Domande del paziente (137)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
sì, gli sbandamenti e la sensazione di poter svenire possono essere legati a uno stato d’ansia, soprattutto quando si accompagnano a pensieri di preoccupazione crescente come quelli che...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
da ciò che descrive, sembra che lei abbia attraversato un periodo di forte attivazione ansiosa e che, con il tempo, stia gradualmente recuperando un equilibrio nella quotidianità. Il fatto...
Altro
Buonasera,
Sto passando un periodo di stress che sfogo in ansia/attacchi di panico. Ho due bimbi di 10 mesi e due anni. Sono anche anemica (ripeterò a breve analisi compreso tsh) . Soffro da sempre di reflusso e cardias incontinente. Ho spesso fastidi allo stomaco e al petto/ dietro la schiena alta e sono spesso stanca.. il che ovviamente mi fa andare in panico e così il cerchio continua. È un cane che si morde la coda che non so come risolvere. (Oggi ho iniziato terapia per reflusso e ferro) . A gennaio ho fatto visita cardiologica+ecg risultati nella norma, il mio medico di base mi ha visitato due giorni fa e cuore e torace risultano nella norma. Ho sempre paura che sia il cuore e mi faccio venire l'ansia da sola... mi date un parere? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la situazione che descrive è molto comune e comprensibile, soprattutto in un periodo di forte carico fisico ed emotivo come quello che sta vivendo con due bimbi piccoli.
I sintomi che riferisce – fastidi al petto, allo stomaco, alla schiena, stanchezza e paura che sia il cuore – possono facilmente rientrare in un circolo tra ansia e corpo. Da un lato condizioni mediche reali come anemia e reflusso gastroesofageo (soprattutto con cardias incontinente) possono dare sintomi fisici anche intensi; dall’altro l’ansia e gli attacchi di panico amplificano le sensazioni corporee e portano a interpretarli come segnali di pericolo (ad esempio “è il cuore”), alimentando il circolo che lei stessa descrive.
Il fatto che abbia già eseguito una visita cardiologica con ECG nella norma e che il medico non abbia rilevato problemi è un elemento molto rassicurante. In questi casi, spesso il problema non è il cuore ma l’attenzione costante ai segnali corporei e la paura associata.
La sensazione di “cane che si morde la coda” è tipica: sintomo fisico → preoccupazione → aumento dell’ansia → intensificazione del sintomo → ulteriore paura.
Sta già facendo passi corretti iniziando terapia per reflusso e ferro. Parallelamente, però, è importante intervenire anche sul versante psicologico: un percorso di supporto, può aiutarla a gestire l’ansia, ridurre gli attacchi di panico e modificare queste interpretazioni catastrofiche dei sintomi corporei.
Nel frattempo può aiutarla: ricordarsi che i controlli medici sono nella norma, riconoscere i segnali dell’ansia quando arrivano, usare tecniche di respirazione lenta per abbassare l’attivazione.
In ogni caso, continui a confrontarsi con il suo medico di fiducia sia per il monitoraggio dei sintomi fisici sia per valutare insieme il percorso più adatto, anche sul piano psicologico. Dott.ssa Giovanna Costanzo.
Mia figlia soffre di ossessioni paura di parole fa le azioni in modo sequenziale e se non fatte in modo sequenziale diventa nervosa. Non vuole prebndere farmaci per una ragione precisa. Può fare come terapia psicanalisi, la aiuterebbe? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Sì, i sintomi che descrive – ossessioni legate a parole, bisogno di eseguire azioni in modo sequenziale e disagio marcato se non riesce a farlo – sono compatibili con un quadro di disturbo ossessivo-compulsivo.
Rispondo alla sua domanda: la psicanalisi può essere un percorso utile per aumentare la consapevolezza dei vissuti profondi, ma non è considerata il trattamento di prima scelta per questo tipo di difficoltà. Le evidenze scientifiche indicano come più efficace la psicoterapia cognitivo-comportamentale, in particolare con una tecnica chiamata esposizione con prevenzione della risposta, che aiuta gradualmente la persona a tollerare l’ansia senza mettere in atto i rituali.
Capisco e rispetto la scelta di non voler assumere farmaci: in molti casi un percorso psicoterapeutico ben strutturato può già portare benefici significativi. Tuttavia, è importante che la terapia sia specifica per il problema, perché interventi non mirati rischiano di essere poco efficaci.
Il consiglio è di rivolgersi a uno psicoterapeuta con esperienza nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo, per una valutazione accurata e per costruire un percorso adeguato alle esigenze di sua figlia. Dott.ssa Giovanna Costanzo
Buongiorno, sono una ragazza di 20 anni e ho sempre sofferto di un sonno disturbato a causa dell’ansia. Diciamo che ho sempre avuto difficoltà a prendere sonno e alcune volte a mantenerlo, ma soprattutto a riuscire ad addormentarmi. Recentemente, circa 2-3 mesi fa, ho avuto una crisi d’ansia (non saprei come chiamarla) che mi ha portato a soffrire di insonnia pesante, a causa della quale per 2 settimane non ho chiuso occhio o comunque sono andata avanti a microsonni. La situazione era devastante, mi sembrava di impazzire, quindi ho sentito il medico e mi ha prescritto circadin (1 volta prima di dormire) e lexotan (potevo usarlo anche nel corso della giornata per 3 volte in quantità 5 gocce). Per fortuna ho superato questa crisi, ma ho continuato a usare il lexotan (ne prendo in genere 10 gocce prima di dormire) anche combinandolo con un po’ di melatonina in camomilla (meno di 1 grammo) perché comunque il mio sonno rimane quello che è, cioè veramente difficoltoso. Dopo questo preambolo, aggiungo il mio problema principale: il mio sonno è disturbatissimo, faccio sogni strani e disturbanti, ne faccio anche molteplici a notte e quando mi sveglio spesso mi sento turbata e insoddisfatta del sonno, che non è quasi mai ristoratore. Mi capita anche di risvegliarmi brevemente e poi cadere nel sonno di nuovo, il che è molto fastidioso perché è un risveglio “scomodo”, accompagnato da una sensazione sgradevole. Volevo chiedervi come potrei intervenire a riguardo, perché non so più cosa fare. Vorrei dormire anche solo una notte senza sogni, in un sonno profondo.
Ps. Alcune volte vedendo che non riuscivo a dormire ho preso altre 5 gocce, sommandole quindi a quelle prese precedentemente per prepararmi a dormire.
Grazie per le eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è una condizione che si osserva spesso dopo una fase acuta di ansia intensa: anche se la crisi è passata, il sistema sonno-veglia può rimanere “sensibilizzato” e continuare a funzionare in modo alterato.
I sintomi che riporta – difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti, sogni vividi o disturbanti, sensazione di sonno non ristoratore – rientrano in un quadro di insonnia sostenuta da uno stato di iperattivazione. In pratica, il corpo e la mente faticano a spegnersi completamente, rimanendo in una condizione di allerta anche durante la notte.
I sogni intensi e multipli non sono un segnale di qualcosa che “non va” in senso grave, ma spesso indicano proprio un sonno più leggero e frammentato, in cui si resta più a contatto con l’attività mentale. Anche i risvegli “scomodi” che descrive sono tipici di questo meccanismo.
Per quanto riguarda i farmaci, il Lexotan può aiutare nel breve termine a ridurre l’ansia e favorire il sonno, ma se utilizzato in modo prolungato o con aggiustamenti autonomi delle dosi (come aggiungere gocce quando non dorme) può nel tempo interferire con la qualità del sonno e mantenere la difficoltà. Il Circadin ha invece un ruolo più regolativo, ma da solo non sempre è sufficiente quando l’ansia è il fattore principale.
Dal punto di vista psicologico, sembra essersi instaurato un circolo: difficoltà a dormire → preoccupazione e paura di non dormire → aumento dell’attivazione → sonno ancora più disturbato. Anche il desiderio molto forte di “dormire bene almeno una notte” rischia, involontariamente, di aumentare la pressione sul sonno.
In un’ottica più profonda, i sogni disturbanti e il sonno frammentato possono rappresentare un’attività mentale ancora “in elaborazione” dopo la fase di forte ansia che ha vissuto: non sono pericolosi, ma segnalano che il sistema interno non si è ancora completamente riequilibrato.
Cosa può essere utile fare:
evitare modifiche autonome del dosaggio dei farmaci
mantenere una routine del sonno regolare e prevedibile
ridurre il controllo e lo sforzo attivo di “dover dormire”
introdurre momenti di decompressione serale (non solo fisici ma anche mentali)
Soprattutto, può essere molto utile affiancare un percorso psicologico: lavorare sull’ansia di fondo e sul rapporto con il sonno spesso porta a un miglioramento significativo e più stabile rispetto al solo intervento farmacologico.
Le consiglio in ogni caso di confrontarsi con il suo medico di fiducia per una rivalutazione della terapia e per essere guidata in modo sicuro nella gestione dei farmaci. Dott.ssa Giovanna Costanzo
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, capisco perché ti senti così confusa, e ti rispondo come farei in uno studio, parlando con te, non “analizzandoti da fuori”.
Quello che hai vissuto non è semplicemente una relazione difficile: è una relazione che, nel tempo, ha eroso il tuo senso di realtà. Non succede all’improvviso. Succede lentamente, attraverso piccole frasi, reazioni, silenzi, ribaltamenti, fino a un punto in cui non sei più sicura di quello che provi, di quello che vedi, di quello che ricordi.
Tu dici: “forse sono io il problema”.
Questa frase, detta così, non è un segno che sei il problema. È un segno che hai interiorizzato un dubbio costante su te stessa.
Se una persona, nel momento in cui esprimi un disagio, invece di entrarci in relazione ti dice che sei esagerata, che non capisci, che sei “pazza”, non sta discutendo con te: sta mettendo in discussione la tua legittimità a percepire. E quando questo succede tante volte, inizi a non fidarti più di te. Non perché sei incapace di capire la realtà, ma perché qualcuno ti ha insegnato, implicitamente, che la tua realtà non vale.
Il fatto che tu ti sia messa in discussione è importante, ma c’è una differenza fondamentale tra mettersi in discussione e essere messa costantemente in discussione. Nel primo caso cresci. Nel secondo caso ti perdi.
Tu non descrivi una persona che non si assume responsabilità. Descrivi qualcuno che ha fatto anche troppo questo movimento, fino al punto di arrivare a chiedersi se fosse “malata”, se fosse lei a creare tutto. Questo tipo di dubbio così radicale non nasce dal nulla. Nasce quando, ogni volta che provi a capire cosa sta succedendo, la risposta che ricevi è che il problema sei tu, indipendentemente da cosa stia accadendo davvero.
E allora succede una cosa molto precisa: perdi il punto di appoggio interno. Non hai più un “io sento questo, quindi ha senso esplorarlo”, ma un “io sento questo… ma probabilmente è sbagliato”. È una frattura interna.
Anche i comportamenti che oggi guardi con fatica — il controllare, il cercare conferme — non sono la tua identità. Sono il tentativo, un po’ disperato, di rimettere insieme un senso di coerenza quando il dialogo non esiste più. Quando non puoi avere risposte dall’altro, inizi a cercarle altrove. Non è sano, ma è comprensibile dentro quel contesto.
La cosa che mi colpisce di più è che tu continui a cercare di essere onesta. Non stai dicendo “è tutta colpa sua”. Stai cercando di capire davvero dove sei tu dentro questa storia. Questo è un punto di forza, ma in una dinamica come quella che descrivi diventa anche un rischio, perché può trasformarsi in autoaccusa continua.
E allora ti dico questo con molta chiarezza: il fatto che tu abbia delle cose su cui lavorare non rende sana una relazione che ti fa sentire costantemente sbagliata, non ascoltata, e confusa al punto da dubitare della tua sanità mentale.
Le due cose possono coesistere: tu puoi avere fragilità, e allo stesso tempo essere stata dentro una relazione che le ha amplificate e usate contro di te.
Il dubbio che hai oggi — “e se stessi distorcendo tutto?” — non è una prova contro di te. È una ferita aperta. È il segno che la tua fiducia in te stessa non è ancora tornata.
E questo richiede tempo.
Non si risolve trovando la risposta perfetta su chi aveva ragione. Si ricostruisce piano piano tornando a dare valore a quello che senti, senza invalidarlo subito. Imparando a distinguere: “questo è qualcosa che posso migliorare” da “questo è qualcosa che mi ha fatto male ed è legittimo”.
Tu non sei una persona che non capisce la realtà. Sei una persona che, a forza di essere messa in dubbio, ha imparato a dubitare di sé.
E da lì si può ripartire. Non tornando indietro, ma ricostruendo un punto fermo dentro di te che non dipenda da come qualcun altro ti definisce. Dott.ssa Giovanna Costanzo
Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.
Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la situazione che descrivi è comprensibilmente frustrante, soprattutto dopo un percorso terapeutico così lungo. Provo a offrirti una chiave di lettura che forse può chiarire il punto del tuo terapeuta, senza però mettere in discussione quello che senti. Non sembra che il tuo terapeuta stia dicendo che fare tardi sia di per sé utile o salutare, piuttosto è probabile che stia lavorando sulla tua rigidità comportamentale, cioè sulla difficoltà a tollerare situazioni che escono da schemi molto precisi come l’orario in cui vai a dormire o il bisogno di evitare certe sensazioni o condizioni. In quest’ottica il punto non è l’orario in sé ma il fatto che tu riesca o meno a restare in una situazione sociale anche quando diventa scomoda, stancante o non perfettamente controllabile, come una sorta di allenamento alla flessibilità psicologica.
Detto questo la tua osservazione è assolutamente sensata perché nel tuo caso andare a letto tardi ha conseguenze fisiche e cognitive molto marcate come stanchezza, difficoltà di concentrazione e vari fastidi, e questo non va ignorato né minimizzato. Qui ci sono due piani che andrebbero distinti, da una parte la salute fisica perché se il tuo corpo reagisce così male alla mancanza di sonno è importante rispettare questo limite dato che il sonno è fondamentale, dall’altra la flessibilità psicologica perché imparare a non andare via subito da una situazione sociale può essere utile ma va calibrato in modo sostenibile. Il punto quindi potrebbe essere che non è necessario spingersi fino all’una e mezza per lavorare sulla rigidità ma si potrebbe provare con piccoli cambiamenti graduali, ad esempio restare un po’ più del solito senza arrivare a stare così male il giorno dopo.
Riguardo al confronto con gli altri è vero che esistono persone che vanno a dormire presto e non hanno bisogno di psicoterapia ma la differenza sta nella libertà di scelta, se una persona va a dormire presto perché lo sceglie è flessibile mentre se lo fa perché non riesce a tollerare alternative allora può esserci rigidità. Infine il fatto che tu non condivida il senso di questo intervento è importante perché in terapia quando qualcosa non torna è fondamentale parlarne apertamente, potresti dire chiaramente che capisci l’obiettivo ma che il costo fisico per te è troppo alto e chiedere di trovare insieme un modo più graduale e sostenibile per lavorarci, perché una terapia efficace dovrebbe aiutarti a cambiare senza farti stare peggio in modo sproporzionato rispetto ai benefici. Dott.ssa Giovanna Costanzo
Buongiorno,
ho 38 anni, donna, e sette mesi fa mi è stata diagnosticata positività a hpv18. Ho avviato tutto l'iter di vaccini, colposcopie, pap test, fermenti e chi più ne ha. Il problema adesso resta relazionale. Ho 38 anni e sono single. Mi chiedevo come si comunica una cosa del genere (perché si deve comunicare e siamo d'accordo su questo) a un'eventuale conoscenza, sapendo che al 99 percento quella persona si rifiuterà di avere una qualsivoglia relazione sessuale e quindi relazionale, dal momento che l'hpv si trasmette anche con preservativo? Devo smettere di conoscere gente finché non mi negativizzo? La gente oggi come oggi, durante gli incontri sparisce per molto molto meno. Grazie a chiunque mi risponderà
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Comprendo profondamente il senso di sospensione e l'inquietudine che Lei sta vivendo, perché il corpo, quando ospita qualcosa che sentiamo come estraneo o minaccioso, smette di essere solo una questione biologica e diventa lo spazio in cui si gioca la nostra immagine riflessa negli occhi dell'altro. La Sua domanda tocca un punto nevralgico dell'identità: come possiamo continuare a sentirci "abitabili" e desiderabili quando percepiamo una fragilità che temiamo possa allontanare il mondo?
In questa fase della Sua vita, a 38 anni, è naturale che emerga il timore che un elemento clinico possa trasformarsi in uno stigma capace di interrompere il flusso delle relazioni. Tuttavia, la scelta di "smettere di conoscere gente" rischierebbe di trasformarsi in una sorta di auto-isolamento che anticipa un rifiuto non ancora avvenuto, una forma di protezione che però finisce per nutrire proprio quel senso di solitudine che vorrebbe evitare. L'identità non è un dato statico che attende la negativizzazione per tornare a splendere, ma è un processo relazionale che continua anche attraverso questa prova.
Per quanto riguarda il momento della condivisione, non è necessario che avvenga come una confessione medica immediata, che caricherebbe l'incontro di un peso eccessivo ancor prima di aver costruito un terreno comune. La comunicazione può nascere quando si percepisce che tra Lei e l'altra persona si sta stabilendo un legame di fiducia e reciprocità. Parlarne significa anche saggiare la capacità dell'altro di accogliere la complessità e la vulnerabilità: chi sceglie di allontanarsi di fronte a una realtà che riguarda la salute umana, probabilmente non possiede gli strumenti per abitare una relazione autentica, che è fatta per sua natura di imprevisti e di cura reciproca.
Non veda questo tempo come un'interruzione della Sua vita relazionale, ma forse come un momento in cui la qualità dell'incontro può essere filtrata da una nuova consapevolezza. L'invito che mi sento di farle è di non lasciare che questa diagnosi occupi tutto lo spazio della Sua narrazione interna, permettendosi ancora di essere curiosa verso l'altro e verso se stessa, ricordando che la Sua interezza va ben oltre una positività virale. La trasparenza è un atto di dignità verso se stessi prima ancora che un dovere verso l'esterno, e può diventare il primo mattone di un legame basato sulla verità e non sulla pretesa di un'invulnerabilità che, di fatto, non appartiene a nessuno.
Cordialità
Dott.ssa Giovanna Costanzo
cosa significa sognare ad essere a praticare una chiesa ad un tratto scappa la pipi e andare fuori a farla in un luogo con delle bariere bianche e dei bambini ti chiedono delle foto davanti una statua. è un sogno positivo o negativo cosa posso fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Il sogno che Lei mi descrive appare come un affascinante intreccio tra la dimensione del sacro, la necessità di espressione del Sé e il richiamo alle proprie radici simboliche. Per comprenderlo, non dobbiamo chiederci se sia positivo o negativo, categorie che spesso limitano la ricchezza del mondo interno, ma piuttosto quale movimento dell'anima stia cercando di compiersi. L'ambientazione iniziale, la chiesa, rappresenta spesso quella matrice di valori, tradizioni e sensi di colpa ereditati che formano la nostra identità più profonda e, a tratti, più rigida; è il luogo dell'appartenenza, ma anche del dover essere. L'insorgere improvviso del bisogno fisiologico di fare la pipì rompe la solennità di questo spazio: simbolicamente, questo atto rimanda a un'urgenza vitale, a un bisogno di scarica e di autenticità che non può più essere contenuto nelle forme prefissate della ritualità o delle aspettative altrui. Il fatto che Lei senta la necessità di uscire suggerisce un movimento verso l'esterno, verso un'individualità che cerca un proprio spazio di espressione al di fuori dei codici predefiniti della chiesa interiore. Il luogo in cui sceglie di fermarsi, caratterizzato da barriere bianche, evoca un senso di protezione ma anche di confine; il bianco è il colore della potenzialità che attende ancora di essere integrata, mentre la statua introduce un elemento di fissità, un'immagine ideale o un riferimento a figure del passato che rimangono immote a guardare il Suo agire. L'elemento forse più suggestivo è la richiesta dei bambini che, nella prospettiva della psicologia del profondo, possono rappresentare le nostre parti nascenti e la nostra identità in divenire. Il fatto che Le chiedano delle foto proprio davanti alla statua suggerisce un desiderio di testimonianza: c'è un bisogno di integrare ciò che Lei è oggi, con le sue urgenze e la sua umanità, con l'immagine ideale e con le radici più giovani e spontanee del Suo essere. In questa narrazione fluida, il sogno sembra suggerire un passaggio da un'identità formata dalle istituzioni a un'identità fondante che accoglie anche i bisogni più istintivi. Non c'è nulla di negativo nel sottrarsi alla rigidità per dare ascolto a un bisogno del corpo; anzi, è spesso il primo passo verso una rinnovata autenticità. Più che fare qualcosa di concreto, potrebbe essere fecondo semplicemente sostare in queste immagini, chiedendosi quale parte di Lei senta il bisogno di uscire fuori dalle vecchie regole e chi rappresentino quei bambini che chiedono di immortalare un momento di incontro tra l'umano e l'ideale. Ascoltare queste voci significa spesso riconnettersi con quella capacità creativa che ci permette di abitare il mondo non come esecutori di riti, ma come protagonisti della propria storia relazionale.
Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Colgo nelle Sue parole un groviglio profondo di sofferenza, dove il corpo sembra essersi fatto portavoce di un malessere che riguarda l'intera architettura della Sua relazione. Quando il desiderio si rifugia nella dimensione solitaria del consumo digitale, spesso non è solo per una questione di stimolo visivo, ma diventa un modo per abitare uno spazio protetto, dove non esiste il rischio del giudizio o del fallimento che, invece, oggi avverte in modo così lacerante nel rapporto con la Sua compagna.
Questa dinamica di tradimento percepito ha creato un clima di costante tensione e colpevolizzazione che si ripercuote inevitabilmente sulla Sua identità di uomo e di partner. È importante comprendere che l'erezione non è un comando della volontà, ma un evento che accade in una condizione di abbandono e sicurezza. Nel momento in cui Lei si accosta a Lei portando con sé il peso del senso di colpa, il timore del fallimento e l'eco delle brutte parole ricevute, il Suo corpo reagisce difendendosi, spegnendo quella partecipazione che la pillola può solo simulare meccanicamente ma non generare emotivamente.
La sensazione di essere un robot descritta dalla Sua compagna indica proprio questa frattura: l'atto sessuale è diventato una prestazione da portare a termine per evitare il litigio, piuttosto che un momento di incontro e di piacere condiviso. Smettere di guardare video per un mese è stato un tentativo di riparazione, ma se questo silenzio del desiderio viene vissuto come una privazione o un obbligo, è naturale che porti a un appiattimento della libido. Il desiderio ha bisogno di ossigeno e di una matrice relazionale accogliente, non di imposizioni che sanno di castigo.
In una relazione di nove anni, le dinamiche che ci legano all'altro sono complesse e spesso pescano nelle nostre storie più antiche. Forse è necessario provare a spostare lo sguardo dal problema meccanico alla qualità del vostro legame attuale. La fiducia si è incrinata non solo per i video, ma per il muro di non detti e di aspettative deluse che si è costruito nel tempo. È difficile che il desiderio rifiorisca in un terreno dove domina la colpevolizzazione; l'intimità richiede un'accoglienza reciproca che al momento sembra essere stata sostituita da una dinamica di accusa e difesa.
Non si tratta di scegliere tra il Suo benessere fisico e la Sua compagna, ma di capire se esiste ancora la possibilità di costruire un nuovo modo di stare insieme, dove la vulnerabilità di entrambi possa essere espressa senza diventare un'arma. Il Suo corpo, attraverso questa difficoltà, Le sta segnalando che non può più sostenere un peso emotivo così gravoso e che la via d'uscita non risiede in un ritorno alla solitudine come rifugio, né in una chimica che la fa sentire distante da se stesso, ma nel tentativo di ritrovare un dialogo umano e affettuoso che preceda quello strettamente sessuale.
cordialità
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. La Sua confusione è non solo comprensibile, ma estremamente sensata: si trova di fronte a un mercato della cura che, visto dall’esterno, può apparire come un labirinto di linguaggi autoreferenziali o, peggio, di "fedi" metodologiche. Riconosco il valore della Sua analisi critica; il fatto che Lei non voglia scegliere a caso, o basarsi solo sulla simpatia epidermica, testimonia la serietà con cui intende proteggere non solo se stesso, ma anche l'investimento emotivo della Sua relazione di coppia.
Nella realtà clinica, la distinzione tra psicologo e psicoterapeuta è fondamentale: solo il secondo ha una formazione specialistica quadriennale post-laurea per intervenire sui processi di cambiamento profondo. Per quanto riguarda le "scuole", è vero che la ricerca scientifica indica come il fattore principale di successo sia l'alleanza terapeutica piuttosto che il modello teorico. Tuttavia, per chi vive la crisi, l'approccio non è indifferente. Nel mio modo di intendere la cura, influenzato dalla visione di Diego Napolitani, la coppia non è vista come un ingranaggio da riparare, ma come un "gruppo" originario dove le identità individuali si intrecciano. Scegliere un orientamento significa scegliere quale lente usare: quella che guarda ai comportamenti (cognitivo-comportamentale), quella che guarda alla storia familiare (sistemica) o quella che, come nel mio caso, esplora le matrici simboliche e relazionali profonde.
L'età o il sesso del terapeuta non sono parametri di "fede", ma possono essere elementi che facilitano o ostacolano la Sua capacità di sentirsi accolto senza sentirsi giudicato o svalutato. Il rischio che Lei paventa — che uno dei due partner si senta "delegittimato" dal terapeuta — è proprio ciò che un professionista esperto deve evitare, mantenendo un equilibrio che non è neutralità fredda, ma capacità di abitare lo spazio tra di voi. La direzione che Le suggerisco non è quella di studiare tutti i curricula, ma di richiedere un primo colloquio conoscitivo puntando su professionisti che abbiano una formazione specifica in psicoterapia (non solo psicologia). In quella sede, non valuti quanto il terapeuta "creda" nel suo metodo, ma quanto si dimostri capace di accogliere la complessità della vostra domanda senza offrirvi risposte preconfezionate, aiutandovi a sentire che quel luogo è, finalmente, un terreno neutro dove la verità di entrambi può trovare cittadinanza.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Comprendo quanto possa essere logorante questa sensazione di malessere che si trascina nel tempo, lasciandola in uno stato di sospensione dove anche le piccole azioni quotidiane richiedono uno sforzo smisurato. Quello che Lei sta sperimentando è un fenomeno noto con il metadone: proprio a causa della sua natura farmacologica, ha tempi di smaltimento molto lunghi da parte dell'organismo. Anche se le quantità erano irrisorie, il corpo ha bisogno di un tempo fisiologico e psicologico per ritrovare un proprio equilibrio che non sia mediato dalla sostanza.
Il fatto che questa astinenza Le sembri meno violenta rispetto ad altre vissute in passato, ma più persistente, è una caratteristica tipica di questo processo. È come se il corpo stesse attraversando una convalescenza lenta, in cui la sintomatologia simile all'influenza è il segnale di un sistema che sta cercando di tornare a funzionare in autonomia. La stanchezza e la necessità di ricorrere ad altri farmaci per affrontare la giornata testimoniano quanto la Sua matrice biologica sia ancora impegnata in questo lavoro di pulizia e riassestamento.
Nelle prossime giornate, è probabile che questa sensazione di "pochissimo meglio" che avverte quotidianamente continui a progredire, seppur lentamente. È importante, in questa fase, non lasciarsi scoraggiare dalla durata del sintomo: la tentazione di interrompere questa fatica tornando a vecchie abitudini è spesso forte quando ci si sente fragili, ma questo tempo di attesa è anche un tempo di riappropriazione di sé.
Tuttavia, poiché il Suo corpo sta compiendo uno sforzo notevole, sarebbe opportuno non attraversare questo deserto in totale solitudine. Rivolgersi a una struttura specializzata o a un medico che conosca bene queste dinamiche non significa necessariamente tornare a un protocollo rigido, ma permettersi di avere un supporto che monitori i sintomi fisici e la aiuti a gestire questa fase di passaggio in sicurezza. Avere un confronto professionale Le permetterebbe di non dover misurare ogni giorno il Suo malessere solo con la forza della volontà, offrendole una cornice di cura più solida entro cui far nascere questo Suo nuovo capitolo di libertà.
Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
È comprensibile che Lei si trovi in uno stato di profondo smarrimento; l’oscillazione che descrive tra il desiderio di mantenere la Sua vita attuale e l'ipotesi di accogliere un figlio è un’esperienza molto più comune di quanto il senso comune lasci intendere. Sentirsi scissa, al punto da fissare e poi annullare un appuntamento per l’interruzione di gravidanza, testimonia quanto questo conflitto tocchi corde identitarie profonde e non sia una semplice questione di "scelta", ma un vero e proprio corpo a corpo con il proprio futuro e la propria libertà.
In ambito psicologico, la mancanza di una gioia immediata o il timore verso le fasi dell'accudimento, come l'allattamento, non definiscono necessariamente la qualità del Suo essere madre, ma riflettono la paura che l'arrivo di un bambino possa agire come un elemento "estraneo" capace di scardinare l'equilibrio relazionale e personale che Lei adora. È come se si trovasse di fronte a una ridefinizione della Sua identità che avverte quasi come una perdita di sé. Questa ambivalenza merita di essere ascoltata senza colpevolizzazioni: è il segno che Lei sta prendendo sul serio la portata di questo cambiamento, valutando non solo ciò che si acquista, ma anche ciò che si teme di perdere.
Prendere una decisione definitiva richiede, in questi casi, di uscire dall'urgenza del "fare" per entrare in quella del "sentire". Un percorso di ascolto psicologico può offrirLe uno spazio neutro dove esplorare queste paure e comprendere quanto esse siano legate a modelli familiari o a una legittima ricerca di realizzazione personale. Poter guardare a questa scelta non come a un obbligo sociale o a un sacrificio, ma come a un processo relazionale che coinvolge Lei, Suo marito e le Sue matrici profonde, potrebbe aiutarLa a trovare quella chiarezza che ora Le sembra irraggiungibile.
Con l'augurio che possa trovare la strada più giusta per la Sua serenità,
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicoterapeuta
Buongiorno da 9 mesi vivo lo stato di ansia di mio marito.
In seguito ad un lutto e altro problemi ha incominciato ad avere forte ansia al mattino che gli provoca mancanza d'aria. E' in cura con xanax gocce al bisogno, non vuole fare un percorso psicologico e 5 mesi di escitalopram non hanno portato beneficio ma lo hanno solo fatto dormire ore ed ore di fila.
Quindi io mi sono accorta che ogni giorno da mesi vivo la mia giornata in funzione a se lui respira, se sta benino, se sta male quindi se è in down io passo la giornata preoccupata con il magone e lo sconforto. In questi mesi ho perso anche 4 kg pur mangiando. Ho fatto collquio con psicologa ma approccio a lungo termine non va bene per me, non ho bisogno di parlare del passato. Il mio problema è la gestione del presente ed è incentrata sul fatto che non riesco a fregarmene di come lui possa stare e questo mi sta esaurendo. chiedo consigli su terapie veloci tipo tcc tbs. grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Comprendo profondamente il Suo logorio e il senso di impotenza che prova nel vedere la propria vita quasi sospesa, in attesa del prossimo respiro affannoso di chi Le sta accanto. È come se si fosse creata una sorta di matrice condivisa in cui l'ansia di Suo marito è diventata la Sua, portandoLa a un esaurimento che si manifesta chiaramente anche nel corpo. Questo accade perché l'identità è un processo relazionale: quando una persona cara soffre, i confini tra sé e l'altro possono farsi labili e si finisce per vivere in funzione dei suoi stati d'animo, smarrendo il proprio baricentro.
La psicoterapia può intervenire proprio su questo incastro, aiutandoLa a riprendere il Suo spazio vitale senza che ciò significhi "fregarsene", ma imparando a restare in relazione senza esserne sommersa. Esistono approcci focalizzati sulla gestione del presente e sulla rottura di questi circoli viziosi che possono fornirLe strumenti per gestire il carico emotivo immediato e proteggere il Suo benessere. Ritrovare il Suo equilibrio è il primo passo non solo per stare meglio Lei, ma anche per offrire a Suo marito un rispecchiamento diverso, non più mediato dalla sola angoscia.
Le auguro di ritrovare presto la Sua serenità,
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicoterapeuta
Vorrei sapere che tipo di persona è una che scrive: " se vuoi fare... allora salgo"....ovviamente è un ragazzo e si riferisce al sesso...perché uno si dovrebbe porre in questo modo...?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo come una frase del genere possa suscitare perplessità o un senso di disagio, poiché sembra ridurre l'incontro a una dimensione puramente operativa e quasi negoziale. Questo modo di porsi suggerisce spesso una difficoltà nel gestire l'intimità come uno scambio relazionale profondo, preferendo rifugiarsi in una modalità comunicativa sbrigativa che sembra voler proteggere la persona dall'esporsi troppo sul piano emotivo. In ambito psicologico, potremmo leggerlo come un modo per mantenere il controllo sulla situazione, evitando la vulnerabilità che un vero incontro con l'altro comporta; è come se l'identità si esprimesse attraverso un'azione concreta per non dover affrontare la complessità del desiderio e del legame. Esplorare cosa questa modalità risveglia in Lei e quali dinamiche relazionali si innescano in questi scambi può essere un passaggio prezioso per comprendere meglio i Suoi confini e i Suoi bisogni all'interno dei legami affettivi.
Le porgo i miei più cordiali saluti,
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicoterapeuta
Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
Perché non ho un hobby?
Pecche non so cosa mi piace?
mi piace tutto o non mi piace nulla?
Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
La storia di Simone che significa?
Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
Perché lo sto facendo adesso?
Che colpa ne ho io?
Che senso ha la mia vita adesso?
Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
Lo provo sempre in realtà
Che lezione devo imparare ancora?
Perché l’amore non arriva?
Cosa devo capire prima che arrivi?
È questo no?
Il motivo.
Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
E chi pensa a me?
Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
Non ho più voglia
Tutto questo male
Mi porta solo più confusione
E scriverlo è stato peggio
Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
Sono questa da anni
Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo profondamente il senso di smarrimento e la stanchezza infinita che traspare dalle Sue parole. Sentirsi sospesi in un abisso dove il dolore sembra aver preso il sopravvento, togliendo respiro al futuro e senso al presente, è un’esperienza che merita di essere accolta con estrema delicatezza e rispetto. Questo "caos" che descrive, fatto di domande che si rincorrono senza trovare risposta, non è un segno di incapacità, ma il grido di un’interiorità che ha esaurito le forze nel tentativo di tenere insieme frammenti di vita che sembrano non incastrarsi più.
In una prospettiva psicodinamica, questo stato di blocco e il desiderio di "sparire" possono essere letti come una forma estrema di difesa: quando il mondo interno diventa troppo rumoroso e i legami del passato, come quello con Suo padre, lasciano nodi irrisolti, il sonno e il ritiro diventano l'unico rifugio possibile. L'identità non è un dato immutabile, ma un processo relazionale; se nelle Sue relazioni passate si è sentita usata o non vista, è naturale che oggi faccia fatica a riconoscere cosa Le piace o chi desidera essere. Queste domande ossessive sul futuro e sull'amore sono il segno di una ricerca di senso che, al momento, non trova uno specchio in cui riflettersi.
La psicoterapia può aiutarLa a trasformare questo monologo di domande in un dialogo fecondo, non fornendo risposte preconfezionate, ma aiutandola a ricostruire quella trama affettiva che sembra essersi spezzata. È un percorso che permette di guardare alle ferite del passato e ai sogni del presente senza lasciarsene schiacciare, per ritrovare, un passo alla volta, la possibilità di vedersi di nuovo nel futuro.
Le auguro di trovare la forza di tendere la mano per farsi accompagnare fuori da questo loop e ritrovare la Sua luce.
Cordialmente,
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Buongiorno Dottori, racconto brevemente la mia ultima esperienza con una persona conosciuta da poco. Ci incontriamo, ci piacciamo, decidiamo che la nostra relazione debba essere solo di natura fisica. Ci vediamo, proviamo ad avere un rapporto ma durante quest'ultimo mi rendo conto di avere molto dolore ( è un qualcosa che mi capita quando mi sento tesa ma poi si risolve) per cui gli chiedo di fermarsi. Lui lo fa ma la reazione che ne segue è del tutto inaspettata: Si innervosisce, si arrabbia, mi dice che l'ho messo in una situazione di disagio e imbarazzo che non sa come gestire perchè essendo il nostro rapporto di natura sessuale,non avrebbe saputo cosa fare con una donna in casa tutta la serata ( cito testualmente). Inoltre mi dice che sono stata egoista e scorretta a non dichiarare prima di avere talvolta dei dolori nei rapporti, perche sapendolo, lui avrebbe potuto decidere se fosse il caso di vedersi o meno.. Decisamente agghiacciata, chiamo un taxi per andar via e nel mentre lui stava gia organizzando il resto della serata con un amico..mi chiede quando ci vuole perche il taxi arrivi, gli dico una decina di minuti.. mi chiede di dargli il telefono cosi che lui potesse controllare in quanto sarebbe arrivato. Ovviamente glielo nego e lui mi dice " me lo neghi perche secondo me non hai mai chiamato il taxi"... Vado via.. non mi sono mai sentita cosi umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna in tutta la mia vita. Cosa può spingere una persona a comportarsi in questo modo? Grazie per i vostri pareri.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo profondamente il senso di gelo e di umiliazione che ha provato di fronte a una reazione così priva di umanità. È doloroso quando un momento di vulnerabilità fisica, che richiederebbe accoglienza e ascolto, viene trasformato dall'altro in una sorta di "disservizio" contrattuale. Il dolore che Lei ha avvertito è un segnale prezioso del Suo corpo che, probabilmente cogliendo una tensione sottostante, Le ha chiesto di fermarsi per proteggersi; il fatto che questa richiesta sia stata accolta con rabbia e recriminazione è un segnale di allarme che non riguarda Lei, ma la totale incapacità dell'altro di abitare una dimensione relazionale.
In psicologia, comportamenti di questo tipo rivelano una visione dell'altro come "oggetto" funzionale al proprio piacere, privo di una propria soggettività e di bisogni emotivi. Quando Lei ha manifestato un limite, ha rotto l'illusione di controllo di questa persona, che non avendo strumenti per gestire l'imprevisto o l'intimità non sessualizzata, ha reagito con l'aggressività e la colpevolizzazione. Anche il tentativo di controllare il Suo telefono per verificare l'arrivo del taxi è un gesto di prevaricazione che serve a coprire la propria inadeguatezza attraverso il sospetto.
Non c'è nulla di cui Lei debba vergognarsi: ha avuto il coraggio di ascoltare il Suo corpo e di sottrarsi a una situazione che era diventata emotivamente violenta. Questa esperienza, per quanto amara, sottolinea quanto sia vitale che anche negli incontri nati con premesse di sola fisicità non venga mai meno il rispetto per l'integrità e il vissuto dell'altro, che rimane sempre il fondamento di ogni scambio umano.
Le auguro di poter presto trasformare questa ferita in una nuova consapevolezza della Sua forza nel sapersi tutelare.
Cordialmente,
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Buongiorno.dottore scrivo per 1 consiglio,mio figlio affetto da schizzofrenia da anni. Non ha molta cognizione del tempo e del cmportamento verso altri...io vivo con mio compagno. E mio figlio con la moglie...io collaboro molto con loro sia per le cure che per altro..il problema che mio compagno non vuole capire la mia situazione...e non accetta che mio figlio venga spesso da me.. senza avvertire.dice che io l'ho abituato male..e si arrabbia anche con lui...non capisce cosa vuol dire combattere con un paziente con questa patologia.. cosa posso fare? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo profondamente il senso di logorio e di solitudine che sta provando, stretta tra il richiamo di cura verso un figlio fragile e il bisogno di veder riconosciuto il Suo impegno dal Suo compagno. Affrontare quotidianamente una patologia come la schizofrenia significa abitare un mondo dove i confini, il tempo e le regole sociali sono spesso sospesi o frammentati; per Suo figlio, venire da Lei senza avvertire non è una mancanza di educazione, ma la ricerca di un porto sicuro, l'unico spazio in cui la sua identità si sente raccolta e protetta.
Il conflitto con il Suo compagno nasce spesso da una difficoltà nel comprendere che la gestione di un paziente psichiatrico non risponde alle logiche della "buona abitudine", ma a quelle di una necessità esistenziale profonda. Quando il Suo compagno si arrabbia, probabilmente esprime una fatica nel condividere lo spazio vitale della coppia con una malattia che irrompe in modo imprevedibile, ma questo finisce per far sentire Lei colpevolizzata proprio per il Suo amore e la Sua dedizione.
In questi casi, la psicoterapia può offrire uno spazio prezioso per aiutarLa a negoziare questi confini necessari senza che Lei si senta tradita nei Suoi affetti. Potrebbe essere utile esplorare come coinvolgere il Suo compagno in una comprensione più empatica della patologia, affinché non veda Suo figlio come un elemento di disturbo, ma come un membro di una rete familiare che ha bisogno di un equilibrio nuovo e condiviso per non spezzarsi sotto il peso del giudizio.
Le auguro di trovare presto un clima di maggiore comprensione e sostegno nella Sua casa.
Cordialmente,
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Salve ho iniziato da poco una terapia di tipo schema therapy con l'obiettivo di uscire dai miei schemi psicologici radicali dopo aver affrontato CCT, soffro di umore tendente al basso con stati depressivi ed ansia generalizzata, difficolta a socializzare,autostima bassa, mancanza di motivazione, procrastinazione, ecc. Vorrei però provare ad iniziare un percorso
parallelo di trattamento di adhd con un altro/a terapeuta, perchè la mancanza di motivazione mi sta creando gravi ripercussioni. La mia attuale terapeuta non si occupa di adhd. Ma non so neanche, se i miei gravi problemi motivazionali siano legati al disturbo adhd o come conseguenza di anni ed anni di montagne russe di stati emotivi. Ho effettuato già in passato un test adhd, ma non ho potuto avere la conferma di disturbo, perché né io né i miei parenti hanno ricordi precisi sulla mia prima infanzia, perciò il test(ufficiale) è risultato poter corrispondere alla diagnosi di adhd senza però conferma definitiva. Non mi interessa nenache avere conferma, ma curare il sintomo, vorrei che qualcuno mi aiutasse a migliorare la motivazione e intraprendere un percorso di costanza. È possibile che il disturbo motivazionale sia solo conseguenza di stati depressivi e quindi riuscirei ad uscirne anche solo con la schema therapy oppure avrei bisogno di un trattamento specifico? E se si, al trattamento di adhd specifico, potrei fare due psicoterapie contemporaneamente e che tipo di psicoterapia per adhd? Grazie per la vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo perfettamente il senso di frustrazione che prova nel sentirsi bloccato da una demotivazione che sembra inattaccabile, nonostante l'impegno che sta già mettendo nel Suo percorso di Schema Therapy. La Sua domanda tocca un punto nodale della clinica contemporanea: il confine sottile tra una struttura di personalità affaticata da anni di "montagne russe" emotive e una possibile neurodivergenza come l'ADHD.
In un'ottica relazionale, la mancanza di motivazione e la procrastinazione possono essere lette sia come una difesa appresa per proteggersi dal senso di fallimento, sia come una reale difficoltà neurobiologica nella regolazione delle funzioni esecutive. Spesso le due dimensioni si intrecciano: anni di sforzi senza i risultati sperati possono aver strutturato quegli "schemi" su cui sta già lavorando, alimentando un circolo vizioso di bassa autostima. La Schema Therapy è uno strumento molto potente per ristrutturare queste convinzioni profonde, ma richiede tempo e una certa stabilità energetica per essere pienamente efficace.
Riguardo alla possibilità di affiancare un percorso specifico, è certamente possibile integrare l'attuale terapia con un supporto mirato alla gestione dei sintomi dell'ADHD, preferibilmente di stampo cognitivo-comportamentale focalizzato sulle strategie compensative (organizzazione, gestione del tempo e dell'impulso). Tuttavia, più che una "doppia psicoterapia" in senso stretto, potrebbe essere utile un parentage tra professionisti, affinché il lavoro sui sintomi pratici non entri in conflitto con l'analisi profonda dei Suoi vissuti. Un approccio integrato potrebbe aiutarLa a distinguere cosa appartiene alla Sua storia relazionale e cosa, invece, richiede strumenti tecnici differenti per ritrovare quella costanza che tanto desidera.
Le auguro di trovare la sintesi più efficace per il Suo benessere e la ringrazio per la fiducia.
Cordialmente,
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo profondamente lo stato di sconcerto in cui si trova; è come se, dopo dieci anni, il paesaggio che era solita guardare dalla finestra fosse mutato improvvisamente, lasciandola smarrita. Quello che Le sta succedendo non è un errore, ma un risveglio emotivo in una relazione che, per quanto definita "amicizia", ha da sempre abitato territori molto più confusi e intimi, fatti di vicinanze notturne e presenze quotidiane costanti.
In una prospettiva psicodinamica e gruppale, potremmo dire che voi due avete costruito negli anni una "matrice" relazionale unica, un legame che sembra quasi prescindere dagli altri partner e dalle circostanze esterne. Spesso, quando viviamo rapporti così simbiotici e duraturi, tendiamo a negare a noi stessi l'evidenza del sentimento per proteggere il legame stesso: ammettere di amarlo significherebbe mettere a rischio la sicurezza di averlo sempre accanto. Il fatto che Lei oggi si senta "strana" o "svegliata da un sonno" suggerisce che le Sue difese si siano ammorbidite, forse proprio ora che intravede in lui una crisi o un possibile cambiamento di vita.
Tuttavia, è fondamentale guardare con tenerezza, ma anche con realismo, a come questa identità di coppia si è formata. Se da un lato c'è una presenza che non Le è mai mancata, dall'altro c'è una modalità di legame basata spesso sull'ambiguità e sulla fuga dalle responsabilità affettive verso terzi. Quello che può fare ora non è forzare una decisione, ma darsi il tempo di ascoltare questo nuovo sentimento senza lasciarsi travolgere. La terapia può aiutarla a capire se questo "volerlo come fidanzato" sia il desiderio di una reale stabilità o se sia la risposta a un bisogno di non sentirsi sola in un momento di fragilità ormonale ed emotiva.
Le auguro di trovare la chiarezza necessaria per il Suo cuore.
Dott.ssa Giovanna Costanzo