Buongiorno, Ho 20 anni e ho sprecato un anno della mia vita. Frequento l'università e ho concluso il
Buongiorno, Ho 20 anni e ho sprecato un anno della mia vita. Frequento l'università e ho concluso il mio primo anno in modo terribile; ho passato solo un esame su sei. Non è mancanza di volontà oppure studio, anzi ho proprio scelto di continuare con gli studi per passione e ci metto interesse in ciò che faccio, anche ogni giorno, ma mi sono illusa di essere all'altezza e non so più cosa fare ormai, oltre che a disperarmi continuanente. In questo periodo non riesco più a presentarmi agli esami, soprattutto agli orali che mi incutono più timore, penso per ansia, timore del giudizio altrui, anche se mi sono preparata e ho studiato per mesi. Adesso, proprio ora che mi dovevo presentare per dare un esame (scritto e orale), ho deciso di saltare l'appello, seppur io avessi studiato. Ora mi ritrovo a dover iniziare il secondo anno la settimana prossima, gli esami del primo anno che non ho dato sono propedeutici al secondo e sono bloccata, sia accademicamente sia con la mia vita in generale, in cui ho fallito in diversi ambiti.
4 risposte
Buongiorno, da ciò che racconta non parlerei di un anno “sprecato”. Mi sembra piuttosto che, nonostante l’impegno e lo studio, l’ansia e il timore del giudizio stiano diventando un ostacolo importante, fino a portarla a evitare gli esami. Questo può creare un circolo vizioso: più si evita una situazione temuta, più questa può apparire difficile da affrontare in futuro. Il fatto di aver incontrato delle difficoltà nel percorso universitario, inoltre, non definisce il suo valore né significa aver fallito nella vita. Potrebbe essere utile comprendere meglio cosa accade nei momenti che precedono gli esami e lavorare sull’ansia, sulla paura del giudizio e sulle aspettative che sente di dover soddisfare. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a interrompere gradualmente questo meccanismo e a ritrovare maggiore fiducia nelle proprie capacità.
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Buongiorno, da quello che racconta non leggo necessariamente la storia di una persona che “ha sprecato un anno” o che non è all'altezza dell'università. Leggo piuttosto una ragazza che sembra essersi trovata progressivamente intrappolata in un circolo di studio, ansia, paura del giudizio, rinuncia all'esame e conseguente senso di fallimento. Il fatto che lei studi, abbia interesse per ciò che fa e abbia scelto quel percorso per passione è un elemento importante. Non significa che debba necessariamente riuscire a superare gli esami, ma suggerisce che forse il problema non è semplicemente la mancanza di impegno o di motivazione. Mi sembra particolarmente significativo ciò che racconta sugli orali: anche dopo mesi di preparazione, arriva il momento dell'esame e l'ansia diventa così forte da portarla a non presentarsi. In questo caso l'evitamento può dare un sollievo immediato, perché evita la paura del giudizio e la possibilità di “fallire davanti agli altri”; nel tempo, però, può rafforzare proprio quella paura e far crescere la convinzione di non essere capace. E così un esame non sostenuto diventa “sono incapace”, poi “sono rimasta indietro”, fino ad arrivare a “ho fallito nella mia vita”. Sono passaggi comprensibili quando si è molto sotto pressione, ma non sono necessariamente la realtà. Il fatto che gli esami non dati siano propedeutici al secondo anno è certamente un problema concreto da affrontare, ma è un problema accademico, non una sentenza sul suo valore o sulle sue capacità. Potrebbe essere utile, con la segreteria o con i docenti, capire concretamente quali possibilità ci siano per recuperare gli esami e riorganizzare il percorso, invece di vivere la situazione come se ormai fosse tutto compromesso. Allo stesso tempo, credo sarebbe importante occuparsi dell'ansia che sembra precedere gli esami e dell'enorme peso che ha assunto il giudizio su di sé. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere cosa accade esattamente nel momento in cui dovrebbe presentarsi: quali pensieri compaiono, cosa teme che gli altri pensino di lei, cosa significherebbe per lei essere bocciata e, soprattutto, perché un eventuale insuccesso sembra trasformarsi così rapidamente nella sensazione di aver fallito come persona. Non deve necessariamente risolvere l'intera università e “recuperare la vita” in questo momento. Potrebbe essere più utile dividere il problema in parti: c'è un percorso universitario da riorganizzare e c'è un vissuto di ansia e di autosvalutazione di cui prendersi cura. E soprattutto, a 20 anni, un anno difficile non definisce il suo futuro. Può essere un anno da comprendere e da cui ripartire, non necessariamente un anno buttato. Un caro saluto, Dott.ssa Grandi Chiara
Gent.ma utente, grazie per la sua condivisione, in cui traspare chiaramente sfiducia, senso di impotenza e ansia per il futuro. Quel che sta accadendo nella sua mente è che gli eventi dell'ultimo anno e l'insoddisfazione per i risultati accademici si stanno trasformando in giudizi personali negativi e sentenze critiche sulle sue reali capacità. Questo fa sì che ogni nuova prova diventi non più una normale difficoltà da affrontare, bensì il rischio di confermare la valutazione negativa di sé stessa e abbassare ulteriormente il suo senso di efficacia. Come ha scritto nel suo messaggio, non è una questione di forza di volontà o di motivazione. Accade però che la motivazione intrinseca, dettata dai suoi valori, dagli interessi e dal senso di realizzazione, si sta modificando in motivazione estrinseca (data dalla paura del giudizio altrui, o di deludere le persone care) e in motivazione interiorizzata, in cui prevale il senso del dovere, ma anche la pressione rispetto alla possibilità di sbagliare. Il fallimento percepito in questo anno di università, però, non è definizione della sua persona, delle sue qualità interiori né, tantomeno, delle sue capacità e potenzialità. E' importante che lei sappia pian piano ricostruire un'autostima solida che le consenta di evidenziare i suoi pregi senza paura di lavorare e migliorare sui suoi difetti, che sono propri dell'umana natura. Inoltre, è fondamentale che lei torni a trattarsi con gentilezza e a sentirsi compresa e supportata nelle naturali difficoltà che una persona può affrontare nella vita. Penso possa essere un momento giusto per un lavoro di introspezione e crescita personale. E' di fronte alle nostre maggiori paure e nei momenti di crisi che si possono acquisire quelle competenze trasversali e quella saggezza per riprendere in mano il timone della propria vita e rifiorire gradualmente dal pantano in cui sembrano immerse le proprie gambe in un determinato momento. Ci sono percorsi psicologici mirati che possono tracciare una linea netta tra la disperazione e un nuovo ottimismo. Non una speranza fine a sé stessa, ma un ottimismo sostenibile basato sull'espressione dei valori più intimi, delle proprie migliori qualità, senza essere schiavi del giudizio altrui, dell'ansia di non riuscire o del severo critico interiore. Sono a sua disposizione per conoscere meglio questa opportunità. Sarebbe facile arrendersi e rinunciare, giustificandosi con un "non era la mia strada". Molto più coerente è prendere consapevolezza delle reali risorse a disposizione e trovare nei piccoli e progressivi obiettivi una rinnovata fiducia e autodeterminazione. Le auguro il meglio. Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Da quello che racconta, non sembra affatto una questione di scarso impegno o mancanza di capacità. Il punto sembra essere che, proprio quando arriva il momento di esporsi alla valutazione, soprattutto negli orali, l’ansia prende il sopravvento e la porta a evitare. Questo può creare un circolo molto duro: studia, si prepara, rinuncia all’appello, poi interpreta quella rinuncia come prova di essere “non all’altezza”, e l’esame successivo diventa ancora più minaccioso. Un anno difficile non equivale ad aver “sprecato” un anno, né definisce il suo valore o il suo futuro universitario. Però il blocco che descrive sta già incidendo sia sul percorso accademico sia sull’immagine che ha di sé, e merita di essere affrontato in modo specifico. Un supporto psicologico può aiutarla a lavorare su ansia da prestazione, paura del giudizio, evitamento e senso di fallimento, così da tornare gradualmente a presentarsi agli esami senza sentirsi paralizzata. Se vuole approfondire questa difficoltà, può contattarmi per una consulenza online o in presenza e consultare la mia agenda per le disponibilità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.
