Gentili Dott.sse e Dott.ri Mi chiamo Federica ed ho ventiquattro anni. Sebbene il mio quesito po
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Gentili Dott.sse e Dott.ri
Mi chiamo Federica ed ho ventiquattro anni.
Sebbene il mio quesito porterà apparirvi insolito, sarei entusiasta di ricevere un vostro parere autorevole : la vostra esperienza è fondamentale per me per inquadrare correttamente il boom dei programmi di cronaca nera e true crime. Ritengo che la TV abbia anche i suoi meriti, come per esempio fare sì che le donne denunziano certi abusi da parte dei partner. Ma la domanda in questione è: quale è il filo sottile che divide la sana informazione o curiosità dall' intrattenimento e morbosità? Si potrebbe parlare di una nuova forma di dipendenza? Quali sono i potenziali rischi sulla salute psicologica? E soprattuto quanto è deontologicamente corretto effettuare diagnosi in diretta o " mostrificare " alcuni disturbi psichiatrici? ( Narcisismo)
Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione, porgo i miei più cordiali saluti.
Mi chiamo Federica ed ho ventiquattro anni.
Sebbene il mio quesito porterà apparirvi insolito, sarei entusiasta di ricevere un vostro parere autorevole : la vostra esperienza è fondamentale per me per inquadrare correttamente il boom dei programmi di cronaca nera e true crime. Ritengo che la TV abbia anche i suoi meriti, come per esempio fare sì che le donne denunziano certi abusi da parte dei partner. Ma la domanda in questione è: quale è il filo sottile che divide la sana informazione o curiosità dall' intrattenimento e morbosità? Si potrebbe parlare di una nuova forma di dipendenza? Quali sono i potenziali rischi sulla salute psicologica? E soprattuto quanto è deontologicamente corretto effettuare diagnosi in diretta o " mostrificare " alcuni disturbi psichiatrici? ( Narcisismo)
Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione, porgo i miei più cordiali saluti.
Buongiorno Federica,
a tua domanda è tutt’altro che insolita: è una riflessione molto importante su un fenomeno che oggi coinvolge tante persone. L’interesse per la cronaca nera e per il true crime nasce spesso da bisogni umani comprensibili, come il desiderio di capire, di dare senso a ciò che spaventa o di sentirsi più preparati di fronte ai rischi del mondo. In questo senso, una buona informazione può avere anche una funzione sociale utile, ad esempio aumentando la consapevolezza su temi come la violenza o gli abusi.
Il confine diventa più sottile quando l’attenzione si sposta dalla comprensione alla spettacolarizzazione. Quando il racconto privilegia l’impatto emotivo, la curiosità morbosa o la semplificazione delle storie e delle persone coinvolte, il rischio è quello di perdere complessità e rispetto per la sofferenza reale che c’è dietro a quei fatti.
Non parlerei automaticamente di una “nuova dipendenza”, ma in alcune situazioni può instaurarsi un consumo ripetuto e molto intenso di questi contenuti, che può alimentare ansia, paura del mondo o una percezione distorta della realtà. È quindi utile osservare come ci fa sentire ciò che guardiamo e quanto spazio occupa nella nostra vita quotidiana.
Dal punto di vista etico e deontologico, formulare diagnosi psicologiche a distanza — soprattutto in contesti mediatici — è molto problematico. La psicologia clinica richiede sempre una valutazione accurata, diretta e rispettosa della persona; semplificare o “etichettare” in pubblico rischia di alimentare stigma e fraintendimenti sui disturbi psicologici.
Il fatto che tu ti stia ponendo queste domande mostra già una grande sensibilità critica verso i contenuti che consumiamo e verso il modo in cui parliamo di salute mentale.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
a tua domanda è tutt’altro che insolita: è una riflessione molto importante su un fenomeno che oggi coinvolge tante persone. L’interesse per la cronaca nera e per il true crime nasce spesso da bisogni umani comprensibili, come il desiderio di capire, di dare senso a ciò che spaventa o di sentirsi più preparati di fronte ai rischi del mondo. In questo senso, una buona informazione può avere anche una funzione sociale utile, ad esempio aumentando la consapevolezza su temi come la violenza o gli abusi.
Il confine diventa più sottile quando l’attenzione si sposta dalla comprensione alla spettacolarizzazione. Quando il racconto privilegia l’impatto emotivo, la curiosità morbosa o la semplificazione delle storie e delle persone coinvolte, il rischio è quello di perdere complessità e rispetto per la sofferenza reale che c’è dietro a quei fatti.
Non parlerei automaticamente di una “nuova dipendenza”, ma in alcune situazioni può instaurarsi un consumo ripetuto e molto intenso di questi contenuti, che può alimentare ansia, paura del mondo o una percezione distorta della realtà. È quindi utile osservare come ci fa sentire ciò che guardiamo e quanto spazio occupa nella nostra vita quotidiana.
Dal punto di vista etico e deontologico, formulare diagnosi psicologiche a distanza — soprattutto in contesti mediatici — è molto problematico. La psicologia clinica richiede sempre una valutazione accurata, diretta e rispettosa della persona; semplificare o “etichettare” in pubblico rischia di alimentare stigma e fraintendimenti sui disturbi psicologici.
Il fatto che tu ti stia ponendo queste domande mostra già una grande sensibilità critica verso i contenuti che consumiamo e verso il modo in cui parliamo di salute mentale.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
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Gentilissima, grazie per questa sua preziosa riflessione.
Credo che il suo quesito sia quantomai attuale e di cruciale importanza, considerando anche la grande quantità di programmi televisivi dedicati agli argomenti che ha citato. Sebbene lei sottolinei dei punti delicati, credo che la valutazione di ciò che osserviamo, così come anche la possibilità di concedere tempo e spazio delle nostre vite per la visione di taluni programmi, sia strettamente soggettiva e personale. In ogni caso, come le dicevo, la questione è delicata: spesso la televsione propone una modalità di diffusione delle informazioni molto "mainstream", vendibile ad un ampio pubblico fruitore del servizio, ed è difficile che in questo grande calderone ci possa poi essere anche, parallelamente, un'attenta e accurata base scientifica, così come una certa sensibilità. Sicuramente, sembra che oggi certi argomenti di molte serie televisive, o programmi in generale, rintraccino l'interesse di molti e questo ci deve far interrogare su cosa riteniamo importante e intrigante oggi e, soprattutto, cosa ce ne facciamo delle informazioni che ascoltiamo. I potenziali rischi sulla salute psicologica, probabilmente, non è ancora possibile tracciarli con precisione ed evidenza scientifica, ma sicuramente molti studi si staranno ponendo quesiti simili e staranno cercando di trovare delle risposte. Ovviamente, rispondendo anche alla sua ultima domanda, sento che non sia affatto giusto e che sia oltremodo pericoloso "mortificare disturbi psichiatrici", abusare di termini diagnostici in maniera impropria e rendere "mainstream" aspetti che invece dovrebbero essere toccati con delicatezza e conoscenza.
Quel che vorrei sottolineare, però, è che credo sia davvero importante, soprattutto al giorno d'oggi, provare ad approfondire la conoscenza di noi stessi, in modo da capire a cosa dare maggior ascolto e priorità e cosa, invece, tenere più distante da noi.
Le mando un caro saluto,
Dott. Alessandro Rigutti
Credo che il suo quesito sia quantomai attuale e di cruciale importanza, considerando anche la grande quantità di programmi televisivi dedicati agli argomenti che ha citato. Sebbene lei sottolinei dei punti delicati, credo che la valutazione di ciò che osserviamo, così come anche la possibilità di concedere tempo e spazio delle nostre vite per la visione di taluni programmi, sia strettamente soggettiva e personale. In ogni caso, come le dicevo, la questione è delicata: spesso la televsione propone una modalità di diffusione delle informazioni molto "mainstream", vendibile ad un ampio pubblico fruitore del servizio, ed è difficile che in questo grande calderone ci possa poi essere anche, parallelamente, un'attenta e accurata base scientifica, così come una certa sensibilità. Sicuramente, sembra che oggi certi argomenti di molte serie televisive, o programmi in generale, rintraccino l'interesse di molti e questo ci deve far interrogare su cosa riteniamo importante e intrigante oggi e, soprattutto, cosa ce ne facciamo delle informazioni che ascoltiamo. I potenziali rischi sulla salute psicologica, probabilmente, non è ancora possibile tracciarli con precisione ed evidenza scientifica, ma sicuramente molti studi si staranno ponendo quesiti simili e staranno cercando di trovare delle risposte. Ovviamente, rispondendo anche alla sua ultima domanda, sento che non sia affatto giusto e che sia oltremodo pericoloso "mortificare disturbi psichiatrici", abusare di termini diagnostici in maniera impropria e rendere "mainstream" aspetti che invece dovrebbero essere toccati con delicatezza e conoscenza.
Quel che vorrei sottolineare, però, è che credo sia davvero importante, soprattutto al giorno d'oggi, provare ad approfondire la conoscenza di noi stessi, in modo da capire a cosa dare maggior ascolto e priorità e cosa, invece, tenere più distante da noi.
Le mando un caro saluto,
Dott. Alessandro Rigutti
Buonasera Federica, è vero che la spettacolarizzazione del dolore è sempre di cattivo gusto, ma un’informazione corretta può avere un ruolo importante nel favorire consapevolezza e richiesta di aiuto. Il confine sta nello sguardo critico: quando prevalgono sensazionalismo e semplificazioni si rischiano ansia, distorsioni della realtà e stigma. Possiamo decidere, individualmente almeno, di non essere vittime di situazioni e contesti non edicativi.
Gentile Federica, il boom dei programmi di cronaca nera e true crime riflette un mix di curiosità umana per il "perché" dei crimini e un format avvincente che mescola informazione con suspense, ma il confine tra curiosità sana e morbosità si assottiglia quando prevale lo sfruttamento del dolore altrui per audience. La curiosità diventa informazione quando educa su prevenzione o meccanismi sociali, come nel denunciare abusi domestici, favorendo consapevolezza e denunce.
Scivola in morbosità quando si concentra ossessivamente su dettagli gore o sull'assassino come "eroe tragico", alimentando un "cannibalismo psicologico" che nutre le paure personali senza offrire closure.Il consumo eccessivo può generare dipendenza simile al doomscrolling, con aumento di ansia, paranoia e percezione distorta del pericolo (pensando che i crimini siano più comuni di quanto non siano).
In soggetti predisposti, porta a stress cronico, incubi, isolamento sociale e, raramente, rischio di imitazione; non è una dipendenza clinica formale, ma un comportamento compulsivo che erode il benessere.
Scivola in morbosità quando si concentra ossessivamente su dettagli gore o sull'assassino come "eroe tragico", alimentando un "cannibalismo psicologico" che nutre le paure personali senza offrire closure.Il consumo eccessivo può generare dipendenza simile al doomscrolling, con aumento di ansia, paranoia e percezione distorta del pericolo (pensando che i crimini siano più comuni di quanto non siano).
In soggetti predisposti, porta a stress cronico, incubi, isolamento sociale e, raramente, rischio di imitazione; non è una dipendenza clinica formale, ma un comportamento compulsivo che erode il benessere.
Gentile Federica,
la sua è una domanda tutt’altro che insolita, anzi estremamente attuale e molto centrata, perché tocca un fenomeno culturale che ha un impatto reale sul modo in cui pensiamo, sentiamo e interpretiamo la realtà.
Il confine tra informazione e morbosità esiste, ma non è netto: è un equilibrio sottile che dipende sia da come il contenuto viene costruito, sia da come viene fruito. L’informazione sana ha l’obiettivo di spiegare, contestualizzare, aumentare consapevolezza e senso critico; l’intrattenimento morboso invece tende a enfatizzare dettagli emotivamente forti, a spettacolarizzare il dolore, a creare coinvolgimento più attraverso lo shock che attraverso la comprensione. Quando il focus si sposta dal “capire” al “sentire forte”, siamo già più vicini al secondo polo.
Il successo del true crime si basa anche su meccanismi psicologici profondi: curiosità verso ciò che è estremo, bisogno di dare un senso al male, illusione di controllo (“se capisco come succede, posso evitarlo”), e anche una forma di attivazione emotiva che può diventare, per alcune persone, ricercata. In questo senso, più che una vera e propria dipendenza in senso clinico, si può parlare di un consumo compulsivo o regolativo, cioè utilizzato per gestire stati interni come noia, ansia o bisogno di stimolazione.
I rischi sulla salute psicologica dipendono molto dalla quantità e dalla modalità di esposizione. Un consumo intenso e continuativo può aumentare la percezione di pericolo nel mondo, alimentare ansia, ipervigilanza, sfiducia nelle relazioni, oppure desensibilizzare rispetto alla sofferenza altrui. In alcuni casi può anche rinforzare schemi di pensiero rigidi, come la tendenza a categorizzare le persone in “buoni” e “cattivi”.
Sul piano etico, la questione è ancora più delicata. Fare diagnosi “a distanza”, senza una valutazione clinica diretta, non è corretto dal punto di vista deontologico. Quando nei media si utilizzano etichette come “narcisista”, “psicopatico” o simili in modo semplificato o sensazionalistico, si rischia non solo di banalizzare concetti complessi, ma anche di contribuire a stigmatizzare i disturbi psicologici. La “mostrificazione” crea una narrazione accattivante, ma distorce la realtà clinica e sociale.
Allo stesso tempo, come ha giustamente osservato, esiste anche un lato positivo: questi contenuti possono aumentare la consapevolezza su temi importanti come la violenza, favorire il riconoscimento di dinamiche disfunzionali e, in alcuni casi, spingere le persone a chiedere aiuto. Il punto quindi non è demonizzare il fenomeno, ma sviluppare uno sguardo critico su di esso.
La differenza la fa molto anche la posizione dello spettatore: chiedersi “sto guardando per capire o per sentire qualcosa di forte?”, “come mi sento dopo?”, “questo contenuto mi arricchisce o mi lascia agitata?” sono domande utili per orientarsi.
Se vuole, possiamo anche approfondire insieme questo tema da un punto di vista ancora più psicologico, ad esempio esplorando perché alcuni contenuti attraggono più di altri o come costruire un rapporto più consapevole con questo tipo di esposizione.
la sua è una domanda tutt’altro che insolita, anzi estremamente attuale e molto centrata, perché tocca un fenomeno culturale che ha un impatto reale sul modo in cui pensiamo, sentiamo e interpretiamo la realtà.
Il confine tra informazione e morbosità esiste, ma non è netto: è un equilibrio sottile che dipende sia da come il contenuto viene costruito, sia da come viene fruito. L’informazione sana ha l’obiettivo di spiegare, contestualizzare, aumentare consapevolezza e senso critico; l’intrattenimento morboso invece tende a enfatizzare dettagli emotivamente forti, a spettacolarizzare il dolore, a creare coinvolgimento più attraverso lo shock che attraverso la comprensione. Quando il focus si sposta dal “capire” al “sentire forte”, siamo già più vicini al secondo polo.
Il successo del true crime si basa anche su meccanismi psicologici profondi: curiosità verso ciò che è estremo, bisogno di dare un senso al male, illusione di controllo (“se capisco come succede, posso evitarlo”), e anche una forma di attivazione emotiva che può diventare, per alcune persone, ricercata. In questo senso, più che una vera e propria dipendenza in senso clinico, si può parlare di un consumo compulsivo o regolativo, cioè utilizzato per gestire stati interni come noia, ansia o bisogno di stimolazione.
I rischi sulla salute psicologica dipendono molto dalla quantità e dalla modalità di esposizione. Un consumo intenso e continuativo può aumentare la percezione di pericolo nel mondo, alimentare ansia, ipervigilanza, sfiducia nelle relazioni, oppure desensibilizzare rispetto alla sofferenza altrui. In alcuni casi può anche rinforzare schemi di pensiero rigidi, come la tendenza a categorizzare le persone in “buoni” e “cattivi”.
Sul piano etico, la questione è ancora più delicata. Fare diagnosi “a distanza”, senza una valutazione clinica diretta, non è corretto dal punto di vista deontologico. Quando nei media si utilizzano etichette come “narcisista”, “psicopatico” o simili in modo semplificato o sensazionalistico, si rischia non solo di banalizzare concetti complessi, ma anche di contribuire a stigmatizzare i disturbi psicologici. La “mostrificazione” crea una narrazione accattivante, ma distorce la realtà clinica e sociale.
Allo stesso tempo, come ha giustamente osservato, esiste anche un lato positivo: questi contenuti possono aumentare la consapevolezza su temi importanti come la violenza, favorire il riconoscimento di dinamiche disfunzionali e, in alcuni casi, spingere le persone a chiedere aiuto. Il punto quindi non è demonizzare il fenomeno, ma sviluppare uno sguardo critico su di esso.
La differenza la fa molto anche la posizione dello spettatore: chiedersi “sto guardando per capire o per sentire qualcosa di forte?”, “come mi sento dopo?”, “questo contenuto mi arricchisce o mi lascia agitata?” sono domande utili per orientarsi.
Se vuole, possiamo anche approfondire insieme questo tema da un punto di vista ancora più psicologico, ad esempio esplorando perché alcuni contenuti attraggono più di altri o come costruire un rapporto più consapevole con questo tipo di esposizione.
Gentile Federica,
la sua è una domanda molto attuale e tutt’altro che insolita: intercetta un fenomeno culturale e psicologico in forte crescita.
Il successo dei programmi di cronaca nera e true crime si colloca su un confine sottile tra informazione, bisogno di comprensione e intrattenimento. Da un lato, come giustamente osserva, questi contenuti possono avere una funzione sociale importante: aumentano la consapevolezza su temi come la violenza domestica, favoriscono il riconoscimento di dinamiche disfunzionali e, in alcuni casi, incoraggiano la richiesta di aiuto.
Dall’altro lato, il rischio emerge quando il focus si sposta dalla comprensione alla spettacolarizzazione del dolore. Il “filo sottile” che lei cita può essere individuato proprio nell’intenzione e nell’effetto:
informazione sana → mira a contestualizzare, spiegare, sensibilizzare;
intrattenimento morboso → enfatizza dettagli cruenti, polarizza emotivamente e riduce la complessità a narrazioni semplificate (buono/cattivo).
Per quanto riguarda una possibile “dipendenza”, non esiste una diagnosi specifica legata al true crime, ma è possibile sviluppare un uso problematico di questi contenuti. Alcuni segnali possono essere:
bisogno crescente di fruirne (anche in modo compulsivo);
difficoltà a interrompere la visione;
impatto sul tono dell’umore o sul sonno;
aumento di ansia, paura o diffidenza verso gli altri.
I potenziali rischi psicologici includono infatti:
desensibilizzazione alla violenza;
iperattivazione emotiva (ansia, paura, senso di minaccia costante);
distorsione della percezione della realtà (il mondo percepito come più pericoloso di quanto sia);
identificazione eccessiva con vittime o aggressori.
Un punto molto delicato, che lei solleva con grande lucidità, riguarda la deontologia. Effettuare diagnosi in diretta o attribuire etichette come “narcisista” in modo superficiale è problematico per diversi motivi:
una diagnosi psicologica richiede un contesto clinico, tempo e strumenti adeguati;
si rischia di stigmatizzare i disturbi mentali, associandoli automaticamente alla pericolosità;
si semplificano fenomeni complessi, contribuendo a disinformazione.
La “mostrificazione” di alcuni disturbi, come il narcisismo, può portare a una visione distorta sia della psicopatologia sia delle persone che ne soffrono, aumentando lo stigma e riducendo la possibilità di comprensione reale.
In sintesi, questi contenuti non sono “negativi” in sé, ma è importante sviluppare una fruizione consapevole, mantenendo uno sguardo critico e monitorando il proprio coinvolgimento emotivo.
Se queste riflessioni toccano aspetti personali o suscitano dubbi più profondi, può essere utile approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio il proprio rapporto con questi contenuti e il loro impatto emotivo.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la sua è una domanda molto attuale e tutt’altro che insolita: intercetta un fenomeno culturale e psicologico in forte crescita.
Il successo dei programmi di cronaca nera e true crime si colloca su un confine sottile tra informazione, bisogno di comprensione e intrattenimento. Da un lato, come giustamente osserva, questi contenuti possono avere una funzione sociale importante: aumentano la consapevolezza su temi come la violenza domestica, favoriscono il riconoscimento di dinamiche disfunzionali e, in alcuni casi, incoraggiano la richiesta di aiuto.
Dall’altro lato, il rischio emerge quando il focus si sposta dalla comprensione alla spettacolarizzazione del dolore. Il “filo sottile” che lei cita può essere individuato proprio nell’intenzione e nell’effetto:
informazione sana → mira a contestualizzare, spiegare, sensibilizzare;
intrattenimento morboso → enfatizza dettagli cruenti, polarizza emotivamente e riduce la complessità a narrazioni semplificate (buono/cattivo).
Per quanto riguarda una possibile “dipendenza”, non esiste una diagnosi specifica legata al true crime, ma è possibile sviluppare un uso problematico di questi contenuti. Alcuni segnali possono essere:
bisogno crescente di fruirne (anche in modo compulsivo);
difficoltà a interrompere la visione;
impatto sul tono dell’umore o sul sonno;
aumento di ansia, paura o diffidenza verso gli altri.
I potenziali rischi psicologici includono infatti:
desensibilizzazione alla violenza;
iperattivazione emotiva (ansia, paura, senso di minaccia costante);
distorsione della percezione della realtà (il mondo percepito come più pericoloso di quanto sia);
identificazione eccessiva con vittime o aggressori.
Un punto molto delicato, che lei solleva con grande lucidità, riguarda la deontologia. Effettuare diagnosi in diretta o attribuire etichette come “narcisista” in modo superficiale è problematico per diversi motivi:
una diagnosi psicologica richiede un contesto clinico, tempo e strumenti adeguati;
si rischia di stigmatizzare i disturbi mentali, associandoli automaticamente alla pericolosità;
si semplificano fenomeni complessi, contribuendo a disinformazione.
La “mostrificazione” di alcuni disturbi, come il narcisismo, può portare a una visione distorta sia della psicopatologia sia delle persone che ne soffrono, aumentando lo stigma e riducendo la possibilità di comprensione reale.
In sintesi, questi contenuti non sono “negativi” in sé, ma è importante sviluppare una fruizione consapevole, mantenendo uno sguardo critico e monitorando il proprio coinvolgimento emotivo.
Se queste riflessioni toccano aspetti personali o suscitano dubbi più profondi, può essere utile approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio il proprio rapporto con questi contenuti e il loro impatto emotivo.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile Federica, il confine tra informazione e morbosità sta nell’intenzione e nel modo in cui il contenuto è proposto: si informa quando si aiuta a comprendere e prevenire, si scivola nella morbosità quando si punta soprattutto a suscitare emozioni forti senza reale approfondimento.
ll successo del true crime si può legare a diversi fattori psicologici: il bisogno di dare senso al male, il tentativo di controllare l’imprevedibile e una componente più istintiva legata alla fascinazione per il pericolo. In questo senso, non è patologico interessarsi a questi contenuti. Tuttavia, quando il consumo diventa eccessivo, ripetitivo e difficilmente controllabile, e soprattutto quando influisce sull’umore, sul sonno o sulla percezione del mondo , possiamo iniziare a parlare di un uso problematico.
Sul piano deontologico, formulare diagnosi in TV senza valutazione clinica è scorretto: semplifica disturbi complessi e favorisce la stigmatizzazione.
Un caro saluto
ll successo del true crime si può legare a diversi fattori psicologici: il bisogno di dare senso al male, il tentativo di controllare l’imprevedibile e una componente più istintiva legata alla fascinazione per il pericolo. In questo senso, non è patologico interessarsi a questi contenuti. Tuttavia, quando il consumo diventa eccessivo, ripetitivo e difficilmente controllabile, e soprattutto quando influisce sull’umore, sul sonno o sulla percezione del mondo , possiamo iniziare a parlare di un uso problematico.
Sul piano deontologico, formulare diagnosi in TV senza valutazione clinica è scorretto: semplifica disturbi complessi e favorisce la stigmatizzazione.
Un caro saluto
Buongiorno Federica, il quesito che pone è davvero interessante. Che dire, noi viviamo in un'epoca di "tutto e subito" ed apparenza, in cui spesso quello a cui si ambisce non è il risultato finale dato da fatica e in questo caso indagine ma una notizia il più veloce possibile, che possa essere sui social o anche in tv. La cronaca di certo rispecchia la nostra società. Per quanto riguarda le diagnosi è essenziale farle con i giusti dati, indagando potremmo capire anche che tipo di personalità aveva Napoleone ma io sono più che sicura che la certezza non l'avremo mai non avendo mai avuto modo di parlarci. Per cui poste con cautela si possono usare, senza però sminuirle come spesso avviene per renderle fruibili ai più. Tutto ha la sua complessità e il suo tempo per essere capito, che sia una diagnosi psicologica o un caso di cronaca. Quello che vediamo attraverso i social o la tv va preso con le pinze, non sempre corrisponde a verità o perlomeno non tutta, per questo servirebbe creare uno spirito critico che spesso manca con l'utilizzo di certe piattaforme. Per quanto riguarda la dipendenza, tutto potenzialmente potrebbe esserlo se attiva l'individuo, quindi in alcuni soggetti può essere che sopperisca alcuni suoi bisogni. Lei che ne pensa invece?
Gentile Federica, il tuo quesito non è affatto insolito; al contrario, tocca uno dei nodi più critici della comunicazione contemporanea, dove il confine tra servizio pubblico e spettacolarizzazione del dolore si fa sempre più labile.
La "morbosità" si può manifestare quando il dolore privato diventa un "prodotto" da consumare, che non aggiunge alcun valore informativo reale.
Per quanto riguarda il tema della dipendenza, la psicologia moderna riconosce dei meccanismi specifici legati al consumo di true crime: da un lato il cosiddetto "sollievo vicario", ovvero quella scarica di dopamina e adrenalina che deriva dal guardare il pericolo dalla sicurezza del proprio divano, e dall'altro un'iper-vigilanza che può paradossalmente aumentare l'ansia anziché placarla. I rischi per la salute psicologica sono concreti e includono la desensibilizzazione, ovvero una riduzione dell'empatia reale dovuta all'abitudine all'orrore, e la cosiddetta "Sindrome del Mondo Malvagio" (Mean World Syndrome), un bias cognitivo che porta l'individuo a percepire la realtà come molto più pericolosa di quanto non dicano le statistiche.
Il punto più dolente riguarda l'etica e la "mostrificazione" dei disturbi psichiatrici. Effettuare diagnosi a distanza o etichettare qualcuno in diretta TV, magari abusando di termini come "narcisista", è deontologicamente scorretto. Una diagnosi richiede colloqui clinici e osservazione diretta, non può basarsi su frammenti video. Utilizzare la psichiatria come strumento di giudizio mediatico non solo stigmatizza chi soffre di reali disturbi di personalità senza essere violento, ma semplifica eccessivamente il crimine, oscurando le responsabilità individuali e le concause sociali.
Il dualismo del mezzo televisivo: se da un lato può aiutare a riconoscere i segnali di un abuso, dall'altro rischia di trasformare la tragedia in un circo mediatico. Cordialmente Dott.ssa Alessia D'Angelo
La "morbosità" si può manifestare quando il dolore privato diventa un "prodotto" da consumare, che non aggiunge alcun valore informativo reale.
Per quanto riguarda il tema della dipendenza, la psicologia moderna riconosce dei meccanismi specifici legati al consumo di true crime: da un lato il cosiddetto "sollievo vicario", ovvero quella scarica di dopamina e adrenalina che deriva dal guardare il pericolo dalla sicurezza del proprio divano, e dall'altro un'iper-vigilanza che può paradossalmente aumentare l'ansia anziché placarla. I rischi per la salute psicologica sono concreti e includono la desensibilizzazione, ovvero una riduzione dell'empatia reale dovuta all'abitudine all'orrore, e la cosiddetta "Sindrome del Mondo Malvagio" (Mean World Syndrome), un bias cognitivo che porta l'individuo a percepire la realtà come molto più pericolosa di quanto non dicano le statistiche.
Il punto più dolente riguarda l'etica e la "mostrificazione" dei disturbi psichiatrici. Effettuare diagnosi a distanza o etichettare qualcuno in diretta TV, magari abusando di termini come "narcisista", è deontologicamente scorretto. Una diagnosi richiede colloqui clinici e osservazione diretta, non può basarsi su frammenti video. Utilizzare la psichiatria come strumento di giudizio mediatico non solo stigmatizza chi soffre di reali disturbi di personalità senza essere violento, ma semplifica eccessivamente il crimine, oscurando le responsabilità individuali e le concause sociali.
Il dualismo del mezzo televisivo: se da un lato può aiutare a riconoscere i segnali di un abuso, dall'altro rischia di trasformare la tragedia in un circo mediatico. Cordialmente Dott.ssa Alessia D'Angelo
Gentile Federica, la sua è una riflessione molto interessante e tutt’altro che insolita. Il crescente interesse verso programmi di cronaca nera e true crime è un fenomeno ampio, che coinvolge aspetti psicologici, sociali e culturali.
Il confine tra informazione e morbosità è spesso sottile e dipende sia da come i contenuti vengono proposti, sia da come vengono fruiti. L’interesse può essere legato al bisogno di comprendere eventi complessi o di sentirsi più preparati rispetto ai rischi, ma può trasformarsi in qualcosa di più problematico quando prevale una ricerca continua di contenuti sempre più intensi o disturbanti, con possibile desensibilizzazione emotiva o aumento dell’ansia.
Più che di una vera e propria “dipendenza”, nella maggior parte dei casi si parla di un consumo eccessivo o poco consapevole. Tuttavia, se questo tipo di contenuti incide sull’umore, sul sonno o sulla percezione della realtà (ad esempio aumentando la paura o la sfiducia), è utile interrogarsi sul proprio modo di fruirne.
Per quanto riguarda l’aspetto deontologico, effettuare diagnosi a distanza o in contesti mediatici è generalmente scorretto, poiché semplifica eccessivamente la complessità dei disturbi psicologici e rischia di alimentare stigma e stereotipi. La “spettacolarizzazione” di alcuni disturbi, come il narcisismo, può infatti portare a una visione distorta e poco rigorosa dal punto di vista clinico.
In sintesi, questi contenuti possono avere anche una funzione informativa, ma è importante mantenerne una fruizione critica e consapevole, prestando attenzione al proprio benessere psicologico.
Il confine tra informazione e morbosità è spesso sottile e dipende sia da come i contenuti vengono proposti, sia da come vengono fruiti. L’interesse può essere legato al bisogno di comprendere eventi complessi o di sentirsi più preparati rispetto ai rischi, ma può trasformarsi in qualcosa di più problematico quando prevale una ricerca continua di contenuti sempre più intensi o disturbanti, con possibile desensibilizzazione emotiva o aumento dell’ansia.
Più che di una vera e propria “dipendenza”, nella maggior parte dei casi si parla di un consumo eccessivo o poco consapevole. Tuttavia, se questo tipo di contenuti incide sull’umore, sul sonno o sulla percezione della realtà (ad esempio aumentando la paura o la sfiducia), è utile interrogarsi sul proprio modo di fruirne.
Per quanto riguarda l’aspetto deontologico, effettuare diagnosi a distanza o in contesti mediatici è generalmente scorretto, poiché semplifica eccessivamente la complessità dei disturbi psicologici e rischia di alimentare stigma e stereotipi. La “spettacolarizzazione” di alcuni disturbi, come il narcisismo, può infatti portare a una visione distorta e poco rigorosa dal punto di vista clinico.
In sintesi, questi contenuti possono avere anche una funzione informativa, ma è importante mantenerne una fruizione critica e consapevole, prestando attenzione al proprio benessere psicologico.
Gentile Federica,
la ringrazio per aver condiviso queste riflessioni così puntuali e attuali. Il suo quesito non è affatto insolito; al contrario, tocca nodi cruciali del dibattito psicologico e mediatico contemporaneo.
Il confine tra sana informazione e morbosità risiede spesso nell'intenzione comunicativa: l'informazione mira a fornire strumenti di comprensione e prevenzione (come il prezioso incentivo alla denuncia che lei citava), mentre l'intrattenimento "noir" punta a sollecitare risposte emotive forti e viscerali, trasformando il dolore in uno spettacolo consumabile.
Per rispondere ai suoi punti specifici:
Dipendenza e Rischi: Più che di una nuova dipendenza, potremmo parlare di una forma di iper-stimolazione. Il rischio è la desensibilizzazione empatica: l'esposizione continua all'orrore può paradossalmente rendere più difficile provare empatia reale per le vittime, riducendole a "personaggi" di una narrazione. Inoltre, in soggetti predisposti, può alimentare stati d'ansia e una percezione del mondo come luogo intrinsecamente ostile (la cosiddetta Mean World Syndrome).
L'aspetto Deontologico: Questo è il punto più critico. Effettuare diagnosi a distanza o "in diretta" senza una valutazione clinica diretta è deontologicamente scorretto e professionalmente rischioso. La "mostrificazione" di etichette come il Narcisismo non fa che alimentare lo stigma verso i disturbi psichiatrici, riducendo la complessità di un individuo a un cliché mediatico e ostacolando la reale comprensione della salute mentale.
Il compito di noi professionisti è proprio quello di riportare il focus sulla complessità clinica e sul rispetto della dignità umana, lontano dalle semplificazioni televisive.
La ringrazio ancora per lo spunto di riflessione e le auguro il meglio per i suoi interessi.
Un cordiale saluto,
Dr Claudio Puliatti, Psicologo online e in presenza (Roma)
la ringrazio per aver condiviso queste riflessioni così puntuali e attuali. Il suo quesito non è affatto insolito; al contrario, tocca nodi cruciali del dibattito psicologico e mediatico contemporaneo.
Il confine tra sana informazione e morbosità risiede spesso nell'intenzione comunicativa: l'informazione mira a fornire strumenti di comprensione e prevenzione (come il prezioso incentivo alla denuncia che lei citava), mentre l'intrattenimento "noir" punta a sollecitare risposte emotive forti e viscerali, trasformando il dolore in uno spettacolo consumabile.
Per rispondere ai suoi punti specifici:
Dipendenza e Rischi: Più che di una nuova dipendenza, potremmo parlare di una forma di iper-stimolazione. Il rischio è la desensibilizzazione empatica: l'esposizione continua all'orrore può paradossalmente rendere più difficile provare empatia reale per le vittime, riducendole a "personaggi" di una narrazione. Inoltre, in soggetti predisposti, può alimentare stati d'ansia e una percezione del mondo come luogo intrinsecamente ostile (la cosiddetta Mean World Syndrome).
L'aspetto Deontologico: Questo è il punto più critico. Effettuare diagnosi a distanza o "in diretta" senza una valutazione clinica diretta è deontologicamente scorretto e professionalmente rischioso. La "mostrificazione" di etichette come il Narcisismo non fa che alimentare lo stigma verso i disturbi psichiatrici, riducendo la complessità di un individuo a un cliché mediatico e ostacolando la reale comprensione della salute mentale.
Il compito di noi professionisti è proprio quello di riportare il focus sulla complessità clinica e sul rispetto della dignità umana, lontano dalle semplificazioni televisive.
La ringrazio ancora per lo spunto di riflessione e le auguro il meglio per i suoi interessi.
Un cordiale saluto,
Dr Claudio Puliatti, Psicologo online e in presenza (Roma)
Buongiorno Federica, la ringrazio per aver condiviso il suo quesito con tanta chiarezza e attenzione. Quello che descrive è una riflessione molto interessante e delicata, perché tocca non solo aspetti di curiosità o intrattenimento, ma anche le modalità con cui il nostro cervello e le nostre emozioni rispondono a contenuti che possono essere intensamente coinvolgenti e, talvolta, ansiogeni. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale possiamo osservare che quando ci esponiamo ripetutamente a immagini o storie che suscitano paura, sgomento o fascinazione morbosa, spesso si attivano schemi di pensiero automatici e emozioni forti, come ansia, inquietudine o eccitazione, che possono spingerci a cercare continuamente quel tipo di stimolo, creando una sorta di circuito di rinforzo emotivo. In altre parole, la linea tra curiosità legittima e ricerca compulsiva di contenuti drammatici può diventare molto sottile, e spesso non ci si rende conto di quanto tempo ed energia mentale stiamo investendo in questo. Riguardo ai rischi psicologici, è importante considerare che l’esposizione frequente a cronaca nera o true crime può rafforzare schemi di pensiero di tipo catastrofico, far emergere ansie non gestite o innescare preoccupazioni eccessive su sicurezza, ingiustizia o vulnerabilità personale. Quando questo avviene, il contenuto smette di essere semplice intrattenimento e inizia a influenzare la percezione della realtà, il livello di stress e le emozioni quotidiane. Allo stesso tempo, l’abitudine a giudicare comportamenti, disturbi o caratteristiche psicologiche di persone reali senza un’adeguata formazione può indurre convinzioni errate o stereotipi, oltre a rischiare di banalizzare sofferenze reali. Per questi motivi può essere molto utile, soprattutto se sta approfondendo questi temi per una tesi, prendere in considerazione strumenti teorici che permettano di osservare i fenomeni con rigore e consapevolezza. Un testo che potrebbe essere particolarmente utile in questo senso è “Quando il crimine è sublime” di Oriana Binik, che offre spunti interessanti per comprendere il confine tra informazione, intrattenimento e fascino morboso, oltre a riflettere sugli effetti psicologici e culturali di questi contenuti. In un lavoro accademico, inserire queste prospettive permette di mostrare come l’attrazione verso il true crime non sia soltanto curiosità, ma possa anche attivare determinati schemi di funzionamento mentale, e di analizzare come questi possano essere gestiti o regolati. Infine, considerare di esplorare, in parallelo, un percorso di supporto psicologico può aiutarla a osservare con maggiore chiarezza le proprie reazioni emotive a questi contenuti, a capire eventuali schemi automatici di pensiero che si attivano e a sviluppare strategie per vivere la curiosità in maniera consapevole senza che diventi fonte di stress o ansia. Questo approccio non solo arricchisce la comprensione accademica, ma le permette di tutelare anche il proprio benessere psicologico mentre approfondisce un tema complesso e affascinante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile Federica,
la tua domanda è tutt’altro che insolita, anzi intercetta un fenomeno molto attuale e complesso. Il crescente interesse per la cronaca nera e il true crime risponde a bisogni psicologici profondi: comprendere il male, sentirsi più preparati di fronte al pericolo, dare un senso a eventi che altrimenti apparirebbero incomprensibili. In questo senso, come giustamente osservi, l’informazione può avere anche una funzione sociale importante, ad esempio aumentando la consapevolezza su temi come la violenza e favorendo la possibilità di riconoscere e denunciare situazioni di abuso.
Il confine tra informazione e morbosità, però, diventa sottile quando il contenuto smette di essere orientato alla comprensione e alla contestualizzazione e inizia a puntare prevalentemente sull’impatto emotivo, sulla ripetizione insistita dei dettagli, sulla spettacolarizzazione del dolore. In questi casi il rischio è che il pubblico venga più “coinvolto” che informato, e che la narrazione perda complessità per diventare semplificata, polarizzata, spesso centrata su colpevoli e vittime in modo rigido.
Rispetto alla possibilità di parlare di una forma di dipendenza, è più corretto pensare a un uso problematico. Alcune persone possono sviluppare una forte attrazione verso questi contenuti, fino a cercarli in modo compulsivo, soprattutto nei momenti di ansia o noia. Questo può avere effetti sulla salute psicologica, ad esempio aumentando lo stato di allerta, la paura del mondo esterno o una visione più minacciosa della realtà. In altri casi, invece, può funzionare come una forma di regolazione emotiva, anche se non sempre efficace nel lungo periodo.
Sul piano etico e deontologico, il tema che sollevi è molto rilevante. Effettuare diagnosi in diretta o utilizzare etichette psicopatologiche in modo disinvolto (come nel caso del “narcisismo”) rischia di semplificare e distorcere concetti clinici complessi, contribuendo alla stigmatizzazione. Inoltre, senza una valutazione diretta e approfondita, parlare di diagnosi è metodologicamente scorretto. La “mostrificazione” di alcuni disturbi può creare una distanza rassicurante (“io non sono così”), ma al tempo stesso alimenta pregiudizi e disinformazione.
In sintesi, il fenomeno del true crime non è di per sé negativo, ma richiede uno sguardo critico. La differenza la fanno il modo in cui i contenuti sono costruiti e il modo in cui vengono fruiti. Mantenere una posizione riflessiva, interrogarsi su ciò che si guarda e su come ci fa sentire, è già un passo importante per restare nel campo della consapevolezza piuttosto che scivolare in quello della morbosità.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
la tua domanda è tutt’altro che insolita, anzi intercetta un fenomeno molto attuale e complesso. Il crescente interesse per la cronaca nera e il true crime risponde a bisogni psicologici profondi: comprendere il male, sentirsi più preparati di fronte al pericolo, dare un senso a eventi che altrimenti apparirebbero incomprensibili. In questo senso, come giustamente osservi, l’informazione può avere anche una funzione sociale importante, ad esempio aumentando la consapevolezza su temi come la violenza e favorendo la possibilità di riconoscere e denunciare situazioni di abuso.
Il confine tra informazione e morbosità, però, diventa sottile quando il contenuto smette di essere orientato alla comprensione e alla contestualizzazione e inizia a puntare prevalentemente sull’impatto emotivo, sulla ripetizione insistita dei dettagli, sulla spettacolarizzazione del dolore. In questi casi il rischio è che il pubblico venga più “coinvolto” che informato, e che la narrazione perda complessità per diventare semplificata, polarizzata, spesso centrata su colpevoli e vittime in modo rigido.
Rispetto alla possibilità di parlare di una forma di dipendenza, è più corretto pensare a un uso problematico. Alcune persone possono sviluppare una forte attrazione verso questi contenuti, fino a cercarli in modo compulsivo, soprattutto nei momenti di ansia o noia. Questo può avere effetti sulla salute psicologica, ad esempio aumentando lo stato di allerta, la paura del mondo esterno o una visione più minacciosa della realtà. In altri casi, invece, può funzionare come una forma di regolazione emotiva, anche se non sempre efficace nel lungo periodo.
Sul piano etico e deontologico, il tema che sollevi è molto rilevante. Effettuare diagnosi in diretta o utilizzare etichette psicopatologiche in modo disinvolto (come nel caso del “narcisismo”) rischia di semplificare e distorcere concetti clinici complessi, contribuendo alla stigmatizzazione. Inoltre, senza una valutazione diretta e approfondita, parlare di diagnosi è metodologicamente scorretto. La “mostrificazione” di alcuni disturbi può creare una distanza rassicurante (“io non sono così”), ma al tempo stesso alimenta pregiudizi e disinformazione.
In sintesi, il fenomeno del true crime non è di per sé negativo, ma richiede uno sguardo critico. La differenza la fanno il modo in cui i contenuti sono costruiti e il modo in cui vengono fruiti. Mantenere una posizione riflessiva, interrogarsi su ciò che si guarda e su come ci fa sentire, è già un passo importante per restare nel campo della consapevolezza piuttosto che scivolare in quello della morbosità.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
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