buonasera. Scrivo qui perché sono molto confusa, ma anche molto motivata.
Sto facendo la triennale in Filosofia alla Federico II di Napoli e, una volta laureata, sto prendendo in considerazione l’idea di fare un’altra triennale: **Dietistica** oppure **Scienze dell’Alimentazione**. Questa idea nasce anche dal fatto che ho sofferto di disturbi del comportamento alimentare (in particolare alimentazione incontrollata) e ho affrontato un intervento bariatrico. Per forza di cose ho maturato una certa “confidenza” con il tema dell’alimentazione. Allo stesso tempo mi interessano anche psicologia, filosofia, antropologia: capire l’agire umano, i meccanismi mentali, il rapporto tra corpo e mente. Sono passioni che si intrecciano.
Vi racconto però una cosa che mi ha delusa e mi ha fatto dubitare, in un certo senso, delle mie capacità.
Prima di Filosofia ero iscritta a Lettere Moderne. Ho fatto una rinuncia agli studi, poi mi sono riscritta e poi ho rinunciato di nuovo. A Lettere davo pochissimi esami: **tre esami in tre anni**. Era un periodo molto difficile. A un certo punto mi sono guardata dentro e ho capito che dovevo cambiare percorso. Così ho scelto Filosofia.
E qui, finalmente, sta andando **molto meglio**: sto dando gli esami, ho preso anche un voto alto a Filosofia Critica e, in generale, sento che sto costruendo qualcosa.
Il problema è che io, nel tempo, ho cambiato spesso idea. Anche quando mi sono trasferita a Filosofia mi è capitato di pensare: “forse mollo e faccio qualcosa di più medico”, tipo Medicina, Psicologia, Nutrizione… idee un po’ vaghe, lo so. Poi però mi sono detta: **no, devo restare a Filosofia**. Ho iniziato questo percorso e non voglio fallire anche questo. Anche perché i miei studi li pagano i miei genitori e, inoltre, ho ricevuto una borsa di studio.
Oggi ho parlato con mia madre di questa possibilità, cioè fare Nutrizione/Dietistica dopo Filosofia. E lei, in modo brusco (diciamo così), mi ha detto che dico “scemenze”, che cambio sempre idea, che non va bene. Non è stata una vera e propria offesa, ma mi sono sentita sottovalutata. Forse c’è stato anche un fraintendimento: a volte non sono chiara quando parlo e non riesco a spiegarmi bene.
Da un lato capisco che, visto il mio passato, questa critica abbia una base: **è vero, ho cambiato tante volte direzione**, anche per instabilità personale. Dall’altro lato, però, non capisco fino in fondo perché io debba essere sempre letta attraverso quello che ero prima, senza considerare il lavoro che sto facendo adesso.
I miei genitori, in realtà, non mi hanno mai abbandonata. Sono stati presenti, sempre, anche quando ho affrontato il bypass gastrico e ho perso 30 chili. E io riconosco tutto questo. Però sento anche di avere una grande consapevolezza di me stessa, e penso che la fiducia sia una cosa che **si costruisce e si dimostra**: se una persona per anni si è comportata in un certo modo, è normale che gli altri si abituino a vederla così. Ma se inizia a cambiare davvero — e cambiare è difficile, richiede fatica e continuità — allora, col tempo, anche gli altri possono cambiare sguardo.
In questi anni ho cercato tantissimo l’approvazione dei miei genitori. Ho una dipendenza affettiva da loro: sono stati sempre presenti, forse fin troppo, e io mi ritrovo a 25 anni a fare ancora molto affidamento su di loro. Dentro di me convivono tante cose: immaturità, consapevolezza, impulsività.
Un esempio: ho ricevuto circa 2.300 euro della borsa di studio e, invece di conservarli, li ho spesi per un computer Apple e un tapis roulant. Per me non erano “stronzate”: dietro c’erano delle necessità (anche legate all’attività fisica post intervento). Però capisco che, da fuori, queste scelte possano essere viste come impulsive e che possano alimentare la loro preoccupazione. Non è tanto il tapis roulant o il computer in sé: sono **i miei comportamenti** nel complesso.
Un’altra cosa che riconosco è questa: io penso sempre al “dopo”. Al futuro. A cosa farò dopo. E rischio di non vivere mai il presente. Per esempio, ora sono a Filosofia, ma non ho mai frequentato davvero in modo continuativo: magari uno, due, tre giorni e poi smetto. Anche questo dice qualcosa di me e dei meccanismi che ci sono dietro. Quando ne parlo mi rendo conto di tante cose; quando tengo tutto dentro, faccio più fatica, perché ci sono parti di me che lottano tra loro.
E qui arrivo al punto più importante: io sento che ho bisogno di un percorso psicoterapico. Però economicamente non è semplice, e anche se lo fosse, so che i miei genitori hanno paura che io non lo porti a termine, perché in passato non sono riuscita a essere costante neanche con i percorsi psicologici.
Scrivo tutto questo perché vorrei capire come fare a costruirmi una direzione senza ricadere nei miei vecchi schemi, e come smettere di dipendere così tanto dall’approvazione degli altri (soprattutto dei miei genitori). Grazie.