Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto
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Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
Grazie per le vostre eventuali risposte.
Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
Grazie per le vostre eventuali risposte.
Buonasera,
quello che descrive è un vissuto molto comune, anche se spesso se ne parla poco, e si sente chiaramente quanto questa situazione la stia facendo sentire “ferma” e un po’ in difetto rispetto agli altri.
Parto da un punto importante: il fatto che lei abbia pochi amici ma buoni non è un limite. Il disagio che sta provando sembra più legato alla mancanza di occasioni e di contesto (soprattutto nel weekend), piuttosto che a una reale difficoltà relazionale o personale.
È comprensibile che, non lavorando o studiando in questo momento, le giornate e i fine settimana risultino più vuoti: quando manca una struttura quotidiana, è più facile percepire un senso di “appiattimento” e confrontarsi con gli altri in modo più critico.
Il rischio, però, è quello che sta già notando: trasformare una situazione temporanea in un giudizio su di sé (“sono sbagliata”, “sono sfigata”). Questo passaggio è ciò che alimenta maggiormente l’ansia e la sensazione di FOMO.
Alcuni spunti che possono aiutarla a riformulare la situazione:
Distinguere tra realtà e interpretazione: il fatto che in questo momento non abbia una compagnia fissa con cui uscire non significa che lei abbia qualcosa che non va. È una condizione, non una definizione di sé.
Considerare la fase di vita: i gruppi cambiano, si riorganizzano (partner, lavoro, impegni). Non è raro trovarsi in momenti di transizione come questo.
Ridurre il confronto: spesso si tende a immaginare che gli altri “vivano sempre al massimo”, ma è una percezione parziale.
Introdurre piccole iniziative personali: anche senza un gruppo strutturato, può iniziare a creare occasioni (proporre uscite, iscriversi ad attività, corsi, ambienti nuovi). Non serve stravolgere tutto, ma iniziare gradualmente.
Lavorare sull’accettazione del momento: ci sono fasi più piene e altre più vuote; riuscire a tollerare queste ultime senza viverle come un fallimento personale è un passaggio importante.
È molto probabile che, con l’inizio di un’attività lavorativa o di studio, questa sensazione si riduca, perché aumenteranno automaticamente le occasioni di contatto e movimento.
Nel frattempo, più che cercare di “riempire a tutti i costi”, può essere utile lavorare sul modo in cui interpreta questo periodo, così da viverlo con meno pressione e meno autocritica.
Non è “indietro” rispetto agli altri: si trova semplicemente nella sua di fase.
Un caro saluto
quello che descrive è un vissuto molto comune, anche se spesso se ne parla poco, e si sente chiaramente quanto questa situazione la stia facendo sentire “ferma” e un po’ in difetto rispetto agli altri.
Parto da un punto importante: il fatto che lei abbia pochi amici ma buoni non è un limite. Il disagio che sta provando sembra più legato alla mancanza di occasioni e di contesto (soprattutto nel weekend), piuttosto che a una reale difficoltà relazionale o personale.
È comprensibile che, non lavorando o studiando in questo momento, le giornate e i fine settimana risultino più vuoti: quando manca una struttura quotidiana, è più facile percepire un senso di “appiattimento” e confrontarsi con gli altri in modo più critico.
Il rischio, però, è quello che sta già notando: trasformare una situazione temporanea in un giudizio su di sé (“sono sbagliata”, “sono sfigata”). Questo passaggio è ciò che alimenta maggiormente l’ansia e la sensazione di FOMO.
Alcuni spunti che possono aiutarla a riformulare la situazione:
Distinguere tra realtà e interpretazione: il fatto che in questo momento non abbia una compagnia fissa con cui uscire non significa che lei abbia qualcosa che non va. È una condizione, non una definizione di sé.
Considerare la fase di vita: i gruppi cambiano, si riorganizzano (partner, lavoro, impegni). Non è raro trovarsi in momenti di transizione come questo.
Ridurre il confronto: spesso si tende a immaginare che gli altri “vivano sempre al massimo”, ma è una percezione parziale.
Introdurre piccole iniziative personali: anche senza un gruppo strutturato, può iniziare a creare occasioni (proporre uscite, iscriversi ad attività, corsi, ambienti nuovi). Non serve stravolgere tutto, ma iniziare gradualmente.
Lavorare sull’accettazione del momento: ci sono fasi più piene e altre più vuote; riuscire a tollerare queste ultime senza viverle come un fallimento personale è un passaggio importante.
È molto probabile che, con l’inizio di un’attività lavorativa o di studio, questa sensazione si riduca, perché aumenteranno automaticamente le occasioni di contatto e movimento.
Nel frattempo, più che cercare di “riempire a tutti i costi”, può essere utile lavorare sul modo in cui interpreta questo periodo, così da viverlo con meno pressione e meno autocritica.
Non è “indietro” rispetto agli altri: si trova semplicemente nella sua di fase.
Un caro saluto
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Buongiorno,
quello che descrivi è molto più comune di quanto sembri, soprattutto in fasi di passaggio come quella che stai vivendo. Non è tanto il fatto di “non avere una compagnia” in sé a creare il disagio, ma il significato che questo sta assumendo dentro di te: come se quei weekend vuoti diventassero la prova che c’è qualcosa che non va in te. Ed è proprio questo passaggio che fa male.
In realtà, da quello che racconti, non sei sola: hai degli amici, hai una relazione, hai avuto esperienze (come l’anno fuori sede) che parlano di una capacità di stare nelle relazioni. Quello che è cambiato è il contesto: i gruppi si sono ridefiniti, le routine degli altri sono diverse dalle tue, il tuo compagno lavora nei weekend e tu in questo momento hai molto tempo libero. È una combinazione che può facilmente creare una sensazione di “vuoto sociale”, ma non è una definizione di chi sei.
Il rischio è che questo vuoto venga riempito con pensieri molto duri verso di te: “sono sbagliata”, “sono sfigata”, “non sono abbastanza intraprendente”. Questi pensieri non nascono perché sono veri, ma perché la mente cerca di dare una spiegazione a un disagio, e spesso la spiegazione più immediata è quella autocritica. Più li ascolti, più ti senti bloccata, e meno energia hai per muoverti.
C’è anche un altro aspetto importante: quando non si lavora o non si studia, le giornate perdono struttura, e il weekend — che per gli altri è il momento “sociale” — diventa ancora più carico di aspettative. È come se tutto il senso di vitalità dovesse concentrarsi lì. Questo amplifica la sensazione di stare “perdendo qualcosa” e alimenta la FOMO.
Provare a cambiare il pensiero non significa convincerti che “va tutto bene” quando non è così, ma iniziare a leggere questa fase in modo più realistico: non è una condizione definitiva, è un momento di transizione. E i momenti di transizione spesso sono più vuoti, meno eccitanti, un po’ sospesi.
Allo stesso tempo, puoi iniziare a fare piccoli movimenti che non dipendano dall’avere già una “compagnia perfetta”. Anche solo proporre qualcosa a una persona alla volta, accettare che non sempre ci sarà un gruppo, o costruire attività che abbiano senso per te a prescindere da chi c’è. All’inizio può sembrare poco, ma è così che si ricrea un tessuto sociale.
In sintesi, quello che stai vivendo non dice che sei sbagliata, ma che sei in una fase in cui gli equilibri sociali sono cambiati e non si sono ancora riorganizzati. Se riesci a non trasformare questo in un giudizio su di te, ma a viverlo come un passaggio, sarà più facile attraversarlo senza sentirti “ferma” o in difetto. E con il tempo — anche con l’inizio di un lavoro o nuove routine — è molto probabile che quella sensazione di appiattimento si riduca.
Un caro saluto;
Dott. Valerio Romano
quello che descrivi è molto più comune di quanto sembri, soprattutto in fasi di passaggio come quella che stai vivendo. Non è tanto il fatto di “non avere una compagnia” in sé a creare il disagio, ma il significato che questo sta assumendo dentro di te: come se quei weekend vuoti diventassero la prova che c’è qualcosa che non va in te. Ed è proprio questo passaggio che fa male.
In realtà, da quello che racconti, non sei sola: hai degli amici, hai una relazione, hai avuto esperienze (come l’anno fuori sede) che parlano di una capacità di stare nelle relazioni. Quello che è cambiato è il contesto: i gruppi si sono ridefiniti, le routine degli altri sono diverse dalle tue, il tuo compagno lavora nei weekend e tu in questo momento hai molto tempo libero. È una combinazione che può facilmente creare una sensazione di “vuoto sociale”, ma non è una definizione di chi sei.
Il rischio è che questo vuoto venga riempito con pensieri molto duri verso di te: “sono sbagliata”, “sono sfigata”, “non sono abbastanza intraprendente”. Questi pensieri non nascono perché sono veri, ma perché la mente cerca di dare una spiegazione a un disagio, e spesso la spiegazione più immediata è quella autocritica. Più li ascolti, più ti senti bloccata, e meno energia hai per muoverti.
C’è anche un altro aspetto importante: quando non si lavora o non si studia, le giornate perdono struttura, e il weekend — che per gli altri è il momento “sociale” — diventa ancora più carico di aspettative. È come se tutto il senso di vitalità dovesse concentrarsi lì. Questo amplifica la sensazione di stare “perdendo qualcosa” e alimenta la FOMO.
Provare a cambiare il pensiero non significa convincerti che “va tutto bene” quando non è così, ma iniziare a leggere questa fase in modo più realistico: non è una condizione definitiva, è un momento di transizione. E i momenti di transizione spesso sono più vuoti, meno eccitanti, un po’ sospesi.
Allo stesso tempo, puoi iniziare a fare piccoli movimenti che non dipendano dall’avere già una “compagnia perfetta”. Anche solo proporre qualcosa a una persona alla volta, accettare che non sempre ci sarà un gruppo, o costruire attività che abbiano senso per te a prescindere da chi c’è. All’inizio può sembrare poco, ma è così che si ricrea un tessuto sociale.
In sintesi, quello che stai vivendo non dice che sei sbagliata, ma che sei in una fase in cui gli equilibri sociali sono cambiati e non si sono ancora riorganizzati. Se riesci a non trasformare questo in un giudizio su di te, ma a viverlo come un passaggio, sarà più facile attraversarlo senza sentirti “ferma” o in difetto. E con il tempo — anche con l’inizio di un lavoro o nuove routine — è molto probabile che quella sensazione di appiattimento si riduca.
Un caro saluto;
Dott. Valerio Romano
Salve, le pongo una domanda: perché lei si sente "sfigata"? e poi, "sfigata" rispetto a chi?
Le faccio queste domande perché spesso questo senso di insoddisfazione che proviamo non è derivato tanto dal fatto che, come nel suo caso, stiamo a casa nel fine settimana, piuttosto dal confronto con gli altri. Basta aprire instagram e si vedono le tante cose belle che fanno gli altri, ma ciò che viene mostrato è una piccola parte della realtà.
Se questo non fosse il suo caso, le dico che sicuramente ci sono dei momenti di vita più "piatti" rispetto ad altri, questo può comportare un senso di appiattimento emotivo e la paura del "sarà sempre così?".
Il punto è comprendere cosa significa per lei la situazione che sta vivendo.
Credo anche che non deve necessariamente cambiare il suo pensiero a riguardo, è giusto voler fare esperienze nuove, uscire e avere amici, tutto ciò è perfettamente sano.
Bisogna invece capire come poter sbloccare e di conseguenza mettere in atto ciò che lei desidera per la sua vita.
A volte pensiamo di dover cambiare noi stessi invece di cambiare le circostanze che non ci fanno vivere serenamente.
Rimango a disposizione per ulteriori domande.
Un caro saluto.
Le faccio queste domande perché spesso questo senso di insoddisfazione che proviamo non è derivato tanto dal fatto che, come nel suo caso, stiamo a casa nel fine settimana, piuttosto dal confronto con gli altri. Basta aprire instagram e si vedono le tante cose belle che fanno gli altri, ma ciò che viene mostrato è una piccola parte della realtà.
Se questo non fosse il suo caso, le dico che sicuramente ci sono dei momenti di vita più "piatti" rispetto ad altri, questo può comportare un senso di appiattimento emotivo e la paura del "sarà sempre così?".
Il punto è comprendere cosa significa per lei la situazione che sta vivendo.
Credo anche che non deve necessariamente cambiare il suo pensiero a riguardo, è giusto voler fare esperienze nuove, uscire e avere amici, tutto ciò è perfettamente sano.
Bisogna invece capire come poter sbloccare e di conseguenza mettere in atto ciò che lei desidera per la sua vita.
A volte pensiamo di dover cambiare noi stessi invece di cambiare le circostanze che non ci fanno vivere serenamente.
Rimango a disposizione per ulteriori domande.
Un caro saluto.
Salve,
quello che descrive è una sensazione molto comune, anche se spesso ci si sente soli nel provarla. Quando ci si trova in una fase della vita un po’ “sospesa”, senza impegni strutturati e con ritmi diversi rispetto a quelli degli altri, è facile iniziare a confrontarsi e sentirsi indietro o “fuori posto”.
Il punto è che da questa situazione sembra che lei stia iniziando a dare un significato molto duro a se stessa, come se il fatto di non avere una compagnia fissa con cui uscire volesse dire essere “sbagliata” o “meno degli altri”. In realtà spesso si tratta più di una fase e di un incastro di situazioni che non definiscono il valore di una persona.
Anche la sensazione di FOMO che descrive tende ad aumentare proprio quando abbiamo più tempo vuoto e più spazio per confrontarci con ciò che fanno gli altri. Questo può far sembrare tutto più fermo e più pesante di quanto sia davvero.
Il desiderio che esprime – avere più occasioni, più movimento, più vita sociale – è assolutamente legittimo e può essere un buon punto di partenza. Allo stesso tempo, lavorare sul modo in cui interpreta questa fase può aiutarla a viverla con meno ansia e meno autocritica.
Se sente che questi pensieri stanno diventando insistenti o che il disagio cresce, un confronto psicologico può aiutarla a capire meglio cosa sta succedendo e a trovare modalità più serene per vivere questo momento.
Se lo desidera, resto disponibile per un eventuale colloquio di supporto.
Un caro saluto,
Dott.ssa Michela Massettini
quello che descrive è una sensazione molto comune, anche se spesso ci si sente soli nel provarla. Quando ci si trova in una fase della vita un po’ “sospesa”, senza impegni strutturati e con ritmi diversi rispetto a quelli degli altri, è facile iniziare a confrontarsi e sentirsi indietro o “fuori posto”.
Il punto è che da questa situazione sembra che lei stia iniziando a dare un significato molto duro a se stessa, come se il fatto di non avere una compagnia fissa con cui uscire volesse dire essere “sbagliata” o “meno degli altri”. In realtà spesso si tratta più di una fase e di un incastro di situazioni che non definiscono il valore di una persona.
Anche la sensazione di FOMO che descrive tende ad aumentare proprio quando abbiamo più tempo vuoto e più spazio per confrontarci con ciò che fanno gli altri. Questo può far sembrare tutto più fermo e più pesante di quanto sia davvero.
Il desiderio che esprime – avere più occasioni, più movimento, più vita sociale – è assolutamente legittimo e può essere un buon punto di partenza. Allo stesso tempo, lavorare sul modo in cui interpreta questa fase può aiutarla a viverla con meno ansia e meno autocritica.
Se sente che questi pensieri stanno diventando insistenti o che il disagio cresce, un confronto psicologico può aiutarla a capire meglio cosa sta succedendo e a trovare modalità più serene per vivere questo momento.
Se lo desidera, resto disponibile per un eventuale colloquio di supporto.
Un caro saluto,
Dott.ssa Michela Massettini
Salve, periodi di minor intensità (ma non di appiattimento) sono fisiologici e presenti nella vita di tutti, le tematiche che descrive però sono tante, diverse e tutte interconnesse, pertanto, le suggerirei di cominciare un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che possa aiutarla a fare chiarezza fra tutti questi dubbi e paure in modo da indirizzare la sua vita verso un periodo di maggior benessere e godimento dei diversi momenti.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Buonasera,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo.
Il senso di ansia, “vuoto” e confronto con gli altri che descrivi è più comune di quanto sembri, soprattutto in fasi di cambiamento come quella che stai attraversando. Quando le routine e i contesti relazionali si modificano, è facile sentirsi fuori passo e mettere in discussione se stessi, arrivando a pensieri come “sono sbagliata” o “non abbastanza”. Questi pensieri però non definiscono il tuo valore.
Il nostro benessere è strettamente legato alle relazioni e ai contesti: quando questi cambiano, può emergere disorientamento. Non è qualcosa che “non va” in te, ma un momento di riassestamento.
Il desiderio che esprimi – di vivere di più la tua età e sentirti più attiva – è una risorsa preziosa. Accettare che esistano periodi più “piatti” può aiutare a ridurre l’ansia, senza rinunciare alla possibilità di costruire gradualmente nuove esperienze e connessioni.
Un percorso psicologico potrebbe offrirti uno spazio per comprendere meglio questi vissuti, lavorare sui pensieri che ti fanno stare male e trovare modalità più soddisfacenti di vivere le relazioni e il tempo libero.
Se lo desideri, possiamo valutare insieme l’avvio di un percorso di sostegno.
Un caro saluto
Dott.ssa Mabel Morales
grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo.
Il senso di ansia, “vuoto” e confronto con gli altri che descrivi è più comune di quanto sembri, soprattutto in fasi di cambiamento come quella che stai attraversando. Quando le routine e i contesti relazionali si modificano, è facile sentirsi fuori passo e mettere in discussione se stessi, arrivando a pensieri come “sono sbagliata” o “non abbastanza”. Questi pensieri però non definiscono il tuo valore.
Il nostro benessere è strettamente legato alle relazioni e ai contesti: quando questi cambiano, può emergere disorientamento. Non è qualcosa che “non va” in te, ma un momento di riassestamento.
Il desiderio che esprimi – di vivere di più la tua età e sentirti più attiva – è una risorsa preziosa. Accettare che esistano periodi più “piatti” può aiutare a ridurre l’ansia, senza rinunciare alla possibilità di costruire gradualmente nuove esperienze e connessioni.
Un percorso psicologico potrebbe offrirti uno spazio per comprendere meglio questi vissuti, lavorare sui pensieri che ti fanno stare male e trovare modalità più soddisfacenti di vivere le relazioni e il tempo libero.
Se lo desideri, possiamo valutare insieme l’avvio di un percorso di sostegno.
Un caro saluto
Dott.ssa Mabel Morales
Ciao, sarebbe bello vedere più domande come la tua, che descrivono situazioni così diffuse ma poco chiare e poco discusse, fasi della vita che creano tanta confusone ma se viste da un punto di vista diverso si schiariscono subito.
Il punto chiave è che non c’è nulla di “sbagliato” in te. C’è una situazione. E le situazioni cambiano. Quello che stai vivendo nasce da una combinazione di fattori molto concreti: un periodo di transizione in cui non studi e non lavori, una routine ferma, dei weekend vuoti che amplificano tutto, un contesto sociale in cui gli altri hanno già i loro incastri e un partner che lavora proprio nei giorni in cui tu avresti più bisogno di movimento. Non è un tema di valore personale, ma di struttura della tua settimana e di momenti di solitudine non scelta. E la solitudine non scelta pesa, anche quando ci sono amici, un partner, una famiglia.
Quando mancano attività che nutrono e danno ritmo, la mente tende a riempire i vuoti con confronti (“gli altri fanno cose, io no”), auto‑colpevolizzazioni (“sarò io il problema”), FOMO (“sto perdendo la mia giovinezza”) e paura del futuro (“e se peggiora?”). È un meccanismo umano, non un difetto tuo. I weekend, poi, hanno un valore simbolico: rappresentano il tempo del “fare cose belle”, del “vivere la vita”. Se quel tempo resta vuoto, può sembrare che tutta la vita sia vuota, anche se non è così.
Un pensiero alternativo, più realistico, potrebbe essere: “Sto attraversando un periodo di transizione. Non è colpa mia. Posso costruire nuovi equilibri, un passo alla volta.” Non è ottimismo: è aderenza alla realtà. Non stai “sprecando la giovinezza”. La stai vivendo in un momento di transizione, che è diverso. La giovinezza non è fatta solo di uscite e gruppi rumorosi; è fatta di scelte, costruzioni, cambiamenti, identità che si definiscono. E tu sei esattamente in quel punto. Se mai avessi voglia di essere affiancata lungo questo percorso o se avessi voglia di capirci qualcosa di più sono a disposizione. Un auguro speciale, Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Il punto chiave è che non c’è nulla di “sbagliato” in te. C’è una situazione. E le situazioni cambiano. Quello che stai vivendo nasce da una combinazione di fattori molto concreti: un periodo di transizione in cui non studi e non lavori, una routine ferma, dei weekend vuoti che amplificano tutto, un contesto sociale in cui gli altri hanno già i loro incastri e un partner che lavora proprio nei giorni in cui tu avresti più bisogno di movimento. Non è un tema di valore personale, ma di struttura della tua settimana e di momenti di solitudine non scelta. E la solitudine non scelta pesa, anche quando ci sono amici, un partner, una famiglia.
Quando mancano attività che nutrono e danno ritmo, la mente tende a riempire i vuoti con confronti (“gli altri fanno cose, io no”), auto‑colpevolizzazioni (“sarò io il problema”), FOMO (“sto perdendo la mia giovinezza”) e paura del futuro (“e se peggiora?”). È un meccanismo umano, non un difetto tuo. I weekend, poi, hanno un valore simbolico: rappresentano il tempo del “fare cose belle”, del “vivere la vita”. Se quel tempo resta vuoto, può sembrare che tutta la vita sia vuota, anche se non è così.
Un pensiero alternativo, più realistico, potrebbe essere: “Sto attraversando un periodo di transizione. Non è colpa mia. Posso costruire nuovi equilibri, un passo alla volta.” Non è ottimismo: è aderenza alla realtà. Non stai “sprecando la giovinezza”. La stai vivendo in un momento di transizione, che è diverso. La giovinezza non è fatta solo di uscite e gruppi rumorosi; è fatta di scelte, costruzioni, cambiamenti, identità che si definiscono. E tu sei esattamente in quel punto. Se mai avessi voglia di essere affiancata lungo questo percorso o se avessi voglia di capirci qualcosa di più sono a disposizione. Un auguro speciale, Dottoressa Francesca Romana Cinti.
Gentile utente,
quello che descrive è un vissuto piuttosto comune alla sua età, soprattutto nei periodi di transizione in cui non si studia o non si lavora e le giornate risultano più vuote. In queste fasi è facile che il weekend diventi il momento in cui si percepisce maggiormente la solitudine e il confronto con gli altri.
Il fatto di non avere una “compagnia fissa” non significa che lei sia sbagliata o poco interessante. Spesso le compagnie si formano in base a contesti condivisi (scuola, università, lavoro), e quando questi contesti cambiano — come nel suo caso dopo l’anno fuori sede e la pausa da studio o lavoro — è normale che gli equilibri sociali si modifichino.
È comprensibile anche la sensazione di FOMO (paura di perdersi qualcosa) e il timore di “sprecare la gioventù”, ma è importante ricordare che esistono periodi più pieni e altri più tranquilli nella vita di tutti, e questo non definisce il suo valore personale.
Potrebbe essere utile, in questa fase:
- cercare di non trasformare una situazione contingente in un giudizio su di sé (“sono sfigata”, “sono sbagliata”)
- valutare la possibilità di creare nuove occasioni sociali, ad esempio attraverso corsi, attività sportive o volontariato, che spesso permettono di conoscere persone nuove
- considerare che l’inizio di un’attività lavorativa o formativa potrebbe effettivamente aiutarla a sentirsi più attiva e connessa con gli altri
- lavorare sul modo in cui interpreta i momenti più tranquilli, provando a vederli non solo come vuoti, ma come spazi che possono essere riempiti gradualmente.
Se l’ansia, il senso di appiattimento e il confronto con gli altri diventano molto frequenti, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a rafforzare l’autostima e a gestire meglio questi pensieri.
Il fatto che lei desideri vivere di più la sua giovinezza e creare nuove esperienze è un segnale positivo: indica motivazione e desiderio di cambiamento, che sono ottimi punti di partenza.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
quello che descrive è un vissuto piuttosto comune alla sua età, soprattutto nei periodi di transizione in cui non si studia o non si lavora e le giornate risultano più vuote. In queste fasi è facile che il weekend diventi il momento in cui si percepisce maggiormente la solitudine e il confronto con gli altri.
Il fatto di non avere una “compagnia fissa” non significa che lei sia sbagliata o poco interessante. Spesso le compagnie si formano in base a contesti condivisi (scuola, università, lavoro), e quando questi contesti cambiano — come nel suo caso dopo l’anno fuori sede e la pausa da studio o lavoro — è normale che gli equilibri sociali si modifichino.
È comprensibile anche la sensazione di FOMO (paura di perdersi qualcosa) e il timore di “sprecare la gioventù”, ma è importante ricordare che esistono periodi più pieni e altri più tranquilli nella vita di tutti, e questo non definisce il suo valore personale.
Potrebbe essere utile, in questa fase:
- cercare di non trasformare una situazione contingente in un giudizio su di sé (“sono sfigata”, “sono sbagliata”)
- valutare la possibilità di creare nuove occasioni sociali, ad esempio attraverso corsi, attività sportive o volontariato, che spesso permettono di conoscere persone nuove
- considerare che l’inizio di un’attività lavorativa o formativa potrebbe effettivamente aiutarla a sentirsi più attiva e connessa con gli altri
- lavorare sul modo in cui interpreta i momenti più tranquilli, provando a vederli non solo come vuoti, ma come spazi che possono essere riempiti gradualmente.
Se l’ansia, il senso di appiattimento e il confronto con gli altri diventano molto frequenti, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a rafforzare l’autostima e a gestire meglio questi pensieri.
Il fatto che lei desideri vivere di più la sua giovinezza e creare nuove esperienze è un segnale positivo: indica motivazione e desiderio di cambiamento, che sono ottimi punti di partenza.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione molto più comune di quanto possa sembrare, soprattutto tra i 20 e i 30 anni, quando le reti sociali tendono a “riassestarsi” per via di cambiamenti di studio, lavoro, relazioni e nuove priorità.
Innanzitutto è importante distinguere due livelli:
da una parte c’è una condizione concreta (meno attività strutturate nel weekend, amici con altri gruppi, partner non disponibile), dall’altra c’è il modo in cui questa condizione viene interpretata, che sembra generare molta sofferenza (“sono sbagliata”, “sono sfigata”, “non ho abbastanza amici”).
Questi pensieri non descrivono una realtà oggettiva, ma sono piuttosto letture auto-valutative molto dure, tipiche quando si sperimenta FOMO, confronto sociale e senso di “vuoto” nei tempi non strutturati.
È comprensibile che il fatto di non lavorare o studiare in questo momento possa amplificare la sensazione di “giornate vuote”: quando manca una routine, il weekend perde di differenza rispetto agli altri giorni e si percepisce ancora di più l’assenza di attività o compagnia.
Alcuni punti utili su cui riflettere
Non è un problema di valore personale o “inadeguatezza”: avere pochi incastri sociali in questa fase non significa essere sbagliata, ma trovarsi in una fase di transizione delle proprie reti relazionali.
Le amicizie adulte sono spesso “a incastro”: non sempre esiste un gruppo unico come in adolescenza o università, ma più cerchie che si attivano in momenti diversi.
Il confronto con gli altri amplifica il disagio: vedere gli altri sempre impegnati può far sembrare la propria vita più “ferma” di quanto sia realmente.
Cosa può aiutare, in modo concreto
Inserire piccole routine settimanali strutturate, anche semplici (sport, corsi, attività creative, volontariato), per dare più continuità alle giornate.
Esporsi gradualmente a nuovi contesti sociali dove conoscere persone nuove senza la pressione di “trovare subito una compagnia stabile”.
Lavorare sul pensiero automatico “sono sfigata”, provando a sostituirlo con interpretazioni più realistiche: “sto attraversando una fase meno attiva socialmente, che posso modificare nel tempo”.
Programmare in anticipo il weekend, anche solo con 1–2 attività, per ridurre il senso di vuoto e la ruminazione.
Allenare un atteggiamento di auto-compassione, evitando etichette globali sulla propria persona.
Infine, è possibile che con l’inizio di una nuova attività lavorativa o di studio parte di questa sensazione si riduca, ma è altrettanto utile lavorare sul modo in cui lei interpreta questi momenti di “vuoto”, così da non viverli come fallimento personale.
Se questa condizione dovesse continuare a generare ansia e pensieri ricorrenti negativi, può essere molto utile approfondire con uno specialista, per comprendere meglio i meccanismi che alimentano questo disagio e trovare strategie più personalizzate.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è una situazione molto più comune di quanto possa sembrare, soprattutto tra i 20 e i 30 anni, quando le reti sociali tendono a “riassestarsi” per via di cambiamenti di studio, lavoro, relazioni e nuove priorità.
Innanzitutto è importante distinguere due livelli:
da una parte c’è una condizione concreta (meno attività strutturate nel weekend, amici con altri gruppi, partner non disponibile), dall’altra c’è il modo in cui questa condizione viene interpretata, che sembra generare molta sofferenza (“sono sbagliata”, “sono sfigata”, “non ho abbastanza amici”).
Questi pensieri non descrivono una realtà oggettiva, ma sono piuttosto letture auto-valutative molto dure, tipiche quando si sperimenta FOMO, confronto sociale e senso di “vuoto” nei tempi non strutturati.
È comprensibile che il fatto di non lavorare o studiare in questo momento possa amplificare la sensazione di “giornate vuote”: quando manca una routine, il weekend perde di differenza rispetto agli altri giorni e si percepisce ancora di più l’assenza di attività o compagnia.
Alcuni punti utili su cui riflettere
Non è un problema di valore personale o “inadeguatezza”: avere pochi incastri sociali in questa fase non significa essere sbagliata, ma trovarsi in una fase di transizione delle proprie reti relazionali.
Le amicizie adulte sono spesso “a incastro”: non sempre esiste un gruppo unico come in adolescenza o università, ma più cerchie che si attivano in momenti diversi.
Il confronto con gli altri amplifica il disagio: vedere gli altri sempre impegnati può far sembrare la propria vita più “ferma” di quanto sia realmente.
Cosa può aiutare, in modo concreto
Inserire piccole routine settimanali strutturate, anche semplici (sport, corsi, attività creative, volontariato), per dare più continuità alle giornate.
Esporsi gradualmente a nuovi contesti sociali dove conoscere persone nuove senza la pressione di “trovare subito una compagnia stabile”.
Lavorare sul pensiero automatico “sono sfigata”, provando a sostituirlo con interpretazioni più realistiche: “sto attraversando una fase meno attiva socialmente, che posso modificare nel tempo”.
Programmare in anticipo il weekend, anche solo con 1–2 attività, per ridurre il senso di vuoto e la ruminazione.
Allenare un atteggiamento di auto-compassione, evitando etichette globali sulla propria persona.
Infine, è possibile che con l’inizio di una nuova attività lavorativa o di studio parte di questa sensazione si riduca, ma è altrettanto utile lavorare sul modo in cui lei interpreta questi momenti di “vuoto”, così da non viverli come fallimento personale.
Se questa condizione dovesse continuare a generare ansia e pensieri ricorrenti negativi, può essere molto utile approfondire con uno specialista, per comprendere meglio i meccanismi che alimentano questo disagio e trovare strategie più personalizzate.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
capisco quanto questa situazione possa farla sentire frustrata e in qualche modo “ferma”, ma quello che sta vivendo è molto più comune di quanto pensi e non dice nulla di sbagliato su di lei.
Si trova in una fase di transizione (senza studio/lavoro e con equilibri sociali cambiati), ed è normale che questo amplifichi il senso di vuoto e la paura di restare indietro. Non è “sfigata” né poco interessante: semplicemente le mancano, in questo momento, occasioni e contesti.
Potrebbe aiutarla, da un lato, provare a creare piccole alternative nel weekend (anche iniziative semplici o nuove attività, senza aspettare sempre la compagnia “perfetta”), e dall’altro lavorare sul pensiero: non è una situazione definitiva, ma temporanea. I periodi più piatti fanno parte della vita e non definiscono il suo valore né il suo futuro.
Può impegnarsi a ricostruire una routine e nuove connessioni iniziando eventualmente a considerare quali attività e piaceri le interessa sperimentare. Nel frattempo, provi a trattarsi con più gentilezza: sta già facendo il possibile in una fase delicata.
Saluti,
Dott.ssa Donatella Valsi
capisco quanto questa situazione possa farla sentire frustrata e in qualche modo “ferma”, ma quello che sta vivendo è molto più comune di quanto pensi e non dice nulla di sbagliato su di lei.
Si trova in una fase di transizione (senza studio/lavoro e con equilibri sociali cambiati), ed è normale che questo amplifichi il senso di vuoto e la paura di restare indietro. Non è “sfigata” né poco interessante: semplicemente le mancano, in questo momento, occasioni e contesti.
Potrebbe aiutarla, da un lato, provare a creare piccole alternative nel weekend (anche iniziative semplici o nuove attività, senza aspettare sempre la compagnia “perfetta”), e dall’altro lavorare sul pensiero: non è una situazione definitiva, ma temporanea. I periodi più piatti fanno parte della vita e non definiscono il suo valore né il suo futuro.
Può impegnarsi a ricostruire una routine e nuove connessioni iniziando eventualmente a considerare quali attività e piaceri le interessa sperimentare. Nel frattempo, provi a trattarsi con più gentilezza: sta già facendo il possibile in una fase delicata.
Saluti,
Dott.ssa Donatella Valsi
Quello che descrivi fa stare male, e si sente. Ma non dice che sei “sbagliata”.
Molte persone, in questa fase di vita, si ritrovano senza una compagnia stabile: gli equilibri cambiano, gli amici si distribuiscono altrove, e ci si può sentire fuori posto anche avendo legami validi.
In più, quando le giornate sono vuote, tutto pesa di più: la FOMO aumenta e il pensiero diventa più duro verso se stessi.
Il punto però non è “cosa c’è che non va in te”, ma il fatto che ti trovi in un momento poco nutrito di occasioni e connessioni.
Questa non è una condizione definitiva, è una fase.
E si può attraversare sia imparando a non giudicarsi, sia creando gradualmente nuove possibilità, senza aspettare la compagnia perfetta.
Non sei indietro, né fuori posto: sei in un passaggio.
Ti chiederesti le stesse cose se le tue giornate fossero già piene e condivise?
Molte persone, in questa fase di vita, si ritrovano senza una compagnia stabile: gli equilibri cambiano, gli amici si distribuiscono altrove, e ci si può sentire fuori posto anche avendo legami validi.
In più, quando le giornate sono vuote, tutto pesa di più: la FOMO aumenta e il pensiero diventa più duro verso se stessi.
Il punto però non è “cosa c’è che non va in te”, ma il fatto che ti trovi in un momento poco nutrito di occasioni e connessioni.
Questa non è una condizione definitiva, è una fase.
E si può attraversare sia imparando a non giudicarsi, sia creando gradualmente nuove possibilità, senza aspettare la compagnia perfetta.
Non sei indietro, né fuori posto: sei in un passaggio.
Ti chiederesti le stesse cose se le tue giornate fossero già piene e condivise?
Buongiorno,
si coglie quanto questa situazione le pesi e quanto la faccia sentire “ferma” rispetto agli altri, attivando pensieri critici su di sé.
È comprensibile desiderare più vita sociale e leggerezza alla sua età, ma ciò che sta vivendo non indica che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Sembra piuttosto il risultato di una fase specifica: meno impegni strutturati, amici con ritmi diversi e un compagno poco disponibile nel weekend. Tutti elementi che possono far sentire isolati, anche quando le relazioni ci sono.
Il rischio è trasformare una condizione temporanea in un giudizio su di sé (“sono io il problema”), alimentando ansia e senso di esclusione. In realtà, spesso questi equilibri cambiano quando cambiano anche i contesti di vita, come il lavoro o nuovi ambienti sociali.
Nel frattempo può aiutarla provare a vivere questo periodo con meno confronto e più gradualità, riconoscendolo come una fase e non come una definizione di sé. Anche piccoli passi nel creare occasioni possono contribuire a ridurre quella sensazione di stallo.
Un caro saluto.
si coglie quanto questa situazione le pesi e quanto la faccia sentire “ferma” rispetto agli altri, attivando pensieri critici su di sé.
È comprensibile desiderare più vita sociale e leggerezza alla sua età, ma ciò che sta vivendo non indica che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Sembra piuttosto il risultato di una fase specifica: meno impegni strutturati, amici con ritmi diversi e un compagno poco disponibile nel weekend. Tutti elementi che possono far sentire isolati, anche quando le relazioni ci sono.
Il rischio è trasformare una condizione temporanea in un giudizio su di sé (“sono io il problema”), alimentando ansia e senso di esclusione. In realtà, spesso questi equilibri cambiano quando cambiano anche i contesti di vita, come il lavoro o nuovi ambienti sociali.
Nel frattempo può aiutarla provare a vivere questo periodo con meno confronto e più gradualità, riconoscendolo come una fase e non come una definizione di sé. Anche piccoli passi nel creare occasioni possono contribuire a ridurre quella sensazione di stallo.
Un caro saluto.
Gent.ma utente,
la noia può essere una fonte di insoddisfazione e di sofferenza emotiva, tanto quanto lo stress derivante da molteplici impegni o pressioni. La noia può alimentare la rimuginazione sul proprio vissuto presente e futuro, elencando tutta la lista di mancanze, di bisogni insoddisfatti, e portando l'individuo a paragonarsi continuamente ad altre persone. Ne derivano emozioni difficili con cui convivere come sconforto, tristezza, invidia, rimpianto.
Esiste una via di mezzo da ricercare tra la noia e lo stress (o l'ansia) ed è una condizione in cui si è impegnati in attività con un "giusto sforzo", abbastanza difficili da risultare stimolanti ma, soprattutto, molto interessanti e piacevoli, tanto da perdere la cognizione del tempo mentre si stanno svolgendo.
Probabilmente, la sua mente si è impigrita a contare il tempo senza far nulla, invece di sfruttarlo a proprio vantaggio. La socialità è certamente uno dei modi per occupare efficacemente il tempo, ma non è l'unico. Invece di aspettare i momenti, sporadici, in cui vivere una buona vita sociale, provi a fare una check list delle attività che le piacerebbe svolgere personalmente, attingendo alle sue precedenti esperienze, ma anche introducendo delle novità. Può coltivare una miriade di interessi, nell'ambito dello sport, dell'arte, della musica, della creatività digitale... può dedicarsi a progetti educativi, di volontariato, di solidarietà... può vivere più tempo a contatto con la natura, visitare luoghi di interesse culturale presenti nel suo territorio.
Altre attività sono più strutturate, hanno orari e lezioni da seguire, e quindi impegnative dal punto di vista economico, ma se è nelle sue possibilità sono comunque un'opzione da considerare.
Molte di queste potenziali attività hanno anche un risvolto sociale e potrebbe creare nuove connessioni positive, persino nuove amicizie.
Insomma, le sue vecchie amicizie sono ancora lì, alcune forse si perderanno, come è nella normalità delle diverse traiettorie di vita delle persone. Ma può generare molte altre opportunità per vivere emozioni positive, da sola, con il suo partner, oppure con gruppi di persone del tutto nuove. Se si concentra su un'unica opzione di gratificazione, le uscite in compagnia, avrà sempre la sensazione di non averne abbastanza: il bisogno diventa un tentativo costante di colmare una carenza, senza una reale soddisfazione.
Se non riesce a uscire da questo loop della noia e dell'inerzia mi contatti per una consulenza online e saprò spiegarle ancora meglio i concetti che le ho presentato, aiutandola a cercare nuove prospettive positive.
Le auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
la noia può essere una fonte di insoddisfazione e di sofferenza emotiva, tanto quanto lo stress derivante da molteplici impegni o pressioni. La noia può alimentare la rimuginazione sul proprio vissuto presente e futuro, elencando tutta la lista di mancanze, di bisogni insoddisfatti, e portando l'individuo a paragonarsi continuamente ad altre persone. Ne derivano emozioni difficili con cui convivere come sconforto, tristezza, invidia, rimpianto.
Esiste una via di mezzo da ricercare tra la noia e lo stress (o l'ansia) ed è una condizione in cui si è impegnati in attività con un "giusto sforzo", abbastanza difficili da risultare stimolanti ma, soprattutto, molto interessanti e piacevoli, tanto da perdere la cognizione del tempo mentre si stanno svolgendo.
Probabilmente, la sua mente si è impigrita a contare il tempo senza far nulla, invece di sfruttarlo a proprio vantaggio. La socialità è certamente uno dei modi per occupare efficacemente il tempo, ma non è l'unico. Invece di aspettare i momenti, sporadici, in cui vivere una buona vita sociale, provi a fare una check list delle attività che le piacerebbe svolgere personalmente, attingendo alle sue precedenti esperienze, ma anche introducendo delle novità. Può coltivare una miriade di interessi, nell'ambito dello sport, dell'arte, della musica, della creatività digitale... può dedicarsi a progetti educativi, di volontariato, di solidarietà... può vivere più tempo a contatto con la natura, visitare luoghi di interesse culturale presenti nel suo territorio.
Altre attività sono più strutturate, hanno orari e lezioni da seguire, e quindi impegnative dal punto di vista economico, ma se è nelle sue possibilità sono comunque un'opzione da considerare.
Molte di queste potenziali attività hanno anche un risvolto sociale e potrebbe creare nuove connessioni positive, persino nuove amicizie.
Insomma, le sue vecchie amicizie sono ancora lì, alcune forse si perderanno, come è nella normalità delle diverse traiettorie di vita delle persone. Ma può generare molte altre opportunità per vivere emozioni positive, da sola, con il suo partner, oppure con gruppi di persone del tutto nuove. Se si concentra su un'unica opzione di gratificazione, le uscite in compagnia, avrà sempre la sensazione di non averne abbastanza: il bisogno diventa un tentativo costante di colmare una carenza, senza una reale soddisfazione.
Se non riesce a uscire da questo loop della noia e dell'inerzia mi contatti per una consulenza online e saprò spiegarle ancora meglio i concetti che le ho presentato, aiutandola a cercare nuove prospettive positive.
Le auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
Buonasera, da ciò che scrive non emerge affatto che ci sia qualcosa di sbagliato in Lei. È comprensibile che una fase più vuota, con poco studio o lavoro e meno occasioni sociali, possa aumentare ansia, confronto con gli altri e paura di “restare indietro”.
In momenti come questi, il rischio è interpretare la situazione come un proprio fallimento personale, quando invece può trattarsi di un periodo transitorio, faticoso ma non definitivo. Più che giudicarsi, potrebbe esserLe utile comprendere meglio cosa questa fase stia smuovendo dentro di Lei e come ritrovare gradualmente equilibrio e iniziativa.
Se sente che questo disagio sta diventando pesante o persistente, un supporto psicologico può aiutarLa a lavorare su ansia, FOMO e autosvalutazione.
Le auguro una buona serata.
In momenti come questi, il rischio è interpretare la situazione come un proprio fallimento personale, quando invece può trattarsi di un periodo transitorio, faticoso ma non definitivo. Più che giudicarsi, potrebbe esserLe utile comprendere meglio cosa questa fase stia smuovendo dentro di Lei e come ritrovare gradualmente equilibrio e iniziativa.
Se sente che questo disagio sta diventando pesante o persistente, un supporto psicologico può aiutarLa a lavorare su ansia, FOMO e autosvalutazione.
Le auguro una buona serata.
Mi spiace molto per il periodo che sta vivendo, ha provato a chiedere a qualche amico se puoi unirti alla sua compagnia per qualche serata?
Buongiorno, le consiglio un percorso psicologico che l'aiuti nel trattamento dell'ansia e a ritrovare fiducia in se stessa. Cordiali saluti.
Buongiorno, quello che descrive è un vissuto molto comprensibile e anche piuttosto diffuso, soprattutto in alcune fasi della vita in cui i ritmi cambiano e i riferimenti abituali sembrano meno disponibili. Non è tanto la mancanza di impegni in sé a generare il disagio, quanto il significato che quella situazione sta assumendo dentro di lei. Nel suo racconto emerge chiaramente come, a partire da una condizione oggettiva, cioè avere meno occasioni sociali nel weekend, si attivi una serie di pensieri molto duri verso se stessa. L’idea di essere sbagliata, di non essere abbastanza, di essere in qualche modo indietro rispetto agli altri. È proprio questo passaggio che, dal punto di vista cognitivo comportamentale, diventa centrale, perché è lì che la situazione si trasforma da semplice momento di vuoto a fonte di ansia, frustrazione e senso di inferiorità. Quando la mente collega ciò che accade fuori a un giudizio su chi si è, il rischio è quello di entrare in un circolo che si autoalimenta. Più si pensa di essere “sfigata” o non abbastanza intraprendente, più ci si sente bloccati, meno si agisce, e di conseguenza meno occasioni si creano. Questo rafforza ulteriormente il pensiero iniziale, rendendolo sempre più credibile. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che la sua lettura della situazione contiene già elementi molto realistici. Il fatto di aver vissuto un periodo fuori sede, il cambiamento degli equilibri tra amici, il momento attuale senza lavoro o studio sono tutti fattori che possono contribuire a una fase più “piatta”. Non è quindi necessariamente un problema legato a chi è lei, ma piuttosto a una fase di transizione. La sensazione di fomo che descrive è particolarmente significativa, perché tende a far percepire gli altri come sempre attivi, soddisfatti, inseriti, mentre si resta fermi. Questo confronto continuo, spesso alimentato anche da ciò che si vede dall’esterno, può amplificare molto il senso di esclusione, anche quando nella realtà le cose sono più sfumate. Un aspetto importante su cui può iniziare a riflettere è proprio il modo in cui interpreta questi momenti di vuoto. Non tanto cercando di convincersi che vadano bene a tutti i costi, ma iniziando a riconoscere che un periodo meno pieno non definisce il suo valore né la sua capacità di costruire relazioni. Allo stesso tempo, piccoli movimenti nella direzione che desidera possono aiutare a rompere quella sensazione di immobilità, senza aspettare che tutto cambi improvvisamente. In questo senso, lavorare su questi meccanismi può essere molto utile. Un percorso di supporto può aiutarla a comprendere meglio come si attivano questi pensieri, come influenzano le sue emozioni e i suoi comportamenti, e come gradualmente costruire un modo diverso di stare nelle situazioni, anche quando non sono perfette. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutarla a uscire da questo circolo e a ritrovare una maggiore libertà nel modo di vivere le sue giornate e le sue relazioni. Quella che sta vivendo non è una condizione fissa, ma una fase che può essere compresa e trasformata. Il fatto che lei abbia già questa consapevolezza e il desiderio di viverla in modo diverso è un punto di partenza molto importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge un vissuto di disagio che non riguarda soltanto la dimensione del tempo libero o della vita sociale nel weekend, ma il modo in cui questa fase sta venendo progressivamente interpretata e vissuta sul piano personale.
Colpisce in particolare come una condizione attuale di minore attività e di ridefinizione delle abitudini sociali e lavorative stia assumendo rapidamente un significato globale, fino a tradursi in un giudizio negativo su di Sé. In questo processo, una difficoltà circoscritta rischia di essere letta come una caratteristica identitaria (“essere sbagliata”, “non essere abbastanza”).
In situazioni in cui vengono meno alcune strutture quotidiane stabili — come impegni formativi, lavorativi o reti sociali consolidate — è frequente che aumentino il confronto con gli altri e la tendenza a leggere la propria condizione in termini svalutanti. Questo può amplificare la percezione di vuoto e di immobilità, soprattutto quando si osserva la propria esperienza attraverso il parametro di ciò che “dovrebbe” essere una vita sociale soddisfacente.
Il confronto sociale e la FOMO, in questo senso, possono contribuire a una rappresentazione parziale e selettiva della realtà, in cui la propria esperienza viene percepita come deficitaria rispetto a quella altrui.
Più che come espressione di una mancanza personale, la situazione descritta può essere compresa come una fase di transizione, in cui alcuni equilibri precedenti si sono modificati e in cui si sta ancora riorganizzando il proprio assetto quotidiano e relazionale.
Può essere rilevante distinguere tra la realtà dei cambiamenti in corso e le conclusioni globali e autovalutative che ne vengono tratte, poiché è spesso proprio questo passaggio a contribuire al mantenimento del disagio emotivo.
In parallelo, può essere utile favorire gradualmente la ripresa di attività e contesti di esperienza, non con l’obiettivo immediato di “risolvere” il senso di vuoto, ma di riattivare progressivamente una percezione di movimento e possibilità personale. Grazie
da ciò che descrive emerge un vissuto di disagio che non riguarda soltanto la dimensione del tempo libero o della vita sociale nel weekend, ma il modo in cui questa fase sta venendo progressivamente interpretata e vissuta sul piano personale.
Colpisce in particolare come una condizione attuale di minore attività e di ridefinizione delle abitudini sociali e lavorative stia assumendo rapidamente un significato globale, fino a tradursi in un giudizio negativo su di Sé. In questo processo, una difficoltà circoscritta rischia di essere letta come una caratteristica identitaria (“essere sbagliata”, “non essere abbastanza”).
In situazioni in cui vengono meno alcune strutture quotidiane stabili — come impegni formativi, lavorativi o reti sociali consolidate — è frequente che aumentino il confronto con gli altri e la tendenza a leggere la propria condizione in termini svalutanti. Questo può amplificare la percezione di vuoto e di immobilità, soprattutto quando si osserva la propria esperienza attraverso il parametro di ciò che “dovrebbe” essere una vita sociale soddisfacente.
Il confronto sociale e la FOMO, in questo senso, possono contribuire a una rappresentazione parziale e selettiva della realtà, in cui la propria esperienza viene percepita come deficitaria rispetto a quella altrui.
Più che come espressione di una mancanza personale, la situazione descritta può essere compresa come una fase di transizione, in cui alcuni equilibri precedenti si sono modificati e in cui si sta ancora riorganizzando il proprio assetto quotidiano e relazionale.
Può essere rilevante distinguere tra la realtà dei cambiamenti in corso e le conclusioni globali e autovalutative che ne vengono tratte, poiché è spesso proprio questo passaggio a contribuire al mantenimento del disagio emotivo.
In parallelo, può essere utile favorire gradualmente la ripresa di attività e contesti di esperienza, non con l’obiettivo immediato di “risolvere” il senso di vuoto, ma di riattivare progressivamente una percezione di movimento e possibilità personale. Grazie
Gentile utente, dalle sue parole emerge chiaramente il senso di frustrazione, solitudine e anche di confronto che sta vivendo in questo periodo. Il desiderio di “vivere di più” la sua età, di condividere momenti leggeri e piacevoli con una compagnia, è del tutto comprensibile, così come il disagio che prova nel sentirsi, invece, ferma e un po’ ai margini.
La situazione che descrive sembra intrecciare più aspetti: da un lato una rete sociale presente ma non sempre disponibile nei momenti in cui lei ne avrebbe più bisogno, dall’altro una fase di vita in cui mancano riferimenti strutturanti come studio o lavoro. Questo può amplificare molto la percezione di vuoto e portare più facilmente a pensieri svalutanti su di sé.
Il passaggio che fa, dal “non ho una compagnia” al “sono io sbagliata”, è molto significativo. È comprensibile che accada, ma è importante sottolineare che si tratta di un’interpretazione, non di un dato di realtà. Le dinamiche sociali, soprattutto in questa fase della vita, cambiano spesso per motivi contingenti (trasferimenti, relazioni, nuovi equilibri) e non definiscono il valore personale.
Fa riferimento anche a quella sensazione per cui sembra che gli altri stiano vivendo esperienze più piene e soddisfacenti mentre lei resta indietro: questo tipo di vissuto è molto comune e può alimentare ansia e senso di esclusione, portando a guardare la propria vita in modo più critico e severo.
Potrebbe essere utile, in questo momento, lavorare su due piani. Da un lato, provare gradualmente a creare occasioni, anche piccole, che non dipendano esclusivamente dagli altri gruppi già formati: iniziative, attività, contesti nuovi possono offrire possibilità diverse e più in linea con i suoi bisogni attuali. Dall’altro, iniziare a osservare e mettere in discussione quei pensieri automatici che la portano a definirsi “sbagliata”, provando a sostituirli con una lettura più ampia e realistica della situazione.
Il fatto che riconosca che questa possa essere una fase, legata anche al momento di vita che sta attraversando, è già un elemento importante. Con il cambiamento delle sue giornate, è possibile che anche il suo vissuto relazionale si modifichi.
Se sente che l’ansia e il senso di appiattimento stanno diventando pervasivi, un supporto psicologico potrebbe aiutarla a rielaborare questi vissuti e a ritrovare un senso di movimento più personale.
Un caro saluto.
La situazione che descrive sembra intrecciare più aspetti: da un lato una rete sociale presente ma non sempre disponibile nei momenti in cui lei ne avrebbe più bisogno, dall’altro una fase di vita in cui mancano riferimenti strutturanti come studio o lavoro. Questo può amplificare molto la percezione di vuoto e portare più facilmente a pensieri svalutanti su di sé.
Il passaggio che fa, dal “non ho una compagnia” al “sono io sbagliata”, è molto significativo. È comprensibile che accada, ma è importante sottolineare che si tratta di un’interpretazione, non di un dato di realtà. Le dinamiche sociali, soprattutto in questa fase della vita, cambiano spesso per motivi contingenti (trasferimenti, relazioni, nuovi equilibri) e non definiscono il valore personale.
Fa riferimento anche a quella sensazione per cui sembra che gli altri stiano vivendo esperienze più piene e soddisfacenti mentre lei resta indietro: questo tipo di vissuto è molto comune e può alimentare ansia e senso di esclusione, portando a guardare la propria vita in modo più critico e severo.
Potrebbe essere utile, in questo momento, lavorare su due piani. Da un lato, provare gradualmente a creare occasioni, anche piccole, che non dipendano esclusivamente dagli altri gruppi già formati: iniziative, attività, contesti nuovi possono offrire possibilità diverse e più in linea con i suoi bisogni attuali. Dall’altro, iniziare a osservare e mettere in discussione quei pensieri automatici che la portano a definirsi “sbagliata”, provando a sostituirli con una lettura più ampia e realistica della situazione.
Il fatto che riconosca che questa possa essere una fase, legata anche al momento di vita che sta attraversando, è già un elemento importante. Con il cambiamento delle sue giornate, è possibile che anche il suo vissuto relazionale si modifichi.
Se sente che l’ansia e il senso di appiattimento stanno diventando pervasivi, un supporto psicologico potrebbe aiutarla a rielaborare questi vissuti e a ritrovare un senso di movimento più personale.
Un caro saluto.
Buongiorno,
quello che descrive è molto più comune di quanto possa sembrare, soprattutto in alcune fasi della vita in cui gli equilibri sociali cambiano. Non è un segnale che “c’è qualcosa di sbagliato in lei”, ma piuttosto che si trova in un momento di transizione.
Ci sono alcuni elementi importanti nel suo racconto. Il primo è il confronto: vedere gli altri con gruppi, partner e attività strutturate porta facilmente a pensare di essere “indietro” o “diversi”. Questo confronto, però, tende a distorcere la realtà e a farle attribuire a sé stessa etichette molto dure (come “sfigata”), che alimentano ansia e senso di inadeguatezza.
Il secondo aspetto è il tempo vuoto. Quando non si lavora o non si studia, le giornate (e soprattutto i weekend) diventano più esposte a pensieri ripetitivi e alla FOMO (paura di perdersi qualcosa). In queste condizioni è più facile interpretare il silenzio o la mancanza di programmi come un fallimento personale, quando in realtà è una condizione temporanea.
Provi a distinguere due piani:
da una parte la situazione reale (pochi amici ma presenti, un compagno, una fase momentanea più “ferma”), dall’altra il significato che le attribuisce (“non valgo”, “non sono abbastanza”). È proprio su questo secondo livello che si genera gran parte della sofferenza.
Può essere utile iniziare con piccoli passi concreti, senza aspettare la “compagnia perfetta”: proporre lei qualcosa a un’amica, partecipare ad attività nuove, oppure anche imparare a vivere alcuni momenti da sola non come un ripiego ma come uno spazio suo. Parallelamente, lavorare sui pensieri automatici (“sono sbagliata”) cercando di metterli in discussione può ridurre molto il peso emotivo che sente.
Infine, ha già fatto un passaggio importante: collegare questo vissuto a una fase della vita (anno fuori sede, cambiamenti, pausa lavorativa). Questo indica che la situazione può evolvere, non è qualcosa di fisso.
Se questa sensazione di appiattimento e ansia dovesse persistere o intensificarsi, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare sia sull’autostima sia sulla costruzione di una vita sociale più soddisfacente, senza sentirsi “fuori posto”.
Un caro saluto.
Eleonora Rossini
Psicologa clinica
quello che descrive è molto più comune di quanto possa sembrare, soprattutto in alcune fasi della vita in cui gli equilibri sociali cambiano. Non è un segnale che “c’è qualcosa di sbagliato in lei”, ma piuttosto che si trova in un momento di transizione.
Ci sono alcuni elementi importanti nel suo racconto. Il primo è il confronto: vedere gli altri con gruppi, partner e attività strutturate porta facilmente a pensare di essere “indietro” o “diversi”. Questo confronto, però, tende a distorcere la realtà e a farle attribuire a sé stessa etichette molto dure (come “sfigata”), che alimentano ansia e senso di inadeguatezza.
Il secondo aspetto è il tempo vuoto. Quando non si lavora o non si studia, le giornate (e soprattutto i weekend) diventano più esposte a pensieri ripetitivi e alla FOMO (paura di perdersi qualcosa). In queste condizioni è più facile interpretare il silenzio o la mancanza di programmi come un fallimento personale, quando in realtà è una condizione temporanea.
Provi a distinguere due piani:
da una parte la situazione reale (pochi amici ma presenti, un compagno, una fase momentanea più “ferma”), dall’altra il significato che le attribuisce (“non valgo”, “non sono abbastanza”). È proprio su questo secondo livello che si genera gran parte della sofferenza.
Può essere utile iniziare con piccoli passi concreti, senza aspettare la “compagnia perfetta”: proporre lei qualcosa a un’amica, partecipare ad attività nuove, oppure anche imparare a vivere alcuni momenti da sola non come un ripiego ma come uno spazio suo. Parallelamente, lavorare sui pensieri automatici (“sono sbagliata”) cercando di metterli in discussione può ridurre molto il peso emotivo che sente.
Infine, ha già fatto un passaggio importante: collegare questo vissuto a una fase della vita (anno fuori sede, cambiamenti, pausa lavorativa). Questo indica che la situazione può evolvere, non è qualcosa di fisso.
Se questa sensazione di appiattimento e ansia dovesse persistere o intensificarsi, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare sia sull’autostima sia sulla costruzione di una vita sociale più soddisfacente, senza sentirsi “fuori posto”.
Un caro saluto.
Eleonora Rossini
Psicologa clinica
Gentilissima,
il fatto che lei si stia interrogando su come migliorare la situazione che attualmente le causa sofferenza rappresenta una grande risorsa.
Il disagio che racconta sembra legato anche a come si percepisce nello sguardo degli altri: il rischio è passare dal “sono sola in questo momento” al “sono io il problema”.
Sicuramente il fatto che lei non stia studiando né lavorando può amplificare questo senso di vuoto e collateralmente la difficoltà nel creare nuove relazioni.
Non si consideri sbagliata né cerchi di forzarsi a stare bene così ma piuttosto si conceda il tempo di comprendere da dove nascono queste difficoltà e come fare per risolverle. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare luce sulle problematiche e concedere un approfondimento trasformativo che le restituisca la serenità che merita.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
il fatto che lei si stia interrogando su come migliorare la situazione che attualmente le causa sofferenza rappresenta una grande risorsa.
Il disagio che racconta sembra legato anche a come si percepisce nello sguardo degli altri: il rischio è passare dal “sono sola in questo momento” al “sono io il problema”.
Sicuramente il fatto che lei non stia studiando né lavorando può amplificare questo senso di vuoto e collateralmente la difficoltà nel creare nuove relazioni.
Non si consideri sbagliata né cerchi di forzarsi a stare bene così ma piuttosto si conceda il tempo di comprendere da dove nascono queste difficoltà e come fare per risolverle. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare luce sulle problematiche e concedere un approfondimento trasformativo che le restituisca la serenità che merita.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Buongiorno,
quello che descrive è un vissuto molto più diffuso di quanto sembri soprattutto in alcune fasi della vita come quella che sta attraversando ora.
Da quello che racconta, non è isolata dal momento che ha amici e una relazione sentimentale tuttavia manca una dimensione di gruppo stabile, soprattutto nei momenti socialmente più “carichi” come il weekend; in più si trova in un periodo senza lavoro/studio quindi con molto tempo vuoto.
Questi elementi insieme possono amplificare molto la sensazione di essere “ferma” mentre gli altri vanno avanti.
Tuttavia, il rischio è che da una situazione concreta (in questo periodo esco poco) si passi a una conclusione su di sé (“sono sbagliata”, “sono sfigata”).
Questo passaggio è quello che genera più sofferenza.
È comprensibile che accada soprattutto quando si attiva la FOMO (la paura di perdersi qualcosa), che porta a immaginare che gli altri abbiano sempre una vita più piena, più divertente, più soddisfacente.
Nella realtà però, spesso le cose sono molto più sfumate di così.
Se sente il desiderio di avere più vita sociale, può essere utile fare piccoli passi attivi:
proporre lei uscite, anche a piccoli gruppi, agganciarsi a contesti nuovi (corsi, attività, sport, volontariato)...non aspettare necessariamente la “compagnia perfetta”, ma creare occasioni.
Infine, una considerazione importante: non tutti i periodi della vita hanno lo stesso ritmo sociale. Ci sono fasi più piene e fasi più vuote. Il problema nasce quando interpretiamo quelle più vuote come un segnale di valore personale.
Il fatto che lei abbia consapevolezza di ciò che le manca e desiderio di cambiarlo è già un punto di movimento, non di staticità.
Se sente che l’ansia e questi pensieri diventano molto insistenti, parlarne con uno psicologo potrebbe aiutarla a lavorare proprio su questi meccanismi di confronto e autosvalutazione, così da vivere questa fase con più leggerezza.
Un cordiale saluto.
quello che descrive è un vissuto molto più diffuso di quanto sembri soprattutto in alcune fasi della vita come quella che sta attraversando ora.
Da quello che racconta, non è isolata dal momento che ha amici e una relazione sentimentale tuttavia manca una dimensione di gruppo stabile, soprattutto nei momenti socialmente più “carichi” come il weekend; in più si trova in un periodo senza lavoro/studio quindi con molto tempo vuoto.
Questi elementi insieme possono amplificare molto la sensazione di essere “ferma” mentre gli altri vanno avanti.
Tuttavia, il rischio è che da una situazione concreta (in questo periodo esco poco) si passi a una conclusione su di sé (“sono sbagliata”, “sono sfigata”).
Questo passaggio è quello che genera più sofferenza.
È comprensibile che accada soprattutto quando si attiva la FOMO (la paura di perdersi qualcosa), che porta a immaginare che gli altri abbiano sempre una vita più piena, più divertente, più soddisfacente.
Nella realtà però, spesso le cose sono molto più sfumate di così.
Se sente il desiderio di avere più vita sociale, può essere utile fare piccoli passi attivi:
proporre lei uscite, anche a piccoli gruppi, agganciarsi a contesti nuovi (corsi, attività, sport, volontariato)...non aspettare necessariamente la “compagnia perfetta”, ma creare occasioni.
Infine, una considerazione importante: non tutti i periodi della vita hanno lo stesso ritmo sociale. Ci sono fasi più piene e fasi più vuote. Il problema nasce quando interpretiamo quelle più vuote come un segnale di valore personale.
Il fatto che lei abbia consapevolezza di ciò che le manca e desiderio di cambiarlo è già un punto di movimento, non di staticità.
Se sente che l’ansia e questi pensieri diventano molto insistenti, parlarne con uno psicologo potrebbe aiutarla a lavorare proprio su questi meccanismi di confronto e autosvalutazione, così da vivere questa fase con più leggerezza.
Un cordiale saluto.
Buongiorno,
grazie per aver condiviso in modo così sincero quello che stai vivendo.
Da quello che racconti emerge un periodo di vita in cui ti senti un po’ “sganciata” da una routine strutturata e da una rete sociale che in questo momento non sempre coincide con i tuoi bisogni del weekend. È comprensibile che questo possa generare senso di vuoto, ansia e anche pensieri critici su di te.
Quello che descrivi assomiglia molto a una combinazione tra un momento di minore occupazione quotidiana e il confronto con ciò che vedi negli altri: entrambi fattori che possono amplificare la sensazione di esclusione o “non essere abbastanza”. In realtà, non è detto che questo parli di te come persona, ma piuttosto di una fase della tua vita in cui alcune abitudini e riferimenti stanno cambiando.
Quando compare il pensiero “sono sbagliata” o “sono sfigata”, può essere utile provare a fermarsi un attimo e chiedersi se stai descrivendo un fatto oppure se stai leggendo la situazione attraverso una lente molto autocritica. Spesso, in momenti come questo, la mente tende a trasformare una difficoltà contingente in un giudizio globale su di sé.
È anche comprensibile la “FOMO” che descrivi: il bisogno di vivere esperienze, divertirsi, sentirsi parte di un gruppo è assolutamente legittimo, soprattutto alla tua età. Allo stesso tempo, non tutte le fasi della vita hanno lo stesso livello di socialità, e questo non significa che siano “sbagliate” o destinate a peggiorare.
Può aiutarti, nel concreto, iniziare a costruire piccoli spazi tuoi nel weekend (attività, hobby, gruppi, iniziative) senza aspettare che arrivino sempre dall’esterno, e lavorare sul dare un significato più flessibile a questi momenti più “tranquilli”, che possono anche diventare occasioni di riorganizzazione personale.
Se senti che questa sensazione di ansia e autosvalutazione sta diventando persistente o faticosa da gestire da sola, può essere utile uno spazio di confronto psicologico, per capire insieme come rafforzare il tuo senso di valore personale al di là delle situazioni sociali del momento.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
grazie per aver condiviso in modo così sincero quello che stai vivendo.
Da quello che racconti emerge un periodo di vita in cui ti senti un po’ “sganciata” da una routine strutturata e da una rete sociale che in questo momento non sempre coincide con i tuoi bisogni del weekend. È comprensibile che questo possa generare senso di vuoto, ansia e anche pensieri critici su di te.
Quello che descrivi assomiglia molto a una combinazione tra un momento di minore occupazione quotidiana e il confronto con ciò che vedi negli altri: entrambi fattori che possono amplificare la sensazione di esclusione o “non essere abbastanza”. In realtà, non è detto che questo parli di te come persona, ma piuttosto di una fase della tua vita in cui alcune abitudini e riferimenti stanno cambiando.
Quando compare il pensiero “sono sbagliata” o “sono sfigata”, può essere utile provare a fermarsi un attimo e chiedersi se stai descrivendo un fatto oppure se stai leggendo la situazione attraverso una lente molto autocritica. Spesso, in momenti come questo, la mente tende a trasformare una difficoltà contingente in un giudizio globale su di sé.
È anche comprensibile la “FOMO” che descrivi: il bisogno di vivere esperienze, divertirsi, sentirsi parte di un gruppo è assolutamente legittimo, soprattutto alla tua età. Allo stesso tempo, non tutte le fasi della vita hanno lo stesso livello di socialità, e questo non significa che siano “sbagliate” o destinate a peggiorare.
Può aiutarti, nel concreto, iniziare a costruire piccoli spazi tuoi nel weekend (attività, hobby, gruppi, iniziative) senza aspettare che arrivino sempre dall’esterno, e lavorare sul dare un significato più flessibile a questi momenti più “tranquilli”, che possono anche diventare occasioni di riorganizzazione personale.
Se senti che questa sensazione di ansia e autosvalutazione sta diventando persistente o faticosa da gestire da sola, può essere utile uno spazio di confronto psicologico, per capire insieme come rafforzare il tuo senso di valore personale al di là delle situazioni sociali del momento.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno, dal suo racconto emerge come la difficoltà nel condividere momenti piacevoli, come il tempo del weekend, possa portare a frustrazione e senso di isolamento. Le relazioni sociali, infatti, richiedono opportunità di incontro e scambio che non sempre sono facilmente accessibili.
Inoltre, il fatto di non essere attualmente impegnata in attività di studio o lavorative può lasciare una percezione di vuoto e ridurre le occasioni sociali.
Potrebbe risultare rilevante il tema del significato personale del suo tempo per aumentare anche il senso di autoefficacia e contribuire così al suo benessere soggettivo.
Inoltre, il fatto di non essere attualmente impegnata in attività di studio o lavorative può lasciare una percezione di vuoto e ridurre le occasioni sociali.
Potrebbe risultare rilevante il tema del significato personale del suo tempo per aumentare anche il senso di autoefficacia e contribuire così al suo benessere soggettivo.
Gentilissima, quello che descrive è comprensibile e, per certi versi, anche piuttosto comune in alcune fasi della vita. Non è tanto il “non avere cose da fare” in sé a pesare, ma il significato che questo assume per lei. Il confronto con gli altri, la sensazione di essere indietro, di “non avere una compagnia” e quindi di essere sbagliata o meno interessante.
In realtà, da quello che racconta, non è sola, ha degli amici ed una relazione. Sembra piuttosto che si trovi in un momento di transizione, in cui gli equilibri sociali sono cambiati e lei, complice anche il fatto di non lavorare o studiare al momento, si ritrova con più tempo vuoto e meno occasioni spontanee di condivisione. Questo può amplificare molto la sensazione di esclusione e la “FOMO”, che porta a immaginare che gli altri vivano sempre qualcosa di più pieno o significativo.
Il rischio è che da una situazione concreta (meno uscite, meno compagnia nel weekend) si passi rapidamente a un giudizio su di sé (“sono sbagliata”, “sono sfigata”). È proprio questo passaggio che alimenta l’ansia e il senso di appiattimento.
Può aiutarla provare a tenere separate le due cose: da una parte riconoscere che è un periodo effettivamente più vuoto e meno stimolante, dall’altra evitare di trasformarlo in una definizione del suo valore personale. Le fasi di vuoto esistono e spesso precedono cambiamenti, come potrebbe essere l’inizio del lavoro o nuove occasioni sociali.
Nel frattempo, più che aspettare che si crei una compagnia, potrebbe provare, con gradualità, a creare piccole occasioni: proporre lei qualcosa, accettare anche situazioni non perfette, oppure aprirsi a contesti nuovi (corsi, attività, ambienti diversi). Non tanto per riempire a tutti i costi, ma per rimettersi in movimento.
Il fatto che desideri più vita sociale e si interroghi su come vivere meglio questo momento è già un segnale importante di vitalità. Forse più che mancarle qualcosa, è in una fase in cui ciò che c’era prima non basta più, ma il nuovo deve ancora prendere forma.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
In realtà, da quello che racconta, non è sola, ha degli amici ed una relazione. Sembra piuttosto che si trovi in un momento di transizione, in cui gli equilibri sociali sono cambiati e lei, complice anche il fatto di non lavorare o studiare al momento, si ritrova con più tempo vuoto e meno occasioni spontanee di condivisione. Questo può amplificare molto la sensazione di esclusione e la “FOMO”, che porta a immaginare che gli altri vivano sempre qualcosa di più pieno o significativo.
Il rischio è che da una situazione concreta (meno uscite, meno compagnia nel weekend) si passi rapidamente a un giudizio su di sé (“sono sbagliata”, “sono sfigata”). È proprio questo passaggio che alimenta l’ansia e il senso di appiattimento.
Può aiutarla provare a tenere separate le due cose: da una parte riconoscere che è un periodo effettivamente più vuoto e meno stimolante, dall’altra evitare di trasformarlo in una definizione del suo valore personale. Le fasi di vuoto esistono e spesso precedono cambiamenti, come potrebbe essere l’inizio del lavoro o nuove occasioni sociali.
Nel frattempo, più che aspettare che si crei una compagnia, potrebbe provare, con gradualità, a creare piccole occasioni: proporre lei qualcosa, accettare anche situazioni non perfette, oppure aprirsi a contesti nuovi (corsi, attività, ambienti diversi). Non tanto per riempire a tutti i costi, ma per rimettersi in movimento.
Il fatto che desideri più vita sociale e si interroghi su come vivere meglio questo momento è già un segnale importante di vitalità. Forse più che mancarle qualcosa, è in una fase in cui ciò che c’era prima non basta più, ma il nuovo deve ancora prendere forma.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Buongiorno,
si è posta molte domande: che risposte si è data?
un caro saluto
dott.ssa Alessia Serio
si è posta molte domande: che risposte si è data?
un caro saluto
dott.ssa Alessia Serio
Buona sera,
quello che racconta arriva molto chiaramente, soprattutto in quel senso di “essere ferma” in una fase in cui qualcosa sembra essersi bloccato.
Da come lo descrive, non è tanto una questione di essere “sbagliata” o “non abbastanza”, ma di trovarsi in un momento in cui gli equilibri stanno cambiando e non si sono ancora riorganizzati.
Ci sono momenti in cui il tempo sembra dilatarsi, e in quello spazio iniziano a farsi sentire pensieri su di sé che rischiano di diventare molto convincenti, come se dicessero qualcosa di vero su di noi. Ma spesso non raccontano affatto chi siamo davvero.
Più che provare a cambiarli, può essere interessante avvicinarsi a ciò che si muove sotto: spesso questi passaggi toccano qualcosa di più profondo e magari non ancora consapevole, che non è subito chiaro.
Se sentirà il bisogno di approfondire, resto a disposizione.
Dott.ssa Elena Petitti
quello che racconta arriva molto chiaramente, soprattutto in quel senso di “essere ferma” in una fase in cui qualcosa sembra essersi bloccato.
Da come lo descrive, non è tanto una questione di essere “sbagliata” o “non abbastanza”, ma di trovarsi in un momento in cui gli equilibri stanno cambiando e non si sono ancora riorganizzati.
Ci sono momenti in cui il tempo sembra dilatarsi, e in quello spazio iniziano a farsi sentire pensieri su di sé che rischiano di diventare molto convincenti, come se dicessero qualcosa di vero su di noi. Ma spesso non raccontano affatto chi siamo davvero.
Più che provare a cambiarli, può essere interessante avvicinarsi a ciò che si muove sotto: spesso questi passaggi toccano qualcosa di più profondo e magari non ancora consapevole, che non è subito chiaro.
Se sentirà il bisogno di approfondire, resto a disposizione.
Dott.ssa Elena Petitti
Ecco alcuni passi per smontare l'ansia e riprendere il controllo:
Pianificazione delle attività (Behavioral Activation): Non aspettare che "succeda qualcosa" per sentirti attiva. Inizia a programmare piccoli impegni individuali o con tua mamma che abbiano un valore per te (una mostra, un corso in palestra, un trekking). L'obiettivo è toglierti dal divano e dal pensiero rimuginante.
Ristrutturazione del pensiero: Quando arriva il pensiero "sono sfigata", sostituiscilo con un dato di realtà: "In questo momento della mia vita ho una transizione lavorativa e un partner con orari difficili. È un periodo piatto, non una condanna definitiva".
L'azione precede la motivazione: Se aspetti che l'ansia passi per uscire, non uscirai mai. Prova a contattare uno di quei "pochi amici ma buoni" proponendo tu un'attività infrasettimanale o una domenica pomeriggio, senza aspettare che siano loro a includerti nei loro gruppi già formati. È molto probabile che, come ipotizzi, l'inizio di un lavoro o di un nuovo percorso di studi cambierà tutto: nuovi stimoli, nuovi contatti e meno tempo per rimuginare. Quello che senti ora è un "fermo biologico", non un fallimento esistenziale.
Pianificazione delle attività (Behavioral Activation): Non aspettare che "succeda qualcosa" per sentirti attiva. Inizia a programmare piccoli impegni individuali o con tua mamma che abbiano un valore per te (una mostra, un corso in palestra, un trekking). L'obiettivo è toglierti dal divano e dal pensiero rimuginante.
Ristrutturazione del pensiero: Quando arriva il pensiero "sono sfigata", sostituiscilo con un dato di realtà: "In questo momento della mia vita ho una transizione lavorativa e un partner con orari difficili. È un periodo piatto, non una condanna definitiva".
L'azione precede la motivazione: Se aspetti che l'ansia passi per uscire, non uscirai mai. Prova a contattare uno di quei "pochi amici ma buoni" proponendo tu un'attività infrasettimanale o una domenica pomeriggio, senza aspettare che siano loro a includerti nei loro gruppi già formati. È molto probabile che, come ipotizzi, l'inizio di un lavoro o di un nuovo percorso di studi cambierà tutto: nuovi stimoli, nuovi contatti e meno tempo per rimuginare. Quello che senti ora è un "fermo biologico", non un fallimento esistenziale.
Gentile utente,
quello che descrive è un vissuto che può essere molto faticoso, soprattutto quando si accompagna a pensieri svalutanti verso se stessa. È importante però sottolineare che la situazione che sta vivendo non definisce il suo valore personale: il fatto di non avere una compagnia stabile con cui uscire in questo momento non significa che ci sia “qualcosa di sbagliato” in lei.
Dalle sue parole emerge anche una buona capacità di riflessione: ha già individuato possibili fattori che possono aver contribuito a questa fase, come i cambiamenti nelle amicizie o il fatto di non essere attualmente impegnata in un’attività strutturata. Sono elementi che possono influire molto sulla percezione di vuoto e sull’intensificarsi di ansia e senso di esclusione.
La sensazione di “appiattimento” e la paura di restare bloccata così nel tempo sono comprensibili, ma spesso queste fasi sono temporanee e legate al contesto. Allo stesso modo, la FOMO può amplificare il confronto con gli altri e rendere più difficile accettare ritmi di vita diversi, che invece fanno parte dell’esperienza di molti, anche se meno visibili.
Più che cercare subito di “forzarsi” a cambiare tutto, potrebbe essere utile iniziare da piccoli passi: provare a costruire gradualmente occasioni di socialità, ma anche lavorare su un atteggiamento più comprensivo verso se stessa, riducendo l’autocritica.
In questo senso, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questi vissuti, a gestire i pensieri che la fanno stare male e a trovare modalità più soddisfacenti per vivere le relazioni e il tempo libero. Avere uno spazio in cui confrontarsi può fare molta differenza, soprattutto in momenti di transizione come questo.
Se lo ritiene possibile, chiedere un aiuto professionale potrebbe essere un passo importante per ritrovare maggiore equilibrio e serenità.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
quello che descrive è un vissuto che può essere molto faticoso, soprattutto quando si accompagna a pensieri svalutanti verso se stessa. È importante però sottolineare che la situazione che sta vivendo non definisce il suo valore personale: il fatto di non avere una compagnia stabile con cui uscire in questo momento non significa che ci sia “qualcosa di sbagliato” in lei.
Dalle sue parole emerge anche una buona capacità di riflessione: ha già individuato possibili fattori che possono aver contribuito a questa fase, come i cambiamenti nelle amicizie o il fatto di non essere attualmente impegnata in un’attività strutturata. Sono elementi che possono influire molto sulla percezione di vuoto e sull’intensificarsi di ansia e senso di esclusione.
La sensazione di “appiattimento” e la paura di restare bloccata così nel tempo sono comprensibili, ma spesso queste fasi sono temporanee e legate al contesto. Allo stesso modo, la FOMO può amplificare il confronto con gli altri e rendere più difficile accettare ritmi di vita diversi, che invece fanno parte dell’esperienza di molti, anche se meno visibili.
Più che cercare subito di “forzarsi” a cambiare tutto, potrebbe essere utile iniziare da piccoli passi: provare a costruire gradualmente occasioni di socialità, ma anche lavorare su un atteggiamento più comprensivo verso se stessa, riducendo l’autocritica.
In questo senso, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questi vissuti, a gestire i pensieri che la fanno stare male e a trovare modalità più soddisfacenti per vivere le relazioni e il tempo libero. Avere uno spazio in cui confrontarsi può fare molta differenza, soprattutto in momenti di transizione come questo.
Se lo ritiene possibile, chiedere un aiuto professionale potrebbe essere un passo importante per ritrovare maggiore equilibrio e serenità.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Salve,
dalle sue parole emerge un forte senso di insoddisfazione e frustrazione, legato non tanto alla mancanza di persone intorno, quanto alla sensazione di non riuscire a vivere pienamente la sua età e le opportunità che immagina di “dover” avere. È comprensibile che questa situazione le generi ansia e un senso di vuoto: quando la vita rallenta e gli stimoli diminuiscono, la mente tende a riempire quel silenzio con pensieri di inadeguatezza o confronto con gli altri. È importante riconoscere che ciò che sta provando è reale e merita ascolto. Non è “sbagliata” né “sfigata”: sta attraversando un momento in cui i suoi bisogni di connessione, novità e appartenenza non trovano ancora uno spazio in cui esprimersi. Il fatto che il suo compagno lavori nei weekend e che i suoi amici abbiano costruito altre abitudini amplifica la sensazione di esclusione, ma non significa che lei sia rimasta indietro: significa solo che la sua vita, ora, ha un ritmo diverso. Accogliere questo vissuto è il primo passo per poterlo trasformare. Non si tratta di negare la fatica o di “pensare positivo”, ma di riconoscere che questo periodo, per quanto frustrante, può avere un senso evolutivo. Quando non si lavora o non si studia, è facile perdere punti di riferimento e sentirsi “fermi”, ma proprio questi momenti possono diventare occasioni per conoscersi meglio, per capire cosa davvero la fa stare bene, al di là di ciò che fanno gli altri. Può essere utile provare a spostare lo sguardo: invece di chiedersi “perché non ho una compagnia?”, chiedersi “di cosa ho bisogno ora per sentirmi viva e in contatto?”. A volte bastano piccoli gesti — un corso, un’attività, un gruppo di interesse — per riattivare curiosità e senso di appartenenza. L’obiettivo non è riempire ogni momento libero, ma imparare a stare bene anche nei tempi vuoti, senza che diventino sinonimo di solitudine o fallimento. Accettare che ci siano periodi più piatti è un segno di maturità emotiva, non di rassegnazione. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare significato a questo momento, a comprendere meglio le radici di questa ansia e a costruire un modo più gentile e realistico di rapportarsi a sé stessa e agli altri, imparando a vivere il presente come parte di un cammino, non come una mancanza. Coraggio.
Un saluto,
Dott.ssa Giovanna Cardia
Psicologa della Salute
dalle sue parole emerge un forte senso di insoddisfazione e frustrazione, legato non tanto alla mancanza di persone intorno, quanto alla sensazione di non riuscire a vivere pienamente la sua età e le opportunità che immagina di “dover” avere. È comprensibile che questa situazione le generi ansia e un senso di vuoto: quando la vita rallenta e gli stimoli diminuiscono, la mente tende a riempire quel silenzio con pensieri di inadeguatezza o confronto con gli altri. È importante riconoscere che ciò che sta provando è reale e merita ascolto. Non è “sbagliata” né “sfigata”: sta attraversando un momento in cui i suoi bisogni di connessione, novità e appartenenza non trovano ancora uno spazio in cui esprimersi. Il fatto che il suo compagno lavori nei weekend e che i suoi amici abbiano costruito altre abitudini amplifica la sensazione di esclusione, ma non significa che lei sia rimasta indietro: significa solo che la sua vita, ora, ha un ritmo diverso. Accogliere questo vissuto è il primo passo per poterlo trasformare. Non si tratta di negare la fatica o di “pensare positivo”, ma di riconoscere che questo periodo, per quanto frustrante, può avere un senso evolutivo. Quando non si lavora o non si studia, è facile perdere punti di riferimento e sentirsi “fermi”, ma proprio questi momenti possono diventare occasioni per conoscersi meglio, per capire cosa davvero la fa stare bene, al di là di ciò che fanno gli altri. Può essere utile provare a spostare lo sguardo: invece di chiedersi “perché non ho una compagnia?”, chiedersi “di cosa ho bisogno ora per sentirmi viva e in contatto?”. A volte bastano piccoli gesti — un corso, un’attività, un gruppo di interesse — per riattivare curiosità e senso di appartenenza. L’obiettivo non è riempire ogni momento libero, ma imparare a stare bene anche nei tempi vuoti, senza che diventino sinonimo di solitudine o fallimento. Accettare che ci siano periodi più piatti è un segno di maturità emotiva, non di rassegnazione. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare significato a questo momento, a comprendere meglio le radici di questa ansia e a costruire un modo più gentile e realistico di rapportarsi a sé stessa e agli altri, imparando a vivere il presente come parte di un cammino, non come una mancanza. Coraggio.
Un saluto,
Dott.ssa Giovanna Cardia
Psicologa della Salute
Salve,
dal suo racconto sembrerebbe che possa vivere solo in presenza del suo ragazzo. Non conosco le ragioni per le quali è spesso a casa, per le quali non lavora e non studia, ma sicuramente ognuno di noi per poter star bene necessità di un po' di tutto. Relazioni sociali, un lavoro, una vita sentimentale. Valuti la possibilità di intraprendere un percorso psicologico; potrebbe darle occasione di lavorare sui temi qui citati.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
dal suo racconto sembrerebbe che possa vivere solo in presenza del suo ragazzo. Non conosco le ragioni per le quali è spesso a casa, per le quali non lavora e non studia, ma sicuramente ognuno di noi per poter star bene necessità di un po' di tutto. Relazioni sociali, un lavoro, una vita sentimentale. Valuti la possibilità di intraprendere un percorso psicologico; potrebbe darle occasione di lavorare sui temi qui citati.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Gentilissima, il punto centrale è perché le viene da pensare che lei non abbia una compagnia perché sbagliata, o perché non si sente abbastanza intraprendente, o il fatto che non abbia abbastanza amici la faccia sentire come dice lei “sfigata” ?
A 25 anni ha davanti a sé ha una vita che vuole solo essere vissuta. Ecco perché le consiglio un’ approfondimento personale con un tecnico, attraverso lo spazio sicuro del colloquio psicologica, dove potrà essere aiutata a fare chiarezza e ritrovare la sua giusta serenità.
Saluti
Dott. Maurizio Di Benedetto
A 25 anni ha davanti a sé ha una vita che vuole solo essere vissuta. Ecco perché le consiglio un’ approfondimento personale con un tecnico, attraverso lo spazio sicuro del colloquio psicologica, dove potrà essere aiutata a fare chiarezza e ritrovare la sua giusta serenità.
Saluti
Dott. Maurizio Di Benedetto
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