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Esperienze

Sono uno psicologo e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico relazionale.
Nel mio lavoro mi occupo di difficoltà emotive, relazionali e momenti di sofferenza che possono manifestarsi sotto forma di ansia, senso di vuoto, insicurezza, difficoltà nelle relazioni, bassa autostima o blocchi nella propria vita personale e affettiva.

Credo che i sintomi non siano semplicemente qualcosa da eliminare, ma segnali che parlano della storia della persona, delle sue esperienze e dei modi in cui ha imparato a orientarsi nelle relazioni. Per questo il percorso terapeutico è uno spazio in cui poter comprendere insieme il significato di ciò che si sta vivendo, senza giudizio, con rispetto e attenzione per i tempi di ciascuno.

L’approccio psicoanalitico relazionale pone al centro la relazione terapeutica come luogo di conoscenza e cambiamento. Attraverso il dialogo e l’esplorazione condivisa è possibile dare senso alle proprie emozioni, riconoscere schemi che si ripetono nelle relazioni e costruire modalità più libere e consapevoli di stare con sé stessi e con gli altri.

Mi occupo in particolare di:

  • ansia e difficoltà nella gestione delle emozioni

  • problemi relazionali e affettivi

  • senso di insicurezza, vergogna o inadeguatezza

  • difficoltà legate all’identità personale e all’autostima

  • momenti di crisi, cambiamento o blocco nella propria vita

Ricevo in studio e online.

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Approccio terapeutico

Psicoanalisi
Psicoterapia psicoanalitica

Aree di competenza principali:

  • Psicosomatica
  • Psicodiagnostica
  • Psicologia clinica
  • Psicologia clinica-dinamica

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Studio di Psicoterapia - Torino Centro

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    Ho avuto un’esperienza estremamente positiva con il mio psicologo. Fin dal primo incontro mi sono sentita accolta e ascoltata senza giudizio, cosa che non è affatto scontata. La sua capacità di mettere a proprio agio e di creare uno spazio sicuro mi ha permesso di aprirmi con naturalezza, anche su aspetti personali che inizialmente trovavo difficili da condividere.

    Durante il percorso ho notato miglioramenti concreti nel modo in cui affronto le difficoltà quotidiane e gestisco le emozioni. Le sue osservazioni sono sempre state puntuali, profonde e mai banali, aiutandomi a vedere le situazioni da prospettive nuove.

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Risposte ai pazienti

ha risposto a 32 domande da parte di pazienti di MioDottore

Domande su Ansia

Buongiorno, ho passato il peggior anno della mia vita. negli ultimi sei mesi ho perso entrambi i miei genitori e nel mezzo mi ha lasciata il mio compagno, stavamo insieme da poco più di un anno. I miei genitori sono morti entrambi a seguito di lunghe malattie, nell'ultimo anno ho accudito mio padre con un tumore metastatico. il mio ex mi ha lasciata dopo un periodo di liti, in cui ci sono stati alcuni episodi di gelosia da parte mia (mai avuti prima). La mia autostima si era abbassata anche perchè nel mentre avevo avuto un fallimento lavorativo. Lui, oltre a delle cattiverie, mi ha detto che ho sabotato la storia per le liti e la mia tristezza. nell'ultima lite gli ho detto "non me ne frega di te", ma io ero solo sopraffatta dal dolore e non ce la facevo più, voolevo che mi stringesse più forte.

Buongiorno,

quello che hai attraversato è enorme. In pochi mesi hai vissuto perdite molto profonde, prolungate, logoranti emotivamente e fisicamente. Accudire un genitore gravemente malato, vedere entrambi i tuoi genitori morire, e nel mezzo perdere anche la relazione affettiva che avevi… è qualcosa che può mettere in crisi qualunque equilibrio.

Per questo mi colpisce il modo in cui stai guardando te stessa: come se le tue reazioni fossero la prova di aver “rovinato” la relazione. Ma forse vale la pena fermarsi un attimo e considerare il contesto umano in cui quelle reazioni sono nate.

Tu non eri semplicemente “gelosa” o “triste”. Eri una persona immersa in un dolore enorme, probabilmente stanca, svuotata, spaventata, bisognosa di vicinanza e contenimento. In stati così intensi può succedere che il bisogno dell’altro diventi più urgente, più sensibile ai segnali di distanza, più vulnerabile.

Quando dici: “volevo che mi stringesse più forte”, lì c’è qualcosa di molto chiaro. La frase “non me ne frega di te” sembra quasi il contrario di ciò che sentivi davvero. Più che indifferenza, sembra disperazione, un tentativo estremo di essere raggiunta.

Questo non significa che nella relazione non ci fossero difficoltà reali o dinamiche problematiche. Ma forse è importante non leggere tutto solo attraverso la lente della colpa.

Mi colpisce anche che lui ti abbia detto che hai sabotato la storia con la tua tristezza. È una frase molto pesante da ricevere, soprattutto in un momento in cui stavi vivendo lutti così grandi. E forse rischia di farti sentire che il tuo dolore sia stato “troppo”, “sbagliato”, qualcosa che ha allontanato chi amavi.

Ma il dolore non è un difetto morale.

A volte le relazioni, soprattutto quelle relativamente giovani, non riescono a reggere un impatto così forte. Non necessariamente perché qualcuno non abbia amato abbastanza, ma perché certe esperienze chiedono una profondità e una capacità di stare accanto alla sofferenza che non tutti riescono a sostenere.

Ora però forse il punto più delicato è un altro: tu sei ancora dentro una fase di lutto molto viva. E in momenti così la mente tende facilmente a cercare spiegazioni, responsabilità, errori da correggere, quasi per dare ordine al caos. Ma non tutto quello che è successo può essere ridotto a “ho sbagliato io”.

Mi sembra che tu abbia bisogno prima di tutto di uno spazio in cui il tuo dolore possa esistere senza essere subito trasformato in colpa.

Dott. Davide Ciccarelli

Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.

Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato

2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia

ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi

sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere

Buongiorno,

leggendo quello che racconti, la sensazione è che tu non stia semplicemente valutando un trasferimento lavorativo o geografico. Sembra piuttosto che questa scelta tocchi qualcosa di molto più profondo nella tua storia: il rapporto con le tue origini, con la tua famiglia, con la parte di te che tanti anni fa ha avuto bisogno di andare via per sopravvivere emotivamente.

E forse è proprio questo il punto centrale.

Tu non sei partita “solo” per cercare una vita migliore. Sei partita dopo una depressione importante e dopo aver sentito che, per stare bene, dovevi allontanarti da un ambiente che vivevi come soffocante, giudicante, emotivamente pericoloso. Quella partenza, probabilmente, non è stata soltanto un cambiamento di città: è stata una separazione psichica molto forte.

Per questo oggi il ritorno non può essere vissuto in modo neutro.

Mi colpisce una cosa: razionalmente tu riesci a vedere molti aspetti desiderabili di questo possibile trasferimento. Parli di una vita più vicina ai vostri desideri, di clima, relazioni, famiglia, qualità della vita, perfino di un entusiasmo condiviso con tuo marito e i tuoi figli. Eppure il tuo corpo e la tua mente reagiscono con ansia intensa, insonnia, paura di ricadere nella depressione.

Questo fa pensare che una parte di te non stia reagendo tanto al presente, ma al significato emotivo che il “ritorno” porta con sé.

Come se dentro di te esistessero due movimenti contemporaneamente:
una parte che desidera avvicinarsi a una vita più piena, più calda, più vicina alle vostre radici,
e un’altra che associa quel territorio a un tempo della tua vita in cui stavi molto male.

E forse la paura più grande non è tanto “non mi ambienterò”, ma:
“e se tornando lì perdessi la versione di me che sono riuscita a costruire andando via?”

Perché tu dici una cosa molto importante:
“sono cresciuta tanto”.
Sembra quasi che la tua identità adulta e stabile sia legata anche all’esserti allontanata da certi luoghi e da certe dinamiche.

Questo però non significa automaticamente che tornare oggi equivalga a tornare la persona di allora.

La donna che sta pensando questo trasferimento non è la ragazza di 23 anni in piena depressione. Oggi hai un’identità professionale, una famiglia costruita, una consapevolezza diversa di te stessa. Il rischio è che la tua mente stia leggendo il ritorno come un “ritorno indietro”, mentre potrebbe essere qualcosa di molto diverso.

Allo stesso tempo, la tua paura non va banalizzata. Non credo che tu abbia bisogno di convincerti a forza che “andrà tutto bene”. Piuttosto, forse hai bisogno di capire se questa scelta nasce da un desiderio autentico nel presente oppure dal tentativo di inseguire un’immagine ideale di vita che nel tempo avete costruito.

Perché a volte i luoghi delle origini diventano anche contenitori di fantasie riparative: la vita più semplice, il mare, gli affetti, la sensazione di tornare finalmente “a casa”. E quando questo accade, il rischio è aspettarsi inconsciamente che il cambiamento geografico risolva tensioni più profonde.

Mi sembra importante anche il fatto che, nelle occasioni precedenti, uno di voi due sia sempre andato in crisi nel momento decisivo. Come se il desiderio di tornare fosse reale, ma altrettanto reale fosse la paura delle conseguenze emotive.

Forse quindi il punto non è decidere subito “sì o no”, ma provare a distinguere meglio:
quanto della tua ansia parla del presente,
e quanto invece parla della ragazza ferita che tanti anni fa ha dovuto scappare.

Dott. Davide Ciccarelli
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