Vorrei provare la strada della psicoterapia online ma ho tanta paura di scegliere nuovamente il tera

22 risposte
Vorrei provare la strada della psicoterapia online ma ho tanta paura di scegliere nuovamente il terapeuta non adatto a me, ecco perchè prima voglio che sappiate alcune cose su di me.
Sono una donna di 30 anni.
Ho infiniti problemi, tanto da non riuscire più a capire niente.
Vorrei poter raccontare la mia storia online nella speranza di trovare la persona più adatta a me.
In passato ho fatto molte psicoterapie, cbt (1 anno), psicodinamica (4 anni), gestalt (2 anni), sistemico-relazionale (6 mesi).
Si, per mia scelta prendo anche dei psicofarmaci.
I miei problemi sono cresciuti con me.
Ho sofferto di paure e ansie sin dai tempi dell'asilo.
Timidezza la chiamavano tutti.
Ad oggi non c'è un nome, e forse non m'interessa neanche più, sicuramente c'è una profonda depressione, e forte somatizzazione dell'ansia, oltre ad una montagna di confusione e solitudine.
Il mio è un grido d'aiuto perchè mi sto avvicinando di nuovo nell'abisso della disperazione, della morte interiore.
Non so più cosa fare, come continuare a sopravvivere alla vita.
Cosa molto importante che dovete sapere: non ho tolleranza contro dolore, sofferenza e paure, il mio corpo e la mia mente si rifiutano di rivivere di nuovo questo inferno e voglio delle garanzie su questo sennò non posso continuare avanti con la mia vita.
I terapeuti precedenti mi hanno detto che io non ho voglia di cambiare, che loro (voi) non avete la bacchetta magica, che a me piace fare solo la vittima.
Vi dico queste cose perchè mi sono state dette così tante volte e da persone che rivestivano un ruolo importante che adesso ci credo anch'io.
Altra cosa importante: sono "allergica" ai giudizi negativi da sempre.
Nel 2025 ho avuto due ricoveri uno in sicilia, l'altro in lombardia.
Dall'età di 14 anni ho pensieri intrusivi e autolesionisti.
Penso di essere un peso per le persone che mi stanno accanto.
Mi sento un caso perso.
Non so più a chi, come e dove chiedere aiuto e se quell'aiuto che ricevo mi basta e mi è davvero d'aiuto.
Più passa il tempo e più la speranza si spegne.
Sono stanca, credetemi.
Mentre ero ricoverata ho scritto 21 pagine di quella che chiamo "la mia autobiografia", volevo che la psicologa che mi seguiva potesse capirmi meglio e di conseguenza aiutarmi meglio, ma non sono state lette nemmeno la metà.
Io non ho più le forze di raccontarmi da capo in un percorso di psicoterapia, ecco perchè tengo ancora conservati questo scritto. Se qualcuno lì fuori vuole leggerlo per capire come sono fatta e di conseguenza come potermi aiutare meglio, sono disponibile ad inviare tramite email in formato pdf la mia storia.
Non so più come fare...le ho provate tutte.
Sono davvero stanca.
La mia paura più grande attualmente è quella di rivivere per l'ennesima volta una psicoterapia iatrogena, di trovare una psicoterapeuta per poi sentirmi sola, abbandonata, incompresa, ho paura di rivivere dei traumi già vissuti e rivissuti.
Ho paura di chiedere aiuto alla persona che non è adatta a me.
Non ce la faccio più a rivivere di nuovo l'inferno. Vi chiedo aiuto.
Dott. Matteo De Nicolò
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, ma anche un grande bisogno di essere compresa davvero, senza sentirsi nuovamente giudicata, minimizzata o lasciata sola dentro il dolore. Il timore di intraprendere un nuovo percorso terapeutico dopo esperienze vissute come invalidanti o deludenti è comprensibile, soprattutto quando nel tempo si sono accumulate delusioni, senso di incomprensione e paura di rivivere determinate dinamiche. Allo stesso tempo, il fatto che continui a cercare aiuto e a provare a raccontarsi mostra quanto una parte di lei stia ancora cercando uno spazio in cui sentirsi accolta e capita.
Può essere importante ricordare però che un percorso psicoterapeutico richiede tempo, continuità e soprattutto la costruzione graduale di una relazione terapeutica in cui sentirsi sufficientemente al sicuro. Non sempre è possibile avere garanzie assolute sul fatto che non emergeranno momenti difficili, ma trovare un professionista con cui sentirsi ascoltata e rispettata può fare una grande differenza nel modo in cui il percorso viene vissuto.
Anche il fatto di aver scritto la sua storia può rappresentare un modo significativo per dare forma al suo vissuto e per sentirsi meno costretta a ripartire ogni volta da zero. Un saluto, Dott. Matteo De Nicolò

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Dott. Samuele Corleo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno. Non sei la sola a sentirti così. La psicologia è una scienza nascente e sta ancora facendo i primi passi all'interno di un campo che conosce molto poco. Non tutti però hanno pieno rispetto di questo fatto, mentre altri vi si arrendono dicendo che la psicoterapia è una comodità per la persona che soffre, volta solo al beneficio indiretto di esprimersi, ma senza una soluzione al problema. Secondo me la verità sta in mezzo. I problemi che noi umani viviamo sono veri, concreti ed emergono da un mondo fatto di elementi specifici cui la nostra psicologia cerca di rispondere. A problemi concreti si possono trovare soluzioni concrete. Questo però richiede di ammettere che l'umano, anche nella sua parte che sembra più personale e viva, la psicologia, segue le stesse leggi che seguono gli altri organismi. La psicologia evoluzionistica ci sta aiutando a capirlo. La scienza e il pensiero umano ci porterà più vicini a capire anche la mente, ma ci richiede di ammettere i nostri errori e un buon numero di cose che preferiamo tenere allo scuro. Ad ogni modo, non sei sola, tra pazienti e psicologi insoddisfatti di quello che sappiamo. Ma per quanto dobbiamo ammettere la nostra ignoranza, dobbiamo anche confrontare l'assoluta importanza dell'impresa umana di conoscere se stessi. E in questo, con ogni passo di pazienza e resilienza, pazienti, terapeuti, ricercatori, che nella psicologia siamo un po' tutti, riusciremo ad avanzare. Non perderti d'animo, cerca altri modi di vedere il tuo problema e troverai qualcuno che lo capisce. Ho avuto anche io lo stesso problema e dopo anni sono riuscito a trovare delle risposte. Ad ogni modo, se vuoi manda pure l'autobiografia.
Dott.ssa Elvira Cerullo
Psicologo, Psicoterapeuta
Pescara
Salve, quello che descrive è un vissuto complesso e comprensibilmente accompagnato da molta stanchezza e dal timore di ritrovarti in esperienze terapeutiche poco utili o dolorose. È importante sapere che la psicoterapia è un percorso che richiede un coinvolgimento attivo e può comportare anche momenti emotivamente faticosi. Allo stesso tempo, il lavoro non ha come obiettivo quello di “rivivere l’inferno”, ma di poter dare senso e spazio ai vissuti in modo graduale e sostenibile, rispettando i suoi tempi.
Per questo motivo non è necessario, né utile, inviare o far leggere preventivamente materiale molto esteso come un’autobiografia: il lavoro terapeutico si costruisce nel dialogo, passo dopo passo, all’interno della seduta.
Allo stesso modo, non è possibile garantire in anticipo l’assenza di dolore o difficoltà, ma uno degli obiettivi fondamentali della terapia è proprio quello di non affrontarli da sola e di trovare insieme modalità più tollerabili per attraversarli. Un caro saluto
Elvira Cerullo
Dott.ssa Samantha Boninsegni
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Firenze
Gentile utente,
dal suo messaggio emerge una sofferenza molto profonda, ma anche qualcosa di molto importante: nonostante le delusioni, la fatica e il timore di sentirsi nuovamente incompresa, continua ancora a cercare aiuto e a desiderare uno spazio in cui poter stare meglio. Questo aspetto credo abbia un valore significativo e meriti attenzione.
È comprensibile che, dopo esperienze terapeutiche vissute come dolorose o insufficienti, oggi senta il bisogno di proteggersi e abbia paura di affidarsi nuovamente. Quando ci si è sentiti soli proprio nei momenti di maggiore vulnerabilità, anche ricominciare può sembrare estenuante.
Allo stesso tempo, il fatto che lei abbia conservato la sua storia scritta, che provi ancora a raccontarsi e a cercare qualcuno che possa comprenderla davvero, fa pensare che dentro di sé esista ancora una parte che non ha rinunciato alla possibilità di essere aiutata e riconosciuta.
Credo che un percorso terapeutico possa avere senso proprio a partire da questo: non dalla pretesa di trovare subito risposte definitive o garanzie assolute, ma dalla possibilità di costruire gradualmente uno spazio sufficientemente sicuro, in cui la sua sofferenza possa essere ascoltata senza giudizio.
Dott.ssa Maria Rosa Biondo
Psicologo, Psicoterapeuta
Vizzini
Buon pomeriggio,
da ciò che scrivi si sente quanto dolore tu stia portando e quanto sia faticoso aver provato così tante strade senza trovare la risposta ed il rispetto di cui avevi bisogno. Comprendo perfettamente la tua paura di soffrire e di sentirti nuovamente non capita e giudicata. La tua determinazione nel cercare aiuto nonostante tutto testimoniano una grande forza. Credo che tu sia una persona che ha sofferto molto e che merita di trovare finalmente un ascolto autentico e protettivo. Se vuoi possiamo fare il primo passo assieme, creando uno spazio online che sia per te un rifugio sicuro, dove stabilire tutele emotive. Un caro abbraccio
Gentile utente,
dal suo messaggio emerge una sofferenza molto profonda, lunga nel tempo e soprattutto una grande sfiducia maturata dopo molti tentativi di cura vissuti come insufficienti o addirittura dolorosi. Il punto che lei porta è: come posso chiedere aiuto senza sentirmi di nuovo fraintesa, giudicata o lasciata sola? È una domanda molto seria e merita rispetto.
La prima cosa che vorrei dirle è questa: il fatto che lei abbia già fatto molte terapie non significa affatto che non voglia cambiare o che “le piaccia fare la vittima”. Significa, semmai, che ha continuato a cercare aiuto pur essendo molto ferita. E questo è un dato importante.
Nel suo caso, più che scegliere una “scuola” teorica, mi sembra fondamentale scegliere una cornice di cura molto chiara e molto contenitiva. Lei ha bisogno di una terapeuta o di un terapeuta che sappia lavorare con:
depressione importante e somatizzazione,
pensieri intrusivi e autolesivi,
forte sensibilità all’abbandono e al giudizio,
storia di percorsi terapeutici vissuti come traumatici.
Questo significa che la scelta non dovrebbe basarsi tanto sull’orientamento in astratto, quanto su alcuni criteri molto concreti: una persona esperta nel lavoro con quadri complessi, capace di spiegare bene come intende procedere, disponibile a definire insieme obiettivi, limiti e modalità del lavoro e capace di accogliere fin dall’inizio la sua paura della terapia stessa.
Il fatto che lei abbia scritto la sua autobiografia può essere molto utile come strumento iniziale. Può dire al nuovo terapeuta, già nel primo colloquio:
“Ho paura di dovermi raccontare da capo e di sentirmi nuovamente non capita. Ho scritto queste pagine per aiutarmi a spiegarmi. Vorrei capire se per lei possono essere un punto di partenza.” La risposta che riceverà a questa proposta le dirà già molto sulla capacità di quella persona di lavorare con lei.
Le suggerirei anche, se possibile, di non cercare da sola “il terapeuta perfetto” ma di farsi aiutare in questa scelta da uno psichiatra di fiducia o da un servizio che conosca professionisti abituati a trattare situazioni complesse. In casi come il suo, il lavoro migliore spesso nasce da una presa in carico integrata, non da un singolo intervento isolato.
Una cosa importante: se in questo momento i pensieri autolesivi sono di nuovo forti o sente di essere davvero vicina a “non farcela più”, la priorità non è scegliere la terapia online giusta ma mettersi subito in sicurezza e contattare uno specialista, il suo psichiatra, un familiare affidabile o un servizio di emergenza. Questo viene prima di tutto il resto.
Lei non sembra un “caso perso”. Sembra una persona molto stanca, molto ferita e anche molto lucida nel capire che ha bisogno di un aiuto diverso da quelli vissuti finora. Questa lucidità, anche se oggi non basta a farla stare bene, è già un punto da cui ripartire.
Un caro saluto.
Gabriele
Dott.ssa Patrizia Chiaruttini
Psicologo, Psicoterapeuta
Concesio
Buonasera, dalle sue parole si percepisce tutta la fatica e la solitudine che sta attraversando, tuttavia è vivo il pensiero di trovare aiuto e questa è una cosa positiva (immagino che non sia facile provare ad affidarsi nuovamente). Mi farebbe piacere poter leggere la sua storia, se non vorrà intraprendere un percorso con me magari potrei aiutarla a indirizzarsi verso uno spazio confortevole e su misura per lei.
Se vorrà potrà contattarmi. un saluto
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Cara utente,
dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, lunga nel tempo e vissuta spesso nella solitudine e nel senso di incomprensione. Il fatto che lei sia ancora qui a chiedere aiuto, nonostante le delusioni, la stanchezza e la paura di soffrire ancora, è già un segnale importante: dentro di lei esiste ancora una parte che desidera essere capita e sostenuta davvero.

Lei ha attraversato molti percorsi terapeutici e questo può lasciare una sensazione di sfiducia, confusione e persino “fatica terapeutica”. Quando una persona si sente giudicata, non accolta o percepisce di non essere stata vista nella propria sofferenza, il rischio è quello di interiorizzare idee molto dolorose su di sé, come “sono un caso perso”, “non voglio cambiare”, “sono solo una vittima”. Ma il fatto che una persona sia bloccata nella sofferenza non significa che scelga di stare male. Molto spesso significa che il dolore è diventato troppo intenso, troppo antico o troppo radicato per essere affrontato senza sentirsi sopraffatti.

Lei descrive una forte sensibilità emotiva, paura dell’abbandono, vissuti depressivi, ansia intensa, somatizzazioni, pensieri autolesivi e una difficoltà molto profonda nel tollerare dolore e frustrazione. Tutto questo merita grande attenzione clinica, ma soprattutto merita uno spazio terapeutico sicuro, rispettoso e non giudicante. Nessun terapeuta serio può offrire la garanzia che non proverà mai sofferenza durante un percorso, perché affrontare certe ferite inevitabilmente tocca emozioni dolorose. Tuttavia, un percorso ben costruito dovrebbe permetterle di non sentirsi sola dentro quel dolore e di non rivivere esperienze traumatiche senza contenimento.

Il fatto che lei abbia scritto la sua autobiografia di 21 pagine è molto significativo. Non è “troppo”, né sbagliato: è il tentativo di essere finalmente compresa senza dover ripartire ogni volta da zero. Un professionista attento può certamente considerare importante leggere ciò che lei ha scritto, anche perché spesso mettere nero su bianco la propria storia è già una forma di elaborazione.

Credo sia fondamentale che il prossimo percorso parta innanzitutto dalla costruzione di una relazione terapeutica stabile e graduale, dove lei possa sentirsi ascoltata senza fretta, senza etichette e senza pressioni rispetto al “dover cambiare subito”. La scelta del terapeuta, nel suo caso, è particolarmente delicata: ha diritto a fare colloqui conoscitivi, a fare domande, a capire se si sente accolta e compresa. L’alleanza terapeutica è uno degli elementi più importanti della cura.

Le sue parole, inoltre, fanno emergere una sofferenza che non andrebbe affrontata da sola, soprattutto considerando i pensieri autolesivi e i ricoveri recenti. Per questo è importante che lei possa avere un supporto specialistico continuativo, integrato eventualmente anche con il monitoraggio psichiatrico che già sta seguendo.

Non credo affatto che lei sia un “caso perso”. Credo piuttosto che sia una persona estremamente ferita, stanca e spaventata dall’idea di soffrire ancora. E questa paura, dopo tutto ciò che ha vissuto, è comprensibile.

Le consiglio di approfondire la sua situazione con uno specialista che abbia esperienza nella gestione della sofferenza emotiva complessa, dei traumi relazionali e della disregolazione emotiva, così da poter valutare insieme il percorso più adatto e sostenibile per lei.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Francesca Torretta
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Busto Arsizio
Buonasera, dalle sue parole si percepiscono molta sofferenza, stanchezza e anche tanta paura di sentirsi nuovamente non capita o delusa in un percorso terapeutico. Dopo esperienze difficili è comprensibile avere timore di affidarsi ancora.
Questo però non significa che lei sia “un caso perso”. Forse oggi più che trovare la terapia perfetta, potrebbe essere importante trovare uno spazio terapeutico in cui sentirsi accolta, rispettata e compresa gradualmente, senza forzarsi e accettando anche delle incomprensioni e difficoltà naturali.
Continui a chiedere aiuto: il fatto che lei sia ancora qui a cercare una strada è qualcosa di molto importante.
Spero possa presto trovare la terapia adatta a lei.
Cordialmente
Dott.ssa Francesca Torretta
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Gentile Signora,
ho letto con attenzione il suo messaggio e colgo molto chiaramente la sua stanchezza, la sofferenza e soprattutto la paura di rivivere esperienze terapeutiche che l’hanno fatta sentire non compresa o sola.
È comprensibile che, dopo diversi percorsi e momenti difficili, si possa desiderare oggi delle “garanzie” prima di iniziare un nuovo contatto di aiuto.
Allo stesso tempo, è importante dirle con sincerità che la psicoterapia non può offrire garanzie di assenza di fatica o di dolore. Può però offrire uno spazio in cui ciò che emerge non viene affrontato da sola, ma insieme a una figura che la accompagna nel comprenderlo e attraversarlo.
Da ciò che scrive non emerge una mancanza di volontà di cambiare, ma piuttosto una grande stanchezza e un bisogno forte di sentirsi finalmente accolta e al sicuro nel rapporto di cura.
Se deciderà di iniziare un nuovo percorso, un primo passo utile può essere proprio quello di poter condividere fin dall’inizio queste paure e osservare come vengono accolte.
Un cordiale saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buonasera, io sono disponibile ad ascoltarla online. Anche se sinceramente tutte queste psicoterapie interrotte mi sollevano delle domande ma magari su questo potrà essere chiara lei. Poi sinceramente non sono in grado di assicurarle di non provare sofferenze. Inoltre le chiederei di avere, dove lei risiede, un/a psichiatra di appoggio. fatte salve queste condizioni sono a disposizione. Saluti Dario Martelli
Dott.ssa Valentina Mascolo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Battipaglia
Cara... mi dispiace tantissimo leggere della tua profonda sofferenza e delle delusioni psicoterapeutiche con cui hai dovuto interfacciarti, in aggiunta al dolore che ti aveva già spinto a chiedere aiuto. Se ho scelto di risponderti è perché non sono riuscita ad essere indifferente alle tue autentiche parole, che sono risuonate in me come un'intenso richiamo d'aiuto. Hai voglia di inviarmi il tuo scritto? Sarò grata di leggerlo.
Ti lascio la mia mail presso cui potrai inviarmelo, se deciderai: valentinamascolo94@gmail.com.
Intanto ti mando un grande abbraccio. La forza della vita è immensa, e in te ne sento ancora. A presto, spero!
Dott.ssa Chiara Rogora
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Varese
buongiorno, credo che se per l'ennesima volta scrive alla ricerca di "aiuto", lei non voglia effettivamente coltivare il suo disagio rimanere nella posizione di vittima. So che dalla depressione è difficile svincolarsi e che il vuoto emotivo di cui fa cenno è come un buco nero insaziabile. Apparentemente insaziabile: se si cerca il cibo ristoratore all'esterno da sè, molto probabilmente troveremo scarsa soddisfazione, ma se impariamo a "panificare" da dentro ciò che ci sfamo allora riusciremo a stare meglio.
Io faccio psicoterapia dentro relazioni di cura in cui non mi sostituisco alla persona che ho di fronte, ma in cui collaboro attivamente per realizzare ciò che serve per stare meglio con se stessi e con gli altri.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

mi contatti in privato, sono disponibile ad aiutarla.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott. Davide Ciccarelli
Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno,

leggendo le sue parole si sente molto chiaramente una cosa: non sta chiedendo una “soluzione veloce”, né qualcuno che le dica semplicemente di “impegnarsi di più”. Sembra piuttosto il tentativo disperato di trovare finalmente uno spazio relazionale che non riattivi continuamente il dolore dell’incomprensione, dell’abbandono e del sentirsi “troppo” anche quando sta chiedendo aiuto.

Mi colpisce molto quando scrive:
“non ho più le forze di raccontarmi da capo”.

Perché dopo tanti anni di sofferenza, terapie, ricoveri, tentativi e delusioni, è comprensibile che anche il semplice pensiero di affidarsi di nuovo possa essere vissuto come qualcosa di estremamente rischioso. Soprattutto se dentro di lei si è consolidata l’idea che chiedere aiuto possa portare nuovamente a sentirsi giudicata, non capita o persino colpevolizzata.

E credo che alcune frasi che le sono state dette (“vuole fare la vittima”, “non vuole cambiare”) abbiano lasciato ferite molto profonde. Non tanto perché un terapeuta non possa mai confrontare una persona con le sue resistenze, ma perché quando qualcuno vive da anni in uno stato di sofferenza così intenso, certe parole rischiano di essere sentite come la conferma definitiva di essere “sbagliata” o irrecuperabile.

In realtà, da ciò che racconta, non emerge una persona che “non vuole stare meglio”. Emergono piuttosto paura, sfiducia, stanchezza estrema e soprattutto una bassissima tolleranza alla riattivazione del dolore emotivo. Come se una parte di lei dicesse:
“non sopravvivo a un’altra esperienza relazionale in cui mi sento sola mentre sto chiedendo aiuto”.

Questo è molto diverso dal “non voler cambiare”.

Mi sembra anche importante dire una cosa con delicatezza ma chiarezza: nessun terapeuta serio può darle la garanzia che non proverà mai sofferenza in un percorso terapeutico. Perché la terapia, soprattutto quando ci sono ferite molto antiche, inevitabilmente tocca punti dolorosi. Però esiste una differenza enorme tra una sofferenza che può essere attraversata dentro una relazione sufficientemente sicura e una sofferenza vissuta invece come traumatica, invalidante o abbandonica.

E probabilmente oggi il suo sistema interno è diventato estremamente sensibile proprio a questo.

Mi colpisce anche il bisogno di far leggere la sua autobiografia. Non sembra solo il desiderio di “raccontarsi”, ma quasi il tentativo di dire:
“prima di intervenire su di me, vi prego cercate almeno di capire davvero chi sono”.

E sinceramente questo bisogno è molto comprensibile.

Forse potrebbe esserle utile, più che cercare il terapeuta “perfetto” o totalmente privo di rischio — perché purtroppo non esiste — provare a cercare qualcuno che sappia lavorare con molta attenzione sulle dinamiche di attaccamento, sulla disregolazione emotiva, sul trauma relazionale e sulla paura dell’abbandono terapeutico. Qualcuno capace di tollerare anche la sua diffidenza, la sua paura e il suo bisogno di essere capita senza viverli immediatamente come “resistenza” o manipolazione.

Mi sembra importante anche che lei non resti sola in questo momento, soprattutto considerando i pensieri autolesivi, i ricoveri recenti e il livello di disperazione che emerge dal messaggio. Quando scrive:
“la speranza si spegne”
si sente una stanchezza molto profonda, quasi una lotta continua per restare agganciata alla vita.

Eppure c’è anche una parte di lei che continua a cercare contatto, comprensione, qualcuno che possa finalmente vedere il suo dolore in modo diverso. Il fatto stesso che lei stia ancora scrivendo, cercando, tentando di spiegarsi, racconta che una parte interna non si è del tutto arresa.

Forse oggi non ha bisogno di sentirsi dire che “deve cambiare”. Forse ha bisogno prima di tutto di un’esperienza relazionale in cui non debba continuamente difendersi dal timore di essere nuovamente lasciata sola dentro il proprio dolore.
Dott.ssa Chiara Esposito
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Scafati
Leggere le tue parole fa capire una cosa molto chiaramente: sei stanca, ma non hai smesso di cercare una possibilità per stare meglio. E questa, anche se ora forse non riesci a sentirla, è ancora una parte viva di te.

Hai attraversato molti percorsi, molti incontri, molte delusioni. Quando una persona chiede aiuto tante volte e si sente giudicata, non capita o lasciata sola, è normale che inizi a pensare di essere “sbagliata” o “irrecuperabile”. Ma il fatto che alcune esperienze terapeutiche non ti abbiano dato ciò di cui avevi bisogno non significa che tu sia un caso perso. Significa che il dolore che porti è profondo, complesso, e che probabilmente hai avuto bisogno — e hai ancora bisogno — di uno spazio relazionale molto preciso, molto umano, molto stabile.

Dal tuo racconto emerge una sofferenza che non riguarda solo l’ansia o la depressione, ma anche la paura continua di essere nuovamente ferita proprio mentre provi a fidarti di qualcuno. È comprensibile allora che oggi tu senta il bisogno di “garanzie”. Quando si è passati tante volte attraverso il senso di abbandono o incomprensione, il cervello smette di vedere l’aiuto come qualcosa di sicuro e inizia a viverlo come un rischio.

Nessun terapeuta serio può promettere l’assenza totale di dolore, perché ogni percorso autentico tocca anche parti difficili. Però esiste una differenza enorme tra soffrire da soli e attraversare certe zone con qualcuno che sappia stare, ascoltare e rispettare i tuoi tempi. Una buona terapia non dovrebbe mai farti sentire umiliata, colpevolizzata o “un problema da correggere”.

Il fatto che tu abbia scritto la tua autobiografia durante il ricovero è importante. Non è “troppo”. Anzi: spesso scrivere è un modo per dire “non riesco più a raccontarmi da zero ogni volta”. E questo ha senso. Molte persone che hanno vissuto percorsi lunghi o traumatici arrivano esauste all’idea di dover ricominciare continuamente da capo. Conservare quelle pagine può essere anche un modo per proteggere la tua storia dal sentirsi ignorata.

Mi colpisce anche una frase: “non ho più le forze”. Di solito chi la dice non è una persona che non vuole cambiare. È una persona che ha lottato così tanto da essere arrivata al limite della resistenza.

Forse oggi il punto non è trovare “la terapia perfetta”, ma trovare una relazione terapeutica in cui tu possa sentirti sufficientemente al sicuro da non dover difendere ogni centimetro di te stessa. E questo richiede tempo, sincerità reciproca e la possibilità di procedere senza sentirti forzata.

Non sei obbligata a convincere nessuno del tuo dolore. Le tue parole lo mostrano già abbastanza.

E no, il fatto che tu abbia ancora paura non significa che sei senza speranza. Significa che una parte di te ha ancora paura di soffrire ancora. Sono due cose molto diverse.
Dott.ssa Chiara Veronese
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Buonasera,
grazie per aver trovato la forza di raccontare tutto questo. Dalle sue parole emerge una sofferenza che non è “un problema da risolvere”, ma un’esperienza che negli anni si è stratificata, ha lasciato segni profondi e oggi chiede soprattutto di essere accolta senza giudizio.
Capisco la paura di rivivere percorsi che l’hanno fatta sentire sola, non compresa o addirittura ferita. Quando si attraversano molte terapie e molti ricoveri, non è raro che si perda fiducia non solo negli altri, ma anche nella possibilità stessa di essere aiutati.
E non è un segno di “mancanza di volontà”: è il segno di quanto ha dovuto resistere.
In un approccio fenomenologico non si parte dal “nome” del problema, né dal passato come elenco di eventi, ma da come lei sta vivendo adesso tutto questo: la stanchezza, la paura, la sensazione di essere un peso, il timore di ricadere nell’abisso.
Sono esperienze che meritano uno spazio sicuro, dove non debba difendersi né dimostrare nulla.
Riguardo al suo scritto: non è necessario “ricominciare da zero” né rivivere il dolore per essere capita. Ciò che conta non è leggere ogni pagina, ma incontrare la sua esperienza nel modo in cui oggi si presenta, con delicatezza e rispetto dei suoi limiti.
Un percorso può accogliere la sua storia senza costringerla a riattraversare ciò che il corpo e la mente non reggerebbero.
La sua paura di una terapia iatrogena è comprensibile: quando ci si è sentiti feriti in un luogo che dovrebbe curare, la fiducia diventa fragile. Ma questo non significa che non esista uno spazio possibile per lei. Significa solo che serve un modo di lavorare che tenga conto della sua sensibilità, dei suoi tempi e della sua necessità di non essere giudicata.
Non è un “caso perso”. È una persona che ha sofferto molto, per molto tempo, e che sta ancora cercando un luogo dove poter respirare senza paura.
Se lo desidera, può iniziare un percorso che non la costringa a rivivere l’inferno, ma che parta da ciò che sente ora, con passo lento e rispettoso.
Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento.
Dott. Fabio Romano
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Argenta
Buonasera! Quanta tristezza, quanta solitudine, quanta disperazione nelle sue poche righe. Sono consapevole di muovermi su un terreno scivoloso, ma volevo essere al suo fianco almeno per qualche minuto. Considerato i limiti dello strumento, proverò ad offrire un piccolo contributo di pensiero. Trasmette forte la paura di non essere desiderabile, di non essere degna di cura e di amore. Le sue parole mi hanno fatto pensare ad una bimba che ha vissuto un’esperienza di riconoscimento insoddisfacente e che non può fare a meno di continuare a cercare quel riconoscimento. Proviamo ad immaginare lo stato d’animo di quella bambina: spaventata e ferita da una figura rifiutante, continuerà a cercarla per pretendere un risarcimento. Una trama antica, registrata in profondità e sempre pronta ad essere messa in scena nelle relazioni di ieri, di oggi, di domani. Ogni qualvolta si avvicina all’altro (ai terapeuti, ai genitori, agli amici, ad un/una partner), si riattiva e la fa sentire dolorosamente esposta, fragile, in balia del giudizio e del rischio di essere ferita, rifiutata, abbandonata. Posso solo provare ad immaginare quanto siano stati dolorosi i ricoveri e quanto l’abbiano spaventata. Una “pelle” fragile, sottile che può lacerarsi e sanguinare non appena viene sfiorata. Forse, questo potrebbe aiutare a dare senso al “provare la strada della psicoterapia online”, ma anche a quella che chiama “la mia autobiografia”. Spedire un allegato mette una minima distanza di sicurezza dall’altro e dal rischio di un pericoloso coinvolgimento emotivo; nella psicoterapia online, lo schermo offre una protezione dal dolore insopportabile per “traumi già vissuti e rivissuti”. Mentre leggevo, pensavo alla parola “guarigione”. Guarire è una parola delicata, che nasconde problemi, pericoli, illusioni. Purtroppo, da una malattia seria, specie se della psiche, non si guarisce. Bisogna diffidare di chi promette il pieno recupero del precedente stato di salute. Allora, perché curarsi e intraprendere un percorso lungo, impegnativo e costoso come la psicoterapia? La buona notizia è che se non si guarisce, almeno si cambia, si cresce, si impara a tollerare i propri limiti, ad accettare la propria fragilità. Si diventa più umani, più autentici, più sé stessi. Non è affatto poco. Lei ha assolutamente bisogno di aiuto. In bocca al lupo per tutto
Dott.ssa Maria Giusy Rosamondo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Cara utente, ho letto il suo grido disperato di dolore e la situazione sembra assai complessa, soprattutto per tutti i tentativi che ha già fatto e che non hanno portato risultati.
Tra le terapie che ha provato, non leggo l'EMDR che potrebbe essere un intervento particolarmente utile per il suo caso. Le consiglio di prenderlo in considerazione e di provarlo.
Poi per quello che scrive, rispetto al condividere la sua storia, quella che ha scritto, penso che tutti noi profesionisti saremo pronti a leggerla, non appena sceglierà la persona che la seguirà.
Probabilmente nei vari interventi che ha fatto, forse non si è data abbastanza tempo affinchè si arrivasse ad un risultato, quindi le consiglio di scegliere il professionista giusto e poi dargli tempo per poter lavorare.
Un caro saluto
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Buongiorno, da ciò che scrive emerge chiaramente quanta fatica, solitudine e stanchezza stia vivendo, ma anche quanto sia importante per lei trovare finalmente uno spazio in cui sentirsi compresa, accolta e non giudicata.
Comprendo bene la sua paura di iniziare un nuovo percorso e di rivivere esperienze terapeutiche percepite come dolorose, invalidanti o non adeguate. Dopo diversi tentativi, è naturale che ci sia timore, sfiducia e bisogno di capire prima se la persona che ha davanti possa essere adatta a lei.
Non posso prometterle “garanzie” rispetto all’assenza totale di dolore o sofferenza, perché un percorso psicologico può talvolta toccare parti sensibili; posso però garantirle un approccio rispettoso dei suoi tempi, dei suoi limiti e della sua storia, senza forzature e senza giudizio. Il primo obiettivo non sarebbe “farla cambiare a tutti i costi”, ma costruire insieme uno spazio sufficientemente sicuro in cui poter comprendere cosa le accade, di cosa ha bisogno e quale tipo di aiuto possa essere davvero sostenibile per lei.
Il primo colloquio potrebbe essere proprio un momento conoscitivo, senza alcun obbligo di proseguire, in cui valutare insieme se posso esserle utile e se il mio modo di lavorare può essere compatibile con i suoi bisogni. Potrà portare anche il materiale autobiografico che ha scritto: potremo capire insieme come utilizzarlo nel percorso, rispettando il fatto che per lei raccontarsi nuovamente da capo possa essere molto faticoso.
Considerata la presenza di pensieri autolesionistici e la sofferenza intensa che descrive, è importante anche che lei abbia dei riferimenti di supporto immediato nei momenti di crisi: se dovesse sentire di non essere al sicuro o di poter farsi del male, la invito a contattare subito il 112/118, il Pronto Soccorso più vicino o i servizi di salute mentale del territorio.
Se desidera, possiamo fissare un primo colloquio online per conoscerci, comprendere meglio la situazione e valutare insieme il modo più adeguato, graduale e rispettoso per procedere.
Resto a disposizione.
Un caro saluto
Dott.ssa Rita Terranova
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Gentilissima, quello che descrive arriva con una forza molto chiara, e prima di tutto credo sia importante dirle una cosa: il fatto che sia ancora qui a chiedere aiuto, nonostante anni di sofferenza, tentativi terapeutici, ricoveri e delusioni, non parla di una persona “senza voglia di cambiare”, ma di una persona estremamente stanca che ha continuato a cercare una possibilità di stare meglio anche quando perdeva fiducia.
Ha attraversato molte esperienze terapeutiche diverse, e questo può lasciare addosso una profonda paura di essere nuovamente fraintesa, giudicata o abbandonata. È comprensibile che oggi senta il bisogno di “garanzie” prima di affidarsi ancora a qualcuno. Nessun professionista serio può promettere l’assenza totale di dolore o difficoltà in un percorso psicoterapeutico, ma un terapeuta adeguato dovrebbe saper offrire qualcosa di molto importante: uno spazio sicuro, rispettoso, collaborativo e non giudicante, dove la sofferenza venga presa sul serio e dove il ritmo del lavoro sia costruito insieme.
Le frasi chele sono state dette (“vuoi fare la vittima”, “non vuoi cambiare”) possono essere state vissute come molto dolorose, soprattutto da una persona che già lotta con vergogna, autosvalutazione e paura del rifiuto. In psicoterapia, il senso di alleanza terapeutica — cioè sentirsi compresi, accolti e al sicuro nella relazione con il terapeuta — è uno degli elementi che la ricerca considera più importanti per il buon esito del percorso, spesso anche più dell’orientamento teorico stesso.
Ha anche descritto elementi molto delicati: depressione profonda, pensieri autolesivi presenti da anni, ricoveri recenti, disperazione e senso di peso per gli altri. Sono aspetti che meritano un sostegno serio e continuativo. Il fatto che lei abbia scritto la sua autobiografia di 21 pagine mi sembra il tentativo molto umano di dire: “Vi prego, cercate davvero di capirmi”. Non è qualcosa di sbagliato né eccessivo. Anzi, potrebbe essere un materiale utile da condividere con una futura terapeuta, magari non tutto subito, ma come punto di partenza per non sentirsi costretta ogni volta a ricominciare da zero. Tuttavia aggiungerei, dal mio punto di vista professionale, che non sempre è necessario o indispensabile il racconto storico della propria vita mentre è fondamentale concentrarsi sul “qui e ora” della relazione terapeutica. Tutto ciò che siamo è già presente nelle espressioni del nostro corpo, nelle nostre emozioni e nei nostri pensieri di ogni momento, e un ascolto addestrato può riuscire a costruire un contatto profondo e autentico con le “verità” che ogni essere umano custodisce dentro di sé.
Forse, in questo momento, più che trovare “la terapeuta perfetta”, potrebbe essere importante cercare una\un professionista con cui poter fare un primo tratto di strada basato su alcune condizioni chiare, quali il sentirsi ascoltata senza giudizio, poter parlare apertamente delle proprie paure, definire insieme obiettivi realistici e graduali, avere chiarezza su come lavorerete e su cosa aspettarsi, sentirsi libera di dire quando qualcosa ferisce o fa sentire sola.
Ha il diritto di fare domande prima di iniziare un percorso, di chiedere come la\il terapeuta lavori con la depressione, l’autolesionismo, i traumi relazionali e la paura dell’abbandono. Ha anche il diritto di capire se si sente sufficientemente al sicuro con quella persona.
Una cosa importante però non va persa di vista: quando si è molto feriti e spaventati, è naturale cercare una cura che non faccia più soffrire. Ma nessuna terapia può eliminare completamente il dolore umano o garantire che non emergeranno emozioni difficili. Quello che invece può cambiare profondamente è non doverle attraversare da sola ma con qualcuno capace di stare dentro a quella complessità insieme, imparare ad affrontarle e a trasformare la propria fragilità in punti di forza.
E no, dal suo racconto non emerge affatto un “caso perso”. Emergono invece anni di sofferenza emotiva intensa, una grande sensibilità, molta paura di essere ferita ancora e un’enorme stanchezza. Sono cose diverse.
La incoraggio davvero a non restare da sola con questo peso, soprattutto nei momenti in cui sente di avvicinarsi “all’abisso della disperazione”. Se i pensieri autolesivi o suicidari diventassero più intensi o concreti, è importante contattare subito un servizio di emergenza, il suo psichiatra, il centro di salute mentale di riferimento o una persona fidata vicina a lei. Chiedere aiuto in quei momenti non è un fallimento, è protezione.
Il fatto che lei stia ancora cercando qualcuno che possa capirla significa che, anche se molto affievolita, una parte della speranza dentro di lei esiste ancora. E quella parte merita attenzione e cura.
Un mio piccolo suggerimento: mi sembra di capire che le piace scrivere e, da quello che leggo, sa usare le parole. La scrittura può diventare un canale di creatività e la creatività aiuta sempre noi esseri umani a vivere fino in fondo la nostra esistenza, anche quando non sappiamo rispondere alle domande che da millenni l’uomo si pone: qual è il senso della vita? Forse non lo sapremo mai in questo mondo, ma la pienezza di essere se stessi, di dare spazio a ciò che sentiamo il più delle volte riempie di forza e serenità. Forse la risposta è solo che esistiamo e la forza vitale che è dentro di noi vuole imporsi ed espandersi. L’aiuti ad avere spazio, non si arrenda.
P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.

Dr. Cristian Sardelli
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Buongiorno gentile utente,
da anni utilizzo a fianco delle sedute in presenza quelle online, con profitto reciproco,
ovviamente in presenza la counicazione è migliore e maggiore, come dire più completa, però con l'online spesso il filtro informatico, lo schermo, aiuta ad esse se stessi ed avvantaggia le persone, i pazienti a svelare i propri disagi, favorendone la conoscenza e guida da parte del terapeuta, che mai dovrebbe giudicare, ma supportare ed orientare, Purtroppo nel mare magno delle psicoterapie l'unico modo per informarsi è leggere, studiare i modelli per noi più adatti, in via preliminare discuterne con uno psicoterapeuta, che professionalmente istruito e formato potrà indicarle quello più probabilmente adatto, in ultimo serve di conoscersi, come sempre se non sperimentiamo dal vero, difficile scegliere correttamente a priori.
Cordiali saluti,
Dr. Cristian Sardelli,
psicologo, psicoterapeuta TBS

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