Esperienze
Lavorare per anni in ambito psichiatrico mi ha insegnato che dietro ogni diagnosi c’è una storia che merita ascolto, rispetto e dignità. Questa solida esperienza clinica, maturata nei contesti più sfidanti, rappresenta oggi il cuore della mia pratica privata.
Attualmente sto approfondendo il mio percorso come psicoterapeuta junghiano in formazione, un orientamento che mi permette di integrare il rigore della diagnosi clinica con un’attenzione profonda alla dimensione simbolica e al processo di individuazione di ogni individuo. Nel mio studio offro uno spazio sicuro e accogliente, dove la competenza tecnica è sempre al servizio dell'alleanza umana, per accompagnare la persona nella scoperta del proprio equilibrio e delle proprie risorse interiori.
Aree di competenza principali:
- Psicologo clinico
Principali patologie trattate
- Autostima
- Depressione
- Crisi
- Attacco di panico
- Dipendenza affettiva
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Prestazioni e prezzi
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Colloquio psicologico clinico
60 € -
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Colloquio individuale
60 € -
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Via Regina Margherita, 85, Piano terra, San Benigno Canavese 10080
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ha risposto a 10 domande da parte di pazienti di MioDottore
Salve. Sono sicuro al 99% di rientrare nei criteri necessari per avere una diagnosi di disturbo narcisistico di personalità. Sono seguito da anni da uno psicoterapeuta che, sebbene abbia già ampiamente riconosciuto in me la presenza di tratti narcisistici, non mi ha mai ufficialmente diagnosticato un disturbo vero e proprio. Tempo fa gli chiesi se secondo lui ci fossero i criteri necessari per avere una diagnosi di disturbo narcisistico di personalità e lui mi rispose che non era ancora il momento per fare una diagnosi specifica perché ho un quadro di personalità che presenta una moltitudine di tratti di svariati disturbi di personalità e non solo di quello narcisistico. Sono passati mesi da quando glielo chiesi e nel frattempo il quadro si è ulteriormente aggravato. La mia domanda è: dal momento che presento tutti i criteri necessari per una diagnosi di disturbo narcisistico di personalità questa non dovrebbe essere automatica, a prescindere dalla presenza o meno di altri eventuali disturbi? Come paziente, posso "pretendere" una valutazione diagnostica o è una cosa che dipende solo ed esclusivamente dai tempi/volontà del terapeuta? A volte ho come la sensazione che il mio teraputa eviti di proposito di parlare di diagnosi, forse perché teme che io identificarmi col disturbo o qualcosa del genere. Grazie in anticipo per eventuali risposte.
Buongiorno,
Capisco il bisogno di avere una risposta chiara. Quando ci si riconosce nei criteri di un disturbo di personalità può nascere l’urgenza di sapere “con certezza” dove ci si colloca.
In clinica, però, la diagnosi di personalità non è mai del tutto automatica. Non dipende solo dalla presenza dei criteri descrittivi, ma dal funzionamento complessivo della persona, dalla stabilità nel tempo e dal livello di integrazione dell’identità.
A volte un terapeuta può scegliere di non formalizzare subito una diagnosi perché ritiene più utile lavorare sul funzionamento e sulla sofferenza, evitando che l’etichetta diventi qualcosa con cui identificarsi rigidamente.
È comunque legittimo portare apertamente in seduta il suo bisogno di una valutazione più definita. Spesso la domanda sulla diagnosi è già parte del lavoro terapeutico.
Salve piacere Sara ho 38 anni e sto insieme al mio compagno da 11 anni e mezzo ,lui ha 44 anni,stiamo benissimo insieme e ci amiamo tantissimo ogni volta fino a quando arriva il giorno di andare a vivere insieme .....mette in dubbio tutto,diventa nervoso ,agitato (vedo che davvero e ansioso )ho letto su internet che potrebbe essere affetto da filofobia......Sono 7 anni che attendo cercandolo di capire .....lui diventa nervoso poi quando prolungo ritorna dolcissimo e presentissimo......che devo fare?noi abitiamo in 2 città diverse e ci vediamo solo la domenica .....sto malissimo xké ci credo in noi e non so cosa fare ......io voglio una vita con lui ..... grazie mille
Gentile Sara,
da quello che racconta sembra esserci un movimento molto doloroso e ripetitivo: quando la relazione resta a una certa distanza il vostro legame appare stabile e affettuoso, ma quando si avvicina la possibilità concreta di costruire una vita insieme emergono nel suo compagno ansia, dubbi e chiusura.
Più che cercare un’etichetta come “filofobia”, potrebbe essere importante provare a comprendere meglio che cosa si attiva in lui proprio nel momento in cui la relazione diventa più concreta e impegnativa. A volte non si tratta di mancanza d’amore, ma di una difficoltà profonda nel tollerare alcuni passaggi emotivi legati alla vicinanza, alla scelta e al cambiamento.
Dopo sette anni di attesa, però, è importante vedere anche il suo dolore. Lei sta portando avanti un desiderio di vita condivisa che merita ascolto e chiarezza. In questi casi può essere utile un confronto psicologico, per aiutarla a mettere a fuoco ciò che sta vivendo, i suoi bisogni e i limiti oltre i quali l’attesa rischia di farla stare sempre peggio. Se il suo compagno fosse disponibile, anche lui potrebbe beneficiare di uno spazio in cui comprendere meglio questa sua difficoltà.
Un saluto
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