Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La se
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Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.
Buongiorno, quello che descrive non è una banalità: il bisogno di amare ed essere amati è profondamente umano, e sentirsi sempre “non scelti” può diventare molto doloroso. Da ciò che racconta, però, sembra che il problema non sia solo l’assenza di una relazione, ma il modo in cui questa assenza ha iniziato a influenzare la percezione di sé: “sono noioso”, “non sono abbastanza”, “sono io il problema”. Quando questi pensieri diventano così forti, possono portare a evitamento, blocco, paura del rifiuto e difficoltà nell’approccio, creando un circolo che mantiene la sofferenza. Non significa che sia destinato a restare solo, ma che forse ha bisogno di uno spazio in cui lavorare sulla sicurezza personale, sull’autostima e sulle relazioni. Le consiglierei seriamente un supporto psicologico, online o in presenza, per affrontare questo vissuto prima che continui a logorarla e per costruire un modo più libero e meno doloroso di entrare in contatto con gli altri.
Le auguro una buona giornata.
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Gentile utente, credo che intraprendere un percorso di supporto psicologico possa far conoscere meglio sé stesso ed individuare le risorse per star bene con gli altri.
Credo sia il primo passo per raggiungere obiettivi come quelli preposti.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
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Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
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Dott. Luca Rochdi
Buongiorno, grazie per essersi mostrato così in profondità. Quello di cui sta parlando sembrano essere difficoltà relazionali che hanno un'origine lontana, e mi chiedo se ha già valutato la possibilità di intraprendere un percorso psicologico per comprendere meglio quale sia questa origine e come, nel qui e ora, lei possa trovare un modo di impedire alle sue insicurezze di limitare la sua vita relazionale. Giustamente, lei si chiede quanto "i suoi tempi" debbano essere lunghi, e percepisco fatica e frustrazione. Forse un percorso psicologico potrebbe aiutarla a calarsi meglio nel suo tempo e a comprendere come poterlo vivere a pieno, per trovare quella serenità che desidera.
Buongiorno a te. Cio che stai vivendo non è una banalità. Capisco che questa situazione ti faccia stare male e che ti abbia anche un pò stancato, e hai ragione. A volte succede di essere molto critici con noi stessi, ti svalutiamo e abbiamo una poco bella idea di noi e questo a volte ci può condizionare nel modo in cui ci comportiamo con gli altri. E' possibile capire come ci muoviamo nelle relazioni, anche in quella con noi stessi, capire cosa poter fare di diverso e far sì che la speranza si riaccenda.
Carissimo,
Proverei a far dialogare la parte di te che "evita di affezionarsi" (come mai?) con quella che sente "il bisogno di poter amare e di essere amato" (osservazione preziosissima). Penso che forse bisogna prendersi il rischio che possa andare male per rischiarare il grigio perenne.
Una nota sul tempo: proviamo a evitare la massima del "il tempo aggiusta tutto". Non sono del tutto d'accordo: bisogna noi in primis darci da fare, a volte passare dal fango, per poter entrare in un rapporto più libero con noi stessi e gli altri.
Osa.
Un caro saluto,
Francesca Giusti
Proverei a far dialogare la parte di te che "evita di affezionarsi" (come mai?) con quella che sente "il bisogno di poter amare e di essere amato" (osservazione preziosissima). Penso che forse bisogna prendersi il rischio che possa andare male per rischiarare il grigio perenne.
Una nota sul tempo: proviamo a evitare la massima del "il tempo aggiusta tutto". Non sono del tutto d'accordo: bisogna noi in primis darci da fare, a volte passare dal fango, per poter entrare in un rapporto più libero con noi stessi e gli altri.
Osa.
Un caro saluto,
Francesca Giusti
Da ciò che scrive mancano alcuni elementi importanti: non sappiamo quanto questo malessere incida su studio, lavoro, amicizie, sonno, umore, né se ci siano stati rifiuti dolorosi, esperienze di esclusione o pensieri di farsi del male. Per questo non si può dare una spiegazione definitiva da qui. Però una cosa emerge con forza: non sta parlando solo del fatto di non avere una ragazza, ma della sensazione di non essere scelto e di valere meno degli altri.
Capisco perché frasi come “ognuno ha i suoi tempi” possano sembrarle vuote. Quando si soffre da anni, il tempo non consola: pesa. Ma forse il punto non è capire quanto ancora dovrà aspettare; è iniziare a fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che oggi lo tiene fermo.
Da quello che racconta, ogni possibile incontro sembra diventare un esame: se il discorso si blocca, se lo sguardo si abbassa, se non nasce interesse, la conclusione diventa “sono io il problema”. Così, per non essere ferito, evita di esporsi e di affezionarsi. Ma proprio questo evitamento le impedisce di vivere esperienze nuove, piccole, correttive.
Non partirei dall’obiettivo “devo trovare una ragazza”. È troppo grande e rischia di trasformare ogni contatto in una prova finale. Partirei invece da esperienze minime: fare una domanda semplice a una ragazza senza cercare di piacere; tenere il contatto visivo un secondo in più; restare in una conversazione anche quando sente imbarazzo; uscire con amici fidanzati senza viverlo come una condanna; scrivere prima dell’incontro “cosa temo che accada” e poi verificare dopo cosa è accaduto davvero.
Il cambiamento non nasce quando si sente sicuro. Spesso nasce quando fa un gesto piccolo mentre non si sente sicuro, e scopre che l’imbarazzo non lo distrugge. Questa è l’esperienza correttiva: non convincersi a parole di valere, ma vivere situazioni in cui non scappa, non si boccia subito e non trasforma ogni reazione dell’altro in una sentenza su di sé.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non a ripetersi che “prima o poi arriverà”, ma a costruire passi concreti per uscire dal blocco. Se il grigio, l’isolamento o la rassegnazione diventano troppo pesanti, è importante chiedere aiuto senza aspettare che tutto passi da solo.
Il bisogno di amare ed essere amato non è banale. Ma forse il primo passo non è trovare qualcuno che la scelga: è smettere, un’esperienza alla volta, di escludersi prima ancora che l’incontro inizi.
Può approfondire questo blocco con un professionista, anche online, per trasformarlo in azioni concrete e non lasciarlo diventare una sentenza sulla sua vita.
Un caro saluto.
Capisco perché frasi come “ognuno ha i suoi tempi” possano sembrarle vuote. Quando si soffre da anni, il tempo non consola: pesa. Ma forse il punto non è capire quanto ancora dovrà aspettare; è iniziare a fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che oggi lo tiene fermo.
Da quello che racconta, ogni possibile incontro sembra diventare un esame: se il discorso si blocca, se lo sguardo si abbassa, se non nasce interesse, la conclusione diventa “sono io il problema”. Così, per non essere ferito, evita di esporsi e di affezionarsi. Ma proprio questo evitamento le impedisce di vivere esperienze nuove, piccole, correttive.
Non partirei dall’obiettivo “devo trovare una ragazza”. È troppo grande e rischia di trasformare ogni contatto in una prova finale. Partirei invece da esperienze minime: fare una domanda semplice a una ragazza senza cercare di piacere; tenere il contatto visivo un secondo in più; restare in una conversazione anche quando sente imbarazzo; uscire con amici fidanzati senza viverlo come una condanna; scrivere prima dell’incontro “cosa temo che accada” e poi verificare dopo cosa è accaduto davvero.
Il cambiamento non nasce quando si sente sicuro. Spesso nasce quando fa un gesto piccolo mentre non si sente sicuro, e scopre che l’imbarazzo non lo distrugge. Questa è l’esperienza correttiva: non convincersi a parole di valere, ma vivere situazioni in cui non scappa, non si boccia subito e non trasforma ogni reazione dell’altro in una sentenza su di sé.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non a ripetersi che “prima o poi arriverà”, ma a costruire passi concreti per uscire dal blocco. Se il grigio, l’isolamento o la rassegnazione diventano troppo pesanti, è importante chiedere aiuto senza aspettare che tutto passi da solo.
Il bisogno di amare ed essere amato non è banale. Ma forse il primo passo non è trovare qualcuno che la scelga: è smettere, un’esperienza alla volta, di escludersi prima ancora che l’incontro inizi.
Può approfondire questo blocco con un professionista, anche online, per trasformarlo in azioni concrete e non lasciarlo diventare una sentenza sulla sua vita.
Un caro saluto.
Buongiorno, da quello che scrive si percepisce un senso di stanchezza profonda più che semplice insicurezza. Non è solo “non aver avuto una relazione”, ma la sensazione continua di non riuscire ad accedere a qualcosa che per gli altri sembra naturale, e col tempo questo può trasformarsi in una sorta di chiusura preventiva: evito, non mi espongo, non mi affeziono, così non rischio di confermare ancora una volta quella sensazione di non essere scelto.
Quello che descrive però ha anche un’altra lettura importante. Non sembra tanto un problema di valore personale o di “essere noioso”, quanto piuttosto una difficoltà che si attiva nel momento in cui entra in gioco la possibilità di vicinanza emotiva. Il blocco, la difficoltà a sostenere lo sguardo, il vuoto nel discorso, sono segnali molto tipici di una risposta d’ansia: non è che “non sa fare”, è che in quel momento il sistema va in sovraccarico e la mente si protegge spegnendo o limitando l’esposizione.
Col tempo, però, questa protezione può diventare una gabbia. Più si evita, più aumenta la convinzione di non essere in grado, e più quella convinzione rende difficile riprovare. È un circolo che non nasce da un difetto di personalità, ma da una ripetizione di esperienze in cui si è associata la relazione al rischio di fallire o di non essere scelti.
La parte forse più dolorosa del suo messaggio è quando dice che ormai evita anche di affezionarsi, come se si fosse già anticipata la fine. Questo è un punto centrale: quando la mente decide in anticipo che “non andrà bene”, in realtà si protegge dalla delusione, ma allo stesso tempo impedisce anche la possibilità di vivere qualcosa di diverso da quella previsione.
Il confronto con gli altri, in questo, pesa molto. Vedere amici in coppia può rafforzare l’idea che ci sia qualcosa che manca, ma raramente racconta tutta la realtà di come le relazioni si costruiscono o delle difficoltà che anche gli altri attraversano.
Le faccio una riflessione che può essere utile: se non ci fosse la paura di non essere scelto, come si comporterebbe con una ragazza che le interessa? Non per trovare una risposta perfetta, ma per iniziare a distinguere tra ciò che è suo e ciò che è una risposta automatica dell’ansia.
E un’altra cosa importante: non è detto che “i suoi tempi” siano semplicemente più lunghi, come spesso si dice per consolarlo. Più che di tempo si tratta di modalità. Finché la modalità resta quella del blocco e dell’evitamento, il tempo da solo non risolve. Ma questa modalità può cambiare, e spesso cambia proprio quando si inizia a esporsi in modo graduale, senza pretendere subito di “saper fare tutto”, ma permettendosi di fare anche esperienze imperfette, senza leggerle come una sentenza su di sé.
Quello che emerge non è una mancanza di capacità di amare o di essere amato, ma una difficoltà nel tollerare la parte iniziale del contatto, quella più incerta e vulnerabile. È lì che si può lavorare, ed è lì che spesso si sbloccano anche le situazioni che oggi sembrano ferme da anni.
Se vuole, si può ragionare insieme su cosa succede esattamente in quei momenti di blocco, perché lì di solito si nasconde il nodo principale.
Quello che descrive però ha anche un’altra lettura importante. Non sembra tanto un problema di valore personale o di “essere noioso”, quanto piuttosto una difficoltà che si attiva nel momento in cui entra in gioco la possibilità di vicinanza emotiva. Il blocco, la difficoltà a sostenere lo sguardo, il vuoto nel discorso, sono segnali molto tipici di una risposta d’ansia: non è che “non sa fare”, è che in quel momento il sistema va in sovraccarico e la mente si protegge spegnendo o limitando l’esposizione.
Col tempo, però, questa protezione può diventare una gabbia. Più si evita, più aumenta la convinzione di non essere in grado, e più quella convinzione rende difficile riprovare. È un circolo che non nasce da un difetto di personalità, ma da una ripetizione di esperienze in cui si è associata la relazione al rischio di fallire o di non essere scelti.
La parte forse più dolorosa del suo messaggio è quando dice che ormai evita anche di affezionarsi, come se si fosse già anticipata la fine. Questo è un punto centrale: quando la mente decide in anticipo che “non andrà bene”, in realtà si protegge dalla delusione, ma allo stesso tempo impedisce anche la possibilità di vivere qualcosa di diverso da quella previsione.
Il confronto con gli altri, in questo, pesa molto. Vedere amici in coppia può rafforzare l’idea che ci sia qualcosa che manca, ma raramente racconta tutta la realtà di come le relazioni si costruiscono o delle difficoltà che anche gli altri attraversano.
Le faccio una riflessione che può essere utile: se non ci fosse la paura di non essere scelto, come si comporterebbe con una ragazza che le interessa? Non per trovare una risposta perfetta, ma per iniziare a distinguere tra ciò che è suo e ciò che è una risposta automatica dell’ansia.
E un’altra cosa importante: non è detto che “i suoi tempi” siano semplicemente più lunghi, come spesso si dice per consolarlo. Più che di tempo si tratta di modalità. Finché la modalità resta quella del blocco e dell’evitamento, il tempo da solo non risolve. Ma questa modalità può cambiare, e spesso cambia proprio quando si inizia a esporsi in modo graduale, senza pretendere subito di “saper fare tutto”, ma permettendosi di fare anche esperienze imperfette, senza leggerle come una sentenza su di sé.
Quello che emerge non è una mancanza di capacità di amare o di essere amato, ma una difficoltà nel tollerare la parte iniziale del contatto, quella più incerta e vulnerabile. È lì che si può lavorare, ed è lì che spesso si sbloccano anche le situazioni che oggi sembrano ferme da anni.
Se vuole, si può ragionare insieme su cosa succede esattamente in quei momenti di blocco, perché lì di solito si nasconde il nodo principale.
Gentile Utente, grazie per essersi portato qui così chiaramente. Aver scelto di esprimersi così apertamente è un passo enorme che ha fatto e di questo deve darsene i meriti, non è cosa da poco. Prendere consapevolezza che forse c'è qualche pensiero faticoso che ci portiamo con noi da un po' è di per sè dimostrativo di notevoli risorse di cui dispone.
Le anticipo che sono dispiaciuta per la fatica che queste dinamiche le stanno comportando e posso immaginare come i pensieri di cui parla siano complessi da poter sbrogliare e a volte comportino altri interrogativi e altra fatica. Le chiedo quindi un punto importante ovvero cosa intende quando dice di "non essere abbastanza" perchè nel suo narrato "essere o non essere abbastanza" ha un forte riferimento agli altri....ma delegare la definizione del nostro valore all'altro non si ritiene sia una dinamica positiva per noi....Potrebbe essere questa una buona occasione per iniziare un percorso di approfondimento e supporto in cui si da la possibilità di conoscere sè stesso in primis, nelle sue sfumature, per cogliere con maggior chiarezza quelli che sono i suoi punti di forza, le sue caratteristiche, la sua unicità. Conoscere sè stessi potrebbe essere un buon percorso per poter poi portarsi agli altri, senza delegare ad essi la definizione del nostro valore. Resto a disposizione. Un caro saluto, Dott.ssa Letizia Turchetto
Le anticipo che sono dispiaciuta per la fatica che queste dinamiche le stanno comportando e posso immaginare come i pensieri di cui parla siano complessi da poter sbrogliare e a volte comportino altri interrogativi e altra fatica. Le chiedo quindi un punto importante ovvero cosa intende quando dice di "non essere abbastanza" perchè nel suo narrato "essere o non essere abbastanza" ha un forte riferimento agli altri....ma delegare la definizione del nostro valore all'altro non si ritiene sia una dinamica positiva per noi....Potrebbe essere questa una buona occasione per iniziare un percorso di approfondimento e supporto in cui si da la possibilità di conoscere sè stesso in primis, nelle sue sfumature, per cogliere con maggior chiarezza quelli che sono i suoi punti di forza, le sue caratteristiche, la sua unicità. Conoscere sè stessi potrebbe essere un buon percorso per poter poi portarsi agli altri, senza delegare ad essi la definizione del nostro valore. Resto a disposizione. Un caro saluto, Dott.ssa Letizia Turchetto
Salve,
quello che descrive non è affatto una banalità. Il desiderio di sentirsi scelti, amati e importanti per qualcuno è un bisogno profondo e umano e quando questo sembra non arrivare mai può diventare molto doloroso e logorante.
Dalle sue parole emerge una grande fatica nel modo in cui guarda sé stesso: come se nel tempo avesse interiorizzato l’idea di non essere abbastanza o di essere destinato a restare escluso dalle relazioni. Quando succede, spesso ci si avvicina agli altri già con la paura del rifiuto e il corpo stesso va “in blocco”, come racconta lei con lo sguardo, le conversazioni o la difficoltà ad esporsi emotivamente.
A 22 anni non è affatto “troppo tardi”, anche se capisco che il confronto con gli altri possa farle vivere tutto questo con ancora più tristezza e senso di solitudine. Più che chiedersi quando arriverà una relazione, forse oggi potrebbe essere importante comprendere da dove nasce questa convinzione di non poter essere scelto e quanto stia influenzando il suo modo di stare con gli altri e con sé stesso.
A volte un percorso psicologico può aiutare proprio a sciogliere questi vissuti profondi e a costruire relazioni meno guidate dalla paura di non valere abbastanza.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa
quello che descrive non è affatto una banalità. Il desiderio di sentirsi scelti, amati e importanti per qualcuno è un bisogno profondo e umano e quando questo sembra non arrivare mai può diventare molto doloroso e logorante.
Dalle sue parole emerge una grande fatica nel modo in cui guarda sé stesso: come se nel tempo avesse interiorizzato l’idea di non essere abbastanza o di essere destinato a restare escluso dalle relazioni. Quando succede, spesso ci si avvicina agli altri già con la paura del rifiuto e il corpo stesso va “in blocco”, come racconta lei con lo sguardo, le conversazioni o la difficoltà ad esporsi emotivamente.
A 22 anni non è affatto “troppo tardi”, anche se capisco che il confronto con gli altri possa farle vivere tutto questo con ancora più tristezza e senso di solitudine. Più che chiedersi quando arriverà una relazione, forse oggi potrebbe essere importante comprendere da dove nasce questa convinzione di non poter essere scelto e quanto stia influenzando il suo modo di stare con gli altri e con sé stesso.
A volte un percorso psicologico può aiutare proprio a sciogliere questi vissuti profondi e a costruire relazioni meno guidate dalla paura di non valere abbastanza.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa
Buongiorno, grazie per le sue parole, così cariche di sofferenza ma anche di sincerità.
Il suo è un bisogno legittimo e non ascolti chi lo prenderà con sufficienza fornendole risposte preconfezionate. E' vero che ognuno ha i suoi tempi, ma mi sembra che il tempo giusto per lei sia arrivato. Lo urla sottovoce, con rispetto e pazienza, ma con tanto dolore. Credo che un percorso di Psicoterapia possa aiutarla a dare un colore oltre al grigio a quello che sta vivendo e che ha vissuto. Spesso riconduciamo al grigio o al nero le nostre difficoltà, ma spesso ha sofferenza ha infiniti colori con cui dipingere un mondo interno ricco e complesso come il suo. Dobbiamo solo imparare a nominarli questi colori e soprattutto a vederli, viverli e iniziare a condividerli con qualcun Altro.
Non ho dubbi che ce la farà, perchè dimostra una sensibilità e un'attenzione particolare.
Le auguro un vita sempre più ricca di sfumature. Anna
Il suo è un bisogno legittimo e non ascolti chi lo prenderà con sufficienza fornendole risposte preconfezionate. E' vero che ognuno ha i suoi tempi, ma mi sembra che il tempo giusto per lei sia arrivato. Lo urla sottovoce, con rispetto e pazienza, ma con tanto dolore. Credo che un percorso di Psicoterapia possa aiutarla a dare un colore oltre al grigio a quello che sta vivendo e che ha vissuto. Spesso riconduciamo al grigio o al nero le nostre difficoltà, ma spesso ha sofferenza ha infiniti colori con cui dipingere un mondo interno ricco e complesso come il suo. Dobbiamo solo imparare a nominarli questi colori e soprattutto a vederli, viverli e iniziare a condividerli con qualcun Altro.
Non ho dubbi che ce la farà, perchè dimostra una sensibilità e un'attenzione particolare.
Le auguro un vita sempre più ricca di sfumature. Anna
Buon pomeriggio,
è comprensibile quanto questa situazione possa farla sentire frustrato e scoraggiato nel tempo. Dalle sue parole sembra che la sofferenza non riguardi solo il non aver avuto una relazione, ma anche il modo in cui ha iniziato a percepire sé stesso. Quando questi pensieri diventano molto presenti, possono influenzare anche il modo di approcciarsi agli altri, portando a blocchi, evitamento e paura del giudizio.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere ed eventualmente interrompere questo circolo di sfiducia e autosvalutazione che genera sofferenza.
Un caro saluto, PR.
è comprensibile quanto questa situazione possa farla sentire frustrato e scoraggiato nel tempo. Dalle sue parole sembra che la sofferenza non riguardi solo il non aver avuto una relazione, ma anche il modo in cui ha iniziato a percepire sé stesso. Quando questi pensieri diventano molto presenti, possono influenzare anche il modo di approcciarsi agli altri, portando a blocchi, evitamento e paura del giudizio.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere ed eventualmente interrompere questo circolo di sfiducia e autosvalutazione che genera sofferenza.
Un caro saluto, PR.
Ciao. Leggo nelle tue parole un dolore denso, quel "grigio perenne" che descrivi non come una mancanza di colori, ma come una nebbia che avvolge le tue giornate e le tue speranze. È importante che tu sappia che ciò che provi non è affatto una banalità: il bisogno di amare e di essere scelti è una delle spinte più umane e vitali che esistano, e sentirsi sistematicamente esclusi da questa possibilità può generare una stanchezza d'animo molto profonda, quasi un senso di rassegnazione al destino.
Mi preme però dirti, con la franchezza che si deve a un giovane uomo, che questo blocco che sperimenti, la fatica nel contatto visivo, l'incapacità di sostenere un discorso, l'evitamento emotivo, non è un difetto di fabbrica del tuo essere, né una condanna scritta nelle stelle. È, più probabilmente, un meccanismo di difesa che il tuo sistema ha attivato per proteggerti dal dolore di un eventuale rifiuto. Quando dici che "sai già che non finirà come vuoi tu", stai mettendo in atto una profezia che si autoavvera: per non soffrire la delusione di non essere scelto, finisci per non scegliere nemmeno tu di metterti in gioco, creando un muro invisibile che le persone intorno a te percepiscono come distanza o disinteresse. Il problema non è che tu sia "noioso" o "non abbastanza", ma che sei troppo impegnato a monitorare le tue mancanze mentre sei con gli altri, impedendo alla tua vera personalità di uscire fuori.
La questione dei "tempi" che giustamente sottolinei è una ferita aperta. Comprendo perfettamente quanto possa suonare vuota la frase "ognuno ha i suoi tempi" quando ci si sente bloccati in una sala d'attesa mentre il resto del mondo sembra procedere spedito. Tuttavia, il tempo non è una misura lineare uguale per tutti; il tuo tempo si è dilatato perché hai dovuto impiegare enormi energie per gestire l'insicurezza e il giudizio verso te stesso. Non sei in ritardo rispetto a una tabella di marcia esterna, ma sei in un momento di stallo interno in cui la paura di fallire è diventata più grande del desiderio di provare. Migliorare l'aspetto fisico è stato un passo importante, ma ora la sfida è quella di curare l'immagine che hai dentro di te, quella parte che ti sussurra che sei tu il problema.
Per uscire da questo grigio, il lavoro più urgente non è trovare qualcuno che ti ami, ma ricostruire un dialogo con te stesso che non sia fatto solo di critiche e previsioni catastrofiche. Sarebbe estremamente prezioso per te iniziare un percorso psicologico per esplorare l'origine di questo "senso di non essere mai scelto". Spesso, quando sentiamo di non essere la scelta di nessuno, è perché noi per primi abbiamo smesso di sceglierci e di darci valore. Imparare a sostenere un contatto visivo o a fluire in una conversazione sono abilità che si riacquistano quando diminuisce il volume del critico interiore. Non sei destinato alla solitudine, sei solo temporaneamente prigioniero di uno schema di pensiero che ti convince che il mondo sia un luogo dove tu non possa abitare; cambiare questa narrazione è possibile, ed è la chiave per tornare a vedere i colori che ora ti sembrano preclusi.
Mi preme però dirti, con la franchezza che si deve a un giovane uomo, che questo blocco che sperimenti, la fatica nel contatto visivo, l'incapacità di sostenere un discorso, l'evitamento emotivo, non è un difetto di fabbrica del tuo essere, né una condanna scritta nelle stelle. È, più probabilmente, un meccanismo di difesa che il tuo sistema ha attivato per proteggerti dal dolore di un eventuale rifiuto. Quando dici che "sai già che non finirà come vuoi tu", stai mettendo in atto una profezia che si autoavvera: per non soffrire la delusione di non essere scelto, finisci per non scegliere nemmeno tu di metterti in gioco, creando un muro invisibile che le persone intorno a te percepiscono come distanza o disinteresse. Il problema non è che tu sia "noioso" o "non abbastanza", ma che sei troppo impegnato a monitorare le tue mancanze mentre sei con gli altri, impedendo alla tua vera personalità di uscire fuori.
La questione dei "tempi" che giustamente sottolinei è una ferita aperta. Comprendo perfettamente quanto possa suonare vuota la frase "ognuno ha i suoi tempi" quando ci si sente bloccati in una sala d'attesa mentre il resto del mondo sembra procedere spedito. Tuttavia, il tempo non è una misura lineare uguale per tutti; il tuo tempo si è dilatato perché hai dovuto impiegare enormi energie per gestire l'insicurezza e il giudizio verso te stesso. Non sei in ritardo rispetto a una tabella di marcia esterna, ma sei in un momento di stallo interno in cui la paura di fallire è diventata più grande del desiderio di provare. Migliorare l'aspetto fisico è stato un passo importante, ma ora la sfida è quella di curare l'immagine che hai dentro di te, quella parte che ti sussurra che sei tu il problema.
Per uscire da questo grigio, il lavoro più urgente non è trovare qualcuno che ti ami, ma ricostruire un dialogo con te stesso che non sia fatto solo di critiche e previsioni catastrofiche. Sarebbe estremamente prezioso per te iniziare un percorso psicologico per esplorare l'origine di questo "senso di non essere mai scelto". Spesso, quando sentiamo di non essere la scelta di nessuno, è perché noi per primi abbiamo smesso di sceglierci e di darci valore. Imparare a sostenere un contatto visivo o a fluire in una conversazione sono abilità che si riacquistano quando diminuisce il volume del critico interiore. Non sei destinato alla solitudine, sei solo temporaneamente prigioniero di uno schema di pensiero che ti convince che il mondo sia un luogo dove tu non possa abitare; cambiare questa narrazione è possibile, ed è la chiave per tornare a vedere i colori che ora ti sembrano preclusi.
Buonasera,
nelle sue parole si sente molta solitudine, ma anche una stanchezza profonda legata al sentirsi costantemente “fuori” da qualcosa che vede accadere agli altri in modo apparentemente naturale.
Da ciò che racconta sembra che, nel tempo, il dolore di non sentirsi scelto abbia iniziato a trasformarsi anche in uno sguardo molto duro verso sé stesso. Non parla soltanto della difficoltà ad avere una relazione, ma di una sensazione più ampia di non essere abbastanza interessante, abbastanza desiderabile o abbastanza “giusto” per poter occupare un posto significativo nella vita di qualcuno.
Comprendo quanto possa essere frustrante sentire ripetere frasi come “ognuno ha i suoi tempi” quando dentro di sé si vive invece la percezione di un’attesa che sembra non finire mai. Da una parte c’è il desiderio molto umano di amare ed essere amato, dall’altra sembra essersi costruita nel tempo una convinzione dolorosa: quella di essere destinato a rimanere escluso da questa possibilità.
A volte, quando si sperimentano per molto tempo vissuti di rifiuto, confronto o senso di inadeguatezza, può accadere che non sia più soltanto l’altro a spaventare, ma anche ciò che il contatto con l’altro rischia di far sentire di sé. E allora il blocco, l’evitamento, la difficoltà nello sguardo o nell’affezionarsi possono diventare modi per proteggersi da una sofferenza percepita come già scritta.
Un percorso psicologico potrebbe esserle d'aiuto nel comprendere più a fondo come si sia costruita nel tempo questa immagine di sé così severa e solitaria, e come mai il desiderio di vicinanza sembri accompagnarsi contemporaneamente alla paura di non poter essere davvero accolto. Questo lavoro, nel tempo, potrebbe aiutarla a trovare nuovi modi di abitare le relazioni, in cui potersi iniziare a sentire visto e accolto.
Un caro saluto,
Dott.ssa Silvana Grilli
nelle sue parole si sente molta solitudine, ma anche una stanchezza profonda legata al sentirsi costantemente “fuori” da qualcosa che vede accadere agli altri in modo apparentemente naturale.
Da ciò che racconta sembra che, nel tempo, il dolore di non sentirsi scelto abbia iniziato a trasformarsi anche in uno sguardo molto duro verso sé stesso. Non parla soltanto della difficoltà ad avere una relazione, ma di una sensazione più ampia di non essere abbastanza interessante, abbastanza desiderabile o abbastanza “giusto” per poter occupare un posto significativo nella vita di qualcuno.
Comprendo quanto possa essere frustrante sentire ripetere frasi come “ognuno ha i suoi tempi” quando dentro di sé si vive invece la percezione di un’attesa che sembra non finire mai. Da una parte c’è il desiderio molto umano di amare ed essere amato, dall’altra sembra essersi costruita nel tempo una convinzione dolorosa: quella di essere destinato a rimanere escluso da questa possibilità.
A volte, quando si sperimentano per molto tempo vissuti di rifiuto, confronto o senso di inadeguatezza, può accadere che non sia più soltanto l’altro a spaventare, ma anche ciò che il contatto con l’altro rischia di far sentire di sé. E allora il blocco, l’evitamento, la difficoltà nello sguardo o nell’affezionarsi possono diventare modi per proteggersi da una sofferenza percepita come già scritta.
Un percorso psicologico potrebbe esserle d'aiuto nel comprendere più a fondo come si sia costruita nel tempo questa immagine di sé così severa e solitaria, e come mai il desiderio di vicinanza sembri accompagnarsi contemporaneamente alla paura di non poter essere davvero accolto. Questo lavoro, nel tempo, potrebbe aiutarla a trovare nuovi modi di abitare le relazioni, in cui potersi iniziare a sentire visto e accolto.
Un caro saluto,
Dott.ssa Silvana Grilli
Quello che racconti non è affatto banale ed esprime in modo molto chiaro quanto ti accompagni da tempo il desiderio di sentirti scelto, amato e importante per qualcuno, sentimenti estremamente umani e molto, molto comuni.
Però forse c’è una domanda che potrebbe essere importante porti: tu, invece, cosa stai scegliendo per te stesso?
Perché il bisogno di essere scelti spesso è legato al desiderio di sentirsi “abbastanza”, desiderabili, degni di amore. Ma da quello che scrivi sembra che tu abbia passato molto tempo a guardarti attraverso gli occhi degli altri, aspettando che fosse qualcuno a confermarti il tuo valore.
E nel frattempo, tu cosa hai scelto attivamente? Hai scelto di esporti anche con la possibilità di non piacere? Hai scelto relazioni, esperienze, contesti che ti facessero sentire vivo e autentico?
A volte il blocco nasce dal fatto che ci si convince così tanto di non poter essere scelti da smettere quasi di scegliere sé stessi.
Il fatto che tu senta questo grigio così intensamente dice anche qualcosa di importante: dentro di te c’è ancora un desiderio forte di contatto, vicinanza e relazione e forse proprio da lì può iniziare un lavoro su di te, non per diventare “abbastanza” agli occhi di qualcuno, ma per capire come smettere di guardarti solo attraverso il (possibile) rifiuto che temi. A 22 anni sei in linea con il tuo compito, anzi, la tua sfida: assumere posizioni anche rischiose e scegliersi.
Però forse c’è una domanda che potrebbe essere importante porti: tu, invece, cosa stai scegliendo per te stesso?
Perché il bisogno di essere scelti spesso è legato al desiderio di sentirsi “abbastanza”, desiderabili, degni di amore. Ma da quello che scrivi sembra che tu abbia passato molto tempo a guardarti attraverso gli occhi degli altri, aspettando che fosse qualcuno a confermarti il tuo valore.
E nel frattempo, tu cosa hai scelto attivamente? Hai scelto di esporti anche con la possibilità di non piacere? Hai scelto relazioni, esperienze, contesti che ti facessero sentire vivo e autentico?
A volte il blocco nasce dal fatto che ci si convince così tanto di non poter essere scelti da smettere quasi di scegliere sé stessi.
Il fatto che tu senta questo grigio così intensamente dice anche qualcosa di importante: dentro di te c’è ancora un desiderio forte di contatto, vicinanza e relazione e forse proprio da lì può iniziare un lavoro su di te, non per diventare “abbastanza” agli occhi di qualcuno, ma per capire come smettere di guardarti solo attraverso il (possibile) rifiuto che temi. A 22 anni sei in linea con il tuo compito, anzi, la tua sfida: assumere posizioni anche rischiose e scegliersi.
Gentile,
quello che descrive non è affatto una banalità. Nelle Sue parole si percepiscono solitudine, fatica e il desiderio profondo di sentirsi finalmente accolto, scelto e amato da qualcuno.
Quando per molto tempo ci si sente “non abbastanza”, è come se si iniziasse a guardarsi attraverso il filtro della paura del rifiuto. Col tempo questo può portare a bloccarsi nelle relazioni, a sentirsi inadeguati, ad evitare il contatto emotivo o persino a rinunciare in partenza per proteggersi da una possibile delusione.
Il fatto che Lei riesca a raccontarlo con questa consapevolezza, è importante. Significa che c’è una parte che desidera comprendersi, stare meglio e costruire legami autentici, anche se oggi tutto questo può sembrare molto distante.
Spesso chi vive queste difficoltà tende a pensare di essere “il problema”, ma dietro sensazioni come il blocco, la paura di non piacere, il sentirsi noiosi o invisibili, possono esserci ferite emotive profonde, insicurezze consolidate nel tempo o modalità relazionali apprese che fanno soffrire molto più di quanto si mostri all’esterno.
E proprio per questo un percorso psicologico potrebbe aiutare a comprendere meglio ciò che sta vivendo, lavorare sull’autostima, sul timore del giudizio e sul modo in cui entra in relazione con gli altri e con sé stesso. In uno spazio terapeutico sicuro è possibile dare senso a queste emozioni, sciogliere alcuni blocchi e costruire, gradualmente, un modo più sereno di vivere i rapporti affettivi.
Il dolore che Lei prova oggi non definisce il valore né condanna il futuro relazionale. Merita però ascolto, accoglienza e uno spazio in cui non dover affrontare tutto da solo.
quello che descrive non è affatto una banalità. Nelle Sue parole si percepiscono solitudine, fatica e il desiderio profondo di sentirsi finalmente accolto, scelto e amato da qualcuno.
Quando per molto tempo ci si sente “non abbastanza”, è come se si iniziasse a guardarsi attraverso il filtro della paura del rifiuto. Col tempo questo può portare a bloccarsi nelle relazioni, a sentirsi inadeguati, ad evitare il contatto emotivo o persino a rinunciare in partenza per proteggersi da una possibile delusione.
Il fatto che Lei riesca a raccontarlo con questa consapevolezza, è importante. Significa che c’è una parte che desidera comprendersi, stare meglio e costruire legami autentici, anche se oggi tutto questo può sembrare molto distante.
Spesso chi vive queste difficoltà tende a pensare di essere “il problema”, ma dietro sensazioni come il blocco, la paura di non piacere, il sentirsi noiosi o invisibili, possono esserci ferite emotive profonde, insicurezze consolidate nel tempo o modalità relazionali apprese che fanno soffrire molto più di quanto si mostri all’esterno.
E proprio per questo un percorso psicologico potrebbe aiutare a comprendere meglio ciò che sta vivendo, lavorare sull’autostima, sul timore del giudizio e sul modo in cui entra in relazione con gli altri e con sé stesso. In uno spazio terapeutico sicuro è possibile dare senso a queste emozioni, sciogliere alcuni blocchi e costruire, gradualmente, un modo più sereno di vivere i rapporti affettivi.
Il dolore che Lei prova oggi non definisce il valore né condanna il futuro relazionale. Merita però ascolto, accoglienza e uno spazio in cui non dover affrontare tutto da solo.
Salve, nelle sue parole si sente un peso emotivo molto forte e soprattutto una sofferenza che non riguarda soltanto la mancanza di una relazione, ma il modo in cui questa esperienza nel tempo ha iniziato a trasformarsi in una convinzione su di sé. Quando dice di vivere la vita “in un grigio perenne”, sta descrivendo qualcosa che va oltre l’ambito sentimentale: sembra un vissuto globale di fatica, di blocco e di perdita di fiducia nelle proprie possibilità relazionali. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante distinguere tra ciò che sta accadendo nella realtà e il modo in cui la mente interpreta e organizza queste esperienze. Il fatto di non aver avuto ancora una relazione significativa non è, di per sé, una condanna o una prova del proprio valore personale. Tuttavia, quando questa esperienza si protrae nel tempo, la mente tende spesso a costruire una narrazione interna molto rigida, come “il problema sono io”, “non sono abbastanza”, “non sono fatto per essere scelto”. Questi pensieri, ripetuti nel tempo, non restano semplici idee, ma iniziano a influenzare il modo in cui ci si comporta, ci si espone e ci si relaziona agli altri. Lei descrive molto chiaramente un aspetto centrale: il blocco nelle situazioni sociali e relazionali, il difficoltoso contatto visivo, la tendenza a evitare il coinvolgimento emotivo per paura dell’esito. Questi elementi sono spesso il risultato di un meccanismo di protezione. Quando una persona si aspetta di essere rifiutata o di non essere all’altezza, può inconsciamente ridurre l’esposizione alle situazioni in cui questo possibile rifiuto potrebbe avvenire, proprio per evitare il dolore. Il problema è che questa protezione, nel breve periodo, riduce l’ansia, ma nel lungo periodo mantiene e rafforza la sensazione di non saper “funzionare” nelle relazioni. È molto importante anche il passaggio in cui lei racconta di aver già lavorato sull’aspetto fisico e di aver notato che non era quello il nodo centrale. Questo è un punto di grande consapevolezza, perché indica che il tema non riguarda l’esterno, ma il modo in cui si vive internamente il contatto con l’altro, il valore personale e la possibilità di sentirsi scelti e riconosciuti. Quando si dice “mi sembra di non essere mai abbastanza”, dal punto di vista psicologico ci troviamo spesso di fronte a schemi di valutazione molto profondi e automatici, che non si modificano semplicemente attraverso esperienze positive occasionali, ma hanno bisogno di essere riconosciuti, messi in discussione e rielaborati nel tempo. Perché anche quando accade qualcosa di potenzialmente positivo, una parte interna può continuare a filtrarlo attraverso la stessa lente negativa. Il confronto con gli altri, soprattutto con i coetanei che vivono relazioni, può rendere tutto ancora più pesante. Non tanto perché ci sia qualcosa di sbagliato nel desiderare una relazione, ma perché il confronto tende a rafforzare l’idea di essere “indietro” o “sbagliati”, quando in realtà i percorsi affettivi sono estremamente variabili e non lineari. Tuttavia, quando si sta male, la mente tende a selezionare soprattutto le informazioni che confermano la propria sofferenza. Mi colpisce molto anche la sua domanda finale, “quanto dovrà durare ancora”. È una domanda profondamente umana, che esprime stanchezza e desiderio di uscire da una condizione che sente ripetitiva e soffocante. In queste situazioni è facile arrivare a pensare che le cose siano destinate a rimanere così, ma spesso questa è una conclusione che nasce più dalla fatica accumulata che da una reale impossibilità di cambiamento. Un percorso psicologico potrebbe essere molto utile proprio per questo motivo. Non per dare risposte semplicistiche o per rassicurare in modo superficiale, ma per comprendere come si è costruito questo modo di vivere sé stessi nelle relazioni, quali esperienze lo hanno alimentato e soprattutto quali meccanismi attuali lo mantengono attivo. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora spesso proprio su questo intreccio tra pensieri, emozioni e comportamenti, aiutando la persona a riconoscere i blocchi, a ridurre gradualmente l’evitamento e a costruire esperienze relazionali nuove che non siano filtrate esclusivamente dalla paura del fallimento. È importante sottolineare che il problema non sembra essere la sua incapacità di amare o di essere amato, ma piuttosto un circolo in cui aspettativa di rifiuto, ansia e evitamento si rinforzano reciprocamente. Questo tipo di dinamica, pur essendo molto dolorosa, è anche modificabile nel tempo, soprattutto quando viene compresa con chiarezza e affrontata con gradualità. Il fatto stesso che lei riesca a descrivere così bene ciò che vive è già un segnale importante di consapevolezza. E la consapevolezza, in percorsi di questo tipo, è spesso il primo passo per iniziare a interrompere schemi che fino a oggi sono sembrati inevitabili. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buon giorno,
avverto tutto il dolore e la sofferenza che l'hanno portata a scrivere una condivisione tanto profonda e per nulla banale.
Perché sì, se è vero che ognuno ha i suoi tempi, è anche vero che esistono ferite, molto precoci e radicate, che finiscono col pervadere di un senso di inadeguatezza tutti i momenti e gli aspetti della nostra vita. Sono ferite legate alle aspettative che altri, anche inconsapevolmente, proiettano su di noi, e può essere estremamente doloroso pensare di non esaudirle.
Un po' come un'eco di sottofondo, che costantemente ci pone a confronto con gli altri (o l'immagine che noi ci creiamo degli altri!), ripetendoci che non valiamo quanto loro, che non potremo mai ottenere gli stessi risultati, che saremo destinati ad essere sempre l'ultima ruota del carro, perché sul palco della vita salgono vincenti e perdenti, e forse quello dei perdenti è il ruolo che siamo stati chiamati ad interpretare.
Purtroppo, questa narrazione così distorta della vita, fatta di "vincenti" e "perdenti", adeguati e inadeguati, è talmente pervasiva da rendere il suo vissuto tutt'altro che banale, anzi: richiede davvero tanta forza riconoscersi una sofferenza di questo tipo, invece di assecondare quella stessa narrazione.
Infatti, si fanno spesso incredibili sforzi per cercare di interpretare il ruolo del "vincente", anche quando quel ruolo non ha niente a che fare con ciò che siamo e desideriamo.
La distorsione sta proprio qui: pensare di potersi sentire appagati e felici sforzandoci di essere qualcun altro, e di assecondare continuamente quelle che crediamo essere le aspettative del mondo nei nostri confronti.
Inevitabilmente questo rende molto più difficile avvicinarsi autenticamente a qualcuno, e costruire legami veri e significativi, ancora una volta con il timore di non esaudire le aspettative dell'altro rispetto a ciò che dovremmo fare e come dovremmo essere.
Le pongo quindi una domanda: cosa succederebbe se decidesse di recitare la parte di se stesso, invece di porsi a confronto con i suoi amici, o con le aspettative che crede gli altri abbiano su di lei?
Naturalmente, ciò implica fare un passo indietro, fare conoscenza con se stessi e accettarsi per ciò che siamo e desideriamo: guardarsi allo specchio con i propri occhi, e non nella fotografia scattata da altri.
Non è un processo semplice, né veloce, ma inizia dal sentirsi visto davvero, da qualcuno che non nutre né giudizio né aspettative. Se vuole, mi contatti quando desidererà iniziarlo.
Resto a sua disposizione.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa AM Beavers
avverto tutto il dolore e la sofferenza che l'hanno portata a scrivere una condivisione tanto profonda e per nulla banale.
Perché sì, se è vero che ognuno ha i suoi tempi, è anche vero che esistono ferite, molto precoci e radicate, che finiscono col pervadere di un senso di inadeguatezza tutti i momenti e gli aspetti della nostra vita. Sono ferite legate alle aspettative che altri, anche inconsapevolmente, proiettano su di noi, e può essere estremamente doloroso pensare di non esaudirle.
Un po' come un'eco di sottofondo, che costantemente ci pone a confronto con gli altri (o l'immagine che noi ci creiamo degli altri!), ripetendoci che non valiamo quanto loro, che non potremo mai ottenere gli stessi risultati, che saremo destinati ad essere sempre l'ultima ruota del carro, perché sul palco della vita salgono vincenti e perdenti, e forse quello dei perdenti è il ruolo che siamo stati chiamati ad interpretare.
Purtroppo, questa narrazione così distorta della vita, fatta di "vincenti" e "perdenti", adeguati e inadeguati, è talmente pervasiva da rendere il suo vissuto tutt'altro che banale, anzi: richiede davvero tanta forza riconoscersi una sofferenza di questo tipo, invece di assecondare quella stessa narrazione.
Infatti, si fanno spesso incredibili sforzi per cercare di interpretare il ruolo del "vincente", anche quando quel ruolo non ha niente a che fare con ciò che siamo e desideriamo.
La distorsione sta proprio qui: pensare di potersi sentire appagati e felici sforzandoci di essere qualcun altro, e di assecondare continuamente quelle che crediamo essere le aspettative del mondo nei nostri confronti.
Inevitabilmente questo rende molto più difficile avvicinarsi autenticamente a qualcuno, e costruire legami veri e significativi, ancora una volta con il timore di non esaudire le aspettative dell'altro rispetto a ciò che dovremmo fare e come dovremmo essere.
Le pongo quindi una domanda: cosa succederebbe se decidesse di recitare la parte di se stesso, invece di porsi a confronto con i suoi amici, o con le aspettative che crede gli altri abbiano su di lei?
Naturalmente, ciò implica fare un passo indietro, fare conoscenza con se stessi e accettarsi per ciò che siamo e desideriamo: guardarsi allo specchio con i propri occhi, e non nella fotografia scattata da altri.
Non è un processo semplice, né veloce, ma inizia dal sentirsi visto davvero, da qualcuno che non nutre né giudizio né aspettative. Se vuole, mi contatti quando desidererà iniziarlo.
Resto a sua disposizione.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa AM Beavers
Buongiorno,
quello che racconti non è affatto una banalità, perché il bisogno di sentirsi scelti, amati e importanti per qualcuno è un bisogno umano profondo. Quando per tanto tempo si vive la sensazione di “restare fuori” dalle relazioni, è comprensibile iniziare a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in sé stessi. Però dalle tue parole emerge soprattutto una grande sofferenza emotiva, non un “difetto” personale.
Spesso, in situazioni come la tua, si crea un circolo molto faticoso: più si teme di non essere abbastanza o di essere rifiutati, più ci si blocca nelle interazioni; e più ci si blocca, più si rafforza l’idea di essere incapaci o destinati a restare soli. Questo porta a evitare il contatto, l’affezionarsi o l’esporsi emotivamente, come forma di protezione. Non perché non si abbia valore, ma perché ci si sente costantemente sotto giudizio.
Il fatto che tu abbia migliorato il tuo aspetto e abbia capito che il problema non è solo fisico è già una consapevolezza importante. Molto spesso, infatti, il nodo principale riguarda l’autostima, la sicurezza personale, la paura del rifiuto e il modo in cui si percepisce sé stessi nelle relazioni. Quando dentro di sé si è convinti di “non essere abbastanza”, anche le situazioni più semplici possono diventare fonte di ansia e blocco.
Inoltre, confrontarsi continuamente con gli amici fidanzati rischia di aumentare il senso di esclusione e di “ritardo”, ma la vita affettiva non segue tempi uguali per tutti. Questo non significa minimizzare il tuo dolore con frasi fatte, ma ricordarti che a 22 anni la tua storia relazionale non è ancora “scritta”. In terapia incontro molte persone che hanno iniziato a vivere relazioni significative più tardi, proprio dopo aver lavorato sul proprio senso di valore e sulla propria emotività.
C’è anche un altro aspetto importante: quando si vive per anni con la convinzione che “tanto finirà male”, si rischia inconsapevolmente di non concedersi davvero la possibilità di essere conosciuti dagli altri. Non perché manchi qualcosa in te, ma perché la paura prende il sopravvento sulla spontaneità.
Il tuo malessere merita ascolto e approfondimento, soprattutto perché dici che questa situazione ti logora da molto tempo e ti porta a pensieri molto scoraggiati su te stesso e sul futuro. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti concretamente a comprendere da dove nasce questo senso di inadeguatezza, a lavorare sulla sicurezza nelle relazioni e a costruire un’immagine di te più autentica e meno basata sulla paura del rifiuto.
Ti consiglierei quindi di approfondire questi vissuti con uno specialista, perché non sei “destinato” a stare così: spesso dietro questi blocchi ci sono dinamiche emotive profonde che possono essere comprese e affrontate.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che racconti non è affatto una banalità, perché il bisogno di sentirsi scelti, amati e importanti per qualcuno è un bisogno umano profondo. Quando per tanto tempo si vive la sensazione di “restare fuori” dalle relazioni, è comprensibile iniziare a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in sé stessi. Però dalle tue parole emerge soprattutto una grande sofferenza emotiva, non un “difetto” personale.
Spesso, in situazioni come la tua, si crea un circolo molto faticoso: più si teme di non essere abbastanza o di essere rifiutati, più ci si blocca nelle interazioni; e più ci si blocca, più si rafforza l’idea di essere incapaci o destinati a restare soli. Questo porta a evitare il contatto, l’affezionarsi o l’esporsi emotivamente, come forma di protezione. Non perché non si abbia valore, ma perché ci si sente costantemente sotto giudizio.
Il fatto che tu abbia migliorato il tuo aspetto e abbia capito che il problema non è solo fisico è già una consapevolezza importante. Molto spesso, infatti, il nodo principale riguarda l’autostima, la sicurezza personale, la paura del rifiuto e il modo in cui si percepisce sé stessi nelle relazioni. Quando dentro di sé si è convinti di “non essere abbastanza”, anche le situazioni più semplici possono diventare fonte di ansia e blocco.
Inoltre, confrontarsi continuamente con gli amici fidanzati rischia di aumentare il senso di esclusione e di “ritardo”, ma la vita affettiva non segue tempi uguali per tutti. Questo non significa minimizzare il tuo dolore con frasi fatte, ma ricordarti che a 22 anni la tua storia relazionale non è ancora “scritta”. In terapia incontro molte persone che hanno iniziato a vivere relazioni significative più tardi, proprio dopo aver lavorato sul proprio senso di valore e sulla propria emotività.
C’è anche un altro aspetto importante: quando si vive per anni con la convinzione che “tanto finirà male”, si rischia inconsapevolmente di non concedersi davvero la possibilità di essere conosciuti dagli altri. Non perché manchi qualcosa in te, ma perché la paura prende il sopravvento sulla spontaneità.
Il tuo malessere merita ascolto e approfondimento, soprattutto perché dici che questa situazione ti logora da molto tempo e ti porta a pensieri molto scoraggiati su te stesso e sul futuro. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti concretamente a comprendere da dove nasce questo senso di inadeguatezza, a lavorare sulla sicurezza nelle relazioni e a costruire un’immagine di te più autentica e meno basata sulla paura del rifiuto.
Ti consiglierei quindi di approfondire questi vissuti con uno specialista, perché non sei “destinato” a stare così: spesso dietro questi blocchi ci sono dinamiche emotive profonde che possono essere comprese e affrontate.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Il vissuto che descrive è più comune di quanto possa sembrare, soprattutto a 20–25 anni, una fase in cui molte aree della vita personale e relazionale sono ancora in definizione e possono essere vissute con forte incertezza.
Le difficoltà che riporta (blocco nell’approccio, evitamento, fatica nel contatto visivo, pensieri di non essere abbastanza o di essere destinato a non riuscire) spesso si accompagnano a una forte tensione nelle situazioni sociali. In questi casi può accadere che, per proteggersi dalla possibilità di sentirsi a disagio o rifiutati, si finisca per evitare alcune esperienze o per “tirarsi indietro” in anticipo.
Nel tempo, però, questo tende a ridurre le occasioni di contatto con gli altri e può mantenere la sensazione di distanza e di difficoltà.
Non si tratta di un tratto fisso o di un’identità personale, ma di modalità che si sono consolidate nel tempo e che possono essere comprese e affrontate in modo graduale, anche a partire dal modo in cui si sta con queste emozioni e con questi pensieri nelle situazioni sociali.
Quando questa condizione diventa fonte di sofferenza persistente e limita la possibilità di vivere relazioni significative, può essere utile affrontarla in modo più approfondito all’interno di un percorso psicologico.
Ilenia Ceravolo, Psicologa
Le difficoltà che riporta (blocco nell’approccio, evitamento, fatica nel contatto visivo, pensieri di non essere abbastanza o di essere destinato a non riuscire) spesso si accompagnano a una forte tensione nelle situazioni sociali. In questi casi può accadere che, per proteggersi dalla possibilità di sentirsi a disagio o rifiutati, si finisca per evitare alcune esperienze o per “tirarsi indietro” in anticipo.
Nel tempo, però, questo tende a ridurre le occasioni di contatto con gli altri e può mantenere la sensazione di distanza e di difficoltà.
Non si tratta di un tratto fisso o di un’identità personale, ma di modalità che si sono consolidate nel tempo e che possono essere comprese e affrontate in modo graduale, anche a partire dal modo in cui si sta con queste emozioni e con questi pensieri nelle situazioni sociali.
Quando questa condizione diventa fonte di sofferenza persistente e limita la possibilità di vivere relazioni significative, può essere utile affrontarla in modo più approfondito all’interno di un percorso psicologico.
Ilenia Ceravolo, Psicologa
Buonasera, comprendo molto bene ciò che riporti, partiamo per gradi, prima di tutto mi piacerebbe fare una riflessione: il fatto che tu ne stia parlando in modo così lucido, che tu riconosca che quello che chiami "problema" non sia solo l'aspetto fisico e il fatto che tu stia chiedendo un supporto, è indice di forte consapevolezza e introspezione, può sembrare banale ma la consapevolezza del proprio disagio e la capacità di comunicarlo come hai fatto te, ti permette di essere già a un buon punto del percorso di miglioramento di sé.
Tornando al tuo vissuto, il sentirsi scelti è un bisogno fondamentale dell'essere umano, quando sentiamo che per lungo tempo non viene soddisfatto possiamo sentirci soli, sbagliati, inadeguati. Quello che può succedere è che si inneschi una sorta di circolo vizioso, che può riguardare le relazioni amorose ma anche tanti altri aspetti della vita: osservi di non essere scelto -> ti proteggi evitando, controlli molto di ciò che dici o di come appari (come appunto l'aspetto fisico) -> ma questo genera ancora più ansia da prestazione e distanza dalle relazioni, perché, l'essere scelto non è una performance, non è sotto il nostro controllo e non si deve essere bravi, belli o potenti affinché avvenga. Il rischio quindi è che tu, senza volerlo, ti allontani dalle relazioni, perché viverla come una performance o perché le aspettative della società dicono che ad una certa età bisognerebbe aver fatto esperienze.. diventa troppo emotivamente carico.
Penso che il punto non sia l'avere una ragazza in sé per sé ma la tua autostima, quanto e come percepisci il tuo valore, la paura del rifiuto o la convinzione che le cose andranno male prima ancora che accadano (tutti aspetti sui quali è possibile lavorare).
Ti propongo queste domande.. se al momento tu immaginassi di accettare questa situazione, non in senso passivo e cinico, ma nel vederla come fuori dal tuo controllo (perché non bisogna meritare l'amore, tutti siamo degni di essere amati), c'è qualcosa che pensi ti possa permettere di soddisfare questo bisogno al di là di un'eventuale relazione?
Cosa pensi succederebbe se lasciassi da parte le aspettative della società? E soprattutto, pensi sarebbe possibile per te mollare la presa e non controllare le variabili che intervengono nel momento in cui ci relazioniamo con l'altro?
Tornando al tuo vissuto, il sentirsi scelti è un bisogno fondamentale dell'essere umano, quando sentiamo che per lungo tempo non viene soddisfatto possiamo sentirci soli, sbagliati, inadeguati. Quello che può succedere è che si inneschi una sorta di circolo vizioso, che può riguardare le relazioni amorose ma anche tanti altri aspetti della vita: osservi di non essere scelto -> ti proteggi evitando, controlli molto di ciò che dici o di come appari (come appunto l'aspetto fisico) -> ma questo genera ancora più ansia da prestazione e distanza dalle relazioni, perché, l'essere scelto non è una performance, non è sotto il nostro controllo e non si deve essere bravi, belli o potenti affinché avvenga. Il rischio quindi è che tu, senza volerlo, ti allontani dalle relazioni, perché viverla come una performance o perché le aspettative della società dicono che ad una certa età bisognerebbe aver fatto esperienze.. diventa troppo emotivamente carico.
Penso che il punto non sia l'avere una ragazza in sé per sé ma la tua autostima, quanto e come percepisci il tuo valore, la paura del rifiuto o la convinzione che le cose andranno male prima ancora che accadano (tutti aspetti sui quali è possibile lavorare).
Ti propongo queste domande.. se al momento tu immaginassi di accettare questa situazione, non in senso passivo e cinico, ma nel vederla come fuori dal tuo controllo (perché non bisogna meritare l'amore, tutti siamo degni di essere amati), c'è qualcosa che pensi ti possa permettere di soddisfare questo bisogno al di là di un'eventuale relazione?
Cosa pensi succederebbe se lasciassi da parte le aspettative della società? E soprattutto, pensi sarebbe possibile per te mollare la presa e non controllare le variabili che intervengono nel momento in cui ci relazioniamo con l'altro?
Il suo desiderio è profondamente umano e legittimo.
Ma si inserisce in uno sguardo che lei esprime su di sé che ritengo sia da approfondire.
La invito ad un colloquio.
Ma si inserisce in uno sguardo che lei esprime su di sé che ritengo sia da approfondire.
La invito ad un colloquio.
Buonasera,
La ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale e difficile da mettere in parole.
Quello che descrive non è affatto banale. Il bisogno di amare ed essere amato, di sentirsi scelti, di vivere connessioni autentiche sono bisogni profondi e legittimi, che appartengono a ogni essere umano. Non c'è niente di sbagliato nel volerli soddisfatti.
Capisco bene quella sensazione di andare in blocco. Quando l'aspettativa di un esito negativo diventa così radicata, il corpo e la mente iniziano a proteggersi in anticipo, evitando, ritirandosi, smettendo persino di sperare. Potrebbe essere un meccanismo che si è costruito nel tempo per farla sentire al sicuro, anche se ora le sta costando molto.
Ciò che mi colpisce nel suo messaggio è la consapevolezza, ha già capito che non si tratta dell'aspetto fisico, ha identificato pattern precisi nei suoi modi di relazionarsi. Questo è un punto di partenza importante.
Potrebbe valere la pena esplorare tutto questo in un percorso psicologico, non perché sia lei “il problema”, ma perché merita uno spazio in cui capire da dove viene questo blocco e come allentarlo.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
La ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale e difficile da mettere in parole.
Quello che descrive non è affatto banale. Il bisogno di amare ed essere amato, di sentirsi scelti, di vivere connessioni autentiche sono bisogni profondi e legittimi, che appartengono a ogni essere umano. Non c'è niente di sbagliato nel volerli soddisfatti.
Capisco bene quella sensazione di andare in blocco. Quando l'aspettativa di un esito negativo diventa così radicata, il corpo e la mente iniziano a proteggersi in anticipo, evitando, ritirandosi, smettendo persino di sperare. Potrebbe essere un meccanismo che si è costruito nel tempo per farla sentire al sicuro, anche se ora le sta costando molto.
Ciò che mi colpisce nel suo messaggio è la consapevolezza, ha già capito che non si tratta dell'aspetto fisico, ha identificato pattern precisi nei suoi modi di relazionarsi. Questo è un punto di partenza importante.
Potrebbe valere la pena esplorare tutto questo in un percorso psicologico, non perché sia lei “il problema”, ma perché merita uno spazio in cui capire da dove viene questo blocco e come allentarlo.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Buonasera, grazie per la tua condivisione. Inizio dicendoti che non c'è nulla di sbagliato in te, ogni cosa è al suo posto ed è giusto che sia lì, ogni piega, ogni sfaccettatura è lì con un senso e se non iniziamo a vederle, a considerarle e, col tempo, ad accettarle queste sfaccettature, difficilmente qualcuno ci sceglierà. Quando costruiamo una relazione, spesso cerchiamo di rispondere a un bisogno: qual è il bisogno a cui cerchi di rispondere nel momento in cui pensi a una relazione? Cosa pensi possa darti un'eventuale relazione di ciò che ora non hai? Spesso scambiamo l'attesa di amore per amore vero ed è proprio nel desiderare ardentemente quell'amore, quella relazione, quella non-solitudine che dobbiamo prestare attenzione: non sarà una relazione a colmare la nostra mancanza, il nostro bisogno. A presto!
Caro utente, deve essere molto doloroso vivere con la preoccupazione di non essere mai abbastanza per essere amato. Ognuno ha i suoi tempi, è così, ma è anche vero che la ragione non basta a spiegare tutto e non serve a rincuorare. Se in questo momento non avere una persona da amare e da cui essere amato è fonte di disagio, frustrazione e tristezza, questi sentimenti vanno accolti e rispettati.
Sarebbe utile chiedersi cosa significherebbe per lei avere una ragazza? Che intende quando si chiede se sia noioso o se sia lei il problema? E come vorrebbe che finisse? (Scrive che evita di affezionarsi, perché sa già che non finirà come vuole lei). Sembra che lei cerchi l’amore, ma che in parte lo rifugga anche. Ha desiderio e curiosità, ma è anche fortemente spaventato.
Fa cenno alla sensazione di non essere mai scelto. Che vuol dire essere scelto per lei? Sembrerebbe quasi come se si trovasse davanti una ruota che gira e la cui freccetta non si ferma mai su di lei e così a un certo punto lei smette anche di girare la ruota.
Sarebbe utile provare a mettere insieme dei pezzetti che sembrano contraddirsi ma che potrebbero aiutarla a capire cosa cerca davvero, cosa per lei significhi una relazione sentimentale.
Se volesse parlarne, sono a disposizione.
Un caro saluto
Sarebbe utile chiedersi cosa significherebbe per lei avere una ragazza? Che intende quando si chiede se sia noioso o se sia lei il problema? E come vorrebbe che finisse? (Scrive che evita di affezionarsi, perché sa già che non finirà come vuole lei). Sembra che lei cerchi l’amore, ma che in parte lo rifugga anche. Ha desiderio e curiosità, ma è anche fortemente spaventato.
Fa cenno alla sensazione di non essere mai scelto. Che vuol dire essere scelto per lei? Sembrerebbe quasi come se si trovasse davanti una ruota che gira e la cui freccetta non si ferma mai su di lei e così a un certo punto lei smette anche di girare la ruota.
Sarebbe utile provare a mettere insieme dei pezzetti che sembrano contraddirsi ma che potrebbero aiutarla a capire cosa cerca davvero, cosa per lei significhi una relazione sentimentale.
Se volesse parlarne, sono a disposizione.
Un caro saluto
Buongiorno,
come si sente non è affatto una banalità. Il desiderio di sentirsi scelti, amati e importanti per qualcuno è un bisogno umano profondo, e quando questo sembra non arrivare mai può nascere un senso di vuoto, frustrazione e sfiducia verso sé stessi.
Quando per molto tempo si vivono esperienze di rifiuto, difficoltà o solitudine, si rischia di interiorizzare l’idea di non essere abbastanza interessanti, desiderabili o degni di amore. E più questa convinzione cresce, più nelle relazioni ci si blocca, si evita, si teme il giudizio e ci si sente fuori posto.
Il punto però è che il blocco che prova con le ragazze non sembra parlare di incapacità, ma di forte paura emotiva: paura di non essere scelto, di non piacere, di confermare ancora una volta quell’idea negativa di sé.
Capisco anche la fatica nel sentirsi dire “ognuno ha i suoi tempi” quando dentro sente di stare aspettando da anni qualcosa che per altri sembra naturale. Ma il rischio, quando si entra in questa spirale, è iniziare a vivere ogni esperienza già convinti che finirà male, togliendosi la possibilità di sperimentarsi davvero.
Da quello che scrive emerge molta sofferenza, ma anche molta consapevolezza. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non tanto a trovare una ragazza, ma a lavorare su quell’immagine di sé così dura e svalutante che oggi sembra bloccarla nelle relazioni.
Non è destinato a restare solo, ma probabilmente ha bisogno di smettere di guardarsi esclusivamente attraverso gli occhi del rifiuto.
Un saluto
come si sente non è affatto una banalità. Il desiderio di sentirsi scelti, amati e importanti per qualcuno è un bisogno umano profondo, e quando questo sembra non arrivare mai può nascere un senso di vuoto, frustrazione e sfiducia verso sé stessi.
Quando per molto tempo si vivono esperienze di rifiuto, difficoltà o solitudine, si rischia di interiorizzare l’idea di non essere abbastanza interessanti, desiderabili o degni di amore. E più questa convinzione cresce, più nelle relazioni ci si blocca, si evita, si teme il giudizio e ci si sente fuori posto.
Il punto però è che il blocco che prova con le ragazze non sembra parlare di incapacità, ma di forte paura emotiva: paura di non essere scelto, di non piacere, di confermare ancora una volta quell’idea negativa di sé.
Capisco anche la fatica nel sentirsi dire “ognuno ha i suoi tempi” quando dentro sente di stare aspettando da anni qualcosa che per altri sembra naturale. Ma il rischio, quando si entra in questa spirale, è iniziare a vivere ogni esperienza già convinti che finirà male, togliendosi la possibilità di sperimentarsi davvero.
Da quello che scrive emerge molta sofferenza, ma anche molta consapevolezza. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non tanto a trovare una ragazza, ma a lavorare su quell’immagine di sé così dura e svalutante che oggi sembra bloccarla nelle relazioni.
Non è destinato a restare solo, ma probabilmente ha bisogno di smettere di guardarsi esclusivamente attraverso gli occhi del rifiuto.
Un saluto
Buongiorno,
quello che descrive sembra essere per Lei fonte di molta sofferenza e fatica nel vivere le relazioni e nel modo in cui guarda a se stesso. Il fatto che questa situazione La accompagni da tempo può portare a sentirsi scoraggiati e a perdere fiducia nelle proprie possibilità relazionali.
Alla luce di quanto riportato mi sembra che ci sia il desiderio di comprendere meglio quello che sta vivendo. Dato che questa condizione sembra incidere sul suo benessere emotivo e sociale e i motivi potrebbero essere molteplici, potrebbe esserle utile avere uno spazio di ascolto e confronto professionale in cui approfondire queste difficoltà e il modo in cui influenzano la sua quotidianità e le relazioni.
Chiedere aiuto non significa concedersi la possibilità di comprendere meglio ciò che sta vivendo e trovare modalità nuove per affrontarlo. Le consiglio pertanto dei colloqui di supporto psicologico.
Restando a disposizione per ulteriori dubbi e/o chiarimenti
Auguro una buona giornata
Dr.ssa Ilenia Labranca
quello che descrive sembra essere per Lei fonte di molta sofferenza e fatica nel vivere le relazioni e nel modo in cui guarda a se stesso. Il fatto che questa situazione La accompagni da tempo può portare a sentirsi scoraggiati e a perdere fiducia nelle proprie possibilità relazionali.
Alla luce di quanto riportato mi sembra che ci sia il desiderio di comprendere meglio quello che sta vivendo. Dato che questa condizione sembra incidere sul suo benessere emotivo e sociale e i motivi potrebbero essere molteplici, potrebbe esserle utile avere uno spazio di ascolto e confronto professionale in cui approfondire queste difficoltà e il modo in cui influenzano la sua quotidianità e le relazioni.
Chiedere aiuto non significa concedersi la possibilità di comprendere meglio ciò che sta vivendo e trovare modalità nuove per affrontarlo. Le consiglio pertanto dei colloqui di supporto psicologico.
Restando a disposizione per ulteriori dubbi e/o chiarimenti
Auguro una buona giornata
Dr.ssa Ilenia Labranca
Salve,
Dal suo messaggio si percepisce che ha una piena consapevolezza emotiva, ed anche una gran voglia di mettersi in discussione e darsi da fare, come ha dimostrato nel suo migliorare l'aspetto fisico.
E' palpabile il dolore che prova per questa situazione, soprattutto per quanto riguarda il suo non riuscire più ad approcciare una ragazza ed i suoi blocchi, ma la vorrei invitare a riflettere su quante risorse ha già dimostarto di avere.
Sono convinto, da quello che ha scritto, che arriverà il momento di "amare ed essere amato", ma vorrei invitarla a riflettere tramite una provocazione: ciò che la fa star male è l'assenza dell'amore, o il suo non riuscire a vivere in maniera serena l'attesa della persona giusta?
Sono convinto troverà il modo per lei più giusto di "sbloccare questi blocchi" e mi auguro di averle dato uno spunto per un punto di vista diverso sulla questione.
Le auguro inoltre di riuscire a vedere quante risorse lei abbia, e la invito a consultare uno specialista nel caso in questo momento "la sua vista sia offuscata"
Dott. Cristiano Sacco
Dal suo messaggio si percepisce che ha una piena consapevolezza emotiva, ed anche una gran voglia di mettersi in discussione e darsi da fare, come ha dimostrato nel suo migliorare l'aspetto fisico.
E' palpabile il dolore che prova per questa situazione, soprattutto per quanto riguarda il suo non riuscire più ad approcciare una ragazza ed i suoi blocchi, ma la vorrei invitare a riflettere su quante risorse ha già dimostarto di avere.
Sono convinto, da quello che ha scritto, che arriverà il momento di "amare ed essere amato", ma vorrei invitarla a riflettere tramite una provocazione: ciò che la fa star male è l'assenza dell'amore, o il suo non riuscire a vivere in maniera serena l'attesa della persona giusta?
Sono convinto troverà il modo per lei più giusto di "sbloccare questi blocchi" e mi auguro di averle dato uno spunto per un punto di vista diverso sulla questione.
Le auguro inoltre di riuscire a vedere quante risorse lei abbia, e la invito a consultare uno specialista nel caso in questo momento "la sua vista sia offuscata"
Dott. Cristiano Sacco
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