da 6 anni provo una forte disforia di genere che mi sta portando man mano che il tempo passa sull'or

da 6 anni provo una forte disforia di genere che mi sta portando man mano che il tempo passa sull'orlo del precipizio. Ormai ho 22 anni e non so cosa fare, mi sento in ritardo e disgustoso, non so con chi parlare e se verrò mai accettato da chi mi sta vicino, in primis da me stesso. Sto cercando di prendere coraggio e dirlo a mia madre ma non penso la prenderebbe bene, anzi non penso capirebbe e parlare mi genera un forte nodo alla gola che mi fa piangere e zittire. pensavo ad una lettera. che tipo di parole dovrei usare? come devo fare? ... ho tanto bisogno dell'aiuto di un esperto mi sento perso. Ironico essendo che ho la laurea in psicologia e saprei già la risposta ovvero iiziare una terapia, ma non riesco. Questo è un messaggio di aiuto

47 risposte


Quello che hai scritto arriva con molta forza, e voglio dirti prima di tutto una cosa importante: non sei in ritardo, non sei disgustos*, e non sei sol*. Sei una persona che da anni sta portando dentro qualcosa di molto doloroso, in silenzio, e il fatto che oggi tu sia riuscit* a scriverlo è già un gesto di grande coraggio, che rompe quella solitudine in cui innumerevoli persone che si sentono come descrivi tu vivono quotidianamente. Capisco anche l’ironia che senti nel dire “so già che dovrei iniziare una terapia”. Avere una laurea in psicologia non rende immuni dalla sofferenza né rende facile chiedere aiuto. Anzi. Chiedere una terapia per se stessi ci mette difronte una presa di responsabilità da parte nostra nel trovare proprio quelle parole che ti mancano, e questo a volte è spaventoso, piuttosto che liberatorio, almeno all'inizio. Non biasimare te stess* per questo. Riguardo a tua madre, una lettera può essere una buona idea, se non altro un punto di partenza con te stess*. Non deve essere perfetta, non deve spiegare tutto, non deve convincerla di nulla. Le parole più importanti spesso sono le più semplici, soprattutto se rivolte a qualcuno che speriamo possa ascoltarci. Vai avanti con coraggio, non c'è nulla di sbagliato.

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comprensibile sentirsi sopraffatti e smarriti quando si porta un peso così grande da soli per così tanto tempo. A 22 anni non sei affatto in ritardo e non c'è assolutamente nulla di "disgustoso" in quello che provi: stai solo cercando la tua verità e il modo per stare finalmente bene con te stesso. L'idea della lettera è un'ottima soluzione. Scrivere ti permette di bypassare quel nodo alla gola, prenderti tutto il tempo necessario per scegliere le parole e dire a tua madre esattamente ciò che senti, senza la pressione di doverlo articolare a voce in un momento di forte stress. Per la lettera, punta su parole semplici, sincere e incentrate sul tuo vissuto emotivo, aiutandola a capire prima di tutto come ti senti: Esprimi il tuo affetto e il bisogno di supporto: Spiegale che stai per condividerle una parte di te molto intima perché ti fidi di lei e hai bisogno che ti sia vicina. Descrivi il tuo soffrire, non solo l'etichetta: Raccontale la fatica di questi sei anni, il senso di disagio che provi e il desiderio di trovare la serenità. Apri alla comunicazione e all'ascolto reciproco: Riconosci che anche per lei potrebbe essere una novità da assimilare, dicendole che sei pronto a parlarne con calma quando anche lei si sentirà pronta. Esprimi la volontà di farti aiutare: Spiegale che il tuo primo obiettivo è iniziare un percorso con un professionista esperto per fare chiarezza e stare meglio. Avere una laurea in psicologia non annulla il tuo essere umano: conoscere la teoria è una cosa, vivere le emozioni sulla propria pelle è del tutto diverso. Chiedere aiuto e farsi accompagnare da un collega specializzato non è una sconfitta, ma un grande atto di cura verso te stesso.


Ciao, prima di affrontare la questione mi viene da chiederti che cosa dice della relazione con tua madre quanto tu hai raccontato. Inoltre le tue sensazioni fisiche mi riportano ad un corpo che prova a dare voce a qualcosa che resta silente. Forse, con queste premesse, potrebbe essere prematuro affrontare l'argomento? È necessario creare le condizioni, a mio parere


Gentile utente di mio dottore, la psicoterapia è uno spazio personale, intimo all' interno del quale puo confidare allo specialista temi così importanti come quelli qui riportati. Trovi coraggio, lo faccia per lei, ne vale della sua serenità. Cordiali saluti Dott. Diego Ferrara


Buongiorno, da quello che racconta emerge quanta fatica stia sostenendo da molti anni e quanto la sofferenza si sia intensificata nel tempo. Il fatto che oggi abbia deciso di condividerla è già un passo importante e mi fa pensare che una parte di lei stia ancora cercando uno spazio in cui poter essere ascoltata senza giudizio. Mi colpisce come, oltre alla disforia di genere, sembri esserci il peso della solitudine, della paura di non essere compreso e del timore di perdere l'accettazione delle persone più significative, a partire da sua madre. Sono vissuti che meritano di essere accolti con attenzione, senza avere fretta di trovare risposte o decisioni definitive. Il fatto che lei abbia una formazione in psicologia non la rende meno bisognosa di sostegno. Conoscere teoricamente l'importanza di un percorso terapeutico è molto diverso dal concedersi, personalmente, la possibilità di affidarsi a qualcuno. Spesso è proprio quando siamo coinvolti in prima persona che diventa più difficile chiedere aiuto. Rispetto alla lettera, potrebbe essere uno strumento utile se in questo momento le parole faticano a uscire. Più che cercare le parole "giuste", credo sia importante che siano le sue, autentiche, e che possano raccontare ciò che sta vivendo e quanto sia importante per lei essere ascoltato. Anche questo, se lo desidera, può essere affrontato insieme all'interno di un percorso, senza che debba sentirsi solo nel trovare il modo di comunicarlo. Vorrei però soffermarmi soprattutto su un passaggio del suo messaggio, quando scrive di sentirsi "sull'orlo del precipizio". È un'espressione che mi fa pensare a una sofferenza molto intensa e che merita di essere presa sul serio. Per questo motivo le suggerisco di non rimandare ulteriormente la richiesta di aiuto. Se sente che il dolore sta diventando insostenibile o teme di poter fare del male a sé stesso, è importante rivolgersi immediatamente a una persona di fiducia o ai servizi di emergenza del suo territorio. Se invece sente di riuscire a fare un piccolo passo, può ricercare uno spazio protetto, dove comprendere il significato di ciò che sta vivendo, esplorare le relazioni che oggi la fanno sentire così solo e costruire, con i suoi tempi, un percorso che le permetta di ritrovare un senso di sicurezza e autenticità. Non deve affrontare tutto questo da solo. Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.


Capisco quanto dolore stia vivendo e il fatto che dopo sei anni riesca a scriverlo è già un passo importante. La disforia di genere può creare enorme sofferenza, ma non è qualcosa di cui vergognarsi, né la sua età significa essere "in ritardo". Se parlare con sua madre le sembra impossibile, una lettera può essere un buon modo per iniziare: non deve convincerla di nulla, ma semplicemente raccontarle come si sente e quanto abbia bisogno di essere ascoltato. Mi preoccupa quando scrive di sentirsi "sull'orlo del precipizio". Non affronti tutto questo da solo: provi a contattare uno psicologo o uno psicoterapeuta con esperienza nelle tematiche di identità di genere, oppure una persona di fiducia con cui sentirsi al sicuro. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di cura verso se stesso. E se dovesse sentire che il dolore diventa così intenso da temere di poter fare del male a se stesso, contatti i servizi di emergenza: in quel momento la priorità è proteggerla. Merita di essere ascoltato e accompagnato in questo percorso. Non è solo, e la sofferenza che prova oggi può trovare uno spazio in cui essere compresa e affrontata.


Le sue parole rivelano grande coraggio. In un'ottica cognitivo-comportamentale, il dolore che descrive è amplificato da pensieri automatici di autosvalutazione, come "in ritardo" o "disgustoso", che meritano di essere riconosciuti e riformulati. Scrivere una lettera può essere un primo passo di esposizione graduale, molto prezioso. L'ACT suggerisce di accogliere le emozioni senza giudicarle, orientandosi ai propri valori. Le consiglio di iniziare un percorso con un terapeuta esperto in identità di genere, per costruire strumenti concreti. Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo

Dr. Vittorio Penzo

Dr. Vittorio Penzo

psicologo

Montenero di Bisaccia

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Dalle tue parole emerge una sofferenza profonda che sembra accompagnarti da molto tempo. Prima di tutto vorrei dirti che quello che stai vivendo merita di essere accolto con rispetto, ascolto e senza alcun giudizio. Non esiste un momento "giusto" o "sbagliato" per iniziare a dare voce a ciò che si prova. Sei anni possono sembrare tantissimi, ma non significano essere in ritardo. Significano, piuttosto, che hai portato da solo/a un peso molto grande per molto tempo. L'idea di scrivere una lettera può essere un buon modo per iniziare a comunicare ciò che senti, soprattutto se parlare provoca un blocco così intenso da non riuscire a trovare le parole. Non serve che sia perfetta: è sufficiente che racconti ciò che stai vivendo, la fatica che provi e il bisogno di essere ascoltato/a, senza necessariamente dover dare tutte le risposte. Mi ha colpito anche il passaggio in cui scrivi di avere bisogno dell'aiuto di un professionista, ma di non riuscire a fare quel passo. È una difficoltà più comune di quanto si pensi: sapere quale potrebbe essere la strada da intraprendere non significa avere già la forza emotiva per percorrerla. Se senti di essere "sull'orlo del precipizio", ti invito davvero a non affrontare tutto questo da solo/a. Un percorso psicologico può offrire uno spazio protetto in cui esplorare ciò che stai vivendo, comprendere meglio i tuoi vissuti e trovare, con i tuoi tempi, la direzione più adatta a te. Se sentirai che questo è il momento di iniziare un percorso, sarò felice di accoglierti e accompagnarti con ascolto, rispetto e senza giudizio.


Gentile utente, Accolgo la sua richiesta con profondo rispetto per la fiducia e il coraggio che ha dimostrato nel condividere un dolore così intimo. Sento tutto il peso della sofferenza, della solitudine e di quel senso di urgenza che sta vivendo, e voglio rassicurarla subito su un punto fondamentale: non c'è nulla di "disgustoso" in ciò che sente, e a 22 anni lei non è affatto in ritardo. Sta semplicemente attraversando una fase cruciale della sua vita in cui la sua verità chiede con forza di emergere. L'ironia che avverte rispetto al suo percorso di studi in psicologia è una dinamica del tutto umana e comprensibile. Sapere quali siano i passaggi tecnici da compiere non annulla la vulnerabilità di chi si trova immerso in prima persona nel proprio vissuto emotivo. Essere colleghi o futuri professionisti della salute mentale non ci rende immuni dalla paura del giudizio, dal timore del rifiuto o dalla fatica di accettare se stessi; al contrario, a volte aggiunge un carico di aspettative che rende ancora più difficile fare il primo passo. L'idea di utilizzare una lettera per comunicare con sua madre è una strategia assolutamente valida e protettiva. Quando le emozioni sono così intense da creare un nodo alla gola che blocca le parole, la scrittura offre il tempo e lo spazio necessari per ordinare i pensieri senza l'ansia dell'impatto immediato o dell'interruzione. Nel redigere questa lettera, non serve cercare formule perfette o tecnicismi. Le parole più efficaci sono quelle che partono dal suo vissuto autentico e che guidano chi legge a comprendere la sua sofferenza, anziché concentrarsi solo sull'etichetta. Nonostante la paura, il fatto che lei stia cercando di prendere in mano la sua vita è un segnale di grande forza. Trovare la strada per iniziare un percorso di psicoterapia o di consulenza psicologica con un professionista esperto in affermazione di genere le permetterà di non portare più questo peso da solo, offrendole uno spazio neutro, accogliente e privo di giudizio. Resto a sua completa disposizione se desidera una lettura o un confronto sulla lettera che intende scrivere, o se ha bisogno di un orientamento per compiere questi primi passi in totale sicurezza. Un caro saluto.


Salve, quello che scrive mi fa pensare soprattutto ad una persona che sta portando da sola, da troppo tempo, una sofferenza molto grande. E il fatto che lei abbia studiato psicologia non rende più semplice affrontare qualcosa che la riguarda così profondamente. Non è in ritardo e non c'è nulla di disgustoso nel suo vissuto. La difficoltà ad accettarsi e la paura della reazione delle persone vicine possono rendere questo percorso estremamente faticoso. Non deve necessariamente riuscire a dire tutto a sua madre a voce: una lettera può essere un modo molto valido per trovare le parole senza essere sopraffatto dall'emozione. Potrebbe semplicemente raccontarle ciò che vive, senza doverle spiegare tutto né pretendere che comprenda immediatamente. E soprattutto, non è necessario affrontare questo passaggio da solo: trovare uno psicologo con esperienza nelle tematiche legate all'identità di genere potrebbe offrirle uno spazio sicuro in cui iniziare a dare un significato a ciò che sta vivendo, senza giudizio e senza dover prendere decisioni affrettate. Mi preoccupa però quando dice di sentirsi "sull'orlo del precipizio". Se con queste parole intende che sta pensando di farsi del male o di non voler più vivere, non rimanga solo con questo pensiero: contatti subito una persona di fiducia e, se sente di essere in pericolo, chiami il 112 o si rechi al Pronto Soccorso. Chiedere aiuto, in questo momento, non è una sconfitta: può essere proprio il primo passo per non dover più affrontare tutto questo da solo. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.


Buongiorno, dal tuo messaggio arriva una sofferenza molto intensa, ma anche una cosa altrettanto importante: dopo sei anni non hai smesso di cercare un modo per prenderti cura di questa parte di te. E questo mi fa pensare che, accanto alla disperazione, ci sia ancora una parte che desidera essere vista e riconosciuta. Mi colpisce quando scrivi: "mi sento in ritardo e disgustoso". Spesso, quando una persona vive a lungo una disforia di genere senza riuscire a condividerla con nessuno, il dolore iniziale rischia di trasformarsi anche in vergogna. Non si soffre più soltanto per il conflitto con il proprio corpo o con la propria identità, ma anche per il modo in cui si finisce per guardare sé stessi. E questo può diventare molto isolante. Mi sembra che oggi il nodo principale non sia tanto capire chi sei, quanto sentirti completamente solo nel portare questa parte della tua esperienza. Da una parte senti il bisogno di dirlo a tua madre, dall'altra temi di non essere capito o accettato. È una paura che molte persone condividono quando devono raccontare qualcosa di così profondo e delicato. L'idea della lettera, allora, mi sembra tutt'altro che una fuga. Per alcune persone scrivere permette di trovare parole che, pronunciate ad alta voce, resterebbero bloccate da quel nodo alla gola che descrivi. Una lettera non serve a convincere tua madre o a darle tutte le risposte: può semplicemente aiutarla a entrare in contatto con ciò che stai vivendo e con quanto ti sia costato arrivare fino a quel momento. C'è poi un passaggio che mi ha colpito molto: dici di esserti laureato in psicologia e di sapere già quale sarebbe la risposta. Forse proprio questa consapevolezza rende tutto ancora più difficile. Sapere, però, non significa riuscire a fare. Chi si occupa di psicologia non è immune dalla sofferenza, né dovrebbe sentirsi in colpa se, quando il dolore riguarda sé stesso, fatica a chiedere aiuto. Infine, vorrei soffermarmi su quella frase con cui concludi: "Questo è un messaggio di aiuto." Credo sia la parte più importante del tuo racconto. Perché, nonostante tu dica di sentirti sull'orlo del precipizio, hai scelto di scrivere e di rivolgerti a qualcuno. Questo mi fa pensare che una parte di te stia ancora cercando un appiglio. Per questo ti incoraggerei a non affrontare tutto da solo. Non perché tu non abbia le risorse, ma perché un peso portato in solitudine per sei anni diventa enorme. Se oggi ti riesce più facile iniziare da una lettera a tua madre, può essere un primo passo. Ma ti auguro anche di trovare il coraggio di affidare questa sofferenza a un professionista con cui non dovrai dimostrare nulla, né essere "quello che sa", ma semplicemente una persona che, dopo tanto tempo, ha bisogno di essere accolta e accompagnata.


Ciao. Prima di tutto vorrei dirti che, leggendo le tue parole, arriva chiaramente la profondità della sofferenza che stai vivendo. Mi dispiace molto che da così tanto tempo tu stia affrontando tutto questo sentendoti così solo. Mi ha colpito soprattutto una frase: "Questo è un messaggio di aiuto". Credo sia importante ascoltarla. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma una parte di te che, nonostante la fatica, sta ancora cercando una strada per stare meglio. Rispetto al parlare con tua madre, non credo esistano parole perfette o un modo giusto in assoluto. Esiste il modo che, in questo momento, senti più possibile per te. Se l'idea di una lettera ti permette di esprimere ciò che a voce senti bloccarsi in gola, può essere un buon punto di partenza. Non perché una lettera cambi necessariamente la reazione di chi la riceverà, ma perché può aiutarti a trovare le tue parole con i tuoi tempi. Mi ha colpito anche quando scrivi di sentirti "disgustoso". È un'emozione molto dolorosa da rivolgere verso se stessi, e credo meriti uno spazio in cui possa essere ascoltata, compresa e accolta, senza giudizio. Scrivi anche di esserti laureato in psicologia e di sapere che una possibilità sarebbe iniziare un percorso terapeutico. Credo che tu abbia già colto un punto importante. Conoscere la teoria non rende più semplice affrontare ciò che ci riguarda personalmente e, in momenti come questi, anche chi è psicologo può aver bisogno dell'aiuto di qualcun altro. Mi sembra che una parte di te lo stia già dicendo. C'è poi un'espressione del tuo messaggio che mi fa pensare e che non vorrei lasciare sullo sfondo: quando scrivi di sentirti "sull'orlo del precipizio". Se con queste parole intendi che la sofferenza è diventata così intensa da farti temere di poter fare del male a te stesso o di non riuscire più a reggerla, ti incoraggio a parlarne subito con una persona di fiducia o con un professionista, oppure a rivolgerti al servizio di emergenza della tua zona. Non è qualcosa che tu debba affrontare da solo. Ti auguro di trovare, passo dopo passo, uno spazio in cui poter essere accolto per ciò che senti, senza dover affrontare tutto questo in solitudine.


Gentile utente, la ringrazio per aver trovato il coraggio di condividere un messaggio così intimo, doloroso e autentico. Immagino quanto possa essere faticoso e angosciante da sei anni convivere con una forte disforia di genere, sentirsi sull'orlo del precipizio, in ritardo e con un profondo senso di smarrimento, come se non ci fosse uno spazio sicuro in cui poter essere accolto. Quello che descrive - questo sentirsi perso, il nodo alla gola che fa piangere e zittisce, la paura di non essere accettato da chi gli sta vicino e prima ancora da se stesso, l'ansia e l'angoscia che accompagnano il desiderio di aprirsi - è un vissuto molto umano e molto doloroso, che tante persone che attraversano vissuti legati alla disforia di genere, all'ansia, alla depressione e a momenti di forte stress conoscono. Non è una colpa, né qualcosa che lo definisce come disgustoso. È il segno di una sofferenza che da tempo chiede voce e spazio. Il fatto che lei abbia una laurea in psicologia e sappia razionalmente quale sarebbe la strada, e al tempo stesso senta di non riuscire a percorrerla, non è una contraddizione. A volte la conoscenza intellettuale non basta a sciogliere quel groviglio emotivo che si forma proprio intorno alla propria identità, al rapporto con il proprio corpo e con il desiderio dell'Altro. È comprensibile che iniziare una terapia possa far paura. Rispetto alla lettera di cui parla, se sente che scriverla da solo in questo momento è troppo, questo può essere proprio un primo passo da portare in un percorso. Se non se la sente di affrontare altro, anche solo poter portare in uno spazio sicuro con uno psicologo clinico il tema della lettera, per trovare insieme se scriverla, quando scriverla e con quali parole che senta più sue, può già essere un movimento importante. Un percorso può aiutarlo a dare forma a ciò che oggi si blocca in gola, senza pressioni e rispettando i suoi tempi. Un percorso psicologico clinico, in uno spazio sicuro e protetto dal segreto professionale, potrebbe aiutarlo a trasformare questa perturbazione che oggi lo fa sentire perso in un'occasione per esprimere più pienamente il suo Sé, il suo potenziale, per dare voce a quelle parti che oggi faticano a trovare ascolto e per ritrovare un senso di continuità e di consapevolezza nel cammino di crescita. So che parlare di questi vissuti può riattivare ansia, angoscia e anche pensieri molto bui. Se in alcuni momenti sente che l'angoscia diventa troppo intensa, non resti solo con queste emozioni. Può rivolgersi con fiducia al suo medico di base, a uno psicologo clinico di riferimento, o a servizi di ascolto dove può trovare persone pronte ad accoglierlo. Lei ha già compiuto un passo di grande valore chiedendo aiuto. Quella parte di lei che desidera essere vista e riconosciuta merita ascolto. Resto a sua disposizione, se lo desidera, anche per una consulenza online, in un ambiente accogliente e privo di giudizio. Un cordiale saluto, Dott. Carlo Maria Romeo Flamini


Quello che emerge dalle tue parole è una sofferenza profonda che ti accompagna da anni e che oggi senti non più sostenibile. Il fatto che tu abbia trovato la forza di scrivere questo messaggio è già un passo importante: significa che una parte di te sta cercando uno spazio in cui sentirsi finalmente vista e compresa. Credo che, più che concentrarsi sull'etichetta della disforia, sia importante comprendere il significato che questa esperienza ha assunto nella tua storia e come abbia influenzato il modo in cui guardi te stesso. Le parole "in ritardo" e "disgustoso" raccontano uno sguardo molto duro nei tuoi confronti, che merita di essere accolto e compreso, non giudicato. Se parlare con tua madre oggi ti sembra impossibile, una lettera può essere un buon modo per iniziare. Non cercare le parole perfette: prova semplicemente a raccontarle quanto stai soffrendo e quanto avresti bisogno di sentirti ascoltato. Infine, vorrei soffermarmi sulla tua richiesta di aiuto. Sapere, da laureato in psicologia, che una terapia potrebbe esserti utile non rende più facile chiedere aiuto quando si è coinvolti in prima persona. Ti incoraggio a fare questo passo: poter condividere la tua esperienza con uno psicologo o uno psicoterapeuta competente nelle tematiche di identità di genere può offrirti uno spazio sicuro in cui comprendere meglio te stesso e affrontare questo percorso senza doverlo sostenere da solo.


Buongiorno, dalle sue parole emergono, tra le altre cose, la capacità di ascoltarsi e riflettere. Studiare psicologia non ci rende esenti dai problemi che affliggono chi incontriamo durante l'esercizio della professione, non ci solleva dalle difficoltà e dalle sofferenze, anzi! Credo che il presupposto di chi studia la psiche, sia la condizione più o meno consapevole di essere persone ferite, nè più e nè meno di quelle che vediamo nella stanza d'analisi. Forse la discriminante, anch'essa non sempre ben cosciente soprattutto all'inizio, sta nel voler e poter comprendere che cosa sta alla base della sofferenza, nell'intravedere possibili soluzioni, vie d'uscita, trasformazioni, significati,... Chi intraprende gli studi per una professione d'aiuto all'altro, tendenzialmente lo fa perché inconsciamente spinto a farsi carico di sè stesso, ma paradossalmente fatica ad intravedere le proprie difficoltà, i propri nuclei problematici. Questo perché è più semplice vedere fuori ciò che non vogliamo o riusciamo a vedere dentro. Lei invece è già a buon punto perché, a soli 22 anni, ammette di avere bisogno di aiuto e lo scrive proprio qui, dove a rispondere siamo psicologi e psicoterapeuti. Il più è fatto, si tratta solamente di prendere il primo appuntamento e iniziare un viaggio nel quale potrà sentirsi finalmente, dopo anni di sofferenza, un po' meno solo nella ricerca di quelle parti di sè che sente così perse, con la fiducia che davanti a Lei siederà qualcuno che in qualche modo e in una certa misura ha fatto o sta facendo il suo stesso percorso. Le auguro di trovare la persona giusta per Lei. Un caro saluto


Buongiorno, sei molto giovane quindi non pensare di essere in ritardo, capisco il malessere che ti porti dentro da qualche anno ma non è tardi per trovare la tua strada. Il pensiero di non essere accettato da chi ti sta vicino è lecito ma è fondamentale che prima di tutti sia tu ad accettare te stesso. ISe senti il bisogno di parlare con tua madre, quando ti sentirai pronto, troverai le parole e una madre amorevole, nonostante la difficoltà che potrebbe avere nell'accettazione, comprenderà che la cosa più importante è la tua serenità, comprenderà, attraverso le tue parole, che la tua essenza non cambierà e il tuo valore è imprescindibile. Saluti.


La situazione che mi prospetti (ti dò del tu visto che siamo colleghi), come sai, va indagata e approfondita. Contattami e lo faremo insieme. Dott. Agostino Marotti - psicologo e coach di formazione breve strategica (Perugia)


caro collega, come lei ben saprà, il nostro lavoro prevede una formazione personale che non è solo nozionistica. per poter lavorare come psicologo/ terapeuta è fondamentale un percorso individuale di crescita personale. con questo voglio dire che è fondamentale l'incontro con l'altro per mettere ordine nelle nostre emozioni e nei nostri pensieri. gli psicologi non possono essere psicologi di se stessi come i medici non possono essere medici di se stessi. per capire quali parole usare, bisognerebbe capire che cosa voglio dire. come dice lei, parte tutto da un lavoro sull'accettazione di se stesso. spero che possa trovare il coraggio di iniziare un percorso di terapia, anche se in parte penso che già si sta muovendo in lei il bisogno di condividere il suo dolore


Gentile utente, da ciò che racconta emerge una sofferenza profonda che sta portando con sé da molto tempo e che non dovrebbe affrontare da solo. L'idea di scrivere una lettera può essere un buon modo per iniziare, soprattutto se parlare a voce in questo momento Le risulta troppo difficile. Il fatto che conosca, anche per la Sua formazione, l'importanza di un supporto psicologico non rende più semplice chiederlo quando riguarda sé stessi. Aver scritto questo messaggio è già un primo passo significativo.


Grazie per la sua condivisione così intima e sofferente. Un percorso di terapia sarebbe di sostegno, ma soprattutto di sollievo dal pensare di essere sol*, ma di sicuro quella che sta facendo è una scelta coraggiosa per portare fuori un malessere interiore. Le consiglio anche solo qualche colloquio per sperimentare prima in terapia, e poi fuori dalla stanza, il dire finalmente di sè qualcosa che più corrisponde e risuona dopo anni trascorsi a sperimentare la disforia. Magari il percorso le sembra troppo e non ha sufficienti energie per affrontarlo, ma può pensare anche solo di fare un primo colloquio e poi, in base a quello che sente, valutare. Se può, non si lasci troppo da sol*, Dott.ssa Francesca Stanca


Non è ironico, è più comprensibile di quanto tu possa credere. Una cosa la sai quando la senti. La conoscenza cognitiva non corrisponde ad averne metabolizzato l’esperienza affettiva. Sei laureato in psicologia: mi basta nominarti il meccanismo di difesa dell’intellettualizzazione, per farti un esempio. Le parole della lettera sarebbero le stesse tue che si strozzerebbero nel nodo in gola perché non pensi che tua mamma capirebbe. Prima ancora di chi ti sta vicino, prenditi per mano quel tuo disgusto e apriti alla possibilità di avere uno spazio in cui qualcuno possa accogliere realmente quelle parole e te, nella tua sostanza. Il resto seguirà il suo processo. Resto disponibile anche per un consulto online, Dott.ssa Jessica Servidio.


Buongiorno, grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua esperienza. Da ciò che scrive emerge quanta sofferenza stia vivendo e quanto, allo stesso tempo, desideri trovare uno spazio in cui poter essere compreso senza giudizio. Non credo che debba affrontare tutto questo da solo. Parlare con un professionista può aiutarla a dare un significato a ciò che prova, a comprendere meglio i suoi vissuti e a trovare il modo più autentico e rispettoso per comunicarli alle persone a lei care, quando si sentirà pronto. Le auguro di concedersi questa possibilità: chiedere aiuto è spesso il primo passo verso un cambiamento importante. Dott. Pujia Gianluca


Cosa ti blocca dall'iniziare un percorso? Cosa hai paura di scoprire? Mi sembra che di fondo ci sia difficoltà nel farti vedere dagli altri. Un percorso può aiutarti a scoprire quali sono le tue parole, ritrovare la tua voce. Forse è più potente di quanto immagini.


Buongiorno, nel suo messaggio colpisce innanzitutto il senso di profonda solitudine che sta vivendo. Più ancora della disforia di genere, emerge il peso di portare da solo, da sei anni, una parte così importante della sua esperienza senza aver trovato uno spazio sufficientemente sicuro in cui poterla condividere. Mi sembra significativo che lei scriva di sentirsi "in ritardo", "disgustoso" e di non sapere se verrà accettato dagli altri, ma soprattutto da sé stesso. Queste parole fanno pensare a quanto la sofferenza non derivi soltanto dall'incongruenza tra identità di genere e corpo, ma anche dal timore che questa parte di sé possa non trovare uno sguardo capace di accoglierla. Il problema non è semplicemente "dire una verità", ma poter fare esperienza di una relazione nella quale quella verità possa essere pensata insieme a qualcuno senza essere giudicata o rifiutata. È proprio nella relazione che molte ferite trovano la possibilità di trasformarsi. Mi colpisce anche un'altra frase: "Ho la laurea in psicologia e saprei già la risposta, ovvero iniziare una terapia, ma non riesco." Spesso conoscere razionalmente ciò che sarebbe utile non coincide con il riuscire emotivamente a farlo. Anzi, talvolta proprio chi possiede strumenti teorici fatica maggiormente a concedersi la posizione, profondamente umana, di chi ha bisogno di essere aiutato. Riguardo alla lettera, credo possa essere una scelta molto valida. Non tanto perché sia più facile parlare su carta, ma perché le permetterebbe di trovare parole che, nel momento della comunicazione diretta, vengono soffocate dall'angoscia. Tuttavia, le suggerirei di non vivere quella lettera come un tentativo di convincere sua madre o di trovare immediatamente la formulazione perfetta. Lo scopo principale dovrebbe essere quello di permettere a lei di esistere, con autenticità, nella relazione. Le suggerirei di concedersi uno spazio terapeutico, non perché "non sia capace" di affrontare la situazione da solo, ma perché sta affrontando un tema identitario, affettivo e relazionale di enorme portata. Un percorso con uno psicoterapeuta potrebbe offrirle un luogo in cui esplorare non solo la disforia, ma anche la paura del rifiuto, il disgusto verso di sé, il rapporto con la propria famiglia e il modo in cui queste esperienze si sono intrecciate nel tempo. Vorrei infine soffermarmi sull'ultima frase del suo messaggio: "Questo è un messaggio di aiuto." Credo sia importante darle il valore che merita. Chiedere aiuto non è un segno di fallimento, ma il primo movimento attraverso cui una sofferenza che fino a oggi è rimasta isolata cerca finalmente una relazione nella quale poter essere ascoltata e pensata. È da qui che, spesso, inizia il lavoro terapeutico.


Caro ragazzo, È lodevole il coraggio che hai trovato nello scrivere queste righe; immagino non sarà stato semplice tradurre in parole un dolore che porti dentro da così tanto tempo, e il fatto che tu lo abbia fatto è già un primo passo importante. Ed ogni inizio è un buon inizio. Dalla tua descrizione mi arriva una fatica reale e profonda, ed è comprensibile che ti senta perso, dal momento che stai affrontando insieme la scoperta di te stesso e la paura di come questo verrà accolto da chi ami. Nelle tue parole colgo un’urgenza, in particolare quando parli di sentirti "sull'orlo del precipizio”, e rispetto a questo ti invito a non sottovalutare tali sentimenti e di considerare anche l’opzione del Telefono Amico Italia che puoi contattare tutti i giorni in totale gratuità. Sulla domanda concreta che poni, ossia come parlarne a tua madre e se farlo con una lettera, l’indicazione che sento di darti è di non affrontare questo passo da solo, e soprattutto di non affrontarlo per primo con lei. A mio parere, prima ancora delle parole giuste da trovare, hai bisogno di un luogo dove sentirti libero di poter dire tutto ciò che pensi e provi e che senti, un luogo in cui sentirti accolto, ascoltato, compreso, e non giudicato. Questo può essere un percorso con una/o psicologa/o esperta/o in identità di genere, ma anche dei colloqui psicologici che ti aiutino a fare chiarezza in questo momento; uno spazio dove essere ascoltato senza giudizio, mentre trovi le tue parole e i tuoi tempi. Immagino che, con la tua formazione, conosci già l’importanza di un lavoro su noi stessi, al fine di elaborare ciò che, altrimenti, verrebbe trasmesso anche ai nostri pazienti. Io ti auguro di concederti questo lavoro su di te, con i tuoi tempi, per diventare capace di padroneggiare ogni tua scelta. E così, le parole per tua madre verranno facilmente. Non serve dirglielo adesso. Un caro saluto.


Carissimo, non disperare. La tua è una condizione con la quale si puo' convivere e che riserva anche gradevoli sorprese nel momento che tu stia ricercando un partner con il quale condividere la tua vita. Cerca di trovare il coraggio di parlarne con tua madre, vedrai che capirà, il tuo non è un peccato nè una scelta. E' semplicemente una condizione che va vissuta nella libertà che la tua vita ti richiede. Grazie della tua domanda Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti DottGabriele Lenti Psicoterapeuta Genova


Salve, dalle sue parole arriva tutta la fatica di aver custodito per anni qualcosa di così profondo senza sentirsi libero di condividerlo. Non è “in ritardo” e non c’è nulla di disgustoso in lei. Anche avere una laurea in psicologia non rende più semplice chiedere aiuto quando la sofferenza ci riguarda personalmente. La lettera può essere un primo passo e non deve spiegare tutto Se teme una reazione negativa, non è obbligato a cominciare da sua madre, può scegliere prima una persona sicura o un professionista con competenze specifiche. Quando scrive di sentirsi “sull’orlo del precipizio”, se intende che potrebbe farsi del male, non resti solo: chiami subito il 112, vada in pronto soccorso. Sono psicoterapeuta in provincia di Napoli e disponibile online; se desidera, può contattarmi in privato.


Buon pomeriggio. Grazie mille per aver scelto di condividere un vissuto così doloroso e complimenti per il coraggio, immagino sia stato molto difficile. Direi che sia piuttosto normale avere difficoltà a rivelare un'informazione così personale, soprattutto in presenza del timore di brutte reazioni, così come è normale, in tale situazione, provare tristezza e voglia di piangere. Come lei giustamente ha notato, penso che svolgere qualche seduta con un professionista potrebbe esserle di grande aiuto, se non altro per trovare il modo più utile e adatto per lei di affrontare l'eventuale rivelazione della sua disforia agli elementi della sua cerchia sociale, oltre che per ricevere un aiuto nell'affrontare e gestire l'attivazione emotiva legata alla questione. Qualora fosse interessato, sono disponibile per un colloquio.


Buongiorno, grazie per aver scritto. Non so cosa ti possa essere d'aiuto ma posso scriverti che se credi a quello in cui hai studiato sai che sarebbe uno spazio protetto per poter ripartire. Se invece preferisci chiedere aiuto intanto a tua madre o ad un amico/a va bene lo stesso, magari possono supportarti in quello che stai passando o comunque esserci per te. Trova il tuo modo, anche con una lettera per trovare qualcuno che ti aiuti. Del resto la scelta è pur sempre tua e puoi anche decidere di vivere in questo malessere e andrebbe bene anche così. Se vuoi però lavorare nel campo della psicologia è importante in primis prendersi cura di te, come fa quasi ogni professionista del mestiere. Io vado dal mio terapeuta oltre che fare supervisione e questo mi aiuta ad essere meglio di aiuto. Sono con te, buona strada! Dott.ssa Casumaro Giada


Ciao carissimo, grazie per aver trovato il coraggio di scrivere queste parole. So quanto possa essere difficile mettere per iscritto un dolore che porti dentro da così tanto tempo, e voglio dirti subito una cosa: quello che provi ha un senso, non sei "in ritardo" e non c'è nulla di disgustoso in te. Il tempo che serve per riconoscersi e accettarsi non è mai sprecato, anche quando sembra tardi. Capisco anche il paradosso che descrivi: sapere "cosa andrebbe fatto" da un punto di vista professionale e non riuscire a farlo per sé stessi. È una delle cose più comuni e più umane che incontro nel mio lavoro la conoscenza non basta a togliere la paura, il nodo alla gola, il peso di sentirsi soli con tutto questo. Riguardo a tua madre non è necessario trovare "le parole giuste" ma parlare di quello che senti nella massima spontaneità . E' importante farlo quando ti sentirai pronto che sia una lettera, una conversazione, o altro. Per ora vorrei solo dirti: non devi affrontare tutto questo da solo. Se ti va, puoi fissare un primo colloquio solo per iniziare a darti uno spazio dove essere ascoltato. Ti faccio un grandissimo in bocca al lupo un caro saluto Dott.ssa Ilaria Redivo


Caro collega, ti accolgo con rispetto e calore. Prima di tutto ti invito calorosamente a toglierti di dosso l'ironia amara ed il senso di colpa: Il fatto che tu abbia una laurea in psicologia non ti rende un "superumano" immune dal dolore e dalla paura. Essere colleghi non cancella i nostri vissuti, i nostri corpi e i nostri bisogni primari di essere amati e accettati. Alla tua età non sei affatto in ritardo ma la disforia di genere che ti accompagna da sei anni è un carico enorme da portare in solitudine. Mi fa piacere che tu abbia scritto questo messaggio perché è il segno che la tua parte vitale ha deciso di chiedere aiuto. Ti offro la mia disponibilità per accompagnarti ed affrontare insieme questo "nodo alla gola". Il nodo che ti blocca la voce, che ti fa piangere e ti zittisce, è la risposta fisiologica di un corpo in cui l'energia espressiva si scontra con il terrore del rifiuto. La gola (cosi come il diaframma) si contrae per "trattenere" la tua verità La tua idea di usare una lettera la trovo buona. Quando la risposta neurovegetativa allo stress paralizza la parola, la scrittura diventa un buon canale attraverso cui l'espressione può fluire senza essere bloccata dal pianto o dalla paura. Passo Importante: Caro collega, da psicologo sai bene quanto sia diverso leggere una risposta e vivere sulla propria pelle un incontro autentico. Essere dall'altra parte della sedia terapeutica, potersi finalmente adagiare e consegnare la propria fragilità a un altro professionista, è l'atto di coraggio più grande che tu possa compiere per te stesso in questo momento. Ti invito con grande rispetto a fissare un primo appuntamento online cosi da portare Luce a questo tuo vissuto e a ragionare insieme sul modo giusto per il primo passo della lettere e sui passi successivi. Un caro saluto Vincenzo Lucifora


Salve. Comprendo la sua difficoltà a portare fuori quello che prova, perchè è del tutto normale avere paura di essere giudicati o della reazione dell'altro. Può essere importante per lei iniziare un percorso con un professionista. Non abbia paura di iniziare. Se vuole sono a disposizione

Dott. Ivan Avella

Dott. Ivan Avella

psicologo

Cava de' Tirreni

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Gentile utente, grazie per la tua condivisione. Leggendo le tue parole arriva forte quanto tu stia portando dentro da tanto tempo e quanto possa essere difficile sentirti solo di fronte a qualcosa di così importante e delicato; prima di tutto, però, vorrei dirti che non sei in ritardo e non c'è nulla di disgustoso in ciò che stai vivendo. Capisco la difficoltà nel trovare il coraggio di parlarne con tua madre, soprattutto se temi che possa non comprenderti o accettarti. Quando le parole si fermano in gola e arrivano le lacrime non significa che non sai cosa dire: a volte significa semplicemente che stai cercando di dare voce a qualcosa che ti espone e ti fa paura. Una lettera potrebbe essere un buon modo per iniziare. Prima ancora di scriverla a tua madre, però, ti suggerirei di scriverne una a te stesso: una lettera in cui provare a non essere così duro con te, una lettera in cui racconti a quel ragazzo di 22 anni che si sente in ritardo, perso e disgustoso che il suo coraggio è da ammirare, e che per lui ci sarai. Che non deve avere già tutte le risposte, che non deve vergognarsi di ciò che sente e che merita di potersi conoscere con i propri tempi. Forse, partendo da lì, sarà anche più semplice trovare le parole per tua madre: mettere sul tavolo le proprie emozioni è sempre un ottimo modo per cominciare. Ricorda che non devi necessariamente raccontarle tutto subito: puoi dirle che c'è qualcosa che stai vivendo da tempo e che parlarne a voce è troppo difficile, motivo per cui hai scelto di scriverglielo.


occorre che ne parli con uno psicologo

Dr. Simonetta Fabbri

Dr. Simonetta Fabbri

psicoterapeuta

Anzola dell'Emilia

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Buongiorno a te. Non è ironico, spesso noi per primi sapendo che è necessario iniziare una terapia, siamo reticenti. Ma la risposta già la sai. Contatta chi vuoi, ma inizia subito. Starai meglio e saprai come comunicare qualsiasi cosa a chi ti ama. Forza, è un momento difficle, ma è un momento. Buon cammino


Mi sembra che la risposta alla sua domanda di aiuto sia riposta nelle sue tre righe, quando scrive che riconosce di aver bisogno di un esperto (psicologo/psicoterapeuta ) ma non "riesce " nonostante lei sia laureato in psicologia! Cominci a chiedersi qual è la resistenza! Come mai immagina di parlare con sua madre ( comprendendo che farebbe fatica a capirla ... ) e non con una persona, che non solo può comprenderla, ma anche ascoltarla nei meandri di questo problema, sostenerla e magari insieme fare un cammino di consapevolezza che potrà portare a scelte ponderate e mature! Si deve porre questo interrogativo e affrontare con maturità questo suo problema! Aggiungo un pensiero, che potrei dire personale ma che giudico fondamentale e necessario per chi vuole fare questo lavoro! Un'analisi personale "seria" è un sine qua non per poter praticare la nostra professione! Le auguro di fare scelte giuste!


La ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Mi dispiace che da così tanto tempo si senta solo, in ritardo e non accettato, per me lei non è disgustoso e non è in ritardo. Il fatto che oggi non riesca ancora a parlarne non significa che le manchi il coraggio; possiamo procedere con gradualità, rispettando i suoi tempi e la sua sicurezza. Una lettera a sua madre potrebbe essere un primo passo: può descrivere ciò che prova in prima persona, spiegare di non aspettarsi risposte immediate e chiederle semplicemente ascolto e disponibilità a informarsi. In terapia potremmo lavorare sull’ansia, sull’auto accettazione, sulle relazioni e sulle strategie cognitive e comportamentali più utili, integrando anche pratiche di mindfulness. Se con “orlo del precipizio” intende che teme di potersi fare del male, la invito a non rimanere solo: contatti subito una persona fidata, il 112 o il Pronto Soccorso. Come tanti altri psicologi e psicoterapeuti, la mia prima seduta è gratuita (anche online) e possiamo comprendere insieme, e in modo più dettagliato, di che tipo di percorso ha bisogno. Non c’è obbligo di un successivo appuntamento, né ad alcun altro impegno successivo. Rimango a disposizione e le auguro un sereno proseguimento di giornata.


Buongiorno, capisco l'ansia e l'angoscia che puoi provare, ma perché dici sull'orlo di un precipizio. La prima riflessione che va fatta è sul senso di accettazione di sé. Perché è fondamentale imparare davvero ad accettarsi. Ed aiuta a capire che molte volte gli altri non rappresentano un problema. Suggerirei di parlare con tua mamma, a voce e non per lettera possibilmente, e di aprire a lei i tuoi sentimenti personali. Ma ricorda che "sei tu che devi e puoi farti andare bene quello che sei", altrimenti tutto il resto tende a bloccarsi o complicarsi. Essere laureato in psicologia vuole dire avere buone basi teoriche al momento. Su questo adesso vanno costruite esperienze emotive di crescita, anche per diventare buoni psicologi. I miei auguri, doc Vittorio C.

Dr. Vittorio Cameriero

Dr. Vittorio Cameriero

psicologo

Calderara di Reno

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Salve. Leggere le tue parole fa arrivare in modo molto chiaro la sofferenza, il senso di smarrimento e il peso che stai portando. Quando ci si sente 'sull'orlo del precipizio', riuscire a chiedere aiuto – anche scrivendo su questa piattaforma – è già il primo e più coraggioso passo per ritrovare l'equilibrio. Vorrei innanzitutto rassicurarti su un punto: a 22 anni non sei affatto in ritardo. I tempi della nostra evoluzione personale non seguono un orologio rigido. Ma noi esseri umani siamo creature profondamente relazionali e la mente fatica a curarsi da sola, senza lo specchio dell'altro. Guardando la tua situazione da una prospettiva, è del tutto comprensibile che l'idea di parlare con tua madre ti generi un nodo alla gola. Noi tutti viviamo all'interno di un sistema (la famiglia) che tende a mantenere un suo equilibrio. Quando sentiamo l'urgenza di portare un cambiamento o svelare una parte così profonda della nostra identità, emerge fisiologicamente il terrore di spezzare quegli equilibri e di non essere accolti. Il nodo alla gola è proprio l'espressione di questa comunicazione che si blocca per proteggere il legame, ma che allo stesso tempo ha un disperato bisogno di uscire. L'idea di scrivere una lettera è uno strumento eccellente. la lettera permette di far arrivare un messaggio importante abbassando l'ansia dello scontro emotivo diretto. Dà a te la possibilità di scegliere le parole senza essere interrotto/a dal pianto, e dà a tua madre il tempo essenziale per leggere, elaborare e accogliere senza dover reagire d'impulso. Nella lettera non servono spiegazioni cliniche perfette. Potresti semplicemente condividere la tua fatica, rassicurarla sul fatto che il suo amore è fondamentale per te in questa fase, e comunicarle il tuo bisogno di iniziare un percorso psicologico per fare chiarezza.


Grazie per il coraggio di scrivere. Innanzitutto, non esiste un'età giusta per capire chi si è. Sei arrivat* ad una chiarezza su di te che richiede tempo, e quel tempo non è stato sprecato. È comune che il disagio legato al corpo si trasformi in un giudizio su tutto il proprio valore, ma sono due cose diverse, e un percorso terapeutico ti aiuterebbe a separare i due piani. Capisco che in questo momento non riesci, ma nel prossimo futuro valuta di intraprendere un percorso terapeutico così da non affrontare tutto da sol*, ma arrivare pian piano ad un maggior grado accettazione e comprensione di te stess* Per quanto riguarda la lettera, quando ti sentirai pront* a comunicarlo a tua madre, cerca di utilizzare l'io (io sono, io sento) e non argomentazioni difensive, spiegale sinceramente quali sono i tuoi bisogni in questo momento, preparala alla possibilità che possa non capire subito e proponile di parlarne di persona quando lei si sentirà pronta a farlo.


Gentile ragazzo e futuro collega, nessuno di noi è immune da fatiche e sofferenze ma, come sa bene, qualcuno può darsi la possibilità di capire che cosa significhino. Se ciò la incuriosisce, può affidarsi, io sono disponibile. Buona vita.


Buongiorno, partiamo dalla fine! Cosa ti blocca dall'iniziare un percorso terapeutico? Perché credo che il vero ostacolo sia in quell'emozione lì e non nel trovare le parole giuste o nella reazione di mamma, né tantomeno nell'età anagrafica.


Buongiorno, il fatto che lei abbia una laurea in psicologia non significa affatto che debba riuscire ad affrontare da solo qualcosa che la riguarda così profondamente. Conoscere gli strumenti è molto diverso dal riuscire a utilizzarli quando siamo noi a trovarci dentro la sofferenza. Da ciò che scrive, mi sembra che il primo obiettivo non debba essere trovare immediatamente le parole perfette per sua madre, ma fare in modo che lei non rimanga solo con tutto questo. La paura di non essere accettato, il disgusto verso sé stesso e soprattutto il sentirsi “sull’orlo del precipizio” meritano ascolto e attenzione adesso. Può certamente scrivere una lettera a sua madre, se parlare direttamente le sembra troppo difficile. Non deve spiegare tutto perfettamente: può partire semplicemente da ciò che sente, da quanto tempo lo vive e dal bisogno che ha, prima ancora di essere compreso fino in fondo, di essere ascoltato. Le consiglierei inoltre di rivolgersi a un professionista con esperienza nell’identità di genere: non perché debba convincerla di qualcosa o stabilire chi lei sia, ma perché possa avere uno spazio sicuro nel quale esplorarsi e affrontare questa sofferenza. E se con “orlo del precipizio” intende che teme concretamente di potersi fare del male, non rimanga solo e chieda immediatamente aiuto a una persona vicina o ai servizi di emergenza. Un caro saluto.


Buona sera. La sua ultima frase, “questo è un messaggio di aiuto”, merita di essere presa molto sul serio. E vorrei partire proprio da lì: non deve necessariamente trovare subito il coraggio di raccontare tutto a sua madre. Prima può trovare qualcuno con cui non debba avere coraggio per essere ascoltato! La lettera può certamente essere uno strumento utile quando le parole si bloccano, ma prima ancora di chiedersi “come faccio a dirlo a mia madre?” potrebbe essere importante costruire uno spazio in cui comprendere che cosa desidera raccontare di sé, che cosa teme possa accadere dopo e di quale sostegno avrebbe bisogno. E il fatto di essere laureato in Psicologia non rende più semplice essere dall'altra parte della relazione di cura: sapere teoricamente che cosa sarebbe utile fare non significa riuscire a farlo quando la sofferenza riguarda noi!! A 22 anni non è in ritardo. Le suggerirei di cercare un professionista con esperienza specifica nelle questioni legate all'identità di genere, anche online se le rende più semplice compiere questo primo passo. La terapia on line non è di serie B qualunque professionista agisce con serietà e qualità in presenza lo fa anche e soprattutto on line! E poiché scrive di sentirsi “sull'orlo del precipizio”, se con questa espressione intende che sta pensando di farsi del male o teme di non riuscire a mantenersi al sicuro, non rimanga solo: contatti subito una persona fidata, i servizi di emergenza o Telefono Amico Italia Forse il primo passo non deve essere ancora dirlo a sua madre. Può essere permettere a qualcuno di aiutarla a non portare più tutto questo da solo. Si conceda una chance, un caro saluto

Dott.ssa Michelina Silvestri

Dott.ssa Michelina Silvestri

psicoterapeuta

San Nicola la Strada

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Buongiorno, ho letto le sue parole con molta attenzione e credo che, prima ancora di cercare una soluzione, sia importante riconoscere quanta sofferenza sta portando dentro da molto tempo. Il fatto che oggi sia riuscito a raccontarla, anche solo attraverso questo messaggio, è già un modo per non rimanere completamente solo con ciò che sta vivendo. Non è in ritardo e non c'è nulla di disgustoso nel suo bisogno di comprendere sé stesso e la propria identità. E non deve necessariamente avere già il coraggio di affrontare tutto: può iniziare da un piccolo passo, già quello di scriver qui lo è stato. Se parlare con sua madre a voce la blocca, una lettera può essere un modo delicato per riuscire a dire ciò che a voce oggi non riesce a esprimere. Potrebbe anche semplicemente scrivere: “Ho bisogno di raccontarti qualcosa che mi fa molta paura e faccio fatica a dirtelo a voce. Non ti chiedo di capire tutto subito, ma di ascoltarmi e di starmi vicino.” E forse vale la pena fare altrettanto con un professionista: non deve arrivare in terapia sapendo già cosa dire o cosa fare. Può semplicemente portare esattamente le parole che ha scritto qui. Da lì si può cominciare. Le auguro davvero di poter trovare uno spazio in cui sentirsi accolto, senza dover più affrontare questa parte di sé come qualcosa da combattere o da nascondere. Un caro saluto.


Buongiorno, è molto difficile affrontare le proprie difficoltà, non c'è da vergognarsi per questo. Ci vuole tanto coraggio per iniziare un percorso così lungo e tortuoso, ma immagino lo sappia. Ci vuole il suo tempo anche solo per convincersi ad affrontare un percorso, quindi quando se la sentirà con i suoi tempi affronterà tutto ciò. Non penso serva che le dica più di questo, se vuole rimango disponibile quando vorrà e in bocca al lupo per tutto!


Salve, userò i pronomi maschili che desumo dal testo: se non fossero quelli corretti, chiedo scusa. Una laurea in psicologia non sostituisce una terapia personale e non permettersi di iniziare questo percorso è un "fattore di mantenimento" della situazione. Iniziare un percorso non è segno di debolezza, ma come lei ben saprà è segno di una grande cura verso di sè. Una cura rispettosa che ogni persona merita. Sul territorio italiano esistono associazioni di e per persone trans in momenti differenti del loro percorso di affermazione di genere. Sul padovano, dove io opero, esiste S.A.T. Pink, dove potrà trovare aiuto, comprensione e aggregazione. Si permetta di stare bene e compia, quando si sentirà sufficientemente pronto, un passo verso il suo benessere. Iniziare un percorso è un investimento per il proprio futuro. Resto a disposizione

Dott. Matteo Cattafi

Dott. Matteo Cattafi

psicologo clinico

Padova

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