buongiorno dottori, vorrei esporvi e cercare altre risposte da voi, sono una ragazza di 25 anni, las
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buongiorno dottori, vorrei esporvi e cercare altre risposte da voi, sono una ragazza di 25 anni, lasciata da poco diciamo con una persona molto piu grande di 20 anni, per vari motivi, tra cui il non sentirmi ascoltata , considerata e questo perché sono successi degli episodi in cui mi sono sentita messa in disparte, ma a detta sua erano tutte cose superflue le mie, solo per lamentarmi perché non mi starebbe bene nulla di quello che fa o non fa, ma lui non si interessa neanche di capire i miei bisogni o ciò che anche se non è cosi tanto importante per lui, a me fa male, o il fatto anche di parlare, non abbiamo mai un punto d'incontro e lui vuole sempre passare oltre e mai discutere. Il punto è che ho iniziato un percorso di terapia da qualche settimana, quello che mi è stato detto è che lui ha un comportamento manipolatorio, anche se comunque so che non lo fa apposta, perché lo vedo e vivendolo vedo come sia anche "innocente", anche con messaggi come a ricordarmi momenti passati o quando all'inizio mi mandava video su social come a farmi sentire in colpa per averlo lasciato, perché comunque lui sa come prendermi, come attirarmi a se e sa che mi piace e io a certe sue parole mi lascio andare e condizionare, al fatto che gli manco e altro, questo però che mi ha detto il professionista mi ha bloccato e messo un pò in un certo stato di ansia e paura, perché non mi aspettavo che potesse essere cosi, e può essere che un professionista dica cose anche a favore suo? Forse è una mia forma di difesa, non voler pensare che lui sia cosi e abbia questi atteggiamenti, insomma come un voler negare a me stessa questo comportamento e ciò che potrebbe dirmi il professionista per non volermi distaccare da lui? Non lo so, mi ha spaventato molto questo sentirmi dire queste cose perché è come se dovessi veramente distaccarmi, per non continuare a stare male..Cosa posso fare, calmare o iniziare a pensare più a me stessa? Anche se col pensiero a lui, col dispiacere di separarci e lasciarlo davvero..
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione così delicata. Da ciò che racconta emerge quanto questa relazione sia stata emotivamente significativa per lei e quanto, allo stesso tempo, le abbia lasciato sentimenti contrastanti: da una parte il legame, l’affetto e la nostalgia, dall’altra la sensazione di non sentirsi davvero ascoltata, considerata o compresa nei suoi bisogni.
Nelle relazioni di coppia, dal punto di vista psicologico, uno degli aspetti più importanti è proprio la possibilità che i bisogni emotivi di entrambe le persone trovino uno spazio di riconoscimento. Non significa che l’altro debba sempre essere d’accordo con noi o soddisfare ogni richiesta, ma che ciò che proviamo venga preso sul serio e possa diventare materia di dialogo. Quando invece i bisogni di uno dei due vengono sistematicamente minimizzati, definiti “superflui” o liquidati come lamentele, è facile che la persona inizi a sentirsi messa in secondo piano o poco valida nelle proprie emozioni. Nel tempo questo può generare molta frustrazione e senso di solitudine anche all’interno della relazione.
Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passo molto importante, proprio perché può aiutarla a comprendere meglio questi meccanismi relazionali e il modo in cui incidono sul suo benessere. Dal punto di vista deontologico, uno psicologo o psicoterapeuta è tenuto a esprimere osservazioni e ipotesi esclusivamente nell’ambito professionale, sulla base di ciò che emerge nel lavoro clinico. Questo significa che le restituzioni che riceve non hanno lo scopo di “mettere qualcuno contro qualcun altro”, ma di aiutarla a leggere le dinamiche che la riguardano e a tutelare il suo equilibrio emotivo.
Il fatto che la definizione di alcuni comportamenti come manipolatori l’abbia spaventata o messa in ansia è comprensibile. A volte, quando riceviamo una lettura che mette in discussione l’immagine che abbiamo della persona a cui siamo legati, può attivarsi una sorta di resistenza o di dubbio. Non è necessariamente un errore: spesso questo tipo di reazione ci dice qualcosa anche su di noi e sul momento in cui ci troviamo. Potrebbe indicare, ad esempio, che una parte di lei non è ancora pronta ad accettare pienamente quella prospettiva o che teme le implicazioni emotive che comporterebbe riconoscerla.
In un’ottica cognitivo-comportamentale, può essere utile osservare con curiosità questi pensieri e queste emozioni: da un lato il dispiacere, la nostalgia e il desiderio di non distaccarsi completamente; dall’altro il ricordo delle situazioni in cui si è sentita non ascoltata o poco considerata. Tenere insieme entrambe queste parti dell’esperienza le permetterà, nel tempo, di costruire una visione più chiara e meno guidata soltanto dal momento emotivo.
Il lavoro terapeutico può aiutarla proprio in questo: riconoscere e legittimare i suoi bisogni affettivi, comprendere quali dinamiche relazionali li soddisfano e quali invece tendono a frustrarli, e rafforzare la capacità di proteggere il proprio benessere anche quando questo comporta scelte difficili. Distaccarsi da una relazione non significa cancellare l’affetto o i ricordi, ma imparare a dare valore anche a ciò che lei sente e a ciò di cui ha bisogno per stare bene.
In questo momento potrebbe essere utile concedersi tempo, continuare il percorso iniziato e usare quello spazio per esplorare senza fretta tutti questi vissuti. Spesso il primo passo non è “smettere di pensare all’altro”, ma iniziare gradualmente a riportare l’attenzione su di sé, sui propri bisogni e su ciò che la fa sentire rispettata e riconosciuta in una relazione. Nel tempo, questo processo tende a rendere più chiaro anche come posizionarsi rispetto all’altro.
Nelle relazioni di coppia, dal punto di vista psicologico, uno degli aspetti più importanti è proprio la possibilità che i bisogni emotivi di entrambe le persone trovino uno spazio di riconoscimento. Non significa che l’altro debba sempre essere d’accordo con noi o soddisfare ogni richiesta, ma che ciò che proviamo venga preso sul serio e possa diventare materia di dialogo. Quando invece i bisogni di uno dei due vengono sistematicamente minimizzati, definiti “superflui” o liquidati come lamentele, è facile che la persona inizi a sentirsi messa in secondo piano o poco valida nelle proprie emozioni. Nel tempo questo può generare molta frustrazione e senso di solitudine anche all’interno della relazione.
Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passo molto importante, proprio perché può aiutarla a comprendere meglio questi meccanismi relazionali e il modo in cui incidono sul suo benessere. Dal punto di vista deontologico, uno psicologo o psicoterapeuta è tenuto a esprimere osservazioni e ipotesi esclusivamente nell’ambito professionale, sulla base di ciò che emerge nel lavoro clinico. Questo significa che le restituzioni che riceve non hanno lo scopo di “mettere qualcuno contro qualcun altro”, ma di aiutarla a leggere le dinamiche che la riguardano e a tutelare il suo equilibrio emotivo.
Il fatto che la definizione di alcuni comportamenti come manipolatori l’abbia spaventata o messa in ansia è comprensibile. A volte, quando riceviamo una lettura che mette in discussione l’immagine che abbiamo della persona a cui siamo legati, può attivarsi una sorta di resistenza o di dubbio. Non è necessariamente un errore: spesso questo tipo di reazione ci dice qualcosa anche su di noi e sul momento in cui ci troviamo. Potrebbe indicare, ad esempio, che una parte di lei non è ancora pronta ad accettare pienamente quella prospettiva o che teme le implicazioni emotive che comporterebbe riconoscerla.
In un’ottica cognitivo-comportamentale, può essere utile osservare con curiosità questi pensieri e queste emozioni: da un lato il dispiacere, la nostalgia e il desiderio di non distaccarsi completamente; dall’altro il ricordo delle situazioni in cui si è sentita non ascoltata o poco considerata. Tenere insieme entrambe queste parti dell’esperienza le permetterà, nel tempo, di costruire una visione più chiara e meno guidata soltanto dal momento emotivo.
Il lavoro terapeutico può aiutarla proprio in questo: riconoscere e legittimare i suoi bisogni affettivi, comprendere quali dinamiche relazionali li soddisfano e quali invece tendono a frustrarli, e rafforzare la capacità di proteggere il proprio benessere anche quando questo comporta scelte difficili. Distaccarsi da una relazione non significa cancellare l’affetto o i ricordi, ma imparare a dare valore anche a ciò che lei sente e a ciò di cui ha bisogno per stare bene.
In questo momento potrebbe essere utile concedersi tempo, continuare il percorso iniziato e usare quello spazio per esplorare senza fretta tutti questi vissuti. Spesso il primo passo non è “smettere di pensare all’altro”, ma iniziare gradualmente a riportare l’attenzione su di sé, sui propri bisogni e su ciò che la fa sentire rispettata e riconosciuta in una relazione. Nel tempo, questo processo tende a rendere più chiaro anche come posizionarsi rispetto all’altro.
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Sono la dottoressa Maria Cristina Giuliani, psicologa e sessuologa.
Da ciò che racconta, emerge con chiarezza una grande sofferenza emotiva: da una parte c’è il dispiacere per la separazione e il legame che sente ancora molto forte, dall’altra c’è la consapevolezza di essersi sentita poco ascoltata, poco considerata e non davvero accolta nei suoi bisogni più profondi. Quando in una relazione ci si sente ripetutamente messe in secondo piano, non comprese o addirittura portate a dubitare della legittimità di ciò che si prova, è naturale entrare in uno stato di confusione interiore. Quello che sta vivendo è molto frequente nelle relazioni in cui il coinvolgimento affettivo è forte ma, allo stesso tempo, il rapporto genera sofferenza. Per questo può succedere di oscillare continuamente tra lucidità e dubbio: in alcuni momenti si vedono bene le dinamiche che fanno male, in altri prevalgono il senso di colpa, la nostalgia, il bisogno di tornare indietro o il timore di “esagerare”. Non significa che lei sia debole, ma che è emotivamente coinvolta. Riguardo a ciò che le è stato detto in terapia, un professionista serio non lavora per “dare ragione” a una parte o all’altra, ma per aiutarla a leggere le dinamiche relazionali e a comprendere che effetto hanno su di lei. A volte alcune parole, come “manipolazione”, possono spaventare molto, soprattutto quando dentro di noi convivono ancora affetto, tenerezza, giustificazioni e speranza. Questo però non invalida il percorso: anzi, può indicare proprio un punto importante da approfondire con calma, senza forzarsi ma senza neppure negare ciò che sente. Il fatto che lei veda in lui anche aspetti “innocenti” non esclude necessariamente l’esistenza di comportamenti che la fanno stare male o che la riportano dentro un legame in cui fatica a sentirsi libera. Non sempre certi atteggiamenti sono messi in atto con cattiveria consapevole; a volte sono modalità relazionali apprese, immature o disfunzionali. Ma la domanda più importante non è solo “lui lo fa apposta?”, bensì: “io come sto dentro questa relazione? Mi sento rispettata, ascoltata, capita, serena?” Da quello che scrive, sembra che una parte di lei abbia già compreso di aver bisogno di proteggersi e di ricominciare a mettere al centro se stessa. Questo non vuol dire smettere di provare affetto da un giorno all’altro, né dover cancellare i sentimenti. Vuol dire iniziare a distinguere l’amore dal dolore, il legame dalla dipendenza emotiva, la nostalgia dal benessere reale. Il consiglio che mi sento di darle è di continuare il percorso terapeutico, portando apertamente anche questa paura, questo dubbio e questa difficoltà a distaccarsi. È proprio lì che può fare chiarezza, senza giudicarsi. Parallelamente, può aiutarla osservare con più attenzione non tanto le promesse, i ricordi o i messaggi che la fanno vacillare, ma come si sente concretamente ogni volta che torna in contatto con lui: più serena o più confusa? più libera o più in colpa? più vista o più svuotata? Pensare a sé non è egoismo. È un atto di cura. E in questo momento sembra essere proprio ciò di cui ha bisogno: ritrovare ascolto, stabilità e rispetto per il suo sentire.
Da ciò che racconta, emerge con chiarezza una grande sofferenza emotiva: da una parte c’è il dispiacere per la separazione e il legame che sente ancora molto forte, dall’altra c’è la consapevolezza di essersi sentita poco ascoltata, poco considerata e non davvero accolta nei suoi bisogni più profondi. Quando in una relazione ci si sente ripetutamente messe in secondo piano, non comprese o addirittura portate a dubitare della legittimità di ciò che si prova, è naturale entrare in uno stato di confusione interiore. Quello che sta vivendo è molto frequente nelle relazioni in cui il coinvolgimento affettivo è forte ma, allo stesso tempo, il rapporto genera sofferenza. Per questo può succedere di oscillare continuamente tra lucidità e dubbio: in alcuni momenti si vedono bene le dinamiche che fanno male, in altri prevalgono il senso di colpa, la nostalgia, il bisogno di tornare indietro o il timore di “esagerare”. Non significa che lei sia debole, ma che è emotivamente coinvolta. Riguardo a ciò che le è stato detto in terapia, un professionista serio non lavora per “dare ragione” a una parte o all’altra, ma per aiutarla a leggere le dinamiche relazionali e a comprendere che effetto hanno su di lei. A volte alcune parole, come “manipolazione”, possono spaventare molto, soprattutto quando dentro di noi convivono ancora affetto, tenerezza, giustificazioni e speranza. Questo però non invalida il percorso: anzi, può indicare proprio un punto importante da approfondire con calma, senza forzarsi ma senza neppure negare ciò che sente. Il fatto che lei veda in lui anche aspetti “innocenti” non esclude necessariamente l’esistenza di comportamenti che la fanno stare male o che la riportano dentro un legame in cui fatica a sentirsi libera. Non sempre certi atteggiamenti sono messi in atto con cattiveria consapevole; a volte sono modalità relazionali apprese, immature o disfunzionali. Ma la domanda più importante non è solo “lui lo fa apposta?”, bensì: “io come sto dentro questa relazione? Mi sento rispettata, ascoltata, capita, serena?” Da quello che scrive, sembra che una parte di lei abbia già compreso di aver bisogno di proteggersi e di ricominciare a mettere al centro se stessa. Questo non vuol dire smettere di provare affetto da un giorno all’altro, né dover cancellare i sentimenti. Vuol dire iniziare a distinguere l’amore dal dolore, il legame dalla dipendenza emotiva, la nostalgia dal benessere reale. Il consiglio che mi sento di darle è di continuare il percorso terapeutico, portando apertamente anche questa paura, questo dubbio e questa difficoltà a distaccarsi. È proprio lì che può fare chiarezza, senza giudicarsi. Parallelamente, può aiutarla osservare con più attenzione non tanto le promesse, i ricordi o i messaggi che la fanno vacillare, ma come si sente concretamente ogni volta che torna in contatto con lui: più serena o più confusa? più libera o più in colpa? più vista o più svuotata? Pensare a sé non è egoismo. È un atto di cura. E in questo momento sembra essere proprio ciò di cui ha bisogno: ritrovare ascolto, stabilità e rispetto per il suo sentire.
Lei non deve lasciare il suo fidanzato perché glielo dice qualcun altro, anche se quel qualcun altro è un professionista.
Trovo difficile che il collega lo faccia per un suo tornaconto personale, però le dico anche che quello che dice il suo psicoterapeuta riflette i racconti che lei gli porta. Stia su questo in terapia, comunichi al suo terapeuta come si sente e sono sicura che riuscirà a fare maggiore chiarezza dentro di sé.
Anche perché la terapia non sempre ci dà risposte chiare, ma ci aiuta a stare nella complessità e ad essere più autentici.
Trovo difficile che il collega lo faccia per un suo tornaconto personale, però le dico anche che quello che dice il suo psicoterapeuta riflette i racconti che lei gli porta. Stia su questo in terapia, comunichi al suo terapeuta come si sente e sono sicura che riuscirà a fare maggiore chiarezza dentro di sé.
Anche perché la terapia non sempre ci dà risposte chiare, ma ci aiuta a stare nella complessità e ad essere più autentici.
Buongiorno,
La nostra professione ci impone di dire cose solo ed esclusivamente per il bene dei nostri pazienti. Se qualcosa che il collega le ha detto non le torna le consiglio di parlarne con lui. Può essere un'occasione per capire meglio e per rendere il lavoro più efficace.
Dott. Marco Cenci
La nostra professione ci impone di dire cose solo ed esclusivamente per il bene dei nostri pazienti. Se qualcosa che il collega le ha detto non le torna le consiglio di parlarne con lui. Può essere un'occasione per capire meglio e per rendere il lavoro più efficace.
Dott. Marco Cenci
Buonasera,
dalle sue parole emerge quanto questa relazione sia stata per lei importante e quanto il distacco stia portando con sé emozioni intense e contrastanti: affetto, dispiacere, ma anche la sensazione di non essere stata pienamente ascoltata o considerata. È comprensibile che, in una fase così delicata, possano nascere dubbi e timori rispetto a ciò che emerge nel percorso terapeutico.
Quando un professionista condivide alcune ipotesi sul funzionamento di una relazione, non lo fa per “etichettare” una persona o prendere posizione contro qualcuno, ma per aiutarla a comprendere meglio le dinamiche che possono averla fatta soffrire e a tutelare il suo benessere emotivo. Allo stesso tempo, è naturale che una parte di lei possa faticare ad accogliere queste riflessioni, soprattutto quando c’è ancora un legame affettivo.
Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è già un passo importante: quello spazio può aiutarla a esplorare con calma ciò che prova, dare senso alle sue reazioni e capire quali scelte possano farla stare meglio, senza forzature ma con maggiore consapevolezza. Non è necessario avere subito tutte le risposte; spesso il lavoro terapeutico serve proprio a prendersi il tempo per ascoltarsi e rimettere al centro i propri bisogni.
Continuare a parlarne apertamente con il suo terapeuta, anche delle paure o dei dubbi che questa interpretazione le ha suscitato, può essere molto utile: la terapia è anche il luogo in cui confrontarsi su queste sensazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
dalle sue parole emerge quanto questa relazione sia stata per lei importante e quanto il distacco stia portando con sé emozioni intense e contrastanti: affetto, dispiacere, ma anche la sensazione di non essere stata pienamente ascoltata o considerata. È comprensibile che, in una fase così delicata, possano nascere dubbi e timori rispetto a ciò che emerge nel percorso terapeutico.
Quando un professionista condivide alcune ipotesi sul funzionamento di una relazione, non lo fa per “etichettare” una persona o prendere posizione contro qualcuno, ma per aiutarla a comprendere meglio le dinamiche che possono averla fatta soffrire e a tutelare il suo benessere emotivo. Allo stesso tempo, è naturale che una parte di lei possa faticare ad accogliere queste riflessioni, soprattutto quando c’è ancora un legame affettivo.
Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è già un passo importante: quello spazio può aiutarla a esplorare con calma ciò che prova, dare senso alle sue reazioni e capire quali scelte possano farla stare meglio, senza forzature ma con maggiore consapevolezza. Non è necessario avere subito tutte le risposte; spesso il lavoro terapeutico serve proprio a prendersi il tempo per ascoltarsi e rimettere al centro i propri bisogni.
Continuare a parlarne apertamente con il suo terapeuta, anche delle paure o dei dubbi che questa interpretazione le ha suscitato, può essere molto utile: la terapia è anche il luogo in cui confrontarsi su queste sensazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando una relazione termina ma il legame emotivo è ancora molto attivo. È possibile provare contemporaneamente sollievo per alcune dinamiche che facevano soffrire e, allo stesso tempo, nostalgia, senso di colpa o difficoltà a distaccarsi. Non è una contraddizione, è parte del processo di separazione.
Il fatto che lei continui a interrogarsi su ciò che è accaduto e sui comportamenti di entrambi è comprensibile. Quando in una relazione ci si sente poco ascoltati o poco considerati, spesso si crea una dinamica in cui uno dei due tende a minimizzare il disagio dell’altro e l’altro finisce per dubitare delle proprie percezioni. Questo può generare molta confusione emotiva.
Per quanto riguarda il lavoro terapeutico, è importante ricordare che uno psicologo non ha l’obiettivo di “dare ragione” a una parte o all’altra, ma di aiutare la persona a comprendere meglio ciò che vive nelle relazioni e quali dinamiche la fanno stare bene o male. A volte alcune parole o interpretazioni possono spaventare, soprattutto quando toccano aspetti della relazione a cui siamo ancora molto legati. Anche questo, però, può diventare un materiale utile da portare in terapia e discutere apertamente con il professionista che la segue.
Il fatto che lei stia già facendo un percorso è un elemento molto positivo. In questa fase può essere più utile concentrarsi su ciò che sente e su ciò di cui ha bisogno, piuttosto che cercare una definizione definitiva del comportamento dell’altra persona. Capire perché alcune parole o alcuni gesti riescono ancora a smuoverla così tanto è spesso una parte importante del lavoro su di sé.
Si dia tempo. Le separazioni richiedono un periodo di rielaborazione emotiva e non è raro oscillare tra il desiderio di tornare indietro e la consapevolezza che alcune dinamiche facevano soffrire.
Continui a portare questi dubbi e queste paure all’interno del percorso terapeutico: è proprio lì che possono essere esplorati con calma e trasformati in maggiore chiarezza e consapevolezza su di sé e sulle proprie relazioni.
quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando una relazione termina ma il legame emotivo è ancora molto attivo. È possibile provare contemporaneamente sollievo per alcune dinamiche che facevano soffrire e, allo stesso tempo, nostalgia, senso di colpa o difficoltà a distaccarsi. Non è una contraddizione, è parte del processo di separazione.
Il fatto che lei continui a interrogarsi su ciò che è accaduto e sui comportamenti di entrambi è comprensibile. Quando in una relazione ci si sente poco ascoltati o poco considerati, spesso si crea una dinamica in cui uno dei due tende a minimizzare il disagio dell’altro e l’altro finisce per dubitare delle proprie percezioni. Questo può generare molta confusione emotiva.
Per quanto riguarda il lavoro terapeutico, è importante ricordare che uno psicologo non ha l’obiettivo di “dare ragione” a una parte o all’altra, ma di aiutare la persona a comprendere meglio ciò che vive nelle relazioni e quali dinamiche la fanno stare bene o male. A volte alcune parole o interpretazioni possono spaventare, soprattutto quando toccano aspetti della relazione a cui siamo ancora molto legati. Anche questo, però, può diventare un materiale utile da portare in terapia e discutere apertamente con il professionista che la segue.
Il fatto che lei stia già facendo un percorso è un elemento molto positivo. In questa fase può essere più utile concentrarsi su ciò che sente e su ciò di cui ha bisogno, piuttosto che cercare una definizione definitiva del comportamento dell’altra persona. Capire perché alcune parole o alcuni gesti riescono ancora a smuoverla così tanto è spesso una parte importante del lavoro su di sé.
Si dia tempo. Le separazioni richiedono un periodo di rielaborazione emotiva e non è raro oscillare tra il desiderio di tornare indietro e la consapevolezza che alcune dinamiche facevano soffrire.
Continui a portare questi dubbi e queste paure all’interno del percorso terapeutico: è proprio lì che possono essere esplorati con calma e trasformati in maggiore chiarezza e consapevolezza su di sé e sulle proprie relazioni.
Buongiorno, capisco la confusione e anche la paura. Quando un professionista dà un nome a certe dinamiche, soprattutto parole come “manipolatorio”, può fare effetto come uno schiaffo: da una parte ti aiuta a vedere, dall’altra ti spaventa perché rende più reale l’idea di doverti staccare.
Una cosa importante: “manipolazione” non significa per forza cattiveria o strategia consapevole. A volte è un modo appreso di gestire le relazioni, di non perdere l’altro, di spostare il focus sui propri bisogni. Però l’effetto su di te conta più dell’intenzione: se ti senti colpevolizzata, confusa, non ascoltata e poi “riagganciata” con messaggi che ti smuovono, è normale che tu faccia fatica a restare ferma nella tua scelta.
È anche molto comprensibile la tua difesa: una parte di te vuole proteggere l’immagine buona di lui e il legame, perché lasciarlo davvero fa male. Non significa che la terapeuta abbia ragione su tutto o che lui sia “un mostro”. Significa che tu stai iniziando a guardare la relazione anche dal lato di come ti fa stare, non solo di quanto ti manca.
Può un professionista dire cose “a favore suo”? In terapia il focus non è fare il tifo contro o pro, ma aiutarti a vedere le dinamiche e a capire cosa ti fa bene. Se senti che una frase ti ha spaventata, portalo in seduta così com’è: “Quella parola mi ha messo ansia, ho paura di doverlo cancellare dalla mia vita, e una parte di me lo giustifica”. È materiale prezioso, non un errore.
Per calmarti e iniziare a pensare più a te, prova a darti due punti fermi:
Confine comunicativo per un periodo. Se ogni contatto ti destabilizza, scegli una distanza temporanea, anche solo due settimane, senza messaggi e senza social. Non per punirlo, ma per sentire la tua voce senza la sua.
Quando arriva il senso di colpa, torna ai fatti. Scriviti in poche righe cosa ti ha fatto male, cosa hai chiesto e cosa non è cambiato. Rileggilo quando ti senti risucchiata.
E una cosa gentile ma vera: il dispiacere di separarti non è una prova che dovresti tornare. È il costo emotivo di una scelta che stai facendo per proteggerti.
Se ti va, sul mio profilo trovi come lavoro su dipendenza affettiva, confini e relazioni sbilanciate, e puoi valutare un colloquio.
Una cosa importante: “manipolazione” non significa per forza cattiveria o strategia consapevole. A volte è un modo appreso di gestire le relazioni, di non perdere l’altro, di spostare il focus sui propri bisogni. Però l’effetto su di te conta più dell’intenzione: se ti senti colpevolizzata, confusa, non ascoltata e poi “riagganciata” con messaggi che ti smuovono, è normale che tu faccia fatica a restare ferma nella tua scelta.
È anche molto comprensibile la tua difesa: una parte di te vuole proteggere l’immagine buona di lui e il legame, perché lasciarlo davvero fa male. Non significa che la terapeuta abbia ragione su tutto o che lui sia “un mostro”. Significa che tu stai iniziando a guardare la relazione anche dal lato di come ti fa stare, non solo di quanto ti manca.
Può un professionista dire cose “a favore suo”? In terapia il focus non è fare il tifo contro o pro, ma aiutarti a vedere le dinamiche e a capire cosa ti fa bene. Se senti che una frase ti ha spaventata, portalo in seduta così com’è: “Quella parola mi ha messo ansia, ho paura di doverlo cancellare dalla mia vita, e una parte di me lo giustifica”. È materiale prezioso, non un errore.
Per calmarti e iniziare a pensare più a te, prova a darti due punti fermi:
Confine comunicativo per un periodo. Se ogni contatto ti destabilizza, scegli una distanza temporanea, anche solo due settimane, senza messaggi e senza social. Non per punirlo, ma per sentire la tua voce senza la sua.
Quando arriva il senso di colpa, torna ai fatti. Scriviti in poche righe cosa ti ha fatto male, cosa hai chiesto e cosa non è cambiato. Rileggilo quando ti senti risucchiata.
E una cosa gentile ma vera: il dispiacere di separarti non è una prova che dovresti tornare. È il costo emotivo di una scelta che stai facendo per proteggerti.
Se ti va, sul mio profilo trovi come lavoro su dipendenza affettiva, confini e relazioni sbilanciate, e puoi valutare un colloquio.
Gentile utente, da quanto scrive sembra emergere un turbamento che può nascere quando un vissuto relazionale viene nominato in modo inatteso nel corso di una terapia.
A volte è proprio da questo punto di sorpresa o di inquietudine che può prendere forma una domanda più personale, che riguarda il coinvolgimento nei propri legami.
Sono aspetti che difficilmente trovano una risposta generale, ma che possono essere esplorati nel tempo di un colloquio. Resto disponibile, qualora lo desideri, per un incontro di approfondimento.
Cordialmente,
MDL
A volte è proprio da questo punto di sorpresa o di inquietudine che può prendere forma una domanda più personale, che riguarda il coinvolgimento nei propri legami.
Sono aspetti che difficilmente trovano una risposta generale, ma che possono essere esplorati nel tempo di un colloquio. Resto disponibile, qualora lo desideri, per un incontro di approfondimento.
Cordialmente,
MDL
Buongiorno, valutando ciò che è stato detto da Lei, sarebbe necessario intraprendere un percorso psicologico, perché sono molte le cose che andrebbero valutate.
Qualora fosse interessata, io fornisco consulenza anche online.
Rimango a disposizione.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Martina Colle
Qualora fosse interessata, io fornisco consulenza anche online.
Rimango a disposizione.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Martina Colle
Buonasera mi sento di risponderle che conoscersi e pensare a sé stessi non fa mai male, e se questa relazione è sana il pensare a sé non per forza equivale a separarsi
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione così delicata e piena di sfumature emotive. Dalle sue parole si percepisce quanto questa relazione sia stata significativa e quanto il momento che sta attraversando sia complesso. Quando un rapporto finisce, soprattutto se è stato intenso e se i sentimenti non sono scomparsi, è molto comune sentirsi divisi tra ciò che la mente riconosce come necessario per stare meglio e ciò che il cuore continua a desiderare. Nel suo racconto emerge una dinamica che molte persone sperimentano nelle relazioni difficili. Da una parte c’è il dolore di non sentirsi ascoltati, compresi o considerati nei propri bisogni. Dall’altra però rimane il legame emotivo, fatto di ricordi, momenti condivisi e parole che riescono ancora a toccare profondamente. Quando una persona a cui si è stati legati per molto tempo continua a cercarci, magari ricordando momenti belli o esprimendo nostalgia, è naturale che si riattivino affetto, dubbio e senso di colpa. Questo può rendere molto difficile mantenere una distanza emotiva, anche quando si è consapevoli delle difficoltà vissute nella relazione. Il fatto che lei si interroghi sul comportamento del suo ex compagno e su ciò che le è stato detto durante il percorso che ha iniziato mostra una grande capacità di riflessione. Quando un professionista offre una lettura di alcune dinamiche relazionali, può succedere che quella interpretazione susciti emozioni forti o persino spavento. Questo accade spesso quando la spiegazione tocca aspetti profondi del legame o mette in luce meccanismi che fino a quel momento non erano stati osservati con chiarezza. La mente può reagire con incredulità o con il desiderio di ridimensionare ciò che è stato detto, soprattutto se l’idea di vedere quella persona sotto una luce diversa provoca dolore o paura di perdere definitivamente il rapporto. È importante ricordare che nelle relazioni umane raramente esistono categorie semplici come giusto o sbagliato. A volte due persone possono voler bene l’una all’altra e allo stesso tempo trovarsi dentro dinamiche che fanno soffrire. Il punto centrale diventa allora comprendere come ci si sente all’interno di quel rapporto e quali bisogni trovano spazio oppure rimangono costantemente inascoltati. Dal modo in cui descrive la relazione sembra che uno degli aspetti più difficili per lei sia stato proprio il sentirsi poco ascoltata e il non riuscire a trovare un vero punto di incontro nel dialogo. Quando una persona tende a minimizzare ciò che l’altro sente o a evitare il confronto sulle difficoltà, l’altra parte può arrivare a dubitare delle proprie percezioni. Questo può generare molta confusione emotiva, perché da un lato si percepisce un disagio reale, dall’altro si riceve il messaggio che quel disagio sia esagerato o ingiustificato. Nel tempo questa dinamica può far perdere fiducia nelle proprie sensazioni e nei propri bisogni. Il fatto che lei stia iniziando a interrogarsi su questo aspetto e che abbia intrapreso un percorso di supporto rappresenta un passaggio molto importante. In un percorso di tipo cognitivo comportamentale spesso si lavora proprio su questo tipo di dinamiche, cercando di comprendere come si formano certi schemi relazionali, perché alcune parole o comportamenti dell’altro hanno un effetto così forte su di noi e in che modo imparare a riconoscere e rispettare i propri bisogni emotivi. Il timore che prova nel pensare di dover prendere davvero distanza da questa persona è molto comprensibile. Lasciare andare un legame non significa soltanto separarsi dall’altro, ma anche confrontarsi con il dolore della perdita e con l’idea di un futuro diverso da quello immaginato. È naturale che una parte di lei provi resistenza di fronte a questa prospettiva e cerchi di trovare motivi per mantenere il legame. Allo stesso tempo, dalle sue parole emerge anche il desiderio di stare meglio e di non continuare a vivere una situazione che le provoca sofferenza. Questo conflitto interno tra attaccamento e bisogno di proteggersi è uno degli aspetti più difficili da attraversare quando una relazione diventa dolorosa. Un lavoro psicologico può essere molto utile proprio per fare chiarezza su questi sentimenti contrastanti. Non per dirle cosa deve fare, ma per aiutarla a comprendere meglio i suoi bisogni, il modo in cui si è sviluppata questa dinamica con il suo ex compagno e le ragioni per cui alcune sue parole riescono ancora ad avere un impatto così forte su di lei. Quando si iniziano a comprendere questi meccanismi diventa più facile prendere decisioni che tengano davvero conto del proprio benessere. Il fatto che lei stia già cercando di riflettere su se stessa e di prendersi cura della propria vita emotiva è un segnale molto importante. Spesso proprio questi momenti di grande confusione diventano anche occasioni preziose per conoscersi più a fondo e per costruire relazioni future più equilibrate e rispettose dei propri bisogni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, dalle sue parole emerge quanto questa relazione le abbia lasciato emozioni contrastanti: da una parte l’affetto e il legame che sente ancora, dall’altra il dolore di non essersi sentita ascoltata o considerata nei suoi bisogni. È comprensibile che le parole del professionista l’abbiano spaventata: a volte riconoscere certe dinamiche può creare resistenza, soprattutto quando si è ancora coinvolti emotivamente. Questo non significa necessariamente “demonizzare” l’altra persona, ma piuttosto provare a osservare con più chiarezza ciò che nella relazione la fa stare bene e ciò che la fa soffrire. Continuare il percorso terapeutico può aiutarla proprio a fare questo con calma, senza forzarsi a decisioni immediate, ma dando spazio anche ai suoi bisogni e al suo benessere. Un caro saluto.
Buongiorno,
comprendo profondamente come il dolore di questa situazione e i sentimenti contrastanti che sta vivendo creino una 'tempesta emotiva' in cui può essere difficile orientarsi.
Per provare a fare chiarezza, potrebbe essere utile osservare la sua realtà attuale: com’è per lei abitare una relazione in cui i suoi bisogni non trovano ascolto, ma vengono ignorati o sminuiti? Da ciò che scrive, sembra che la parte di lei che ha cercato il supporto di una professionista stia cercando di proteggersi, mentre un'altra parte vive il timore della perdita come un ostacolo insormontabile.
A volte, per quanto una situazione sia sofferente, scatta un meccanismo per cui quel 'poco' viene percepito come preferibile al vuoto, rendendo il distacco estremamente faticoso. Tuttavia, provare a spostare lo sguardo da ciò che si lascia a ciò verso cui si desidera tendere — ovvero una relazione nutriente e reciproca — può aiutare a trovare una nuova prospettiva.
Al di là delle definizioni tecniche, ciò che conta è come i comportamenti dell'altro la facciano sentire e come questi contribuiscano a alimentare il suo malessere.
La incoraggio vivamente a continuare a esplorare con la sua terapeuta le emozioni emerse durante i vostri colloqui. Condividere con lei anche i vissuti di 'difesa' o i dubbi nati dalle sue parole è fondamentale: serve a costruire quel clima di fiducia necessario per affrontare un percorso così delicato.
Salutarsi è quasi sempre doloroso, ma riuscire a dare finalmente voce e nutrimento ai propri bisogni è una meta che restituisce valore a tutto il faticoso processo di cambiamento.
Un cordiale saluto.
C.G
comprendo profondamente come il dolore di questa situazione e i sentimenti contrastanti che sta vivendo creino una 'tempesta emotiva' in cui può essere difficile orientarsi.
Per provare a fare chiarezza, potrebbe essere utile osservare la sua realtà attuale: com’è per lei abitare una relazione in cui i suoi bisogni non trovano ascolto, ma vengono ignorati o sminuiti? Da ciò che scrive, sembra che la parte di lei che ha cercato il supporto di una professionista stia cercando di proteggersi, mentre un'altra parte vive il timore della perdita come un ostacolo insormontabile.
A volte, per quanto una situazione sia sofferente, scatta un meccanismo per cui quel 'poco' viene percepito come preferibile al vuoto, rendendo il distacco estremamente faticoso. Tuttavia, provare a spostare lo sguardo da ciò che si lascia a ciò verso cui si desidera tendere — ovvero una relazione nutriente e reciproca — può aiutare a trovare una nuova prospettiva.
Al di là delle definizioni tecniche, ciò che conta è come i comportamenti dell'altro la facciano sentire e come questi contribuiscano a alimentare il suo malessere.
La incoraggio vivamente a continuare a esplorare con la sua terapeuta le emozioni emerse durante i vostri colloqui. Condividere con lei anche i vissuti di 'difesa' o i dubbi nati dalle sue parole è fondamentale: serve a costruire quel clima di fiducia necessario per affrontare un percorso così delicato.
Salutarsi è quasi sempre doloroso, ma riuscire a dare finalmente voce e nutrimento ai propri bisogni è una meta che restituisce valore a tutto il faticoso processo di cambiamento.
Un cordiale saluto.
C.G
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione così delicata.
Quando una relazione finisce, soprattutto se c’è ancora affetto, è normale provare confusione e sentimenti contrastanti. Il fatto che una parte di te riconosca il dolore vissuto mentre un’altra fatica a vedere alcuni comportamenti dell’altra persona è molto comune: spesso è il segno di un legame emotivo ancora forte.
Il percorso terapeutico che hai iniziato può aiutarti proprio a fare chiarezza, senza dover arrivare subito a conclusioni definitive. Più che concentrarti su “chi ha ragione”, può essere utile ascoltare ciò che tu hai provato nella relazione: sentirsi non ascoltati o non considerati, nel tempo, può diventare molto faticoso.
Concediti tempo e spazio per capire cosa è davvero importante per te e per il tuo benessere. Continuare il percorso psicologico può aiutarti a farlo con maggiore serenità e consapevolezza.
Un caro saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Quando una relazione finisce, soprattutto se c’è ancora affetto, è normale provare confusione e sentimenti contrastanti. Il fatto che una parte di te riconosca il dolore vissuto mentre un’altra fatica a vedere alcuni comportamenti dell’altra persona è molto comune: spesso è il segno di un legame emotivo ancora forte.
Il percorso terapeutico che hai iniziato può aiutarti proprio a fare chiarezza, senza dover arrivare subito a conclusioni definitive. Più che concentrarti su “chi ha ragione”, può essere utile ascoltare ciò che tu hai provato nella relazione: sentirsi non ascoltati o non considerati, nel tempo, può diventare molto faticoso.
Concediti tempo e spazio per capire cosa è davvero importante per te e per il tuo benessere. Continuare il percorso psicologico può aiutarti a farlo con maggiore serenità e consapevolezza.
Un caro saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Buongiono,
dalle tue parole emerge quanto questa situazione ti stia mettendo in una posizione emotivamente molto complessa. Da una parte riconosci che nella relazione ti sei sentita poco ascoltata, poco considerata e spesso non compresa nei tuoi bisogni, dall’altra senti ancora un forte legame con questa persona e fai fatica a pensare a un distacco definitivo.
Quando una relazione finisce, soprattutto se è stata intensa o se ci sono stati momenti molto significativi, è abbastanza comune vivere una fase di grande ambivalenza: una parte di noi riconosce le difficoltà o il dolore vissuto, mentre un’altra continua a ricordare i momenti belli e a sentire il desiderio di tornare verso quella persona. Questo può generare molta confusione e anche ansia, proprio come descrivi.
Il fatto che nel percorso terapeutico sia emerso il termine “comportamento manipolatorio” può essere stato per te destabilizzante. A volte quando uno psicologo usa certe parole non lo fa per “etichettare” una persona come buona o cattiva, ma per aiutare a osservare alcune dinamiche relazionali come ad esempio situazioni in cui l’altro tende a minimizzare i tuoi bisogni, evitare il confronto o riavvicinarsi nei momenti in cui percepisce che ti stai allontanando. Sentire queste cose può essere difficile, soprattutto quando continui a vedere anche aspetti affettuosi o vulnerabili nell’altra persona.
È possibile che una parte di te faccia fatica ad accogliere questa lettura perché il legame emotivo è ancora molto forte. Questo non significa necessariamente che tu stia “sbagliando”, spesso è un modo con cui la mente cerca di proteggersi da un distacco che fa male.
Il percorso terapeutico può proprio servirti per esplorare con calma questa ambivalenza: capire cosa ti ha fatto stare bene nella relazione, cosa invece ti ha fatto soffrire e quali bisogni senti oggi come importanti per il tuo benessere. Non è necessario prendere subito decisioni drastiche o definitive, a volte il primo passo è semplicemente spostare un po’ l’attenzione su di te, sui tuoi sentimenti e su ciò di cui hai bisogno in una relazione.
Il fatto che tu abbia iniziato una terapia è già un segnale importante di attenzione verso te stessa. Se alcune parole del professionista ti hanno spaventata o messa in difficoltà, può essere molto utile parlarne direttamente con lui/lei. Il percorso terapeutico è proprio lo spazio in cui poter esprimere dubbi, paure e anche eventuali disaccordi.
Con il tempo e con uno spazio di riflessione sicuro potrai probabilmente comprendere meglio cosa rappresenta per te questa relazione e quale direzione ti farà stare più in equilibrio con te stessa.
Resto disponibile.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa
(Empoli & Online)
dalle tue parole emerge quanto questa situazione ti stia mettendo in una posizione emotivamente molto complessa. Da una parte riconosci che nella relazione ti sei sentita poco ascoltata, poco considerata e spesso non compresa nei tuoi bisogni, dall’altra senti ancora un forte legame con questa persona e fai fatica a pensare a un distacco definitivo.
Quando una relazione finisce, soprattutto se è stata intensa o se ci sono stati momenti molto significativi, è abbastanza comune vivere una fase di grande ambivalenza: una parte di noi riconosce le difficoltà o il dolore vissuto, mentre un’altra continua a ricordare i momenti belli e a sentire il desiderio di tornare verso quella persona. Questo può generare molta confusione e anche ansia, proprio come descrivi.
Il fatto che nel percorso terapeutico sia emerso il termine “comportamento manipolatorio” può essere stato per te destabilizzante. A volte quando uno psicologo usa certe parole non lo fa per “etichettare” una persona come buona o cattiva, ma per aiutare a osservare alcune dinamiche relazionali come ad esempio situazioni in cui l’altro tende a minimizzare i tuoi bisogni, evitare il confronto o riavvicinarsi nei momenti in cui percepisce che ti stai allontanando. Sentire queste cose può essere difficile, soprattutto quando continui a vedere anche aspetti affettuosi o vulnerabili nell’altra persona.
È possibile che una parte di te faccia fatica ad accogliere questa lettura perché il legame emotivo è ancora molto forte. Questo non significa necessariamente che tu stia “sbagliando”, spesso è un modo con cui la mente cerca di proteggersi da un distacco che fa male.
Il percorso terapeutico può proprio servirti per esplorare con calma questa ambivalenza: capire cosa ti ha fatto stare bene nella relazione, cosa invece ti ha fatto soffrire e quali bisogni senti oggi come importanti per il tuo benessere. Non è necessario prendere subito decisioni drastiche o definitive, a volte il primo passo è semplicemente spostare un po’ l’attenzione su di te, sui tuoi sentimenti e su ciò di cui hai bisogno in una relazione.
Il fatto che tu abbia iniziato una terapia è già un segnale importante di attenzione verso te stessa. Se alcune parole del professionista ti hanno spaventata o messa in difficoltà, può essere molto utile parlarne direttamente con lui/lei. Il percorso terapeutico è proprio lo spazio in cui poter esprimere dubbi, paure e anche eventuali disaccordi.
Con il tempo e con uno spazio di riflessione sicuro potrai probabilmente comprendere meglio cosa rappresenta per te questa relazione e quale direzione ti farà stare più in equilibrio con te stessa.
Resto disponibile.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa
(Empoli & Online)
Buongiorno,
porti queste sue perplessità e preoccupazioni in seduta al prossimo incontro con il suo terapista, potrebbero rivelarsi utili ai fini del percorso iniziato.
In bocca al lupo per tutto!!
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
porti queste sue perplessità e preoccupazioni in seduta al prossimo incontro con il suo terapista, potrebbero rivelarsi utili ai fini del percorso iniziato.
In bocca al lupo per tutto!!
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Carissima,
le parlo da donna prima che da terapeuta. ASCOLTI il suo medico. Faccia il percorso e comprenderà tante cose su se stessa. Non abbia paura di affrontare la situazione e mi creda, il suo medico ha solo in mente una cosa, AIUTARLA. Buon cammino e nel suo caso buon cammino di rinascita.
le parlo da donna prima che da terapeuta. ASCOLTI il suo medico. Faccia il percorso e comprenderà tante cose su se stessa. Non abbia paura di affrontare la situazione e mi creda, il suo medico ha solo in mente una cosa, AIUTARLA. Buon cammino e nel suo caso buon cammino di rinascita.
Buongiorno,
nel suo racconto emerge quanto questa separazione stia portando con sé emozioni molto intense e anche una certa confusione. Quando una relazione è stata significativa, può accadere che la fine del legame non produca solo dolore, ma anche molti interrogativi su ciò che è accaduto e sul modo in cui interpretarlo.
Accanto a questo sembra essersi attivato qualcosa dopo il confronto con il suo terapeuta. Sentirsi restituire una lettura della relazione diversa da quella che si era costruita dentro di sé può essere destabilizzante. A volte queste parole non vengono recepite immediatamente come un aiuto, ma possono generare timore o resistenza, soprattutto quando toccano aspetti emotivamente delicati.
Nel suo racconto emerge anche la complessità del legame con questa persona: da una parte episodi in cui si è sentita poco ascoltata o messa in secondo piano, dall’altra momenti e gesti che continuano a riattivare il legame emotivo, come i ricordi condivisi o i messaggi che riceve. Quando queste due dimensioni convivono, può diventare difficile orientarsi con chiarezza rispetto a ciò che fa stare bene e a ciò che invece fa soffrire.
Da una parte sembra esserci il desiderio di proteggere l’immagine positiva di questa persona e del rapporto vissuto insieme, dall’altra il bisogno di riconoscere il dolore che alcune dinamiche della relazione le hanno provocato.
Il percorso terapeutico che ha iniziato può rappresentare proprio uno spazio in cui fermarsi su questi movimenti con il tempo necessario, senza dover arrivare subito a conclusioni definitive. Spesso ciò che emerge in terapia non è una verità da accettare immediatamente, ma uno spunto di riflessione che può essere esplorato e compreso gradualmente.
Dare spazio a questo processo può aiutarla, nel tempo, a orientarsi con maggiore chiarezza tra il legame che ha vissuto, il dolore della separazione e i bisogni che oggi sente più importanti per il suo benessere.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
nel suo racconto emerge quanto questa separazione stia portando con sé emozioni molto intense e anche una certa confusione. Quando una relazione è stata significativa, può accadere che la fine del legame non produca solo dolore, ma anche molti interrogativi su ciò che è accaduto e sul modo in cui interpretarlo.
Accanto a questo sembra essersi attivato qualcosa dopo il confronto con il suo terapeuta. Sentirsi restituire una lettura della relazione diversa da quella che si era costruita dentro di sé può essere destabilizzante. A volte queste parole non vengono recepite immediatamente come un aiuto, ma possono generare timore o resistenza, soprattutto quando toccano aspetti emotivamente delicati.
Nel suo racconto emerge anche la complessità del legame con questa persona: da una parte episodi in cui si è sentita poco ascoltata o messa in secondo piano, dall’altra momenti e gesti che continuano a riattivare il legame emotivo, come i ricordi condivisi o i messaggi che riceve. Quando queste due dimensioni convivono, può diventare difficile orientarsi con chiarezza rispetto a ciò che fa stare bene e a ciò che invece fa soffrire.
Da una parte sembra esserci il desiderio di proteggere l’immagine positiva di questa persona e del rapporto vissuto insieme, dall’altra il bisogno di riconoscere il dolore che alcune dinamiche della relazione le hanno provocato.
Il percorso terapeutico che ha iniziato può rappresentare proprio uno spazio in cui fermarsi su questi movimenti con il tempo necessario, senza dover arrivare subito a conclusioni definitive. Spesso ciò che emerge in terapia non è una verità da accettare immediatamente, ma uno spunto di riflessione che può essere esplorato e compreso gradualmente.
Dare spazio a questo processo può aiutarla, nel tempo, a orientarsi con maggiore chiarezza tra il legame che ha vissuto, il dolore della separazione e i bisogni che oggi sente più importanti per il suo benessere.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Salve, credo che il primo passo possa essere quello di portare apertamente in seduta con la sua terapeuta le paure, i dubbi e i pensieri che sta vivendo in questo momento. La relazione terapeutica si basa molto sulla fiducia reciproca e sulla possibilità di esprimere liberamente anche le perplessità rispetto al percorso. Se sente di non avere piena fiducia nel terapeuta con cui lavora, questo rappresenta già un primo livello di difficoltà su cui sarebbe importante confrontarsi.
Rispetto a ciò che le è stato detto riguardo al comportamento del suo compagno, il fatto che la terapeuta abbia parlato di atteggiamenti manipolatori non implica necessariamente che il suo compagno lo faccia in modo consapevole o intenzionale. È quindi comprensibile il suo pensiero quando dice che “non lo fa apposta”. Allo stesso tempo, però, anche comportamenti non intenzionali possono avere effetti che vengono percepiti come manipolatori o che possono farla sentire trascurata o in difficoltà.
Potrebbe essere utile chiedersi che cosa rappresenti per lei questa relazione e quali siano i motivi per cui l’idea di una possibile separazione le risulta così difficile. Il fatto che il solo pensiero di allontanarsi dal suo compagno la porti a mettere in dubbio il percorso intrapreso con la psicologa potrebbe essere un aspetto significativo da esplorare proprio all’interno della terapia.
Lavorare su questi temi insieme alla sua terapeuta potrebbe aiutarla a comprendere meglio i suoi bisogni, le sue emozioni e le dinamiche relazionali che sta vivendo. Va inoltre considerato che ogni percorso terapeutico è influenzato anche dall’orientamento del professionista e dal modo in cui si costruisce la relazione terapeutica: ciò che funziona per una persona non sempre è automaticamente adatto a un’altra. La terapia, in fondo, è una relazione a tutti gli effetti, con le sue risorse e anche con le sue complessità.
Rispetto a ciò che le è stato detto riguardo al comportamento del suo compagno, il fatto che la terapeuta abbia parlato di atteggiamenti manipolatori non implica necessariamente che il suo compagno lo faccia in modo consapevole o intenzionale. È quindi comprensibile il suo pensiero quando dice che “non lo fa apposta”. Allo stesso tempo, però, anche comportamenti non intenzionali possono avere effetti che vengono percepiti come manipolatori o che possono farla sentire trascurata o in difficoltà.
Potrebbe essere utile chiedersi che cosa rappresenti per lei questa relazione e quali siano i motivi per cui l’idea di una possibile separazione le risulta così difficile. Il fatto che il solo pensiero di allontanarsi dal suo compagno la porti a mettere in dubbio il percorso intrapreso con la psicologa potrebbe essere un aspetto significativo da esplorare proprio all’interno della terapia.
Lavorare su questi temi insieme alla sua terapeuta potrebbe aiutarla a comprendere meglio i suoi bisogni, le sue emozioni e le dinamiche relazionali che sta vivendo. Va inoltre considerato che ogni percorso terapeutico è influenzato anche dall’orientamento del professionista e dal modo in cui si costruisce la relazione terapeutica: ciò che funziona per una persona non sempre è automaticamente adatto a un’altra. La terapia, in fondo, è una relazione a tutti gli effetti, con le sue risorse e anche con le sue complessità.
Buongiorno, è comprensibile che tu provi sentimenti contrastanti: affetto, dubbio, nostalgia e dolore possono convivere quando una relazione finisce, soprattutto se il legame è stato intenso. Più che concentrarsi solo su etichette come “manipolatorio”, da una prospettiva sistemico-relazionale può essere utile osservare la dinamica che si crea tra voi due: tu senti il bisogno di parlare, di essere ascoltata e considerata, mentre lui tende a minimizzare o evitare il confronto. Questo nel tempo può farti sentire messa in secondo piano e poco vista nei tuoi bisogni.
Il fatto che lui ti scriva ricordando momenti belli o dicendoti che gli manchi può riattivare il legame e creare confusione emotiva: è una reazione molto comune quando il distacco è ancora recente.
Anche il dubbio su ciò che ti ha detto il terapeuta è normale. Se quella parola ti ha spaventata, può essere utile parlarne apertamente con lui, chiedendo cosa intendesse e su quali elementi si basa quella lettura. La terapia serve proprio ad aiutarti a comprendere meglio cosa succede nella relazione e come questo influisce su di te, non a metterti contro qualcuno.
Forse la domanda più importante non è tanto com’è lui, ma come stai tu dentro quella relazione: ti senti ascoltata, rispettata e accolta nei tuoi bisogni? Prenderti tempo per ascoltare te stessa e pensare al tuo benessere non significa cancellare l’affetto che provi per lui, ma iniziare a capire di quale tipo di relazione hai davvero bisogno, anche se il processo di distacco può portare tristezza e fatica. Spero di esserti stata d'aiuto
Il fatto che lui ti scriva ricordando momenti belli o dicendoti che gli manchi può riattivare il legame e creare confusione emotiva: è una reazione molto comune quando il distacco è ancora recente.
Anche il dubbio su ciò che ti ha detto il terapeuta è normale. Se quella parola ti ha spaventata, può essere utile parlarne apertamente con lui, chiedendo cosa intendesse e su quali elementi si basa quella lettura. La terapia serve proprio ad aiutarti a comprendere meglio cosa succede nella relazione e come questo influisce su di te, non a metterti contro qualcuno.
Forse la domanda più importante non è tanto com’è lui, ma come stai tu dentro quella relazione: ti senti ascoltata, rispettata e accolta nei tuoi bisogni? Prenderti tempo per ascoltare te stessa e pensare al tuo benessere non significa cancellare l’affetto che provi per lui, ma iniziare a capire di quale tipo di relazione hai davvero bisogno, anche se il processo di distacco può portare tristezza e fatica. Spero di esserti stata d'aiuto
Cara ragazza,
da quello che leggo emerge quanto questa relazione sia stata per te emotivamente significativa ma anche fonte di sofferenza. Comprendo la tua confusione i dubbi ed i sentimenti contrastanti, soprattutto nel momento in cui si cerca di prendere distanza da una persona a cui si è stati tanto legati.
Il fatto che provi ancora dispiacere, nostalgia o fatica a distaccarti non è insolito: nelle separazioni spesso convivono bisogno di proteggersi e desiderio di mantenere il legame. Questo può generare molta ambivalenza emotiva ed alimentare la confusione interna.
Rispetto a ciò che ti è stato detto nel percorso di terapia, è importante sapere che lo spazio terapeutico serve proprio a riflettere insieme sulle dinamiche relazionali, non a imporre etichette o decisioni. Se alcune parole o riflessioni del terapeuta ti hanno spaventata o messa in difficoltà, portare apertamente queste perplessità all’interno della terapia è un passaggio molto importante. Condividere i tuoi dubbi, le tue paure o anche le tue perplessità può aiutare il professionista a comprendere meglio come ti senti e a lavorare insieme in modo più sereno e chiaro.
Spero di esserti stata utile, un caro saluto.
Dott.ssa Alessia Riela
da quello che leggo emerge quanto questa relazione sia stata per te emotivamente significativa ma anche fonte di sofferenza. Comprendo la tua confusione i dubbi ed i sentimenti contrastanti, soprattutto nel momento in cui si cerca di prendere distanza da una persona a cui si è stati tanto legati.
Il fatto che provi ancora dispiacere, nostalgia o fatica a distaccarti non è insolito: nelle separazioni spesso convivono bisogno di proteggersi e desiderio di mantenere il legame. Questo può generare molta ambivalenza emotiva ed alimentare la confusione interna.
Rispetto a ciò che ti è stato detto nel percorso di terapia, è importante sapere che lo spazio terapeutico serve proprio a riflettere insieme sulle dinamiche relazionali, non a imporre etichette o decisioni. Se alcune parole o riflessioni del terapeuta ti hanno spaventata o messa in difficoltà, portare apertamente queste perplessità all’interno della terapia è un passaggio molto importante. Condividere i tuoi dubbi, le tue paure o anche le tue perplessità può aiutare il professionista a comprendere meglio come ti senti e a lavorare insieme in modo più sereno e chiaro.
Spero di esserti stata utile, un caro saluto.
Dott.ssa Alessia Riela
Gentile utente,
da ciò che racconta si sente quanto questa relazione sia stata coinvolgente per lei e quanto, nonostante la scelta di interromperla, il legame emotivo sia ancora molto presente. Quando una relazione finisce, soprattutto se è stata intensa, è normale oscillare tra il desiderio di proteggersi e quello di tornare verso l’altra persona. Il dispiacere, i dubbi e la fatica nel distaccarsi fanno parte spesso di questo processo.
Riguardo a ciò che le è stato detto in terapia, può capitare che alcune parole o interpretazioni del terapeuta ci colpiscano o ci spaventino. A volte succede proprio perché toccano aspetti delicati o perché arrivano quando non ci sentiamo ancora pronti a guardarli fino in fondo. Non significa necessariamente che lei debba accettare subito quella lettura o che debba sentirsi obbligata a prendere decisioni drastiche. La terapia dovrebbe essere anche lo spazio in cui poter esprimere questi dubbi: ad esempio il fatto che quella definizione l’abbia messa in ansia, o che una parte di lei faccia fatica a riconoscere quel tipo di dinamica.
Portare apertamente queste reazioni al professionista che la segue può essere molto utile, perché permette di chiarire meglio cosa ha voluto dirle e di esplorare insieme ciò che lei prova. Non si tratta di “dare ragione” o “torto” a qualcuno, ma di comprendere meglio come funzionano per lei queste dinamiche e cosa la fa stare bene oppure no dentro una relazione.
Continui a usare lo spazio della terapia proprio per questo: per dare voce a tutte le parti di sé, anche quelle confuse o in conflitto. Con il tempo potrà aiutarla a capire meglio quale direzione sente più rispettosa per il suo benessere.
Dott.ssa Irene Canulli
da ciò che racconta si sente quanto questa relazione sia stata coinvolgente per lei e quanto, nonostante la scelta di interromperla, il legame emotivo sia ancora molto presente. Quando una relazione finisce, soprattutto se è stata intensa, è normale oscillare tra il desiderio di proteggersi e quello di tornare verso l’altra persona. Il dispiacere, i dubbi e la fatica nel distaccarsi fanno parte spesso di questo processo.
Riguardo a ciò che le è stato detto in terapia, può capitare che alcune parole o interpretazioni del terapeuta ci colpiscano o ci spaventino. A volte succede proprio perché toccano aspetti delicati o perché arrivano quando non ci sentiamo ancora pronti a guardarli fino in fondo. Non significa necessariamente che lei debba accettare subito quella lettura o che debba sentirsi obbligata a prendere decisioni drastiche. La terapia dovrebbe essere anche lo spazio in cui poter esprimere questi dubbi: ad esempio il fatto che quella definizione l’abbia messa in ansia, o che una parte di lei faccia fatica a riconoscere quel tipo di dinamica.
Portare apertamente queste reazioni al professionista che la segue può essere molto utile, perché permette di chiarire meglio cosa ha voluto dirle e di esplorare insieme ciò che lei prova. Non si tratta di “dare ragione” o “torto” a qualcuno, ma di comprendere meglio come funzionano per lei queste dinamiche e cosa la fa stare bene oppure no dentro una relazione.
Continui a usare lo spazio della terapia proprio per questo: per dare voce a tutte le parti di sé, anche quelle confuse o in conflitto. Con il tempo potrà aiutarla a capire meglio quale direzione sente più rispettosa per il suo benessere.
Dott.ssa Irene Canulli
Capisco che questa cosa ti abbia spaventata. Provo a dirtelo in modo molto semplice:
una persona può anche non farlo apposta, ma avere comunque comportamenti che ti fanno sentire in colpa, confusa o non ascoltata. Questo è ciò che il terapeuta probabilmente voleva farti capire.
Il fatto che tu faccia fatica ad accettarlo è normalissimo. Quando vogliamo bene a qualcuno, una parte di noi tende a difenderlo e a minimizzare quello che ci fa soffrire.
Il punto però non è se lui sia “buono o cattivo”.
Il punto è: questa relazione ti faceva stare bene o ti faceva stare male?
Adesso la cosa più importante è pensare a te, continuare la terapia e darti tempo per capire cosa è davvero sano per te.
Voler bene a qualcuno non significa dover restare in una situazione che ci fa soffrire. Saluti.
una persona può anche non farlo apposta, ma avere comunque comportamenti che ti fanno sentire in colpa, confusa o non ascoltata. Questo è ciò che il terapeuta probabilmente voleva farti capire.
Il fatto che tu faccia fatica ad accettarlo è normalissimo. Quando vogliamo bene a qualcuno, una parte di noi tende a difenderlo e a minimizzare quello che ci fa soffrire.
Il punto però non è se lui sia “buono o cattivo”.
Il punto è: questa relazione ti faceva stare bene o ti faceva stare male?
Adesso la cosa più importante è pensare a te, continuare la terapia e darti tempo per capire cosa è davvero sano per te.
Voler bene a qualcuno non significa dover restare in una situazione che ci fa soffrire. Saluti.
A volte ciò che più angoscia non è tanto la fine di una relazione, ma il punto in cui qualcosa della nostra posizione vacilla. Lei descrive una separazione che non è compiuta del tutto: c’è un atto fatto, lasciarlo, e c’è un legame che continua a operare attraverso parole, ricordi, messaggi che la toccano in modo preciso. È su questo punto che vale la pena soffermarsi. Da ciò che racconta emerge una dinamica in cui Lei si è sentita non ascoltata, messa da parte, e tuttavia resta molto attenta a non attribuirgli un’intenzione. Dice che è “innocente”, che non lo fa apposta. Questa precisazione è importante: sembra proteggere un’immagine di lui. La domanda è se questa protezione serva più a tutelare lui o a tutelare Lei da qualcosa di più doloroso. Quando un professionista utilizza un termine come manipolatorio può produrre un effetto di spavento, perché introduce una lettura che rompe una narrazione più rassicurante. Non è tanto questione di stabilire se lui lo faccia consapevolmente o meno, quanto di interrogare l’effetto che quei gesti hanno su di Lei. Se ogni volta che riceve certi messaggi si sente in colpa, attirata, condizionata, allora il punto clinico non è l’intenzione dell’altro ma il modo in cui Lei viene presa in quella trama. Chiedersi se il terapeuta possa “dire cose a favore suo” è un interrogativo legittimo. Tuttavia l’ascolto clinico non si orienta a favore o contro qualcuno, ma verso la posizione soggettiva di chi parla. Se una parola la blocca e le genera ansia, questo va portato in seduta. Non è un errore del percorso, è materiale prezioso. La sua ipotesi di una difesa è interessante: potrebbe esserci una resistenza a vedere certi aspetti perché riconoscerli comporterebbe una perdita più netta. Ma non è necessario forzarsi a pensare che lui sia in un certo modo. È più utile interrogare cosa rappresenta per Lei questo uomo molto più grande, quale posto occupa nella sua storia, quale bisogno veniva intercettato quando lui “sa come prenderla”. Cosa trova in quel richiamo che altrove non trova. Calmarsi non significa convincersi che lui sia cattivo né che Lei debba staccarsi immediatamente. Significa spostare l’attenzione dal tentativo di definirlo al lavoro su ciò che in Lei resta agganciato. La separazione reale diventa possibile quando si chiarisce la funzione che l’altro aveva nel proprio equilibrio. Forzare un distacco per dovere morale rischia di aumentare l’angoscia. Nel mio modo di lavorare l’accento è posto proprio su questo: non dare etichette rapide, ma ascoltare con precisione il punto in cui qualcosa fa male, lasciando emergere il desiderio singolare senza giudizio. Questo consente di sciogliere legami che tengono più per necessità inconscia che per scelta consapevole.
Se sente il bisogno di approfondire questi nodi in uno spazio di parola attento e rigoroso, può contattarmi. Troverà un luogo in cui il suo vissuto sarà accolto senza essere normalizzato o banalizzato, e dove l’obiettivo non è dirle cosa fare ma aiutarla a comprendere quale posizione vuole assumere rispetto a ciò che la fa soffrire.
Le porgo i miei saluti, dottoressa Laura Lanocita.
Se sente il bisogno di approfondire questi nodi in uno spazio di parola attento e rigoroso, può contattarmi. Troverà un luogo in cui il suo vissuto sarà accolto senza essere normalizzato o banalizzato, e dove l’obiettivo non è dirle cosa fare ma aiutarla a comprendere quale posizione vuole assumere rispetto a ciò che la fa soffrire.
Le porgo i miei saluti, dottoressa Laura Lanocita.
Gentile paziente,
quello che stai vivendo è molto comune quando si esce da una relazione intensa, soprattutto con una persona molto più grande e con dinamiche emotive forti. Da una parte riconosci che in quella relazione non ti sentivi ascoltata né compresa, dall’altra continui a sentirti legata a lui e vulnerabile ai suoi messaggi o ai ricordi condivisi. Questo conflitto interno può creare molta confusioneQuando uno psicologo parla di comportamenti manipolatori non significa necessariamente che l’altra persona lo faccia con cattiveria o in modo consapevole. Spesso indica semplicemente una dinamica relazionale in cui uno dei due tende a riportare l’altro vicino facendo leva su senso di colpa, nostalgia o bisogno affettivo. Il fatto che tu percepisca il tuo ex come “innocente” non è in contraddizione con questo..nelle relazioni affettive le dinamiche sono quasi sempre inconsapevoli.
La tua reazione di dubbio o di difesa è comprensibile. Quando iniziamo a vedere una relazione da una prospettiva diversa, può spaventare perché significa riconoscere aspetti che fino a quel momento avevamo minimizzato. Questo non vuol dire che devi cancellare i sentimenti o prendere decisioni drastiche subito. Significa piuttosto iniziare a osservare la relazione con più consapevolezza.
Il percorso che hai iniziato serve proprio a questo, aiutarti a capire cosa ti ha fatto stare male, quali sono i tuoi bisogni e come proteggerti da dinamiche che ti riportano continuamente nello stesso punto. È normale che all’inizio emergano ansia e paura, perché stai mettendo in discussione qualcosa di importante.In questo momento la cosa più utile non è capire se lui sia davvero manipolatorio, ma riportare l’attenzione su di te. Chiederti cosa ti fa stare bene, cosa ti ferisce e quali limiti hai bisogno di mettere per non continuare a soffrire. Il distacco emotivo non significa smettere di voler bene a qualcuno, ma imparare a non perdere se stessi dentro la relazioneContinua il tuo percorso con calma e concediti tempo. Se senti ancora molta confusione o fatica a gestire questo legame emotivo, parlarne in uno spazio psicologico può aiutarti a fare maggiore chiarezza e a ritrovare stabilità.
Se lo desideri puoi prenotare una visita.
Sono la Dott.ssa Alina Mustatea, psicologa clinica, giuridica, psicodiagnosta e coordinatore genitoriale.
Un caro saluto.
quello che stai vivendo è molto comune quando si esce da una relazione intensa, soprattutto con una persona molto più grande e con dinamiche emotive forti. Da una parte riconosci che in quella relazione non ti sentivi ascoltata né compresa, dall’altra continui a sentirti legata a lui e vulnerabile ai suoi messaggi o ai ricordi condivisi. Questo conflitto interno può creare molta confusioneQuando uno psicologo parla di comportamenti manipolatori non significa necessariamente che l’altra persona lo faccia con cattiveria o in modo consapevole. Spesso indica semplicemente una dinamica relazionale in cui uno dei due tende a riportare l’altro vicino facendo leva su senso di colpa, nostalgia o bisogno affettivo. Il fatto che tu percepisca il tuo ex come “innocente” non è in contraddizione con questo..nelle relazioni affettive le dinamiche sono quasi sempre inconsapevoli.
La tua reazione di dubbio o di difesa è comprensibile. Quando iniziamo a vedere una relazione da una prospettiva diversa, può spaventare perché significa riconoscere aspetti che fino a quel momento avevamo minimizzato. Questo non vuol dire che devi cancellare i sentimenti o prendere decisioni drastiche subito. Significa piuttosto iniziare a osservare la relazione con più consapevolezza.
Il percorso che hai iniziato serve proprio a questo, aiutarti a capire cosa ti ha fatto stare male, quali sono i tuoi bisogni e come proteggerti da dinamiche che ti riportano continuamente nello stesso punto. È normale che all’inizio emergano ansia e paura, perché stai mettendo in discussione qualcosa di importante.In questo momento la cosa più utile non è capire se lui sia davvero manipolatorio, ma riportare l’attenzione su di te. Chiederti cosa ti fa stare bene, cosa ti ferisce e quali limiti hai bisogno di mettere per non continuare a soffrire. Il distacco emotivo non significa smettere di voler bene a qualcuno, ma imparare a non perdere se stessi dentro la relazioneContinua il tuo percorso con calma e concediti tempo. Se senti ancora molta confusione o fatica a gestire questo legame emotivo, parlarne in uno spazio psicologico può aiutarti a fare maggiore chiarezza e a ritrovare stabilità.
Se lo desideri puoi prenotare una visita.
Sono la Dott.ssa Alina Mustatea, psicologa clinica, giuridica, psicodiagnosta e coordinatore genitoriale.
Un caro saluto.
la sua reazione è comprensibile. Quando una relazione è stata importante, sentire qualcuno definirne alcune dinamiche come manipolatorie può essere destabilizzante, soprattutto se dentro di sé si continua a percepire anche il lato affettuoso e “innocente” dell’altra persona.
È possibile che dentro di lei stiano convivendo due percezioni diverse: da una parte l’affetto, l’attrazione e il dispiacere per la separazione; dall’altra il ricordo di momenti in cui si è sentita poco ascoltata, non compresa o messa in discussione quando esprimeva ciò che provava. Queste due cose possono esistere insieme, e il fatto che lei faccia fatica ad accettare una lettura più critica della relazione non significa che stia sbagliando: spesso è semplicemente il tempo emotivo necessario per rielaborare ciò che è successo.
Quando un professionista parla di dinamiche manipolatorie, di solito non intende necessariamente che l’altra persona agisca con cattiveria o con piena consapevolezza. Molte volte si tratta di modalità relazionali apprese, modi di gestire il conflitto o la vicinanza emotiva che finiscono per creare squilibrio nella relazione. Il punto centrale, però, non è stabilire se lui sia “una persona manipolatoria” in senso assoluto, ma osservare come lei si è sentita dentro quel rapporto.
Il fatto che lei si sentisse poco ascoltata, che i suoi bisogni venissero minimizzati o che il confronto venisse evitato sono elementi importanti da prendere in considerazione. Allo stesso tempo è normale che i messaggi, i ricordi condivisi o il fatto che lui sappia come toccare corde emotive profonde continuino ad attivare il legame.
Quello che sta facendo ora, cioè iniziare un percorso terapeutico, può aiutarla proprio a fare chiarezza dentro di sé, senza forzarsi a prendere decisioni immediate. Più che concentrarsi su come interpretare lui, può essere utile iniziare a chiedersi con maggiore attenzione cosa fa stare bene lei, cosa la fa sentire rispettata e cosa invece la ferisce.
È normale che il pensiero di distaccarsi faccia paura e generi tristezza: quando una relazione finisce, anche se ci ha fatto soffrire, si attraversa comunque un processo di separazione emotiva. Darsi il permesso di vivere questo dispiacere, senza giudicarsi, è spesso un passaggio necessario per ritrovare equilibrio.
Sono a disposizione per approfondire. Un caro saluto
È possibile che dentro di lei stiano convivendo due percezioni diverse: da una parte l’affetto, l’attrazione e il dispiacere per la separazione; dall’altra il ricordo di momenti in cui si è sentita poco ascoltata, non compresa o messa in discussione quando esprimeva ciò che provava. Queste due cose possono esistere insieme, e il fatto che lei faccia fatica ad accettare una lettura più critica della relazione non significa che stia sbagliando: spesso è semplicemente il tempo emotivo necessario per rielaborare ciò che è successo.
Quando un professionista parla di dinamiche manipolatorie, di solito non intende necessariamente che l’altra persona agisca con cattiveria o con piena consapevolezza. Molte volte si tratta di modalità relazionali apprese, modi di gestire il conflitto o la vicinanza emotiva che finiscono per creare squilibrio nella relazione. Il punto centrale, però, non è stabilire se lui sia “una persona manipolatoria” in senso assoluto, ma osservare come lei si è sentita dentro quel rapporto.
Il fatto che lei si sentisse poco ascoltata, che i suoi bisogni venissero minimizzati o che il confronto venisse evitato sono elementi importanti da prendere in considerazione. Allo stesso tempo è normale che i messaggi, i ricordi condivisi o il fatto che lui sappia come toccare corde emotive profonde continuino ad attivare il legame.
Quello che sta facendo ora, cioè iniziare un percorso terapeutico, può aiutarla proprio a fare chiarezza dentro di sé, senza forzarsi a prendere decisioni immediate. Più che concentrarsi su come interpretare lui, può essere utile iniziare a chiedersi con maggiore attenzione cosa fa stare bene lei, cosa la fa sentire rispettata e cosa invece la ferisce.
È normale che il pensiero di distaccarsi faccia paura e generi tristezza: quando una relazione finisce, anche se ci ha fatto soffrire, si attraversa comunque un processo di separazione emotiva. Darsi il permesso di vivere questo dispiacere, senza giudicarsi, è spesso un passaggio necessario per ritrovare equilibrio.
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