Esperienze
Sono il dott. Leonardo Liberati, psicologo clinico a orientamento umanistico ed esistenziale.
Lavoro con adolescenti e adulti offrendo uno spazio di ascolto autentico, dove la persona è al centro, non solo il sintomo. Insieme esploriamo difficoltà personali, relazionali o lavorative, per ritrovare senso, direzione e possibilità di cambiamento.
Mi occupo in particolare di:
Ansia e depressione
Disagio relazionale e lavorativo
Bassa autostima
Crisi esistenziali
Crescita personale
Ricevo in presenza a:
Via Cassia 1699 (Roma)
Via degli Ammiragli 67 (Roma)
e online
L'Aspirazione è ispirazione.
Approccio terapeutico
Aree di competenza principali:
- Psicologia dell'età evolutiva
Principali patologie trattate
- Ansia
- Dipendenza affettiva
- Difficoltà relazionali
- Depressione
- Fobia
- +21 a11y_sr_more_diseases
Tipologia di visite
Foto e video
Prestazioni e prezzi
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Colloquio psicologico
Da 60 € -
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Consulenza psicologica
60 € -
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Colloquio psicologico individuale
Da 60 € -
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Primo colloquio individuale
60 € -
-
Primo colloquio psicologico
60 € -
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Indirizzi (2)
Via Cassia 1699, Roma 00123
Disponibilità
Pagamento online
Accettato
Telefono
Pazienti accettati
- Pazienti senza assicurazione sanitaria
Via degli Ammiragli 67/ Via Cassia 1699, Roma 00123
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Pazienti accettati
- Pazienti senza assicurazione sanitaria
Recensioni
9 recensioni
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C
C.R.
Conosco il dott. Liberati da più di un anno e mi sono trovata molto bene. Mi sono sentita subito a mio agio e ho avuto modo di apprezzare le sue intuizioni nel mio percorso, nonostante non sia stato facile iniziarlo per me. È una persona sensibile e accogliente, mi ha aiutato a conoscermi meglio e sono molto soddisfatta del percorso.
Anche lo studio è molto accogliente e comodo da raggiungere.
Grazie ancora !!• TERZOSPAZIO SOCIETA' A RESPONSABILITA' LIMITATA • sostegno psicologico •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie mille, lieto di esserti stato utile
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A
Ariel
Professionista esemplare e attento al paziente.
Lo consiglio• Comites centro psicologia • Altro •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie mille, sempre a disposizione
-
M
M. L.
Il dottor Leonardo mi subito accolto in maniera positiva e mi sono subito sentito capito. Per me è stato importante il percorso che ho fatto con lui. Mi ha fatto vedere le mie rigidità e grazie a lui ho scoperto le cose in cui sono bravo
• Comites centro psicologia • sostegno psicologico •
Dott. Leonardo Liberati
È una gioia leggere queste parole. Grazie mille
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D
D.m.
Da subito ho notato la sua empatia e la sua accoglienza rispetto ai problemi portati in seduta.
• Comites centro psicologia • colloquio psicologico •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie di cuore
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F
Francesca Barracco
La mia esperienza con il dottor Liberati è ottima, lo abbiamo conosciuto qualche anno fa e segue mio figlio con grande professionalità e competenza
Il ragazzo si trova benissimo ed è lui a fissare i suoi appuntamenti col dottore, sempre disponibile e pronto al dialogo
Grande empatia con i ragazzi
Ottima scelta che consiglio a tutti I genitori
Molto disponibile anche per quanto riguarda l'ascolto• Comites centro psicologia • sostegno psicologico •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie mille
-
R
Rossella
Il dottore mi ha aiutato in un periodo molto difficile della mia vita
Molto attento ai particolari e competente
• Comites centro psicologia • colloquio psicologico •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie di cuore
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S
SIMONA GIUSTINI
Conosco il dottor Liberati da diversi anni perché segue mio figlio dai tempi della scuola media (ora è un liceale). È uno psicologo preparato, empatico, chiaro ed efficace nel suo modo di relazionarsi con i giovani anche nei momenti più difficoltosi del loro vissuto. Lo consiglio vivamente.
• TERZOSPAZIO SOCIETA' A RESPONSABILITA' LIMITATA • colloquio psicologico individuale •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie mille
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E
E.T.
La mia esperienza con il Dottor Liberati è stata positiva é empatico e stimolante,veramente efficace nel percorso che abbiamo intrapreso.Mi ha dato conforto e speranza.Lo ringrazio
• Altro • Altro •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie mille ed in bocca al lupo
-
J
Jack
Studio molto carino e il dottor Liberati si è rivelato molto umano nel trattamento. È molto giovane ma sembra che esperienza da vendere.
Consiglio assolutamente• Comites centro psicologia • Altro •
Dott. Leonardo Liberati
Grazie mille
Risposte ai pazienti
ha risposto a 10 domande da parte di pazienti di MioDottore
Buongiorno
Mi trovo ad affrontare una situazione lavorativa complessa e vorrei un parere su come potermi muovere al meglio.
Dopo tre anni di lavoro in sala colazioni avendo capito di non essendo portata per lavori pratici, e comunque con una laurea triennale alle spalle, ho deciso di provare a lavorare in reception. Dopo un percorso formativo in cui ho imparato in due settimane ad usare pos, gestionale, smistare posta elettronica secondo i loro standard, e un discorso complesso con l’equipaggio di marittimi delle varie navi da crociera che la struttura ospita quotidianamente, l’azienda, che ha diversi hotel di sua proprietà, mi ha proposto un contratto a chiamata a tempo determinato come seconda postazione e supporto alla prima postazione consapevoli che data l’inesperienza e la poca conoscenza alberghiera la mia figura non potesse essere di alter ego alla prima postazione con cui collaboravo nei turni. Ciò nonostante visto il mio impegno e progressi lavorativi e anche il fatto si era instaurato un buon clima con i colleghi mi hanno prorogato il contratto a chiamata alla fine di settembre con possibile proseguo che valutava l’andamento del mio percorso lavorativo. Ho affiancato cinque colleghi, tra veterani che lavoravano lì da 25 anni e nuovi, molto diversi da loro e non essendoci un protocollo comune mi sono dovuta adattare a seguire il metodo lavorativo di ogni collega che affiancavo sentendomi anche in difficoltà nel non avere la libertà personale di scegliere poi il metodo che preferivo. Dei cinque colleghi con cui lavoravo , solo tre mi hanno dato fiducia nel supporto che potevo loro offrire: rispondere autonomamente alla posta, addebiti, chiusura preautorizzazioni guidate, check in senza esercitare troppo controllo in quanto dopo pochi giorni avendo compreso le procedure di check in e check out inserimento camere nel gestionale, tariffe e addebiti, ero già in grado di lavorare senza errori. Purtroppo invece le veterane con cui lavoravo non mi hanno mai dato fiducia e quando cercavo di rendermi utile come facevo con gli altri colleghi, prendendo subito i documenti, dando indicazioni ai clienti, mentre loro erano al pc a vedere la posta magari, lo hanno preso come prevaricazione e sono stata richiamata dalla proprietaria che mi ha detto a voce di voler concludere il rapporto lavorativo perchè queste colleghe veterane so sono lamentate del mio comportamento e preferivano lavorare da sole allora gli ho detto che non essendo a conoscenza di questo loro disagio, assumendomi anche la colpa di aver dato una impressione sbagliata, preferivo mi fosse stato detto prima e mi hanno detto pensavano lo avrei capito da sola nel corso delle settimane. A seguito di questo colloquio ero rimasta con il direttore che mi sarebbe stato concesso qualche giorno per rivedere e modificare la situazione, ho cercato chiarimenti con queste colleghe ma mi hanno detto “non so cosa ti hanno detto loro noi non riferiamo quello che ci viene chiesto e come ci troviamo durante gli affiancamenti, Il fatto è che gli affiancamenti devono essere un supporto, un aiuto per noi e non un continuo controllo se quello che fate lo fate bene perché così diventa un lavoro doppio per noi ed è veramente fonte di stress. A noi serve una persona che sappia già lavorare bene in autonomia e che conosca il lavoro alberghiero, se la persona non è adatta non è qualcosa di personale è solo che non può svolgere l’attività lavorativa richiesta. Mi dispiace
Comunque io sono disponibile, quando vuoi.
Si lamentavano continuamente di errori (addebiti errati, mancato inserimento delle camere nel gestionale, e altro, dei nuovi ma poi hanno fatto ricadere la colpa su di me senza prove evidenti. So per certo di non aver commesso errori in quanto ho sempre prestato molta attenzione su questo. Dopo un paio di giorni dal colloquio mentre ero in turno è arrivata nella mail dell’hotel in cui lavoravo la comunicazione seguente della proprietaria che comunicava il termine in data odierna del mio affiancamento in quell’hotel e avrebbero informato il personale circa le nuove decisioni prese dalla direzione. Allora ho risposto “Buongiorno nel ringraziarla per la comunicazione non avendo ricevuto alcun preavviso dei quindici giorni contrattuali per il licenziamento posso supporre i suddetti mi verranno pagati nella busta paga successiva?
Mi è stato poi risposto “ non sei licenziata, avendo un contratto a chiamata, ti stiamo solo avvisando che per la prossima settimana non sono previste chiamate”
Solo che fino a prima del richiamo avuto, lavoravo con continuità settimanale ogni giorno con un riposo di due giorni a settimana
Un collega di quelli che mi stima mi ha detto di attendere come evolve la situazione ma se entro una decina di giorni non so nulla di cercarmi altro. Vorrei chiedere un parere sulla mia situazione e cosa fare. Personalmente mi sento confusa e non vedo chiarezza, ma se il problema è che queste colleghe preferiscono lavorare sole perché non posso proseguire il mio percorso con gli altri colleghi che riconoscono il mio impegno e mi danno fiducia? Ruotano sempre di settimana in settimana, una settimana uno lavora in un hotel e una settimana in un altro , ma le comunicazioni della proprietaria sembrano confuse al riguardo e vorrei capire meglio se posso dare una voce o se è stata semplicemente fatta una mossa di sospensione per vedere chi commetteva errori o se mi trovo davanti ad un licenziamento non formale che non vogliono fare ma non prevedono di richiamarmi.
Confido in un vostro supporto e Ringrazio per l’attenzione
Innanzitutto voglio riconoscere il coraggio e la consapevolezza che hai mostrato. Ascoltarsi a fondo fino al punto di dire “questo ambiente non fa per me” e scegliere di cambiare rotta non è facile. È un gesto di grande responsabilità verso te stessa, un atto di cura. E questa responsabilità l’hai già dimostrata, nel momento in cui hai saputo riconoscere le tue difficoltà, le tue fatiche, e ti sei presa la libertà di lasciar andare qualcosa che non ti stava facendo bene.
Ora, però, il punto è che quella responsabilità va bilanciata: va esercitata anche nel lasciare agli altri ciò che compete a loro. Perché non puoi caricarti sulle spalle tutto il peso di una situazione disfunzionale come se dipendesse solo da te.
Quando si entra in un nuovo ambiente di lavoro, esiste una cosa che si chiama accoglienza. E l’accoglienza non è un gesto emotivo, è un processo: è una responsabilità precisa che spetta a chi è già dentro, a chi ha più esperienza. Significa riconoscere che una nuova persona, per quanto motivata e sensibile, ha bisogno di essere accompagnata, formata, guidata.
Quindi è vero che tu sei lì, in una posizione tra virgolette “discente”, ed è sano che tu lo riconosca. Ma dall’altra parte dovrebbe esserci chi si prende la responsabilità, se lo desidera, di fare da guida, di dare riferimenti. Altrimenti si crea un corto circuito che rischia di diventare violento: perché ti ritrovi nella posizione paradossale di dover “capire da sola”, ma allo stesso tempo di non avere autonomia reale, né criteri oggettivi su cui basarti.
E in questo corto circuito tu sembri essere finita, come se fossi stata triangolata dentro una dinamica già presente tra colleghe e azienda. Una dinamica che magari preesisteva al tuo arrivo, e che il tuo ingresso – per età, per modalità, per freschezza – ha in qualche modo innescato o reso visibile. Questo non è colpa tua, ma è bene che tu lo veda per quello che è, senza attribuirti più di quanto ti spetta.
Quindi torniamo lì: è una questione di responsabilità, sì, ma nel senso più profondo. La responsabilità verso te stessa adesso è anche quella di valutare se questo ambiente, così com’è, ti permette davvero di crescere e fiorire. Se vale la pena cercare riconoscimento lì dentro, o se invece hai bisogno di un contesto diverso, più aperto, più disposto a fare spazio a te per come sei. Nessuno nasce imparato – come si dice – e il fatto che tu abbia un figlio, che tu sia in una fase delicata, non è una scusa: è una realtà, e chi ti sta intorno dovrebbe avere l’intelligenza e la professionalità di tenerne conto.
Può essere che la situazione si possa ancora trasformare, se riesci a mettere in chiaro alcune cose. Ma può anche darsi che sia più sano, per te, non insistere troppo. Il punto non è restare o andare via: il punto è scegliere, e scegliere bene, da adulta, da persona che sa dove finisce la propria responsabilità e dove comincia quella degli altri.
E da quello che vedo, questa capacità tu ce l’hai già.
Buongiorno dottori. Sono una ragazza di 24 anni e scrivo in merito a una situazione emotiva personale che non so bene come gestire. Recentemente ho svolto un tirocinio in una scuola elementare per la mia università che appunto lo prevede, ci sono stata pochi mesi ma è stata un’esperienza molto positiva. Io da sempre amo i bambini e stare con loro mi dà una sensazione di pace e serenità che raramente provo, forse per la loro spontaneità o semplicità, inoltre loro sembrano apprezzarmi quindi stare con loro è stato molto gratificante, soprattutto se consideriamo che ero partita con aspettative basse, quindi è stata una bella sorpresa. Il punto è che durante questa esperienza formativa, appunto poiché ci metto il cuore essendo un po’ inesperta, mi sono molto affezionata a un paio di loro, perché forse mi hanno fatto una tenerezza particolare e ho iniziato a sviluppare un piccolo debole anche perché loro stessi erano molto affezionati a me, pur mantenendo io sempre comportamenti imparziali con tutti. Oggi il tirocinio è finito, e io ci ho silenziosamente sofferto più che altro il primo giorno quando tutto era finito, perché il pensiero che si fossero creati quei piccoli ma sinceri rapporti da ambo i lati con loro ma che non ci potesse (giustamente) essere possibilità di mantenerli mi causava una sensazione di rimpianto, una specie di impotenza, difficile da accettare del tutto perché la separazione è stata diciamo “mal voluta” sia da me che da loro, ma era inevitabile, e io ho spiegato tutto con pazienza. Sarebbe stato più facile per me accettare la fine se loro stessi non avessero manifestato il loro dispiacere per il nostro saluto, a quest’ora sarei già serena. Però forse il pensiero che ci fosse un piccolo legame emotivo sincero sia da parte mia che da parte loro ha reso tutto più difficile perché anche se razionalmente so che è giustissimo e normale lasciarli andare dopo queste esperienze, il mio cuore un po’ ne “soffre” perché ha percepito l’esperienza arricchente che si è creata e di come sarebbe potuto continuare se la realtà fosse stata diversa (esempio, se fossi stata un’amica di famiglia, una cugina più grande e cose simili quindi con possibilità ogni tanto di rivedersi). Credo che questa emozione io la provi anche perché ho sempre voluto avere dei figli quindi forse inconsciamente riverso un po’ questa mia tendenza nel lavoro che mi permette di essere una presenza adulta e accogliente per i bambini come ho sempre voluto essere. Mi sono rivolta a voi perché vorrei sapere davvero come lasciare andare in maniera completa, senza rimpianto, portandoli nel cuore, capire che i rapporti avuti sono stati sinceri e non valgono meno anche se ci siamo salutati, e come prevenire che io investa emotivamente così, per evitare di soffrire in futuro pur sapendo metterci lo stesso il cuore con sincerità ma con quell’equilibrio giusto che mi permette di amarli con moderazione, in modo che io sappia sempre lasciarli andare senza soffrire, perché una vita vissuta così con questo lavoro rischia di diventare pesante emotivamente per me, che dovrò salutare costantemente tanti bambini a cui mi affezionerò. Sottolineo che sono una persona molto sensibile ed emotiva quindi forse è anche per questo che la vivo intensamente, però appunto voglio imparare a dosare, ed essendo ancora in formazione penso sia normale non essere ancora del tutto capace anche a gestire il sentimento di affetto che si sente internamente, soprattutto per chi ci mette il cuore. Spero che possiate darmi dei consigli, li accoglierò con piacere, vi ringrazio.
Innanzitutto voglio riconoscere il grande coraggio che hai mostrato nel condividere apertamente il tuo vissuto e le difficoltà che stai incontrando. Scegliere una professione educativa, sapendo di portare con te anche una storia personale fatta di sfide e mancanze, è un atto di grande responsabilità e maturità.
Proprio in questa consapevolezza – in questo momento in cui esprimi il disagio e chiedi aiuto – si manifesta la vera forza di chi svolge questo lavoro. Non c’è nulla di sbagliato nel sentire dolore per la separazione dai bambini con cui hai costruito un legame: il fatto che tu ne parli, lo riconosca e lo affronti è una risorsa preziosa.
Dal tuo racconto emerge una questione fondamentale: il bisogno di stabilire confini chiari, soprattutto emotivi. Questo scambio con i bambini è bellissimo ma anche complesso e, talvolta, ambiguo. Mi viene in mente l’idea di una sorta di idealizzazione della relazione, che ti porta a vivere questa separazione come un trauma ripetuto.
Il lavoro educativo richiede di saper gestire tre tipi di confini:
tra il legame affettivo e la professionalità,
tra il ruolo che ricopri e la persona che sei,
tra ciò che è temporaneo e ciò che rimane permanente.
Se questi confini non sono ben definiti, rischi di vivere un burnout emotivo, perché ogni distacco diventa una ferita da affrontare.
Credo sia importante tornare a riflettere sull’origine di questo dolore legato alla separazione: da dove nasce dentro di te? Solo comprendendo questo potrai iniziare a trasformare questa fatica in una risorsa.
Inoltre, la tua scelta professionale – che ti mette in contatto con queste separazioni – è anche una forma di cura, un modo per affrontare e lavorare su questa tua sensibilità. Hai fatto una scelta coraggiosa, perché avresti potuto scegliere un lavoro che evita proprio queste dinamiche.
Ora puoi iniziare a lavorare su te stessa, imparando a porre quei confini emotivi necessari per proteggerti e continuare a donare il tuo cuore senza esaurirti.
Se vuoi, possiamo insieme pensare a strategie e riflessioni per sostenerti in questo percorso.
Inoltre, ti vorrei lasciare con una domanda che spesso faccio alle persone che vivono queste separazioni emotive: chi sei tu quando l’altro se ne va?
Non solo in senso fisico, ma anche emotivo, quando quel legame si interrompe o cambia. Come ti riconosci in quei momenti di assenza? Cosa rimane di te, indipendentemente dalla presenza degli altri?
Imparare a rispondere a questa domanda ti aiuterà a costruire quella parte di te che può essere solida e completa, anche quando vivi inevitabili distacchi.
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