Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato
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risposte
Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato su consiglio di una psicologa da cui vado, ma mi sono sentita rispondere che ho bisogno io di curarmi. Mia figlia ha una bimba di due anni e sono molto preoccupata!
Buongiorno,
Le consiglio di intraprendere lei stessa di intraprendere un percorso psicologico con un professionista per capire meglio la sua posizione genitoriale rispetto alla figlia.
Le auguro il suo meglio.
LM
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Capisco la sua preoccupazione, soprattutto perché oltre a vedere soffrire sua figlia c’è anche la presenza di una bambina piccola che inevitabilmente la porta a sentirsi ancora più responsabile e in allarme. Purtroppo, però, nelle persone con una forte sofferenza emotiva o con tratti borderline capita spesso che il suggerimento di “curarsi” venga vissuto come un’accusa, un giudizio o un tentativo di controllo, e questo può portare a reazioni difensive molto forti, come ribaltare il problema sull’altro. In questi casi, insistere direttamente sul fatto che “ha bisogno di cure” rischia talvolta di aumentare la chiusura o il conflitto.
Spesso può essere più utile spostarsi dal piano dell’etichetta o della diagnosi a quello della sofferenza concreta e delle difficoltà quotidiane: parlare di quanto la vede stare male, di quanto alcune situazioni sembrino pesanti da sostenere, o del desiderio che possa avere uno spazio tutto suo in cui sentirsi aiutata e compresa, senza presentare il percorso come “sei sbagliata” ma come una possibilità di stare meglio. È importante anche mantenere dei confini chiari e proteggere sé stessi emotivamente, perché vivere accanto a dinamiche molto intense può diventare estremamente faticoso anche per i familiari.
Spesso può essere più utile spostarsi dal piano dell’etichetta o della diagnosi a quello della sofferenza concreta e delle difficoltà quotidiane: parlare di quanto la vede stare male, di quanto alcune situazioni sembrino pesanti da sostenere, o del desiderio che possa avere uno spazio tutto suo in cui sentirsi aiutata e compresa, senza presentare il percorso come “sei sbagliata” ma come una possibilità di stare meglio. È importante anche mantenere dei confini chiari e proteggere sé stessi emotivamente, perché vivere accanto a dinamiche molto intense può diventare estremamente faticoso anche per i familiari.
Buongiorno,
ha provato a chiedere a Sua figlia se sarebbe disponibile ad affrontare un percorso psicologico assieme a Lei? Eviti di attribuirle invece "facili" etichette, che possono rendere più difficile la comunicazione.
Cordiali saluti.
FG
ha provato a chiedere a Sua figlia se sarebbe disponibile ad affrontare un percorso psicologico assieme a Lei? Eviti di attribuirle invece "facili" etichette, che possono rendere più difficile la comunicazione.
Cordiali saluti.
FG
Gentile signora, capisco la sua preoccupazione, soprattutto perché c’è anche una bambina piccola. Però, da ciò che scrive, il primo punto da chiarire non è solo come dire a sua figlia che “deve curarsi”, ma se oggi esista tra voi una relazione che le permetta di entrare in una sfera così delicata della sua vita.
Essere madre non dà automaticamente accesso alla parte più intima di una figlia adulta, soprattutto quando c’è di mezzo anche il suo ruolo di madre. Il fatto che lei le abbia risposto “sei tu che devi curarti” fa pensare che il vostro rapporto sia già carico di tensione, difesa o sfiducia. In questi casi, partire dalla diagnosi rischia di chiudere ancora di più la porta.
È fondamentale capire chi abbia diagnosticato il disturbo borderline, in quale contesto e con quali elementi. Una diagnosi di questo tipo non dovrebbe essere usata come argomento familiare, né come leva per convincere qualcuno. Se davvero c’è una sofferenza importante, va avvicinata attraverso fatti concreti, comportamenti osservabili e una relazione sufficientemente solida.
Prima di dire “devi curarti”, forse il passo più utile è chiedersi: “Che posto ho oggi nella vita di mia figlia? Posso parlarle senza invaderla? Sono disposta anche a mettere in discussione il mio modo di avvicinarmi a lei?”.
Potrebbe provare a spostarsi da “tu hai un problema” a “mi rendo conto che forse ti sono arrivata addosso nel modo sbagliato. Vorrei capire se c’è un modo per starti vicina senza farti sentire giudicata”.
Se ci sono rischi concreti per la bambina, invece, non vanno gestiti da sola né dentro uno scontro familiare: ne parli con la psicologa che la segue e valuti con professionisti competenti i passi più adeguati. Ma se il rischio non è chiaro, il primo lavoro è distinguere la paura materna dai fatti osservabili.
Può essere utile continuare a lavorare su questo spazio: non per stabilire chi abbia ragione, ma per capire quale posizione le permetta davvero di essere d’aiuto.
Un caro saluto.
Essere madre non dà automaticamente accesso alla parte più intima di una figlia adulta, soprattutto quando c’è di mezzo anche il suo ruolo di madre. Il fatto che lei le abbia risposto “sei tu che devi curarti” fa pensare che il vostro rapporto sia già carico di tensione, difesa o sfiducia. In questi casi, partire dalla diagnosi rischia di chiudere ancora di più la porta.
È fondamentale capire chi abbia diagnosticato il disturbo borderline, in quale contesto e con quali elementi. Una diagnosi di questo tipo non dovrebbe essere usata come argomento familiare, né come leva per convincere qualcuno. Se davvero c’è una sofferenza importante, va avvicinata attraverso fatti concreti, comportamenti osservabili e una relazione sufficientemente solida.
Prima di dire “devi curarti”, forse il passo più utile è chiedersi: “Che posto ho oggi nella vita di mia figlia? Posso parlarle senza invaderla? Sono disposta anche a mettere in discussione il mio modo di avvicinarmi a lei?”.
Potrebbe provare a spostarsi da “tu hai un problema” a “mi rendo conto che forse ti sono arrivata addosso nel modo sbagliato. Vorrei capire se c’è un modo per starti vicina senza farti sentire giudicata”.
Se ci sono rischi concreti per la bambina, invece, non vanno gestiti da sola né dentro uno scontro familiare: ne parli con la psicologa che la segue e valuti con professionisti competenti i passi più adeguati. Ma se il rischio non è chiaro, il primo lavoro è distinguere la paura materna dai fatti osservabili.
Può essere utile continuare a lavorare su questo spazio: non per stabilire chi abbia ragione, ma per capire quale posizione le permetta davvero di essere d’aiuto.
Un caro saluto.
Buonasera,
le rispondo con molta attenzione, anche sulla base di una lunga esperienza clinica in situazioni familiari complesse come la sua, dove la preoccupazione per un figlio si intreccia con il senso di impotenza.
Capisco profondamente la sua angoscia. Non è solo la sofferenza di sua figlia a preoccuparla, ma anche il fatto che ci sia di mezzo una bambina così piccola. Questo aumenta il senso di urgenza e, allo stesso tempo, la frustrazione quando ogni tentativo di aiuto viene respinto.
Le dico subito una cosa importante: il modo in cui sua figlia le risponde, cioè rimandandole che è lei ad avere bisogno di curarsi, non è raro in queste situazioni. Non è necessariamente cattiveria o rifiuto puro. Spesso è una forma di difesa molto forte. In alcune strutture di personalità, il percepire che qualcuno “vuole cambiarci” può essere vissuto come un attacco, come una messa in discussione profonda del proprio valore. E allora la reazione è ribaltare la posizione.
Il punto delicato è che, più lei insiste sul fatto che “deve curarsi”, più aumenta il rischio che sua figlia si chiuda, si irrigidisca e la percepisca come un’opposizione, non come un aiuto.
Questo non significa che lei debba arrendersi o far finta di nulla. Significa però che va cambiata la modalità.
Dire direttamente “devi curarti” funziona raramente, perché mette l’altra persona in una posizione difensiva. È molto più efficace, anche se più difficile, spostarsi su un altro piano: non quello della diagnosi o della cura, ma quello dell’esperienza emotiva.
Per esempio, invece di dirle cosa dovrebbe fare, può provare a parlarle di ciò che lei vede e sente, in modo molto concreto e non accusatorio. Qualcosa come: “ti vedo molto in difficoltà in certi momenti, e mi preoccupo per te” oppure “ho l’impressione che tu stia soffrendo, e mi dispiace vederti così”. Senza aggiungere subito la soluzione.
Questo tipo di comunicazione abbassa le difese, perché non impone un’etichetta né una direzione obbligata.
Un altro aspetto fondamentale è distinguere tra ciò che è sotto il suo controllo e ciò che non lo è. Lei non può obbligare sua figlia a curarsi, se non c’è una consapevolezza minima da parte sua. Ma può lavorare su come stare dentro questa relazione, su come proteggersi emotivamente e su come essere una presenza che non alimenti ulteriori scontri.
E qui entra un punto molto importante: il fatto che lei stessa sia già seguita da una psicologa è un elemento prezioso. Non perché “ha qualcosa che non va”, ma perché le permette di avere uno spazio dove elaborare questa fatica enorme e trovare strategie più efficaci.
Riguardo alla bambina, capisco la sua preoccupazione. È naturale. Tuttavia è importante non agire solo sulla spinta dell’ansia, perché si rischia di entrare in dinamiche ancora più conflittuali con sua figlia. Se ci fossero segnali concreti di trascuratezza grave o rischio per la piccola, allora il discorso cambierebbe e si potrebbero valutare anche altri tipi di intervento. Ma questo va valutato con molta cautela e insieme a un professionista.
Se lei fosse nel mio studio, le farei una domanda molto diretta: quando prova a parlare con sua figlia, riesce a rimanere nel contatto emotivo con lei, oppure dopo poco entra inevitabilmente la paura e il bisogno di farla cambiare?
Non è una critica, è qualcosa che accade spesso. E proprio lì si gioca la possibilità di aprire uno spiraglio.
A volte il primo passo non è convincere l’altro a curarsi, ma creare le condizioni perché possa, un giorno, sentire che chiedere aiuto è possibile e non è una sconfitta.
Se vuole, possiamo approfondire meglio come sono le vostre conversazioni e in quali momenti si chiudono. Da lì si possono trovare modalità molto più mirate per avvicinarla, senza farla sentire attaccata.
le rispondo con molta attenzione, anche sulla base di una lunga esperienza clinica in situazioni familiari complesse come la sua, dove la preoccupazione per un figlio si intreccia con il senso di impotenza.
Capisco profondamente la sua angoscia. Non è solo la sofferenza di sua figlia a preoccuparla, ma anche il fatto che ci sia di mezzo una bambina così piccola. Questo aumenta il senso di urgenza e, allo stesso tempo, la frustrazione quando ogni tentativo di aiuto viene respinto.
Le dico subito una cosa importante: il modo in cui sua figlia le risponde, cioè rimandandole che è lei ad avere bisogno di curarsi, non è raro in queste situazioni. Non è necessariamente cattiveria o rifiuto puro. Spesso è una forma di difesa molto forte. In alcune strutture di personalità, il percepire che qualcuno “vuole cambiarci” può essere vissuto come un attacco, come una messa in discussione profonda del proprio valore. E allora la reazione è ribaltare la posizione.
Il punto delicato è che, più lei insiste sul fatto che “deve curarsi”, più aumenta il rischio che sua figlia si chiuda, si irrigidisca e la percepisca come un’opposizione, non come un aiuto.
Questo non significa che lei debba arrendersi o far finta di nulla. Significa però che va cambiata la modalità.
Dire direttamente “devi curarti” funziona raramente, perché mette l’altra persona in una posizione difensiva. È molto più efficace, anche se più difficile, spostarsi su un altro piano: non quello della diagnosi o della cura, ma quello dell’esperienza emotiva.
Per esempio, invece di dirle cosa dovrebbe fare, può provare a parlarle di ciò che lei vede e sente, in modo molto concreto e non accusatorio. Qualcosa come: “ti vedo molto in difficoltà in certi momenti, e mi preoccupo per te” oppure “ho l’impressione che tu stia soffrendo, e mi dispiace vederti così”. Senza aggiungere subito la soluzione.
Questo tipo di comunicazione abbassa le difese, perché non impone un’etichetta né una direzione obbligata.
Un altro aspetto fondamentale è distinguere tra ciò che è sotto il suo controllo e ciò che non lo è. Lei non può obbligare sua figlia a curarsi, se non c’è una consapevolezza minima da parte sua. Ma può lavorare su come stare dentro questa relazione, su come proteggersi emotivamente e su come essere una presenza che non alimenti ulteriori scontri.
E qui entra un punto molto importante: il fatto che lei stessa sia già seguita da una psicologa è un elemento prezioso. Non perché “ha qualcosa che non va”, ma perché le permette di avere uno spazio dove elaborare questa fatica enorme e trovare strategie più efficaci.
Riguardo alla bambina, capisco la sua preoccupazione. È naturale. Tuttavia è importante non agire solo sulla spinta dell’ansia, perché si rischia di entrare in dinamiche ancora più conflittuali con sua figlia. Se ci fossero segnali concreti di trascuratezza grave o rischio per la piccola, allora il discorso cambierebbe e si potrebbero valutare anche altri tipi di intervento. Ma questo va valutato con molta cautela e insieme a un professionista.
Se lei fosse nel mio studio, le farei una domanda molto diretta: quando prova a parlare con sua figlia, riesce a rimanere nel contatto emotivo con lei, oppure dopo poco entra inevitabilmente la paura e il bisogno di farla cambiare?
Non è una critica, è qualcosa che accade spesso. E proprio lì si gioca la possibilità di aprire uno spiraglio.
A volte il primo passo non è convincere l’altro a curarsi, ma creare le condizioni perché possa, un giorno, sentire che chiedere aiuto è possibile e non è una sconfitta.
Se vuole, possiamo approfondire meglio come sono le vostre conversazioni e in quali momenti si chiudono. Da lì si possono trovare modalità molto più mirate per avvicinarla, senza farla sentire attaccata.
Caro utente, capisco quanto questa situazione possa farla soffrire, soprattutto vedendo sua figlia stare male e sentendosi impotente nell’aiutarla. Spesso, quando una persona vive una forte sofferenza emotiva, il suggerimento di curarsi viene percepito come una critica e può generare reazioni difensive.Per questo, a volte è più utile mettere da parte il “devi curarti” e provare invece a farle sentire che vede la sua fatica e il suo dolore:
> “Ti vedo soffrire e mi dispiace tanto”
> “Vorrei solo che tu stessi meglio”
Sentirsi accolta e non giudicata può, nel tempo, aprire uno spazio di maggiore disponibilità verso un aiuto. Nel frattempo, è importante che anche lei continui ad avere un suo spazio di sostegno, perché portare da sola questa preoccupazione è molto pesante. Un caro saluto. R.S.
> “Ti vedo soffrire e mi dispiace tanto”
> “Vorrei solo che tu stessi meglio”
Sentirsi accolta e non giudicata può, nel tempo, aprire uno spazio di maggiore disponibilità verso un aiuto. Nel frattempo, è importante che anche lei continui ad avere un suo spazio di sostegno, perché portare da sola questa preoccupazione è molto pesante. Un caro saluto. R.S.
salve, purtroppo, se è maggiorenne non può obbligarla a meno che faccia degli atti molto gravi e le faccia fare un tso, oppure se si consapevolizza del suo stato, molto spesso noi psicologi incolpiamo i genitori per come sono i figli ... ma non deve essere così .. mai
Salve, mi sento di risponderle perchè ho avuto esperienza in un'associazione che ha tra i principali obiettivi il supporto e l'aiuto a ragazzi con disturbo borderline di personalità e di formazione ai relativi genitori.
Mi spiace per l'esperienza che ha avuto, purtroppo il disturbo borderline è una patologia molto particolare e se non si hanno sufficienti conoscenze scientifiche o esperienze personali sul campo, c'è la possibilità di cadere in errore.
L'argomento da lei proposto presenta una complessità non da poco e per tale ragione è necessaria un'accurata e costante preparazione, un adeguato sostegno e soprattutto di una buona dose di pazienza e perseveranza.
Dott. Samuele Venezia
Mi spiace per l'esperienza che ha avuto, purtroppo il disturbo borderline è una patologia molto particolare e se non si hanno sufficienti conoscenze scientifiche o esperienze personali sul campo, c'è la possibilità di cadere in errore.
L'argomento da lei proposto presenta una complessità non da poco e per tale ragione è necessaria un'accurata e costante preparazione, un adeguato sostegno e soprattutto di una buona dose di pazienza e perseveranza.
Dott. Samuele Venezia
Capisco la sua preoccupazione, soprattutto essendoci di mezzo anche una bambina piccola. Però purtroppo nessuno può obbligare un’altra persona a intraprendere un percorso terapeutico se non è pronta a farlo. Come ha visto anche lei, non è possibile obbligare un’altra persona a curarsi, e sentirsi dire “devi farti aiutare” spesso non convince a iniziare un percorso, anzi può far sentire ancora più giudicati o attaccati.
Nel disturbo borderline, inoltre, i farmaci da soli raramente sono sufficienti: il percorso psicoterapeutico è una parte molto importante, ma può funzionare solo se la persona sceglie di parteciparvi. Insistere, criticare o mettere condizioni rischia di aumentare la distanza e la sfiducia.
Quello che può fare, invece, è cercare di mantenere una presenza affettuosa, stabile e non giudicante. Farle sentire che le vuole bene anche nei momenti difficili, senza trasformare il tema della cura in uno scontro continuo. A volte è proprio quando una persona si sente accolta e non costantemente “corretta” che riesce pian piano ad ascoltare anche i consigli di chi ha vicino.
Allo stesso tempo, credo sia importante che continui a prendersi cura anche di sé stessa. Non come colpa o responsabilità, ma perché per sua figlia e per sua nipote può essere fondamentale avere accanto un adulto emotivamente saldo, capace di essere un punto sicuro nei momenti di difficoltà.
Inoltre, da ciò che dice esce un atteggiamento molto centrato sul problema di sua figlia. Avere uno spazio dove elaborare queste emozioni può aiutarla a stare accanto a sua figlia in modo più sereno e meno giudicante, diventando anche per sua nipote un punto di riferimento stabile e sicuro.
La sofferenza psicologica dentro una famiglia coinvolge quasi sempre tutti i membri, in modi diversi. Per questo un percorso personale può essere utile anche per capire come stare accanto a sua figlia senza consumarsi o irrigidirsi nel conflitto.
Nel disturbo borderline, inoltre, i farmaci da soli raramente sono sufficienti: il percorso psicoterapeutico è una parte molto importante, ma può funzionare solo se la persona sceglie di parteciparvi. Insistere, criticare o mettere condizioni rischia di aumentare la distanza e la sfiducia.
Quello che può fare, invece, è cercare di mantenere una presenza affettuosa, stabile e non giudicante. Farle sentire che le vuole bene anche nei momenti difficili, senza trasformare il tema della cura in uno scontro continuo. A volte è proprio quando una persona si sente accolta e non costantemente “corretta” che riesce pian piano ad ascoltare anche i consigli di chi ha vicino.
Allo stesso tempo, credo sia importante che continui a prendersi cura anche di sé stessa. Non come colpa o responsabilità, ma perché per sua figlia e per sua nipote può essere fondamentale avere accanto un adulto emotivamente saldo, capace di essere un punto sicuro nei momenti di difficoltà.
Inoltre, da ciò che dice esce un atteggiamento molto centrato sul problema di sua figlia. Avere uno spazio dove elaborare queste emozioni può aiutarla a stare accanto a sua figlia in modo più sereno e meno giudicante, diventando anche per sua nipote un punto di riferimento stabile e sicuro.
La sofferenza psicologica dentro una famiglia coinvolge quasi sempre tutti i membri, in modi diversi. Per questo un percorso personale può essere utile anche per capire come stare accanto a sua figlia senza consumarsi o irrigidirsi nel conflitto.
Sentirsi dire 'curati tu' da una figlia che vorremmo solo proteggere è una ferita profonda. In questi casi, la via diretta spesso crea solo muri: sua figlia legge il consiglio di curarsi come un giudizio sulla sua capacità di essere madre e donna.
Il segreto per aprire uno spiraglio non è spingere verso la cura, ma validare la sua fatica. Invece di dirle cosa 'deve fare', provi a dirle che vede quanto sia faticoso portare quel peso da sola. A volte, il primo passo per aiutarla è cambiare il nostro modo di comunicare: se noi impariamo a restare calmi e 'centrati' (magari con l'aiuto di tecniche di rilassamento), l'intero sistema familiare inizia a respirare in modo diverso.
Se vuole, possiamo lavorare insieme per trovare quelle 'chiavi' di comunicazione che possano superare le sue difese e proteggere la serenità della sua nipotina.
Il segreto per aprire uno spiraglio non è spingere verso la cura, ma validare la sua fatica. Invece di dirle cosa 'deve fare', provi a dirle che vede quanto sia faticoso portare quel peso da sola. A volte, il primo passo per aiutarla è cambiare il nostro modo di comunicare: se noi impariamo a restare calmi e 'centrati' (magari con l'aiuto di tecniche di rilassamento), l'intero sistema familiare inizia a respirare in modo diverso.
Se vuole, possiamo lavorare insieme per trovare quelle 'chiavi' di comunicazione che possano superare le sue difese e proteggere la serenità della sua nipotina.
Buonasera,
capisco la sua preoccupazione, soprattutto perché in questa situazione sente di dover proteggere sia sua figlia sia la bambina.
Quando una persona vive una forte sofferenza emotiva o tratti borderline, sentirsi “spinta a curarsi” può essere percepito come un’accusa o un rifiuto, e questo spesso porta a reazioni difensive molto intense. Per questo, più che convincerla o etichettarla, può essere utile provare a parlare di ciò che osserva concretamente: la sofferenza, la fatica nelle relazioni, i momenti di instabilità o il peso che sente addosso.
Anche il fatto che lei stia già cercando un supporto psicologico per sé è importante, perché le permette di non affrontare tutto da sola e di capire come stare accanto a sua figlia senza annullarsi.
A volte il cambiamento non parte dall’accettare subito una terapia, ma dal sentirsi compresi e non giudicati. Continui a confrontarsi con la professionista che la segue, soprattutto considerando la presenza della bambina e la delicatezza della situazione.
Un caro saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
capisco la sua preoccupazione, soprattutto perché in questa situazione sente di dover proteggere sia sua figlia sia la bambina.
Quando una persona vive una forte sofferenza emotiva o tratti borderline, sentirsi “spinta a curarsi” può essere percepito come un’accusa o un rifiuto, e questo spesso porta a reazioni difensive molto intense. Per questo, più che convincerla o etichettarla, può essere utile provare a parlare di ciò che osserva concretamente: la sofferenza, la fatica nelle relazioni, i momenti di instabilità o il peso che sente addosso.
Anche il fatto che lei stia già cercando un supporto psicologico per sé è importante, perché le permette di non affrontare tutto da sola e di capire come stare accanto a sua figlia senza annullarsi.
A volte il cambiamento non parte dall’accettare subito una terapia, ma dal sentirsi compresi e non giudicati. Continui a confrontarsi con la professionista che la segue, soprattutto considerando la presenza della bambina e la delicatezza della situazione.
Un caro saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Senza sindacalizzare la risposta di una collega la sua preoccupazione è legittima. Se lei vuole essere di sostegno a sua figlia, però deve essere a sua volta un riferimento per lei. Per questo le serve equilibrio.
Capisco perfettamente la sua preoccupazione, soprattutto per la presenza della bambina, ed è del tutto normale che sua figlia abbia reagito difendendosi e dicendo che è lei a doversi curare, perché il disturbo borderline porta spesso a rifiutare la sofferenza proiettandola sugli altri. In questi casi la comunicazione diretta o l'uso di etichette mediche purtroppo non funzionano, quindi le conviene evitare parole come malattia o cura e concentrarsi piuttosto sullo stress e sulla grande fatica di fare la mamma. Cerchi di parlarne solo in un momento di assoluta calma, usando un approccio molto empatico, dicendole ad esempio che la vede stanca e che vorrebbe aiutarla a trovare uno spazio tutto suo con un professionista per gestire questo carico, non perché non sia brava, ma perché merita un supporto. Una strategia utilissima per abbattere il suo muro difensivo potrebbe essere quella di raccogliere la sua provocazione e proporle di fare qualche seduta insieme a lei, spiegandole che questo periodo è difficile per entrambe e che un aiuto esterno farebbe bene al vostro rapporto. Continui assolutamente a confrontarsi con la sua psicologa per capire come muoversi e per valutare se sia il caso di orientarsi verso specialisti della terapia dialettico-comportamentale (DBT), che è la più efficace per questo disturbo.
La preoccupazione che sente è comprensibile, soprattutto con una nipotina piccola in mezzo.
C'è però una cosa difficile da accettare in queste situazioni: non è possibile convincere qualcuno a curarsi se quella persona non è pronta a farlo. Insistere, anche con le migliori intenzioni, spesso produce l’effetto opposto, genera resistenza e può deteriorare il rapporto, che è invece la risorsa più preziosa che ha.
Ci sono anche gruppi di supporto per familiari di persone con disturbi della personalità, spazi in cui imparare come stare vicino senza esaurirsi e senza alimentare involontariamente certe dinamiche. Potrebbe essere un’altra risorsa da esplorare.
C'è però una cosa difficile da accettare in queste situazioni: non è possibile convincere qualcuno a curarsi se quella persona non è pronta a farlo. Insistere, anche con le migliori intenzioni, spesso produce l’effetto opposto, genera resistenza e può deteriorare il rapporto, che è invece la risorsa più preziosa che ha.
Ci sono anche gruppi di supporto per familiari di persone con disturbi della personalità, spazi in cui imparare come stare vicino senza esaurirsi e senza alimentare involontariamente certe dinamiche. Potrebbe essere un’altra risorsa da esplorare.
Cara utente,
non c'è un modo giusto per dire a sua figlia di intraprendere un percorso, sopratutto diventa difficile consigliarle quando non si sanno le dinamiche famigliari e il funzionamento psicologico della persona stessa. Dunque, ciò che le posso consigliare è di parlare a sua figlia con il cuore in mano: da madre preoccupata per la propria figlia e nipote che cerca un dialogo e non accusa. Una madre pronta a sostenere e supportare e non ad etichettare con un disturbo magari non ancora diagnosticato. Comunicare in modo sincero, non è mai un errore.
Un saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
non c'è un modo giusto per dire a sua figlia di intraprendere un percorso, sopratutto diventa difficile consigliarle quando non si sanno le dinamiche famigliari e il funzionamento psicologico della persona stessa. Dunque, ciò che le posso consigliare è di parlare a sua figlia con il cuore in mano: da madre preoccupata per la propria figlia e nipote che cerca un dialogo e non accusa. Una madre pronta a sostenere e supportare e non ad etichettare con un disturbo magari non ancora diagnosticato. Comunicare in modo sincero, non è mai un errore.
Un saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Buonasera, comprendo molto bene la sua preoccupazione. Quando si vede una figlia soffrire e, allo stesso tempo, rifiutare l’idea di ricevere un aiuto, è naturale sentirsi impotenti, frustrati e spaventati. La presenza di una bambina così piccola rende tutto ancora più delicato, perché oltre al dolore per sua figlia si aggiunge la preoccupazione per il benessere della nipotina. La prima cosa importante da considerare è che nessuno può essere costretto a intraprendere un percorso psicologico se non sente, almeno in parte, che quel percorso possa essergli utile. Più una persona percepisce di essere giudicata o “messa sotto pressione”, più tende a difendersi e a respingere il suggerimento. La risposta che sua figlia le ha dato, per quanto possa essere stata dolorosa, può essere letta proprio in questo modo: come una reazione difensiva, forse motivata dal timore di sentirsi criticata o considerata “sbagliata”. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso le persone reagiscono non tanto ai fatti in sé, quanto al significato che attribuiscono a ciò che viene detto. Se sua figlia interpreta il messaggio “dovresti curarti” come “sei un problema” oppure “non sei in grado di gestire la tua vita”, è comprensibile che risponda con rabbia o chiusura. Questo non significa che lei abbia sbagliato nelle sue intenzioni, ma che probabilmente il messaggio è stato recepito in modo diverso da quello che desiderava trasmettere. In molti casi è più utile spostare l’attenzione dalla necessità di “curarsi” alla possibilità di stare meglio. Una persona può rifiutare l’idea di avere un problema, ma essere più disponibile ad accettare un aiuto se lo percepisce come un’opportunità per soffrire meno, sentirsi più serena e affrontare con maggiore equilibrio le difficoltà quotidiane. È importante anche riconoscere che lei non ha il controllo sulle scelte di sua figlia. Questo è spesso uno degli aspetti più difficili da accettare per un genitore. Per quanto l’amore e la preoccupazione siano profondi, il cambiamento può avvenire soltanto quando la persona è pronta a mettersi in discussione. Ciò che lei può fare è mantenere una presenza affettuosa, stabile e non giudicante, cercando di comunicare la sua disponibilità e il suo sostegno. Il fatto che lei stessa abbia iniziato un percorso psicologico è estremamente significativo. Non perché il problema sia suo, ma perché avere uno spazio in cui elaborare le proprie emozioni e comprendere come relazionarsi in modo più efficace con sua figlia può essere di grande aiuto. Spesso, quando cambia il modo in cui ci si pone, si modifica gradualmente anche la risposta dell’altra persona. Per quanto riguarda sua nipote, la sua preoccupazione è del tutto comprensibile. Tuttavia, è importante evitare di lasciarsi guidare esclusivamente dalla paura. Mantenere un rapporto affettuoso e stabile con la bambina può rappresentare per lei una presenza preziosa e rassicurante. I bambini beneficiano molto dell’esistenza di adulti significativi che offrano continuità, calma e sicurezza emotiva. Un percorso psicologico ad orientamento cognitivo comportamentale può essere utile non solo per chi vive direttamente una sofferenza, ma anche per i familiari, perché aiuta a comprendere i meccanismi relazionali che si ripetono e a trovare modalità più efficaci di comunicazione e gestione del proprio coinvolgimento emotivo. In questo momento, forse l’obiettivo più realistico non è convincere sua figlia a iniziare immediatamente un percorso, ma continuare a costruire un rapporto in cui possa sentirsi accolta e non giudicata. A volte il desiderio di chiedere aiuto nasce proprio quando una persona percepisce di avere accanto qualcuno che la comprende e la sostiene con pazienza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
la sua è una preoccupazione comprensibile e legittima, soprattutto perché oltre alla sofferenza di sua figlia sente anche la responsabilità e la preoccupazione legate alla presenza di una bambina così piccola.
Quando una persona soffre di disturbo borderline, spesso vive i tentativi di aiuto da parte dei familiari con una forte intensità emotiva, percependoli talvolta come critiche, giudizi o forme di controllo. Per questo motivo, dire direttamente “devi curarti” può provocare chiusura o reazioni difensive, come è accaduto nel vostro scambio.
Più che cercare di convincerla, potrebbe essere utile mantenere una comunicazione centrata sulle sue emozioni e sul suo benessere, esprimendo ciò che osserva e ciò che prova come madre, senza etichette o imposizioni. Ad esempio:
“Ti vedo stare male e mi dispiace vederti soffrire, vorrei poterti aiutare”.
È importante ricordare anche che non può obbligarla a intraprendere un percorso terapeutico, ma può continuare ad esserci in modo stabile e presente, mantenendo al tempo stesso attenzione ai propri limiti e al proprio equilibrio emotivo.
Il fatto che lei stessa abbia scelto di confrontarsi con una professionista è già un passo importante, perché nelle situazioni familiari complesse anche il supporto ai caregiver può fare la differenza. A volte piccoli cambiamenti nelle modalità relazionali possono favorire, nel tempo, una maggiore apertura da parte della persona che soffre.
Se la situazione dovesse diventare particolarmente critica, sia per sua figlia sia per la bambina, potrebbe essere utile valutare anche un confronto con i servizi territoriali o con professionisti specializzati nel sostegno familiare.
la sua è una preoccupazione comprensibile e legittima, soprattutto perché oltre alla sofferenza di sua figlia sente anche la responsabilità e la preoccupazione legate alla presenza di una bambina così piccola.
Quando una persona soffre di disturbo borderline, spesso vive i tentativi di aiuto da parte dei familiari con una forte intensità emotiva, percependoli talvolta come critiche, giudizi o forme di controllo. Per questo motivo, dire direttamente “devi curarti” può provocare chiusura o reazioni difensive, come è accaduto nel vostro scambio.
Più che cercare di convincerla, potrebbe essere utile mantenere una comunicazione centrata sulle sue emozioni e sul suo benessere, esprimendo ciò che osserva e ciò che prova come madre, senza etichette o imposizioni. Ad esempio:
“Ti vedo stare male e mi dispiace vederti soffrire, vorrei poterti aiutare”.
È importante ricordare anche che non può obbligarla a intraprendere un percorso terapeutico, ma può continuare ad esserci in modo stabile e presente, mantenendo al tempo stesso attenzione ai propri limiti e al proprio equilibrio emotivo.
Il fatto che lei stessa abbia scelto di confrontarsi con una professionista è già un passo importante, perché nelle situazioni familiari complesse anche il supporto ai caregiver può fare la differenza. A volte piccoli cambiamenti nelle modalità relazionali possono favorire, nel tempo, una maggiore apertura da parte della persona che soffre.
Se la situazione dovesse diventare particolarmente critica, sia per sua figlia sia per la bambina, potrebbe essere utile valutare anche un confronto con i servizi territoriali o con professionisti specializzati nel sostegno familiare.
Parlare a un figlio di salute mentale, specialmente quando si tratta di una condizione complessa come il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) è una delle sfide più difficili e dolorose per un genitore. La paura di reazioni rabbiose, del rifiuto o di peggiorare la situazione è del tutto legittima. Chi soffre di DBP vive le emozioni in modo incredibilmente intenso e ha una profonda paura del rifiuto e dell'abbandono. Per questo motivo ,l'approccio non deve suonare come un'accusa o un tentativo di "aggiustarla", ma come un atto di profonda alleanza. Le consiglio di far ciò con l'aiuto di un professionista che sicuramente sarà in grado di guidarla passo per passo. Un caro saluto .
Comprendo la sua preoccupazione e la fatica emotiva che questa situazione può comportare. Spesso cercare di convincere una persona amata a curarsi può generare chiusura o conflitto; può essere più utile mantenere un dialogo accogliente, esprimendo vicinanza e incoraggiando gradualmente un confronto con un professionista.
Anche per i familiari è importante avere uno spazio sicuro di supporto e ascolto. Se ne sentirà il bisogno possiamo provare a confrontarci. Un caro saluto!
Anche per i familiari è importante avere uno spazio sicuro di supporto e ascolto. Se ne sentirà il bisogno possiamo provare a confrontarci. Un caro saluto!
Gentile mamma,
accolgo il suo messaggio e percepisco la sua profonda preoccupazione, non solo per sua figlia ma anche per la sua nipotina così piccola. Capisco quanto possa essere doloroso e frustrante voler aiutare qualcuno a cui si vuole bene e sentirsi contrattaccati o colpevolizzati.
Da psicologa con un approccio sistemico-relazionale, vorrei offrirle una chiave di lettura che spero possa esserle utile. Quando una persona soffre e non riesce a esternare il proprio dolore a parole, lo fa spesso manifestando un sintomo. In questo caso, in base a quanto da lei riportato, attraverso le caratteristiche di un disturbo borderline.
Spesso, dire direttamente a qualcuno "ti devi curare" viene percepito come un'accusa, come un tentativo di "etichettare" l'altro come problematico. La risposta di sua figlia, per quanto possa esser stata dolorosa, potrebbe essere una difesa.
In situazioni come questa, per sbloccare la situazione può essere utile, non spingere la persona a curarsi da sola, ma proporre un percorso che coinvolga la famiglia, o una parte di essa. Se sua figlia le dice "hai bisogno tu di curarti", potrebbe provare a utilizzare questa stessa frase per aprire una porta verso un percorso di terapia familiare. In questi casi, infatti, un approccio sistemico potrebbe essere molto utile, perché non va a stabilire "di chi è la colpa", ma a creare uno spazio protetto in cui dare un nuovo significato a ciò che vi sta accadendo. Permette di dare una lettura professionale a ciò che oggi è fonte di sofferenza, sostenendo sua figlia nel suo delicato ruolo di mamma e tutelando, al contempo, il suo prezioso ruolo di nonna.
Lei, nel frattempo, continui a prendersi cura di sé, tenendo in considerazione la possibilità eventuale di consultare un professionista sistemico per capire come fare i prossimi passi insieme a sua figlia.
Le auguro un buon percorso di cura di sé e mando un caloroso pensiero a lei e alla sua famiglia.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Simona Fresu
accolgo il suo messaggio e percepisco la sua profonda preoccupazione, non solo per sua figlia ma anche per la sua nipotina così piccola. Capisco quanto possa essere doloroso e frustrante voler aiutare qualcuno a cui si vuole bene e sentirsi contrattaccati o colpevolizzati.
Da psicologa con un approccio sistemico-relazionale, vorrei offrirle una chiave di lettura che spero possa esserle utile. Quando una persona soffre e non riesce a esternare il proprio dolore a parole, lo fa spesso manifestando un sintomo. In questo caso, in base a quanto da lei riportato, attraverso le caratteristiche di un disturbo borderline.
Spesso, dire direttamente a qualcuno "ti devi curare" viene percepito come un'accusa, come un tentativo di "etichettare" l'altro come problematico. La risposta di sua figlia, per quanto possa esser stata dolorosa, potrebbe essere una difesa.
In situazioni come questa, per sbloccare la situazione può essere utile, non spingere la persona a curarsi da sola, ma proporre un percorso che coinvolga la famiglia, o una parte di essa. Se sua figlia le dice "hai bisogno tu di curarti", potrebbe provare a utilizzare questa stessa frase per aprire una porta verso un percorso di terapia familiare. In questi casi, infatti, un approccio sistemico potrebbe essere molto utile, perché non va a stabilire "di chi è la colpa", ma a creare uno spazio protetto in cui dare un nuovo significato a ciò che vi sta accadendo. Permette di dare una lettura professionale a ciò che oggi è fonte di sofferenza, sostenendo sua figlia nel suo delicato ruolo di mamma e tutelando, al contempo, il suo prezioso ruolo di nonna.
Lei, nel frattempo, continui a prendersi cura di sé, tenendo in considerazione la possibilità eventuale di consultare un professionista sistemico per capire come fare i prossimi passi insieme a sua figlia.
Le auguro un buon percorso di cura di sé e mando un caloroso pensiero a lei e alla sua famiglia.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Simona Fresu
Buongiorno, comprendo la preoccupazione, vista anche la presenza di una nipote, ma purtroppo non c'è modo alcuno di convincere una persona a prendersi cura di sé. È un processo interno che non può essere forzato dall'esterno. Ciò che può fare è continuare il percorso con la sua terapeuta per gestire la relazione con sua figlia. In ogni caso, se la risposta della sua psicologa non le è piaciuta, ne parli apertamente con lei. È importante riparare questo momento per garantire l'efficacia della terapia.
Buongiorno signora,
capisco la difficoltà nell'essere spettatori della sofferenza di un figlio che di quella sofferenza non si rende conto. Il senso di impotenza che lei sta provando è comprensibile. Le posso consigliare di provare un altro approccio, perchè il disturbo di sua figlia è meno individuale di quello che pensa: è un affare di famiglia e come tale, potrebbe avere senso invitarla a partecipare ad incontri familiari inizialmente, in cui tutti vi mettere in gioco, lei, l'eventuale compagno, papà se c'è, sorelle/fratelli...in modo tale che sua figlia possa sentire che in questo non è da sola.
Provi a cercare su questa piattaforma un/a collega psicoterapeuta sistemico-familiare della sua città e comunichi che ha ricevuto questa indicazione. Saprà sicuramente come aiutarla.
Un caro saluto
dott.ssa Alessia Serio
capisco la difficoltà nell'essere spettatori della sofferenza di un figlio che di quella sofferenza non si rende conto. Il senso di impotenza che lei sta provando è comprensibile. Le posso consigliare di provare un altro approccio, perchè il disturbo di sua figlia è meno individuale di quello che pensa: è un affare di famiglia e come tale, potrebbe avere senso invitarla a partecipare ad incontri familiari inizialmente, in cui tutti vi mettere in gioco, lei, l'eventuale compagno, papà se c'è, sorelle/fratelli...in modo tale che sua figlia possa sentire che in questo non è da sola.
Provi a cercare su questa piattaforma un/a collega psicoterapeuta sistemico-familiare della sua città e comunichi che ha ricevuto questa indicazione. Saprà sicuramente come aiutarla.
Un caro saluto
dott.ssa Alessia Serio
Buongiorno,
Capisco la sua preoccupazione, soprattutto perché oltre a vedere la sofferenza di sua figlia vede anche una bambina piccola coinvolta in questo equilibrio familiare così delicato. Però è importante fare attenzione a un punto: quando una persona si sente “spinta a curarsi”, soprattutto in quadri borderline, spesso vive il messaggio come un attacco, un giudizio o un tentativo di controllo. Per questo può reagire dicendo che è l’altro ad avere bisogno di cure. Più che convincerla con spiegazioni o etichette diagnostiche, spesso è più utile spostarsi sul piano della sofferenza concreta e della relazione. Ad esempio: “Io ti vedo stare male”, “vedo che fai fatica”, “mi preoccupo perché ti voglio bene”, evitando frasi come “devi curarti” o riferimenti troppo diretti alla diagnosi. Un altro aspetto importante è che lei continui ad avere un suo spazio psicologico di sostegno, perché vivere accanto a una persona con forte instabilità emotiva può portare chi sta vicino a sentirsi confuso, colpevole, impotente e sempre in allerta. A volte il cambiamento arriva non quando ci si sente obbligati, ma quando ci si sente compresi e meno giudicati.
Saluti
Eleonora Rossini
Capisco la sua preoccupazione, soprattutto perché oltre a vedere la sofferenza di sua figlia vede anche una bambina piccola coinvolta in questo equilibrio familiare così delicato. Però è importante fare attenzione a un punto: quando una persona si sente “spinta a curarsi”, soprattutto in quadri borderline, spesso vive il messaggio come un attacco, un giudizio o un tentativo di controllo. Per questo può reagire dicendo che è l’altro ad avere bisogno di cure. Più che convincerla con spiegazioni o etichette diagnostiche, spesso è più utile spostarsi sul piano della sofferenza concreta e della relazione. Ad esempio: “Io ti vedo stare male”, “vedo che fai fatica”, “mi preoccupo perché ti voglio bene”, evitando frasi come “devi curarti” o riferimenti troppo diretti alla diagnosi. Un altro aspetto importante è che lei continui ad avere un suo spazio psicologico di sostegno, perché vivere accanto a una persona con forte instabilità emotiva può portare chi sta vicino a sentirsi confuso, colpevole, impotente e sempre in allerta. A volte il cambiamento arriva non quando ci si sente obbligati, ma quando ci si sente compresi e meno giudicati.
Saluti
Eleonora Rossini
Carissima,
nella sua richiesta si avverte un’urgenza dolorosa e profondamente comprensibile: la preoccupazione per sua figlia si unisce al terrore per il benessere di una nipotina di appena due anni. Sentirsi rispondere "devi curarti tu" dopo aver cercato, con amore e su consiglio professionale, di tenderle una mano, è uno schiaffo che lascia impotenti.
Vorrei offrirle una chiave di lettura diversa per comprendere la reazione di sua figlia, non per giustificarla, ma per aiutarla a trovare una strada che non sia un vicolo cieco.
Nel mondo interiore di chi soffre di un disturbo borderline, la proposta di "andarsi a curare" non viene percepita come un gesto di aiuto. Viene vissuta come una sentenza di squalifica, un rifiuto totale o un tentativo di etichettarla come "quella sbagliata". La sua reazione rabbiosa è un muro di difesa automatico contro una paura profonda: quella di essere abbandonata e giudicata difettosa.
Quando sua figlia le ha detto "hai bisogno tu di curarti", ha usato una difesa speculare. Ma in quel paradosso c'è una grande verità psicologica: in questo momento, l'unica persona su cui lei ha potere di intervento è proprio se stessa.
Ecco come possiamo provare a ribaltare la situazione:
- Togliere la diagnosi dal tavolo: continuerà a essere quasi impossibile convincerla che "è malata". Molto più efficace è smettere di parlare della sua salute mentale in generale e iniziare a specchiare solo frammenti di realtà specifici, senza giudizio. Ad esempio, non dirle "fatti curare perché sei instabile", ma "vedo che sei stanchissima e che questa situazione con la bimba ti sta esaurendo, se vuoi ti aiuto a trovare un supporto per la fatica di tutti i giorni".
- Curare il "campo relazionale": lei sta già andando da una psicologa, e questo è preziosissimo. Continui questo percorso non con l'obiettivo di trovare la "frase magica" per cambiare sua figlia, ma per trasformare se stessa nel contenitore stabile di questa tempesta. Quando noi cambiamo il nostro modo di reagire, di mettere confini e di porci di fronte al caos dell'altro, l'intero sistema familiare è costretto a muoversi.
- Proteggere la nipotina senza espropriare la madre: la presenza della bimba di due anni è ciò che la preoccupa di più. Il modo migliore per tutelarla non è porsi in contrapposizione con sua figlia (alimentando la sua paranoia di essere una cattiva madre), ma offrirsi come presenza calda, costante e non giudicante per entrambe. Più sua figlia la sentirà come un'alleata sicura e meno come un giudice, più le lascerà spazio per stare con la bambina.
Se in questo percorso sentirà il bisogno di uno spazio terapeutico orientato a decodificare questi nodi, sappia che sono a sua disposizione.
Le mando un forte abbraccio di sostegno.
nella sua richiesta si avverte un’urgenza dolorosa e profondamente comprensibile: la preoccupazione per sua figlia si unisce al terrore per il benessere di una nipotina di appena due anni. Sentirsi rispondere "devi curarti tu" dopo aver cercato, con amore e su consiglio professionale, di tenderle una mano, è uno schiaffo che lascia impotenti.
Vorrei offrirle una chiave di lettura diversa per comprendere la reazione di sua figlia, non per giustificarla, ma per aiutarla a trovare una strada che non sia un vicolo cieco.
Nel mondo interiore di chi soffre di un disturbo borderline, la proposta di "andarsi a curare" non viene percepita come un gesto di aiuto. Viene vissuta come una sentenza di squalifica, un rifiuto totale o un tentativo di etichettarla come "quella sbagliata". La sua reazione rabbiosa è un muro di difesa automatico contro una paura profonda: quella di essere abbandonata e giudicata difettosa.
Quando sua figlia le ha detto "hai bisogno tu di curarti", ha usato una difesa speculare. Ma in quel paradosso c'è una grande verità psicologica: in questo momento, l'unica persona su cui lei ha potere di intervento è proprio se stessa.
Ecco come possiamo provare a ribaltare la situazione:
- Togliere la diagnosi dal tavolo: continuerà a essere quasi impossibile convincerla che "è malata". Molto più efficace è smettere di parlare della sua salute mentale in generale e iniziare a specchiare solo frammenti di realtà specifici, senza giudizio. Ad esempio, non dirle "fatti curare perché sei instabile", ma "vedo che sei stanchissima e che questa situazione con la bimba ti sta esaurendo, se vuoi ti aiuto a trovare un supporto per la fatica di tutti i giorni".
- Curare il "campo relazionale": lei sta già andando da una psicologa, e questo è preziosissimo. Continui questo percorso non con l'obiettivo di trovare la "frase magica" per cambiare sua figlia, ma per trasformare se stessa nel contenitore stabile di questa tempesta. Quando noi cambiamo il nostro modo di reagire, di mettere confini e di porci di fronte al caos dell'altro, l'intero sistema familiare è costretto a muoversi.
- Proteggere la nipotina senza espropriare la madre: la presenza della bimba di due anni è ciò che la preoccupa di più. Il modo migliore per tutelarla non è porsi in contrapposizione con sua figlia (alimentando la sua paranoia di essere una cattiva madre), ma offrirsi come presenza calda, costante e non giudicante per entrambe. Più sua figlia la sentirà come un'alleata sicura e meno come un giudice, più le lascerà spazio per stare con la bambina.
Se in questo percorso sentirà il bisogno di uno spazio terapeutico orientato a decodificare questi nodi, sappia che sono a sua disposizione.
Le mando un forte abbraccio di sostegno.
Gentile,
comprendo profondamente la sua preoccupazione. Quando si vede una figlia soffrire, soprattutto se ci sono comportamenti impulsivi, instabilità emotiva, rabbia intensa o dinamiche difficili e in più è presente una bambina piccola, è naturale sentirsi impotenti, spaventati e con il bisogno urgente di “farle capire” che ha bisogno di aiuto.
Tuttavia c’è un punto molto importante da considerare, una persona con una possibile organizzazione borderline di personalità o con un Disturbo Borderline di Personalità spesso vive ogni tentativo esterno di “correzione” come un attacco, un controllo o una conferma del fatto di essere sbagliata, rifiutata o non amata. Per questo motivo frasi come “devi curarti” ( anche se dette con amore e preoccupazione) rischiano di produrre l’effetto opposto cioè chiusura, rabbia o allontanamento.
Lei non può obbligare sua figlia a intraprendere un percorso terapeutico se lei non riconosce una difficoltà o non è pronta a farlo. Questa è una verità molto dura da accettare per un genitore. Ma può lavorare su un’altra cosa ovvero modificare IL MODO in cui entra nella relazione con lei.
Potrebbe essere più utile cercare momenti in cui sua figlia si sente compresa nel suo dolore, senza sentirsi immediatamente definita da una diagnosi. Una persona con tratti borderline spesso soffre enormemente di vuoto, paura dell’abbandono, instabilità emotiva e relazionale, ma dietro comportamenti molto difficili da gestire c’è quasi sempre una sofferenza profonda e non solo “cattiveria” o opposizione.
Allo stesso tempo, la sua preoccupazione per la bambina è assolutamente legittima. Una madre emotivamente molto instabile può fare fatica a mantenere continuità, regolazione e sicurezza relazionale. Proprio per questo credo che il supporto psicologico a lei, in questo momento, sia estremamente importante. Non come “ripiego” perché sua figlia non vuole andarci, ma perché avere uno spazio per capire come muoversi, come mettere confini sani e come non farsi travolgere dall’angoscia può fare una differenza enorme anche indirettamente sulla situazione familiare.
A volte il primo cambiamento in questi contesti non avviene nella persona che “sta peggio”, ma nel sistema relazionale attorno a lei. E questo, nel tempo, può aprire spiragli che oggi sembrano impossibili.
Per approfondire ulteriormente quali vie è possibili percorrere, può riservare un primo colloquio gratuito con me.
Dr.ssa Alessandra Scarci
comprendo profondamente la sua preoccupazione. Quando si vede una figlia soffrire, soprattutto se ci sono comportamenti impulsivi, instabilità emotiva, rabbia intensa o dinamiche difficili e in più è presente una bambina piccola, è naturale sentirsi impotenti, spaventati e con il bisogno urgente di “farle capire” che ha bisogno di aiuto.
Tuttavia c’è un punto molto importante da considerare, una persona con una possibile organizzazione borderline di personalità o con un Disturbo Borderline di Personalità spesso vive ogni tentativo esterno di “correzione” come un attacco, un controllo o una conferma del fatto di essere sbagliata, rifiutata o non amata. Per questo motivo frasi come “devi curarti” ( anche se dette con amore e preoccupazione) rischiano di produrre l’effetto opposto cioè chiusura, rabbia o allontanamento.
Lei non può obbligare sua figlia a intraprendere un percorso terapeutico se lei non riconosce una difficoltà o non è pronta a farlo. Questa è una verità molto dura da accettare per un genitore. Ma può lavorare su un’altra cosa ovvero modificare IL MODO in cui entra nella relazione con lei.
Potrebbe essere più utile cercare momenti in cui sua figlia si sente compresa nel suo dolore, senza sentirsi immediatamente definita da una diagnosi. Una persona con tratti borderline spesso soffre enormemente di vuoto, paura dell’abbandono, instabilità emotiva e relazionale, ma dietro comportamenti molto difficili da gestire c’è quasi sempre una sofferenza profonda e non solo “cattiveria” o opposizione.
Allo stesso tempo, la sua preoccupazione per la bambina è assolutamente legittima. Una madre emotivamente molto instabile può fare fatica a mantenere continuità, regolazione e sicurezza relazionale. Proprio per questo credo che il supporto psicologico a lei, in questo momento, sia estremamente importante. Non come “ripiego” perché sua figlia non vuole andarci, ma perché avere uno spazio per capire come muoversi, come mettere confini sani e come non farsi travolgere dall’angoscia può fare una differenza enorme anche indirettamente sulla situazione familiare.
A volte il primo cambiamento in questi contesti non avviene nella persona che “sta peggio”, ma nel sistema relazionale attorno a lei. E questo, nel tempo, può aprire spiragli che oggi sembrano impossibili.
Per approfondire ulteriormente quali vie è possibili percorrere, può riservare un primo colloquio gratuito con me.
Dr.ssa Alessandra Scarci
Salve
Credo sia comprensibile l'urgenza e la paura che la muovono: quando c'è di mezzo una bambina piccola, l'istinto di protezione diventa assordante. Tuttavia, la invito a esplorare l'effetto che le etichette cliniche possono avere sulle nostre relazioni. Quando ci approcciamo a un familiare attraverso la lente di una diagnosi, c'è il forte rischio di iniziare a guardarlo come se fosse "guasto". Il problema rischia di smettere di essere una fatica condivisa per sovrapporsi all'identità stessa della persona. E di fronte allo sguardo di chi ci percepisce come un pezzo difettoso da riparare, chiunque tenderebbe a innalzare un muro.
Cosa accadrebbe se provassimo a leggere la risposta tagliente che le ha dato sua figlia ("hai bisogno tu di curarti") come un tentativo di difendere la propria dignità? Potremmo ipotizzare che, per una giovane donna immersa nella complessa sfida di essere madre, sentirsi intimare "ti devi curare" suoni come un disconoscimento delle sue capacità. In quest'ottica, la sua rabbia potrebbe rivelare una competenza: una protesta per rifiutare l'etichetta di "problema della famiglia" e il tentativo di proteggere il proprio diritto a essere vista come una persona intera.
Continuare a concentrarsi su chi dei due debba essere "aggiustato" rischia solo di alimentare il clima di allarme che vi sta allontanando, saturando ogni spazio di dialogo. Più che tentare di convincerla ad accettare una diagnosi, potrebbe esserle utile esplorare come queste tensioni stiano agendo sul vostro rapporto. Le suggerisco di valutare un confronto con un professionista che l'aiuti a osservare queste dinamiche relazionali senza l'intento di cercare un "colpevole" o un "malato". Uno spazio orientato a esplorare i vostri valori, immaginando modi possibili per riavvicinarsi a sua figlia alleggerendo entrambe dal peso di sentirsi sotto esame o da "riparare".
Credo sia comprensibile l'urgenza e la paura che la muovono: quando c'è di mezzo una bambina piccola, l'istinto di protezione diventa assordante. Tuttavia, la invito a esplorare l'effetto che le etichette cliniche possono avere sulle nostre relazioni. Quando ci approcciamo a un familiare attraverso la lente di una diagnosi, c'è il forte rischio di iniziare a guardarlo come se fosse "guasto". Il problema rischia di smettere di essere una fatica condivisa per sovrapporsi all'identità stessa della persona. E di fronte allo sguardo di chi ci percepisce come un pezzo difettoso da riparare, chiunque tenderebbe a innalzare un muro.
Cosa accadrebbe se provassimo a leggere la risposta tagliente che le ha dato sua figlia ("hai bisogno tu di curarti") come un tentativo di difendere la propria dignità? Potremmo ipotizzare che, per una giovane donna immersa nella complessa sfida di essere madre, sentirsi intimare "ti devi curare" suoni come un disconoscimento delle sue capacità. In quest'ottica, la sua rabbia potrebbe rivelare una competenza: una protesta per rifiutare l'etichetta di "problema della famiglia" e il tentativo di proteggere il proprio diritto a essere vista come una persona intera.
Continuare a concentrarsi su chi dei due debba essere "aggiustato" rischia solo di alimentare il clima di allarme che vi sta allontanando, saturando ogni spazio di dialogo. Più che tentare di convincerla ad accettare una diagnosi, potrebbe esserle utile esplorare come queste tensioni stiano agendo sul vostro rapporto. Le suggerisco di valutare un confronto con un professionista che l'aiuti a osservare queste dinamiche relazionali senza l'intento di cercare un "colpevole" o un "malato". Uno spazio orientato a esplorare i vostri valori, immaginando modi possibili per riavvicinarsi a sua figlia alleggerendo entrambe dal peso di sentirsi sotto esame o da "riparare".
Buongiorno,
Capisco il suo dolore e il senso di impotenza: trovarsi tra una figlia che soffre e rifiuta l'aiuto e una nipotina di due anni da tutelare è un carico emotivo enorme.
Consideri che la risposta di sua figlia ("Devi curarti tu") può essere una difesa speculare: per non crollare di fronte all'angoscia, proietta il problema all'esterno.
Perciò, con delicatezza e chiarezza provi a spostare l'attenzione dal "giudizio" al "sentimento": evitando formule come "Devi curarti", che suonano come un attacco. Mentre potrebbe suonare più amichevole una formula del genere: "Ti vedo soffrire e questo mi fa stare male, vorrei vederti più serena". E' importante che il suo interesse e la sua premura siano mosse non tanto dalla volontà di "correggere" ma dal desiderio di accogliere!
Inoltre potrebbe cercare di disinnescare il conflitto: quando, per esempio le dice che è lei a doversi curare, non si metta sulla difensiva. Risponda invece con calma: "Forse hai ragione, questa situazione mi fa soffrire così tanto che ho proprio bisogno di un aiuto per gestirla". Questo evita l'eventuale braccio di ferro tra di voi e mostra che chiedere aiuto è un atto di forza, non di debolezza.
Un altro punto su cui fare leva potrebbe essere quello di usare la maternità come risorsa. Per esempio: "Fare la mamma è difficilissimo, ti meriti un posto tutto tuo dove poterti scaricare". Questo non la fa sentire una cattiva madre, mentre potrebbe sollecitare una risposta positiva e proporre uno spazio terapeutico come supporto per la fatica di essere genitore
Le consiglio altresì di continuare il suo percorso psicologico, in quanto spazio fondamentale di supporto per scoprire in che modo può essere di aiuto, gestire ansie e preoccupazioni e capire anche come proteggere la bambina senza sostituirsi alla madre.
Con occhi attenti su sua nipote, proceda a piccoli passi; con fermezza e, allo stesso tempo, prudenza, discrezione e tatto.
Saluti
Dott.ssa Laura Bocci
Capisco il suo dolore e il senso di impotenza: trovarsi tra una figlia che soffre e rifiuta l'aiuto e una nipotina di due anni da tutelare è un carico emotivo enorme.
Consideri che la risposta di sua figlia ("Devi curarti tu") può essere una difesa speculare: per non crollare di fronte all'angoscia, proietta il problema all'esterno.
Perciò, con delicatezza e chiarezza provi a spostare l'attenzione dal "giudizio" al "sentimento": evitando formule come "Devi curarti", che suonano come un attacco. Mentre potrebbe suonare più amichevole una formula del genere: "Ti vedo soffrire e questo mi fa stare male, vorrei vederti più serena". E' importante che il suo interesse e la sua premura siano mosse non tanto dalla volontà di "correggere" ma dal desiderio di accogliere!
Inoltre potrebbe cercare di disinnescare il conflitto: quando, per esempio le dice che è lei a doversi curare, non si metta sulla difensiva. Risponda invece con calma: "Forse hai ragione, questa situazione mi fa soffrire così tanto che ho proprio bisogno di un aiuto per gestirla". Questo evita l'eventuale braccio di ferro tra di voi e mostra che chiedere aiuto è un atto di forza, non di debolezza.
Un altro punto su cui fare leva potrebbe essere quello di usare la maternità come risorsa. Per esempio: "Fare la mamma è difficilissimo, ti meriti un posto tutto tuo dove poterti scaricare". Questo non la fa sentire una cattiva madre, mentre potrebbe sollecitare una risposta positiva e proporre uno spazio terapeutico come supporto per la fatica di essere genitore
Le consiglio altresì di continuare il suo percorso psicologico, in quanto spazio fondamentale di supporto per scoprire in che modo può essere di aiuto, gestire ansie e preoccupazioni e capire anche come proteggere la bambina senza sostituirsi alla madre.
Con occhi attenti su sua nipote, proceda a piccoli passi; con fermezza e, allo stesso tempo, prudenza, discrezione e tatto.
Saluti
Dott.ssa Laura Bocci
Carissima, nella sua lettera sento una forte preoccupazione, insieme al desiderio sincero di proteggere sia sua figlia che la sua nipotina. Quando si osservano segnali di fatica in una persona che amiamo, è naturale cercare risposte e qualcuno che ci orienti.
Per comprendere meglio la situazione sarebbe utile conoscere alcuni elementi come l’età di sua figlia e la sua, se una diagnosi è stata formulata da un professionista, quali comportamenti la stanno mettendo in allarme, quali risorse familiari o sociali sono presenti attorno a lei.
A volte, più che concentrarsi su un nome diagnostico, è importante guardare alla persona nella sua interezza: cosa sta vivendo, quali bisogni sta esprimendo, quali fatiche sta cercando di comunicare, magari anche in modo conflittuale o difficile da decifrare.
Il passo più utile può essere quello di creare uno spazio di ascolto non giudicante, in cui sua figlia possa sentirsi riconosciuta e non etichettata. Da lì può diventare più semplice valutare insieme se un supporto professionale possa aiutarla a stare meglio.
Se desidera approfondire, sono qui. Un caro saluto.
Dott.ssa Maria Pia Catanzariti
Per comprendere meglio la situazione sarebbe utile conoscere alcuni elementi come l’età di sua figlia e la sua, se una diagnosi è stata formulata da un professionista, quali comportamenti la stanno mettendo in allarme, quali risorse familiari o sociali sono presenti attorno a lei.
A volte, più che concentrarsi su un nome diagnostico, è importante guardare alla persona nella sua interezza: cosa sta vivendo, quali bisogni sta esprimendo, quali fatiche sta cercando di comunicare, magari anche in modo conflittuale o difficile da decifrare.
Il passo più utile può essere quello di creare uno spazio di ascolto non giudicante, in cui sua figlia possa sentirsi riconosciuta e non etichettata. Da lì può diventare più semplice valutare insieme se un supporto professionale possa aiutarla a stare meglio.
Se desidera approfondire, sono qui. Un caro saluto.
Dott.ssa Maria Pia Catanzariti
Buongiorno, capisco la sua preoccupazione e sono disponibile per aiutarla, ma ho bisogno di ulteriori informazioni per farlo. Per esempio, quanti anni fa sua figlia? Cosa ha notato che l'hanno fatta pensare al disturbo Borderline di personalità?
Dott. Federico Bartoli
Dott. Federico Bartoli
Buongiorno.
Gestire il rifiuto della cura è una reazione tipica del disturbo. Per superare il muro, cerchi di evitare (per quanto può ovviamente) le etichette cliniche e accolga la provocazione: confermi che anche lei si sta facendo aiutare per supportare al meglio la famiglia. Potrebbe provare a spostare il focus sulla maternità, proponendo la terapia non come una condanna, ma come una risorsa per proteggere il legame con la bambina e vivere lo stress con meno fatica, offrendole massima alleanza e zero giudizio.
Cordiali saluti
Gestire il rifiuto della cura è una reazione tipica del disturbo. Per superare il muro, cerchi di evitare (per quanto può ovviamente) le etichette cliniche e accolga la provocazione: confermi che anche lei si sta facendo aiutare per supportare al meglio la famiglia. Potrebbe provare a spostare il focus sulla maternità, proponendo la terapia non come una condanna, ma come una risorsa per proteggere il legame con la bambina e vivere lo stress con meno fatica, offrendole massima alleanza e zero giudizio.
Cordiali saluti
Buongiorno!
Direi che il primo passo è che lei si prenda cura di lei, continuando a rivolgersi ad un professionista. Riconosco che la preoccupazione nei confronti di sua figlia possa occupare molto spazio, e che essendoci anche una nipotina a maggior ragione vorrebbe che sua figlia agisca il prima possibile e nel migliore dei modi. Ma la cosa più opportuna che può fare è dare l'esempio a sua figlia, continuando lei il suo percorso, che la aiuti anche a capire come muoversi in qualità di madre e nonna.
Direi che il primo passo è che lei si prenda cura di lei, continuando a rivolgersi ad un professionista. Riconosco che la preoccupazione nei confronti di sua figlia possa occupare molto spazio, e che essendoci anche una nipotina a maggior ragione vorrebbe che sua figlia agisca il prima possibile e nel migliore dei modi. Ma la cosa più opportuna che può fare è dare l'esempio a sua figlia, continuando lei il suo percorso, che la aiuti anche a capire come muoversi in qualità di madre e nonna.
Salve. Quello che porta è un tema complicato. Affiancare, come genitore, un figlio che soffre è sempre difficile. Spesso comporta percezione di impotenza o sentimenti di rabbia, stanchezza e frustrazione che non sempre è facile esplicitare. Una persona maggiorenne ha sempre diritto alla cura, come anche a non curarsi e su questo non si può intervenire. A meno che non vi siano condizioni di gravità sufficienti inerenti allo stato di salute di suo/a nipote e/o in altre specifiche e limitate condizioni. Da un punto di vista professionale è di sicuramente utile continuare il percorso di supporto psicologico che mi sembra di aver colto lei abbia iniziato già personalmente. Sia perchè può aiutarla a trattare sentimenti, pensieri e azioni che derivano da questa dinamica relazionale; sia perchè può capitare che la testimonianza di un percorso e di un cambiamento propri, diventi un propulsore d'iniziativa anche per chi le sta vicino, indipendentemente dalla gravosità del disturbo presente. Infine, può provare a sostenere per quanto possibile lo sviluppo armonico di suo/a nipote, provando a gestire le difficoltà che possono emergere. Facendo sempre riferimento al suo percorso psicologico come strumento. Un saluto.
Non possiamo spingere nessuno a curarsi, andare dallo psicologo è una libera scelta e una presa di coscienza del nostro non stare bene. Può cercare di parlarle mostrandole i lati positivi di un percorso che non significa essere pazzi, ma che è un lavoro su se stessi che può solo portare bene.
Dott.ssa Sara Rocco
Dott.ssa Sara Rocco
Salve buon pomeriggio, la situazione è evidentemente delicata. Però potrebbe provare a convincere, o dirle di provare, sua figlia a iniziare un percorso tramite il quale capire poi come procedere anche con ulteriori specialisti.
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- è possibile che uno psicoterapeuta che ha conosciuto la mia storia personale, non mi abbia mai detto che io avessi un disturbo borderline di personalità ? un professionista può ometterlo ?
- Come aiutare una figlia di 35 anni con un disturbo borderline. Sono disperata nei momenti che ha di crisi io cerco di assecondarla di non contraddirla. Non so se sbaglio ma se faccio diversamente la situazione peggiora
- Mia moglie di 32 anni ritengo abbia tutti i principali aspetti tipici del disturbo borderline (a parte manie autolesioniste e dipendenze). Io mi sento in suo totale ostaggio, e sono costretto ad assecondarla in ogni modo, per evitare sue crisi, spesso violente, che comunque continuano a capitare.…
- Ho 30 Sono borderline…non assumo terapia.Non riesco ad avere relazioni sentimentali durature.Appena un rapporto diventa più serio e io mi sento coinvolta…interrompo la relazione e mi allontano.È difficile perché vorrei una vita normale perché vorrei amare e sentirmi amata….ma non ci riesco.Sono…
- Buonasera,sono la madre di una ragazza di 16 anni e penso che mia figlia possa avere il DPB.Ultimamente ho notato che i suoi comportamenti e reazioni sono sempre state abbastanza estremi.Mia figlia soffriva di autolesionismo,di cui fortunatamente è guarita,ha spesso attacchi di rabbia e noto…
- Buongiorno a tutti Sono la mamma di una ragazza di quasi 17 anni con possibile disturbo borderline Mia figlia si trova in una comunità terapeutica da dicembre 2022 e sta facendo grandi passi avanti.... infatti vera a casa questa settimana qualche ora per il compleanno della sorellina e poi…
- Buongiorno, ho bisogno di ricevere informazioni riguardanti gli attacchi di rabbia che può avere un persona affetta dal disturbo borderline. Ho da poco discusso con la mia fidanzata (lei soffre del disturbo) e durante la discussione (nata perche le ho detto che mi sembra che non dia attenzione…
- Buongiorno a tutti, sono la mamma di un ragazzo di 23 anni, da circa un anno e mezzo sono sorti in lui problemi molto gravi di autolesionismo a causa di una storia d amore finita male. Sarebbe troppo lungo spiegare tutto l accaduto. Diciamo che dopo vari ricoveri e vari tentativi farmacologici…
- Buonasera, ho una figlia di 29 anni, con la diagnosi di DBT da 2022, siccome la lista dei farmaci che le sono stati somministrari è molto lunga, chiedo sé il percorso in strutture doppia diagnosi possa guarire questo tipo di paziente? Comincio a pensare che mia figlia non si recupererà mai più…
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