Salve, vorrei un vostro parere su una situazione di bullismo e cyberbullismo subiti durante il liceo

24 risposte
Salve, vorrei un vostro parere su una situazione di bullismo e cyberbullismo subiti durante il liceo, in una classe quasi tutta femminile. A 32 anni, ho scoperto in un gruppo segreto su Facebook, al quale mi hanno aggiunta senza preavviso per rimpatriate, commenti e post denigratori risalenti al quinto anno, quando ero già privatista e lontana dalla classe.

In occasione della giornata contro il bullismo, ho lasciato un commento invitando le ragazze a rimuovere quei contenuti, sottolineando che danneggiano l’immagine di chi lavora nelle scuole. Ho risposto punto per punto alle loro minimizzazioni e tentativi di gaslighting — tra cui il “ci sono modi e modi” di affrontare certe situazioni o la negazione del ricordo degli episodi — e da allora non hanno più replicato, ma non è arrivata alcuna scusa.
Sto valutando di contattare un mio ex professore di psicologia e sociologia, esperto di bullismo, per un confronto e una possibile chiusura personale. In passato, la mia psicologa mi aveva consigliato di parlare direttamente con le ex bulle per chiudere questo capitolo e capire dove la vita le abbia portate. Tuttavia, dopo l’esperienza negativa di questo recente confronto online, nutro dubbi sull’efficacia di quella strada.

Aggiungo che già in terzo liceo circolavano su Facebook foto scattate durante gite o compleanni, accompagnate da prese in giro sul mio aspetto, sul modo di vestire e su altri aspetti personali. Non avendo Facebook all’epoca, ne sono venuta a conoscenza solo anni dopo — e quei contenuti sono ancora visibili.

Chiedo un parere: ha senso cercare questo confronto ora con il professore, a distanza di anni, oppure rischio solo di riaprire ferite senza benefici? Preciso che all’epoca dovetti ritirarmi dalla scuola per salvaguardare la mia salute mentale già compromessa, e la docente responsabile si limitò a una ramanzina generale alla classe, che mi isolò ulteriormente.
Vi ringrazio per l'attenzione.
Saluti
Dott.ssa Maria Carla del Vaglio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Napoli
Buongiorno,
la ringrazio per la fiducia con cui condivide una vicenda tanto delicata quanto significativa. Le parole che usa lasciano trasparire quanto a distanza di anni le ferite di quel periodo siano ancora aperte e, soprattutto, come i recenti eventi abbiano riacceso un dolore mai del tutto elaborato.
La possibilità di confrontarsi oggi con il professore di psicologia e sociologia potrebbe rappresentare una scelta utile, purché orientata non tanto alla ricerca di un “giudizio esterno” o di una forma di riparazione che purtroppo sembra non essere arrivata da parte delle persone coinvolte, quanto piuttosto come spazio riflessivo per comprendere meglio l’impatto che questa esperienza ha avuto nel tempo. Con una figura esperta e per lei significativa potrebbe dare forma e senso a quanto accaduto, senza dover necessariamente riattivare una relazione con chi, oggi come allora, non mostra apertura o responsabilità.
L’idea di confrontarsi con le ex compagne — come suggerito in passato dalla sua terapeuta — può avere un senso simbolico di chiusura solo se supportata da una reale possibilità di dialogo, che però, da quanto racconta, sembra essere assente. In un contesto in cui emergono negazioni, minimizzazioni o addirittura gaslighting, continuare a cercare ascolto da chi non è disponibile rischia di riattualizzare dinamiche svalutanti, rinforzando un vissuto di solitudine e frustrazione.
Più che una chiusura con loro, forse ora è il momento di costruire una chiusura dentro di sé. Significa riconoscere fino in fondo la violenza subita, legittimare il dolore e dare voce all’adolescente che ha dovuto proteggersi con il ritiro, ma che oggi ha trovato la forza di nominare ciò che è stato. Anche decidere di prendere posizione pubblicamente, come ha fatto in occasione della giornata contro il bullismo, è un atto importante di riscatto e dignità.

Se avverte che la situazione sta riattivando emozioni forti o antiche insicurezze, può essere utile riprendere anche un percorso terapeutico individuale per sostenere questo passaggio. Chiudere non significa dimenticare o perdonare a tutti i costi, ma restituire senso alla propria storia e rimettere la sofferenza in un contesto più ampio, che oggi può finalmente essere accolto in modo diverso.

Resto volentieri a disposizione, se vorrà approfondire o se le servirà un confronto su come impostare eventualmente questo incontro con il professore.
Un caro saluto.

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Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile Utente,

grazie per aver condiviso una parte così delicata e dolorosa della sua storia. Dal suo racconto emerge quanto il bullismo e il cyberbullismo abbiano avuto ripercussioni profonde e prolungate nella sua vita, tanto da condizionare ancora oggi la sua serenità.

In merito al suo dubbio sul contattare il suo ex professore esperto di bullismo, direi che, se percepisce in lui una figura di fiducia e di competenza, potrebbe trattarsi di un confronto utile per fare chiarezza e sentirsi meno sola nella rielaborazione di quanto accaduto. Spesso, parlare con qualcuno che conosce la dinamica scolastica e che ha anche uno sguardo professionale sul fenomeno può offrire nuove chiavi di lettura o strategie per gestire le emozioni ancora aperte. Tuttavia, è importante che questo incontro non venga vissuto come l’unica strada per “chiudere il capitolo”, perché la chiusura emotiva è un processo personale che richiede tempo, e non dipende necessariamente dal confronto con gli altri protagonisti della vicenda.

Riguardo alla possibilità di parlare direttamente con le ex compagne, comprendo perfettamente le sue esitazioni, soprattutto dopo il recente confronto online, che sembra averla ferita ulteriormente. Quando chi ha ferito tende a minimizzare, negare o manipolare il ricordo dei fatti, c’è il rischio di riattivare la sofferenza senza ottenere né riconoscimento né riparazione. Prima di prendere decisioni in questa direzione, sarebbe fondamentale valutare insieme a uno specialista se oggi le porterebbe beneficio o se rappresenterebbe invece un’esposizione inutile a nuove frustrazioni.

Inoltre, il fatto che i contenuti denigratori siano ancora online costituisce una forma di persistenza del trauma. Potrebbe essere utile valutare anche eventuali azioni legali o amministrative per la rimozione di quei contenuti, laddove possibile, a tutela della sua immagine e del suo benessere psicologico.

In sintesi, parlare con il professore può essere un passo utile, purché vissuto senza aspettative eccessive rispetto a una “chiusura definitiva”. Ancor più importante, però, è che lei continui a lavorare sul proprio percorso di cura e di elaborazione, perché merita di liberarsi dal peso che queste esperienze continuano a esercitare sulla sua vita.

Sarebbe utile e consigliato per approfondire questa situazione rivolgersi ad uno specialista.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gent.ma utente,
gli effetti del bullismo possono lasciare segni profondi nel vissuto di una persona e minare per molto tempo il senso di sicurezza personale, la fiducia in sé stessi e portare una quantità invalidante di pensieri intrusivi e fastidiosi.
I bulli agiscono violentemente sulla fragilità delle persone, colpiscono laddove sanno di provocare danni senza reazioni, dimostrando così un senso di superiorità e di vantaggio che alimenta la loro spavalderia. Sappiamo bene che i deboli, in realtà, sono proprio coloro che hanno bisogno di affermare continuamente la loro supremazia in modo violento, perché incapaci di fare altro, immersi fino al collo in una percezione di disagio e di inferiorità intellettiva nei confronti della società. Il bullo si smaschera quando rimane da solo con la sua codardia e si rende conto di essere, in fondo, un disadattato.
Da questo punto di vista, affrontare il proprio bullo vis-a-vis può essere efficace, ma a distanza di anni cosa porterebbe? Cosa realmente sappiamo del percorso che ha compiuto quella persona e magari della crescita valoriale che ha effettuato? La vita da adolescenza è una trasformazione continua e certi comportamenti, seppur gravi e deprecabili, sfumano nel tempo in una maggiore maturità.
Io credo che il suo nemico più grande non sia nel comportamento di queste persone, in gran parte risalente ai tempi del liceo. La rivalsa contro le loro azioni, contro le loro attività social, potrebbe darle solo una soddisfazione effimera e transitoria, che non cancellerebbe né il passato, né il loro modo di pensare agli eventi trascorsi.
Il mio consiglio è di affrontare l'avversario più ostico in questo momento per lei: la sua mente. La vera rivincita deve essere contro il tentativo della sua mente di auto-sabotarsi, rivangando il passato, mettendo costantemente in dubbio la sua autostima, la fiducia nelle sue doti e nelle sue qualità. Con il giusto supporto psicologico, potrebbe imparare a gestire il flusso di pensieri che riguardano persone ed eventi che nel suo passato hanno causato dolore e disagio, a calmare gli effetti delle emozioni negative che accompagnano queste esperienze.
Ma, soprattutto, potrebbe finalmente imparare a farsi scivolare addosso il parere delle altre persone, le loro azioni verso di lei, affermando invece la sua autonomia di pensiero e di comportamento, la sua libertà di esprimersi, lavorare, divertirsi e vestirsi come le pare.
Con un percorso psicologico di crescita personale, darebbe il giusto valore alle sue potenzialità, incrementando orgoglio e fiducia nelle sue qualità migliori e fermandosi, finalmente, a gratificarsi per esse e per tutti gli altri doni della vita. Scoprirebbe che la miglior arma contro i soprusi e il giudizio degli altri è l'indifferenza, la leggerezza e il sarcasmo. Nessuno dovrebbe decidere come lei debba sentirsi rispetto a sé stessa, nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di incidere sul suo stato d'animo e sul suo livello di autostima. E che mettano pure le foto che gli pare, di un passato che a nessuno interessa e che non ha nulla a che fare con la sua vita attuale, ben lontana da quelle persone.
Ricostruisca l'immagine di sé stessa nel presente, acquistando così anche quella capacità di guardare in prospettiva al futuro, con ottimismo e desiderio di miglioramento. Vedrà che questi pensieri sulle persone che l'hanno fatta soffrire diventeranno sempre più sbiaditi e incapaci di ledere ancora la sua dignità.
Se lo desidera, sarei lieto di aiutarla in un percorso di questo tipo, anche tramite consulenza online. Le auguro il meglio!
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Dott. Luca Vocino
Psicologo clinico, Psicologo
Trezzano Rosa
Buongiorno gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso una storia così densa di dolore e consapevolezza. Quello che racconta testimonia una ferita reale, che ha avuto effetti concreti sulla sua vita personale, scolastica e psicologica. Ciò che ha vissuto durante il liceo, e che oggi riaffiora con nuova forza, non è un ricordo da ridimensionare: è stato un vero e proprio trauma relazionale, portato avanti in un contesto che avrebbe dovuto tutelarla e che invece ha spesso alimentato silenzi, complicità passive e un’assenza di reale responsabilità da parte degli adulti.

Il suo desiderio di trovare una chiusura è più che legittimo, ma è importante che questa avvenga nel modo più sicuro e rispettoso possibile nei confronti di sé stessa. I recenti tentativi di dialogo nel gruppo online, pur mossi da un intento giusto e pacato, sembrano averle restituito lo stesso schema già vissuto: la minimizzazione, la negazione, il silenzio. Questo ci dice molto su quanto poco sia cambiata, per alcune persone, la consapevolezza di ciò che hanno fatto (o permesso accadesse).

Per questo motivo, capisco bene i suoi dubbi rispetto all’idea di riaprire un dialogo diretto con le ex compagne. È vero che confrontarsi con chi ci ha feriti può, talvolta, favorire un’elaborazione, ma solo se le condizioni relazionali lo rendono possibile. In assenza di ascolto, empatia o responsabilità da parte loro, quel tipo di dialogo rischia di rinnovare il senso di ingiustizia e solitudine.

Diverso, invece, è il valore di un confronto con una figura adulta significativa del passato, come il professore che cita. Se sente che con lui potrebbe trovare uno spazio di ascolto, di validazione, o anche solo di rielaborazione condivisa di quanto accaduto, può essere un passo utile, anche a distanza di anni. Parlare con qualcuno che conosceva quel contesto dall’interno, e che oggi ha strumenti ancora più raffinati, potrebbe aiutarla a dare un senso più ampio a ciò che ha vissuto, e magari a trovare un punto di quiete. Non per giustificare il passato, ma per sottrarsi definitivamente al suo potere.

Ciò che merita, oggi, non è la conferma del suo dolore, ma il riconoscimento pieno del suo valore: la donna che è diventata nonostante ciò che ha dovuto affrontare, la capacità di prendere parola pubblicamente con dignità e lucidità, il coraggio di difendere non solo sé stessa, ma anche i valori in cui crede, come il rispetto e la memoria del danno che il bullismo infligge.

Rielaborare non significa tornare a soffrire. Significa, al contrario, dare nuova direzione a una ferita, sottraendole potere e trasformandola in una parte della propria storia (ma non nel suo centro).

Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Dott.ssa Francesca Casolari
Psicologo, Psicologo clinico
Modena
salve, da psicologa giuridica questo tipo di comportamento è un reato e questo lo potrebbe tranquillamente denunciare, se vuole può avere un contatto con loro ma se ha abbastanza forza di resistere nel confronto . non cancelli nulla che sono prove tutte contro di loro. grazie
Buongiorno.
Mi trovo d'accordo con la sua psicoterapeuta. Riaprire oggi questa ferite, per quanto doloroso, potrebbe aiutarla a rielaborare l'esperienza, sicuramente traumatica, che ha vissuto. Questa ferita che porta con se probabilmente non è esta curata correttamente, per questo oggi continua a provocarle dolore. In questi casi è necessario tornare indietro e rifare i conti con il passato, con la consapevolezza che oggi lei è una persona più matura e capace di gestire la situazione, anche con il supporto della sua psicoterapeuta.
Quindi, le auguro buona fortuna per l'impresa che la attende
Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso la sue delicata esperienza. Vorrei dire questo: molto probabilmente il confronto con il professore potrebbe si aprire ferite del passato, quindi se fossi in lei valuterei se il beneficio potenziale, ovvero comprensione e accettazione, superi il rischio di un ulteriore stress e delusione. In alternativa potrebbe chiedere un confronto con uno/a psicoterapeuta in modo da lavorare sul possibile trauma innescato dal bullismo ed individuare così delle strategie che possano aiutarla a gestire la componente emotiva che emerge in queste situazioni.
Dott.ssa Roberta Spinò
Psicologo, Psicologo clinico
Vibo Valentia
Grazie per aver condiviso con tanta lucidità e coraggio una vicenda tanto delicata. È evidente che hai riflettuto a lungo su quanto accaduto e che sei in una fase in cui cerchi una chiusura autentica, non solo formale.
Contattare il professore può essere un tassello utile, non rischioso, se l’intento è ricevere ascolto e orientamento. Non cercare giustizia o catarsi da chi non ha mai voluto offrirtela: ti meriti un confronto che non sia un nuovo trauma.

Hai già dimostrato enorme forza nel guardare in faccia il dolore e nel difendere il tuo valore. Il vero atto di guarigione, ora, potrebbe essere scegliere di prenderti cura di te stessa, senza più chiedere spiegazioni a chi non è disposto a darle.
Dott.ssa Beatrice Rotondaro
Psicologo, Psicologo clinico
Gallarate
Buongiorno,

grazie per aver condiviso la sua esperienza, profondamente dolorosa.
La consapevolezza e la forza con cui oggi la affronta testimoniano il grande lavoro personale che ha già compiuto. Il recente confronto online ha dimostrato quanto un dialogo diretto con le ex compagne — o con figure legate a quel contesto — rischi solo di riattivare dinamiche tossiche e riaprire ferite, senza offrire reali possibilità di riparazione.
In quest’ottica, non è necessario cercare un confronto con il professore dopo tanti anni, soprattutto se sente che non porterebbe alcun beneficio concreto. A volte, la vera chiusura non arriva dall’esterno, ma prende forma all’interno di un percorso sicuro e protetto.
Sarebbe utile considerare la possibilità di riprendere un percorso psicoterapico, dove poter elaborare con maggiore profondità quanto riemerso. In un contesto accogliente e professionale, potrà lavorare su ciò che ancora pesa, senza doversi esporre a nuove possibili invalidazioni.

Le auguro di continuare a prendersi cura di sé con la stessa sensibilità e forza che ha già dimostrato.
Resto a disposizione qualora sentisse il bisogno di un ulteriore confronto o approfondimento.
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Dott.ssa Claudia Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve, grazie per aver condiviso una storia così complessa e dolorosa, che tocca temi molto delicati come il bullismo e il cyberbullismo, che spesso hanno un forte impatto sulla persona anche a lungo andare.

Il bullismo vissuto durante l’adolescenza, soprattutto in un ambiente di gruppo come una classe quasi tutta femminile, può lasciare cicatrici emotive significative, aggravate dal fatto che i comportamenti lesivi continuino a emergere anche a distanza di anni, come nel caso di commenti e immagini ancora visibili online.
La presenza di una figura professionale qualificata può aiutare a dare un senso più profondo all’esperienza, fornendo strumenti di comprensione e di rielaborazione dell'esperienza. Per quanto riguarda il confronto, questo può avere un valore importante se l’obiettivo è quello di elaborare quanto accaduto, ottenere una chiusura personale e rafforzare la propria consapevolezza e resilienza.
D'altra parte, è importante riconoscere che un confronto diretto con le ex compagne, soprattutto in assenza di un loro riconoscimento e di scuse, può esporre a un rischio di rivissuti dolorosi, frustrazione e senso di non essere ascoltati o rispettati. La scelta di intraprendere questo passo va quindi valutata attentamente, considerando il proprio stato emotivo attuale e la motivazione che spinge a cercare questo contatto.
Un’alternativa può essere quella di lavorare sul proprio percorso di elaborazione con il supporto di un professionista, evitando un confronto diretto con chi ha perpetrato il danno, se questo rischia di riaprire ferite senza una reale possibilità di riparazione. Questa può rappresentare un’opportunità di crescita personale, ma è importante che sia un passo consapevole.
E' sempre fondamentale prendersi cura di sé, riconoscere i propri limiti e i propri tempi, e concedersi il permesso di lasciar andare ciò che non può essere cambiato, concentrandosi sul proprio benessere presente e futuro.
Rimango a disposizione per supportare in questo percorso di riflessione e elaborazione.

Un caro saluto.
Dott.ssa Angelica Dalmasso
Psicologo, Psicologo clinico
Alba
Grazie per aver condiviso una parte così delicata e dolorosa della sua storia. È evidente quanto questa esperienza l’abbia segnata, e quanto ancora oggi continui a vivere dentro di lei — non solo come ricordo, ma come ferita che cerca uno spazio per essere ascoltata e forse, in parte, riparata.

Da una prospettiva fenomenologico-dinamica, ciò che è accaduto non è “passato” nel senso cronologico del termine: continua a farsi sentire nel presente, perché ha inciso profondamente sul suo senso di sé, sul modo in cui si è sentita vista — o ignorata — negli anni della formazione, e su quanto quella mancanza di riconoscimento abbia lasciato un senso di ingiustizia e solitudine.

La sua domanda è molto onesta e importante: ha senso cercare oggi un confronto con quella docente?
Potrebbe averlo, se sente che dare voce a ciò che è rimasto silenziato possa rappresentare un passo verso una forma di liberazione, o anche solo un atto di verità per sé stessa. Ma non esiste una risposta valida in assoluto. Piuttosto, è importante chiedersi: “Che cosa desidero da questo incontro? A chi sto parlando, davvero? E sono pronta a qualsiasi esito, anche a non essere ascoltata come vorrei?”

Se questa possibilità la attira, ma allo stesso tempo la spaventa — come è naturale che sia — forse potrebbe prima esplorare questi vissuti in uno spazio terapeutico accogliente, dove poter sentire tutto ciò che emerge senza doversi difendere o giustificare. Un professionista, soprattutto se sensibile all’ascolto della sua storia nella sua interezza, può aiutarla a trovare il modo giusto per prendersi cura di questa ferita, con rispetto e delicatezza.

Il dolore che ha vissuto merita spazio, voce e comprensione. E lei merita di non attraversarlo da sola.
Resto a disposizione, se vorrà continuare a parlarne.

Dott.ssa Angelica Dalmasso
Gentile paziente anonimo,
la ringrazio per la fiducia verso i professionisti di questa piattaforma.
Per cercare di rispondere alla sua domanda "ha senso fare quello che vorrebbe fare?", come si può immaginare la risposta può essere vissuta come poco soddisfacente, perché personalmente è "dipende"; dipende dai livelli di benessere o malessere che le provocano questa situazione e le possibili reazioni che può avere.
Tramite una breve consulenza con un professionista può vagliare le possibilità esistenti e fare la scelta migliore per mantenere o accrescere il suo benessere psicologico; una scelta non sempre scontata ma sempre personale. Sono alcuni, infatti, gli aspetti da considerare, ad esempio: Quali sono i suoi obiettivi? Cosa muove questa scelta? Cosa invece la frena?
La invito a riflettere sulla possibilità di essere accompagnato nel cercare il filo rosso della sua storia.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Ramona Alberti
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e coraggio una storia dolorosa che, purtroppo, è ancora viva nelle sue emozioni, come è naturale quando si parla di bullismo e di ferite che non trovano un vero risarcimento. Da quanto racconta emerge un passato di esclusione e denigrazione che ha lasciato segni profondi, al punto che ancora oggi, a distanza di anni, ritrovarsi di fronte a quei contenuti riapre vecchie emozioni di rabbia, dolore e ingiustizia. È comprensibile e legittimo sentire che qualcosa di irrisolto chieda ancora una forma di chiusura. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, è importante distinguere tra ciò che è sotto il suo controllo e ciò che non lo è. I comportamenti di quelle persone e la loro eventuale maturazione o presa di responsabilità non dipendono da lei. Può stimolare una riflessione, come ha già fatto lasciando un commento chiaro e coraggioso, ma non può obbligare nessuno a scusarsi o a comprendere davvero l’impatto delle proprie azioni. Spesso, in questi casi, chi ha bullizzato tende a minimizzare o a negare per non affrontare il senso di colpa o la vergogna. Per questo motivo, sperare che un confronto diretto con loro porti una vera riparazione rischia di alimentare ulteriore frustrazione. Diverso è invece confrontarsi con una figura adulta che, allora, rappresentava per lei un riferimento. Parlare con il professore di psicologia e sociologia potrebbe avere senso se sente che questo può aiutarla a rileggere quel capitolo con uno sguardo diverso, più consapevole, meno isolato. Un confronto con lui non servirebbe a ottenere giustizia, ma a dare dignità e legittimità alla sua esperienza, a farle sentire che quello che ha vissuto non è mai stato colpa sua e che qualcuno, ora, può ascoltarla con serietà e rispetto, cose che all’epoca sono mancate. Questo tipo di incontro può avere un valore simbolico importante: non è la stessa cosa di un confronto diretto con chi l’ha ferita, ma può restituirle un senso di riconoscimento che in passato le è stato negato. Credo che la vera chiusura, in questi casi, non derivi tanto dalle scuse delle persone coinvolte, quanto dal lavoro interiore di mettere quei fatti al loro posto, nel passato, senza permettere loro di continuare ad avere potere sul presente. Se pensa che un colloquio con il professore possa aiutarla a dare forma a questa parte di elaborazione, allora può essere una tappa utile. Se invece sente che riaprire quei ricordi con chi non ha mai mostrato reale empatia potrebbe esporla a un ulteriore muro di indifferenza o superficialità, credo sia legittimo proteggersi. Non esiste un’unica strada giusta per chiudere con un trauma di bullismo. A volte serve elaborare con un terapeuta ciò che quegli episodi hanno costruito a livello di convinzioni su di sé, sulle relazioni, sulla fiducia negli altri. La invito a non sottovalutare l’impatto di immagini e post ancora visibili: sapere che esistono e sono accessibili può essere una ferita che si riapre ogni volta. Se possibile, può valutare anche vie più concrete, come richiedere la rimozione di quei contenuti tramite segnalazione o attraverso vie legali se necessario. Non è vendetta, ma tutela della propria immagine e dignità. Ha già fatto un passo importante difendendosi pubblicamente, mettendo dei confini chiari e chiedendo rispetto. A volte, questa chiarezza è già un atto di liberazione. Prosegua su questa strada, senza pretendere di cambiare chi non vuole cambiare, ma continuando a proteggere se stessa e la sua storia. Se sente che da sola non basta, non esiti a cercare ancora aiuto professionale per integrare ciò che è stato, senza permettere che condizioni ciò che è oggi. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Giada Casumaro
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Rovereto sulla Secchia
Buongiorno, è un tema davvero delicato e non conoscendoti non mi sbilancio più di tanto. Cercherei comunque di capire se te la senti di farlo e nel caso mi domanderei se fossi pronta ad ascoltare di nuovo cattiverie o risposte di difesa da parte loro ma che possono di nuovo danneggiare (credo che sia un passaggio che si può fare quando si è davvero chiuso il capitolo). Anche cercare un professore non è detto risolva tue insicurezze o ricordi, può forse aiutare le nuove generazioni ma niente che riguardi i tuoi confronti (sempre giudizio senza conoscere tutte le informazioni).
Ti proporrei invece di fare del role playing con la terapeuta che ti segue o se non sei più seguita di sceglierne una; altra ipotesi per iniziare ad aiutarti è scrivere una lettera dove esponi tutto quello che pensi su di loro e successivamente puoi decidere se bruciarla, spedirla a mittente sconosciuto o altro (eviterei di tenerla perchè vorrebbe dire continuare ad alimentare quella cosa).
Rimango comunque a disposizione, Dott.ssa Casumaro Giada
Dott.ssa Stefania Conti
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Cara utente,
grazie per aver condiviso con tanta chiarezza e coraggio una vicenda che sicuramente ha lasciato un segno profondo. Capisco quanto possa essere difficile ritrovarsi, anni dopo, a confrontarsi di nuovo con episodi di bullismo che non sono mai stati veramente chiusi.

Alla luce di quello che racconta, credo che confrontarsi con il suo ex professore, esperto in psicologia e bullismo, possa avere molto senso. Non tanto per ottenere una soluzione o una risposta definitiva — che, purtroppo, da parte delle persone che l’hanno ferita potrebbe non arrivare mai — ma come modo per dare un nome e un riconoscimento pieno a ciò che ha vissuto. A volte è proprio il confronto con una figura adulta, competente e consapevole, che ci aiuta a rileggere le esperienze dolorose alla luce di una nuova consapevolezza, restituendo loro un senso diverso.

È importante però entrare in questo possibile dialogo con l’idea che non si tratti di riaprire vecchie ferite, ma di prendersi cura di quelle che, a distanza di anni, sono ancora lì. In fondo, il dolore riaffiorato nel leggere quei contenuti online ci dice che la questione non si è mai davvero chiusa. E forse, parlarne oggi in un contesto più sicuro, con qualcuno che può aiutarla a elaborare, potrebbe finalmente offrire un po’ di sollievo.

Per quanto riguarda invece il confronto diretto con le ex compagne, comprendo il desiderio di far sentire la propria voce. Lei ha già fatto un gesto forte e dignitoso lasciando quel commento, difendendo se stessa e prendendo posizione. Il fatto che dall’altra parte non ci sia stata né una risposta empatica né delle scuse concrete, purtroppo, suggerisce che forse non sono oggi le persone giuste con cui cercare una vera chiusura. E insistere in quella direzione potrebbe solo esporla a nuova frustrazione.

In sintesi: sì, penso che un confronto con il professore possa esserle utile, se lo vive come uno spazio di elaborazione personale, e non come un modo per sistemare qualcosa che, umanamente, chi l’ha ferita non ha saputo o voluto sistemare. A volte, il modo migliore per chiudere davvero una storia dolorosa è cambiare prospettiva, più che insistere con chi non ha gli strumenti per capirla.

Le auguro di trovare la serenità che merita. Ha già fatto un percorso importante, e lo sta continuando con lucidità e forza.
Se desidera un colloquio professionale e uno spazio di ascolto, mi può contattare
Dott.ssa Stefania Conti, Psicologa
Dott.ssa Isabella Mazzocchi
Psicologo, Psicologo clinico
Urbino
Buongiorno. La tua testimonianza è intensa, coraggiosa e purtroppo rappresentativa di quanto il bullismo e il cyberbullismo possano lasciare segni profondi e duraturi, specialmente quando non vengono riconosciuti o affrontati nel momento in cui accadono. Quello che hai vissuto — l’isolamento, la derisione pubblica, l’abbandono da parte degli adulti di riferimento, e l’assenza di scuse — è una ferita reale, non solo psicologica ma anche sociale. Il fatto che oggi, a distanza di anni, tu ne senta ancora l’impatto non è un segno di debolezza, ma una prova della serietà di quanto accaduto e del tuo bisogno di giustizia e riparazione. In merito alla tua domanda, provare a confrontarti ora con l’ex professore di psicologia e sociologia potrebbe essere una scelta sensata, soprattutto se senti che ti potrebbe aiutare a dare un significato a ciò che è successo e a chiudere un cerchio rimasto aperto. Una figura esperta e affidabile può offrirti uno sguardo esterno, contenere le tue emozioni e magari anche aiutarti a rielaborare l’evento con una prospettiva più ampia. Non è detto che questo debba portare ad azioni ulteriori, ma anche solo essere ascoltata e validata da qualcuno che conosce sia te che il contesto potrebbe rappresentare un primo passo verso una riconciliazione interiore. Quanto al confronto diretto con le ex compagne: se dopo l’ultimo episodio hai percepito freddezza, gaslighting o silenzi, è comprensibile che tu ora senta resistenza o sfiducia in quella direzione. Non sei obbligata a cercare la comprensione o le scuse da chi non è disposto a riconoscere il male fatto. Chiudere una ferita non significa necessariamente parlare con chi l’ha inferta, ma può anche voler dire prendersi cura del proprio dolore e dare a sé stessi ciò che gli altri non sono stati capaci di dare: rispetto, voce, dignità.
Hai già fatto un passo importante, nel rivendicare la tua verità in uno spazio dove prima eri stata silenziata. Non sottovalutare questo atto di forza.
Un caro saluto, Dr ssa Isabella Mazzocchi
Dott.ssa Francesca Gottofredi
Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Bologna
Gentile,
il suo messaggio racconta di una ferita profonda, che ha radici nel passato ma risonanze ben vive nel presente. Non è solo un ricordo: è una storia che continua a chiederle senso, riconoscimento, giustizia.
Il fatto che oggi, a distanza di anni, si trovi ancora a confrontarsi con queste dinamiche — in una forma digitale che ripropone il passato come se fosse ancora attuale — ci dice che il dolore non si dissolve col tempo, ma cerca ascolto, comprensione, un luogo dove possa finalmente trasformarsi.
Lei ha fatto un gesto importante: ha provato a nominare il male subito, ha cercato un confronto, e ha trovato — ancora una volta — silenzio o negazione. È comprensibile, quindi, che oggi si domandi: vale ancora la pena cercare un’altra voce, come quella di un ex professore, o rischio solo di farmi ancora più male?
Una buona domanda non ha sempre una risposta immediata, ma può diventare una guida. Forse non si tratta tanto di riaprire una ferita, quanto di decidere di non restare più incastrata nel ruolo di chi aspetta che siano gli altri a dare senso al suo dolore.
Il confronto col professore potrebbe avere senso non perché le dia risposte o soluzioni, ma se può offrirle un contesto più ampio, un nuovo sguardo su ciò che è accaduto. Un punto fermo da cui poter finalmente voltare pagina.
Le sofferenze non vanno negate né rimuginate, ma trasformate in risorse. Il dolore che ha vissuto può diventare un ponte: verso una nuova immagine di sé, più integra, più libera da ciò che è stato.
Dott. Amedeo Fonte
Psicologo, Psicologo clinico
Pescara
Salve, ciò che descrive sembra ancora oggi toccare qualcosa di profondamente vivo, come se quel passato non fosse del tutto passato ma continuasse a ripresentarsi, chiedendo di essere ascoltato. Il suo gesto di intervenire pubblicamente mostra il bisogno di dare voce a ciò che allora è rimasto inascoltato, ma il silenzio che ha ricevuto in risposta può averle restituito la stessa solitudine e mancanza di riconoscimento di allora. Si chiede se parlare con il professore possa aiutarla, ma forse la domanda più importante è cosa cerchi davvero in quel confronto, se una chiusura o piuttosto uno spazio in cui poter finalmente dire. Può essere utile chiedersi se quel dialogo avrebbe per lei un senso anche in assenza di una riparazione, e se il desiderio di parlarne non riguardi anche il bisogno di dare un nuovo significato a quel vissuto. Non è tanto questione di riaprire una ferita, quanto di riconoscere che qualcosa continua a farsi sentire, e forse merita ascolto da un luogo diverso. in questo senso potrebbe essere prezioso approfondire queste domande in un percorso che le permetta di far emergere ciò che ancora chiede parola.
Dott.ssa Paola Vitale
Psicologo, Psicologo clinico
Catania
Gentile utente,
la sua esperienza è dolorosa e purtroppo ancora troppo comune, specialmente quando il bullismo — anche a distanza di anni — continua a lasciare tracce vive. Il fatto che, dopo aver espresso con lucidità il suo punto di vista, non siano arrivate scuse né segni di responsabilità da parte delle persone coinvolte può generare ulteriore frustrazione e senso di ingiustizia.

Contattare il suo ex professore può avere senso, non tanto per ottenere una soluzione esterna, ma come occasione di riflessione e legittimazione del vissuto. È comprensibile avere dubbi sul confronto diretto con chi ha ferito: quando il riconoscimento non arriva, quel tipo di chiusura rischia di essere ulteriormente invalidante. A volte, è più utile lavorare su una “chiusura interna”, che passi attraverso un percorso psicologico orientato alla rielaborazione del trauma e alla restituzione di valore alla propria storia.

La sua consapevolezza e la capacità di dare voce oggi a ciò che è accaduto sono già un atto di forza e di riparazione.
Buongiorno signora.
Vivere esperienze di bullismo è di forte impatto sulla vita. Tanto che la ferita di cui parla sembra ancora aperta. Prima di qualsiasi confronto deve avere ben chiara e forte la consapevolezza di sè, che nessun giudizio esterno può intaccare.
Cordiali saluti
Dott.ssa Angela Ritella
Psicologo, Psicologo clinico
Turi
Deve essere stato triste per Lei scoprire adesso, a distanza di diversi anni, l'esistenza di quella pagina Facebook... probabilmente, come Lei stessa ha ipotizzato, chiedere adesso un confronto con quelle persone o anche con il professore cui accenna, potrebbe "riaprire ferite senza benefici" (per riprendere le Sue parole).
Ciò su cui mi soffermerei è più che altro il bisogno che sente di parlarci nonostante sia ormai passato molto tempo.
Sono a Sua disposizione per aiutarLa a fare chiarezza sulla faccenda e capire quale sia la cosa migliore da fare in questo momento per il Suo benessere e la Sua serenità.
Dott.ssa Gaia Evangelisti
Psicologo, Psicologo clinico
Genzano di Roma
Salve, grazie per aver condiviso con tanta chiarezza e profondità una vicenda così dolorosa. È evidente che lei ha riflettuto a lungo su questo vissuto e che il recente episodio nel gruppo Facebook ha riaperto una ferita mai davvero chiusa.
Ha senso cercare un confronto ora con il professore? Sì, ha assolutamente senso. Non per giustificare o sanare quanto accaduto — che è ingiustificabile — ma per dare una forma e un significato al suo percorso, per sé stessa. Ecco perché può essere utile:
- Il professore è una figura esperta e neutra, che conosce il contesto scolastico e sociale dell’epoca. Potrebbe aiutarla a rielaborare i fatti con una prospettiva più ampia.
- Non si tratta di riaprire ferite, ma di darle voce in modo protetto. Lei non sta cercando vendetta, ma comprensione e riconoscimento.
A differenza delle ex compagne, il professore ha le competenze e, si spera, anche la sensibilità per darle un riscontro autentico, senza minimizzazioni o difese.

Il confronto con le ex compagne è ancora utile o consigliabile? Alla luce di quanto racconta, probabilmente no, almeno non ora e non in quella forma.
Le reazioni ricevute (minimizzazione, gaslighting, nessuna assunzione di responsabilità) dimostrano che non c’è da parte loro alcuna reale apertura al dialogo o all'ascolto.
Continuare a cercare un confronto con persone che non vogliono vedere o ammettere ciò che hanno fatto rischia di prolungare il dolore e alimentare frustrazione.
Le persone cambiano solo quando vogliono farlo. Lei ha tutto il diritto di voltare pagina senza aspettare che arrivino scuse che potrebbero non arrivare mai.

Cosa può darle sollievo e chiusura oggi?
1. Parlare con il professore può fungere da atto simbolico di riconoscimento e legittimazione del trauma subito. Potrebbe anche aiutarla a distinguere ciò che è suo (il dolore, la resilienza, il percorso) da ciò che non le appartiene più (la vergogna, il giudizio altrui).
2. Far rimuovere i contenuti ancora online, se non già fatto, è un suo diritto. Anche rivolgendosi direttamente a Facebook o attraverso uno sportello anti-bullismo o legale.
3. Scrivere o raccontare pubblicamente, se lo desidera, in forma anonima o firmata, potrebbe essere un modo per restituire senso a quella sofferenza e persino aiutare altri.

Rimango a disposizione se desidera approfondire l'argomento.

Un caro saluto.

Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Grazie per la tua condivisione sincera e profonda. Risponderò alla tua domanda adottando l’approccio della Psicologia del Secondo Cervello (SBP), integrando i concetti di Memoria Emotiva, Matrix Emotiva, comunicazione simbolica e gestione dei vissuti stressanti. L'obiettivo è offrirti una prospettiva costruttiva e orientata alla tua crescita, non solo un parere.
Secondo il metodo SBP, ogni esperienza non digerita si deposita nel Secondo Cervello sotto forma di Memoria Emotiva, ovvero una memoria a lungo termine non logica, ma emozionale, capace di influenzare il corpo, l’umore, l’identità e le scelte.
Il ritrovamento dei post denigratori è un trigger che ha riattivato un “file” emozionale già presente da tempo, probabilmente mai integrato del tutto. Questo spiega la forte reazione, i dubbi sul da farsi, il senso di ingiustizia e forse una rinnovata tensione interiore.
In SBP non si parte mai dalla domanda “cosa è giusto fare ora?”, ma da “cosa c’è dentro da elaborare ancora?”

Il confronto esterno non è sempre il vero strumento di chiusura
La Psicologia del Secondo Cervello distingue tra:
* elaborazione interna del vissuto (dove si lavora con la propria Matrix Emotiva e si sciolgono i nodi);
* azione esterna (confronto, richiesta di scuse, messaggi, ecc.).
Tu hai già tentato una forma di azione simbolica lasciando un commento lucido e chiaro nel gruppo Facebook. Questo ha rappresentato una tua presa di posizione simbolica e identitaria. Dal punto di vista SBP, questo atto ha già riattivato un processo emotivo. Il fatto che non ci siano state scuse è un dato esterno, ma il lavoro vero è sul significato interiore che tu attribuisci a quella assenza.

Il confronto con il professore può avere senso se cambia il tuo obiettivo interiore
Se contattare il professore ha come scopo quello di:
* rielaborare il vissuto attraverso una figura di riferimento che in passato è mancata (il professore come simbolo di giustizia e comprensione);
* mettere ordine nella tua narrazione emotiva con una persona autorevole che ti aiuti a validare ciò che è successo;
allora può essere un passaggio utile nel tuo processo di chiusura simbolica.
Ma se l’obiettivo è ottenere conferme, risposte, giustizia “morale” o una risoluzione esterna, il rischio è di riattivare aspettative che, se disattese, possono appesantire ancora di più la Memoria Emotiva.

Le dinamiche relazionali e il gaslighting: una ferita da “ristrutturare”
Le frasi minimizzanti (“ci sono modi e modi…”, “non ricordo…”) sono forme classiche di comunicazione logico-difensiva che non parlano con il Secondo Cervello, ma lo feriscono. Nel linguaggio SBP, queste frasi non rispondono all’emozione espressa, ma la negano.
Il lavoro da fare, in ottica SBP, è quello di:
* trasformare questi messaggi in segnali da “decodificare” e “rilasciare” dalla Memoria Emotiva;
* identificare i “simboli atavici” che queste persone rappresentano oggi nella tua vita (rifiuto? tradimento? ingiustizia? esclusione?) per poterli trascendere internamente.

Prospettiva evolutiva: hai già compiuto un passo importante
Il tuo messaggio nel gruppo è stato un atto di ristrutturazione identitaria, nel quale non hai solo parlato alle ex compagne, ma anche:
* alla te stessa adolescente ferita;
* alla te adulta che lavora oggi nelle scuole e rappresenta un altro modello;
* alla parte di te che non accetta più di restare in silenzio.
Secondo la Psicologia del Secondo Cervello, questo tipo di messaggio è un ponte tra passato e presente, e non è da sottovalutare.

Ha senso contattare il professore se il tuo intento è simbolico, trasformativo, interno.
 Non ha senso se cerchi di “chiudere la ferita” aspettandoti risposte o scuse da fuori.
La chiusura è un processo, non un atto. E ogni passaggio, anche quello doloroso, ha valore se ti aiuta a riscrivere la tua narrazione emotiva in modo coerente con chi sei oggi.

Domandati: "Che significato ha avuto per me, oggi, rileggere quei post? Cosa è ancora vivo dentro di me?"
Poi chiediti: "Cosa posso fare oggi per liberare quella parte di me che è rimasta bloccata lì?"
Dr Armando Ingegnieri, Psicologo e Fondatore della Second Brain Psychology

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