Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono
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Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!
Buongiorno,
ciò che ha scritto mi ha colpito molto. Leggendo le sue parole arriva forte una sensazione di stanchezza profonda, come se da troppo tempo stesse cercando di tenere insieme aspettative, paure e responsabilità senza avere mai davvero uno spazio in cui sentirsi sostenuta. E in mezzo a tutto questo, è comprensibile che si sia costruita dentro di sé l’idea di essere “sbagliata” o “fallita”, ma quello che descrive non parla di fallimento, parla di una persona che si è trovata bloccata in un punto molto delicato della sua vita, con un’ansia che prende il sopravvento e le toglie energia proprio quando ne avrebbe più bisogno.
Quell’ansia “micidiale” davanti allo studio non è pigrizia né mancanza di volontà, è qualcosa che merita di essere ascoltato e compreso. Spesso dietro a blocchi così intensi c’è una paura molto forte di non essere all’altezza, di deludere, di confermare proprio quell’immagine negativa che lei ha di sé. È come se ogni esame non fosse solo un esame, ma un giudizio su chi è come persona. In queste condizioni, il corpo e la mente fanno quello che possono per proteggerla, anche se il risultato è il blocco.
Anche sul lavoro e sulle scelte di vita si sente lo stesso filo: il timore di “accontentarsi”, di non essere abbastanza, di fare un passo che poi confermi un senso di inadeguatezza. Non è mancanza di direzione, è paura di sbagliare in un contesto in cui lei è già molto severa con sé stessa.
Per quanto riguarda la relazione, quello che racconta fa pensare a una dinamica in cui lei si è sentita caricata di una responsabilità che in realtà non le apparteneva completamente. Il desiderio del suo ex compagno di “salvarsi” da una situazione difficile è comprensibile, ma non era suo compito salvarlo. Una relazione può sostenere, non può essere l’unica via di uscita per uno dei due. È naturale che oggi lei si chieda “avrei dovuto fare di più”, ma è importante anche riconoscere che stava già lottando con le sue difficoltà e che chiedere a sé stessa di risolvere tutto contemporaneamente forse era troppo.
Quello che colpisce molto è quanto duramente si guarda: dice di non aver mai avuto autostima, di denigrarsi costantemente. Vivere così significa affrontare ogni scelta con una voce interna che giudica e svaluta, e questo alla lunga blocca, consuma e fa perdere fiducia in qualsiasi possibilità di cambiamento.
Il fatto che oggi scriva, che si ponga delle domande e che dica chiaramente di essere stanca di questa situazione, è però un segnale importante. Non è immobilità totale, è un momento di crisi che può diventare anche un punto di svolta, se affrontato con il giusto supporto.
Andare da uno psicologo, cosa che finora non ha trovato il coraggio di fare, potrebbe davvero aiutarla a mettere ordine in tutto questo. Non perché ci sia “qualcosa che non va in lei” in senso patologico, ma perché ha bisogno di uno spazio sicuro in cui capire da dove nasce questa ansia, lavorare sull’autostima e iniziare a costruire un rapporto con sé stessa meno giudicante e più alleato.
Non deve risolvere tutta la sua vita insieme né prendere subito decisioni definitive su studio, lavoro o altro. Il primo passo può essere molto più semplice e concreto: iniziare a prendersi sul serio, chiedere aiuto e smettere di affrontare tutto da sola.
Se vuole, possiamo iniziare insieme un percorso, rispettando i suoi tempi, che possa aiutarla a risalire e trovare il suo equilibrio senza essere così dura con se stessa. Se ha piacere, mi contatti in privato, ricevo anche online.
Un caro saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
ciò che ha scritto mi ha colpito molto. Leggendo le sue parole arriva forte una sensazione di stanchezza profonda, come se da troppo tempo stesse cercando di tenere insieme aspettative, paure e responsabilità senza avere mai davvero uno spazio in cui sentirsi sostenuta. E in mezzo a tutto questo, è comprensibile che si sia costruita dentro di sé l’idea di essere “sbagliata” o “fallita”, ma quello che descrive non parla di fallimento, parla di una persona che si è trovata bloccata in un punto molto delicato della sua vita, con un’ansia che prende il sopravvento e le toglie energia proprio quando ne avrebbe più bisogno.
Quell’ansia “micidiale” davanti allo studio non è pigrizia né mancanza di volontà, è qualcosa che merita di essere ascoltato e compreso. Spesso dietro a blocchi così intensi c’è una paura molto forte di non essere all’altezza, di deludere, di confermare proprio quell’immagine negativa che lei ha di sé. È come se ogni esame non fosse solo un esame, ma un giudizio su chi è come persona. In queste condizioni, il corpo e la mente fanno quello che possono per proteggerla, anche se il risultato è il blocco.
Anche sul lavoro e sulle scelte di vita si sente lo stesso filo: il timore di “accontentarsi”, di non essere abbastanza, di fare un passo che poi confermi un senso di inadeguatezza. Non è mancanza di direzione, è paura di sbagliare in un contesto in cui lei è già molto severa con sé stessa.
Per quanto riguarda la relazione, quello che racconta fa pensare a una dinamica in cui lei si è sentita caricata di una responsabilità che in realtà non le apparteneva completamente. Il desiderio del suo ex compagno di “salvarsi” da una situazione difficile è comprensibile, ma non era suo compito salvarlo. Una relazione può sostenere, non può essere l’unica via di uscita per uno dei due. È naturale che oggi lei si chieda “avrei dovuto fare di più”, ma è importante anche riconoscere che stava già lottando con le sue difficoltà e che chiedere a sé stessa di risolvere tutto contemporaneamente forse era troppo.
Quello che colpisce molto è quanto duramente si guarda: dice di non aver mai avuto autostima, di denigrarsi costantemente. Vivere così significa affrontare ogni scelta con una voce interna che giudica e svaluta, e questo alla lunga blocca, consuma e fa perdere fiducia in qualsiasi possibilità di cambiamento.
Il fatto che oggi scriva, che si ponga delle domande e che dica chiaramente di essere stanca di questa situazione, è però un segnale importante. Non è immobilità totale, è un momento di crisi che può diventare anche un punto di svolta, se affrontato con il giusto supporto.
Andare da uno psicologo, cosa che finora non ha trovato il coraggio di fare, potrebbe davvero aiutarla a mettere ordine in tutto questo. Non perché ci sia “qualcosa che non va in lei” in senso patologico, ma perché ha bisogno di uno spazio sicuro in cui capire da dove nasce questa ansia, lavorare sull’autostima e iniziare a costruire un rapporto con sé stessa meno giudicante e più alleato.
Non deve risolvere tutta la sua vita insieme né prendere subito decisioni definitive su studio, lavoro o altro. Il primo passo può essere molto più semplice e concreto: iniziare a prendersi sul serio, chiedere aiuto e smettere di affrontare tutto da sola.
Se vuole, possiamo iniziare insieme un percorso, rispettando i suoi tempi, che possa aiutarla a risalire e trovare il suo equilibrio senza essere così dura con se stessa. Se ha piacere, mi contatti in privato, ricevo anche online.
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Ti sento afflitta e stanca, ti senti in ritardo, bloccata anche dalla difficoltà di prendere una decisione che sembra definitiva. Quello che descrivi: la bassa autostima, il dilemma tra studio e lavoro, il disagio nell'intraprendere un percorso con uno specialista, la fine di una relazione, il senso di fallimento, la paura da esame e l'ansia; sembrano ostacoli insormontabili ma non serve affrontarli tutti insieme. Un passo alla volta e tutto è dal punto di vista clinico trattabile. Per quanto riguarda l'intraprendere un percorso con uno psicologo, un'idea potrebbe essere le sedute online che ti permetterebbero di restare nel tuo spazio senza doverti necessariamente recarti in studio. Potresti iniziare parlando proprio di quello che hai scritto qui, infatti hai spiegato in modo molto chiaro ciò che stai passando, puoi provare un incontro e vedere come va, non sei costretta a proseguire se il percorso con lo psicologo non ti convincerà. Uno/a psicologo/a potrebbe sostenerti nell'affrontare concretamente l'ansia da esame con strumenti pratici o fare chiarezza sulla possibilità di interrompere il corso di studi, in base alla tua priorità. Non devi risolvere tutto da sola! Ti lascio con una domanda: qual è un piccolissimo passo che puoi fare da subito per muoverti in direzione di quello che vuoi?
Gentilissima,
lei descrive una sensazione di fatica ed immobilità che sembra legata a giudizi interni molto severi. Spesso infatti sembra che sia presente un'aspettativa che non viene mai soddisfatta ma anzi disattesa costantemente, causando la sensazione di non essere abbastanza in nessun contesto (didattico, relazionale o lavorativo).
Anche la fine della relazione sembra aver riattivato questo vissuto, portandola a sentirsi responsabile di tutto. Ma una rottura raramente ha una sola causa o un solo colpevole.
La possibilità di iniziare un percorso psicologico la aiuterebbe a comprendere meglio ciò che sente da ciò che si impone di essere. Non per “aggiustarsi”, ma per iniziare a guardarsi con meno durezza.
Si prenda del tempo per pensarci, e se lo ritiene possibile provi. Merita di stare bene e trovare serenità.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
lei descrive una sensazione di fatica ed immobilità che sembra legata a giudizi interni molto severi. Spesso infatti sembra che sia presente un'aspettativa che non viene mai soddisfatta ma anzi disattesa costantemente, causando la sensazione di non essere abbastanza in nessun contesto (didattico, relazionale o lavorativo).
Anche la fine della relazione sembra aver riattivato questo vissuto, portandola a sentirsi responsabile di tutto. Ma una rottura raramente ha una sola causa o un solo colpevole.
La possibilità di iniziare un percorso psicologico la aiuterebbe a comprendere meglio ciò che sente da ciò che si impone di essere. Non per “aggiustarsi”, ma per iniziare a guardarsi con meno durezza.
Si prenda del tempo per pensarci, e se lo ritiene possibile provi. Merita di stare bene e trovare serenità.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Gentile utente,
dalle sue parole non arriva l’immagine di una “fallita”, ma di una persona che sembra vivere da tempo una forte esperienza di blocco, attraversata da ansia, autosvalutazione e senso di inadeguatezza. Colpisce come descriva di sentirsi “assalita da un’ansia micidiale e inarrestabile” proprio quando si avvicina agli esami: quasi come se il movimento verso ciò che desidera si accompagni automaticamente a paralisi e ritiro. Questo, fenomenologicamente, fa pensare più alla paura del fallimento e del giudizio che a mancanza di capacità.
Anche nel lavoro e nella relazione sembra emergere un tema ricorrente: il timore di “non essere all’altezza”, di “accontentarsi”, di deludere, fino a sentirsi responsabile perfino della rottura. Come se lo sguardo su di sé passasse soprattutto attraverso colpa e insufficienza.
E sì, il pensiero di rivolgersi a uno psicologo potrebbe avere molto senso, proprio per dare spazio e comprensione a questo vissuto che porta da sola da tanto. Non tanto per “aggiustare” qualcosa che non va, ma per comprendere più a fondo cosa le succede quando prova a muoversi verso ciò che desidera.
Resto a disposizione
Saluti
dalle sue parole non arriva l’immagine di una “fallita”, ma di una persona che sembra vivere da tempo una forte esperienza di blocco, attraversata da ansia, autosvalutazione e senso di inadeguatezza. Colpisce come descriva di sentirsi “assalita da un’ansia micidiale e inarrestabile” proprio quando si avvicina agli esami: quasi come se il movimento verso ciò che desidera si accompagni automaticamente a paralisi e ritiro. Questo, fenomenologicamente, fa pensare più alla paura del fallimento e del giudizio che a mancanza di capacità.
Anche nel lavoro e nella relazione sembra emergere un tema ricorrente: il timore di “non essere all’altezza”, di “accontentarsi”, di deludere, fino a sentirsi responsabile perfino della rottura. Come se lo sguardo su di sé passasse soprattutto attraverso colpa e insufficienza.
E sì, il pensiero di rivolgersi a uno psicologo potrebbe avere molto senso, proprio per dare spazio e comprensione a questo vissuto che porta da sola da tanto. Non tanto per “aggiustare” qualcosa che non va, ma per comprendere più a fondo cosa le succede quando prova a muoversi verso ciò che desidera.
Resto a disposizione
Saluti
Buongiorno,
quello che emerge dal suo racconto è una grande sofferenza, ma anche una forte lucidità nel descrivere ciò che le sta accadendo. Quando si accumulano più difficoltà contemporaneamente – studio, lavoro, relazione, autostima – è molto facile arrivare a sentirsi “bloccati” e dare a se stessi un giudizio globale negativo, come quello di “fallita”.
In realtà, quello che descrive è più simile a un momento di stallo legato all’ansia e alla paura di non essere all’altezza, che nel tempo hanno limitato le sue possibilità di azione.
Il blocco che sperimenta nello studio è un punto centrale: l’ansia intensa davanti agli esami porta a rimandare, e il rimandare alimenta senso di colpa, frustrazione e perdita di fiducia. Questo non ha a che fare con mancanza di capacità, ma con un meccanismo che si autoalimenta e che può diventare molto invalidante se non viene affrontato.
Anche sul piano lavorativo sembra esserci lo stesso nodo: il timore di non sentirsi all’altezza o di “accontentarsi” porta a fermarsi, ma questo immobilismo finisce per aumentare la sensazione di inadeguatezza. È come se ogni scelta dovesse essere quella giusta al 100%, e questo rende molto difficile anche solo iniziare.
Per quanto riguarda la relazione, è comprensibile che la rottura dopo tanti anni abbia avuto un impatto così forte. Tuttavia, da quello che racconta, emerge anche una differenza nei bisogni e nei tempi di vita tra lei e il suo ex partner. Attribuirsi completamente la responsabilità della fine della relazione rischia di rinforzare ulteriormente quella visione negativa di sé che già fatica a gestire.
Un elemento che attraversa tutto il suo racconto è proprio la bassa autostima, che la porta a dubitare costantemente delle sue capacità e a giudicarsi con molta durezza. Questo tipo di funzionamento, nel tempo, può portare a evitare le situazioni che mettono alla prova, mantenendo però il problema.
In questi casi, più che cercare subito “la soluzione giusta” per tutta la vita, è importante intervenire sul meccanismo che la blocca. Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere meglio l’origine di questa ansia, lavorare sull’autostima e recuperare gradualmente la capacità di affrontare le situazioni senza sentirsi sopraffatta.
Non è necessario arrivare a un punto estremo per chiedere aiuto: il fatto che lei si senta stanca di questa situazione e desideri cambiare è già un segnale importante. Con il giusto supporto è possibile uscire da questo circolo e iniziare a fare piccoli passi concreti, senza dover avere subito tutte le risposte.
Non si tratta di aver “fallito”, ma di essere rimasta bloccata in un momento della sua vita. E da questi momenti, con il tempo e l’aiuto adeguato, si può ripartire.
quello che emerge dal suo racconto è una grande sofferenza, ma anche una forte lucidità nel descrivere ciò che le sta accadendo. Quando si accumulano più difficoltà contemporaneamente – studio, lavoro, relazione, autostima – è molto facile arrivare a sentirsi “bloccati” e dare a se stessi un giudizio globale negativo, come quello di “fallita”.
In realtà, quello che descrive è più simile a un momento di stallo legato all’ansia e alla paura di non essere all’altezza, che nel tempo hanno limitato le sue possibilità di azione.
Il blocco che sperimenta nello studio è un punto centrale: l’ansia intensa davanti agli esami porta a rimandare, e il rimandare alimenta senso di colpa, frustrazione e perdita di fiducia. Questo non ha a che fare con mancanza di capacità, ma con un meccanismo che si autoalimenta e che può diventare molto invalidante se non viene affrontato.
Anche sul piano lavorativo sembra esserci lo stesso nodo: il timore di non sentirsi all’altezza o di “accontentarsi” porta a fermarsi, ma questo immobilismo finisce per aumentare la sensazione di inadeguatezza. È come se ogni scelta dovesse essere quella giusta al 100%, e questo rende molto difficile anche solo iniziare.
Per quanto riguarda la relazione, è comprensibile che la rottura dopo tanti anni abbia avuto un impatto così forte. Tuttavia, da quello che racconta, emerge anche una differenza nei bisogni e nei tempi di vita tra lei e il suo ex partner. Attribuirsi completamente la responsabilità della fine della relazione rischia di rinforzare ulteriormente quella visione negativa di sé che già fatica a gestire.
Un elemento che attraversa tutto il suo racconto è proprio la bassa autostima, che la porta a dubitare costantemente delle sue capacità e a giudicarsi con molta durezza. Questo tipo di funzionamento, nel tempo, può portare a evitare le situazioni che mettono alla prova, mantenendo però il problema.
In questi casi, più che cercare subito “la soluzione giusta” per tutta la vita, è importante intervenire sul meccanismo che la blocca. Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere meglio l’origine di questa ansia, lavorare sull’autostima e recuperare gradualmente la capacità di affrontare le situazioni senza sentirsi sopraffatta.
Non è necessario arrivare a un punto estremo per chiedere aiuto: il fatto che lei si senta stanca di questa situazione e desideri cambiare è già un segnale importante. Con il giusto supporto è possibile uscire da questo circolo e iniziare a fare piccoli passi concreti, senza dover avere subito tutte le risposte.
Non si tratta di aver “fallito”, ma di essere rimasta bloccata in un momento della sua vita. E da questi momenti, con il tempo e l’aiuto adeguato, si può ripartire.
Immagino che tutto quello che stai vivendo sia fonte di grande dolore e demoralizzazione. Inizierei lavorando sull'autostima per far emergere tutte le tue qualità e capacità per realizzare gli obiettivi che ti sei prefissata.
Nel mio profilo troverai una promo per studenti per consulenze a prezzo agevolato.
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La cosa che ci delude di più sono le nostre aspettative: l’immagine di noi stessi come qualcosa di diverso da ciò che siamo adesso. Canalizziamo le nostre energie su quella proiezione di come “dovremmo essere davvero”, come se la versione attuale fosse sbagliata.
Alla prima verifica di questa ipotesi mentale che abbiamo creato, entriamo in panico e lì può succedere di tutto. L’esame, in sé, non è altro che una prova del materiale memorizzato o compreso; ma se lo prendiamo come un test per validare noi stessi, non funziona.
L’autostima bassa emerge anche quando la voce interiore è molto critica e ci diciamo: “non sei capace”, “sei un fallimento”, “hai perso tutto”. Siamo abituati a pensare che questa voce ci aiuti a motivarci e a raggiungere quell’Io ideale che “dobbiamo essere”. Invece no.
Qui manca la compassione. Non parlo di procrastinazione, dove il corpo si rifiuta di lavorare, ma della capacità di dirsi: “che bello che ho ancora tante cose da scoprire su di me”, “che bello se oggi riuscissi a imparare qualcosa di nuovo da questa materia”, senza mettere troppa pressione. Anche se l’esame non viene superato, può comunque aver aiutato a capire meglio di cosa si tratta: tutto nella vita è un’esperienza. Il fidanzato, dopo 10 anni, penso sia stato di aiuto se si offriva coprire lui le spese finche lei sta meglio.
Non serve sempre etichettare tutto come negativo o positivo, ma vivere e sperimentare. Io credo che una terapia potrebbe aiutare a consolidare comportamenti più benevoli verso se stessi e a comprendere meglio come nasce questo meccanismo, in modo più chiaro e utile, non basandosi su una sola descrizione.
Intanto, spero che tu possa trovare il coraggio di presentarti all’esame, ad un psicologa cara e affrontare le cose passo dopo passo, senza dare un giudizio generale su di te.
Alla prima verifica di questa ipotesi mentale che abbiamo creato, entriamo in panico e lì può succedere di tutto. L’esame, in sé, non è altro che una prova del materiale memorizzato o compreso; ma se lo prendiamo come un test per validare noi stessi, non funziona.
L’autostima bassa emerge anche quando la voce interiore è molto critica e ci diciamo: “non sei capace”, “sei un fallimento”, “hai perso tutto”. Siamo abituati a pensare che questa voce ci aiuti a motivarci e a raggiungere quell’Io ideale che “dobbiamo essere”. Invece no.
Qui manca la compassione. Non parlo di procrastinazione, dove il corpo si rifiuta di lavorare, ma della capacità di dirsi: “che bello che ho ancora tante cose da scoprire su di me”, “che bello se oggi riuscissi a imparare qualcosa di nuovo da questa materia”, senza mettere troppa pressione. Anche se l’esame non viene superato, può comunque aver aiutato a capire meglio di cosa si tratta: tutto nella vita è un’esperienza. Il fidanzato, dopo 10 anni, penso sia stato di aiuto se si offriva coprire lui le spese finche lei sta meglio.
Non serve sempre etichettare tutto come negativo o positivo, ma vivere e sperimentare. Io credo che una terapia potrebbe aiutare a consolidare comportamenti più benevoli verso se stessi e a comprendere meglio come nasce questo meccanismo, in modo più chiaro e utile, non basandosi su una sola descrizione.
Intanto, spero che tu possa trovare il coraggio di presentarti all’esame, ad un psicologa cara e affrontare le cose passo dopo passo, senza dare un giudizio generale su di te.
Buongiorno, grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo.
Quello che descrivi non parla di una “persona fallita”, ma di una persona bloccata da un’ansia molto intensa, da una forte autocritica e dalla paura di deludere. Questo insieme di fattori può portare proprio a ciò che racconti: difficoltà nello studio, procrastinazione, evitamento del lavoro, senso di inadeguatezza e, nel tempo, anche ripercussioni nelle relazioni.
L’ansia che ti assale quando provi a studiare sembra diventare così forte da paralizzarti, e più eviti più aumenta la sensazione di non farcela, alimentando un circolo che si rinforza da solo. Allo stesso modo, la paura di “accontentarti” o di non essere all’altezza può averti tenuta ferma anche sul piano lavorativo.
La rottura della relazione, in questo contesto, può aver amplificato molto il senso di colpa e di fallimento, ma non può essere ridotta solo a una tua responsabilità: in una coppia le dinamiche sono sempre condivise.
Il punto centrale è che non si tratta di mancanza di capacità o volontà, ma di un funzionamento che in questo momento ti sta limitando e che può essere compreso e modificato.
Il fatto che tu non sia mai riuscita a rivolgerti a un professionista è comprensibile, ma proprio da quello che racconti un supporto psicologico potrebbe aiutarti concretamente a:
gestire l’ansia (soprattutto legata allo studio e alle prestazioni),
lavorare sull’autostima e sull’autocritica,
fare chiarezza sulle scelte (studio/lavoro) senza sentirti “bloccata”.
Non devi risolvere tutto insieme né “prendere in mano la vita” in un colpo solo: si tratta di iniziare a sciogliere, passo dopo passo, questo blocco.
Un caro saluto.
Dottoressa Isabeau Bentivoglio
Quello che descrivi non parla di una “persona fallita”, ma di una persona bloccata da un’ansia molto intensa, da una forte autocritica e dalla paura di deludere. Questo insieme di fattori può portare proprio a ciò che racconti: difficoltà nello studio, procrastinazione, evitamento del lavoro, senso di inadeguatezza e, nel tempo, anche ripercussioni nelle relazioni.
L’ansia che ti assale quando provi a studiare sembra diventare così forte da paralizzarti, e più eviti più aumenta la sensazione di non farcela, alimentando un circolo che si rinforza da solo. Allo stesso modo, la paura di “accontentarti” o di non essere all’altezza può averti tenuta ferma anche sul piano lavorativo.
La rottura della relazione, in questo contesto, può aver amplificato molto il senso di colpa e di fallimento, ma non può essere ridotta solo a una tua responsabilità: in una coppia le dinamiche sono sempre condivise.
Il punto centrale è che non si tratta di mancanza di capacità o volontà, ma di un funzionamento che in questo momento ti sta limitando e che può essere compreso e modificato.
Il fatto che tu non sia mai riuscita a rivolgerti a un professionista è comprensibile, ma proprio da quello che racconti un supporto psicologico potrebbe aiutarti concretamente a:
gestire l’ansia (soprattutto legata allo studio e alle prestazioni),
lavorare sull’autostima e sull’autocritica,
fare chiarezza sulle scelte (studio/lavoro) senza sentirti “bloccata”.
Non devi risolvere tutto insieme né “prendere in mano la vita” in un colpo solo: si tratta di iniziare a sciogliere, passo dopo passo, questo blocco.
Un caro saluto.
Dottoressa Isabeau Bentivoglio
Ciao, nelle tue parole c’è molta sofferenza, ma anche molta lucidità. Riesci a vedere il nodo, anche se in questo momento ti sembra impossibile scioglierlo.
Mi colpisce il modo in cui definisci te stessa: “fallita”. Ma il fallimento è spesso una categoria che nasce dal confronto — con i tempi degli altri, con i traguardi degli altri, con l’idea di dove “dovremmo” essere a una certa età. In realtà si è “falliti” solo se si assume che la propria storia sia già chiusa, definitiva. Ma finché si è dentro la vita, finché c’è possibilità di movimento, ridefinizione e scelta, non si è fermi in un esito: si è in un processo.
Quello che descrivi rispetto allo studio non sembra pigrizia né mancanza di capacità: quell’ansia così intensa è un sintomo, e il sintomo non arriva mai per caso. Spesso è un segnale che indica qualcosa di più profondo, qualcosa che ancora non riesce a essere visto chiaramente: paura del giudizio, paura di non essere all’altezza, paura di scegliere e quindi di rinunciare ad altre possibilità, paura di deludere.
Il punto non è combattere l’ansia o spaventarsene, ma iniziare a guardarla come un messaggio da decifrare. Perché a volte ciò che blocca non è l’esame, il lavoro o la relazione, ma il significato profondo che quelle esperienze assumono per noi.
Anche nella relazione che racconti sembra emergere un tema importante: il peso delle aspettative. Quelle dell’altro, quelle che immagini dei tuoi genitori, e soprattutto quelle che hai interiorizzato su di te. Quando si vive cercando di rispondere a ciò che ci si aspetta, spesso si perde il contatto con ciò che si desidera davvero.
Forse la domanda centrale non è “come faccio a prendere in mano la mia vita?”, ma: di cosa ho davvero paura, se mi muovo? E anche: di cosa ho paura, se resto ferma?
Queste domande raramente trovano risposta da sole, soprattutto quando da tanto tempo l’autostima è fragile e l’autocritica occupa tutto lo spazio. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un modo per avere più strumenti, più forza e più chiarezza nel capire in quale direzione andare, distinguendo ciò che vuoi tu da ciò che senti di dover essere per gli altri.
Il mio consiglio è di non aspettare di “stare peggio” per iniziare un percorso psicologico. A volte il primo passo non serve a risolvere tutto, ma a iniziare finalmente a capirsi. E spesso è proprio da lì che il movimento riparte.
Mi colpisce il modo in cui definisci te stessa: “fallita”. Ma il fallimento è spesso una categoria che nasce dal confronto — con i tempi degli altri, con i traguardi degli altri, con l’idea di dove “dovremmo” essere a una certa età. In realtà si è “falliti” solo se si assume che la propria storia sia già chiusa, definitiva. Ma finché si è dentro la vita, finché c’è possibilità di movimento, ridefinizione e scelta, non si è fermi in un esito: si è in un processo.
Quello che descrivi rispetto allo studio non sembra pigrizia né mancanza di capacità: quell’ansia così intensa è un sintomo, e il sintomo non arriva mai per caso. Spesso è un segnale che indica qualcosa di più profondo, qualcosa che ancora non riesce a essere visto chiaramente: paura del giudizio, paura di non essere all’altezza, paura di scegliere e quindi di rinunciare ad altre possibilità, paura di deludere.
Il punto non è combattere l’ansia o spaventarsene, ma iniziare a guardarla come un messaggio da decifrare. Perché a volte ciò che blocca non è l’esame, il lavoro o la relazione, ma il significato profondo che quelle esperienze assumono per noi.
Anche nella relazione che racconti sembra emergere un tema importante: il peso delle aspettative. Quelle dell’altro, quelle che immagini dei tuoi genitori, e soprattutto quelle che hai interiorizzato su di te. Quando si vive cercando di rispondere a ciò che ci si aspetta, spesso si perde il contatto con ciò che si desidera davvero.
Forse la domanda centrale non è “come faccio a prendere in mano la mia vita?”, ma: di cosa ho davvero paura, se mi muovo? E anche: di cosa ho paura, se resto ferma?
Queste domande raramente trovano risposta da sole, soprattutto quando da tanto tempo l’autostima è fragile e l’autocritica occupa tutto lo spazio. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un modo per avere più strumenti, più forza e più chiarezza nel capire in quale direzione andare, distinguendo ciò che vuoi tu da ciò che senti di dover essere per gli altri.
Il mio consiglio è di non aspettare di “stare peggio” per iniziare un percorso psicologico. A volte il primo passo non serve a risolvere tutto, ma a iniziare finalmente a capirsi. E spesso è proprio da lì che il movimento riparte.
È frequente che ansia e autostima si rinforzino a vicenda: l’ansia può portare a evitare esperienze che aumenterebbero la fiducia, mentre la bassa autostima può aumentare la sensibilità ad errori e critiche, alimentando preoccupazioni. L’obiettivo è ridurre la paura del fallimento e la convinzione rigida dell'essere responsabile di tutto ciò che va storto, allenando un dialogo interiore più realistico e incoraggiante. Un supporto psicologico le permetterebbe di ridurre i sintomi ansiosi (gestione delle preoccupazioni, dei segnali fisici e dei comportamenti di evitamento), di
rafforzare l’autostima attraverso l’identificazione di valori personali e la costruzione di un dialogo interno più equilibrato, di migliorare le abilità di coping (strategie pratiche per affrontare situazioni difficili, comunicazione assertiva, tolleranza dell’incertezza) con un incremento del funzionamento e la ripresa graduale di attività importanti e gratificanti. Cordialmente, Dott.ssa Marialuisa De Martino
rafforzare l’autostima attraverso l’identificazione di valori personali e la costruzione di un dialogo interno più equilibrato, di migliorare le abilità di coping (strategie pratiche per affrontare situazioni difficili, comunicazione assertiva, tolleranza dell’incertezza) con un incremento del funzionamento e la ripresa graduale di attività importanti e gratificanti. Cordialmente, Dott.ssa Marialuisa De Martino
Buonasera, quello che racconta è un vissuto molto intenso e, soprattutto, molto faticoso da portare avanti da sola. Il modo in cui descrive la sua esperienza restituisce non solo difficoltà concrete su più aree della vita, ma anche un senso profondo di blocco, auto-valutazione negativa e pressione interna costante. È comprensibile che questo possa portare a sentirsi “fermi” e allo stesso tempo sotto giudizio continuo da parte di sé stessi. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, quando una persona si trova in una situazione come la sua, spesso non è un singolo problema a generare sofferenza, ma l’interazione tra pensieri, emozioni e comportamenti che si rinforzano a vicenda. Per esempio, il pensiero di non essere all’altezza può generare ansia intensa, l’ansia può rendere difficile affrontare lo studio o le decisioni importanti, e l’evitamento o la procrastinazione possono a loro volta rafforzare l’idea di non farcela. Col tempo, questo circuito può diventare molto stabile e convincente, anche se non corrisponde a una valutazione oggettiva delle proprie capacità. Un aspetto importante che emerge è la presenza di standard molto elevati verso di sé e, contemporaneamente, una forte paura delle conseguenze di ogni scelta. Questo spesso porta a una condizione di immobilità decisionale, in cui qualsiasi direzione sembra rischiosa: continuare gli studi significa esporsi all’ansia e alla possibilità di fallire, interromperli significa sentire di aver perso tempo. In entrambi i casi, la mente tende a mantenere attivo un senso di colpa o inadeguatezza. Anche la dimensione relazionale che racconta si inserisce in questo quadro. Il senso di responsabilità verso il partner, l’idea di dover “salvare” o essere sufficienti per l’altro, insieme alla percezione di non essere stata abbastanza, può amplificare ulteriormente la sensazione di inadeguatezza. In realtà, nelle relazioni sane, la crescita personale non è mai responsabilità esclusiva di una sola persona, ma un processo che coinvolge entrambi i membri in modo reciproco e non colpevolizzante. È importante sottolineare che il fatto di non essere riuscita finora a trovare un proprio equilibrio non significa essere una persona “fallita”, ma piuttosto una persona che sta vivendo da tempo uno stato di sovraccarico emotivo e cognitivo, senza aver ancora avuto uno spazio adeguato per riorganizzare i propri pensieri e le proprie scelte in modo più flessibile e sostenibile. Il desiderio che esprime, cioè “vederci più chiaro”, è già un passaggio molto significativo. In un percorso psicologico, soprattutto di orientamento cognitivo comportamentale, si lavora proprio su questo: comprendere come si sono formati certi schemi di pensiero su di sé, come questi influenzano le emozioni e i comportamenti quotidiani, e come sia possibile costruire gradualmente modalità più funzionali e meno auto-penalizzanti di affrontare le situazioni. Non si tratta di trovare una risposta immediata su cosa “fare della vita”, ma di ricostruire progressivamente la possibilità di scegliere senza essere guidati esclusivamente dalla paura del fallimento o del giudizio. In molti casi, già il fatto di avere uno spazio stabile in cui riorganizzare questi aspetti permette di ridurre la sensazione di confusione e di blocco. Il fatto che non abbia ancora intrapreso un percorso non è un limite, ma può diventare un punto di partenza significativo. A volte, proprio quando si sente di essere arrivati a un livello di stanchezza profonda, può essere il momento in cui diventa più possibile iniziare a costruire un cambiamento concreto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Capisco quanto possa essere faticoso trovarsi in una situazione come quella che descrivi: quando più aree della vita sembrano “bloccate”, è facile arrivare a sentirsi sopraffatti e a trarre conclusioni molto dure su se stessi.
Da ciò che racconti, però, emergono alcuni elementi importanti che meritano attenzione. L’ansia intensa che si attiva nello studio non è mancanza di volontà o di capacità, ma sembra piuttosto un meccanismo che ti paralizza e ti porta a evitare, alimentando poi frustrazione e senso di fallimento. Questo circolo è molto comune e può essere compreso e trattato efficacemente.
Anche sul piano lavorativo e relazionale si nota un filo conduttore: il timore di non essere all’altezza, di deludere, di fare scelte “sbagliate”. Sono pensieri che, nel tempo, possono ridurre la fiducia in sé e bloccare il passaggio all’azione, non perché tu non abbia risorse, ma perché queste faticano a emergere sotto il peso dell’ansia e dell’autocritica.
Per quanto riguarda la relazione, è comprensibile che tu ti senta ferita e responsabilizzata. Tuttavia, una relazione è sempre il risultato di dinamiche reciproche: attribuire a te stessa l’intera causa della rottura rischia di essere una lettura parziale e, soprattutto, molto penalizzante nei tuoi confronti.
Il fatto che tu riesca a descrivere con lucidità ciò che stai vivendo è già un segnale di consapevolezza importante. Allo stesso tempo, la sofferenza che esprimi merita uno spazio adeguato di ascolto e di lavoro.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a comprendere meglio l’origine e il funzionamento della tua ansia;lavorare sull’autostima e sul dialogo interno, spesso molto critico;sbloccare gradualmente l’azione (studio, lavoro) senza sentirti sopraffatta;rimettere ordine nelle priorità, senza basarti solo sulla paura o sul senso di dovere.
Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un primo passo concreto per iniziare a prenderti cura di te in modo diverso. Potrebbe essere utile considerare un confronto con un professionista, anche solo per iniziare a fare chiarezza e capire da dove partire.
Resto a disposizione nel caso in cui decidessi di intraprendere un percorso. Un caro saluto
Da ciò che racconti, però, emergono alcuni elementi importanti che meritano attenzione. L’ansia intensa che si attiva nello studio non è mancanza di volontà o di capacità, ma sembra piuttosto un meccanismo che ti paralizza e ti porta a evitare, alimentando poi frustrazione e senso di fallimento. Questo circolo è molto comune e può essere compreso e trattato efficacemente.
Anche sul piano lavorativo e relazionale si nota un filo conduttore: il timore di non essere all’altezza, di deludere, di fare scelte “sbagliate”. Sono pensieri che, nel tempo, possono ridurre la fiducia in sé e bloccare il passaggio all’azione, non perché tu non abbia risorse, ma perché queste faticano a emergere sotto il peso dell’ansia e dell’autocritica.
Per quanto riguarda la relazione, è comprensibile che tu ti senta ferita e responsabilizzata. Tuttavia, una relazione è sempre il risultato di dinamiche reciproche: attribuire a te stessa l’intera causa della rottura rischia di essere una lettura parziale e, soprattutto, molto penalizzante nei tuoi confronti.
Il fatto che tu riesca a descrivere con lucidità ciò che stai vivendo è già un segnale di consapevolezza importante. Allo stesso tempo, la sofferenza che esprimi merita uno spazio adeguato di ascolto e di lavoro.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a comprendere meglio l’origine e il funzionamento della tua ansia;lavorare sull’autostima e sul dialogo interno, spesso molto critico;sbloccare gradualmente l’azione (studio, lavoro) senza sentirti sopraffatta;rimettere ordine nelle priorità, senza basarti solo sulla paura o sul senso di dovere.
Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un primo passo concreto per iniziare a prenderti cura di te in modo diverso. Potrebbe essere utile considerare un confronto con un professionista, anche solo per iniziare a fare chiarezza e capire da dove partire.
Resto a disposizione nel caso in cui decidessi di intraprendere un percorso. Un caro saluto
Buongiorno. Mi dispiace per questo suo vissuto e La ringrazio intanto di aver condiviso parte della Sua esperienza. Da ciò che racconta, sembra che da tempo Lei stia vivendo un peso molto forte fatto di ansia, autosvalutazione, senso di fallimento e fatica nel sentirsi all’altezza, e tutto questo sta incidendo su più aree della Sua vita. Non credo che il punto sia che Lei “non abbia voglia” o “non si impegni abbastanza”, ma che probabilmente da tempo stia portando una sofferenza che La blocca e La fa sentire sempre più distante da ciò che vorrebbe per sé. Il fatto che oggi senta il bisogno di vederci più chiaro è già un passaggio importante. Se questa situazione dovesse pesarLe o destabilizzarLa, può valutare un supporto psicologico, con me o con il professionista che ritiene più adatto a Lei.
Le auguro una buona giornata.
Le auguro una buona giornata.
Cara utente, dalle sue parole traspare con chiarezza la profondità della sofferenza e del senso di stallo che sta vivendo in questo momento.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla molto a fare luce su ciò che sta agendo come blocco all'interno della sua vita. In molte situazioni, infatti, una forte autocritica e il costante denigrare le proprie capacità alimentano un circuito d'ansia che rende quasi impossibile l'approccio allo studio e l'azione nel presente.
A 29 anni c'è ancora moltissimo spazio per costruire e ridisegnare il proprio futuro, ma per farlo è necessario provare a uscire da quella demoralizzazione legata a standard sociali stereotipati, che spesso non tengono conto della complessità e delle unicità dei percorsi individuali. È importante anche poter distinguere le sue responsabilità da quelle che il suo partner le ha attribuito: lei non aveva il compito di 'salvare' nessuno, se non se stessa.
Per iniziare a prendersi cura di questo suo malessere, può valutare diverse strade:
Il servizio pubblico: può verificare se nel suo territorio è presente la figura dello Psicologo di Base o rivolgersi al Consultorio Familiare della sua zona, a cui si può accedere per problematiche personali e relazionali. Questi servizi solitamente non offrono una psicoterapia di lungo periodo, ma sono preziosi per mettere a fuoco i primi punti su cui lavorare per sbloccare la situazione.
Il percorso privato: in alternativa, può valutare di iniziare direttamente un percorso di psicoterapia, che le permetterebbe uno spazio di approfondimento più continuativo e specifico.
Il fatto stesso che lei abbia scritto qui e stia cercando di 'vederci chiaro' è già il primo, fondamentale passo per smettere di sentirsi ferma e iniziare a riprendere in mano la sua vita.
Un cordiale saluto,
C.G.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla molto a fare luce su ciò che sta agendo come blocco all'interno della sua vita. In molte situazioni, infatti, una forte autocritica e il costante denigrare le proprie capacità alimentano un circuito d'ansia che rende quasi impossibile l'approccio allo studio e l'azione nel presente.
A 29 anni c'è ancora moltissimo spazio per costruire e ridisegnare il proprio futuro, ma per farlo è necessario provare a uscire da quella demoralizzazione legata a standard sociali stereotipati, che spesso non tengono conto della complessità e delle unicità dei percorsi individuali. È importante anche poter distinguere le sue responsabilità da quelle che il suo partner le ha attribuito: lei non aveva il compito di 'salvare' nessuno, se non se stessa.
Per iniziare a prendersi cura di questo suo malessere, può valutare diverse strade:
Il servizio pubblico: può verificare se nel suo territorio è presente la figura dello Psicologo di Base o rivolgersi al Consultorio Familiare della sua zona, a cui si può accedere per problematiche personali e relazionali. Questi servizi solitamente non offrono una psicoterapia di lungo periodo, ma sono preziosi per mettere a fuoco i primi punti su cui lavorare per sbloccare la situazione.
Il percorso privato: in alternativa, può valutare di iniziare direttamente un percorso di psicoterapia, che le permetterebbe uno spazio di approfondimento più continuativo e specifico.
Il fatto stesso che lei abbia scritto qui e stia cercando di 'vederci chiaro' è già il primo, fondamentale passo per smettere di sentirsi ferma e iniziare a riprendere in mano la sua vita.
Un cordiale saluto,
C.G.
Gent.ma utente,
per chiedere supporto psicologico, più che coraggio, occorre consapevolezza. La consapevolezza di avere bisogno di indirizzare la propria vita verso un cambiamento che apporti benessere e crescita personale, che consenta di gestire con maggiore competenza e flessibilità le insidie e le paure della vita.
Lei questa consapevolezza l'ha raggiunta. Scrivendo questo messaggio sta testimoniando che la sua vita non è soddisfacente, che non riesce a far fronte alle richieste dell'ambiente, che si sente incompleta, indesiderata e frustrata all'idea di non ottenere quel po' di felicità che tutti meritano.
Dunque, il passo successivo che deve compiere è agire per cambiare le cose, per dare una svolta alla sua vita e cominciare a determinare, con le sue forze, quale indirizzo debba prendere, protagonista delle sue decisioni, in grado di affrontare le conseguenze e motivata a perseguire i suoi desideri, anche quelli più ambiziosi.
Stare lì a contemplare ciò che non la soddisfa o ciò che le manca, non produrrà alcun vantaggio. L'unica via da percorrere è agire e sviluppare una mentalità di crescita.
Il percorso psicologico può avere questa duplice meta: aiutarla a gestire le emozioni negative che sta vivendo, comprese quelle relative alla sua situazione sentimentale, aiutarla a non essere in balia dei pensieri intrusivi e pessimistici della sua vita, ma anche a generare maggiore fiducia e autostima, ricercando le emozioni positive che attestano quanto può essere bella e preziosa la vita e come bisogna approfittare di questo bellissimo dono.
In questo momento, lei è una spettatrice critica e pessimista su quello che le sta accadendo nella vita. La chiave è diventare l'attrice protagonista e vivere ogni giorno al massimo delle sue potenzialità, con obiettivi concreti e raggiungibili, con la capacità di migliorare autonomamente la sua vita e, di conseguenza, anche quella del mondo che la circonda. Solo provando, sbagliando e ricominciando, troverà finalmente la sua strada per un benessere duraturo e una maggiore soddisfazione. Ma anche imparando a fermarsi quando serve per godersi il presente, i piccoli traguardi e la compagnia delle persone significative della sua vita.
Se lo desidera posso supportarla in questo difficile momento. Anche tramite consulenza online.
Restando a disposizione per dubbi o informazioni, le auguro il meglio.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
per chiedere supporto psicologico, più che coraggio, occorre consapevolezza. La consapevolezza di avere bisogno di indirizzare la propria vita verso un cambiamento che apporti benessere e crescita personale, che consenta di gestire con maggiore competenza e flessibilità le insidie e le paure della vita.
Lei questa consapevolezza l'ha raggiunta. Scrivendo questo messaggio sta testimoniando che la sua vita non è soddisfacente, che non riesce a far fronte alle richieste dell'ambiente, che si sente incompleta, indesiderata e frustrata all'idea di non ottenere quel po' di felicità che tutti meritano.
Dunque, il passo successivo che deve compiere è agire per cambiare le cose, per dare una svolta alla sua vita e cominciare a determinare, con le sue forze, quale indirizzo debba prendere, protagonista delle sue decisioni, in grado di affrontare le conseguenze e motivata a perseguire i suoi desideri, anche quelli più ambiziosi.
Stare lì a contemplare ciò che non la soddisfa o ciò che le manca, non produrrà alcun vantaggio. L'unica via da percorrere è agire e sviluppare una mentalità di crescita.
Il percorso psicologico può avere questa duplice meta: aiutarla a gestire le emozioni negative che sta vivendo, comprese quelle relative alla sua situazione sentimentale, aiutarla a non essere in balia dei pensieri intrusivi e pessimistici della sua vita, ma anche a generare maggiore fiducia e autostima, ricercando le emozioni positive che attestano quanto può essere bella e preziosa la vita e come bisogna approfittare di questo bellissimo dono.
In questo momento, lei è una spettatrice critica e pessimista su quello che le sta accadendo nella vita. La chiave è diventare l'attrice protagonista e vivere ogni giorno al massimo delle sue potenzialità, con obiettivi concreti e raggiungibili, con la capacità di migliorare autonomamente la sua vita e, di conseguenza, anche quella del mondo che la circonda. Solo provando, sbagliando e ricominciando, troverà finalmente la sua strada per un benessere duraturo e una maggiore soddisfazione. Ma anche imparando a fermarsi quando serve per godersi il presente, i piccoli traguardi e la compagnia delle persone significative della sua vita.
Se lo desidera posso supportarla in questo difficile momento. Anche tramite consulenza online.
Restando a disposizione per dubbi o informazioni, le auguro il meglio.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Da quello che racconti non emerge il fallimento di una persona, ma il peso di tanti anni vissuti sentendoti costantemente “non abbastanza”. Quando questo vissuto accompagna a lungo, spesso ogni scelta diventa carica di paura: paura di sbagliare, di deludere, di perdere tempo, di non essere all’altezza. E così si resta bloccati, non per mancanza di volontà, ma perché ogni passo sembra avere un costo emotivo enorme. Più che il problema della laurea, del lavoro o della relazione, sembra esserci una fatica più profonda legata al modo in cui senti te stessa: un’identità costruita più sul timore di fallire che sul riconoscimento del tuo valore. Quando ci si percepisce così, anche decidere diventa difficile, perché ogni scelta sembra una prova del proprio valore personale. Anche la rottura con il tuo compagno probabilmente ha toccato proprio questo punto: non solo la fine di una relazione importante, ma la conferma dolorosa di sentirti “sbagliata”. Questo rende tutto ancora più pesante. Il fatto che tu riesca a raccontarlo con questa lucidità, però, è già un segnale importante: una parte di te non si è arresa e sta cercando di capire, non solo di sopravvivere. Forse oggi non ti serve trovare subito la soluzione perfetta, ma iniziare a comprendere da dove nasce questa sensazione di inadeguatezza che ti accompagna da così tanto tempo. Chiedere aiuto psicologico non significa ammettere una debolezza, ma iniziare finalmente a dare senso a questa fatica. Più che “prendere in mano la tua vita”, forse il primo passo è smettere di guardarti solo attraverso ciò che pensi di non essere riuscita a fare.
Quello che descrivi è un vissuto molto intenso e, soprattutto, molto faticoso da portare avanti da sola: ansia legata allo studio, procrastinazione, senso di inadeguatezza, difficoltà lavorative e una recente rottura affettiva che sembra aver ulteriormente amplificato il senso di fallimento. È comprensibile che in questo momento tu ti senta “bloccata”, ma questo non significa che tu lo sia davvero o che tu sia una “fallita”.
Da quello che racconti emergono alcuni elementi che spesso si intrecciano tra loro:
ansia da prestazione e paura del giudizio, che si attiva quando devi affrontare lo studio e può diventare così intensa da portarti a evitare la situazione;
procrastinazione come strategia di sollievo immediato, che però nel tempo alimenta senso di colpa e frustrazione;
autostima molto fragile, con una tendenza a leggere la tua storia in termini molto autocritici (“non sono abbastanza”, “sto deludendo”);
una forte paura di scegliere, sia nello studio che nel lavoro, legata al timore di “sbagliare strada” o non sentirti all’altezza;
una ferita affettiva recente, in cui ti sei anche sentita responsabile della fine della relazione, aumentando ulteriormente il peso emotivo.
Questi aspetti spesso creano un circolo vizioso: più aumenta l’ansia, più si evita; più si evita, più cresce il senso di fallimento e diminuisce la fiducia in sé.
È importante però sottolineare che non si tratta di mancanza di capacità o “debolezza”, ma di un funzionamento psicologico che può essere compreso e modificato. In questi casi può essere molto utile lavorare sia sull’ansia che sull’autostima, ma anche sui pensieri rigidi e autocritici che alimentano il blocco.
Non è necessario prendere decisioni drastiche sul tuo percorso (come abbandonare gli studi) in uno stato di forte sofferenza emotiva: prima è utile comprendere meglio cosa sta mantenendo questo blocco.
Per questo motivo, sarebbe consigliabile intraprendere un percorso con uno specialista, così da poter fare chiarezza su ciò che stai vivendo e costruire strumenti concreti per gestire ansia, scelte e autostima in modo più funzionale e meno doloroso.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Da quello che racconti emergono alcuni elementi che spesso si intrecciano tra loro:
ansia da prestazione e paura del giudizio, che si attiva quando devi affrontare lo studio e può diventare così intensa da portarti a evitare la situazione;
procrastinazione come strategia di sollievo immediato, che però nel tempo alimenta senso di colpa e frustrazione;
autostima molto fragile, con una tendenza a leggere la tua storia in termini molto autocritici (“non sono abbastanza”, “sto deludendo”);
una forte paura di scegliere, sia nello studio che nel lavoro, legata al timore di “sbagliare strada” o non sentirti all’altezza;
una ferita affettiva recente, in cui ti sei anche sentita responsabile della fine della relazione, aumentando ulteriormente il peso emotivo.
Questi aspetti spesso creano un circolo vizioso: più aumenta l’ansia, più si evita; più si evita, più cresce il senso di fallimento e diminuisce la fiducia in sé.
È importante però sottolineare che non si tratta di mancanza di capacità o “debolezza”, ma di un funzionamento psicologico che può essere compreso e modificato. In questi casi può essere molto utile lavorare sia sull’ansia che sull’autostima, ma anche sui pensieri rigidi e autocritici che alimentano il blocco.
Non è necessario prendere decisioni drastiche sul tuo percorso (come abbandonare gli studi) in uno stato di forte sofferenza emotiva: prima è utile comprendere meglio cosa sta mantenendo questo blocco.
Per questo motivo, sarebbe consigliabile intraprendere un percorso con uno specialista, così da poter fare chiarezza su ciò che stai vivendo e costruire strumenti concreti per gestire ansia, scelte e autostima in modo più funzionale e meno doloroso.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Sentirsi così a 29 anni è un peso enorme, ma quello che descrive non è un fallimento personale: potrebbe essere un blocco emotivo.
L'ansia potrebbe non essere pigrizia: Il blocco con lo studio potrebbe non dipendere dalla mancanza di volontà, ma da un'ansia che ha trasformato l'esame in un giudizio sul valore umano. Più cerca di sforzarsi, più il cervello va in "blackout" per proteggersi dallo stress.
Inoltre la fine della sua relazione e il rapporto con i suoi genitori potrebbero influire sulla sua attivazione e aumentare quell'ansia che senti, per motivi profondi che andrebbero approfonditi.
Potrebbe prendere un momento per scrivere tutto su un foglio, in modo da poterci vedere più chiaro. E poi affrontare un piccolo passo alla volta con un professionista potrebbe aiutarla - per esempio potrebbe imparare delle tecniche che potrebbero riportarla nel momento presente e la aiuterebbero a fare ordine.
L'ansia potrebbe non essere pigrizia: Il blocco con lo studio potrebbe non dipendere dalla mancanza di volontà, ma da un'ansia che ha trasformato l'esame in un giudizio sul valore umano. Più cerca di sforzarsi, più il cervello va in "blackout" per proteggersi dallo stress.
Inoltre la fine della sua relazione e il rapporto con i suoi genitori potrebbero influire sulla sua attivazione e aumentare quell'ansia che senti, per motivi profondi che andrebbero approfonditi.
Potrebbe prendere un momento per scrivere tutto su un foglio, in modo da poterci vedere più chiaro. E poi affrontare un piccolo passo alla volta con un professionista potrebbe aiutarla - per esempio potrebbe imparare delle tecniche che potrebbero riportarla nel momento presente e la aiuterebbero a fare ordine.
Buongiorno, grazie per aver condiviso tutto questo con così tanta sincerità.
Quello che descrive non è il quadro di una “persona fallita”, ma di qualcuno che da tempo sta vivendo sotto una forte pressione interna: ansia, paura di deludere, senso di inadeguatezza e una tendenza a svalutarsi. Quando questi elementi si accumulano, finiscono per bloccare proprio nelle aree più importanti, come lo studio, il lavoro e le scelte di vita.
L’ansia che prova davanti allo studio non è mancanza di capacità, ma sembra più un’ansia da prestazione molto intensa, che porta a evitare e a rimandare. Questo crea un circolo difficile: più si rimanda, più aumenta il senso di fallimento.
Anche sul lavoro emerge un tema simile: il timore di “accontentarsi” o di non essere all’altezza può portare a restare fermi, ma nel tempo questa immobilità pesa ancora di più.
Per quanto riguarda la relazione, è comprensibile che la rottura abbia accentuato il senso di colpa. Tuttavia, da quello che racconta, sembra che si sia trovata a portare da sola una responsabilità molto grande (“salvare” l’altro), che in realtà non può spettare a una sola persona all’interno di una coppia.
C’è un filo comune in tutto quello che descrive: una richiesta interna molto alta verso se stessa, accompagnata però da poca fiducia nelle proprie risorse. Questo porta a sentirsi sempre “indietro” o “sbagliata”, anche quando si stanno facendo tentativi (come l’invio dei curriculum).
Il fatto che lei scriva e si ponga queste domande è già un primo passo importante. Non è bloccata “per sempre”, ma è dentro un meccanismo che può essere compreso e modificato.
Un supporto psicologico potrebbe aiutarla concretamente a:
lavorare sull’ansia che la blocca nello studio
ricostruire un senso di fiducia nelle sue capacità
fare scelte più sostenibili, senza restare paralizzata tra paura e aspettative
Non è necessario arrivare “al limite” per chiedere aiuto: spesso è proprio questo il momento giusto per iniziare.
Se sente il bisogno di fare chiarezza e iniziare a rimettere insieme i pezzi con qualcuno, un colloquio può essere un primo passo utile.
Ricevo anche online, quindi possiamo vederci senza difficoltà anche a distanza.
Quello che descrive non è il quadro di una “persona fallita”, ma di qualcuno che da tempo sta vivendo sotto una forte pressione interna: ansia, paura di deludere, senso di inadeguatezza e una tendenza a svalutarsi. Quando questi elementi si accumulano, finiscono per bloccare proprio nelle aree più importanti, come lo studio, il lavoro e le scelte di vita.
L’ansia che prova davanti allo studio non è mancanza di capacità, ma sembra più un’ansia da prestazione molto intensa, che porta a evitare e a rimandare. Questo crea un circolo difficile: più si rimanda, più aumenta il senso di fallimento.
Anche sul lavoro emerge un tema simile: il timore di “accontentarsi” o di non essere all’altezza può portare a restare fermi, ma nel tempo questa immobilità pesa ancora di più.
Per quanto riguarda la relazione, è comprensibile che la rottura abbia accentuato il senso di colpa. Tuttavia, da quello che racconta, sembra che si sia trovata a portare da sola una responsabilità molto grande (“salvare” l’altro), che in realtà non può spettare a una sola persona all’interno di una coppia.
C’è un filo comune in tutto quello che descrive: una richiesta interna molto alta verso se stessa, accompagnata però da poca fiducia nelle proprie risorse. Questo porta a sentirsi sempre “indietro” o “sbagliata”, anche quando si stanno facendo tentativi (come l’invio dei curriculum).
Il fatto che lei scriva e si ponga queste domande è già un primo passo importante. Non è bloccata “per sempre”, ma è dentro un meccanismo che può essere compreso e modificato.
Un supporto psicologico potrebbe aiutarla concretamente a:
lavorare sull’ansia che la blocca nello studio
ricostruire un senso di fiducia nelle sue capacità
fare scelte più sostenibili, senza restare paralizzata tra paura e aspettative
Non è necessario arrivare “al limite” per chiedere aiuto: spesso è proprio questo il momento giusto per iniziare.
Se sente il bisogno di fare chiarezza e iniziare a rimettere insieme i pezzi con qualcuno, un colloquio può essere un primo passo utile.
Ricevo anche online, quindi possiamo vederci senza difficoltà anche a distanza.
Quello che racconti è molto più profondo di un semplice “periodo no”, e si sente tutta la fatica che ti porti dentro da anni. La parola “fallita” che usi è molto dura, ma se la guardiamo bene non descrive chi sei: descrive come ti senti dopo tanto tempo passato a lottare, a rimandare, a sentirti bloccata e a non vedere risultati come speravi.
Mi occupo spesso di situazioni come la tua, e c’è una cosa che voglio dirti subito con molta chiarezza: quello che stai vivendo non è mancanza di capacità, è un blocco. Un blocco fatto di ansia, paura di deludere, perfezionismo e una voce interna molto critica che negli anni è diventata sempre più forte. Quando dici che appena ti metti a studiare arriva un’ansia “micidiale e inarrestabile”, lì non c’è pigrizia o disinteresse: c’è un sistema che si attiva come se fosse in pericolo. E se ogni volta che provi a fare qualcosa di importante per te ti senti così, è naturale che inizi a evitare, rimandare, bloccarti.
Poi tutto il resto si incastra: lo studio fermo, il lavoro rimandato, la paura di “accontentarti” ma allo stesso tempo di non essere all’altezza, la relazione che finisce e che ti fa sentire addirittura responsabile. È come se ogni area della tua vita andasse a confermare quell’idea di fondo che hai di te stessa: “non valgo abbastanza”, “non ce la faccio”, “sono indietro”.
Ti faccio una domanda molto importante: quando pensi a te stessa, la voce che senti dentro è più incoraggiante o più giudicante?
Perché da come scrivi, sembra che tu viva costantemente sotto un giudizio interno molto duro, che non ti lascia spazio per provare, sbagliare, crescere. E quando questa voce è così forte, anche le decisioni diventano impossibili: qualsiasi strada scegli sembra quella sbagliata.
Anche sulla tua relazione, è comprensibile che tu ti senta in colpa, ma attenzione: una relazione non finisce mai per una sola causa o per una sola persona. Tu eri in difficoltà, avevi bisogno di tempo, di stabilità interna. Lui aveva un bisogno diverso, più immediato. Non significa che tu “non hai fatto abbastanza” o che dovevi “salvarlo”. Questa è una responsabilità che ti sei presa, ma che non è tutta tua.
Il punto centrale, però, è un altro: tu da sola stai cercando di uscire da qualcosa che dura da anni e che ormai è diventato un meccanismo automatico. E qui non si tratta di “avere più forza di volontà” o di “darsi una svegliata”. Serve uno spazio in cui qualcuno ti aiuti a capire davvero cosa ti blocca, da dove nasce questa ansia, e soprattutto come iniziare a scioglierla in modo concreto.
Il fatto che tu non sia mai andata da uno psicologo non significa che “è troppo tardi” o che “dovevi farlo prima”. Significa semplicemente che fino ad ora hai fatto come potevi con gli strumenti che avevi.
Se senti che sei stanca di stare così — e dalle tue parole si sente tantissimo — allora questo è il momento giusto per iniziare a occuparti davvero di te. Non perché “sei sbagliata”, ma perché stai soffrendo e meriti di stare meglio.
Se vuoi, possiamo iniziare insieme questo percorso. Lavoro proprio su questi blocchi legati ad ansia, autostima e senso di fallimento, e posso aiutarti a fare chiarezza e soprattutto a rimettere in moto la tua vita in modo graduale, senza forzature ma con una direzione. Anche solo iniziare a parlarne in uno spazio guidato può farti sentire già meno sola e meno “intrappolata” in tutto questo.
Ti lascio con una domanda semplice ma molto potente: se per un attimo togliessi il giudizio su di te, cosa sentiresti davvero di aver bisogno in questo momento?
Mi occupo spesso di situazioni come la tua, e c’è una cosa che voglio dirti subito con molta chiarezza: quello che stai vivendo non è mancanza di capacità, è un blocco. Un blocco fatto di ansia, paura di deludere, perfezionismo e una voce interna molto critica che negli anni è diventata sempre più forte. Quando dici che appena ti metti a studiare arriva un’ansia “micidiale e inarrestabile”, lì non c’è pigrizia o disinteresse: c’è un sistema che si attiva come se fosse in pericolo. E se ogni volta che provi a fare qualcosa di importante per te ti senti così, è naturale che inizi a evitare, rimandare, bloccarti.
Poi tutto il resto si incastra: lo studio fermo, il lavoro rimandato, la paura di “accontentarti” ma allo stesso tempo di non essere all’altezza, la relazione che finisce e che ti fa sentire addirittura responsabile. È come se ogni area della tua vita andasse a confermare quell’idea di fondo che hai di te stessa: “non valgo abbastanza”, “non ce la faccio”, “sono indietro”.
Ti faccio una domanda molto importante: quando pensi a te stessa, la voce che senti dentro è più incoraggiante o più giudicante?
Perché da come scrivi, sembra che tu viva costantemente sotto un giudizio interno molto duro, che non ti lascia spazio per provare, sbagliare, crescere. E quando questa voce è così forte, anche le decisioni diventano impossibili: qualsiasi strada scegli sembra quella sbagliata.
Anche sulla tua relazione, è comprensibile che tu ti senta in colpa, ma attenzione: una relazione non finisce mai per una sola causa o per una sola persona. Tu eri in difficoltà, avevi bisogno di tempo, di stabilità interna. Lui aveva un bisogno diverso, più immediato. Non significa che tu “non hai fatto abbastanza” o che dovevi “salvarlo”. Questa è una responsabilità che ti sei presa, ma che non è tutta tua.
Il punto centrale, però, è un altro: tu da sola stai cercando di uscire da qualcosa che dura da anni e che ormai è diventato un meccanismo automatico. E qui non si tratta di “avere più forza di volontà” o di “darsi una svegliata”. Serve uno spazio in cui qualcuno ti aiuti a capire davvero cosa ti blocca, da dove nasce questa ansia, e soprattutto come iniziare a scioglierla in modo concreto.
Il fatto che tu non sia mai andata da uno psicologo non significa che “è troppo tardi” o che “dovevi farlo prima”. Significa semplicemente che fino ad ora hai fatto come potevi con gli strumenti che avevi.
Se senti che sei stanca di stare così — e dalle tue parole si sente tantissimo — allora questo è il momento giusto per iniziare a occuparti davvero di te. Non perché “sei sbagliata”, ma perché stai soffrendo e meriti di stare meglio.
Se vuoi, possiamo iniziare insieme questo percorso. Lavoro proprio su questi blocchi legati ad ansia, autostima e senso di fallimento, e posso aiutarti a fare chiarezza e soprattutto a rimettere in moto la tua vita in modo graduale, senza forzature ma con una direzione. Anche solo iniziare a parlarne in uno spazio guidato può farti sentire già meno sola e meno “intrappolata” in tutto questo.
Ti lascio con una domanda semplice ma molto potente: se per un attimo togliessi il giudizio su di te, cosa sentiresti davvero di aver bisogno in questo momento?
Salve,
quello che emerge dal tuo racconto evidenza un peso emotivo molto forte e si percepisce chiaramente quanto tu stia portando avanti da tempo una sensazione di fatica, auto-giudizio e blocco. Prima di tutto è importante dirti che non stai descrivendo una “mancanza di valore personale”, ma un insieme di dinamiche (ansia, evitamento, pressione interna, paura di deludere) che possono diventare molto paralizzanti, soprattutto quando si sommano nel tempo.
Quando l’ansia si attiva in modo così intenso davanti allo studio o alle scelte di vita, spesso non è lo “studio” il problema in sé, ma ciò che quel momento rappresenta: valutazione, aspettative, paura di fallire, paura di confermare un’idea negativa di sé. Questo può portare a un circolo difficile: più si evita o si rimanda per proteggersi dall’ansia, più cresce la sensazione di essere “bloccati”, e più aumenta la sfiducia in sé stessi.
Anche la rottura della relazione si inserisce in questo quadro con una forte componente di colpa e responsabilizzazione eccessiva. Da ciò che descrivi, sembra che tu ti sia trovata a portare sulle tue spalle la responsabilità di dinamiche che in realtà erano di coppia e che richiedevano scelte e tempi condivisi, non un “salvataggio” unilaterale.
Il punto centrale che emerge è una autostima molto fragile e una tendenza a giudicarti in modo severo, più che una reale incapacità di costruire la tua vita.
Perché è importante iniziare un percorso psicologico
Un percorso di sostegno psicologico può aiutarti proprio a interrompere questi schemi:
- comprendere e ridurre l’ansia da prestazione e da valutazione;
- lavorare sull’autostima e sull’autocritica eccessiva;
- distinguere tra responsabilità reali e colpe percepite;
- sbloccare gradualmente comportamenti evitanti (come lo studio o le scelte lavorative);
- ricostruire un senso di direzione più realistico e meno punitivo verso te stessa.
Non si tratta di “capire cosa non va in te”, ma di capire come funziona il tuo modo di reagire allo stress e come renderlo meno doloroso e più efficace.
Alcuni primi passi concreti che puoi iniziare già ora:
- Riduci l’obiettivo, non la tua valore personale: nello studio o nel lavoro, parti da micro-obiettivi (es. 20 minuti al giorno), per abbassare la soglia dell’ansia.
- Osserva i pensieri senza seguirli automaticamente: quando arriva “sono una fallita”, prova a riconoscerlo come un pensiero, non come una verità.
- Separare identità e prestazione: il tuo valore non coincide con esami, lavoro o relazioni.
- Inizia a cercare uno spazio di supporto professionale: anche solo un primo colloquio psicologico può aiutarti a dare ordine a tutto quello che stai vivendo.
Il fatto che tu stia cercando di capire e chiedendo aiuto è già un movimento importante nella direzione opposta rispetto al blocco che descrivi.
Ti incoraggio davvero a non affrontare tutto questo da sola: quando ansia, autostima e scelte di vita si intrecciano così profondamente, uno spazio psicologico può fare una differenza concreta nel permetterti di ritrovare chiarezza e possibilità di azione.
Sappi che quello che stai vivendo non definisce chi sei, ma descrive un momento di difficoltà che può essere compreso e trasformato con il giusto supporto.
Un caro saluto.
quello che emerge dal tuo racconto evidenza un peso emotivo molto forte e si percepisce chiaramente quanto tu stia portando avanti da tempo una sensazione di fatica, auto-giudizio e blocco. Prima di tutto è importante dirti che non stai descrivendo una “mancanza di valore personale”, ma un insieme di dinamiche (ansia, evitamento, pressione interna, paura di deludere) che possono diventare molto paralizzanti, soprattutto quando si sommano nel tempo.
Quando l’ansia si attiva in modo così intenso davanti allo studio o alle scelte di vita, spesso non è lo “studio” il problema in sé, ma ciò che quel momento rappresenta: valutazione, aspettative, paura di fallire, paura di confermare un’idea negativa di sé. Questo può portare a un circolo difficile: più si evita o si rimanda per proteggersi dall’ansia, più cresce la sensazione di essere “bloccati”, e più aumenta la sfiducia in sé stessi.
Anche la rottura della relazione si inserisce in questo quadro con una forte componente di colpa e responsabilizzazione eccessiva. Da ciò che descrivi, sembra che tu ti sia trovata a portare sulle tue spalle la responsabilità di dinamiche che in realtà erano di coppia e che richiedevano scelte e tempi condivisi, non un “salvataggio” unilaterale.
Il punto centrale che emerge è una autostima molto fragile e una tendenza a giudicarti in modo severo, più che una reale incapacità di costruire la tua vita.
Perché è importante iniziare un percorso psicologico
Un percorso di sostegno psicologico può aiutarti proprio a interrompere questi schemi:
- comprendere e ridurre l’ansia da prestazione e da valutazione;
- lavorare sull’autostima e sull’autocritica eccessiva;
- distinguere tra responsabilità reali e colpe percepite;
- sbloccare gradualmente comportamenti evitanti (come lo studio o le scelte lavorative);
- ricostruire un senso di direzione più realistico e meno punitivo verso te stessa.
Non si tratta di “capire cosa non va in te”, ma di capire come funziona il tuo modo di reagire allo stress e come renderlo meno doloroso e più efficace.
Alcuni primi passi concreti che puoi iniziare già ora:
- Riduci l’obiettivo, non la tua valore personale: nello studio o nel lavoro, parti da micro-obiettivi (es. 20 minuti al giorno), per abbassare la soglia dell’ansia.
- Osserva i pensieri senza seguirli automaticamente: quando arriva “sono una fallita”, prova a riconoscerlo come un pensiero, non come una verità.
- Separare identità e prestazione: il tuo valore non coincide con esami, lavoro o relazioni.
- Inizia a cercare uno spazio di supporto professionale: anche solo un primo colloquio psicologico può aiutarti a dare ordine a tutto quello che stai vivendo.
Il fatto che tu stia cercando di capire e chiedendo aiuto è già un movimento importante nella direzione opposta rispetto al blocco che descrivi.
Ti incoraggio davvero a non affrontare tutto questo da sola: quando ansia, autostima e scelte di vita si intrecciano così profondamente, uno spazio psicologico può fare una differenza concreta nel permetterti di ritrovare chiarezza e possibilità di azione.
Sappi che quello che stai vivendo non definisce chi sei, ma descrive un momento di difficoltà che può essere compreso e trasformato con il giusto supporto.
Un caro saluto.
Le piace quello che studia? Sente che l'ansia riguardo agli esami è legata ad una situazione temporanea legata a tutti i cambiamenti che ci sono stati o è sempre stato cosi?
Sente che sia legato alla motivazione o sente che forse avrebbe voluto fare altro?
Da quello che mi sembra di capire per quanto sia comprensibile la paura di deludere dietro ha una famiglia che la vorrebbe felice a prescindere da una laurea.
A questo punto potrebbe essere utile anche solo immaginare cosa potrebbe renderla felice. Alcuni ritrovano la felicità in un lavoro che permetta un' indipendenza economica altri in alcune passioni accantonate, altri nello sport. La vita è piena di opportunità però bisogna anche essere nella condizione di poterle cogliere e comprendo benissimo che in alcuni periodi tutto ciò può sembrare enormemente complicato e difficile. Affrontare contemporaneamente tutto quello di cui parla potrà farla sentire scoraggiata: dal suo racconto emerge infatti una relazione interrotta, la sensazione di aver perso tempo , paure sul futuro, sensi di colpa per non aver fatto abbastanza, ansie per gli esami e paure di doversi accontentare di un lavoro non appagante.
Credo che per lei possa essere utile riuscire a sezionare i vari aspetti da voler cambiare e stabilire una sorta di priorità tra le varie cose. La prima cosa da evitare assolutamente in queste situazioni è l'isolamento. Parli di questo con qualcuno, un amico, uno sportello universitario psicologico, una psicologa privata, la sua famiglia.
Ci vuole coraggio per andare da uno psicologo ma farlo a volte può davvero cambiarle la vita. Può anche provare a fare anche solo due colloqui giusto per aver un primo impatto rispetto a cosa potrebbe essere un percorso psicologico, però è importante per lei riuscire a trovare una direzione in una situazione che la fa sentire angosciata e frustrata. Non permetta mai che una corona d'alloro si trasformi in una corona di spine, la priorità in questo momento deve essere il suo benessere. Anche fermarsi a volte è necessario per poter interrogarsi sulla direzione, e lei in questo momento è riuscita a farlo e non è una cosa da sottovalutare. Molte persone vanno avanti per anni e anni e conducono una vita senza porsi domande, lei invece è riuscita a farlo ora .
La vita non ha un traguardo uguale per tutti e anche i tempi personali sono sempre diversi.
A volte è necessario perdersi per accorgersi che la bussola che si seguiva era quella di qualcun altro.
So che in questo momento potrà sentirsi spaesata ma le assicuro che con il giusto lavoro potrà riuscire a trovare la sua bussola interiore.
Potrà sentire la comprensibile tendenza a procrastinare alcune scelte però in questo momento mi sento di dirle che riguardo al fatto di parlare con qualcuno non dovrebbe più farlo dato che si tratta della sua vita presente e futura. Anche solo aprirsi con un'amica di cui si fida le potrò portare un sollievo e farla sentire meno sola in questa situazione che è assolutamente temporanea e che può essere cambiata.
Le auguro il meglio, non esisti a riscrivere anche in maniera anonima su questo forum
Un caro saluto, Dott Alex Pagano.
Sente che sia legato alla motivazione o sente che forse avrebbe voluto fare altro?
Da quello che mi sembra di capire per quanto sia comprensibile la paura di deludere dietro ha una famiglia che la vorrebbe felice a prescindere da una laurea.
A questo punto potrebbe essere utile anche solo immaginare cosa potrebbe renderla felice. Alcuni ritrovano la felicità in un lavoro che permetta un' indipendenza economica altri in alcune passioni accantonate, altri nello sport. La vita è piena di opportunità però bisogna anche essere nella condizione di poterle cogliere e comprendo benissimo che in alcuni periodi tutto ciò può sembrare enormemente complicato e difficile. Affrontare contemporaneamente tutto quello di cui parla potrà farla sentire scoraggiata: dal suo racconto emerge infatti una relazione interrotta, la sensazione di aver perso tempo , paure sul futuro, sensi di colpa per non aver fatto abbastanza, ansie per gli esami e paure di doversi accontentare di un lavoro non appagante.
Credo che per lei possa essere utile riuscire a sezionare i vari aspetti da voler cambiare e stabilire una sorta di priorità tra le varie cose. La prima cosa da evitare assolutamente in queste situazioni è l'isolamento. Parli di questo con qualcuno, un amico, uno sportello universitario psicologico, una psicologa privata, la sua famiglia.
Ci vuole coraggio per andare da uno psicologo ma farlo a volte può davvero cambiarle la vita. Può anche provare a fare anche solo due colloqui giusto per aver un primo impatto rispetto a cosa potrebbe essere un percorso psicologico, però è importante per lei riuscire a trovare una direzione in una situazione che la fa sentire angosciata e frustrata. Non permetta mai che una corona d'alloro si trasformi in una corona di spine, la priorità in questo momento deve essere il suo benessere. Anche fermarsi a volte è necessario per poter interrogarsi sulla direzione, e lei in questo momento è riuscita a farlo e non è una cosa da sottovalutare. Molte persone vanno avanti per anni e anni e conducono una vita senza porsi domande, lei invece è riuscita a farlo ora .
La vita non ha un traguardo uguale per tutti e anche i tempi personali sono sempre diversi.
A volte è necessario perdersi per accorgersi che la bussola che si seguiva era quella di qualcun altro.
So che in questo momento potrà sentirsi spaesata ma le assicuro che con il giusto lavoro potrà riuscire a trovare la sua bussola interiore.
Potrà sentire la comprensibile tendenza a procrastinare alcune scelte però in questo momento mi sento di dirle che riguardo al fatto di parlare con qualcuno non dovrebbe più farlo dato che si tratta della sua vita presente e futura. Anche solo aprirsi con un'amica di cui si fida le potrò portare un sollievo e farla sentire meno sola in questa situazione che è assolutamente temporanea e che può essere cambiata.
Le auguro il meglio, non esisti a riscrivere anche in maniera anonima su questo forum
Un caro saluto, Dott Alex Pagano.
Gentile utente,
da ciò che scrive emerge una sofferenza molto forte, ma anche un punto importante: lei non sembra una persona “fallita”, sembra una persona rimasta troppo a lungo sotto processo.
Ogni cosa — università, lavoro, relazione, futuro — è diventata una prova del suo valore. E quando ogni scelta deve dimostrare quanto valiamo, anche aprire un libro o mandare un curriculum può sembrare scalare una montagna.
Il problema, forse, non è che lei non abbia capacità. È che sta aspettando di sentirsi finalmente all’altezza prima di muoversi. Ma spesso l’autostima non arriva prima dell’azione: si costruisce dopo, attraversando piccoli passi imperfetti.
La fine della relazione fa male, e capisco il senso di colpa. Ma attenzione: amare una persona non significa doverla “salvare”. Lei può avere delle responsabilità nella sua vita, ma non può diventare la via d’uscita dalla vita di qualcun altro.
Le propongo una cosa molto concreta: per una settimana smetta di chiedersi “cosa devo fare della mia vita?” e scelga un solo gesto minimo al giorno. Un’ora di studio senza pretendere di recuperare tutto. Un curriculum inviato con criterio. Una telefonata per fissare un primo colloquio psicologico. Non per risolvere tutto, ma per interrompere l’incantesimo dell’immobilità.
Quando la mente dice “ormai è tardi”, provi a rispondere con un gesto, non con un pensiero. Perché a volte non si riparte quando si trova coraggio: si trova coraggio dopo aver fatto il primo passo tremando.
Vista l’intensità della stanchezza che descrive, le suggerisco davvero di non restare sola in questo momento e di rivolgersi a uno psicologo.
Se vuole, può continuare a scrivere o chiedere un confronto online per iniziare a mettere ordine in questo blocco senza doverlo affrontare tutto insieme.
Un caro saluto.
da ciò che scrive emerge una sofferenza molto forte, ma anche un punto importante: lei non sembra una persona “fallita”, sembra una persona rimasta troppo a lungo sotto processo.
Ogni cosa — università, lavoro, relazione, futuro — è diventata una prova del suo valore. E quando ogni scelta deve dimostrare quanto valiamo, anche aprire un libro o mandare un curriculum può sembrare scalare una montagna.
Il problema, forse, non è che lei non abbia capacità. È che sta aspettando di sentirsi finalmente all’altezza prima di muoversi. Ma spesso l’autostima non arriva prima dell’azione: si costruisce dopo, attraversando piccoli passi imperfetti.
La fine della relazione fa male, e capisco il senso di colpa. Ma attenzione: amare una persona non significa doverla “salvare”. Lei può avere delle responsabilità nella sua vita, ma non può diventare la via d’uscita dalla vita di qualcun altro.
Le propongo una cosa molto concreta: per una settimana smetta di chiedersi “cosa devo fare della mia vita?” e scelga un solo gesto minimo al giorno. Un’ora di studio senza pretendere di recuperare tutto. Un curriculum inviato con criterio. Una telefonata per fissare un primo colloquio psicologico. Non per risolvere tutto, ma per interrompere l’incantesimo dell’immobilità.
Quando la mente dice “ormai è tardi”, provi a rispondere con un gesto, non con un pensiero. Perché a volte non si riparte quando si trova coraggio: si trova coraggio dopo aver fatto il primo passo tremando.
Vista l’intensità della stanchezza che descrive, le suggerisco davvero di non restare sola in questo momento e di rivolgersi a uno psicologo.
Se vuole, può continuare a scrivere o chiedere un confronto online per iniziare a mettere ordine in questo blocco senza doverlo affrontare tutto insieme.
Un caro saluto.
Gentile utente, mi dispiace molto per la situazione che ha descritto; sento la pesantezza dalle sue parole.
Capisco che è difficile ma per essere arrivata a scrivere questo messaggio, probabilmente, è consapevole. Si dia del tempo ed intraprenda un percorso di supporto psicologico in modo da poter migliorare la sua qualità di vita.
I migliori auguri!
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Capisco che è difficile ma per essere arrivata a scrivere questo messaggio, probabilmente, è consapevole. Si dia del tempo ed intraprenda un percorso di supporto psicologico in modo da poter migliorare la sua qualità di vita.
I migliori auguri!
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Salve ho letto la sua condivisione, ci sono molte consapevolezze su quali eventi hanno avuto maggiore impatto sul suo benessere psicologico, ma sarebbe utile esplorare da dove nasce questo "blocco" e questo senso di inadeguatezza che permea varie aree della sua vita, riconoscendo anche i suoi bisogni e i suoi desideri. Un percorso psicoterapeutico potrebbe essere indicato sia come supporto che come lavoro sull'ansia che prova nell'approcciarsi agli esami. Spero di esserle stata d'aiuto.
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