Buongiorno dottori. Sono una ragazza di 24 anni e scrivo in merito a una situazione emotiva personal

24 risposte
Buongiorno dottori. Sono una ragazza di 24 anni e scrivo in merito a una situazione emotiva personale che non so bene come gestire. Recentemente ho svolto un tirocinio in una scuola elementare per la mia università che appunto lo prevede, ci sono stata pochi mesi ma è stata un’esperienza molto positiva. Io da sempre amo i bambini e stare con loro mi dà una sensazione di pace e serenità che raramente provo, forse per la loro spontaneità o semplicità, inoltre loro sembrano apprezzarmi quindi stare con loro è stato molto gratificante, soprattutto se consideriamo che ero partita con aspettative basse, quindi è stata una bella sorpresa. Il punto è che durante questa esperienza formativa, appunto poiché ci metto il cuore essendo un po’ inesperta, mi sono molto affezionata a un paio di loro, perché forse mi hanno fatto una tenerezza particolare e ho iniziato a sviluppare un piccolo debole anche perché loro stessi erano molto affezionati a me, pur mantenendo io sempre comportamenti imparziali con tutti. Oggi il tirocinio è finito, e io ci ho silenziosamente sofferto più che altro il primo giorno quando tutto era finito, perché il pensiero che si fossero creati quei piccoli ma sinceri rapporti da ambo i lati con loro ma che non ci potesse (giustamente) essere possibilità di mantenerli mi causava una sensazione di rimpianto, una specie di impotenza, difficile da accettare del tutto perché la separazione è stata diciamo “mal voluta” sia da me che da loro, ma era inevitabile, e io ho spiegato tutto con pazienza. Sarebbe stato più facile per me accettare la fine se loro stessi non avessero manifestato il loro dispiacere per il nostro saluto, a quest’ora sarei già serena. Però forse il pensiero che ci fosse un piccolo legame emotivo sincero sia da parte mia che da parte loro ha reso tutto più difficile perché anche se razionalmente so che è giustissimo e normale lasciarli andare dopo queste esperienze, il mio cuore un po’ ne “soffre” perché ha percepito l’esperienza arricchente che si è creata e di come sarebbe potuto continuare se la realtà fosse stata diversa (esempio, se fossi stata un’amica di famiglia, una cugina più grande e cose simili quindi con possibilità ogni tanto di rivedersi). Credo che questa emozione io la provi anche perché ho sempre voluto avere dei figli quindi forse inconsciamente riverso un po’ questa mia tendenza nel lavoro che mi permette di essere una presenza adulta e accogliente per i bambini come ho sempre voluto essere. Mi sono rivolta a voi perché vorrei sapere davvero come lasciare andare in maniera completa, senza rimpianto, portandoli nel cuore, capire che i rapporti avuti sono stati sinceri e non valgono meno anche se ci siamo salutati, e come prevenire che io investa emotivamente così, per evitare di soffrire in futuro pur sapendo metterci lo stesso il cuore con sincerità ma con quell’equilibrio giusto che mi permette di amarli con moderazione, in modo che io sappia sempre lasciarli andare senza soffrire, perché una vita vissuta così con questo lavoro rischia di diventare pesante emotivamente per me, che dovrò salutare costantemente tanti bambini a cui mi affezionerò. Sottolineo che sono una persona molto sensibile ed emotiva quindi forse è anche per questo che la vivo intensamente, però appunto voglio imparare a dosare, ed essendo ancora in formazione penso sia normale non essere ancora del tutto capace anche a gestire il sentimento di affetto che si sente internamente, soprattutto per chi ci mette il cuore. Spero che possiate darmi dei consigli, li accoglierò con piacere, vi ringrazio.
Dott. Giuseppe Chiarelli
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Ciao ragazza di 24 anni
La tua evidente sensibilità ti rende umana, comprendo la difficoltà e la fatica che le separazioni prevedono. Credo che imparare a vivere e godersi le relazioni affettive è una buona strategia per nutrirsi di relazioni autentiche ...come quelle che si vivono con i bambini! E quando si deve imparare si può chiedere aiuto. Ti auguro buona vita

Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online

Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.

Mostra risultati Come funziona?
Dott.ssa Maria Carla del Vaglio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Napoli
Buongiorno,
grazie per aver condiviso con tanta delicatezza e sincerità quello che stai vivendo.

Quello che descrivi è un passaggio comune ma mai banale per chi lavora con i bambini e, più in generale, nelle relazioni d’aiuto: l’incontro con l’altro, quando è autentico e coinvolge la parte più profonda di noi, lascia tracce, anche se è breve. E tu lo hai vissuto con presenza, disponibilità emotiva, e con una sensibilità che in futuro sarà un grande punto di forza nel tuo lavoro.

Il senso di “rimpianto” che provi non è il segnale che hai fatto qualcosa di sbagliato, ma piuttosto il riflesso del fatto che sei stata capace di creare un legame significativo, anche in un tempo limitato. Non è necessario che un rapporto duri a lungo per essere reale: ciò che conta è la qualità della presenza, e da ciò che racconti, quella tua presenza è stata piena e generosa.

Imparare a lasciare andare senza soffrire troppo è una delle sfide più grandi in professioni come quella educativa. Ma “lasciare andare” non significa sminuire ciò che è stato: al contrario, significa dargli valore, riconoscerlo per quello che ha rappresentato, e sapere che resterà come parte di un vissuto condiviso. Tu continui a portare dentro di te ciò che questi bambini ti hanno lasciato, e loro, in qualche modo, porteranno con sé l’impronta della tua cura.

Il tema dell’investimento emotivo non va visto come qualcosa da eliminare, ma da integrare: non si tratta di non affezionarsi, ma di saperlo fare con consapevolezza. Può essere utile, ad esempio, cominciare a costruire uno “spazio interno” in cui tu possa tenere con te le esperienze vissute senza che ti travolgano. A volte può servire anche un piccolo gesto simbolico: scrivere qualche parola su ciò che ti ha lasciato questa esperienza, custodirne un ricordo in una forma che ti accompagni e ti rassicuri.

Con il tempo, svilupperai sempre di più quella capacità fondamentale che è l’equilibrio tra coinvolgimento e distanza. E non è un’abilità tecnica, ma un modo di stare nel mondo e nelle relazioni che si costruisce giorno per giorno, esperienza dopo esperienza.

Stai facendo un percorso prezioso, sia personale che professionale. Il fatto che tu ti ponga queste domande e che cerchi strumenti per non perdere il cuore, ma nemmeno soffrire troppo, è il segno di una grande maturità in formazione.

Resto a disposizione se ti farà piacere continuare questo confronto o se sentirai il bisogno di approfondire alcuni aspetti.
Un caro saluto.
Ciao a te,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità e delicatezza un'esperienza che ha avuto un significato profondo per te. Le tue parole trasmettono un grande amore per l’infanzia, una sensibilità autentica e una capacità di entrare in relazione sincera con i bambini – doti preziose, non solo nel tuo percorso formativo ma anche, più in generale, per la persona che sei.

È perfettamente naturale che, quando mettiamo il cuore in ciò che facciamo, soprattutto in contesti umani e relazionali come quello educativo, possiamo sentire un certo senso di perdita nel momento in cui quell’esperienza finisce.
L’affetto che hai provato per quei bambini, così come il loro dispiacere nel salutarvi, sono il segno di un incontro riuscito, di una relazione che, seppur breve, ha lasciato una traccia positiva.

Quello che stai vivendo è un processo di separazione affettiva: quando si crea un legame è fisiologico sentire il bisogno di elaborarne la fine. Proprio perché sei una persona sensibile e autentica, la tua emozione non va né negata né repressa, ma riconosciuta, accolta e integrata.
È un momento che ti sta insegnando qualcosa su di te. Stai conoscendo sul campo le tue risorse e il modo in cui vivi le relazioni, non meno importante la conferma che questa esperienza ti ha dato, sulla tua passione per la strada che hai scelto!

Tuttavia, è anche comprensibile il tuo desiderio di imparare a dosare l’investimento emotivo per proteggerti e continuare ad amare ciò che fai senza rischiare di consumarti. Questo è un punto importante, soprattutto per chi sceglie una professione d’aiuto.

Ecco alcuni spunti che spero possano esserti utili:
Accetta l’impermanenza dei legami nel tuo ruolo.
Nella tua futura professione (educatrice, insegnante, psicologa…) incontrerai tanti bambini e tante persone con cui condividerai pezzi di cammino. Alcuni legami dureranno poco, ma non per questo saranno meno validi. L’obiettivo non è “trattenere” le relazioni, ma viverle pienamente nel tempo che hanno, sapendo che ogni scambio autentico lascia un segno, anche quando finisce!

Affezionarsi non è un errore, ma è importante che l’affetto non si trasformi in attaccamento o identificazione. Allenati a distinguere tra “esserci con il cuore” e “portare dentro di te il bambino o la bambina”. Questo equilibrio richiede tempo, ma si può sviluppare.

Rafforza i tuoi confini interni. I confini non servono a impedire l’amore o l’empatia, ma a proteggerli. Chiediti: “Quanta parte di me sto dando? E cosa sto tenendo per me stessa?”. Questo tipo di auto-osservazione ti aiuterà a bilanciare la vicinanza emotiva con il necessario distacco professionale.
A volte, per elaborare una separazione, può essere utile un piccolo rituale simbolico: scrivere una lettera, creare un disegno, o semplicemente dedicare un pensiero grato a ciò che si è vissuto. Non per trattenere, ma per dare un senso, per salutare davvero.

Riconosci e valorizza ciò che è stato.
Parla delle tue emozioni durante la formazione.
Sei in un momento prezioso della tua crescita professionale. Condividere questi vissuti con i tuoi tutor o con un professionista può aiutarti a sviluppare strumenti interiori che ti sosterranno per tutta la vita.

Infine, voglio dirti che la sensibilità che oggi ti fa soffrire è la stessa che ti rende una presenza significativa nella vita dei bambini.
Non devi cambiare ciò che sei, ma puoi imparare a gestire in modo sempre più saldo e sereno nelle emozioni che vivi.
È un cammino che si costruisce nel tempo, con tanta gentilezza soprattutto verso te stessa!

Resto a disposizione, se vorrai, per continuare questo dialogo.
Un caro saluto
Dott.ssa Elena Gianotti
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, grazie per la tua sincera condivisione, mi permetto di darti del tu per la tua giovane età. è commovente e interessante al contempo quello che scrivi, e credo che da una parte la tua sofferenza sia proiettiva: soffri tanto a lasciare questi bimbi perchè ti sei sentita un po' come una madre che deve lasciare i suoi figli, e in questo credo emerga molto il tuo desiderio di diventare in futuro madre. Credo che da una parte sicuramente l'esperienza nel lavoro ti aiuterà a diventare più solida emotivamente, ti aiuterà a mettere una protezione che ti impedisca di coinvolgerti fino a questo punto. Dall'altra sicuramente attivare un pecorso che ti aiuti a capire meglio le tue emozioni, come mai le vivi così intensamente, da quando, da dove origina questa sensibilità e perchè potrebbe aiutarti sicuramente a coltivarla come un dono prezioso, ma senza rimanere ferita da essa. Questo è senza dubbio il mio suggerimento. Se avessi altre domande o avessi bisogno di supporto mi trovi a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Dott.ssa Marika Fiengo
Psicologo, Sessuologo, Psicologo clinico
Milano
Salve, la sensibilità che traspare dalle tue parole è un qualcosa di così autentico e toccante. Le emozioni che descrivi sono del tutto comprensibili, e anzi, raccontano molto della tua sensibilità, della tua empatia e della qualità della presenza che sai offrire agli altri.

Affezionarsi è umano, soprattutto quando ci si mette il cuore in ciò che si fa. Sicuramente quest'esperienza di tirocinio ti ha insegnato tanto: il percorso fatto è un segno del fatto che hai una naturale propensione alla cura, una capacità affettiva autentica che nel lavoro educativo rappresenta una grande risorsa. Tuttavia, capisco anche il tuo desiderio di imparare a regolare questa intensità, per non trasformare ogni distacco in una piccola ferita.

Il senso di impotenza che hai provato può avere a che fare con un vissuto interno più profondo: forse, come accenni tu stessa, il desiderio di maternità o di essere una figura significativa e stabile per un bambino trova nel tirocinio una forma di espressione, ma anche un limite. Lì puoi essere una presenza affettuosa, ma non puoi rimanere nel tempo come forse vorresti. Questo muro naturale tra l’investimento affettivo e il ruolo professionale a volte fa soffrire, ma serve anche a proteggerti.

Quello che puoi imparare, con il tempo e l’esperienza, è lasciarti coinvolgere ma mettendo dei confini, per salvaguardare te stessa:
amare, donarti, essere significativa, ma senza perdere di vista che ogni bambino ha e avrà altri adulti significativi nel suo percorso, e che la tua presenza può lasciare tante tracce buone e incidere tanto, ma è transitoria. Ed è anche bello così: se vorrai continuare questo lavoro potrai trovare un domani altri bambini a cui puoi donare tanto e a cui arricchire la vita, e poi altri ancora, e altri ancora, e e per ognuno di loro potrai lasciare qualcosa di significativo.

Per trovare un equilibrio - soprattutto se senti che la tua sensibilità a volte può farti vivere le cose con meno serenità - può esserti utile a lavorare su te stessa in modo continuativo, magari con un percorso psicologico che ti aiuti a riconoscere e accogliere le tue emozioni senza subirle. Ti aiuterebbe anche a sviluppare consapevolezza del tuo ruolo: ricordare che il tuo compito non è “esserci per sempre”, ma esserci bene nel tempo che hai.

Infine, non temere di essere “troppo sensibile”: è proprio questa tua caratteristica che ti permette di stabilire relazioni autentiche e di avere un impatto positivo. L’obiettivo non è smettere di sentire, ma imparare a contenere ciò che senti - come un vaso che contiene acqua senza traboccare. La buona notizia è che questo si impara, anche con l’esperienza. E tu sei già sulla buona strada, perché sei consapevole e motivata a crescere.

Ti auguro che tu possa trasformare questa tua sensibilità in forza, e che tu riesca a trovare un equilibrio tra affetto e distacco. Le emozioni non sono un ostacolo nel lavoro educativo: quando sono ben gestite, sono proprio ciò che rende questo lavoro profondo, umano e indimenticabile, e questo vale sia per te che per i bambini.

Resto a disposizione per qualsiasi cosa,
Dott.ssa Marika Fiengo.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che racconta mostra una sensibilità profonda e un’attitudine affettuosa che, se ben dosata, può diventare un grande punto di forza nel suo percorso professionale ed umano. È evidente che lei abbia una grande capacità di creare legami autentici, anche in un contesto formativo così breve, e questa è una qualità rara e preziosa, soprattutto quando si lavora con i bambini. Proprio perché questi legami sono sinceri, è naturale provare un senso di vuoto quando arriva il momento di lasciarli andare. La separazione, quando si costruisce un legame basato sulla cura, tocca corde intime, risveglia bisogni profondi e a volte antichi, come quello di accudire ed essere accuditi. La tristezza che sente è la prova che lei ha saputo entrare in relazione con empatia, presenza e autenticità. È una forma di dolore sana, perché mostra quanto lei abbia partecipato davvero all’esperienza, senza risparmiarsi. Tuttavia è altrettanto vero che, se non imparato a gestire, questo coinvolgimento rischia di pesare troppo sul lungo termine, soprattutto in un lavoro dove il “lasciare andare” fa parte del mestiere. Un aspetto che può aiutarla è imparare a riconoscere che l’impatto di un legame non si misura dalla sua durata. Non è la continuità del rapporto a renderlo valido, ma la qualità del tempo condiviso. Lei è stata una figura importante per quei bambini in quel preciso momento della loro vita, e questo resterà dentro di loro, anche se non se ne renderanno conto subito. Ciò che ha seminato continuerà a vivere nei piccoli gesti, nelle parole dette, nell’esempio che ha lasciato. Accettare questa verità può darle sollievo: non è necessario restare per sempre per avere avuto un ruolo significativo. Dal punto di vista pratico, quando si lavora a stretto contatto con bambini o persone fragili, una delle competenze che si sviluppano con il tempo è proprio la capacità di regolare la propria vicinanza emotiva. Non significa diventare freddi o distaccati, ma saper dare affetto restando consapevoli che quel legame ha dei confini. È un equilibrio che si affina sperimentando, sbagliando, e osservando come ci si sente quando si varca quella linea sottile tra empatia e immedesimazione totale. Può esserle utile prendersi dei momenti, a fine giornata o a fine percorso, per dare un significato simbolico a quel distacco. A volte scrivere una lettera (anche solo per sé) in cui racconta cosa le ha lasciato ciascun bambino, quali insegnamenti porta con sé, può aiutarla a dare una forma concreta all’esperienza, a racchiuderla dentro un contenitore che la rassicuri. Non si tratta di dimenticare o sminuire, ma di riconoscere e poi chiudere con cura quel capitolo. Un altro aspetto importante è imparare a tenere vivo dentro di sé l’obiettivo più grande: se diventerà insegnante o educatrice, avrà la possibilità di incontrare, aiutare e salutare tantissimi bambini. Ognuno le lascerà qualcosa, ognuno porterà via un pezzetto di lei, ma la sua identità professionale e personale non si esaurisce in ciascun legame. Quello che è importante è sapere che potrà continuare a dare senza esaurirsi, se imparerà a nutrire anche sé stessa fuori dal lavoro, coltivando affetti stabili, passioni, momenti di leggerezza. Accogliere questa parte sensibile di sé significa anche prendersi cura delle emozioni che emergono, senza giudicarle. L’esperienza che sta facendo ora la sta aiutando a conoscere i suoi confini, a riconoscere cosa la tocca di più, cosa può farla soffrire, e questo è un grande passo di consapevolezza. Non serve reprimere l’affetto: serve imparare a restare radicata nel presente, ricordandosi che la sua funzione è esserci per quei bambini oggi, senza promettere continuità che non può garantire. Questa separazione è dolorosa, ma fa parte di una forma di amore educativo che non trattiene, ma accompagna e poi lascia andare. Più farà pace con questa idea, più si sentirà libera di dare senza svuotarsi. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Silvia Visentin
Psicologo, Psicologo clinico
San Donà di Piave
Buongiorno le sue parole e i suoi vissuti rispetto a questo tirocinio mi sembrano molto reali e sento che ci è rimasta male rispetto alla separazione da questi bambini con cui aveva sviluppato più legame. Lei scrive inoltre che vorrebbe iniziare a cercare di dosare meglio l’affetto verso questi bambini. Sarebbe però importante prima capire cosa significa per lei il legame con questi bambini e come vive lei in generale l’esperienza di separazione da figure significative o anche come l’ha vissuta in passato. Solo capendo questi aspetti può diventare consapevole di quelli che sono i suoi bisogni attuali e di conseguenza gestirli al meglio.
Il suo voler avere dei figli è giá una riflessione molto importante che ha portato ma provi a riflettere anche sul significato della separazione per lei e sulla possibile esperienza che ha avuto nella sua vita.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,

innanzitutto voglio dirti che il tuo messaggio esprime una grande sensibilità e un profondo senso di responsabilità, qualità preziose per chi lavora o lavorerà con i bambini. È assolutamente normale, specie in giovane età e all’inizio del proprio percorso professionale, vivere in modo intenso le prime esperienze lavorative, soprattutto quando esse toccano corde così profonde come l’affetto e il desiderio di prendersi cura degli altri.

Il legame che hai sentito con i bambini è autentico e significativo, e il fatto di provare dispiacere alla conclusione del tirocinio non è né sbagliato né patologico: è il segno che ci hai messo passione e cuore. Tuttavia, come giustamente intuisci, il lavoro con i bambini implica anche saper gestire i confini affettivi e la capacità di “lasciare andare”, perché per la natura stessa della professione gli incontri sono spesso temporanei, soprattutto durante tirocini, supplenze o incarichi a termine.

Come lavorare su questo aspetto?

Accogli e normalizza il dolore della separazione
È comprensibile che tu abbia sofferto nel salutare quei bambini. Non devi sentirti in colpa per il dispiacere: è umano e significa che hai dato valore al tempo passato insieme. Permettiti di viverlo come una fase transitoria, senza giudicare te stessa.

Dai un senso all’esperienza
Può aiutarti pensare che, anche se quei bambini non faranno più parte della tua quotidianità, il legame costruito con loro lascia comunque traccia: in loro, nel loro ricordo positivo di te, e in te, come arricchimento personale e professionale. Non è vero che un rapporto conta meno solo perché finisce: l’importanza di un legame non si misura sulla sua durata, ma sulla qualità di ciò che ha trasmesso.

Impara a dosare l’investimento emotivo
Non significa diventare fredda o distaccata, ma sapere “dove finisci tu e dove iniziano gli altri”, anche a livello emotivo. Può essere utile allenare la capacità di rimanere presente, affettuosa e disponibile, ma senza caricare il legame di aspettative personali (come il desiderio di rivederli in futuro o il pensiero che il rapporto “dovrebbe” proseguire).

Coltiva la consapevolezza dei tuoi bisogni
Hai detto di desiderare dei figli e di provare piacere nell’essere una figura adulta accogliente. È importante che tu sia consapevole di questo desiderio, in modo da non riversarlo inconsapevolmente nei legami professionali, che per loro natura devono restare entro confini specifici. Riflettere su questo punto può aiutarti a preservare il tuo benessere emotivo e a vivere il tuo lavoro in maniera più serena.

Costruisci strumenti di auto-riflessione
Scrivere un diario delle emozioni, fare supervisione o confrontarti con colleghi o formatori possono essere strumenti preziosi per elaborare queste esperienze. La supervisione, in particolare, è fondamentale per chi lavora in ambito educativo o psicologico: permette di osservare i propri vissuti con maggiore distacco e imparare strategie di gestione emotiva.

Focalizzati sulla tua crescita professionale
Sei ancora in formazione, e va benissimo così. L’esperienza ti insegnerà a trovare gradualmente un equilibrio tra la vicinanza emotiva necessaria per lavorare bene con i bambini e il distacco sano che ti protegge dal sovraccarico emotivo. Non è un traguardo immediato, ma un percorso di cui stai già mostrando la giusta consapevolezza.

Infine, voglio rassicurarti: non c’è nulla di sbagliato o “troppo” in quello che provi. Il tuo desiderio di imparare a gestire meglio le emozioni è segno di maturità e di grande rispetto per il tuo futuro professionale.

Sarebbe utile e consigliato per approfondire e lavorare su questi aspetti rivolgersi ad uno specialista, come uno psicologo o psicoterapeuta, per esplorare in modo più mirato le tue emozioni, i tuoi desideri e sviluppare strumenti pratici per gestire il coinvolgimento emotivo nel tuo lavoro.

DOTTORESSA SILVIA PARISI
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

Dott.ssa Chiara Visalli
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Buongiorno, innanzi tutto La ringrazio per la Sua condivisione così personale e dettagliata. Quanto leggo mi ricorda molto alcune mie esperienze di tirocinio, in cui ho esperito emozioni simile a quelle che Lei racconta: La voglio dunque rassicurare rispetto al fatto che sia normale "metterci il cuore", affezionarsi ed emozionarsi.
Anch'io in passato dicevo sempre di voler "imparare a dosare" la mia sensibilità e la mia emotività, cosa che è sicuramente utile, ma dobbiamo sempre ricordarci che è proprio attraverso queste che riusciamo ad entrare in contatto profondo ed in relazione autentica con l'altro, e che sono dunque strumenti importantissimi. Ho imparato che non è tanto una questione di "imparare a dosare", ma piuttosto di imparare ad ascoltare e comprendere cosa quell'emozione vuole dirci, quali parti di noi sono state toccate della relazione con l'Altro, quali desideri o quali mancanze.
Lei stessa qui sottolinea come forse il suo volere da sempre dei figli potrebbe influenzare il suo rapporto poi con i bambini, e ancora Lei stessa riconosce il suo essere "molto sensibile ed emotiva"... Mi sembra che ci sia molta consapevolezza, e questo è un buonissimo punto di inizio e di forza.
Inoltre, posso dirle che essendo questa una delle Sue prime esperienze sul campo è normale che l'abbia vissuta con tutto il cuore e con molto investimento emotivo: questa è oggettivamente un'esperienza che non dimenticherà mai e che si poterà dietro e dentro in tutte le altre future... Le quali, quelle future, avranno un impatto via via meno forte (e non perché saranno meno importanti, ma semplicemente perché è un meccanismo psicologico normale quello che ci fa percepire le "prime volte" sempre più attivanti a livello emotivo... perché sono l'incipit).
Inoltre, la relazione che Lei ha costruito con questi bambini non andrà perduta: non solo Lei in primis la porterà con sé, ma anche quei bambini la porteranno dentro di loro (non solo a livello di ricordo concreto, ma proprio come esperienza emotiva e psicologica positiva), e questo non è mai sprecato... anche se dovesse non rivederli più.
Nulla toglie, comunque, che potrebbe andarli a trovare nella sede del tirocinio qualche volta, o che potrebbe prendere contatto con alcuni dei genitori (a loro fa sempre comodo, in caso di necessità, avere un contatto diretto che conosce già i loro figli).
Nessuno impone che la "fine" debba essere necessariamente netta e definitiva, anche se è normale che con il tempo, e gli impegni sempre più crescenti, questo possa accadere... Ma essendo questa una delle prime esperienze, ripeto, è normale che l'investimento affettivo e la volontà di mantenere una continuità sia maggiore. L'esperienza la porterà poi lontana, e le insegnerà a lasciare andare più facilmente...
Durante i miei anni di formazione per diventare psicologa, mi preoccupavo sempre di "piangere" o di emozionarmi in seduta con il/la paziente, ma mi è stato sempre rimandato da chi era più avanti di me che 1) non ci sarebbe stato niente di male, nell'emozionarsi, e che comunque 2) l'esperienza ed il tempo mi avrebbe insegnato a gestire l'emozione al meglio (in linea proprio con quell'equilibrio di cui anche Lei parla).
Ci vuole tempo, pazienza ed esperienza, ma soprattutto è importante una cosa: accogliere ed accettare la propria sensibilità ed emotività, non viverle come "un ostacolo alla professionalità", ma come uno strumento unico di umanità e di vicinanza, che può fare la differenza.

Spero che possa esserle d'aiuto e di conforto la mia risposta: ho ritenuto fosse utile fare anch'io una "self-disclosure", ovvero un'autorivelazione della mia esperienza, perché credo che sia un'opportunità per Lei di rispecchiarsi e comprendere quanto il Suo sia un vissuto normale, che non va "patologizzato" (visto come "too much"), ma piuttosto va accolto all'interno del processo di formazione - che sta tra l'altro ancora attraversando.

La ringrazio infine davvero profondamente per questa condivisione, davvero condivisibile per me... Se avrà necessità, o voglia di intraprendere un percorso di sostegno psicologico al fine di per sviluppare quanta più "consapevolezza" rispetto ai suoi nuclei - sia di sofferenza che di desiderio - che potrebbero influenzarla anche nel suo futuro lavoro, mi trova a Sua disposizione.

Affettuosissimi saluti,
dott.ssa Chiara Visalli
Dott. Amedeo Fonte
Psicologo, Psicologo clinico
Pescara
Buongiorno, la sua esperienza nel contesto scolastico ha aperto una fessura nel suo mondo affettivo, mostrando come l’incontro con l’infanzia possa non solo gratificarla ma anche metterla in contatto con una parte intima del suo desiderare, quella forse legata al materno, o più precisamente al desiderio di essere, per l’altro, una figura che accoglie, che consola, che lascia traccia. È interessante che lei sottolinei come il dolore della separazione sia stato silenzioso, quasi pudico, ma intensamente presente. Forse potrebbe interrogarsi su che cosa, in questa difficoltà a lasciar andare, si stia toccando in lei che va al di là dell’esperienza lavorativa in sé. In che modo questa sofferenza le parla di legami passati? Cosa significa per lei dover lasciare andare qualcuno a cui ha dato qualcosa di sé, pur sapendo che è giusto così? Il rimpianto che lei nomina non sembra tanto riguardare ciò che è stato, quanto ciò che non potrà essere, ciò che resta nella dimensione del possibile, del "se fosse stato diverso". È qui che spesso si annida il dolore più profondo, quello che non ha oggetto reale ma che insiste come mancanza, come traccia del desiderio. Forse allora ciò che lei sente come sofferenza non è un errore da correggere ma una testimonianza del fatto che lei ha messo qualcosa di suo in gioco, che ha amato in quella forma discreta ma intensa che l’incontro con il bambino spesso sa suscitare. E tuttavia, come lei stessa accenna, è proprio questo amare che pone la questione dell’equilibrio. Non tanto per imparare a proteggersi dal sentire, ma per poterne sostenere il peso senza esserne travolta. Le domando allora se ha mai provato a pensare che non sia necessario “lasciar andare senza soffrire”, quanto piuttosto dare un posto, interno, a quel legame, riconoscerlo come parte del proprio percorso e della propria storia, senza pretendere che si chiuda completamente. In psicoanalisi, il significato di un legame non si misura nella sua durata ma nella traccia che lascia, nel modo in cui ci trasforma. E nel caso dell’incontro con l’infanzia, quella traccia è spesso ambivalente, apre alla tenerezza ma anche al senso di perdita. Non c’è manuale che possa insegnare come dosare l’affetto, ma forse c’è un ascolto di sé che può aiutarla a cogliere quando quel dare sta cercando di colmare qualcosa, e quando invece nasce da un desiderio libero, meno vincolato all’ideale o al bisogno di conferma. Si chiede come fare a non soffrire più ogni volta che si separerà da un bambino, ma forse la domanda potrebbe essere come fare ad accettare che ogni legame porti con sé la sua perdita e che questo, lungi dall’essere un errore, è ciò che lo rende umano? Nella sua posizione futura di educatrice o psicologa, quella che ha definito una “presenza adulta e accogliente”, non sarà tanto l’assenza di dolore a fare la differenza, quanto la capacità di attraversarlo, di sopportare l’eco del distacco senza che questo spenga il desiderio. Le lascio dunque questa riflessione aperta, senza suggerirle di cambiare ciò che sente, ma invitandola a interrogare quel sentire, a dargli voce, perché forse in quel dolore c’è anche qualcosa che la riguarda nel profondo e che può aiutarla a conoscersi meglio. Essere in formazione, come dice, è anche questo, imparare a stare nella complessità del proprio vissuto, senza pretendere di averne ancora la chiave, ma restando disponibili a farsi toccare, trasformare, interrogare. Se sentisse che questo sentire diventa troppo denso da portare da sola, non escluda l’idea di affrontarlo in uno spazio dove possa dargli parola e forma, perché a volte è proprio nel dire che qualcosa comincia lentamente a prendere un altro senso.
Dott. Luca Vocino
Psicologo clinico, Psicologo
Trezzano Rosa
Buongiorno gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità e delicatezza una riflessione profonda, che tocca una dimensione umana molto vera: quella dell’affetto che nasce spontaneamente nei legami, anche brevi, e che però lascia un segno, soprattutto nelle persone più sensibili.

Quello che descrive è un passaggio che molte persone che lavorano a contatto con bambini (educatori, insegnanti, assistenti) si trovano a vivere, e che non smette mai davvero di interrogare anche i professionisti più esperti. Quando ci si mette il cuore, e si costruisce un rapporto autentico, seppur temporaneo, il momento della separazione può essere sentito come una piccola perdita. E non c’è nulla di sbagliato in questo. Anzi: il fatto che lei viva tutto ciò con questa intensità e lucidità emotiva parla di un’attitudine preziosa per il suo lavoro futuro.

I legami che nascono nel contesto educativo, anche se destinati a essere brevi, possono avere un valore profondo. Non sono “meno veri” solo perché hanno un tempo limitato. Al contrario, spesso sono proprio queste relazioni brevi ma intense a lasciare nelle persone, grandi e piccole, qualcosa di importante. Il suo affetto, la sua presenza autentica, la cura che ha saputo offrire, hanno sicuramente lasciato un segno nei bambini così come, lo si intuisce, loro lo hanno lasciato in lei. Questo scambio è il cuore stesso della relazione educativa.

Il punto non è imparare a “non soffrire” né a “non affezionarsi”. Questo, probabilmente, sarebbe contro la sua natura e contro la qualità del lavoro che desidera fare. Il punto è piuttosto accettare che affezionarsi, e poi lasciar andare, fa parte del ciclo naturale di questo tipo di professione. La tristezza del distacco, se accolta e compresa, può trasformarsi in gratitudine per ciò che è stato.

In questo senso, ciò che può aiutarla è imparare a tenere insieme l’affetto e il distacco, la vicinanza emotiva e il limite del ruolo. Questo equilibrio non si trova subito, e non si trova una volta per tutte: si affina nel tempo, man mano che lei prosegue il suo percorso. È importante che lei, come sta già facendo, impari a riconoscere ciò che prova, a darsi il diritto di sentire, senza però lasciarsi sopraffare.

Un modo utile per iniziare a lavorare su questo può essere quello di dare forma a ciò che ha vissuto, anche dopo il termine del tirocinio. Scrivere una lettera che non invierà, o tenere un diario delle esperienze significative, può aiutarla a integrare il legame che ha sentito, a “portarlo con sé” in modo costruttivo, piuttosto che viverlo come una mancanza.

Inoltre, il desiderio di maternità che lei accenna può senz’altro influenzare la sensibilità con cui entra in relazione con i bambini. Anche questo è un elemento importante, che può diventare una risorsa se riconosciuto e integrato, piuttosto che agito inconsapevolmente. Nei percorsi formativi, questa consapevolezza cresce anche attraverso spazi di confronto, supervisione, e magari anche con l’aiuto di un percorso personale di riflessione e conoscenza di sé.

Infine, mi sento di rassicurarla: la sensibilità non è un difetto da correggere, ma una qualità da imparare a maneggiare con cura. Non deve imparare a “non sentire”, ma a sostenere ciò che sente, e a trasformarlo in presenza professionale. È un processo, e il fatto che lei lo stia già mettendo a fuoco dimostra che è sulla strada giusta.

Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Buongiorno,
grazie per aver condiviso con tanta sincerità e delicatezza la tua esperienza e le emozioni che stai vivendo. Quello che racconti è profondamente umano e comprensibile, soprattutto in una persona che, come te, mostra una grande sensibilità e una sincera predisposizione all’accoglienza e alla cura degli altri.

Il legame che hai sentito nascere con i bambini durante il tirocinio non è segno di debolezza o mancanza di professionalità. Al contrario, è indice di empatia, attenzione e autenticità, qualità preziose in chi sceglie un percorso educativo o di supporto alla crescita degli altri. Le emozioni che stai provando in questa fase di distacco sono naturali e riflettono il valore che tu stessa attribuisci alle relazioni costruite, anche se brevi.

Vorrei offrirti alcune riflessioni e suggerimenti che potrebbero aiutarti a dare un significato più sereno a ciò che stai vivendo e ad avvicinarti a quell’equilibrio che stai cercando.

Innanzitutto, separarsi con dispiacere dopo un’esperienza arricchente non annulla o sminuisce il valore del legame creato. Anzi, proprio la capacità di lasciar andare con gratitudine e rispetto può diventare una forma alta e matura di affetto educativo. I bambini hanno beneficiato della tua presenza, del tuo ascolto e della tua cura, e questi momenti rimarranno parte del loro percorso di crescita, anche se il tempo condiviso è stato breve. La durata di una relazione non ne determina il valore o l’impatto.

Ciò che stai vivendo può essere un’opportunità preziosa per iniziare a coltivare una modalità di “affezionarsi con equilibrio”. Questo significa imparare a offrire presenza, calore e disponibilità senza necessariamente sentire che l’unico modo per dare continuità al bene fatto sia prolungare il legame nel tempo. Si può lasciare un segno positivo anche attraverso esperienze limitate, e questo è particolarmente vero nei contesti educativi.

Per lavorare su questo equilibrio può essere utile, intanto, riconoscere e accogliere le tue emozioni senza giudicarle. È normale che in un primo momento si senta un senso di vuoto o di rimpianto, soprattutto quando si ha la percezione di un legame sincero e reciproco. Concederti uno spazio per elaborare questo saluto interiormente può essere già un passo importante.

Inoltre, può aiutarti sviluppare piccoli rituali simbolici per “consegnare” questi legami alla memoria in modo positivo: ad esempio, scrivere qualche riga su ciò che hai imparato da ciascun bambino, oppure tenere un taccuino in cui annotare i momenti belli vissuti durante il tirocinio. Trasformare l’affetto e il ricordo in gratitudine e in un “tesoro” personale ti permetterà di portare dentro di te queste esperienze senza che diventino un peso.

Considera anche che questa sensibilità che ora ti fa soffrire un po’ è una risorsa preziosa che potrà accompagnarti nel tempo se impari a dosarla. Con il tempo, e con l’esperienza, potrai acquisire strumenti e strategie per vivere queste relazioni con lo stesso cuore, ma con quella giusta distanza che ti permetterà di tutelare anche te stessa.

Se lo desideri, un breve percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarti a esplorare meglio questi vissuti e a sviluppare strategie personalizzate per gestire i saluti e i distacchi nel modo che senti più vicino ai tuoi valori e al tuo modo di essere.

Ti auguro di proseguire il tuo percorso formativo e personale con serenità e consapevolezza. Se vorrai, resto a disposizione per ulteriori approfondimenti o per accompagnarti in questa riflessione :)
Dott. Leonardo Liberati
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Innanzitutto voglio riconoscere il grande coraggio che hai mostrato nel condividere apertamente il tuo vissuto e le difficoltà che stai incontrando. Scegliere una professione educativa, sapendo di portare con te anche una storia personale fatta di sfide e mancanze, è un atto di grande responsabilità e maturità.

Proprio in questa consapevolezza – in questo momento in cui esprimi il disagio e chiedi aiuto – si manifesta la vera forza di chi svolge questo lavoro. Non c’è nulla di sbagliato nel sentire dolore per la separazione dai bambini con cui hai costruito un legame: il fatto che tu ne parli, lo riconosca e lo affronti è una risorsa preziosa.

Dal tuo racconto emerge una questione fondamentale: il bisogno di stabilire confini chiari, soprattutto emotivi. Questo scambio con i bambini è bellissimo ma anche complesso e, talvolta, ambiguo. Mi viene in mente l’idea di una sorta di idealizzazione della relazione, che ti porta a vivere questa separazione come un trauma ripetuto.

Il lavoro educativo richiede di saper gestire tre tipi di confini:

tra il legame affettivo e la professionalità,

tra il ruolo che ricopri e la persona che sei,

tra ciò che è temporaneo e ciò che rimane permanente.


Se questi confini non sono ben definiti, rischi di vivere un burnout emotivo, perché ogni distacco diventa una ferita da affrontare.

Credo sia importante tornare a riflettere sull’origine di questo dolore legato alla separazione: da dove nasce dentro di te? Solo comprendendo questo potrai iniziare a trasformare questa fatica in una risorsa.

Inoltre, la tua scelta professionale – che ti mette in contatto con queste separazioni – è anche una forma di cura, un modo per affrontare e lavorare su questa tua sensibilità. Hai fatto una scelta coraggiosa, perché avresti potuto scegliere un lavoro che evita proprio queste dinamiche.

Ora puoi iniziare a lavorare su te stessa, imparando a porre quei confini emotivi necessari per proteggerti e continuare a donare il tuo cuore senza esaurirti.

Se vuoi, possiamo insieme pensare a strategie e riflessioni per sostenerti in questo percorso.

Inoltre, ti vorrei lasciare con una domanda che spesso faccio alle persone che vivono queste separazioni emotive: chi sei tu quando l’altro se ne va?
Non solo in senso fisico, ma anche emotivo, quando quel legame si interrompe o cambia. Come ti riconosci in quei momenti di assenza? Cosa rimane di te, indipendentemente dalla presenza degli altri?
Imparare a rispondere a questa domanda ti aiuterà a costruire quella parte di te che può essere solida e completa, anche quando vivi inevitabili distacchi.
Gentile utente,
la sua sensibilità e la profondità con cui racconta questa esperienza meritano attenzione e rispetto.
Ciò che ha vissuto durante il tirocinio non è solo una fase formativa, ma un momento emotivamente significativo, in cui ha potuto scoprire qualcosa di importante su di sé, sulla sua relazione con l’infanzia e sul tipo di adulto che desidera essere nella vita degli altri.

È naturale, soprattutto per persone sensibili e autenticamente coinvolte, sentire tristezza, rimpianto o un senso di vuoto quando un’esperienza relazionale si chiude, anche se in modo sano. Non è debolezza: è umanità e presenza vera.

La sua riflessione è molto lucida: il desiderio di imparare a dosare l’investimento emotivo, senza spegnere il cuore, è centrale in chi lavora in ambito educativo o di cura.
Questo equilibrio non si costruisce togliendo intensità, ma imparando a integrare il distacco affettivo sano con la sua naturale empatia. E questo si può allenare, passo dopo passo.

Un percorso psicologico potrebbe offrirle proprio questo: uno spazio dove poter rielaborare le separazioni, comprendere le dinamiche profonde legate al suo desiderio di accudimento e trovare strategie interne per continuare ad amare senza farsi troppo male.

Portare nel cuore senza trattenere: questa è un’arte che si impara, e che può diventare la sua forza più grande.

Se lo desidera, resto a disposizione per accompagnarla in questo percorso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Silvia Suppa
Psicologa
Gentile utente,
grazie per aver condiviso con così tanta apertura la tua esperienza. Quello che descrivi testimonia la tua grande sensibilità e il profondo senso di responsabilità con cui ti stai avvicinando alla tua professione. È assolutamente normale, specie all'inizio del proprio percorso professionale, riscontrare maggiori difficoltà nel mettere confini emotivi. In più, come accennavi, è probabile che questa esperienza abbia risvegliato in te anche dei desideri personali, come quello di diventare un giorno madre, rendendo ancora più forte il legame che si crea e ciò che vivi ancora più intenso a livello emotivo. Interrogarsi su come poter trovare un proprio equilibrio emotivo ritengo sia indice di grande professionalità. Per fare questo, però, sarà essenziale continuare a fare esperienza, auto-osservarsi e mostrare compassione verso sé stessi. Il punto non dev'essere "non sentire/non provare queste emozioni", ma accoglierle, divenirne consapevoli e prendersene cura. Per vivere al meglio la fase del distacco, comunque, potresti intanto:
- riconoscere il valore di quella relazione, anche se è finita/ha un tempo prestabilito, riflettendo su ciò che hai lasciato a questi bambini e cosa loro hanno lasciato a te (questo continuerà ad essere presente anche se non avrete più possibilità di vedervi);
- accogliere quel legame forte, riconoscendolo e apprezzandolo, senza però cercare di trattenerlo, lasciando quindi che 'vada dove deve andare';
- prenderti cura di te in queste fasi (per es. potresti creare un piccolo rituale dei saluti con questi bambini, per dare un significato al distacco, o scrivere una lettera, anche se poi non la consegnerai);
- parlarne con un professionista, se in futuro queste emozioni continueranno ad essere così intense o diventeranno troppo frequenti.
Ti auguro di continuare il tuo percorso con la stessa sensibilità e consapevolezza dimostrata finora.
Cari saluti,
Dott.ssa Chiara Patricia Bonaventura.


Dott.ssa Ilenia Colasuonno
Psicologo, Psicologo clinico
Cerveteri
Quello che stai provando è del tutto normale e dimostra quanto il tuo lavoro con i bambini ti tocchi nel profondo. L’affetto che hai sentito è reale e importante, e la fatica di lasciar andare è la conseguenza di quel legame sincero che si è creato. È positivo che tu riconosca questo sentimento senza giudicarlo, perché spesso si pensa che, per “professionalità”, si debba restare distaccati, ma così si rischia di perdere la ricchezza umana che il lavoro con i bambini può offrire. Lasciare andare non significa dimenticare o non tenere nel cuore ciò che si è vissuto, ma accettare che ogni relazione ha un tempo, e che il valore di ciò che è stato non si misura dalla durata, ma dalla qualità e dalla sincerità con cui è stato vissuto. Forse può aiutarti immaginare il legame come un dono che hai ricevuto e dato, senza doverlo necessariamente prolungare o mantenere nel tempo. Puoi portare con te quella serenità che ti hanno donato, sapendo che è un pezzo di te arricchito da quella esperienza. Per dosare l’affetto in futuro, non serve chiuderti emotivamente, ma essere gentile con te stessa quando senti il bisogno di prendere distanza. È un equilibrio delicato: amare con il cuore aperto, ma saper accogliere anche il distacco come parte naturale del ciclo della relazione. Ti permette di continuare a donarti senza esaurirti. Con il tempo e l’esperienza capirai sempre meglio come mantenere questo equilibrio, e va bene se ora è difficile. È una forma di crescita emotiva, non un limite.
Non dimenticare di prenderti cura di te, di concederti spazi per elaborare le emozioni dopo ogni fine, magari parlando con qualcuno di fiducia o riflettendo su ciò che hai vissuto. Questo ti aiuterà a non accumulare fatica emotiva e a ritrovare la tua naturalezza e serenità nel fare ciò che ami.
Gentile utente,
quello che scrive mostra che lei è una persona con una grande risorsa: l'empatia.
Avere abilità di empatia non è scontato e porta con sé gioie e dolori, ma imparare ad utilizzarla può essere una strada molto efficacie verso il proprio benessere.
Sarebbe interessante esplorare con lei quali sono stati i suoi vissuti emotivi e i suoi pensieri nel momento dei saluti di cui parla, per capire in che modo si sono interconnessi nel perpetuare in lei una condizione di sofferenza.
Oltre che empatia, lei mostra un'importante capacità di auto-riflessione e una direzionalità nella vita, altrettanto non scontate.
Se vuole esplorare insieme in che modo i suoi pensieri influenzano i suoi stati emotivi e i suoi comportamenti, sono disponibile ad illustrarle alcune strategie per portare le sue preziose abilità a farla stare bene piuttosto che a farla soffrire; consideriamo però che una dose di sofferenza c'è da aspettarsela, purché sia accettabile.

Le auguro un grande in bocca al lupo per il suo percorso professionale e di vita.

Dott.ssa Ramona Alberti
Buonasera, leggo le sue emozioni e il suo dispiacere nell'aver provato una esperienza arricchente e nel lasciare andare dei bambini cui si era tanto affezionata. Molte delle risposte in realtà lei le ha già date a se stessa e cioè che oltre ad essere alle prime esperienze di lavoro lei è anche una persona sensibile. Sì, queste cose succedono di frequente alle persone sensibili, quindi si prova un senso di vuoto dopo. Può provare a concentrarsi non sulla mancanza, sulla assenza di una relazione instaurata, ma su quello che è stata in grado di dare e di lasciare a queste piccole persone che ricorderanno lei con gioia, così come incontreranno altre nel loro cammino. Credo tutto le potrà servire, nel tempo, ad imparare anche a lasciare andare, come giusto che sia, ad avere il giusto distacco che necessariamente serve in questo tipo di lavoro anche per consentirle di essere obiettiva e critica nello sviluppo di diverse competenze.
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile paziente, ciò che stai vivendo è un tema centrale nelle professioni educative e di cura: il coinvolgimento affettivo che genera nutrimento, ma che va anche elaborato nel momento del distacco. Questo “lutto affettivo” che descrivi è reale. Quando ci leghiamo a qualcuno, anche per poco, soprattutto in un contesto autentico come quello con i bambini, il distacco può lasciare una piccola ferita emotiva, proprio perché il legame era sincero.
Il primo passo è non colpevolizzarti per l’intensità con cui vivi i sentimenti: è naturale che, se hai desiderato essere una figura accogliente, quei bambini abbiano attivato corde profonde, forse anche legate al tuo desiderio futuro di maternità. Quello che senti, quindi, non è “troppo”, ma chiede di essere contenuto e trasformato.
Un consiglio: prova a creare uno spazio interno o simbolico in cui “salutare” quei bambini, magari scrivendo loro una lettera (che non dovrai necessariamente consegnare), in cui ringrazi il tempo condiviso, riconosci il legame e accetti che il vostro incontro, pur breve, ha avuto valore. Questo gesto può aiutare a concludere senza cancellare.
Nel tempo imparerai a coltivare un affetto “professionale”, che non è freddo o distante, ma protetto: non è meno amorevole, ma più consapevole. E questo equilibrio si sviluppa con l’esperienza, soprattutto se – come stai facendo – scegli di fermarti a riflettere su ciò che vivi dentro.

Ricorda: non si tratta di smettere di sentire, ma di imparare a “lasciar andare” senza perdere quello che il legame ha generato in te. Portarli nel cuore non vuol dire rimanere ancorata al passato, ma riconoscere che hanno contribuito a farti crescere. E tu, a loro.
Un caro saluto
Dott.ssa Serena Vitale
Psicologo, Psicologo clinico, Sessuologo
Pescara
Salve,

ciò che scrive è molto delicato e dolce. Sospetto anche io che questo sentire possa nascere da un bisogno mai colmato di avere figli, però a questo punto le chiedo, se si porta dentro un dolore così, perché non inizia un percorso psicologico?

il sentire il bisogno di figli e non averne non è una cosa che si gestisce facilmente per molte donne, poi magari lei troverà il modo e non lo metto in dubbio, ma magari potrebbe stare meglio. Non so perché non ha avuto figli, se è per elementi legati alla fertilità o per discorsi inerenti le relazioni, in entrambi i casi è difficile, ma nel secondo caso è sicuramente trattabile.

mi faccia sapere

dottssa serena vitale
Dott.ssa Martina Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
San Biagio di Callalta
Gentile utente, grazie per aver condiviso questo vissuto con tanta sincerità.
Dalle parole che leggo emerge il grande impatto emotivo, che quest'esperienza formativa sembra aver avuto su di te. Si percepisce inoltre la passione che questa fascia d'età ti smuove.
Il vissuto che condividi, può essere comune tra chi si avvicina per la prima volta al mondo dell'educazione. Nei contesti educativi si possono creare legami autentici e sinceri, tuttavia, spesso, ci si può scontrare anche con la fragilità di quest'ultimi e con la fatica del lasciar andare. Questo, soprattutto, quando si è ancora in formazione, e le separazioni sono inevitabili. Le separazioni, per natura, comportano una perdita e la tristezza di cui racconti ne è testimone.
Un invito che vorrei farti è di prenderti cura della tua sensibilità, poiché essa non diventi una fonte di sofferenza e fatica ulteriore. Il lavoro dell'educatore è molto prezioso e spesso comporta un grande coinvolgimento emotivo, per questo potrebbe essere importante imparare a proteggersi.
Non sei sola in questo percorso. Uno psi può supportarti nell'esplorare le tue emozioni e trovare quell'equilibrio che cerchi nell'amare senza farti travolgere.
Un caro saluto.

Dott.ssa Martina Rossi
Dott.ssa Filippina Romano
Psicologo, Psicologo clinico
San Casciano in Val di Pesa
Gentilissima,
la sua sensibilità costituisce una risorsa, soprattutto quando si lavora con bambini, i quali le hanno dimostrato come sia riuscita a costruire una relazione positiva che sta alla base dell'apprendimento a scuola. La capacità di "staccarsi" dovrà essere appresa come qualsiasi altra abilità, con il tempo e nella pratica professionale, si abituerà alle continue separazioni con alunni che faranno semplicemente il loro percorso di crescita. Come Lei sottolinea, sarebbe interessante capire le influenze che rendono complessa l'accettazione della fine di una relazione e che possono essere chiarite solo attraverso un'attenta indagine conoscitiva.
Cordialmente
Dott.ssa Stefania Conti
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Buongiorno,
la sua sensibilità traspare in modo limpido e autentico dalle parole che ha scritto, e il suo desiderio di comprendere e gestire ciò che prova è già, di per sé, un segnale di grande consapevolezza.

Le emozioni che sta vivendo sono del tutto naturali, soprattutto in chi, come lei, sceglie di lavorare con i bambini e ci mette il cuore, con dedizione e rispetto. Quando si crea un legame sincero, anche se in un tempo breve, può lasciare una traccia profonda, e il distacco — anche quando è previsto e corretto — può fare male.

È importante riconoscere che non è sbagliato provare affetto, anzi: è una delle ricchezze più grandi in un lavoro educativo. Il fatto che lei voglia imparare a "dosarlo" per non soffrire troppo in futuro è comprensibile e molto umano.

Se sente che tutto questo muove dentro di lei emozioni complesse, possiamo esplorarle insieme con calma, in uno spazio sicuro, per aiutarla a trasformare questa sensibilità in una risorsa ancora più solida per il suo cammino professionale e personale.

Se desidera, può contattarmi. Sarò lieta di accoglierla.
Dott.ssa Stefania Conti, Psicologa
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL

Esperti

Federica Paragona

Federica Paragona

Psicologo, Psicoterapeuta

Grosseto

Gaia Olearo

Gaia Olearo

Psicologo

Roma

Valentina Paglia

Valentina Paglia

Psicoterapeuta

Roma

Chiara Monaco

Chiara Monaco

Psicologo

Rive d'Arcano

Domande correlate

Hai domande?

I nostri esperti hanno risposto a 85 domande su consulenza psicologica
  • La tua domanda sarà pubblicata in modo anonimo.
  • Poni una domanda chiara, di argomento sanitario e sii conciso/a.
  • La domanda sarà rivolta a tutti gli specialisti presenti su questo sito, non a un dottore in particolare.
  • Questo servizio non sostituisce le cure mediche professionali fornite durante una visita specialistica. Se hai un problema o un'urgenza, recati dal tuo medico curante o in un Pronto Soccorso.
  • Non sono ammesse domande relative a casi dettagliati, richieste di una seconda opinione o suggerimenti in merito all'assunzione di farmaci e al loro dosaggio
  • Per ragioni mediche, non verranno pubblicate informazioni su quantità o dosi consigliate di medicinali.

Il testo è troppo corto. Deve contenere almeno __LIMIT__ caratteri.


Scegli il tipo di specialista a cui rivolgerti
Lo utilizzeremo per avvertirti della risposta. Non sarà pubblicato online.
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.