutazione e controllo, annullando i progressi fatti in questi ventuno anni di autonomia.

    Il paradosso che sta vivendo è comune a chi ha dovuto recidere le radici per fiorire: da un lato c'è l'ideale di una vita più dolce e meno costosa, dall'altro la paura che il "prezzo" invisibile sia la propria libertà mentale. Suo marito sembra proiettare nel Sud una pace che non ha mai trovato del tutto al Nord, mentre per Lei il Nord, pur con i suoi limiti, è stato il grembo che Le ha permesso di diventare la professionista e la madre che è oggi. Questa nuova occasione lavorativa è un invito a misurare quanto la Sua identità sia ormai "fondante": ovvero, quanto Lei sia diventata capace di abitare se stessa indipendentemente dal luogo in cui si trova.

    Il fatto che oggi i Suoi figli siano favorevoli e che Lei sia cresciuta emotivamente sono elementi di novità assoluta rispetto al passato. Tuttavia, l'ansia che Le toglie il sonno indica che il processo di "elaborazione del ritorno" non è ancora compiuto. Non si tratta di decidere se il posto di lavoro sia buono o meno, ma di capire se Lei si senta pronta a tornare in quei territori con una nuova corazza relazionale, capace di mantenere i confini con la famiglia d'origine senza farsi riassorbire dai vecchi ruoli di "figlia depressa".

    Il mio suggerimento è di non forzare una decisione basandosi solo sulla logica dei vantaggi economici o climatici. Sarebbe opportuno ascoltare questo sonno disturbato come una richiesta della Sua parte più profonda di essere rassicurata: Lei non è più la ventenne in fuga, ma una donna di 44 anni con una storia di successo alle spalle. Prima di fare il passo, potrebbe essere utile attraversare questa soglia in uno spazio protetto, magari riprendendo un breve dialogo analitico che l'aiuti a distinguere la "città reale" in cui andrebbe a lavorare dalla "città simbolica" dei suoi traumi passati. Solo quando sentirà che la sua casa è dentro di lei, e non nelle mura che abita, il ritorno non sarà più una minaccia.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Buongiorno dottori,
    scrivo per chiedere il vostro aiuto. Sono una persona, timida introversa e paurosa. Ho sempre avuto difficoltà a interagire con gli altri, ma poi pian piano ho migliorato la mia autostima, ho imparato a volermi bene, accogliere pregi e difetti e correggere ove possibile qualche difetto. Mi è sempre stato difficile esternare sentimenti ed opinioni, ma poi ho imparato a nominare i miei sentimenti e adottare tecniche per abbassare la tensione emotiva e quindi esprimere sempre meglio me stessa. Ho imparato l'importanza del dialogo costruttivo per la mia persona e quindi ho imparato ad esprimere sempre meglio la mia opinione ed accogliere il confronto e l'errore come elementi per crescere. Ultimamente, però, trovo difficoltà nel riconoscere una indipendenza personale del mio giudizio, cioè faccio fatica a dire che il mio giudizio è valido perchè personale, nasce dalla mia esperienza e da come mi relaziono col mondo e le persone a me care. Riconosco che nel muovermi nella realtà, faccio quello che mi rende serena e in equilibrio con quello che sono: esempio se voglio mangiare il gelato scelgo di andare in un certo luogo con un certo metodo che mi far stare bene, serena. A volte però mi scontro col rifiuto di questo mio giudizio e questo mi fa male, soprattutto se viene da persone di cui ho fiducia o affetto. Come posso interrompere questo malessere e ritenermi ugualmente valida e non dettata dal giudizio degli altri? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno
    La ringrazio per la fiducia con cui apre questo scorcio sul Suo mondo interno. È ammirevole il cammino che ha percorso finora: passare dalla timidezza paralizzante alla capacità di nominare i propri sentimenti e di abitare il dialogo costruttivo è una conquista preziosa, che testimonia una grande forza d'animo. Validare il Suo vissuto significa dirLe che è perfettamente normale, in questa fase della Sua crescita, sentire l'attrito tra la Sua nuova autonomia e il bisogno di approvazione delle persone care. Questo dolore che prova non è un passo indietro, ma il segno che sta cercando di consolidare la Sua "pelle" psicologica.
    L'identità è un processo relazionale che si muove tra due poli: l'identità formata (ciò che abbiamo appreso dagli altri, le aspettative che ci sono state cucite addosso) e l'identità fondante (la nostra capacità originale di creare senso, di scegliere il "nostro" gelato).
    Il malessere che prova quando il Suo giudizio viene rifiutato dalle persone care nasce da una ferita antica: la paura che, differenziandosi nel pensiero, Lei possa perdere il legame affettivo. Per una persona introversa e sensibile, il giudizio dell'altro non è mai solo un'opinione, ma viene percepito come una minaccia alla propria appartenenza al "gruppo" (famiglia, amici, partner).
    Lei sta cercando di passare da un'identità basata sul rispecchiamento (sono valida se l'altro mi approva) a un'identità basata sull'autenticità (sono valida perché ciò che scelgo corrisponde a ciò che sono).
    Come interrompere il circolo della svalutazione?
    Il Suo giudizio è valido non perché sia "giusto" in senso assoluto, ma perché è l'espressione della Sua presenza nel mondo. Ecco una direzione per iniziare a sentire questa validità come interna e non dipendente dall'esterno:
    Riconoscere la "differenza" come valore: Quando una persona cara rifiuta il Suo giudizio, provi a guardare quell'evento non come un attacco alla Sua persona, ma come l'incontro tra due mondi diversi. Il fatto che l'altro non comprenda o non approvi la Sua scelta del gelato — o di una strada di vita — non toglie nulla alla bontà di quella scelta per Lei. La Sua verità non ha bisogno di essere condivisa per essere vera. Spesso soffriamo perché vorremmo che le persone che amiamo vedessero il mondo con i nostri occhi. Ma l'amore e la stima possono coesistere con il disaccordo. Accettare che l'altro possa non capire il Suo giudizio è il massimo atto di libertà che può concedere a se stessa e all'altro.
    Il corpo è una bussola, Lei ha scritto che sceglie ciò che La rende "serena e in equilibrio". Si ancori a quella sensazione fisica. Se una scelta Le dà pace, quella pace è la Sua prova di validità. Quando arriva il giudizio esterno che La ferisce, torni a quella sensazione di equilibrio: il corpo non mente, mentre il giudizio altrui è spesso filtrato dai bisogni e dalle paure dell'altro.
    Lei non è "dettata" dal giudizio degli altri se impara a guardare al rifiuto come a un confine: dove finisce l'altro, inizio io. Essere indipendenti non significa non soffrire più per un disaccordo, ma significa non permettere a quel disaccordo di demolire la casa che ha costruito con tanta fatica.
    Il Suo percorso di autostima ha già gettato le fondamenta; ora si tratta di abitare questa casa anche quando fuori piove il dissenso degli altri. Continui a scegliere il Suo modo di stare bene, perché è in quella fedeltà a se stessa che risiede la Sua bellezza più autentica.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
    visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
    nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
    se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
    il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
    mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera. La ringrazio per la fiducia con cui ha esposto questo groviglio di sofferenza che attanaglia non solo la Sua gola, ma l'intero Suo orizzonte esistenziale. È profondamente comprensibile che, in un momento così drammatico come la malattia di Sua moglie, unito a un matrimonio già da tempo privo di nutrimento affettivo, il Suo corpo abbia alzato al massimo il volume del suo grido d'allarme. Riconoscere il Suo vissuto significa comprendere che l'anginofobia non è un "capriccio", ma una forma di protezione arcaica che il Suo organismo mette in atto quando sente che la vita stessa diventare troppo difficile da "mandare giù".
    L'identità è un processo relazionale che abita il corpo. La gola è la soglia tra l'interno e l'esterno, il luogo dove decidiamo cosa accogliere e cosa rifiutare. Nella Sua vita, sembra esserci un sovraccarico di eventi "indigeribili": la crisi matrimoniale, l'ipocondria e ora la grave diagnosi di Sua moglie. Quando la mente non riesce a elaborare un dolore così grande, il corpo si fa carico della difesa, chiudendo fisicamente il passaggio per evitare di "incorporare" ulteriore angoscia.
    La paura del "buco sbagliato"
    Dal punto di vista organico, la fibroscopia effettuata dall'otorino è un esame estremamente rassicurante: essa ha confermato che la struttura della Sua gola è integra e che le Sue corde vocali e l'epiglottide funzionano correttamente.
    L'epiglottide è una valvola perfetta che si chiude automaticamente ogni volta che Lei deglutisce, proteggendo le vie respiratorie. Quello che Lei percepisce — il fastidio retro-gola, la sensazione che il cibo vada verso il naso o il "rantolo" — è il risultato di una tensione muscolare estrema. Quando Lei mangia in stato di allerta, i muscoli della faringe si contraggono in modo asincrono; è questa contrazione "disordinata" a dare la sensazione di soffocamento, non un reale rischio di polmonite ab ingestio. Se l'acqua andasse davvero nei polmoni, Lei avrebbe una tosse convulsa e violenta, impossibile da ignorare, che è il riflesso naturale del corpo per espellere l'intruso.
    Il fatto che il problema peggiore quando è solo suggerisce che, in assenza di stimoli esterni, Lei si iperfocalizza sull'atto meccanico della deglutizione, che dovrebbe invece essere inconscio e automatico. Più Lei controlla il boccone (masticandolo all'infinito), più la gola si irrigidisce, rendendo l'atto del deglutire effettivamente più faticoso e producendo quei "versi" che sono tentativi della muscolatura di gestire una tensione insostenibile.
    Come gestire questa fase critica
    Data la complessità della Sua situazione, la direzione che mi sento di indicarLe deve essere necessariamente integrata e gentile verso se stesso.
    Non forzi il cibo solido se la tensione è troppo alta. In questo momento di "emergenza emotiva", si conceda pasti più fluidi o vellutate, ma cerchi di consumarli in un ambiente tranquillo. La fibroscopia ha già escluso impedimenti fisici,non servono esami invasivi come la gastroscopia se il problema è la coordinazione muscolare legata all'ansia.
    Supporto Specialistico: L'anginofobia così invalidante richiede un intervento mirato. Un percorso psicoterapeutico ad orientamento psicodinamico Le permetterebbe di dare parola a tutto ciò che "non riesce a inghiottire" della Sua vita familiare. Al contempo, una consulenza psichiatrica potrebbe essere utile per valutare un supporto farmacologico che abbassi il livello di allerta del sistema nervoso, permettendoLe di alimentarsi senza il terrore costante.
    Il reflusso trovato dall'otorino può irritare le mucose e aumentare la sensazione di "nodo in gola" (globo isterico). Curare l'acidità aiuterà a diminuire quel fastidio che arriva al naso, togliendo un "appiglio" fisico alla Sua paura.
    Lei non deve vergognarsi delle Sue "facce innaturali". Esse sono il segno di una lotta interna. Provi a essere più clemente con se stesso: sta affrontando la malattia di Sua moglie e anni di solitudine affettiva; è normale che il Suo corpo sia esausto e cerchi di "proteggerLa" come può.
    Lei non rischia di morire per un sorso d'acqua, ma il Suo spirito sta rischiando di soffocare sotto il peso di una realtà che sembra impossibile da accettare. La via d'uscita non è negli esami clinici, ma nell'iniziare a prendersi cura di quel nucleo di paura e solitudine che abita il Suo petto.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Gentili dottori, mi trovo in una situazione difficile da cui non riesco ad uscirne.
    Ho 29 anni, sono laureato in Beni Culturali e attualmente studio archeologia alla magistrale.
    Nel mio palazzo c'è uno studio dentistico, il dottore lo conosco da molti anni.
    Un giorno mi fermo' e mi chiese se qualche volta, la mattina potevo scendere per aiutarlo al computer con l'hard disk. Da lì è iniziata questa situazione. Piano piano sono passato ad aprire la porta, rispondere al telefono, fare servizi sino a diventare un dentista a tutti gli effetti. Adesso sto alla poltrona, aspiro il sangue, con lo specchietto e cose così.
    Ovviamente mi dà una ricompensa ma io ho comunque il mio percorso e le mie attività. Nonostante ciò mi ha preso anche la divisa e vuole farmi scendere anche il pomeriggio.
    La cosa che mi dà fastidio è che prima di tutto io non sono un dentista, sono un archeologo. Seconda cosa il dottore non recepisce.
    Sia io sia mio padre gli diciamo che ho l'università che devo continuare, fare esami e attività, nonostante questo mi fa andare continuamente.
    Una volta dice siamo da soli fai uno sforzo scendi, l'altra volta mi ha detto non puoi fare un'eccezione?
    Non è perché io non voglio lavorare ma ho il mio percorso, la mia vita, la devo interrompere per fare il dentista?
    Che cosa c'entra un Archeologo in uno studio dentistico?
    Come faccio ad uscire da questa situazione?
    Anche mio padre ha parlato con lui dicendo che ho l'università, devo seguire i corsi, ma il dottore non recepisce nonostante questo mi fa venire. Se io dico allora domani inizio l'università e lui mi risponde ah domani? Ci metti in difficoltà, non puoi fare un'eccezione?
    Vi sembra normale?
    Posso mai dire no non mi va più?
    Se io sapevo dall'inizio tutto questo non avrei accettato, ma è partita semplicemente come un aiuto al computer.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso questa vicenda così surreale e, al contempo, profondamente emblematica di come certi confini possano sgretolarsi quasi senza accorgersene. È comprensibile il Suo senso di fastidio e di soffocamento: Lei si è ritrovato proiettato in un’identità — quella del "dentista di fatto" — che non Le appartiene, mentre la Sua vera vocazione di archeologo viene sistematicamente ignorata. Validare il Suo vissuto significa riconoscere che non è Lei a essere "scansafatiche", ma è la situazione a essere divenuta prevaricante e, mi permetta, professionalmente impropria.
    L'identità è un processo relazionale che nasce tra ciò che sentiamo dentro (identità fondante) e ciò che il mondo ci chiede di essere (identità formata). Lei è un archeologo, una persona che cerca tracce nel passato per dare senso al presente. Lo studio dentistico, invece, è diventato per Lei una "matrice alienante": un luogo dove la Sua identità viene schiacciata dalle necessità pratiche di un altro. Questo dentista non "recepisce" perché non La guarda come un individuo con un proprio cammino, ma come una funzione utile ai suoi scopi.
    La trappola dell'eccezione
    Il meccanismo che il dottore utilizza è quello della colpevolizzazione attraverso la "richiesta di eccezione". DicendoLe "ci metti in difficoltà", lui ribalta la responsabilità: non è lui che sta abusando della Sua disponibilità, ma sarebbe Lei a essere "poco collaborativo" se scegliesse di studiare. Questa è una dinamica relazionale distorta. Nella psicologia del profondo, questo assomiglia a un legame di dipendenza dove l'altro non riconosce la Sua soggettività.
    Come uscire dall'archeologia "del dente"
    Per riprendere in mano le redini del Suo percorso, è necessario compiere un atto di disidentificazione. Lei ha permesso che questa situazione scivolasse dal "computer" alla "poltrona" perché, probabilmente per gentilezza o timore di dispiacere un conoscente di lunga data, ha faticato a dire dei "no" progressivi.
    Ecco una direzione che mi sento di indicarLe per uscire da questo stallo:
    Riconosca l'incongruenza: Lei lo ha chiesto chiaramente: "Cosa c'entra un archeologo in uno studio dentistico?". Nulla. Ma finché Lei scende, indossa la divisa e aspira il sangue, Lei conferma a lui che c'entra. Il primo passo è smettere di agire come un assistente.
    La parola deve farsi atto: Parlare non è servito, né a Lei né a Suo padre, perché alle parole sono seguiti i fatti della Sua presenza costante. Il dottore non recepisce il "no" verbale perché vede il Suo "sì" fisico ogni mattina. Deve passare dalla spiegazione all'azione: "Dottore, come già Le abbiamo detto, il mio percorso universitario richiede l'intera giornata. Da lunedì non sarò più disponibile per lo studio". Senza chiedere scusa, senza giustificarsi troppo.
    Gestisca il senso di colpa: Quando lui dirà "Ci metti in difficoltà", la Sua risposta dovrà essere neutra e ferma: "Mi dispiace che sia in difficoltà, ma io non sono un assistente alla poltrona e devo occuparmi del mio futuro. Sono certo che troverà una figura professionale qualificata da assumere".
    Si riappropri della Sua divisa: La Sua vera "divisa" è quella che indossa negli scavi o nelle biblioteche. Ogni minuto passato alla poltrona è un minuto sottratto alla Sua magistrale e alla Sua futura carriera. Non è un'eccezione, è un dirottamento.
    Non deve temere di dire "non mi va più" o, meglio, "non posso più". È un Suo diritto fondamentale abitare la propria vita e non quella che altri hanno disegnato per Lei. Il Suo futuro tra i Beni Culturali merita tutta la Sua energia, senza che questa venga aspirata via da uno specchietto dentistico.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    masturbazione a 50 anni è normale? sento questa necessita almeno 3 volte a settimana e non ho una relazione stabile . sento che il corpo ne ha bisogno e cerco di assecondarlo eppure mi sembra di essere tornato adolescente

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera. La ringrazio per la schiettezza con cui pone questa domanda, che tocca un tema spesso avvolto da inutili tabù, specialmente quando si entra nell'età adulta. Voglio rassicurarLa immediatamente: quello che sta vivendo non solo è normale, ma è un segno di vitalità e di buona salute del Suo organismo. Sentirsi "tornato adolescente" non deve essere motivo di imbarazzo, bensì può essere letto come la riscoperta di una funzione vitale che rivendica il suo spazio.
    L'identità è un processo relazionale che non smette mai di evolversi. Il corpo non è un oggetto separato da noi, ma è la sede della nostra "matrice biosomatica". A 50 anni, il desiderio non scompare; cambia forma, si adatta, ma rimane una spinta fondamentale verso il piacere e l'autoregolazione.
    Perché il corpo ne ha "bisogno"?
    La necessità che avverte circa tre volte a settimana è una risposta fisiologica sana. La masturbazione assolve a diverse funzioni che vanno oltre il semplice sfogo sessuale:
    Regolazione neurochimica: L'orgasmo rilascia ossitocina, dopamina ed endorfine, che aiutano a contrastare lo stress e a migliorare il tono dell'umore.
    A livello urologico, un'attività regolare contribuisce alla salute della prostata e mantiene l'efficienza del sistema circolatorio genitale.
    In assenza di una relazione stabile, la masturbazione è una forma di "relazione con se stessi", un modo per abitare il proprio corpo e non disconnettersi dalla propria capacità di provare piacere.
    La sensazione di essere tornato ragazzo può derivare dal fatto che, forse, in altre fasi della vita (magari durante relazioni lunghe o periodi di forte stress lavorativo), questo aspetto era passato in secondo piano. Ritrovare oggi questa spinta può spaventare perché sembra infrangere l'immagine dell'adulto "composto" e "controllato".
    Tuttavia, nella prospettiva psicodinamica, questa "nuova adolescenza" è un'opportunità. È il Suo corpo che Le comunica di essere vivo e presente. Non avere una relazione stabile non significa dover rinunciare alla propria sessualità; al contrario, assecondare questo bisogno significa rispettare il ritmo del proprio desiderio senza colpevolizzarsi.
    La direzione che mi sento di indicarLe è quella dell'integrazione senza giudizio:
    Accolga il piacere: Smetta di guardarsi con gli occhi del "giudice" che valuta se sia appropriato o meno. Se il Suo corpo Le chiede questo spazio, glielo conceda con la consapevolezza che sta facendo qualcosa di benevolo per se stesso.
    Osservi la "fame" di contatto: Provi a sentire se questa necessità è puramente fisica o se nasconde anche un bisogno di tenerezza o di vicinanza che, in questo momento di solitudine relazionale, trova questa via d'uscita. Non c'è nulla di sbagliato in questo: è una forma di auto-accudimento.
    Valorizzi la Sua vitalità: Molte persone della Sua età vivono un calo del desiderio che le fa sentire "spente". Lei ha la fortuna di avere un'energia ancora vibrante; la consideri una risorsa, non un problema da risolvere.
    Non c'è un numero di "volte" corretto o un'età in cui si debba smettere di essere esseri desideranti. Continui ad ascoltare il Suo corpo con rispetto e curiosità, permettendosi di essere l'adulto che è, senza rinnegare quella parte vitale che la riporta alla freschezza del passato.

    Cordialità
    DottssaGiovanna Costanzo.


    buongiorno, MI STO SEPARANDO DAL MIO COMPAGNO. aBBIAMO UNA CONVIVENZA DI FATTO DALLA QUALE è NATOUN BAMBINO CHE PGG HA QUASI 4 ANNI. IL MIO EX COMPAGNO ANCORA NON VA VIA DA CASA MIA, SOSTIENE DI AVERE UNA SITUAZIONE PRECARIA E NON RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI IN AFFITTO.
    iO MI SENTO AVVILITA PERCHè NON SO COME GESTIRE LA SITUAZIONE SENZA CREARE DANNI ULTERIORI A MIO FIGLIO E ASENZA DOVER RICORRERE AD AVVOCATI E TRIBUNALI. ABBIAMO CONTATTATO GIà UN MEDIATORE PER CERCARE DI STABILIRE ACCORDI CHIARI ALMENO PER IL BAMBINO. SIAMO IN ATTESA CHE ARRIVI L'ACCORDO SCRITTO.
    D'ALTRO CANTO LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE NON HA DI BUON OCCHIO IL MIO EX COMPAGNO E STO SUBENDO PRESSIONI AFFINCHè ESCA DALLA MIA CASA ANCHE CON GUERRE INFINITE E SOPRATUTTO MI SENTO COSTANTEMENTE CONTROLLATA DA MIA MADRE CHE NON ACCETTA COME MI STO MUOVENDO PER CERCARE DI LIMITARE I DANNI.
    MI SENTO SOPRAFFATTA DA TUTTA QUESTA SITUAZIONE, NELLA QUALE TUTTI SONO VITTIME TRANNE IO E MIO FIGLIO.
    NON RIESCO ATROVARE ACCORDI RAGIONEVOLI CHE NESSUNO DEI DUE.
    cOSA DEVO FARE?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. Accolgo il Suo sfogo con profonda partecipazione, sentendo nelle Sue parole il peso di una responsabilità immensa e la fatica di chi si ritrova a dover essere il "centro di gravità" in un sistema che sembra volerLa trascinare in direzioni opposte. È profondamente comprensibile che Lei si senta avvilita e sopraffatta: sta cercando di proteggere l'infanzia di Suo figlio e la Sua stessa serenità, mentre si ritrova stretta tra l'inerzia del Suo ex compagno e l'irruenza della Sua famiglia d'origine. Validare il Suo vissuto significa riconoscere che Lei non è "colpevole" di questa situazione, ma ne è la custode più attenta, nonostante il dolore.
    L'identità è un processo relazionale che si costruisce e si difende all'interno di diverse "matrici". In questo momento, Lei è il campo di battaglia tra due matrici potenti:
    Il Suo ex compagno, restando in casa Sua, prolunga un'ombra di convivenza che impedisce l'elaborazione del lutto della separazione. La sua "precarietà" agisce come un vincolo che Le impedisce di abitare pienamente la Sua nuova identità di donna separata e madre autonoma. Sua madre, con il suo controllo e le sue pressioni per una "guerra totale", sembra voler riaffermare un potere su di Lei, quasi come se Lei fosse ancora una figlia da guidare e non una madre capace di decidere il bene del proprio bambino.
    Suo figlio, a quasi 4 anni, respira il clima emotivo della casa. La Sua scelta di ricorrere alla mediazione familiare è un atto di estrema civiltà e amore. Stabilire accordi chiari attraverso un mediatore permette di dare al bambino una struttura, una "cornice" sicura in cui i genitori, pur non essendo più coppia, restano riferimenti solidi.
    Tuttavia, finché l'ex compagno resta fisicamente tra le mura di casa Sua, la separazione resta una "bolla" sospesa. Questo può creare confusione nel bambino, che vede i genitori nello stesso spazio ma sente una tensione sotterranea o esplicita. La precarietà economica dell'altro è un fatto reale, ma non può diventare un onere che consuma la Sua salute mentale e quella di Suo figlio.
    Il sentimento di essere "controllata" da Sua madre è forse l'aspetto più insidioso. In un momento di crisi, la famiglia d'origine spesso interviene con l'intento di proteggere, ma rischia di soffocare l'autonomia del soggetto. Lei deve difendere il Suo "spazio di pensiero" dalle invasioni delle matrici originarie che vorrebbero imporLe la loro modalità di gestione (la "guerra infinita").
    Ecco una direzione che mi sento di indicarLe per provare a riprendere il respiro:
    Definisca i confini con la famiglia d'origine: È necessario che Lei comunichi a Sua madre, con fermezza ma senza aggressività, che la gestione di questa separazione appartiene a Lei. Può dirle: "Capisco la tua preoccupazione, ma ho scelto la via della mediazione per proteggere mio figlio da traumi peggiori. Ho bisogno del tuo sostegno affettivo, non del tuo controllo sulle mie scelte".
    Utilizzi l'accordo del mediatore come leva: Una volta arrivato l'accordo scritto, quello dovrà diventare la Sua bussola. Se nell'accordo sono previsti tempi e modi della genitorialità, questi aiuteranno anche a definire la necessità di spazi abitativi separati.
    Ponga un termine alla convivenza forzata: La solidarietà verso l'ex compagno ha un limite invalicabile: il benessere Suo e del bambino. Potrebbe essere utile stabilire una data ragionevole ma ferma entro la quale lui debba trovare una soluzione, magari suggerendoLe di rivolgersi a servizi o reti di supporto, affinché la Sua casa torni a essere il nido protetto per Lei e Suo figlio.
    Si riconosca il diritto di essere "vittima" e "protagonista": Lei ha scritto che tutti sono vittime tranne Lei e Suo figlio. Al contrario, siete proprio voi due le persone che stanno subendo maggiormente la pressione di questo stallo. Riconoscere il proprio bisogno di pace è il primo passo per pretenderla.
    Lei sta facendo molto più di quanto le venga riconosciuto: sta cercando di separarsi con dignità in un ambiente che spinge verso il conflitto. Continui a fidarsi del percorso di mediazione, ma inizi a proteggere il Suo spazio domestico come il luogo sacro della Sua rinascita.

    Cordialità
    DottssaGiovanna Costanzo.

    In questo momento di forte pressione esterna, quale sarebbe per Lei il primo, piccolo cambiamento in casa che Le farebbe sentire di aver ripreso un briciolo di spazio per se stessa?


    Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno
    La ringrazio per la fiducia nel condividere questo passaggio così delicato della Sua vita. Sento nelle Sue parole il desiderio profondo di vivere la Sua intimità con consapevolezza e sicurezza, ma anche il peso di un'eredità familiare che rende difficile dare voce ai propri bisogni quando questi toccano la sfera del corpo e del piacere. Validare il Suo vissuto significa dirLe che è perfettamente legittimo, a 23 anni, voler abitare la propria sessualità senza l'ombra del terrore; è un segno di maturità, non qualcosa di cui vergognarsi.
    L'identità è un processo relazionale che si costruisce nel passaggio tra la matrice familiare (dove il sesso è tabù e la protezione materna può farsi controllo) e la propria identità fondante (i Suoi desideri e la Sua autonomia di donna). Il disagio che prova nasce proprio da questo "attrito": Lei sta cercando di nascere come soggetto adulto e sessuato, ma sente ancora il bisogno del riconoscimento di Sua madre, temendo al contempo il suo giudizio.
    Spostare il focus: dalla "sessualità" alla "salute"
    Se l'intimità è un tabù, cercare di parlarne in termini di "voglio fare l'amore con questo ragazzo" rischia di attivare in Sua madre le difese che ha già mostrato (le domande sulle intenzioni serie, sulla durata della frequentazione). Per limitare l'imbarazzo di entrambe, la via più efficace è quella di "medicalizzare" l'argomento, portandolo sul piano della cura di sé e della prevenzione.
    Sua madre probabilmente vede la pillola solo come il "lasciapassare per il sesso", mentre per Lei è uno strumento di tranquillità. Ecco una direzione narrativa che potrebbe aiutarLa a introdurre il discorso:
    L'approccio della responsabilità: Potrebbe dirle che, crescendo, sente il bisogno di occuparsi della Sua salute ginecologica in modo più completo. "Mamma, ho deciso di andare a fare una visita ginecologica di controllo e vorrei iniziare a prendere la pillola. Penso sia la scelta più responsabile per la mia salute e per vivere con serenità questa fase della mia vita".
    Gestire le obiezioni: Se lei dovesse riproporre il tema del "non siete ancora fidanzati", Lei può rispondere con dolcezza ma fermezza: "Capisco che tu sia protettiva, ma la scelta della contraccezione riguarda me e il mio senso di sicurezza. Vorrei che tu lo sapessi perché mi fido di te, ma è una decisione che ho già preso per il mio benessere".
    Lei teme che Sua madre lo venga a sapere se si rivolge a un consultorio. È importante rassicurarLa su un punto: come adulta di 23 anni, il Suo percorso sanitario è coperto dal segreto professionale. Nessuno informerà Sua madre. Tuttavia, capisco il Suo desiderio di non avere segreti "pesanti" in casa. Informarla subito è un atto di onestà, ma ricordi che informare non significa chiedere il permesso. Lei sta comunicando una scelta, non sottoponendo un dubbio a un giudizio.
    Il preservativo e la pillola: una doppia sicurezza
    Per quanto riguarda il Suo timore sul preservativo, la Sua cautela è preziosa. Il preservativo protegge dalle infezioni sessualmente trasmissibili, cosa che la pillola non fa. Molte ragazze scelgono il "doppio metodo" proprio per avere una sicurezza totale sia sul piano delle gravidanze che su quello della salute.
    La pillola agisce inibendo l'ovulazione, rendendo di fatto impossibile il concepimento. Capire come funziona può aiutare anche Sua madre a vederla come un presidio medico e non solo come un simbolo di ribellione.
    Il disagio di Sua madre appartiene a lei, alla sua storia e alla sua educazione; Lei non può risolverlo per lei. Può però decidere di non farlo diventare il Suo disagio. Quando ne parlerà, cerchi di mantenere un tono adulto, calmo e non difensivo. Se Lei si pone come una donna che sa cosa vuole, Sua madre sarà portata, seppur con fatica, a riconoscerLe questo nuovo spazio.
    Non sta facendo nulla di sbagliato; sta solo imparando a prendersi cura della Sua libertà.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


    Buonasera,
    Sono fidanzata da quasi 8 anni ed Ho scoperto sulla cronologia del suo telefono siti pornografici e di escort locali aperti… quando ho provato ad affrontarlo lui mi ha detto che era stato un suo amico ad aprire ed a contattare escort, e che lo aveva fatto con il telefono del mio ragazzo per paura che la moglie lo scoprisse. Ho insistito per farmi dire la verità ma alla fine si è concentrato sul fatto che io non credendoci non mi fido di lui… io in realtà adesso verso di lui ho mancanza di fiducia.. che devo fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buonasera
    La ringrazio per aver condiviso questo momento di profonda frattura e smarrimento. Sento nelle Sue parole il peso di otto anni di vita insieme che, improvvisamente, sembrano vacillare sotto il colpo di una scoperta che ferisce l'intimità e la stima. È doloroso trovarsi in una situazione in cui la propria ricerca di verità viene ribaltata e trasformata in una "colpa" (la mancanza di fiducia), lasciandoLa sola con un dubbio che brucia. Validare il Suo vissuto significa dirLe che il Suo senso di sfiducia non è un errore di cui vergognarsi, ma la naturale reazione della Sua "pelle emotiva" davanti a una narrazione che appare poco solida e poco rispettosa della Sua intelligenza.
    L'identità di coppia è un processo relazionale che si fonda sulla trasparenza dello sguardo reciproco. Quando compare un elemento estraneo — come la visione di pornografia o la ricerca di escort — e a questo segue una spiegazione che sposta la responsabilità su un "terzo" (l'amico), si crea una disconnessione tra ciò che Lei percepisce come reale e ciò che le viene raccontato. Questo meccanismo, che potremmo definire difensivo, impedisce alla coppia di affrontare la vera domanda: cosa sta succedendo tra di voi e nel mondo interno del Suo compagno?
    La trappola del "non mi credi, quindi non mi ami"
    Il fatto che lui si sia concentrato sulla Sua "mancanza di fiducia" invece di accogliere il Suo dolore è un classico meccanismo di difesa. Spostando l'attenzione sulla Sua reazione, lui evita di guardare all'azione che ha scatenato tutto. In psicologia del profondo, questo atteggiamento serve a proteggere un'immagine di sé che non vuole o non può ancora fare i conti con i propri desideri o con le proprie fragilità.
    La spiegazione dell'amico che usa il telefono altrui è una narrazione che spesso viene utilizzata per non rompere il "patto" di perfezione con il partner, ma paradossalmente finisce per distruggere proprio la fiducia che vorrebbe preservare. La fiducia non è un obbligo morale che Lei deve avere a prescindere; è un legame che si nutre di coerenza. Se la coerenza viene meno, è fisiologico che la fiducia si incrini.
    Cosa fare per non perdersi in questo labirinto?
    La direzione che mi sento di indicarLe non riguarda tanto il "credere o non credere" alla storia dell'amico, quanto il rimettere al centro se stessa e la qualità del vostro legame:
    Riconosca il valore del Suo intuito: Non permetta che il Suo dubbio venga etichettato come "paranoia". Lei ha visto dei dati reali. La Sua mancanza di fiducia oggi è un segnale di allarme del Suo organismo che Le dice: "Qui c'è qualcosa che non torna". Ascolti questo segnale senza colpevolizzarsi.
    Sposti il focus dall'evento al bisogno: Invece di continuare a interrogarlo sulla verità dei fatti (dove lui probabilmente continuerà a difendersi per paura o vergogna), provi a parlargli di come si sente Lei. Potrebbe dirgli: "Indipendentemente da chi ha aperto quei siti, l'effetto su di me è che oggi non mi sento più al sicuro in questa relazione. Ho bisogno di capire come possiamo ritrovare una verità condivisa".
    Osservi la reazione di lui: Un partner che tiene alla relazione, davanti al dolore dell'altro, solitamente cerca di riparare, non di accusare. Se lui resta fermo sul fatto che "Lei sbaglia a non fidarsi", sta alzando un muro che impedisce ogni riconciliazione autentica.
    Valuti uno spazio di ascolto terzo: Dopo otto anni, un evento del genere può essere l'occasione per guardare a ciò che nella coppia non viene detto. Forse è il momento di un percorso di coppia o di un Suo spazio personale dove esplorare se questa relazione, al di là dell'episodio specifico, continua a essere per Lei un luogo di crescita e riconoscimento.
    Non cerchi di "forzarsi" a credere a qualcosa che non Le risuona come vero. La fiducia è un edificio che si ricostruisce mattone dopo mattone, partendo dall'assunzione di responsabilità. Lei merita una relazione dove non debba sentirsi in colpa per aver cercato la verità, ma dove la Sua sensibilità sia accolta come una bussola preziosa per la vita insieme.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.

    In questo momento di stallo, oltre alla rabbia per la scoperta, quale altro sentimento sente affiorare pensando a questi otto anni di storia vissuta insieme?


    Cosa deve fare un genitore di due figli uno di 11 e uno di 7 che si accorge del fatto che si stanno esplorando fisicamente ? Non voglio che ricolleghino a questo evento qualcosa di negativo, parlarne? O non parlarne?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Giovanna Costanzo

    Buongiorno. La ringrazio per la delicatezza con cui pone questa domanda. Si sente chiaramente la Sua preoccupazione di agire con cura, bilanciando la necessità di proteggere i Suoi figli con il desiderio profondo di non marchiare la loro sessualità nascente con il sigillo della vergogna o del peccato. Validare il Suo vissuto significa riconoscere che il senso di allarme che prova è naturale, ma che la Sua intenzione di non rendere questo evento "negativo" è il miglior punto di partenza possibile per la loro crescita.
    L'identità è un processo relazionale che si costruisce proprio attraverso il corpo e il riconoscimento dell'altro. I bambini, specialmente in queste fasce d'età, utilizzano il corpo come uno strumento di conoscenza. Tuttavia, a 11 e 7 anni, i Suoi figli si trovano in fasi evolutive diverse: il più grande sta entrando nella pre-adolescenza, un periodo di grandi mutazioni ormonali e curiosità nuove, mentre il più piccolo vive ancora in una dimensione più ludica e imitativa.
    Parlarne o non parlarne?
    La risposta è: parlarne, ma non come se si trattasse di un "processo" o di una punizione. Il silenzio rischierebbe di lasciare l'evento sospeso in un'area d'ombra, dove il bambino può sviluppare fantasie di colpa o segretezza. Parlarne significa dare un nome alle cose e stabilire una "cornice" di sicurezza.
    Ecco una direzione che mi sento di indicarLe, basata su uno stile narrativo ed empatico:
    1. Il momento e il tono
    Non intervenga con urgenza o concitazione. Cerchi un momento di calma, magari separatamente con ognuno di loro, adattando il linguaggio alla loro età. Il Suo obiettivo non è "scoprire il colpevole", ma agire come una guida che spiega le regole del gioco sociale e del rispetto di sé.
    2. Cosa dire al figlio di 11 anni
    Con lui il discorso deve vertere sulla responsabilità e sul cambiamento del corpo. Può dirgli che è normale provare curiosità verso il proprio corpo e quello degli altri, ma che a questa età è importante capire il concetto di intimità privata. Spieghi che il corpo è un luogo sacro e che l'esplorazione fisica è qualcosa che appartiene a una sfera più adulta e consapevole, sottolineando che, essendo lui il più grande, ha il compito di proteggere la sensibilità del fratello minore.
    3. Cosa dire al figlio di 7 anni
    Con il più piccolo, il messaggio deve essere più semplice e rassicurante. Può spiegargli che il corpo ha delle "parti private" che sono solo nostre e che non si mostrano o si toccano insieme agli altri, nemmeno per gioco. L'idea deve essere quella di proteggere il proprio "tesoro" personale, senza fargli sentire di aver fatto qualcosa di "sporco".
    4. Stabilire i confini (Setting familiare)
    Come genitore, Lei deve ripristinare i confini del setting domestico. Ricordi loro che ci sono giochi che si possono fare insieme e altri che riguardano l'intimità di ciascuno. Se l'evento è avvenuto in un momento di noia o solitudine, provi a riflettere su come vengono occupati i loro spazi di condivisione.
    Invece di dire "Non si fa", provi a dire "Questo è un gesto che richiede una maturità che ancora stiamo costruendo". In questo modo, l'evento non diventa una "macchia" indelebile, ma un'occasione educativa per parlare di consenso, rispetto dell'altro e valore della propria privacy.
    Il Suo compito è quello di restare uno specchio accogliente: se i Suoi figli sentiranno che possono parlare con Lei senza essere giudicati, avranno sempre un porto sicuro dove tornare quando le tempeste della crescita si faranno più forti. Non si spaventi di questo episodio; lo consideri un segnale che i Suoi figli stanno crescendo e che hanno bisogno di Lei per imparare a leggere l'alfabeto delle emozioni e del corpo.

    Cordialità
    Dottssa Giovanna Costanzo.


Autore

psicologo, psicoterapeuta, psicologo clinico

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