Buongiorno Dottori, Ho questa situazione in casa molto difficile. Sono padre di una bambina di 3 a

23 risposte
Buongiorno Dottori,
Ho questa situazione in casa molto difficile.
Sono padre di una bambina di 3 anni e con la mia compagna stiamo cercando di crescerla al meglio.
Solo che ultimamente stanno apparendo delle dinamiche sempre più allarmanti che vengono da me sottolineate e che mi stanno portando a sentire il mio ruolo sempre più sottovalutato e dalla madre invece vengono sottovalutate.

La madre vuole il bene per nostra figlia, fa il massimo, è sempre presente, e per lei vuole sempre il meglio.
Questo vuol dire che decide in pratica quasi tutto quello che riguarda nostra figlia: quando dormire, quando mangiare, cosa mangiare, in quale quantità, dove andare, se dorme troppo o poco, quanta tv guardare, se una cosa va bene o va male, come vestirsi, ecc…
Io come padre mi sento marginale, ogni volta che provo ad entrare in questo circuito devo passare, involontariamente da parte sua ovviamente, da un filtro.
Per esempio se io devo uscire con nostra figlia da sola spesso sento dire “magari portala qui” oppure se devo giocare con lei “magari leggile questo libro” ecc…
Ho provato più di una volta a dire la mia o a sdrammatizzare o a mettere regole. Niente, spesso sono stato etichettato come quello che dice sempre No… oppure per Isterico perchè alla lunga mi sono arrabbiato che non venivo ascoltato e lei non mi appoggiava, ahimè davanti alla bambina. Una frustrazione molto pesante.
Lei è brava con nostra figlia, ma anche io só di esserlo, só che i miei consigli e le mie regole possono essere utili. Ma lavorando e dedicandomi a molte altre cose che non riguardano direttamente nostra figlia, lei passa più tempo con lei.

Ora siamo arrivati a nostra figlia che fa i capricci per ogni cosa, e se c’è la madre intorno corre da lei alla minima cosa, e soprattutto se la madre vuole provare a suddividere il compito con me (tipo vestirla) la bambina dice No e corre dalla madre, e lei per non sentirla piangere o fare veloce fa 3 cose contemporaneamente. Mentre io sto a guardare. Impotente.
Perchè se dico qualcosa mi ignora e si concentra 100% su nostra figlia, se mi arrabbio mi da dell’isterico, se mi lamento che voglio anche io fare io mio mi etichetta come Geloso.

La situazione è dificile da reggere.
Quando riesco a rimanere da solo con nostra figlia dopo poco lei torna ad ascoltarmi, a giocare con me, a divertirsi, a parlare e tutto il resto, appena torna la madre io passo in secondo piano. E qualsiasi compito che puó essere diviso in casa io non posso farlo.

Il problema è anche che quando la madre non ce la fa chiama me. Come ultima spiaggia. E passo sempre come poliziotto cattivo. E soprattuto mi sento come se lei schiacciasse un bottone e io dovessi essere sull’attenti a darle una mano perchè non ce la fa.

Mi sto spegnendo gradualmente.
Internamente sento tanto disagio.
Ho sempre desiderato una famiglia ma queste dinamiche mi stanno destabilizzando perchè sembra quasi che questo andrà sempre peggio.
Ad ogni minimo urlo della bambina la madre corre. Se siamo per strada e la madre entra in un negozio la bambina piange che deve andare con lei. E io che sono lì è come se non esistessi.
Mentre prima la tenevo con me, mi sentivo un po’ di ruolo…
Ora mi sento davvero come marginale.

Lei non lo vuole capire. Sottovaluta la mia frustrazione e risponde che le mie reazioni non le piacciono. Arrabbiarmi.
Ma sono esaurito da questa situazione.
La bambina piange e fa capricci praticamente SEMPRE, e lei corre disperata per tappare quel problema il prima possibile.
Quando io le dicevo No oppure le davo regole venivo etichettato dalla madre come un padre despota che non le faceva fare nulla.
Da quando mi sono arreso la situazione è peggiorata.

Lei non vuole capire che parlarle e cercare una soluzione assieme serve a tornare ad essere una squadra.

Sono davvero a pezzi…
Anche ora sento la bambina urlare e lei che cerca di calmarla in tutti i modi.
Só che se vado di la tanto sono tapezzeria. Perchè lei vuole solo la mamma e la mamma rimane passiva.

A volte ci sono momenti buoni… e vengo anche valutato ma sono rari…
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
quello che descrive arriva forte e chiaro, e le dico subito una cosa importante: il suo disagio ha senso. Non è “gelosia”, non è esagerazione. È la reazione di un padre che sente di esserci, di avere qualcosa da dare, ma che piano piano viene messo ai margini.
Lei non sta lottando contro sua figlia. Sta lottando contro una dinamica che si è creata nella coppia genitoriale.
Da quello che racconta, la madre è molto presente, molto coinvolta, ma anche molto centrata sul controllo e sulla gestione totale. Questo, spesso senza cattiva intenzione, finisce per lasciare poco spazio all’altro genitore. E quando uno dei due resta fuori, il bambino lo percepisce subito e si aggancia sempre di più al genitore “principale”, rinforzando il circolo.
Quindi succede esattamente quello che descrive: sua figlia cerca la madre per ogni cosa, la madre interviene subito per calmare, e lei rimane in una posizione secondaria. Non perché non sia capace, ma perché il sistema ormai funziona così.
E alla lunga questo logora. Tanto. E comprendo benissimo il suo stato attuale.

C’è un passaggio che mi ha colpito molto: quando è da solo con sua figlia, lei torna a seguirla, a giocare, a stare bene con lei. Questo è un segnale chiarissimo. Il legame c’è, ed è sano. Non è sua figlia che “non la vuole”, è la dinamica che cambia quando entra la madre.
Il problema è che, ogni volta che lei prova a entrare, viene corretto, filtrato o delegittimato. E quando questo succede davanti alla bambina, l’effetto è ancora più forte, perché passa un messaggio implicito: “papà non è il riferimento”.
Capisco benissimo anche la sua rabbia. Non è il problema, è la conseguenza. È la frustrazione di chi prova, non viene ascoltato e alla fine esplode o si ritira. E infatti lo dice chiaramente: si sta spegnendo. Questo è il punto più delicato.
Perché se lei si spegne davvero, questa dinamica si consolida ancora di più.
Queste situazioni le ho già viste, e non sono senza uscita. Ma non si risolvono “parlando una volta” o sperando che l’altro capisca da solo. Serve rimettere ordine nel ruolo genitoriale, ristabilire confini chiari e soprattutto tornare a essere una squadra, non due persone che gestiscono la bambina in modo opposto.
E questo, da soli dentro la tensione quotidiana, è molto difficile.
Qui non si tratta di stabilire chi ha ragione, ma di proteggere tre cose: il suo ruolo di padre, l’equilibrio della coppia e, di conseguenza, anche il benessere di sua figlia. Perché una bambina ha bisogno di entrambi i genitori, non di uno solo che fa tutto e uno che resta fuori.
Se continua così, il rischio è che lei si allontani sempre di più emotivamente, e questo alla lunga pesa su tutti.
Se invece si interviene nel modo giusto, questa situazione può cambiare anche in tempi più brevi di quanto si pensi e in tutta tranquillità.

Se sente che sta arrivando al limite, non aspetti di spegnersi del tutto. Questo è esattamente il tipo di dinamica su cui si può lavorare attentamente e molto bene insieme, dando finalmente spazio anche a lei all'interno della sua famiglia, nel modo che merita. Nel caso sono a sua disposizione!

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Dott.ssa Jenny Pauselli
Psicologo, Psicologo clinico
Perugia
Buonasera, ho letto con attenzione quanto riportato e mi sento di consigliarle un percorso individuale così che lei possa acquisire strategie ad hoc per affrontare la quotidianità che, a quanto pare, la sta affaticando molto. Resto a disposizione.
Buona serata,
Dr.ssa Jenny Pauselli
Psicologa
siamo nella ricerca di un equilibrio nell'ecosistema relazionale familiare. ovviamente tutto ciò non è facile, e deve passare per un campo cocostruito da tre individualità. quali dinamiche si attivano in me se mi sento tapezzeria? perchè non mi sento abbastanza utile? come reagisco agli ordini della madre della bambina? tutto quello che possiamo fare è iniziare a stare nel come ci sentiamo riguardo queste realtà, per mettere allo scoperto le emozioni riguardanti questo sentire a pieno.
Buongiorno,
da quello che descrive si sente chiaramente quanto questa situazione la stia facendo soffrire e quanto si senta messo ai margini nel suo ruolo di padre.
Non sembra essere in discussione il fatto che entrambi vogliate il bene di vostra figlia. Il punto, piuttosto, riguarda il modo in cui vi state organizzando come genitori: da quello che racconta, sua figlia sembra aver trovato nella madre il riferimento principale, mentre lei rischia di essere vissuto come una figura secondaria o associata solo alle regole.
Queste dinamiche possono crearsi senza che nessuno lo voglia davvero, soprattutto quando un genitore è molto presente e tende a intervenire subito per calmare o gestire ogni difficoltà. Nel tempo, però, questo può rendere più difficile per l’altro genitore trovare spazio e riconoscimento.
Il fatto che sua figlia, quando è da sola con lei, riesca a stare bene, giocare e ascoltarla, è un segnale importante: la relazione tra voi c’è ed è significativa.
Più che cercare di “intervenire” nei momenti di tensione, può essere utile provare a lavorare a monte, nel rapporto tra voi due adulti. Ritrovare uno spazio di confronto come coppia genitoriale, in cui definire insieme alcune modalità condivise (anche semplici), può aiutare a ridurre questa sensazione di esclusione e a presentarsi in modo più coerente anche agli occhi di vostra figlia.
Quando questo non riesce a costruirsi da soli, un supporto alla genitorialità o un percorso di coppia può essere molto utile proprio per rimettere in equilibrio i ruoli e la comunicazione.
Il fatto che lei stia mettendo in parola questo disagio è già un passaggio importante.
Un saluto
Dott.ssa Giulia Burgalassi
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera caro utente,
Leggendo la sua lettera mi sembra di cogliere molta frustrazione.
Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo, e immagino che ognuno provi ad interpretare questo ruolo al meglio delle sue possibilità, ma a volte la situazione sembra sfuggire di mano.
Le auguro di poter riuscire a fare il padre per sua figlia, per come sogna di esserlo, e di trovare una strada per confrontarsi con sua moglie sul lavoro che siete chiamati a svolgere insieme come genitori.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Burgalassi
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buonasera,
da quello che racconti emerge tutta la fatica, la frustrazione e anche il senso di esclusione che stai vivendo nel tuo ruolo di padre. È una situazione che può essere davvero logorante, soprattutto quando senti di avere risorse, intenzioni positive e desiderio di esserci… ma di non trovare spazio.

Quello che descrivi è qualcosa che capita più spesso di quanto si pensi: nelle coppie con figli piccoli possono crearsi, senza volerlo, degli squilibri nei ruoli genitoriali, dove uno dei due finisce per accentrare e l’altro per sentirsi messo ai margini. Questo non significa che tu sia “sbagliato” o che la tua compagna lo faccia con cattive intenzioni, ma indica che la vostra alleanza genitoriale in questo momento è in difficoltà e ha bisogno di essere ritrovata.

È comprensibile che, non sentendoti ascoltato, tu arrivi alla rabbia o allo sconforto. Allo stesso tempo, più la comunicazione passa attraverso etichette o reazioni forti, più rischia di irrigidirsi il dialogo tra voi. Provare a creare uno spazio di confronto tra adulti, lontano dai momenti di tensione e dalla presenza della bambina, può essere un primo passo importante per rimettere al centro il “fare squadra”.

Anche il comportamento di tua figlia, che sembra orientarsi maggiormente verso la madre, può essere influenzato da queste dinamiche: i bambini percepiscono molto finemente gli equilibri tra i genitori e tendono ad adattarsi ad essi.

Potrebbe esserti utile, se possibile, un confronto con un professionista, anche come coppia, per darvi uno spazio protetto in cui rimettere in circolo l’ascolto reciproco e ridefinire insieme i vostri ruoli genitoriali. Non è un fallimento, ma un modo per prendervi cura della vostra famiglia.

Intanto, non perdere di vista il valore della relazione che hai con tua figlia: il fatto che, quando siete soli, lei si affidi a te e stia bene con te è un segnale molto importante.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Federica Cofini
Psicologo, Psicologo clinico, Professional counselor
Roma
Buonasera, la ringrazio per la fiducia con cui ha esposto una situazione così sofferta. C'è un elemento fondamentale nel suo racconto che vorrei sottolineare: il fatto che lei riconosca con chiarezza la bravura e la dedizione della sua compagna è un'ottima base di partenza. Proprio questo riconoscimento potrebbe essere il seme da cui far ripartire il vostro dialogo. È importante tenere presente come la simbiosi tra madre-figlia sia assolutamente normale e vitale nei primi mesi di vita. Nelle prime fasi dello sviluppo, la fusione totale tra madre e neonato è ciò che garantisce la sopravvivenza e la sicurezza emotiva. Tuttavia con la crescita della bambina (i tre anni sono una tappa cruciale per l'autonomia), il bozzolo deve aprirsi e il legame evolvere. In psicologia evolutiva, questo passaggio è descritto come il transito dalla diade (madre-bambino) alla triade (madre-bambino-padre). Il ruolo del padre è quindi proprio quello di essere il "Terzo" che si inserisce nella diade madre-figlio per separarla dolcemente. Questa non è un'intrusione ma un atto d'amore necessario: permette da un lato alla bambina di capire che esiste un mondo oltre la madre, favorendone l'autonomia; dall'altro consente alla madre di non essere l'unica responsabile dell'educazione e dell'accudimento della figlia, alleggerendone il carico reale e percepito. Penso possa essere utile sottolineare come la mancata evoluzione di questa dinamica causata da questa rigidità che lei percepisce, sia una trappola non solo per lei ma anche per la sua compagna. È assolutamente comprensibile che lei si senta "spento". Tuttavia questo spegnimento rischia di confermare l'idea che la madre sia l'unico perno della famiglia. invece di vedere il suo intervento come una sfida al potere materno, provi a riformularlo come un atto di cura verso la sua compagna. Credo sia fondamentale riallacciare un dialogo senza la presenza della bambina. Potreste parlare della vostra stanchezza, non solo dei vostri errori. Provi a spiegare apertamente alla sua compagna che il suo desiderio di partecipare non è una critica al suo operato, ma il desiderio di essere una squadra. Nella routine quotidiana potreste concordare dei momenti fissi in cui lei gestisce la bambina dall'inizio alla fine, ad esempio durante il bagnetto o al parco, senza che la madre intervenga o dia direttive. Inizialmente sarà difficile per la mamma "non guardare", ma questo farà sentire alla bambina che è al sicuro anche con il suo papà, permettendole di riconoscere il valore della differenza. La bambina imparerà infatti che il papà fa le cose "diversamente" dalla mamma e che questo va bene. È la ricchezza della diversità educativa a rendere i figli resilienti. Si ricordi che sua figlia ha bisogno di vedere una madre serena e meno sovraccarica e un padre presente e autorevole: riconquistare il suo ruolo non è solo un suo diritto, ma un regalo che farà all'equilibrio di tutta la famiglia. Per qualsiasi cosa resto a disposizione.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Michela Zandomeneghi
Psicologo, Psicologo clinico
Pordenone
Buonasera, mi dispiace molto per la situazione che sta vivendo. Il pensiero di non essere abbastanza importante e non avere valore agli occhi della sua famiglia sicuramente è motivo di disagio e questo è altamente comprensibile. Molto probabilmente la moglie non lo fa neanche volontariamente ma in questo modo si è venuto a creare un circolo vizioso di ruoli e aspettative "mal" incastrati. Il primo consiglio spontaneo può essere di parlare con la moglie e cercare di "riprendersi" lo spazio che merita. Dall'altro lato so non essere così facile ed immediato e soprattutto serve la collaborazione della moglie nel permetterle di riacquisire la fiducia da parte della bambina. Nulla di allarmante o impossibile, glielo assicuro, però io vi consiglierei un piccolo percorso di supporto genitoriale condiviso ai fini di migliorare il benessere familiare.
Se avete bisogno io sono qui.
Un caro saluto
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, da quello che racconta emerge una sofferenza molto intensa, e soprattutto un senso di esclusione che nel tempo sta diventando sempre più pesante da sostenere. Non è solo una questione di gestione della bambina, ma di identità come padre, di riconoscimento e di spazio all’interno della relazione familiare. Quando ci si sente messi ai margini in qualcosa di così importante, è naturale che emergano frustrazione, rabbia e anche un senso di spegnimento, proprio come descrive lei. La situazione che vive ha una sua logica interna che può essere utile provare a comprendere. Da una parte c’è una madre molto coinvolta, molto presente, probabilmente molto attenta a prevenire ogni forma di disagio nella bambina. Questo spesso porta, senza volerlo, a intervenire subito di fronte al pianto o alla fatica, nel tentativo di proteggere. Dall’altra parte c’è lei, che prova a introdurre regole, a tollerare un po’ di frustrazione nella bambina, a costruire una relazione anche attraverso il limite. Queste due modalità non sono in opposizione per forza, ma in questo momento sembrano entrare in conflitto e non trovare un equilibrio. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quello che sta accadendo può essere letto anche come un circolo che si autoalimenta. La bambina ha imparato che, in presenza della madre, il pianto porta rapidamente a ottenere attenzione e risposta. Questo non è un “errore”, è un apprendimento naturale. Allo stesso tempo, quando lei prova a intervenire, si trova a essere percepito come quello che mette il limite, e questo rinforza sia la preferenza della bambina per la madre sia la sua sensazione di essere il “poliziotto cattivo”. Più questo schema si ripete, più diventa stabile. Parallelamente, nella relazione con la sua compagna, sembra essersi creata un’altra dinamica: lei prova a farsi spazio, si sente non ascoltato, aumenta la frustrazione, reagisce con rabbia, e questa reazione viene letta come eccessiva o inadeguata. Questo probabilmente porta la sua compagna a chiudersi ancora di più nelle sue modalità, e lei a sentirsi ancora più escluso. Anche qui si crea un circolo che mantiene il problema. È importante sottolineare che il fatto che lei, quando è da solo con sua figlia, riesca a instaurare una relazione serena, giocosa e collaborativa, è un segnale molto forte. Significa che il suo ruolo c’è, è presente ed è anche efficace. Non è qualcosa che manca, ma qualcosa che fatica a trovare spazio all’interno di una dinamica familiare che, al momento, è sbilanciata. Il punto centrale sembra essere proprio questo: non tanto dimostrare chi ha ragione o chi è più adeguato, ma riuscire a tornare a funzionare come squadra. Quando questo non accade, il rischio è che il bambino si adatti alla configurazione più immediata e prevedibile, e che uno dei due genitori si senta progressivamente escluso. In situazioni come questa può essere molto utile fermarsi a osservare non solo i comportamenti, ma anche i significati che ciascuno attribuisce a ciò che accade. Lei parla di sentirsi marginale, non riconosciuto, chiamato solo nei momenti difficili. È comprensibile che questo attivi emozioni forti. Allo stesso tempo, la sua compagna potrebbe percepire le sue reazioni come critiche o come una messa in discussione del suo modo di essere madre, e questo può portarla a irrigidirsi ulteriormente. Un lavoro su questi aspetti, fatto con un supporto adeguato, può aiutare molto. Un percorso di tipo cognitivo comportamentale potrebbe offrirle uno spazio per comprendere meglio come si attivano le sue emozioni in queste situazioni, quali pensieri le accompagnano e come questi influenzano le sue reazioni. Allo stesso tempo può essere utile per sviluppare modalità di comunicazione più efficaci, che le permettano di esprimere il suo bisogno di spazio e di riconoscimento senza essere percepito come oppositivo o critico. Spesso, quando si riesce a modificare anche solo una parte di questi schemi, l’intero sistema familiare inizia gradualmente a cambiare. Non in modo immediato, ma con piccoli spostamenti che nel tempo possono restituire equilibrio e collaborazione. Il fatto che lei senta il desiderio di esserci, di avere un ruolo attivo e di costruire qualcosa di più equilibrato è un punto di partenza molto importante. Non è un segnale di debolezza, ma di coinvolgimento e di responsabilità. Dare spazio a questo bisogno, magari con un accompagnamento che le permetta di orientarsi meglio in queste dinamiche, può aiutarla a ritrovare una posizione più solida e meno faticosa all’interno della sua famiglia. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Chiara Romito
Psicologo clinico, Psicologo
Arcore
Gentilissimo,
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e sincerità ciò che sta vivendo. Capisco quanto possa essere frustrante sentirsi progressivamente messi ai margini nel proprio ruolo genitoriale: quando ci si impegna per essere presenti, ma si percepisce di non avere spazio o voce nelle decisioni, è naturale provare demoralizzazione, fatica e un senso di impotenza.

Dalle sue parole emerge una dinamica complessa, che coinvolge non solo la relazione con sua figlia, ma anche il modo in cui lei e la sua compagna vi coordinate come genitori. È importante sottolineare che il suo ruolo è fondamentale: una bambina trae beneficio dalla presenza di entrambe le figure genitoriali, ciascuna con il proprio stile, le proprie modalità e il proprio contributo.

Per comprendere meglio la situazione sarebbe utile esplorare alcuni aspetti che lei accenna solo in parte. Ad esempio:
- queste modalità di funzionamento tra lei e la sua compagna erano presenti anche prima della nascita della bambina?
- chi tendeva a prendere più iniziativa nelle decisioni quotidiane?
- eravate allineati nella gestione della casa e nella divisione dei compiti?
- che ruolo hanno i nonni o altre figure di supporto nella vostra vita familiare?

Questi elementi possono aiutare a capire se le difficoltà attuali sono un’esasperazione di dinamiche preesistenti o se sono nate e cresciute con l’arrivo della bambina.

Il fatto che lei senta di “spegnersi gradualmente” è un segnale importante, che merita ascolto e attenzione. Un percorso di confronto e sostegno può aiutarla a ritrovare un senso di equilibrio, a comprendere meglio i suoi bisogni e a trovare modalità più efficaci per comunicare e collaborare all’interno della coppia genitoriale.

Se lo desidera, posso accompagnarla (o in caso lo volesse, da terapeuta sistemico-famigliare, ACCOMPAGNARVI) in questo processo di chiarificazione.

Resto a disposizione.
Un cordiale saluto,
Chiara
Dott.ssa Shanti Landolfo
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve, comprendo il suo cordoglio, si è coppia e coppia genitoriale, dal suo racconto emergono comunicazioni poco coordinate e funzionali, potreste ipotizzare ad un confronto di coppia
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una grande sofferenza e un forte senso di frustrazione.
Quello che descrive non riguarda soltanto la gestione di sua figlia, ma anche il modo in cui lei si sente riconosciuto (o non riconosciuto) nel suo ruolo di padre all’interno della relazione di coppia.
Sentirsi messi in secondo piano nelle decisioni che riguardano il proprio figlio può essere molto doloroso e, nel tempo, portare proprio a quella sensazione di impotenza e scoraggiamento che lei descrive.
Nei primi anni di vita dei bambini è abbastanza frequente che si crei un legame molto forte con la figura che trascorre più tempo con loro e che il bambino la cerchi maggiormente nei momenti di difficoltà o frustrazione: questo non significa però che il ruolo dell’altro genitore sia meno importante.
Al contrario, la presenza di due figure genitoriali che riescono a collaborare e a sostenersi reciprocamente è un elemento molto prezioso per lo sviluppo del bambino.
Da quello che racconta sembra essersi creata una dinamica in cui da una parte la madre tende a intervenire rapidamente per calmare la bambina e gestire le situazioni mentre dall’altra lei si trova spesso in una posizione più marginale o chiamato in causa solo nei momenti più difficili.
Nel tempo questo può portare a sentirsi esclusi e anche a irrigidire le posizioni da entrambe le parti.
Potrebbe essere utile provare a ritagliarsi dei momenti di confronto con la sua compagna lontano dalle situazioni di tensione cercando di condividere non tanto chi ha ragione o torto, ma come ciascuno di voi si sente all’interno di queste dinamiche e quale tipo di collaborazione vorreste costruire come genitori.
L’obiettivo non è stabilire un unico modo “giusto” di fare il genitore, ma trovare un equilibrio che permetta a entrambi di sentirvi parte della squadra.
Se queste difficoltà continuano a pesare molto nella vita familiare anche un confronto con uno psicologo o un percorso di sostegno alla genitorialità potrebbe aiutarvi a rileggere insieme le dinamiche che si sono create e a trovare modalità più condivise di gestione delle situazioni quotidiane.
Il fatto che lei esprima con tanta chiarezza il desiderio di essere presente e parte attiva nella vita di sua figlia è già un elemento molto importante.
Le auguro di poter trovare uno spazio di dialogo che permetta a entrambi i genitori di sentirsi riconosciuti nel proprio ruolo.

Un cordiale saluto.
Dott.ssa Michela Bertelloni
Psicologo, Psicologo clinico
Lido di Camaiore
Buongiorno, la sua frustrazione è comprensibile. La presenza della figura paterna è importante per la crescita di vostra figlia, ed è positivo che lei senta la necessità di essere un buon padre e di impegnarsi affinché questo avvenga (ricordo inoltre che per i figli la bigenitorialità è un diritto). Detto questo, mi sentirei di suggerirle di prendersi degli spazi per lei e sua figlia per fare attività insieme che possano rafforzare il legame. La presenza costante della madre, nonostante le migliori intenzioni di educazione e accudimento della bambina, possono influenzare il rapporto in virtù delle modalità controllanti che ella mette in atto (se pur involontariamente). Riterrei opportuno anche stabilire delle regole all'interno della coppia come non contraddirvi a vicenda in presenza della figlia o dividervi i compiti nelle attività quotidiane, sia nella gestione della bambina che dell'organizzazione domestica. Un caro saluto.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione molto faticosa e, soprattutto, emotivamente logorante. Il senso di esclusione, di svalutazione e di perdita del proprio ruolo come padre può generare frustrazione, rabbia e anche un progressivo “ritiro”, proprio come sta accadendo a lei.

Ci sono alcuni aspetti importanti da considerare.

1. La dinamica mamma-bambina
A 3 anni è normale che una bambina cerchi la figura di riferimento principale, spesso la madre, soprattutto se è quella che passa più tempo con lei. Tuttavia, quando un genitore interviene sempre per evitare il pianto o il disagio, si crea una dinamica in cui la bambina impara che:

il pianto è uno strumento efficace per ottenere ciò che vuole
la mamma è l’unica figura che risponde ai bisogni
il papà diventa una figura secondaria o “di passaggio”

Questo non è un problema “della bambina”, ma un equilibrio relazionale che si è costruito nel tempo.

2. Il suo ruolo non è secondario
Il fatto che sua figlia, quando è sola con lei, torni a giocare, ascoltarla e relazionarsi, è un segnale molto importante:
il legame c’è ed è sano.

Il problema quindi non è la sua capacità genitoriale, ma lo spazio che le viene concesso all’interno della coppia.

3. Il rischio della “mamma iper-presente” e del “papà poliziotto”
La dinamica che descrive è abbastanza tipica:

un genitore più accudente e protettivo
l’altro che prova a mettere regole ma viene delegittimato
il bambino che si adatta e “sceglie” il genitore più permissivo

Questo porta a:

aumento dei capricci
difficoltà nel rispettare i limiti
conflitti nella coppia

E soprattutto crea una divisione: uno “buono” e uno “cattivo”, che non aiuta né voi né vostra figlia.

4. Il punto centrale: la coppia genitoriale
Il nodo principale non è sua figlia, ma la comunicazione tra voi due.
Quando un genitore si sente non ascoltato o svalutato, inevitabilmente reagisce (arrabbiandosi, ritirandosi o esasperandosi), e l’altro può percepire queste reazioni come eccessive, creando un circolo vizioso.

È fondamentale che:

le regole vengano condivise tra voi adulti
vi sosteniate a vicenda davanti alla bambina (anche se non siete perfettamente d’accordo)
troviate momenti senza la bambina per parlare davvero di queste difficoltà

5. Alcuni spunti pratici

Stabilire piccoli spazi “esclusivi” padre-figlia, non negoziabili
Concordare insieme poche regole chiare e coerenti
Evitare di correggersi a vicenda davanti alla bambina
Accettare che il pianto non è sempre da “spegnere subito” (è anche comunicazione e crescita)

6. Il suo vissuto emotivo conta
Il fatto che lei dica “mi sto spegnendo” è un segnale importante da non ignorare. Non è solo una questione educativa, ma anche di benessere personale e di coppia.

In sintesi, non sta sbagliando a sentire disagio: sta reagendo a una situazione in cui il suo ruolo viene poco riconosciuto. Tuttavia, per cambiare davvero le cose è necessario lavorare sulla collaborazione con la sua compagna, più che sul comportamento della bambina.

Per questo motivo, le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista, possibilmente in un percorso di sostegno alla genitorialità o di coppia, che possa aiutarvi a ristabilire un equilibrio più funzionale per tutti.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Barbara Agnoli
Psicoterapeuta, Psicologo
Napoli
Gentile,
avete pensato ad un percorso di coppia dove potervi confrontare in presenza di un mediatore neutro? VI auguro di potervi ritrovare, per il bene di tutti 3. Buona vita
Dott.ssa Silvana Grilli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno,
comprendo bene quanto questa situazione stia diventando per lei sempre più faticosa e dolorosa, soprattutto perché tocca qualcosa di molto importante: il suo ruolo di padre e il desiderio di sentirsi parte attiva nella crescita di sua figlia.
Da ciò che scrive si possono cogliere due elementi: da una parte la presenza molto intensa della madre, attenta e coinvolta in ogni aspetto della quotidianità della bambina; dall’altra il suo tentativo di trovare uno spazio come padre, che però sembra spesso ridursi o passare in secondo piano, lasciandola con un senso di esclusione e frustrazione.
Proseguendo su questa linea, sembra prendere forma non solo una difficoltà nella gestione della bambina, ma soprattutto una fatica nel funzionare come squadra genitoriale. Il punto non appare tanto chi ha ragione su regole o modalità, quanto il fatto che il suo ruolo fatichi a trovare un riconoscimento pieno dentro la relazione con la sua compagna.
Da un lato c’è il suo bisogno di esserci, di contribuire, di portare il suo modo di essere padre; dall’altro una modalità materna che sembra occupare molto spazio e che, forse anche nel tentativo di rispondere rapidamente ai bisogni della bambina, rischia di lasciare poco margine a un’alternanza più condivisa.
In questo scenario, anche il comportamento di sua figlia può essere letto dentro questa dinamica: a tre anni è comprensibile che cerchi la figura che sente più immediata e disponibile, ma allo stesso tempo può faticare a riconoscere pienamente anche l’altro genitore, se lo spazio tra voi adulti non è sufficientemente definito e sostenuto.
Quello che descrive — il sentirsi “tappezzeria”, chiamato solo nei momenti più difficili, o percepito come “quello che mette regole” — sembra aver attivato in lei un senso di svalutazione e, col tempo, anche un esaurimento emotivo che merita attenzione.
Potrebbe essere importante cercare uno spazio in cui questa fatica possa essere portata e compresa all’interno della relazione di coppia. Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla a dare parola a ciò che sta vivendo — non solo nelle reazioni, ma nel significato più profondo di sentirsi messo ai margini — e a rimettere in movimento un dialogo che oggi sembra essersi un po’ bloccato.
Ciò che descrive non riguarda solo l’organizzazione quotidiana, ma il modo in cui i ruoli, i bisogni e le aspettative trovano (o faticano a trovare) uno spazio condiviso. Ritrovare questa dimensione può permettere, gradualmente, di costruire un equilibrio più riconosciuto tra voi e offrire anche a vostra figlia un’esperienza più integrata della presenza di entrambi.
Un caro saluto. Dott.ssa Silvana Grilli
Buongiorno,
da quello che descrive emerge una situazione familiare in cui lei si sente progressivamente escluso dal suo ruolo genitoriale, con un vissuto di frustrazione e impotenza che, nel tempo, può portare a sentirsi svalutati e molto stanchi emotivamente.
È comprensibile che la presenza molto attiva della madre e la difficoltà nel condividere decisioni e regole possano creare uno squilibrio nel ruolo educativo. Nei primi anni di vita è frequente che i bambini cerchino maggiormente una figura di riferimento, ma è altrettanto importante che i genitori riescano a presentarsi come una squadra, con regole condivise e spazi riconosciuti per entrambi. Quando questo non accade, possono aumentare i capricci del bambino e il senso di frustrazione del genitore che si sente meno coinvolto.
Potrebbe essere utile affrontare queste dinamiche in uno spazio di confronto protetto, individuale o di coppia, per migliorare la comunicazione tra voi e ridefinire i ruoli genitoriali in modo più equilibrato, tutelando sia il benessere della bambina sia il suo come padre.
Ricevo online e in presenza a Verona.
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile paziente, quello che descrive è molto faticoso e si sente quanto stia vivendo una forte frustrazione e un senso di esclusione nel suo ruolo di padre. Non è solo una questione educativa ma anche di spazio, riconoscimento e possibilità di sentirsi parte attiva nella crescita di sua figlia. La dinamica che si è creata sembra ruotare intorno a una madre molto centrata sul controllo e sulla gestione immediata dei bisogni della bambina e a un padre che progressivamente viene messo in secondo piano, fino a sentirsi utile solo nei momenti di difficoltà. Questo, nel tempo, logora e fa sentire svalutati. È importante però leggere anche cosa sta succedendo alla bambina. A tre anni è normale cercare la figura che percepisce come più disponibile e prevedibile, e se la madre interviene sempre subito, anticipando o sostituendo, la bambina impara che quella è la via più veloce per ottenere risposta. Non è una scelta contro di lei, è un apprendimento. Il fatto che quando è da solo con sua figlia lei torni ad ascoltarla e a giocare è un segnale molto importante, significa che la relazione c’è ed è sana, ma viene oscurata quando la madre entra in scena e prende il controllo. Il punto centrale non è quindi diventare più autoritario o farsi spazio con la forza, ma ristabilire un equilibrio nella coppia genitoriale. Senza questo, ogni tentativo individuale rischia di fallire. Intervenire direttamente sulla bambina senza un accordo con la madre rischia di aumentare il conflitto e di rinforzare l’immagine del padre come figura “opposta”. La cosa più utile sarebbe riuscire a parlare con la sua compagna non nel momento della tensione ma in un momento neutro, spostando il focus da cosa lei sbaglia a come lui si sente e a cosa sta succedendo alla vostra dinamica come coppia. Non è solo una questione di educazione ma di alleanza. Se questo non riesce, un supporto esterno può essere molto utile. Non perché ci sia qualcosa di grave ma perché quando si crea uno squilibrio così marcato è difficile uscirne da soli. Il rischio, come lei sta già sentendo, è quello di spegnersi e ritirarsi, lasciando ancora più spazio a una gestione unilaterale. Un confronto psicologico può aiutarla a trovare un modo più efficace di rientrare nel suo ruolo senza passare dalla rabbia o dalla resa e a lavorare anche sulla comunicazione con la sua compagna per tornare a essere una squadra.
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Dott.ssa Alina Mustatea psicologa clinica giuridica psicodiagnosta coordinatore genitoriale Un caro saluto
Dott. Fabian Gabriel Beneitez
Psicologo, Professional counselor
Fermo
La ringrazio per aver condiviso una situazione cosi densa e faticosa. Da cio che descrive emerge non solo la sua frustrazione, ma anche un senso di esclusione dal ruolo paterno che nel tempo la sta consumando.
Sembra crearsi una dinamica triadica rigida, dove lei viene progressivamente collocato ai margini mentre la madre e la bambina rinforzano un legame molto stretto, quasi esclusivo. Questo, senza volerlo, puo alimentare nei bambini una dipendenza e rendere piu difficile il riconoscimento di altre figure di riferimento. Il fatto che lei venga chiamato solo nei momenti critici rischia anche di fissarla in un ruolo poco riconosciuto e piu “funzionale” che relazionale.
Colpisce il suo sentirsi spento, come se pian piano stesse rinunciando ad esserci davvero. Questo è un segnale importante da non trascurare.
Credo che questa situazione meriti uno spazio di confronto guidato, possibilmente con un professionista, per poter ridefinire gli equilibri senza entrare in una logica di contrapposizione che alla lunga logora tutti, anche la bambina.
Le suggerisco di valutare un supporto psicologico, anche come coppia, per dare voce a questi vissuti in modo piu contenuto e costruttivo, così come da costruire un nuovo equilibrio genitoriale.
Le auguro di ritrovare uno spazio piu riconosciuto e vivibile dentro la sua famiglia
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera credo che Lei ponga un problema di genitorialità non risolta e non condivisa, per via del rapporto con la sua compagna, che ostacola la possibilità che Lei possa svolgere la Sua funzione di padre. Credo sarebbe opportuna una terapia di coppia per affrontare il Suo problema di relazione e riprendersi i Suoi spazi. Occorre che Lei e la Sua compagna affrontiate la condivisione di uno spazio comune in cui crescere affettivamente vostra figlia e ritengo sia evidente anche che Lei debba affrontare un problema di bassa autostima che forse è antecedente alla formazione della vostra coppia. Con una terapia di coppia penso che il problema possa essere affrontato e risolto. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dott.ssa Arianna Bellero
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Caro utente, leggendo le sue parole percepisco la sua volontà di ritornare al centro della vita familiare, così come è bene che sia anche per la sua bambina! La bambina certamente ha bisogno di più di una figura genitoriale di riferimento, ed entrambe queste figure è bene che appaiano ai suoi occhi come una squadra unita, collaborativa e cooperativa anche nei momenti di scontro e difficoltà, che si sa, sono parte del vissuto di tutte le squadre.
Il dialogo con la sua compagna in questo momento risulta essere fondamentale per riacquisire benessere, senso di auto-efficacia e validazione; se lei ritiene che da soli non riusciate ad arrivare ad un confronto costruttivo, in cui entrambe le parti si sentano davvero ascoltate e viste, può essere il momento di intraprendere insieme un percorso come coppia coniugale e genitoriale!
Vi auguro di ritrovare insieme un equilibrio familiare condiviso.
Dott.ssa Valentina Allieri
Psicologo, Psicologo clinico
Roncello
Gentile utente,
dalle sue parole leggo molta difficoltà e frustrazione per il fatto che la sua compagna non la coinvolge, o lo fa solo in modo marginale, nell'accudimento e nell'educazione di vostra figlia. La nascita di un figlio è un evento che modifica l'equilibrio della famiglia, i membri della coppia oltre ad avere il ruolo di partner ora ricoprono anche quello di genitori. Man mano che i figli crescono questi equilibri vengono ulteriormente modificati, è quindi comprensibile che ci possano essere momenti di difficoltà. Penso che potrebbe essere utile per lei indagare insieme alla sua compagna (con l'aiuto di un professionista se entrambi volete) come e se è possibile riequilibrare i ruoli tra di voi, considerandovi oltre che una coppia di genitori anche come due partner.
Un caro saluto - Dott.ssa Allieri Valentina
Dott.ssa Elisa Fiora
Psicologo, Psicologo clinico
Busto Arsizio
Buongiorno,
il suo messaggio restituisce un vissuto di forte sofferenza emotiva, legato alla percezione di un progressivo annullamento del ruolo paterno e a dinamiche relazionali che generano impotenza e logoramento.
La stanchezza e il senso di smarrimento che emergono meritano di essere accolti e compresi in profondità.
Per poter elaborare questi vissuti e affrontare il tema in modo adeguato, è importante rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora

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