buongiorno dottori, vorrei esporvi e cercare altre risposte da voi, sono una ragazza di 25 anni, las

6 risposte
buongiorno dottori, vorrei esporvi e cercare altre risposte da voi, sono una ragazza di 25 anni, lasciata da poco diciamo con una persona molto piu grande di 20 anni, per vari motivi, tra cui il non sentirmi ascoltata , considerata e questo perché sono successi degli episodi in cui mi sono sentita messa in disparte, ma a detta sua erano tutte cose superflue le mie, solo per lamentarmi perché non mi starebbe bene nulla di quello che fa o non fa, ma lui non si interessa neanche di capire i miei bisogni o ciò che anche se non è cosi tanto importante per lui, a me fa male, o il fatto anche di parlare, non abbiamo mai un punto d'incontro e lui vuole sempre passare oltre e mai discutere. Il punto è che ho iniziato un percorso di terapia da qualche settimana, quello che mi è stato detto è che lui ha un comportamento manipolatorio, anche se comunque so che non lo fa apposta, perché lo vedo e vivendolo vedo come sia anche "innocente", anche con messaggi come a ricordarmi momenti passati o quando all'inizio mi mandava video su social come a farmi sentire in colpa per averlo lasciato, perché comunque lui sa come prendermi, come attirarmi a se e sa che mi piace e io a certe sue parole mi lascio andare e condizionare, al fatto che gli manco e altro, questo però che mi ha detto il professionista mi ha bloccato e messo un pò in un certo stato di ansia e paura, perché non mi aspettavo che potesse essere cosi, e può essere che un professionista dica cose anche a favore suo? Forse è una mia forma di difesa, non voler pensare che lui sia cosi e abbia questi atteggiamenti, insomma come un voler negare a me stessa questo comportamento e ciò che potrebbe dirmi il professionista per non volermi distaccare da lui? Non lo so, mi ha spaventato molto questo sentirmi dire queste cose perché è come se dovessi veramente distaccarmi, per non continuare a stare male..Cosa posso fare, calmare o iniziare a pensare più a me stessa? Anche se col pensiero a lui, col dispiacere di separarci e lasciarlo davvero..
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione così delicata. Da ciò che racconta emerge quanto questa relazione sia stata emotivamente significativa per lei e quanto, allo stesso tempo, le abbia lasciato sentimenti contrastanti: da una parte il legame, l’affetto e la nostalgia, dall’altra la sensazione di non sentirsi davvero ascoltata, considerata o compresa nei suoi bisogni.
Nelle relazioni di coppia, dal punto di vista psicologico, uno degli aspetti più importanti è proprio la possibilità che i bisogni emotivi di entrambe le persone trovino uno spazio di riconoscimento. Non significa che l’altro debba sempre essere d’accordo con noi o soddisfare ogni richiesta, ma che ciò che proviamo venga preso sul serio e possa diventare materia di dialogo. Quando invece i bisogni di uno dei due vengono sistematicamente minimizzati, definiti “superflui” o liquidati come lamentele, è facile che la persona inizi a sentirsi messa in secondo piano o poco valida nelle proprie emozioni. Nel tempo questo può generare molta frustrazione e senso di solitudine anche all’interno della relazione.
Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passo molto importante, proprio perché può aiutarla a comprendere meglio questi meccanismi relazionali e il modo in cui incidono sul suo benessere. Dal punto di vista deontologico, uno psicologo o psicoterapeuta è tenuto a esprimere osservazioni e ipotesi esclusivamente nell’ambito professionale, sulla base di ciò che emerge nel lavoro clinico. Questo significa che le restituzioni che riceve non hanno lo scopo di “mettere qualcuno contro qualcun altro”, ma di aiutarla a leggere le dinamiche che la riguardano e a tutelare il suo equilibrio emotivo.
Il fatto che la definizione di alcuni comportamenti come manipolatori l’abbia spaventata o messa in ansia è comprensibile. A volte, quando riceviamo una lettura che mette in discussione l’immagine che abbiamo della persona a cui siamo legati, può attivarsi una sorta di resistenza o di dubbio. Non è necessariamente un errore: spesso questo tipo di reazione ci dice qualcosa anche su di noi e sul momento in cui ci troviamo. Potrebbe indicare, ad esempio, che una parte di lei non è ancora pronta ad accettare pienamente quella prospettiva o che teme le implicazioni emotive che comporterebbe riconoscerla.
In un’ottica cognitivo-comportamentale, può essere utile osservare con curiosità questi pensieri e queste emozioni: da un lato il dispiacere, la nostalgia e il desiderio di non distaccarsi completamente; dall’altro il ricordo delle situazioni in cui si è sentita non ascoltata o poco considerata. Tenere insieme entrambe queste parti dell’esperienza le permetterà, nel tempo, di costruire una visione più chiara e meno guidata soltanto dal momento emotivo.
Il lavoro terapeutico può aiutarla proprio in questo: riconoscere e legittimare i suoi bisogni affettivi, comprendere quali dinamiche relazionali li soddisfano e quali invece tendono a frustrarli, e rafforzare la capacità di proteggere il proprio benessere anche quando questo comporta scelte difficili. Distaccarsi da una relazione non significa cancellare l’affetto o i ricordi, ma imparare a dare valore anche a ciò che lei sente e a ciò di cui ha bisogno per stare bene.
In questo momento potrebbe essere utile concedersi tempo, continuare il percorso iniziato e usare quello spazio per esplorare senza fretta tutti questi vissuti. Spesso il primo passo non è “smettere di pensare all’altro”, ma iniziare gradualmente a riportare l’attenzione su di sé, sui propri bisogni e su ciò che la fa sentire rispettata e riconosciuta in una relazione. Nel tempo, questo processo tende a rendere più chiaro anche come posizionarsi rispetto all’altro.

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Dott.ssa Maria Cristina Giuliani
Sessuologo, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Sono la dottoressa Maria Cristina Giuliani, psicologa e sessuologa.
Da ciò che racconta, emerge con chiarezza una grande sofferenza emotiva: da una parte c’è il dispiacere per la separazione e il legame che sente ancora molto forte, dall’altra c’è la consapevolezza di essersi sentita poco ascoltata, poco considerata e non davvero accolta nei suoi bisogni più profondi. Quando in una relazione ci si sente ripetutamente messe in secondo piano, non comprese o addirittura portate a dubitare della legittimità di ciò che si prova, è naturale entrare in uno stato di confusione interiore. Quello che sta vivendo è molto frequente nelle relazioni in cui il coinvolgimento affettivo è forte ma, allo stesso tempo, il rapporto genera sofferenza. Per questo può succedere di oscillare continuamente tra lucidità e dubbio: in alcuni momenti si vedono bene le dinamiche che fanno male, in altri prevalgono il senso di colpa, la nostalgia, il bisogno di tornare indietro o il timore di “esagerare”. Non significa che lei sia debole, ma che è emotivamente coinvolta. Riguardo a ciò che le è stato detto in terapia, un professionista serio non lavora per “dare ragione” a una parte o all’altra, ma per aiutarla a leggere le dinamiche relazionali e a comprendere che effetto hanno su di lei. A volte alcune parole, come “manipolazione”, possono spaventare molto, soprattutto quando dentro di noi convivono ancora affetto, tenerezza, giustificazioni e speranza. Questo però non invalida il percorso: anzi, può indicare proprio un punto importante da approfondire con calma, senza forzarsi ma senza neppure negare ciò che sente. Il fatto che lei veda in lui anche aspetti “innocenti” non esclude necessariamente l’esistenza di comportamenti che la fanno stare male o che la riportano dentro un legame in cui fatica a sentirsi libera. Non sempre certi atteggiamenti sono messi in atto con cattiveria consapevole; a volte sono modalità relazionali apprese, immature o disfunzionali. Ma la domanda più importante non è solo “lui lo fa apposta?”, bensì: “io come sto dentro questa relazione? Mi sento rispettata, ascoltata, capita, serena?” Da quello che scrive, sembra che una parte di lei abbia già compreso di aver bisogno di proteggersi e di ricominciare a mettere al centro se stessa. Questo non vuol dire smettere di provare affetto da un giorno all’altro, né dover cancellare i sentimenti. Vuol dire iniziare a distinguere l’amore dal dolore, il legame dalla dipendenza emotiva, la nostalgia dal benessere reale. Il consiglio che mi sento di darle è di continuare il percorso terapeutico, portando apertamente anche questa paura, questo dubbio e questa difficoltà a distaccarsi. È proprio lì che può fare chiarezza, senza giudicarsi. Parallelamente, può aiutarla osservare con più attenzione non tanto le promesse, i ricordi o i messaggi che la fanno vacillare, ma come si sente concretamente ogni volta che torna in contatto con lui: più serena o più confusa? più libera o più in colpa? più vista o più svuotata? Pensare a sé non è egoismo. È un atto di cura. E in questo momento sembra essere proprio ciò di cui ha bisogno: ritrovare ascolto, stabilità e rispetto per il suo sentire.
Dott.ssa Nunzia D'Anna
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Lei non deve lasciare il suo fidanzato perché glielo dice qualcun altro, anche se quel qualcun altro è un professionista.
Trovo difficile che il collega lo faccia per un suo tornaconto personale, però le dico anche che quello che dice il suo psicoterapeuta riflette i racconti che lei gli porta. Stia su questo in terapia, comunichi al suo terapeuta come si sente e sono sicura che riuscirà a fare maggiore chiarezza dentro di sé.
Anche perché la terapia non sempre ci dà risposte chiare, ma ci aiuta a stare nella complessità e ad essere più autentici.
Dr. Marco Cenci
Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
La nostra professione ci impone di dire cose solo ed esclusivamente per il bene dei nostri pazienti. Se qualcosa che il collega le ha detto non le torna le consiglio di parlarne con lui. Può essere un'occasione per capire meglio e per rendere il lavoro più efficace.
Dott. Marco Cenci
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buonasera,
dalle sue parole emerge quanto questa relazione sia stata per lei importante e quanto il distacco stia portando con sé emozioni intense e contrastanti: affetto, dispiacere, ma anche la sensazione di non essere stata pienamente ascoltata o considerata. È comprensibile che, in una fase così delicata, possano nascere dubbi e timori rispetto a ciò che emerge nel percorso terapeutico.

Quando un professionista condivide alcune ipotesi sul funzionamento di una relazione, non lo fa per “etichettare” una persona o prendere posizione contro qualcuno, ma per aiutarla a comprendere meglio le dinamiche che possono averla fatta soffrire e a tutelare il suo benessere emotivo. Allo stesso tempo, è naturale che una parte di lei possa faticare ad accogliere queste riflessioni, soprattutto quando c’è ancora un legame affettivo.

Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è già un passo importante: quello spazio può aiutarla a esplorare con calma ciò che prova, dare senso alle sue reazioni e capire quali scelte possano farla stare meglio, senza forzature ma con maggiore consapevolezza. Non è necessario avere subito tutte le risposte; spesso il lavoro terapeutico serve proprio a prendersi il tempo per ascoltarsi e rimettere al centro i propri bisogni.

Continuare a parlarne apertamente con il suo terapeuta, anche delle paure o dei dubbi che questa interpretazione le ha suscitato, può essere molto utile: la terapia è anche il luogo in cui confrontarsi su queste sensazioni.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Maria Carla del Vaglio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Napoli
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando una relazione termina ma il legame emotivo è ancora molto attivo. È possibile provare contemporaneamente sollievo per alcune dinamiche che facevano soffrire e, allo stesso tempo, nostalgia, senso di colpa o difficoltà a distaccarsi. Non è una contraddizione, è parte del processo di separazione.
Il fatto che lei continui a interrogarsi su ciò che è accaduto e sui comportamenti di entrambi è comprensibile. Quando in una relazione ci si sente poco ascoltati o poco considerati, spesso si crea una dinamica in cui uno dei due tende a minimizzare il disagio dell’altro e l’altro finisce per dubitare delle proprie percezioni. Questo può generare molta confusione emotiva.
Per quanto riguarda il lavoro terapeutico, è importante ricordare che uno psicologo non ha l’obiettivo di “dare ragione” a una parte o all’altra, ma di aiutare la persona a comprendere meglio ciò che vive nelle relazioni e quali dinamiche la fanno stare bene o male. A volte alcune parole o interpretazioni possono spaventare, soprattutto quando toccano aspetti della relazione a cui siamo ancora molto legati. Anche questo, però, può diventare un materiale utile da portare in terapia e discutere apertamente con il professionista che la segue.
Il fatto che lei stia già facendo un percorso è un elemento molto positivo. In questa fase può essere più utile concentrarsi su ciò che sente e su ciò di cui ha bisogno, piuttosto che cercare una definizione definitiva del comportamento dell’altra persona. Capire perché alcune parole o alcuni gesti riescono ancora a smuoverla così tanto è spesso una parte importante del lavoro su di sé.
Si dia tempo. Le separazioni richiedono un periodo di rielaborazione emotiva e non è raro oscillare tra il desiderio di tornare indietro e la consapevolezza che alcune dinamiche facevano soffrire.
Continui a portare questi dubbi e queste paure all’interno del percorso terapeutico: è proprio lì che possono essere esplorati con calma e trasformati in maggiore chiarezza e consapevolezza su di sé e sulle proprie relazioni.

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