Domande del paziente (143)

    Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
    Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
    Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
    Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissimo,
    stare in questa condizione per lungo tempo è deleterio e faticoso, immagino quanto si senta stanco e preoccupato.
    Il fatto che lei al momento non senta nessuna passione che le consenta di "ricominciare" non significa necessariamente che lei non sia in grado di averne ma che forse al momento il mondo esterno le appare come poco stimolante.
    L’idea di trovare “la scintilla” può tuttavia diventare un peso, se vissuta come qualcosa che deve arrivare prima di iniziare a muoversi. Spesso il percorso è inverso: è facendo esperienze, anche imperfette, che si costruisce gradualmente un senso.
    Si conceda la possibilità di iniziare un percorso psicologico che la aiuti ad orientarsi in questo periodo così confuso e difficile.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
    Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
    Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
    Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
    Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
    Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
    Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
    Grazie per le vostre eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima,
    il fatto che lei si stia interrogando su come migliorare la situazione che attualmente le causa sofferenza rappresenta una grande risorsa.
    Il disagio che racconta sembra legato anche a come si percepisce nello sguardo degli altri: il rischio è passare dal “sono sola in questo momento” al “sono io il problema”.
    Sicuramente il fatto che lei non stia studiando né lavorando può amplificare questo senso di vuoto e collateralmente la difficoltà nel creare nuove relazioni.
    Non si consideri sbagliata né cerchi di forzarsi a stare bene così ma piuttosto si conceda il tempo di comprendere da dove nascono queste difficoltà e come fare per risolverle. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare luce sulle problematiche e concedere un approfondimento trasformativo che le restituisca la serenità che merita.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima,
    grazie per aver espresso la sua preoccupazione.
    Da quello che descrive, la problematica di sua figlia sembra si sia cronicizzata negli anni e posso immaginare il senso di frustrazione e di dubbio che entrambe vivete in seguito a percorsi che sembrano non essere stati d'aiuto.
    L’insistenza o la preoccupazione (anche comprensibile) può essere vissuta da sua figlia come pressione, aumentando la distanza. La richiesta di “lasciarla stare” può essere stata un tentativo di proteggere un proprio spazio, più che un rifiuto del legame.
    Sua figlia convive e dunque è in grado di prendere decisioni per sé stessa e con i suoi tempi.
    Prenda in considerazione la possibilità di un supporto per lei come genitore che la aiuti a gestire questa sofferenza e non la faccia sentire sola.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Sono al primo anno fuori corso di giurisprudenza. Ho sempre fatto tutti gli esami in regola ma da un anno quasi studio con difficoltà e lentezza. Amo la mia facoltà e non vedo l’ora di iniziare a lavorare, ma mi sento bloccata. Come posso risolvere questa situazione?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima,
    quello che descrive è molto comune a chi frequenta corsi di laurea, non sempre il percorso risulta fluido e senza intoppi, anzi.
    Il fatto che lei senta che la scelta della facoltà sia quella giusta è già una grande risorsa da cui partire ma non significa che questo non possa causarle qualche difficoltà o preoccupazione. Spesso l'impegno di un percorso universitario richiede anche di prendersi un pausa, senza che questa diventi necessariamente un blocco definitivo.
    Se ne ha la possibilità prenda in considerazione di iniziare un percorso che le consenta di condividere i dubbi e comprendere meglio da cosa possa derivare questo blocco, non solo per risolverlo ma per proteggere la sua serenità.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima,
    immagino la fatica di questo periodo.
    Non è facile per nessuno fare delle scelte, specialmente quando sono così importanti e profonde. È comprensibile che lei stia cercando di capire se desidera continuare la sua vita attuale o proseguire la gravidanza e quindi necessariamente accettare dei cambiamenti.
    Queste ambivalenze sono frequenti nei momenti di passaggio: la gravidanza può attivare rappresentazioni, paure e aspettative legate anche alla propria storia e ai legami.
    Più che cercare di trovare una soluzione subito, potrebbe avere senso concedersi dello spazio di riflessione. Un percorso psicologico la aiuterebbe a gestire queste preoccupazioni e dubbi senza sentirsi sola o sopraffatta, aiutandola a chiarire cosa è più autentico per lei, distinguendolo dalle pressioni esterne o dalle aspettative.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    salve a tutti gentili psicologi ..
    domani ho un esame all università di storia medievale ma non riesco a ripetere oggi e mi sento molto bloccata ... il blocco mi paralizza. Come posso superare queste situazioni? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima,
    quello che descrive sembra essere un vissuto d'ansia, la sensazione di essere paralizzata e di non riuscire a concentrarsi è molto comune a ridosso degli esami.
    Il percorso universitario non è sempre lineare ma anzi spesso e caratterizzato da periodi altalenanti. Dunque può succedere di fare più fatica in certi periodi, senza che questo la debba preoccupare eccessivamente.
    Se però sente che invece il problema persiste e le causa sofferenza forse potrebbe essere utile considerare di confrontarsi con un professionista che la aiuti a comprendere e dunque superare questo blocco, senza sentirsi sola né sopraffatta.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima,
    lei descrive una sensazione di fatica ed immobilità che sembra legata a giudizi interni molto severi. Spesso infatti sembra che sia presente un'aspettativa che non viene mai soddisfatta ma anzi disattesa costantemente, causando la sensazione di non essere abbastanza in nessun contesto (didattico, relazionale o lavorativo).
    Anche la fine della relazione sembra aver riattivato questo vissuto, portandola a sentirsi responsabile di tutto. Ma una rottura raramente ha una sola causa o un solo colpevole.
    La possibilità di iniziare un percorso psicologico la aiuterebbe a comprendere meglio ciò che sente da ciò che si impone di essere. Non per “aggiustarsi”, ma per iniziare a guardarsi con meno durezza.
    Si prenda del tempo per pensarci, e se lo ritiene possibile provi. Merita di stare bene e trovare serenità.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Buongiorno per ansia e attacchi di panico la terapia cognitivo comportamentale va bene?
    E in cosa consiste,il metodo?
    Grazie Cordiali Saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentile utente,
    ogni orientamento, seppur con metodologie diverse, segue delle linee comuni che hanno come obiettivo principale la cura e il benessere del paziente.
    Più che la metodologia in sé (che può risultare adeguata o meno a seconda del paziente), l'aspetto più importante è la/il professionista che si prenderà cura di lei. Si conceda di provare ed eventualmente esporre dei dubbi qualora ne sentisse la necessità: deve potersi sentire al sicuro all'interno del suo spazio terapeutico.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Figlia quasi 16 enne, mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, almeno così sembrava. Ha sempre avuto interesse per i maschi, coetanei. Da un po' di tempo è "attaccata" ad un'amica, a cui anche io voglio bene, che è lesbica. Mia figlia dice di essere innamorata di lei. La cosa mi ha spiazzato. Parto dal presupposto che non giudico e sono favorevole a tutte le forme di amore, ma dico che mi ha spiazzato perché non avrei mai sospettato una cosa del genere non avendo mai visto atteggiamenti che potessero farlo pensare. Secondo voi, è possibile che sia infatuazione? Non so come spiegarmi meglio. Le ragazze stanno sempre insieme, ogni cosa che fanno se lo comunicano telefonicamente. Ho il sospetto che mia figlia sia confusa tra affetto amichevole e amore. La mia è una ragazza che, se vuole bene a qualcuno, si focalizza solo su quella persona. Faccio una domanda che può sembrare cattiva e cruda, ma non lo è.
    L'essere lesbica, le è scaturita stando sempre a contatto con l'amica? Perché so che i gay, comunque, sanno già da sempre dentro di sé cosa gli piace e cosa no. Ho parlato con lei a cuore aperto dicendo che a me importa solo della sua felicità. Non la giudico e sa che da parte mia c'è sempre il massimo sostegno.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Salve,
    da quello che descrive sembra già essere presente un aspetto prezioso come il sostegno che lei desidera offrire.
    Durante l'adolescenza non è mai facile definire i sentimenti, spesso questi si intrecciano e tendono a confondersi tra loro ma è naturale e fa parte della scoperta di sé, compreso ad esempio il proprio orientamento sessuale. Dunque è utile, funzionale e necessario che sua figlia impari a conoscersi.
    L’identità affettiva e sessuale si costruisce anche attraverso le relazioni significative, ma non “si diventa” omosessuali per influenza di qualcuno: la vicinanza con questa amica può averle piuttosto permesso di riconoscere aspetti di sé o di esplorare sentimenti già presenti.
    Più che cercare di "capire", lei continui ad essere presente per i bisogni e le comunicazioni di sua figlia, lasciandole lo spazio di scoprire e conoscersi.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
    Cordialmente,

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Salve,
    comprendo la sua preoccupazione ma un episodio d'ansia, per quanto possa essere stato inteso o prolungato difficilmente causa un danno permanente alle capacità cognitive.
    L'aspetto di come lei ha vissuto e vive quell'ansia invece impattano in maniera differente, creando delle interferenze con le sue capacità.
    Il fatto che lei possa sentire di non "essere più come prima", di aver in qualche modo perso delle competenze contribuisce ad aumentare lo stato d'ansia: questo porta al rimuginare su pensieri e dubbi che si autoalimentano, creandole ancora più difficoltà.
    Dunque forse è il continuo confronto con il prima che le crea più problematiche più che l'episodio d'ansia in sé.
    Potrebbe essere utile ricominciare un percorso che la aiuti a dissipare questi dubbi e che la accompagni nel riottenere la fiducia che sente di aver perso.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
    Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
    Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
    Posso immaginare la stanchezza che sta provando in questo momento e quanto si possa sentire esausta. Quello che descrive sembra essere un periodo caratterizzato da molteplici difficoltà che sembrano incastrarsi l'una con l'altra senza darle margine di respiro.
    Non è inusuale andare fuoricorso all'università o non riuscire a trovare lavoro, questo non fa di lei un fallimento. Il confronto continuo e il silenzio punitivo possono far interiorizzare uno sguardo critico che poi continua ad agire anche dentro di sé.
    I lutti e l’ansia che porta sembrano aggiungere ulteriore peso, rendendo più difficile trovare appoggi interni ed esterni.
    Si conceda la possibilità di iniziare un percorso terapeutico che la aiuti ad affrontare questo periodo, a capire meglio come relazionarsi alle problematiche che deve affrontare e soprattutto a ritrovare la serenità che merita.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
    Il fatto che lei si stia interrogando su come essere in grado di dare il miglior supporto possibile a suo figlio è già una risorsa importante.
    Il percorso evolutivo è un periodo molto complesso che richiede di riconoscersi e scoprirsi anche e soprattutto attraverso il rapporto con i pari. Suo figlio si sta sperimentando, sta cercando di comprendere in che misure e con che dinamiche riesce a stare nei contesti sociali e nei rapporti di amicizia.
    Più che preoccuparsi di cosa suo figlio potrebbe avere bisogno in futuro (che di per sé è imprevedibile in quanto i bisogni e i desideri cambiano con il tempo) lei rimanga presente, sia supportiva, come peraltro sta già facendo.
    Prenda in considerazione la possibilità di iniziare un percorso con un professionista che possa aiutarlo a risolvere questi sentimenti di esclusione e nel destreggiarsi con i compiti evolutivi; oltre che dare un supporto a lei come genitore aiutandola a sentirsi meno sola.
    Auguro ad entrambi il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentilissima,
    il fatto che lei si stia interrogando sulla contraccezione in modo responsabile è un ottima risorsa. Immagino desideri anche per questo comunicare a sua madre la decisione di iniziare a prendere la pillola, non tanto per chiedere il permesso ma per condividere forse la responsabilità di questa scelta.
    Il fatto che in famiglia l'argomento dell'intimità e della sessualità non venga affrontato con chiarezza rischia di metterla in una posizione di imbarazzo e scomodità, rendendo difficile parlare di qualcosa che in questo momento in qualche misura le crea dei dubbi.
    Se sente comunque il bisogno di affrontare questo argomento si concentri sul suo stato d'animo, su come si sente all'idea e al fatto che questa scelta vuole essere un passo ulteriore al vivere la sua sessualità in maniera responsabile e serena.
    Si ricordi che lei ha il diritto di comunicare solo quello che desidera e nel modo e tempo che preferisce. Il fatto che possa informarsi in consultorio in maniera autonoma non significa escludere sua mamma.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Buonasera dottori, volevo chiedervi un parere/consiglio. Secondo voi è utile fare sedute di psicoterapia con uno psicologo che sta terminando la scuola di specializzazione oppure è meglio rivolgersi a professionisti la cui formazione è già completa?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Gentile utente,
    sicuramente iniziare è sempre utile.
    Naturalmente un percorso psicologico può attivare dubbi e preoccupazioni, specialmente perché è un lavoro che richiede di dare fiducia a qualcuno che all'inizio non si conosce.
    Non è tanto il fatto che un terapeuta abbia concluso o meno la specializzazione a determinare l’efficacia del percorso, quanto la qualità della relazione terapeutica, la capacità di ascolto e il livello di supervisione clinica in cui lavora.
    Uno specializzando baratta "gli anni di esperienza" con l'essere estremamente aggiornato e seguito dai supervisori nel suo lavoro in quanto in piena formazione, pertanto si tratterebbe di un professionista valido e volenteroso.
    Ciò che cura non è solo la tecnica, ma l’esperienza di sentirsi compresi e pensati all’interno della relazione terapeutica.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Ho sempre pensato di essere una persona equilibrata, pur con i normali alti e bassi.
    Di recente, però, dopo una brutta litigata, il mio compagno mi ha confessato tutto il malessere che ha accumulato in questi anni a causa dei miei comportamenti.
    Tutto è partito da una mia forte scenata di gelosia; una volta sfogata, mi sono resa conto che era del tutto infondata, ho capito l'errore e ho chiesto subito scusa. Ma ormai il danno era fatto.
    Il problema è che mi vengono dei momenti, dal nulla, in cui il mio umore crolla drasticamente. In quei frangenti emerge il mio lato peggiore: rabbia, gelosia, rancore, antipatia.
    Non sono una persona cattiva, anzi mi ritengo molto sensibile ed empatica, ma in quei minuti tutto il mio lato positivo svanisce.
    La cosa assurda è che così come questo malessere arriva, altrettanto velocemente se ne va, e io torno la persona tranquilla di sempre, come se non fosse successo nulla.
    ​Il mio compagno mi ha fatto giustamente notare che per lui è devastante: si sente come su un campo minato, dove deve stare attento a dove cammina per non fare esplodere la miccia. Io non voglio assolutamente una relazione così, e non avevo idea di fargli così male.
    ​Ho deciso che voglio affrontare questa cosa e cercare aiuto per capire perché mi succede e imparare a gestire queste tempeste emotive.
    A questo proposito, vorrei un consiglio: c'è una figura professionale specifica per questa cosa? Ed è meglio un percorso da sola, individuale, o devo coinvolgere anche il mio compagno, quindi fare terapia di coppia?
    Grazie di cuore a chiunque vorrà rispondermi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Buongiorno,

    il fatto che lei si stia interrogando sui propri comportamenti e sia in grado di riconoscere possibili sbagli, fa di lei una persona con delle risorse preziose.
    Sembra da quello che descrive che lei abbia delle difficoltà a gestire queste "tempeste" emotive, come se si attivassero in contesti in cui si sente più vulnerabile e pertanto più difesa. Anche se poi tutto torni rapidamente “come prima” non rende meno reale l’impatto emotivo sul partner.
    Lei sta cercando aiuto ma questo non implica che sia "cattiva" ma che possano esistere dentro di lei delle parti che meritano di essere approfondite per concederle serenità.
    Prenda in considerazione la possibilità di iniziare un percorso individuale che possa aiutarla a comprendere meglio cosa accade dentro di lei in quei momenti e da dove originano certe reazioni; poi, se ne sentirete il bisogno, valuterete un possibile percorso di coppia.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore



    Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.

    Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.

    Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.

    Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.

    Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.

    La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.

    Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.

    Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.

    Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.

    Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.

    L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.

    Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.

    Vorrei capire:

    - Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
    - Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.

    Grazie a chi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Buongiorno,

    da quello che descrive è chiaro che ciò che la preoccupa non è la casa in sé ma ciò che questa rappresenta a livello di conflitto emotivo ( aspetti di lealtà, autenticità, autonomia, senso di colpa).
    In qualche modo scegliere di accettare questa casa, di cui riconoscere utilità e valore, corrisponde a rinunciare alla propria libertà.
    Quando in una famiglia i bisogni individuali vengono vissuti come una minaccia all’equilibrio, può diventare difficile distinguere ciò che si desidera davvero da ciò che ci si sente obbligati a garantire agli altri.
    Il fatto che lei sia preoccupata all'idea di dover rinunciare alla possibilità di fare delle scelte, non la rende egoista o ingrata ma piuttosto in grado di desiderare di differenziarsi dalla propria famiglia e da dinamiche che percepisce come disfunzionali.
    Più che trovare la "soluzione perfetta" forse è importante che lei si conceda la possibilità di domandarsi cosa desidera e quali sono gli aspetti che la affaticano così tanto. Iniziare magari un percorso terapeutico, che la aiuti a mettere ordine tra i pensieri senza farla sentire sbagliata per desiderare autonomia e libertà.
    I suoi bisogni hanno dignità anche se non coincidono con le aspettative familiari.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo anno ho rimandato l'esame più importante (ossia, diritto privato) dicendo sempre a me stesso che alla prima sessione disponibile lo avrei dato. Il problema è che ad oggi non l'ho ancora dato (magari perché la mole di lavoro è troppo pesante e mi passava la voglia di studiare, ansia di presentarmi all'esame e andare male o, peggio, essere bocciato) e non solo sono molto in ritardo con gli altri esami perché diritto privato è un esame propedeutico, ma sicuramente andrò anche 1 o 2 anni fuoricorso e questo mi crea un forte disagio ed ansia che non riesco più a gestire, perché i miei genitori non sanno nulla di questa situazione. Vedendo i miei colleghi che si laureranno in corso, mi sento sempre diverso e spento ma, purtroppo, mi sono accorto troppo tardi che questa facoltà non faceva per me e avrei tanto voluto farne un'altra. Tuttavia, ormai sono all'ultimo anno e cambiare non avrebbe senso perché avrei sprecato solo tempo e fatto buttare soldi ai miei genitori che non so come la prenderebbero. Chiedo urgentemente un consiglio perché non so con chi parlarne e ho stra paura per il mio futuro in quanto non vorrei rimanere indietro rispetto ai miei amici e deludere i miei genitori che, ripeto, non so come la prenderebbero. Grazie in anticipo a chi potrà aiutarmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Buonasera,

    la situazione che racconta è molto comune per chi come lei sta affrontando un percorso universitario. Alcuni esami (spesso quelli di indirizzo da molti crediti) vengono rimandati fino all'ultimo, assumendo un valore molto più grande di quanto non siano in realtà a livello di contenuto.
    Da quello che racconta sembra bloccato in un circolo che si autoalimenta: l’ansia legata all’esame porta a rimandare, il rimandare aumenta il senso di colpa, e tutto questo rende ancora più difficile affrontarlo.
    Avere paura di deludere i proprio genitori e il paragonarsi ad altri colleghi è faticoso e frustrante. Lei si è reso conto che forse questa facoltà non la rappresenta ma questo non significa aver fallito bensì aver compreso un aspetto di sé più profondo, e questa è una risorsa.
    Più che continuare a portare tutto da solo, potrebbe esserle utile trovare uno spazio di confronto reale con un professionista, per uscire dall’isolamento e iniziare a guardare la situazione in modo completo e trasformativo. Non gestisca da solo questi dubbi e timori ma si conceda una mano che la aiuti a ritrovare serenità.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Buonasera, sono una donna di 40 anni che deve essere operata per rimuovere un fibroma all'utero di 13 cm che non dà sintomi ma date le dimensioni è bene togliere.
    Ebbene: il mio problema è il terrore dell'anestesia totale a cui devo sottopormi. Ho paura di addormentarmi e non svegliarmi più. Il problema non è il fibroma ma la mia paura, ci penso sempre tutti i giorni. Non faccio altro che ripetere: "ho paura, ho paura, ho paura". Il risultato è che mi rovino la vita... Per favore, come posso uscire da questo inferno?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Buonasera,

    quello che descrive è molto comune: spesso chi si deve sottoporre ad un'operazione che richiede anestesia totale tende ad avere questo tipo di preoccupazioni.
    Esistono anche aspetti più simbolici che vanno tenuti a mente, come il sentirsi vulnerabili e l'affidarsi all'altro: che in questo caso è giusto ricordare si tratta di professionisti.
    Essere preoccupata non significa comunque che i rischi siano maggiori, ma semplicemente che si tratta di una risposta alla sua ansia.
    Potrebbe aiutarla non affrontare tutto da sola, parlare apertamente di queste paure con i medici e, se possibile, avere anche uno spazio psicologico di sostegno in questo periodo.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Premetto che non ho nessuna patologia o malattia diagnosticata.
    Il mio problema è che mi sento così inutile, mi sento sola ogni giorno anche se ho le persone intorno, io sono totalmente apatica, penso sempre che tutti in realtà mi odino, sono sempre lì zitta e tranquilla sento di essere una brava persona ma di non essere abbastanza per nessuno,non sento di avere uno scopo nella vita.
    Ogni giorno mi sento sempre più a pezzi, perché mi sento così? Stamattina mi sono detta oggi devo essere positiva con me stessa ma quando sono tornata a casa ho pianto.
    tutti sono felici io non ci riesco, perché non ho niente di bello nella mia vita, ho paura di sentirmi per sempre così

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Buongiorno,

    da quello che racconta emerge un profondo senso di solitudine amplificato dalla percezione che "tutti la odino" o di non essere abbastanza; questo però non ha un riscontro oggettivo ma si tratta di una percezione che lei ha di sé stessa.
    Il fatto che cerchi di essere più positiva è una risorsa preziosa perché significa che è presente il desiderio di stare meglio.
    Lei sta affrontando un periodo molto faticoso ed è importante in questi casi non affrontarlo in solitudine ma piuttosto cercando un consulto da un professionista.
    Prenda in considerazione la possibilità di iniziare un percorso che la aiuti a comprendere più a fondo questa sofferenza e a costruire, gradualmente, uno sguardo su di sé meno duro e più vitale.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


    Salve, sono un ragazzo di 24 anni e da un paio di anni mi sento sempre giù di morale, come se la mia vita avesse poco senso. Ho pochi amici ma non mi considerano più di tanto, passando spesso i sabati sera a casa. Tuttavia, la cosa più importante è che sono indietro con gli esami universitari e non mi piace la facoltà che frequento. Di quest'ultima cosa me ne sono accorto troppo tardi ma non ho avuto mai il coraggio di affrontare realmente la situazione e cambiare percorso per paura che i miei si potessero arrabbiare. Speravo di poter rimettermi in pari almeno con gli esami, ma ora è troppo tardi e più i giorni passano e più mi accorgo che sto perdendo solo tempo, oltre ai tanti soldi che i miei genitori hanno già speso per pagarmi gli studi. Loro non sanno nulla di questa situazione e non so come uscirne. Chiudi gentilmente un aiuto!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Daniele Migliore

    Buonasera,

    la situazione che descrive è molto comune a chi come lei frequenta un percorso universitario. Il fatto di essere indietro con gli esami e sentire di non poterlo comunicare apertamente ai suoi genitori non fa che aumentare il senso di solitudine e la frustrazione.
    A volte il problema iniziale (gli esami o la scelta della facoltà) finisce per intrecciarsi con il timore del giudizio e con l'immagine che pensiamo gli altri abbiano di noi. Così diventa difficile distinguere cosa desideriamo davvero da ciò che sentiamo di dover essere.
    Forse più che cercare di trovare una soluzione unica e definitiva potrebbe essere utile iniziare un percorso che le consenta di affrontare questa difficoltà in maniera autentica e funzionale. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio cosa la trattiene e a costruire uno spazio in cui pensare al suo futuro senza sentirsi giudicato.
    Le auguro il meglio,

    Dott. Daniele Migliore


Domande più frequenti

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