Sono un ragazzo di 24 anni che ha vissuto un infanzia pesante, e una storia familiare non eccessivam

Sono un ragazzo di 24 anni che ha vissuto un infanzia pesante, e una storia familiare non eccessivamente complessa ma logorante a livello psicologico. ho sempre sofferto di ''ansia da prestazione'' ma sempre sintomi gestibili e non invalidanti che avevo accettato far parte del mio carattere. tutto cambia quando a marzo di quest'anno post donazione di sangue al centro avis vengo colto per la seconda volta(mi spavento molto la prima) nella vita da una crisi vagale comune dopo le donazioni. da quel momento per due settimane ebbi il petto oppresso come da un torchio meccanico, tachicardia, palpitazioni, fiato corto e persino fobia di uscire di casa, di non poter fuggire da luoghi chiusi... finchè non scoprì post visita cardiologica essendomi preoccupato, ed analisi alla tiroide(avevo un nodulo che ora pare ritirato), che si trattavano di attacchi di ansia di cui non avevo la piu pallida idea dell esistenza, considerando l ansia che provavo prima come eccessiva pensavo non esistesse di peggio.. da quel momento ho iniziato un percorso da uno psicologo, mi prescrissero anche zoloft e xanax che non presi essendo di carattere un po scettico e ipocondriaco. afarmaco o un distaccamento essendo sempre pensieroso però nel caso mi ha specificato il dottore di tenere una bassa dose per vedere prima come va come mi consigliate di procedere? vi ringrazio in anticipo per la risposta

4 risposte


Posso solo immaginare il senso di smarrimento e di spavento che si prova quando, all'improvviso, il proprio corpo sembra trasformarsi in un territorio sconosciuto o in una trappola. Per anni ti sei abituato a portare un peso silenzioso — una storia familiare faticosa e un'ansia da prestazione che avevi imparato a mascherare da "carattere" —, costruendoti un'armatura invisibile fatta di vigilanza e autocontrollo. Finché la fortezza reggeva e tu riuscivi a gestire tutto, la sensazione era quella di avere il timone in mano. Poi arriva un giorno qualunque, un gesto generoso come una donazione di sangue, e il corpo ha un mancamento. In quel momento accade qualcosa di invisibile ma potentissimo: il corpo "cede" senza chiedere il tuo permesso. Per chi ha fatto del controllo la propria bussola di sopravvivenza, quella crisi vagale non è stata solo una reazione fisica, ma una vera e propria breccia nella diga. Attraverso quella spaccatura è straripata tutta la pressione che avevi accumulato e trattenuto dentro per anni. Quella sensazione al petto, che hai descritto in modo così nitido come un torchio meccanico, è una metafora somatica straordinaria. Il torchio non è un nemico arrivato all'improvviso a marzo, né il segnale che ti stai "rompendo": è la forma fisica che ha preso tutto il carico che ti sei messo sulle spalle per anni. Fino a quel giorno il torchio lavorava in silenzio nell'ombra; quando la diga ha ceduto, il tuo corpo ha semplicemente tirato il freno d'emergenza, usando il panico come un urlo per dirti che quel modo di vivere sotto morsa non era più sostenibile. In questa cornice, la tua prudenza e persino il tuo "scetticismo" verso i farmaci assumono un significato del tutto legittimo. La tentazione di non prendere lo Zoloft o lo Xanax non deve essere letta per forza come una "resistenza ipocondriaca" o come un limite, ma come il desiderio profondo di non anestetizzare il messaggio che il tuo corpo ti sta mandando a gran voce. Quando un corpo grida attraverso il panico, è comprensibile voler capire cosa sta succedendo prima di silenziare il segnale. Il timore di perdere la lucidità o di sentirti "staccato" racconta semplicemente quanto per te sia fondamentale rimanere presente a te stesso. Non c'è un percorso obbligato né una fretta che ti impone di prendere farmaci se non te la senti. Quella è un'opzione che rimane lì sullo sfondo, come uno strumento a cui attingere se e quando sarai tu a sentire il bisogno di una tregua, senza che questo rappresenti né una sconfitta né una resa. Invece di combattere il panico come un difetto da estirpare o da spegnere in fretta, puoi continuare a guardarlo come un messaggero spigoloso. Ti sta dicendo che è finito il tempo in cui potevi chiedere a te stesso di sopportare tutto in silenzio. Il percorso psicoterapeutico che hai iniziato è il tuo spazio reale per smontare quel torchio pezzo per pezzo, ascoltare la storia che c'è dietro e ritrovare la fiducia in un corpo che non ti sta tradendo, ma sta solo chiedendo di essere ascoltato in modo diverso.

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Ha già fatto un passo importante iniziando un percorso psicologico. Per quanto riguarda i farmaci, le consiglio di attenersi alle indicazioni del medico che glieli ha prescritti, condividendo con lui i suoi dubbi e le sue paure, così da valutare insieme come procedere. Non deve affrontare tutto da solo: si dia il tempo di lavorare sulla sua ansia, senza sentirsi in dovere di gestire ogni sintomo autonomamente.


Salve, la ringrazio per la sua condivisione. Da ciò che racconta, ha attraversato un periodo particolarmente difficile, durante il quale sono comparsi sintomi fisici e preoccupazioni che hanno inciso sulla sua quotidianità. Comprendo che possa essere difficile orientarsi, soprattutto quando non si ha la certezza di come interpretare ciò che si sta vivendo. Per quanto riguarda la terapia farmacologica, è importante non attribuire automaticamente i sintomi all'ansia, ma continuare a confrontarsi con il medico per valutare eventuali cause organiche. Considerando che le è stata prescritta una terapia e che ha dubbi rispetto alla sua assunzione, le suggerisco di parlarne apertamente con il medico prescrittore, chiedendo chiarimenti sui benefici attesi, sui possibili effetti collaterali e sulle modalità di assunzione. Sarà lui a poter valutare insieme a lei come procedere, senza modificare autonomamente le indicazioni ricevute. Parallelamente, proseguire il percorso psicologico può offrirle uno spazio per approfondire le esperienze passate e le difficoltà attuali, con i suoi tempi e senza sentirsi obbligato a trovare subito tutte le risposte. Se avesse bisogno di uno spazio di ascolto nella quale condividere i suoi vissuti, considerare un professionista potrebbe essere di aiuto. Rimango a disposizione Dott.ssa Martina Mari


Buongiorno, dal suo racconto sembra che l’episodio avvenuto dopo la donazione abbia rappresentato una sorta di spartiacque. Una sensazione fisica improvvisa e molto spaventosa può portare la mente a diventare estremamente attenta al corpo e a tutto ciò che potrebbe ricordare quella prima esperienza. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, il meccanismo potrebbe essere diventato qualcosa di simile: compare una sensazione fisica, per esempio tachicardia, fiato corto o oppressione, lei la interpreta come il possibile inizio di qualcosa di pericoloso, aumenta l’allarme e di conseguenza aumentano anche le sensazioni corporee. A quel punto ciò che sente sembra confermare che ci sia davvero qualcosa da temere. Dopo alcuni episodi è comprensibile che inizi anche una seconda paura: non soltanto stare male, ma stare male in un posto dal quale ritiene difficile allontanarsi. Da qui possono nascere il timore dei luoghi chiusi, dell’essere lontano da casa o del non avere una via di fuga immediata. Il fatto che prima conducesse la sua vita senza queste limitazioni può rendere tutto ancora più frustrante. Potrebbe comparire il pensiero “prima riuscivo a fare tutto, adesso cosa mi è successo?”, che rischia di aggiungere ulteriore pressione. In questo momento sarebbe utile non impostare il recupero sull’obiettivo di non sentire più alcuna ansia. Più tenta di controllare continuamente il corpo per verificare se è tornato “normale”, più rimane in ascolto di ogni piccola variazione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, un passaggio importante è invece imparare gradualmente a tollerare le sensazioni senza interpretarle subito come l’inizio di una crisi e, soprattutto, evitare che l’ansia decida progressivamente quali luoghi può frequentare e quali no. Per questo può essere molto utile continuare il percorso psicologico già iniziato, lavorando in modo concreto sulle situazioni che oggi evita, sui pensieri che compaiono prima di affrontarle e sui comportamenti che usa per sentirsi più sicuro. Anche portare in seduta la sua tendenza a monitorare continuamente ciò che prova può essere particolarmente importante. Lei accenna inoltre a una sensazione di distacco e al dubbio che possa dipendere da un trattamento che le è stato prescritto. Su questo non sarebbe corretto dare un parere psicologico o modificare indicazioni mediche. Qualunque dubbio relativo agli effetti, alla dose o alla prosecuzione di una terapia va riportato direttamente al medico che la sta seguendo, descrivendo con precisione quando compare quella sensazione, quanto dura e quanto interferisce con la giornata. Sul piano psicologico, però, è utile sapere che quando una persona è molto concentrata sulle proprie sensazioni può iniziare a notare anche esperienze percettive o di estraneità che diventano poi oggetto di ulteriore controllo: “perché mi sento così?”, “è normale?”, “sta succedendo qualcosa alla mia mente?”. Più cerca una spiegazione immediata, più facilmente il fenomeno diventa centrale. Mi sembra importante anche la sua storia precedente di ansia da prestazione e il riferimento a un’infanzia psicologicamente pesante. Non necessariamente spiegano direttamente ciò che è accaduto a marzo, ma potrebbero aver contribuito a costruire alcuni schemi legati al controllo, alla vulnerabilità, al bisogno di essere preparato e alla difficoltà a tollerare sensazioni imprevedibili. Un percorso ad orientamento cognitivo comportamentale potrebbe aiutarla proprio a collegare questi aspetti senza ridurre tutto a “sono fatto così” oppure “ho qualcosa che non va”. L’obiettivo sarebbe comprendere perché proprio quell’episodio abbia acceso un sistema di allarme così persistente e come interrompere gradualmente il circolo tra sensazione, interpretazione catastrofica, paura ed evitamento. Il fatto che abbia già ripreso alcune attività è un elemento importante, ma cercherei di non utilizzare ogni giornata come una verifica del tipo “sono guarito oppure no?”. Il recupero raramente procede in linea retta. Può avere giornate molto buone e poi un episodio più intenso senza che questo significhi essere tornato al punto di partenza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero

Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.