Salve, mi chiamo N, maschio 28 anni. Non ho nessuno con cui confidarmi, ne per chiedere consiglio i
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Salve, mi chiamo N, maschio 28 anni.
Non ho nessuno con cui confidarmi, ne per chiedere consiglio in generale e soprattutto ora per parlare di quello che mi è successo circa 3 mesi fa, per questo sto scrivendo. Ho un passato che definirei bruttino, in cui il contatto fisico che ho ricevuto è stato per un buon 99 per cento violenza fisica e anche peggio.
Vorrei una compagna, cosa che mi è difficile trovare vista la carenza delle mie abilità sociali e relazionali.
Sono 1 e 80, non sono brutto, direi nella media forse arrivo al 7, ma ignoro completamente il concetto di relazione in qualunque contesto, familiare, amicale o romantico che sia.
Sono stato con qualche ragazza, 3 o 4, ma non ha mai funzionato e sò che il problema ero io, per colpa delle mie insicurezze, del mio essere sporco e per la paura di trasmettere la mia sporcizia.
Quando ero piccolo fingevo di essere nascosto dietro il muro, e di guardare il mondo attraverso un buco, ero uno spettatore ma non partecipavo.
Verso luglio di quest' anno mi sono trovato in una situazione strana, il mio capo a lavoro, una giovane donna con una bellissima luce negli occhi e più grande di me di circa due anni (cosa che mi ha inizialmente spiazzato), mi ha chiesto di farle un anello per la laurea (sono orafo), e io avendolo trovato un' idea carina l'ho fatto.
Premetto che, date esperienze passate, in cambio non mi aspettavo niente, nemmeno un grazie, ma ancora una volta le mie aspettative erano inesatte, e l'unica cosa che accade è sempre quella che non avevi previsto, un classico direi, ma stavolta è andata ancora più diversamente di quanto mi aspettassi.
le scrissi e ci accordammo per vederci a lavoro, così le avrei lasciato il mio piccolo regalo.
Quando glie lo diedi, lei ebbe una reazione "fisica", mi abbracciò.
Erano quasi 8 anni che non toccavo un'altra persona, so che sembrerà assurdo, ma quell'abbraccio mi ha fatto fluttuare a un metro da terra per mesi, è stata come benzina per un auto in riserva, mi ha dato la forza che mi serviva, ma alla fine dei conti, era solo un abbraccio.
Ma che bello che è stato, anche se mi dispiace per lei, io non mi toccherei.
So come nascono i mostri, e sono stato molto vicino a diventarne uno.
Vedere entrambe le facce di una medaglia può confondere, ispirare e distruggere.
Quasi 8 anni senza contatto fisico farebbero alienare chiunque, e io non sono da meno, vorrei solo aver avuto abbastanza per poter vivere il minimo indispensabile.
Per un po' mi sono sentito vivo, mi sono ricordato tutto quello che è importante, ma ho un vuoto così profondo nel petto che è riuscito ad inghiottire anche quello.
Chi ha poco è ricco, perché fra 0 e 1, c'è una distanza incolmabile. Cosa devo fare? Dicono che ci sia qualcuno per tutti nel mondo, ma non è così. Ogni giorno nel mondo milioni di persone muoiono e soffrono per la fame, ogni giorno nel mondo milioni di persone muoiono e soffrono per la sete, e ogni ogni nel mondo miliardi di persone muoiono sole. Non c'è tutto per tutti, sarebbe un mondo perfetto altrimenti.
Eppure, mi è bastato un abbraccio, per lasciare alle spalle tutto questo, anche se per poco, che comunque è già tanto. Vorrei creare almeno una connessione, ma non so se me sarò mai in grado, perché nessuno sceglie volontariamente una cosa rotta, e rotto è l'aggettivo che più mi si addice.
Spero solo che chi gode della compagnia altrui sappia quanto sia fortunato.
Non ho nessuno con cui confidarmi, ne per chiedere consiglio in generale e soprattutto ora per parlare di quello che mi è successo circa 3 mesi fa, per questo sto scrivendo. Ho un passato che definirei bruttino, in cui il contatto fisico che ho ricevuto è stato per un buon 99 per cento violenza fisica e anche peggio.
Vorrei una compagna, cosa che mi è difficile trovare vista la carenza delle mie abilità sociali e relazionali.
Sono 1 e 80, non sono brutto, direi nella media forse arrivo al 7, ma ignoro completamente il concetto di relazione in qualunque contesto, familiare, amicale o romantico che sia.
Sono stato con qualche ragazza, 3 o 4, ma non ha mai funzionato e sò che il problema ero io, per colpa delle mie insicurezze, del mio essere sporco e per la paura di trasmettere la mia sporcizia.
Quando ero piccolo fingevo di essere nascosto dietro il muro, e di guardare il mondo attraverso un buco, ero uno spettatore ma non partecipavo.
Verso luglio di quest' anno mi sono trovato in una situazione strana, il mio capo a lavoro, una giovane donna con una bellissima luce negli occhi e più grande di me di circa due anni (cosa che mi ha inizialmente spiazzato), mi ha chiesto di farle un anello per la laurea (sono orafo), e io avendolo trovato un' idea carina l'ho fatto.
Premetto che, date esperienze passate, in cambio non mi aspettavo niente, nemmeno un grazie, ma ancora una volta le mie aspettative erano inesatte, e l'unica cosa che accade è sempre quella che non avevi previsto, un classico direi, ma stavolta è andata ancora più diversamente di quanto mi aspettassi.
le scrissi e ci accordammo per vederci a lavoro, così le avrei lasciato il mio piccolo regalo.
Quando glie lo diedi, lei ebbe una reazione "fisica", mi abbracciò.
Erano quasi 8 anni che non toccavo un'altra persona, so che sembrerà assurdo, ma quell'abbraccio mi ha fatto fluttuare a un metro da terra per mesi, è stata come benzina per un auto in riserva, mi ha dato la forza che mi serviva, ma alla fine dei conti, era solo un abbraccio.
Ma che bello che è stato, anche se mi dispiace per lei, io non mi toccherei.
So come nascono i mostri, e sono stato molto vicino a diventarne uno.
Vedere entrambe le facce di una medaglia può confondere, ispirare e distruggere.
Quasi 8 anni senza contatto fisico farebbero alienare chiunque, e io non sono da meno, vorrei solo aver avuto abbastanza per poter vivere il minimo indispensabile.
Per un po' mi sono sentito vivo, mi sono ricordato tutto quello che è importante, ma ho un vuoto così profondo nel petto che è riuscito ad inghiottire anche quello.
Chi ha poco è ricco, perché fra 0 e 1, c'è una distanza incolmabile. Cosa devo fare? Dicono che ci sia qualcuno per tutti nel mondo, ma non è così. Ogni giorno nel mondo milioni di persone muoiono e soffrono per la fame, ogni giorno nel mondo milioni di persone muoiono e soffrono per la sete, e ogni ogni nel mondo miliardi di persone muoiono sole. Non c'è tutto per tutti, sarebbe un mondo perfetto altrimenti.
Eppure, mi è bastato un abbraccio, per lasciare alle spalle tutto questo, anche se per poco, che comunque è già tanto. Vorrei creare almeno una connessione, ma non so se me sarò mai in grado, perché nessuno sceglie volontariamente una cosa rotta, e rotto è l'aggettivo che più mi si addice.
Spero solo che chi gode della compagnia altrui sappia quanto sia fortunato.
Buonasera,
intanto deve essere fiero per il coraggio nell'aver espresso un vissuto cosi' doloroso, non e' affatto scontato trovare la forza di condividerlo. Se, come scrive, la sua vita e' stata perlopiu' contrassegnata dalla violenza, e' piuttosto naturale che un abbraccio le abbia trasmesso un effetto dirompente e trasformativo. Potremmo quasi definirlo la scossa necessaria che le e' servita per cominciare a raccontarsi un po' di piu'.
Sono a sua disposizione per approfondire adeguatamente questi vissuti, rielaborarli e ridefinirli anche attraverso pratiche specifiche.
Dott.ssa Francesca Orefice
intanto deve essere fiero per il coraggio nell'aver espresso un vissuto cosi' doloroso, non e' affatto scontato trovare la forza di condividerlo. Se, come scrive, la sua vita e' stata perlopiu' contrassegnata dalla violenza, e' piuttosto naturale che un abbraccio le abbia trasmesso un effetto dirompente e trasformativo. Potremmo quasi definirlo la scossa necessaria che le e' servita per cominciare a raccontarsi un po' di piu'.
Sono a sua disposizione per approfondire adeguatamente questi vissuti, rielaborarli e ridefinirli anche attraverso pratiche specifiche.
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Gent.mo utente,
il suo racconto è tanto disperato, quanto lucido e consapevole. Nessuno saprà meglio di lei quello che ha vissuto finora e quali eventi della sua esistenza l'abbiano portata a costruire un'immagine così negativa di sé stesso. Non ci può essere la presunzione di voler cambiare questo giudizio così radicato nei suoi pensieri e nelle sue parole.
Solo lei può farlo.
Ma, probabilmente, non sa da dove cominciare. Forse potrebbe iniziare da questo episodio che ci ha raccontato, da questo contatto umano, un segno semplice ma evidente di gratitudine nei suoi confronti, una sincera testimonianza che lei può contribuire alla felicità di qualcun altro. Potrebbe anche iniziare da questo messaggio che ci ha scritto, che manifesta il bisogno di condividere ciò che pensa, di vedere cosa c'è oltra la sua solita prospettiva, di essere compreso, per una volta, anche se quella che esprime è profonda rassegnazione.
Non posso convincerla di non pensare in modo così catastrofico alla vita, sua e degli altri esseri umani. Però posso suggerirle di pensare di meno, di smettere di riempirsi la testa di parole, sempre le stesse parole, le stesse giustificazioni, gli alibi, le lamentele. Magari si accorge con questa mia provocazione, che ruminare su tutto ciò che non va e che non le piace di sé stesso, è la sua principale attività. Quanto tempo, quante risorse mentali dietro queste riflessioni negative?
Pensare di meno e agire di più. Agire secondo valore, scegliere comportamenti, parole, abitudini che tirino fuori il meglio che ha da dare, anche se questo meglio è un piccolo anello per una collega di lavoro (piccolo a saperlo fare!). Agire per essere ciò che è la sua versione migliore di adesso, non di sempre, solo di adesso. Magari dar da mangiare a gatti randagi, pulire una spiaggia dalla plastica, aggiustare il rubinetto del vicino o aiutare un'anziana signora a caricare la spesa in macchina. Il mondo è lì fuori che attende di essere migliorata da piccoli atti di gentilezza e solidarietà: tutto il senso della vita è in queste parole cristalline. Ci vuole coraggio? Certamente! Il coraggio di prendere la vita a morsi, di affrontare le migliaia di insidie, di resistere agli urti e leccarsi le ferite; il coraggio di apprendere, di accorgersi della bellezza, di cercare il sorriso di un bambino in mezzo alla folla; il coraggio di vivere, piuttosto che attendere sul divano che essa svanisca dopo l'ennesima lamentela.
Le cose rotte non solo si aggiustano, ma migliorano se viene usato dell'oro per colmare le cicatrici e gli spazi vuoti. E' l'arte giapponese del Kintsugi. E l'oro che le serve, forse, lo può trovare nel suo presente, e cominciare a utilizzarlo per rinascere dal suo dolore e dal suo tormento. Quando avrà riparato il suo cuore, sarà pronto a connettersi con altri cuori.
Un abbraccio (!), Dott. Antonio Cortese
il suo racconto è tanto disperato, quanto lucido e consapevole. Nessuno saprà meglio di lei quello che ha vissuto finora e quali eventi della sua esistenza l'abbiano portata a costruire un'immagine così negativa di sé stesso. Non ci può essere la presunzione di voler cambiare questo giudizio così radicato nei suoi pensieri e nelle sue parole.
Solo lei può farlo.
Ma, probabilmente, non sa da dove cominciare. Forse potrebbe iniziare da questo episodio che ci ha raccontato, da questo contatto umano, un segno semplice ma evidente di gratitudine nei suoi confronti, una sincera testimonianza che lei può contribuire alla felicità di qualcun altro. Potrebbe anche iniziare da questo messaggio che ci ha scritto, che manifesta il bisogno di condividere ciò che pensa, di vedere cosa c'è oltra la sua solita prospettiva, di essere compreso, per una volta, anche se quella che esprime è profonda rassegnazione.
Non posso convincerla di non pensare in modo così catastrofico alla vita, sua e degli altri esseri umani. Però posso suggerirle di pensare di meno, di smettere di riempirsi la testa di parole, sempre le stesse parole, le stesse giustificazioni, gli alibi, le lamentele. Magari si accorge con questa mia provocazione, che ruminare su tutto ciò che non va e che non le piace di sé stesso, è la sua principale attività. Quanto tempo, quante risorse mentali dietro queste riflessioni negative?
Pensare di meno e agire di più. Agire secondo valore, scegliere comportamenti, parole, abitudini che tirino fuori il meglio che ha da dare, anche se questo meglio è un piccolo anello per una collega di lavoro (piccolo a saperlo fare!). Agire per essere ciò che è la sua versione migliore di adesso, non di sempre, solo di adesso. Magari dar da mangiare a gatti randagi, pulire una spiaggia dalla plastica, aggiustare il rubinetto del vicino o aiutare un'anziana signora a caricare la spesa in macchina. Il mondo è lì fuori che attende di essere migliorata da piccoli atti di gentilezza e solidarietà: tutto il senso della vita è in queste parole cristalline. Ci vuole coraggio? Certamente! Il coraggio di prendere la vita a morsi, di affrontare le migliaia di insidie, di resistere agli urti e leccarsi le ferite; il coraggio di apprendere, di accorgersi della bellezza, di cercare il sorriso di un bambino in mezzo alla folla; il coraggio di vivere, piuttosto che attendere sul divano che essa svanisca dopo l'ennesima lamentela.
Le cose rotte non solo si aggiustano, ma migliorano se viene usato dell'oro per colmare le cicatrici e gli spazi vuoti. E' l'arte giapponese del Kintsugi. E l'oro che le serve, forse, lo può trovare nel suo presente, e cominciare a utilizzarlo per rinascere dal suo dolore e dal suo tormento. Quando avrà riparato il suo cuore, sarà pronto a connettersi con altri cuori.
Un abbraccio (!), Dott. Antonio Cortese
Gentile N,
grazie per la sua condivisione così profonda e ricca.
Ciò che mi colpisce maggiormente sono la sofferenza che porta e il modo così dispregiativo di parlare di se stesso.
Io non la conosco, pertanto non posso esprimere un'opinione a riguardo, ma penso che potrebbero esserle d'aiuto degli "occhi nuovi" con cui guardarsi, pertanto le suggerisco di valutare di affidarsi in un percorso di psicoterapia, che potrebbe aiutarla a rileggere il suo passato con una luce differente, prendendosi cura delle ferite che dal suo racconto emergono e potendo creare nuove traiettorie.
Un caro saluto
grazie per la sua condivisione così profonda e ricca.
Ciò che mi colpisce maggiormente sono la sofferenza che porta e il modo così dispregiativo di parlare di se stesso.
Io non la conosco, pertanto non posso esprimere un'opinione a riguardo, ma penso che potrebbero esserle d'aiuto degli "occhi nuovi" con cui guardarsi, pertanto le suggerisco di valutare di affidarsi in un percorso di psicoterapia, che potrebbe aiutarla a rileggere il suo passato con una luce differente, prendendosi cura delle ferite che dal suo racconto emergono e potendo creare nuove traiettorie.
Un caro saluto
Buongiorno,
la ringrazio profondamente per la fiducia con cui ha scelto di condividere una parte così intima e dolorosa della sua storia. Le sue parole trasmettono con grande chiarezza non solo la sofferenza vissuta, ma anche la forza silenziosa che le ha permesso di andare avanti, nonostante la mancanza di affetto, la solitudine e le ferite accumulate nel tempo.
È comprensibile, quasi naturale, che dopo anni senza contatto fisico un semplice abbraccio abbia avuto su di lei un impatto così forte. Quando si cresce o si vive a lungo senza sentirsi davvero visti o accolti, anche un gesto piccolo può scuotere qualcosa di profondo e far emergere emozioni intense, spesso difficili da gestire da soli.
Vorrei sottolineare con delicatezza che ciò che descrive non parla di “rottura”, ma di ferite antiche che meritano ascolto e cura. Le sensazioni di indegnità, di “sporcizia”, o la paura di non essere amato non definiscono chi lei è: sono il risultato di un passato che l’ha fatto sentire solo in momenti in cui avrebbe avuto bisogno di sostegno. Queste emozioni non sono segni di debolezza, ma tracce di un dolore che per molto tempo ha dovuto affrontare in solitudine.
Il suo desiderio di contatto, di relazione, di sentirsi accolto senza paura è profondamente umano e totalmente legittimo. E non è qualcosa fuori dalla sua portata. A volte, per chi ha sofferto molto, l’accesso all’intimità e alla fiducia richiede un percorso graduale, fatto di piccoli passi e della possibilità di sperimentare relazioni sicure.
Il fatto che un abbraccio l’abbia fatto sentire vivo non è un segnale di fragilità: al contrario, è la testimonianza che dentro di lei esiste ancora un desiderio autentico di connessione, una parte che nonostante tutto non si è spenta. Ed è proprio da lì che può iniziare un percorso di guarigione.
Lei non è rotto. È una persona che ha portato pesi emotivi enormi, spesso da solo, e che ora sta cercando qualcosa di profondamente umano e prezioso. E questo merita grande rispetto.
Se dovesse sentire il desiderio di iniziare un percorso di sostegno, sarò felice di offrirle uno spazio sicuro in cui poter lavorare insieme su tutto questo, con sensibilità e senza giudizio.
Un caro saluto,
Dott.ssa Elisabetta Eaglesham
la ringrazio profondamente per la fiducia con cui ha scelto di condividere una parte così intima e dolorosa della sua storia. Le sue parole trasmettono con grande chiarezza non solo la sofferenza vissuta, ma anche la forza silenziosa che le ha permesso di andare avanti, nonostante la mancanza di affetto, la solitudine e le ferite accumulate nel tempo.
È comprensibile, quasi naturale, che dopo anni senza contatto fisico un semplice abbraccio abbia avuto su di lei un impatto così forte. Quando si cresce o si vive a lungo senza sentirsi davvero visti o accolti, anche un gesto piccolo può scuotere qualcosa di profondo e far emergere emozioni intense, spesso difficili da gestire da soli.
Vorrei sottolineare con delicatezza che ciò che descrive non parla di “rottura”, ma di ferite antiche che meritano ascolto e cura. Le sensazioni di indegnità, di “sporcizia”, o la paura di non essere amato non definiscono chi lei è: sono il risultato di un passato che l’ha fatto sentire solo in momenti in cui avrebbe avuto bisogno di sostegno. Queste emozioni non sono segni di debolezza, ma tracce di un dolore che per molto tempo ha dovuto affrontare in solitudine.
Il suo desiderio di contatto, di relazione, di sentirsi accolto senza paura è profondamente umano e totalmente legittimo. E non è qualcosa fuori dalla sua portata. A volte, per chi ha sofferto molto, l’accesso all’intimità e alla fiducia richiede un percorso graduale, fatto di piccoli passi e della possibilità di sperimentare relazioni sicure.
Il fatto che un abbraccio l’abbia fatto sentire vivo non è un segnale di fragilità: al contrario, è la testimonianza che dentro di lei esiste ancora un desiderio autentico di connessione, una parte che nonostante tutto non si è spenta. Ed è proprio da lì che può iniziare un percorso di guarigione.
Lei non è rotto. È una persona che ha portato pesi emotivi enormi, spesso da solo, e che ora sta cercando qualcosa di profondamente umano e prezioso. E questo merita grande rispetto.
Se dovesse sentire il desiderio di iniziare un percorso di sostegno, sarò felice di offrirle uno spazio sicuro in cui poter lavorare insieme su tutto questo, con sensibilità e senza giudizio.
Un caro saluto,
Dott.ssa Elisabetta Eaglesham
Buonasera, non rimane che ringraziarla per questo racconto così autentico. Da come scrive le, forse in potenza, ha una carica unmana positiva che può condividere. forse ha bisogno di qualcuno che la aiuti ad uscire da questo stato che sembra profondo di autosvalutazione. Una consulenza o una terapia psicologica le potrebbe servire. Se vuole anche online potrei aiutarla. Saluti Dario Martelli
Buongiorno N., riflettevo sul tuo racconto in cui mi arriva molto forte il tuo senso di solitudine, e per solitudine intendo l'essere invisibile anche tra milioni di persone...ci sarebbero tante cose che mi piacerebbe comprendere tipo, dove quel bambino si è rotto e ha avuto bisogno di diventare solo spettatore e non protagonista della sua vita, ma soprattutto vorrei che riflettessi sulla domanda: "TU ci sei per Te?"
Dalle sue parole emerge una vita attraversata da ferite che sembrano averla spinta per anni a guardare il mondo da dietro quel “buco nel muro”, come se avvicinarsi all’altro comportasse un rischio troppo grande. L’abbraccio ricevuto ha toccato un punto che forse era rimasto silenzioso a lungo, mostrando quanto un gesto semplice possa riaprire qualcosa che lei credeva perduto. Mi colpisce il modo in cui parla di sé come di qualcosa di sporco o rotto, come se la sua immagine fosse rimasta intrappolata in ciò che ha subìto più che in ciò che lei è. Mi domando da dove arrivi davvero questa sensazione e a chi appartenga quel giudizio così duro. Lei desidera una connessione ma allo stesso tempo teme di non meritarla, e questo crea un conflitto che sembra consumarla dall’interno. Le chiederei cosa teme che l’altro possa vedere in lei se si avvicinasse davvero, e cosa significhi per lei quel vuoto che sente nel petto. Forse un percorso in cui poter portare lentamente queste parti di sé potrebbe aiutarla a non restare solo spettatore della propria vita, ma questo è qualcosa che può scegliere solo lei. In questo momento, cosa le sembra più difficile da sopportare, il desiderio di contatto o la paura che questo contatto possa ferirla di nuovo.
Caro N.,
grazie per aver trovato il coraggio di scrivere tutto questo. Non è semplice raccontare un passato così doloroso, soprattutto quando per molti anni non si è avuto nessuno con cui condividere ciò che si è vissuto. Il modo in cui descrivi la tua storia mostra una cosa importante: nonostante le ferite, sei rimasto capace di sentire, di desiderare e di riconoscere il valore di una connessione umana. Questo è un segnale di forza, non di rottura.
Quell’abbraccio che hai ricevuto non è “solo un abbraccio”: per una persona che ha trascorso anni senza contatto fisico, è un’esperienza che può smuovere ricordi, bisogni rimasti in attesa e anche tanta speranza. Il fatto che ti abbia fatto sentire vivo dice molto sul tuo bisogno — umano e legittimo — di vicinanza, calore e riconoscimento.
Tu non sei “sporco”, né “rotto”.
Sono parole che nascono da ciò che hai subito, non da chi sei. La violenza e la mancanza di cura lasciano segni profondi e spesso portano a costruire un’immagine di sé distorta, severa, piena di colpa che non ti appartiene. Ma ciò che descrivi — la sensibilità, la lucidità, il desiderio di relazione, la paura di fare male e la volontà di non diventare come ciò che hai subito — sono tutto il contrario della “mostruosità”. Sono tratti di una persona che ha sofferto e che sta cercando una strada per stare meglio.
Quello che stai chiedendo, in fondo, non è una relazione “perfetta”, ma la possibilità di un contatto umano sicuro.
Questo si può costruire. E si inizia proprio in uno spazio protetto, dove tu possa essere visto senza giudizio e senza aspettative.
Per questo ti direi che il passo più importante ora è non restare solo con questo peso. Un percorso psicologico ti aiuterebbe non solo a comprendere meglio ciò che senti, ma anche a ricostruire poco alla volta quella fiducia negli altri e in te stesso che oggi ti sembra irraggiungibile. Non è vero che “nessuno sceglierebbe qualcosa di rotto”: quando una persona ha ferite profonde, il lavoro non è “ripararsi per essere scelti”, ma guarire per potersi scegliere.
Da quello che scrivi è chiaro che c’è moltissimo da cui partire.
E non sei destinato a rimanere spettatore dietro quel muro.
Rimango a disposizione.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
grazie per aver trovato il coraggio di scrivere tutto questo. Non è semplice raccontare un passato così doloroso, soprattutto quando per molti anni non si è avuto nessuno con cui condividere ciò che si è vissuto. Il modo in cui descrivi la tua storia mostra una cosa importante: nonostante le ferite, sei rimasto capace di sentire, di desiderare e di riconoscere il valore di una connessione umana. Questo è un segnale di forza, non di rottura.
Quell’abbraccio che hai ricevuto non è “solo un abbraccio”: per una persona che ha trascorso anni senza contatto fisico, è un’esperienza che può smuovere ricordi, bisogni rimasti in attesa e anche tanta speranza. Il fatto che ti abbia fatto sentire vivo dice molto sul tuo bisogno — umano e legittimo — di vicinanza, calore e riconoscimento.
Tu non sei “sporco”, né “rotto”.
Sono parole che nascono da ciò che hai subito, non da chi sei. La violenza e la mancanza di cura lasciano segni profondi e spesso portano a costruire un’immagine di sé distorta, severa, piena di colpa che non ti appartiene. Ma ciò che descrivi — la sensibilità, la lucidità, il desiderio di relazione, la paura di fare male e la volontà di non diventare come ciò che hai subito — sono tutto il contrario della “mostruosità”. Sono tratti di una persona che ha sofferto e che sta cercando una strada per stare meglio.
Quello che stai chiedendo, in fondo, non è una relazione “perfetta”, ma la possibilità di un contatto umano sicuro.
Questo si può costruire. E si inizia proprio in uno spazio protetto, dove tu possa essere visto senza giudizio e senza aspettative.
Per questo ti direi che il passo più importante ora è non restare solo con questo peso. Un percorso psicologico ti aiuterebbe non solo a comprendere meglio ciò che senti, ma anche a ricostruire poco alla volta quella fiducia negli altri e in te stesso che oggi ti sembra irraggiungibile. Non è vero che “nessuno sceglierebbe qualcosa di rotto”: quando una persona ha ferite profonde, il lavoro non è “ripararsi per essere scelti”, ma guarire per potersi scegliere.
Da quello che scrivi è chiaro che c’è moltissimo da cui partire.
E non sei destinato a rimanere spettatore dietro quel muro.
Rimango a disposizione.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno, la sua descrizione della sua storia è molto carica di contenuto e di cose non dette, che nascondono tanto dolore e sofferenza. Lei è consapevole della sua difficoltà e sfiducia nelle relazioni che si sono andate a costruire in quel passato dove qualcosa si è "rotto". In questo momento è ad un grande bivio in cui sta a lei scegliere se voler restare nel suo baratro dove nessuna possibilità le è concessa e nessuna speranza può entrare nella sua vita, oppure se lavorare per ricostruire il suo modo di stare nel mondo e potersi affidare e fidare degli altri.
La vita e le relazioni non sono un pericolo ma un'occasione di crescita e ricchezza.
Spero di averle dato qualche spunto riflessivo su cui riflettere.
Saluti
La vita e le relazioni non sono un pericolo ma un'occasione di crescita e ricchezza.
Spero di averle dato qualche spunto riflessivo su cui riflettere.
Saluti
Una la leggenda narra che nel XV secolo ruppe la sua tazza preferita e, insoddisfatto delle riparazioni con graffe di metallo inviate dalla Cina, commissionò ai suoi artigiani una soluzione esteticamente migliore. Un ceramista, per rimediare, incollò i cocci con la lacca e cosparse le crepe con polvere d'oro, creando un oggetto più prezioso e unico di prima.
Le riporto questa leggenda per ricordarle che lei ha sicuramente delle ferite che può curare e che la rendono speciale perchè per affrontare le tante difficoltà che ha sperimentato ha sicuramente acquisito tante caratteristiche personali uniche. UN caro saluto
Le riporto questa leggenda per ricordarle che lei ha sicuramente delle ferite che può curare e che la rendono speciale perchè per affrontare le tante difficoltà che ha sperimentato ha sicuramente acquisito tante caratteristiche personali uniche. UN caro saluto
Caro paziente. Mi dispiace moltissimo per questa sofferenza che comunichi e spero davvero che tu possa trovare il coraggio di iniziare un percorso. Da quello che leggo la dimensione di critica e giudizio verso te stesso hanno delle proporzioni che ti rendono difficile poter vivere delle relazioni significative e fruttuose. Se mai vorrai, mi trovi disponibile. Coraggio
Ho letto con attenzione la sua storia e la ringrazio per ciò che ha condiviso. Quello che ha scritto racchiude una grande profondità ed il fatto stesso che lei sia qui a scrivere, cercando una via d'uscita, testimonia una forza interiore che forse non riconosce ancora in sé. Il suo passato, caratterizzato da un'esperienza quasi totale di assenza di contatto sicuro, ha contribuito a modellare una percezione di sé come “sporco” o “rotto” e l’ha messa in quella posizione da spettatore, come dice lei, che la porta a vivere il mondo attraverso un buco nel muro. Questo è un meccanismo di difesa molto potente, ma allo stesso tempo comune, che sviluppiamo per sopravvivere al trauma e al dolore. L'episodio dell'anello e dell'abbraccio ricevuto è un'esperienza molto importante: si tratta infatti di un'esperienza emotiva correttiva straordinaria. Dopo tanti anni, quel contatto fisico sicuro e spontaneo ha avuto un impatto quasi neurobiologico, ed è la prova lampante che il suo desiderio di connessione ed affetto è vivo e che il suo sistema nervoso ha reagito in modo estremamente positivo ad un gesto di umanità e gratitudine. Non è un caso se l’evento l’ha fatta fluttuare per mesi, in quanto è andato ad infrangere uno schema traumatico sedimentato ormai da un lungo periodo. Nello stesso tempo è importante aver presente che non basta un singolo episodio e che le sue difficoltà relazionali non derivano da una carenza superficiale, ma da una profonda ferita emotiva che necessita di essere elaborata. Deve lavorare, con l'aiuto di uno specialista esperto, per smontare l'idea che ha di sé di essere “rotto” e “sporco” e per imparare che il contatto e l'intimità possono essere sicuri. La ricchezza che lei ha trovato in quell'abbraccio è il segno che ha la capacità di connettersi: ora deve solo imparare a farlo in un modo sicuro e continuativo. Il fatto che lei ora stia cercando aiuto dimostra che è pronto ad iniziare la costruzione di un sé che può partecipare, non più solo guardare. Le auguro davvero di trovare la guida giusta per superare il muro che l’ha tenuto isolato e di rivivere, presto e più sovente, la bellezza e la sicurezza del contatto.
Buongiorno N., quella che racconta è una storia difficile, una riflessione profonda e con un'intensa connessione emotiva. Le sue parole colpiscono come macigni, nessuno dovrebbe mai sentirsi "sporco" o "rotto". Le violenze subite hanno sicuramente avuto un ruolo negativo nella percezione di sé ma attraverso un percorso di psicoterapia potrebbe ritrovarsi per la prima volta, "abbracciando" un'immagine di sé più adeguata, reale, autentica. Le auguro ogni bene e di sperimentare presto l'amore sincero che le è tanto mancato. Un caro saluto, BM
N., grazie per la profondità e la verità di ciò che hai scritto.
Lo dico con cura e con chiarezza professionale: tu non sei rotto. Sei un uomo che ha attraversato un’infanzia segnata dalla violenza, e quando il corpo cresce nell’allarme, il sistema nervoso impara a proteggersi tagliando il contatto. Non è un difetto: è una strategia di sopravvivenza.
La paura di “contaminare” gli altri, l’idea di essere “sporco”, il guardare la vita da un buco nel muro… sono espressioni tipiche di un organismo che ha imparato troppo presto a difendersi.
In psicologia e neuroscienze li chiamiamo meccanismi di protezione del Sé: non ti definiscono, ti preservano.
Quell’abbraccio ricevuto non è stato “solo un abbraccio”.
È stata una riattivazione: la prova concreta che il tuo corpo può ancora fidarsi, che il contatto non è per forza pericolo, che esiste in te una parte rimasta intatta. Una parte che sente, che vibra, che si apre. Questo non è un segno di fragilità: è un segno di vitalità residua, ed è prezioso.
Se un giorno deciderai di iniziare un percorso psicologico, il punto non sarà “aggiustare ciò che manca”, ma partire da ciò che è già vivo in te:
la tua capacità di emozionarti,
la lucidità con cui osservi il tuo mondo interno,
la sensibilità con cui descrivi ciò che senti.
Questo non è essere rotti: è materiale umano potente, generativo.
E c’è una verità che desidero tu possa toccare:
il cambiamento non nasce dallo sguardo degli altri.
Inizia quando tu smetti di guardarti con disprezzo.
E quel momento può cominciare anche adesso.
Esistono spazi sicuri in cui la tua storia non è un marchio, ma un’origine.
Da lì può nascere una vita che non hai ancora avuto occasione di vivere — ma che ti appartiene.
Rita Zanaica
Psicologa e Pedagogista Clinico
Lo dico con cura e con chiarezza professionale: tu non sei rotto. Sei un uomo che ha attraversato un’infanzia segnata dalla violenza, e quando il corpo cresce nell’allarme, il sistema nervoso impara a proteggersi tagliando il contatto. Non è un difetto: è una strategia di sopravvivenza.
La paura di “contaminare” gli altri, l’idea di essere “sporco”, il guardare la vita da un buco nel muro… sono espressioni tipiche di un organismo che ha imparato troppo presto a difendersi.
In psicologia e neuroscienze li chiamiamo meccanismi di protezione del Sé: non ti definiscono, ti preservano.
Quell’abbraccio ricevuto non è stato “solo un abbraccio”.
È stata una riattivazione: la prova concreta che il tuo corpo può ancora fidarsi, che il contatto non è per forza pericolo, che esiste in te una parte rimasta intatta. Una parte che sente, che vibra, che si apre. Questo non è un segno di fragilità: è un segno di vitalità residua, ed è prezioso.
Se un giorno deciderai di iniziare un percorso psicologico, il punto non sarà “aggiustare ciò che manca”, ma partire da ciò che è già vivo in te:
la tua capacità di emozionarti,
la lucidità con cui osservi il tuo mondo interno,
la sensibilità con cui descrivi ciò che senti.
Questo non è essere rotti: è materiale umano potente, generativo.
E c’è una verità che desidero tu possa toccare:
il cambiamento non nasce dallo sguardo degli altri.
Inizia quando tu smetti di guardarti con disprezzo.
E quel momento può cominciare anche adesso.
Esistono spazi sicuri in cui la tua storia non è un marchio, ma un’origine.
Da lì può nascere una vita che non hai ancora avuto occasione di vivere — ma che ti appartiene.
Rita Zanaica
Psicologa e Pedagogista Clinico
Salve, è molto profondo quello che ha scritto. Questo pezzetto di storia che ha scelto di raccontare qui mi ha fatto tornare in mente un libro che si chiama "Una vita come tante", se non l'ha letto glielo consiglio. Quell'abbraccio lo ha fatto volare in alto perchè alla fine ciò di cui abbiamo tutti bisogno è di sentirci amati e amabili, anche lei con quell'anello credo volesse fare un gesto d'amore in un certo senso.
L'essere umano è un animale sociale che vive in relazione con gli altri, non possiamo vivere isolati. Però per stare bene con gli altri e con se stesso in primis è necessario che lei non si senta più "rotto" o comunque che impari altri aspetti più amorevoli in cui identificarsi. Le consiglio quindi, visto che ha già fatto un passetto scrivendo qui, di parlare della sua storia personale con un/una professionista per poter sviscerare il suo vissuto e piano piano sentirsi più pronto e a suo agio nelle relazioni.
L'essere umano è un animale sociale che vive in relazione con gli altri, non possiamo vivere isolati. Però per stare bene con gli altri e con se stesso in primis è necessario che lei non si senta più "rotto" o comunque che impari altri aspetti più amorevoli in cui identificarsi. Le consiglio quindi, visto che ha già fatto un passetto scrivendo qui, di parlare della sua storia personale con un/una professionista per poter sviscerare il suo vissuto e piano piano sentirsi più pronto e a suo agio nelle relazioni.
Buonasera,
Capisco quanto sia difficile portare tutto questo da solo. Le esperienze che descrive lasciano segni profondi e possono rendere complicato avvicinarsi agli altri, anche quando lo si desidera intensamente. L’emozione provata per quell’abbraccio non è “esagerata”: dopo anni di mancanza di contatto e di vicinanza emotiva, un gesto semplice può riaccendere bisogni molto umani.
Non c’è nulla di “rotto” in lei: c’è una storia dolorosa che merita di essere ascoltata e compresa, non giudicata. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare spazio a quei vissuti e a costruire, passo dopo passo, relazioni più sicure e meno fondate sulla paura di non valere. Anche chi ha sofferto molto può creare legami autentici, ma non deve farlo da solo.
Un saluto
Capisco quanto sia difficile portare tutto questo da solo. Le esperienze che descrive lasciano segni profondi e possono rendere complicato avvicinarsi agli altri, anche quando lo si desidera intensamente. L’emozione provata per quell’abbraccio non è “esagerata”: dopo anni di mancanza di contatto e di vicinanza emotiva, un gesto semplice può riaccendere bisogni molto umani.
Non c’è nulla di “rotto” in lei: c’è una storia dolorosa che merita di essere ascoltata e compresa, non giudicata. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare spazio a quei vissuti e a costruire, passo dopo passo, relazioni più sicure e meno fondate sulla paura di non valere. Anche chi ha sofferto molto può creare legami autentici, ma non deve farlo da solo.
Un saluto
Caro N., leggendo il suo scritto mi è tornata alla mente la canzone di De André "Via del Campo", con quel verso che dice: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Le sue parole, pur attraversate da immagini di sporcizia, di mostri e di distanze incolmabili, rivelano in realtà una profonda ricerca d’amore, la stessa che ritroviamo nelle poesie più autentiche.
Mi ha colpito il suo sentirsi come un oggetto rotto e l’idea che nessuno possa sceglierlo. In verità, ognuno di noi, vivendo, si “rompe” in qualche modo: fa parte dell’esperienza di chi accetta di affrontare la vita fino in fondo, lasciandosi attraversare dalle domande e dalle sfide quotidiane. È naturale farsi male; ciò che conta davvero è la possibilità di curare le ferite che la vita ci infligge. Restare immobili a guardare le ferite senza prendersene cura rischia di farci sentire soli e abbandonati.
Lei accenna a esperienze di violenza fisica e forse a qualcosa di ancora più doloroso. Non posso sapere con precisione cosa abbia vissuto, ma dalle sue parole emerge chiaramente una sofferenza che merita ascolto e attenzione. Per questo la invito a parlarne con una persona esperta, capace di accompagnarla in un percorso di comprensione e guarigione.
Un caro saluto e un augurio sincero.
Mi ha colpito il suo sentirsi come un oggetto rotto e l’idea che nessuno possa sceglierlo. In verità, ognuno di noi, vivendo, si “rompe” in qualche modo: fa parte dell’esperienza di chi accetta di affrontare la vita fino in fondo, lasciandosi attraversare dalle domande e dalle sfide quotidiane. È naturale farsi male; ciò che conta davvero è la possibilità di curare le ferite che la vita ci infligge. Restare immobili a guardare le ferite senza prendersene cura rischia di farci sentire soli e abbandonati.
Lei accenna a esperienze di violenza fisica e forse a qualcosa di ancora più doloroso. Non posso sapere con precisione cosa abbia vissuto, ma dalle sue parole emerge chiaramente una sofferenza che merita ascolto e attenzione. Per questo la invito a parlarne con una persona esperta, capace di accompagnarla in un percorso di comprensione e guarigione.
Un caro saluto e un augurio sincero.
Buongiorno,
da quello che scrive si percepisce un vissuto interno di estremo disvalore che sicuramente influisce sulla sua vita e sulle sue relazioni.
Credo che nel suo caso sarebbe molto importante intraprendere un percorso di psicoterapia che possa aiutarla a prendersi cura di questi suoi aspetti che lei percepisce "rotti" e "sporchi". Il resto verrà da sè.
da quello che scrive si percepisce un vissuto interno di estremo disvalore che sicuramente influisce sulla sua vita e sulle sue relazioni.
Credo che nel suo caso sarebbe molto importante intraprendere un percorso di psicoterapia che possa aiutarla a prendersi cura di questi suoi aspetti che lei percepisce "rotti" e "sporchi". Il resto verrà da sè.
Capita che un gesto minimo, come un abbraccio, apra una fenditura dove la vita torna a farsi sentire dopo anni di silenzio. In ciò che mi racconta emerge con forza una lunga storia in cui il contatto è stato perlopiù ferita, e quando questo accade spesso il corpo impara a nascondersi, a restare sullo sfondo, come se guardasse il mondo da un varco senza poterne davvero far parte. Non c’è nulla di “rotto” in questo, semmai c’è un modo che ha trovato per sopravvivere quando non aveva alternative. Il punto è che quel suo antico rifugio oggi sembra non bastare più e l’abbraccio della sua responsabile lo ha mostrato con grande evidenza: non è stato solo un contatto fisico, ma l’irruzione di un’esperienza che ha scardinato l’idea che aveva di sé, mettendo in crisi la convinzione che non potesse essere toccato senza farsi male o far male. Lei dà per scontato che nessuno vorrebbe avvicinarsi a ciò che considera “sporco”, ma si tratta di un’immagine di sé che deriva da ciò che ha subito, non da ciò che è. Un altro punto da interrogare riguarda la sua conclusione secondo la quale “non c’è qualcuno per tutti”: più che una constatazione, sembra una difesa contro il rischio di desiderare davvero, perché desiderare comporta un’esposizione che per chi ha vissuto la violenza può risultare quasi insostenibile. Nel percorso che propongo, l’attenzione è rivolta proprio a questi punti dove l’immagine che si porta addosso si frantuma e lascia emergere ciò che chiede un posto, senza forzature e senza giudizio. È un lavoro che permette di riannodare i fili tra corpo, parola e desiderio, per dare forma a legami che non nascano dalla paura ma dalla possibilità di stare nella relazione senza sentirsi minaccia. Se lo desidera, può contattarmi: troverà uno spazio discreto e attento, dove sarà possibile mettere voce a quanto oggi le pesa e a ciò che invece prova a nascere. Un cordiale saluto, dottoressa Laura Lanocita.
Buongiorno N,
ti ringrazio sinceramente per aver condiviso un pezzo così intenso della tua storia. Nel tuo messaggio traspare una sofferenza profonda, ma anche una grande lucidità e una grande sensibilità. Non c’è nulla di “esagerato” o “assurdo” in ciò che provi: un abbraccio, dopo anni di isolamento, può davvero essere qualcosa di enorme, soprattutto considerata la fatica e il dolore che porti costantemente con te.
Credo che un percorso di psicoterapia potrebbe davvero offrirti uno spazio sicuro dove poter parlare liberamente, capire meglio ciò che provi e iniziare a costruire, con calma, quelle connessioni che desideri e che meriti. Non serve arrivare con le risposte: basta portare te stesso, così come sei ora.
Se vorrai, potrai trovare in terapia un luogo dove non devi più nasconderti dietro a un “muro”, ma puoi cominciare a esplorare le tue emozioni insieme a qualcuno che ti accompagna passo dopo passo.
Dott.ssa Lovisato
ti ringrazio sinceramente per aver condiviso un pezzo così intenso della tua storia. Nel tuo messaggio traspare una sofferenza profonda, ma anche una grande lucidità e una grande sensibilità. Non c’è nulla di “esagerato” o “assurdo” in ciò che provi: un abbraccio, dopo anni di isolamento, può davvero essere qualcosa di enorme, soprattutto considerata la fatica e il dolore che porti costantemente con te.
Credo che un percorso di psicoterapia potrebbe davvero offrirti uno spazio sicuro dove poter parlare liberamente, capire meglio ciò che provi e iniziare a costruire, con calma, quelle connessioni che desideri e che meriti. Non serve arrivare con le risposte: basta portare te stesso, così come sei ora.
Se vorrai, potrai trovare in terapia un luogo dove non devi più nasconderti dietro a un “muro”, ma puoi cominciare a esplorare le tue emozioni insieme a qualcuno che ti accompagna passo dopo passo.
Dott.ssa Lovisato
Gentile N.,
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua storia. Il modo in cui descrive il suo passato, la mancanza di contatto fisico sicuro e il vissuto di “sporcizia” e di rottura interiore racconta di ferite profonde, che nessuno dovrebbe affrontare da solo. Il fatto che lei abbia deciso di scrivere qui è già un passo importante: significa che una parte di lei desidera stare meglio e costruire un futuro diverso.
L’esperienza dell’abbraccio con la sua capa è stata per lei molto più di un semplice gesto: è stato un contatto umano dopo anni di isolamento, una conferma del fatto che il calore, la gentilezza e la connessione sono ancora possibili. Non è strano che le abbia smosso emozioni fortissime: quando si è vissuta così tanta mancanza, anche un singolo gesto può diventare un balsamo, ma anche riaprire consapevolezze dolorose.
Lei dice di sentirsi “rotto”. In realtà, più che rotto, sembra ferito. Le ferite non definiscono chi siamo, ma condizionano il modo in cui ci muoviamo nel mondo, soprattutto nelle relazioni. Le insicurezze, il timore di far male, la sensazione di guardare la vita “dietro un muro”: sono tutti effetti tipici di chi ha vissuto traumi relazionali precoci. Non sono difetti personali, ma conseguenze di ciò che ha subito.
La buona notizia è che queste conseguenze possono essere elaborate e trasformate.
Lei ha capacità preziose: sensibilità, riflessione profonda, desiderio di connessione, rispetto verso l’altro. Non sono qualità comuni. Sono proprio queste che, in un percorso adeguato, possono aiutarla a ricostruire fiducia in sé e negli altri.
Il vuoto che descrive, la fatica a relazionarsi, l’idea di non meritare contatto o di poter “contaminare” gli altri, meritano uno spazio protetto in cui essere guardati con cura e competenza. Un percorso psicoterapeutico – soprattutto se centrato sul trauma e sulle relazioni, come la terapia cognitivo-comportamentale o l’EMDR – può aiutarla a:
rielaborare gli eventi traumatici del passato,
ridurre il senso di colpa e “sporcizia”,
costruire un’immagine di sé più realistica e meno giudicante,
imparare la sicurezza nel contatto con l’altro,
sviluppare abilità relazionali che oggi sente lontane.
Le connessioni non nascono dall’essere “perfetti”, ma dall’essere presenti, sinceri e disponibili. E questo lei lo è già. Non è vero che “nessuno sceglierebbe qualcosa di rotto”: molte persone scelgono chi ha sofferto, chi sa dare valore alle cose semplici, chi conosce la profondità delle emozioni. Ma prima di incontrare gli altri, è fondamentale incontrare sé stessi con gentilezza.
Il fatto che un solo abbraccio le abbia dato così tanto significa che la capacità di sentire, di emozionarsi e di legarsi non è perduta. Ha solo bisogno di essere coltivata in un contesto sicuro, passo dopo passo.
Per questo le consiglio sinceramente di approfondire la sua situazione con uno specialista, così da iniziare un percorso che le permetta di costruire le relazioni che desidera e, soprattutto, una vita meno pesante e più sua.
Resto a disposizione.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua storia. Il modo in cui descrive il suo passato, la mancanza di contatto fisico sicuro e il vissuto di “sporcizia” e di rottura interiore racconta di ferite profonde, che nessuno dovrebbe affrontare da solo. Il fatto che lei abbia deciso di scrivere qui è già un passo importante: significa che una parte di lei desidera stare meglio e costruire un futuro diverso.
L’esperienza dell’abbraccio con la sua capa è stata per lei molto più di un semplice gesto: è stato un contatto umano dopo anni di isolamento, una conferma del fatto che il calore, la gentilezza e la connessione sono ancora possibili. Non è strano che le abbia smosso emozioni fortissime: quando si è vissuta così tanta mancanza, anche un singolo gesto può diventare un balsamo, ma anche riaprire consapevolezze dolorose.
Lei dice di sentirsi “rotto”. In realtà, più che rotto, sembra ferito. Le ferite non definiscono chi siamo, ma condizionano il modo in cui ci muoviamo nel mondo, soprattutto nelle relazioni. Le insicurezze, il timore di far male, la sensazione di guardare la vita “dietro un muro”: sono tutti effetti tipici di chi ha vissuto traumi relazionali precoci. Non sono difetti personali, ma conseguenze di ciò che ha subito.
La buona notizia è che queste conseguenze possono essere elaborate e trasformate.
Lei ha capacità preziose: sensibilità, riflessione profonda, desiderio di connessione, rispetto verso l’altro. Non sono qualità comuni. Sono proprio queste che, in un percorso adeguato, possono aiutarla a ricostruire fiducia in sé e negli altri.
Il vuoto che descrive, la fatica a relazionarsi, l’idea di non meritare contatto o di poter “contaminare” gli altri, meritano uno spazio protetto in cui essere guardati con cura e competenza. Un percorso psicoterapeutico – soprattutto se centrato sul trauma e sulle relazioni, come la terapia cognitivo-comportamentale o l’EMDR – può aiutarla a:
rielaborare gli eventi traumatici del passato,
ridurre il senso di colpa e “sporcizia”,
costruire un’immagine di sé più realistica e meno giudicante,
imparare la sicurezza nel contatto con l’altro,
sviluppare abilità relazionali che oggi sente lontane.
Le connessioni non nascono dall’essere “perfetti”, ma dall’essere presenti, sinceri e disponibili. E questo lei lo è già. Non è vero che “nessuno sceglierebbe qualcosa di rotto”: molte persone scelgono chi ha sofferto, chi sa dare valore alle cose semplici, chi conosce la profondità delle emozioni. Ma prima di incontrare gli altri, è fondamentale incontrare sé stessi con gentilezza.
Il fatto che un solo abbraccio le abbia dato così tanto significa che la capacità di sentire, di emozionarsi e di legarsi non è perduta. Ha solo bisogno di essere coltivata in un contesto sicuro, passo dopo passo.
Per questo le consiglio sinceramente di approfondire la sua situazione con uno specialista, così da iniziare un percorso che le permetta di costruire le relazioni che desidera e, soprattutto, una vita meno pesante e più sua.
Resto a disposizione.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, le consiglio caldamente un percorso di psicoterapia che l'aiuti a ritrovare fiducia in se stesso e negli altri, ma soprattutto a guarire dal suo trauma. Vista la sua sensibilità e introspezione, credo che, con il tempo, non farà fatica a trovare quall'equilibrio che oggi le manca. Cordiali saluti.
Caro N, ti ringrazio innanzitutto per il coraggio che hai avuto nello scrivere queste parole. Non è semplice raccontare un passato doloroso, né esporsi così sinceramente rispetto alla propria fragilità, ai propri desideri e alle proprie paure. La tua è una testimonianza intensa, e merita una risposta altrettanto attenta.
Quello che descrivi, l’assenza quasi totale di contatto fisico, la violenza ricevuta, la sensazione di essere stato “uno spettatore dietro un muro”, la difficoltà nel fidarti, nel sentirti degno, nel avvicinarti agli altri, non sono segnali di essere “rotto”, ma conseguenze profondissime di ciò che hai vissuto.
Quando un bambino cresce in un ambiente dove il contatto è più spesso minaccia che cura, il corpo impara a proteggersi, a irrigidirsi, a stare lontano. Sono strategie di sopravvivenza, non difetti.
E poi c’è quell’abbraccio.
Un gesto semplice per chi lo dà, ma enorme per chi lo riceve dopo anni di isolamento.
Tu lo hai sentito con una forza che ti ha scosso: non perché sei debole, ma perché sei stato per troppo tempo affamato di una forma di connessione umana che ti è mancata.
Il corpo ricorda, e quando riceve anche solo una goccia d’acqua, sente quanto era assetato.
È comprensibile che quell’abbraccio ti abbia dato vita e, allo stesso tempo, abbia aperto un vuoto ancora più doloroso quando è venuta meno quella sensazione di nutrimento emotivo.
Ma ascolta bene questo passaggio: il fatto che tu abbia sentito così tanto significa che la tua capacità di connessione non è morta, è viva. Forse ferita, forse impaurita, ma viva.
Non c’è nulla di “mostruoso” in questo.
Il vero rischio nasce quando si cerca di cancellare il proprio dolore fingendo che non esista, non quando lo si riconosce.
“Nessuno sceglierebbe qualcosa di rotto”.
Capisco perché ti senti così, ma la verità è che non sei rotto, sei ferito, che è un’altra cosa, e le ferite possono guarire, soprattutto quelle emotive, se trovano uno spazio sicuro.
Le persone che hanno vissuto ciò che hai vissuto spesso credono di essere imperfette, sbagliate, inadatte alle relazioni.
In realtà hanno solo bisogno di imparare un linguaggio che nessuno gli ha insegnato, quello della fiducia e della vicinanza.
Non è colpa tua se non hai avuto modelli sani di affetto, contatto, reciprocità.
Ma ora, da adulto, puoi costruirli, poco a poco.
“Cosa devo fare?”
Quello che stai chiedendo, creare una connessione, diventare capace di relazione, sentirti meno solo. è possibile, ma non devi farlo da solo. Sarebbe ingiusto chiederti una forza che nessuno, con la tua storia, avrebbe da solo.
Il passo più importante che potresti fare ora è trovare un terapeuta: uno spazio protetto, con una persona che sa come gestire vissuti come i tuoi, dove poter elaborare: il trauma del passato, la mancanza di contatto, il senso di indegnità, la paura di far del male,
l’idea di essere “sporco”, la vergogna, e quel desiderio fortissimo di essere visto e toccato con gentilezza.
Questo non è un percorso di “aggiustare ciò che è rotto”, ma di riconoscere la tua umanità dopo anni in cui è stata soffocata.
Molte persone che hanno un passato simile al tuo e ce ne sono più di quanto immagini, ritrovano la capacità di amare e di essere amati proprio grazie a un percorso terapeutico fondato sulla sicurezza e sulla relazione.
“C’è qualcuno per tutti?”
Non esiste la garanzia che un partner arrivi subito.
Ma esiste la certezza che tu puoi diventare la versione di te che è capace di una relazione sana, e quando questo accade, le connessioni iniziano ad arrivare naturalmente.
Per ora però non devi cercare una compagna:
devi trovare qualcuno che ti accompagni a guarire le ferite che ti fanno pensare di non meritarne una.
Una relazione può arrivare solo quando prima arriva uno spazio in cui impari a sentirti al sicuro, degno, umano.
E questa cosa succede, davvero.
Non sei solo
Hai scritto che non hai nessuno con cui confidarti.
Ma hai fatto il primo passo: hai chiesto aiuto.
Questo è un gesto enorme, e significa che in te c’è una parte che vuole vivere, che vuole entrare nel mondo e non solo guardarlo da dietro il muro.
Io ti vedo, N.
E posso dirti: non sei perso, non sei rotto, non sei “meno degli altri”.
Sei una persona che ha sofferto troppo e troppo a lungo, e ora meriti finalmente di trovare un luogo dove essere trattato con la stessa gentilezza che tu desideri dare.
Se vuoi, posso aiutarti a capire come trovare un terapeuta adatto, gestire il senso di vuoto che senti nel petto, lavorare passo passo sulla solitudine e sul contatto, o semplicemente ascoltarti ancora.
Un caloroso saluto.
Dott. Michele Basigli
Quello che descrivi, l’assenza quasi totale di contatto fisico, la violenza ricevuta, la sensazione di essere stato “uno spettatore dietro un muro”, la difficoltà nel fidarti, nel sentirti degno, nel avvicinarti agli altri, non sono segnali di essere “rotto”, ma conseguenze profondissime di ciò che hai vissuto.
Quando un bambino cresce in un ambiente dove il contatto è più spesso minaccia che cura, il corpo impara a proteggersi, a irrigidirsi, a stare lontano. Sono strategie di sopravvivenza, non difetti.
E poi c’è quell’abbraccio.
Un gesto semplice per chi lo dà, ma enorme per chi lo riceve dopo anni di isolamento.
Tu lo hai sentito con una forza che ti ha scosso: non perché sei debole, ma perché sei stato per troppo tempo affamato di una forma di connessione umana che ti è mancata.
Il corpo ricorda, e quando riceve anche solo una goccia d’acqua, sente quanto era assetato.
È comprensibile che quell’abbraccio ti abbia dato vita e, allo stesso tempo, abbia aperto un vuoto ancora più doloroso quando è venuta meno quella sensazione di nutrimento emotivo.
Ma ascolta bene questo passaggio: il fatto che tu abbia sentito così tanto significa che la tua capacità di connessione non è morta, è viva. Forse ferita, forse impaurita, ma viva.
Non c’è nulla di “mostruoso” in questo.
Il vero rischio nasce quando si cerca di cancellare il proprio dolore fingendo che non esista, non quando lo si riconosce.
“Nessuno sceglierebbe qualcosa di rotto”.
Capisco perché ti senti così, ma la verità è che non sei rotto, sei ferito, che è un’altra cosa, e le ferite possono guarire, soprattutto quelle emotive, se trovano uno spazio sicuro.
Le persone che hanno vissuto ciò che hai vissuto spesso credono di essere imperfette, sbagliate, inadatte alle relazioni.
In realtà hanno solo bisogno di imparare un linguaggio che nessuno gli ha insegnato, quello della fiducia e della vicinanza.
Non è colpa tua se non hai avuto modelli sani di affetto, contatto, reciprocità.
Ma ora, da adulto, puoi costruirli, poco a poco.
“Cosa devo fare?”
Quello che stai chiedendo, creare una connessione, diventare capace di relazione, sentirti meno solo. è possibile, ma non devi farlo da solo. Sarebbe ingiusto chiederti una forza che nessuno, con la tua storia, avrebbe da solo.
Il passo più importante che potresti fare ora è trovare un terapeuta: uno spazio protetto, con una persona che sa come gestire vissuti come i tuoi, dove poter elaborare: il trauma del passato, la mancanza di contatto, il senso di indegnità, la paura di far del male,
l’idea di essere “sporco”, la vergogna, e quel desiderio fortissimo di essere visto e toccato con gentilezza.
Questo non è un percorso di “aggiustare ciò che è rotto”, ma di riconoscere la tua umanità dopo anni in cui è stata soffocata.
Molte persone che hanno un passato simile al tuo e ce ne sono più di quanto immagini, ritrovano la capacità di amare e di essere amati proprio grazie a un percorso terapeutico fondato sulla sicurezza e sulla relazione.
“C’è qualcuno per tutti?”
Non esiste la garanzia che un partner arrivi subito.
Ma esiste la certezza che tu puoi diventare la versione di te che è capace di una relazione sana, e quando questo accade, le connessioni iniziano ad arrivare naturalmente.
Per ora però non devi cercare una compagna:
devi trovare qualcuno che ti accompagni a guarire le ferite che ti fanno pensare di non meritarne una.
Una relazione può arrivare solo quando prima arriva uno spazio in cui impari a sentirti al sicuro, degno, umano.
E questa cosa succede, davvero.
Non sei solo
Hai scritto che non hai nessuno con cui confidarti.
Ma hai fatto il primo passo: hai chiesto aiuto.
Questo è un gesto enorme, e significa che in te c’è una parte che vuole vivere, che vuole entrare nel mondo e non solo guardarlo da dietro il muro.
Io ti vedo, N.
E posso dirti: non sei perso, non sei rotto, non sei “meno degli altri”.
Sei una persona che ha sofferto troppo e troppo a lungo, e ora meriti finalmente di trovare un luogo dove essere trattato con la stessa gentilezza che tu desideri dare.
Se vuoi, posso aiutarti a capire come trovare un terapeuta adatto, gestire il senso di vuoto che senti nel petto, lavorare passo passo sulla solitudine e sul contatto, o semplicemente ascoltarti ancora.
Un caloroso saluto.
Dott. Michele Basigli
Ciao N, grazie per aver condiviso il tuo vissuto. Le tue parole arrivano dritte al cuore e si percepisce la sofferenza che hai attraversato. Mi colpisce soprattutto quando racconti del timore di non essere “in grado” o di sentirti “sporco”: in queste parole emergono una grande quantità di vergogna e di colpa. Nessuna persona è “rotta” solo perché ha sofferto, e nessuno è condannato a rimanere solo per ciò che ha vissuto o per la paura di “sporcare qualcun altro”.
L’abbraccio che hai ricevuto ha riattivato qualcosa di importante: il bisogno, assolutamente umano, di connessione. Quel gesto non è stato “solo un abbraccio”, ma un’esperienza emotiva che ha toccato un punto molto vulnerabile, e dopo tanti anni di distanza dagli altri è naturale che abbia avuto un effetto così intenso.
Il primo passo che puoi fare ora è iniziare a prenderti cura delle ferite che ti fanno credere di non meritare affetto e amore. Questi vissuti non definiscono chi sei, ma raccontano quanto hai dovuto resistere da solo per troppo tempo.
Quello che posso consigliarti, dunque, è di iniziare un percorso di psicoterapia: uno spazio sicuro in cui esplorare la tua storia, comprendere il peso che porti dentro di te e costruire, passo dopo passo, nuove modalità di stare in relazione con te stesso e con gli altri. Un percorso può aiutarti a trasformare quel senso di “sporcizia” e di inadeguatezza in qualcosa di diverso, più gentile e più autentico e permetterti di avvicinarti alle relazioni sentimentali con maggiore serenità. Buona serata!
L’abbraccio che hai ricevuto ha riattivato qualcosa di importante: il bisogno, assolutamente umano, di connessione. Quel gesto non è stato “solo un abbraccio”, ma un’esperienza emotiva che ha toccato un punto molto vulnerabile, e dopo tanti anni di distanza dagli altri è naturale che abbia avuto un effetto così intenso.
Il primo passo che puoi fare ora è iniziare a prenderti cura delle ferite che ti fanno credere di non meritare affetto e amore. Questi vissuti non definiscono chi sei, ma raccontano quanto hai dovuto resistere da solo per troppo tempo.
Quello che posso consigliarti, dunque, è di iniziare un percorso di psicoterapia: uno spazio sicuro in cui esplorare la tua storia, comprendere il peso che porti dentro di te e costruire, passo dopo passo, nuove modalità di stare in relazione con te stesso e con gli altri. Un percorso può aiutarti a trasformare quel senso di “sporcizia” e di inadeguatezza in qualcosa di diverso, più gentile e più autentico e permetterti di avvicinarti alle relazioni sentimentali con maggiore serenità. Buona serata!
Ciao N,
grazie per aver condiviso qualcosa di così profondo. Le tue parole raccontano una storia dura, fatta di mancanza, di ferite e di solitudine… ma raccontano anche una sensibilità enorme, una capacità di sentire che nonostante tutto è rimasta viva.
Voglio dirti una cosa con molta chiarezza: non sei rotto.
Se oggi fai fatica a stare nelle relazioni non è perché c’è qualcosa di sbagliato in te, ma perché nessuno ti ha insegnato cosa vuol dire essere amato in modo sicuro. Le paure, la vergogna, quel senso di “sporcizia” che descrivi… non sono tuoi. Ti sono stati messi addosso.
L’abbraccio che hai ricevuto non è stato “solo un abbraccio”: è stato un ricordo del fatto che il contatto può essere gentile, può nutrire, può scaldare. Il tuo corpo ha reagito così perché aveva fame di umanità. È normale, è umano, ed è bellissimo che tu l’abbia sentito in quel modo.
Hai passato anni a guardare il mondo da dietro un muro, come hai scritto tu.
Eppure, con un gesto di pochi secondi, qualcosa dentro si è mosso.
Questo non è il segno di una persona spezzata.
È il segno di qualcuno che ha ancora una parte viva, capace di emozionarsi, di desiderare, di connettersi.
Capisco il tuo vuoto. Capisco la paura che nessuno possa scegliere proprio te. Ma chi ha sofferto così tanto spesso sviluppa un cuore che vede e sente in modo diverso: più autentico, più profondo.
Non sei un mostro.
Non sei sbagliato.
Sei una persona che ha resistito a cose che avrebbero distrutto molti altri. E il fatto che tu oggi senta il bisogno di una connessione non è debolezza: è vita che bussa.
Io ti ascolto.
grazie per aver condiviso qualcosa di così profondo. Le tue parole raccontano una storia dura, fatta di mancanza, di ferite e di solitudine… ma raccontano anche una sensibilità enorme, una capacità di sentire che nonostante tutto è rimasta viva.
Voglio dirti una cosa con molta chiarezza: non sei rotto.
Se oggi fai fatica a stare nelle relazioni non è perché c’è qualcosa di sbagliato in te, ma perché nessuno ti ha insegnato cosa vuol dire essere amato in modo sicuro. Le paure, la vergogna, quel senso di “sporcizia” che descrivi… non sono tuoi. Ti sono stati messi addosso.
L’abbraccio che hai ricevuto non è stato “solo un abbraccio”: è stato un ricordo del fatto che il contatto può essere gentile, può nutrire, può scaldare. Il tuo corpo ha reagito così perché aveva fame di umanità. È normale, è umano, ed è bellissimo che tu l’abbia sentito in quel modo.
Hai passato anni a guardare il mondo da dietro un muro, come hai scritto tu.
Eppure, con un gesto di pochi secondi, qualcosa dentro si è mosso.
Questo non è il segno di una persona spezzata.
È il segno di qualcuno che ha ancora una parte viva, capace di emozionarsi, di desiderare, di connettersi.
Capisco il tuo vuoto. Capisco la paura che nessuno possa scegliere proprio te. Ma chi ha sofferto così tanto spesso sviluppa un cuore che vede e sente in modo diverso: più autentico, più profondo.
Non sei un mostro.
Non sei sbagliato.
Sei una persona che ha resistito a cose che avrebbero distrutto molti altri. E il fatto che tu oggi senta il bisogno di una connessione non è debolezza: è vita che bussa.
Io ti ascolto.
Buonasera.
Lei racconta tanto, un mondo di cui si può parlare.
Le propongo un colloquio, anche online.
Lei racconta tanto, un mondo di cui si può parlare.
Le propongo un colloquio, anche online.
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- Salve, ho effettuato la morfologica a 20 settimane + 6 giorni e i risultati sono i seguenti: CC 190 mm (81° percentile) CA 165 mm (83° percentile) FL 33,3 mm (42° percentile) HL 30,7 mm (11° percentile) DTC 22,7 mm (63° percentile) Vp 7,3 v.n. <10 CM 4,3 mm v.n.<10 Ho notato che la lunghezza…
- Salve gentilissimi! Gli antistaminici di seconda generazione aumentano l'insulino resistenza?
- Buongiorno, tendo a trattenere il respiro durante la notte, senza però avere problemi al mio risveglio. ho fatto visita con cardiologo ed utilizzato holter di notte. come si cura l'eventuale apnea notturna? quali sono i passi diagnostici da eseguire? Grazie.
- Ho 79 anni compiuti e ho iniziato ad avere problemi alla prostata intorno ai 45 anni. Per oltre 30 anni, quindi, sono andato avanti con l' Omnic e/oTamsulosina che mi hanno praticamente invalidato dal punto di vista sessuale. Ho deciso quest'anno di sottopormi ad un intervento TURP, suggeritomi molte…
- Buonasera, sono alle primissime settimane di gravidanza...il mio problema è che sono dipendente dall' uso dello spray nasale vicks sinex aloe...ho provato delle alternative come spray all acido ialuronico e al cortisone come Rino clenil... Effettuo ogni giorno un lavaggio con acqua calda e sale..ma purtroppo…
- Buongiorno cari dottori, io assumo da 4 anni Citalopram prescritto dalla mia psichiatra e ora passo sempre sotto il suo consiglio a prendere Venflaxina. Volevo chiedere come con Citalopram ogni tanto capitava che bevevo l’alcool so che è sconsigliato anche con la venflaxina gli effetti collaterali e…
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