Dr.
Omar Vittorio Pasciuti Sindel
Psicologo
·
Psicologo clinico
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San Benigno Canavese 1 indirizzo
Esperienze
L’esperienza maturata in ambito psichiatrico mi ha insegnato che dietro ogni difficoltà c’è una storia che merita ascolto, rispetto e dignità.
Nel mio lavoro incontro spesso persone che, pur riuscendo a gestire la vita quotidiana, attraversano momenti di fatica, disorientamento o una sensazione di distanza da sé, come se qualcosa non fosse più in sintonia.
Si tratta spesso di vissuti non immediatamente riconducibili a un sintomo specifico, ma legati a una difficoltà più ampia nel riconoscersi, nel sentire e nel dare senso alla propria esperienza.
Attualmente sto approfondendo il mio percorso come psicoterapeuta ad orientamento junghiano. Questo approccio mi permette di integrare l’attenzione alla dimensione clinica con uno sguardo rivolto ai significati personali, ai momenti di passaggio e ai processi di trasformazione.
Nel mio studio offro uno spazio di ascolto e confronto, dove poter portare ciò che si sta vivendo e iniziare a comprenderlo in modo più approfondito, senza la necessità di avere già risposte chiare.
Aree di competenza principali:
- Psicologo clinico
Principali patologie trattate
- Autostima
- Crisi
- Sindrome da burnout
- Angoscia
- Plusdotazione
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Via Regina Margherita, 85, Piano terra, San Benigno Canavese 10080
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Recensioni
2 recensioni
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K
K.C.
Ho avuto un’esperienza molto positiva con il mio psicologo. Mi sono sempre sentito a mio agio durante le sedute e non mi ha mai fatto sentire giudicato. Ha un approccio diretto, a volte anche molto schietto, ma proprio questa sua sincerità si è rivelata spesso efficace: va dritto al punto e riesce a cogliere con precisione le situazioni e le emozioni che porto.
• Studio Privato Dr. Pasciuti • consulenza psicologica •
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G
G.V.
Persona iper sensibile, affidabile e soprattutto competente.
E' stato in grado di mettermi a mio agio presentando un setting e approccio analitico perfetti per quelli che sono le mie esigenze.
In poco tempo sono stato in grado di vedere dei risultati.• Studio Privato Dr. Pasciuti • colloquio psicologico clinico •
Risposte ai pazienti
ha risposto a 37 domande da parte di pazienti di MioDottore
Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.
Buongiorno,
quello che descrive è una sensazione molto comune alla sua età, anche se quando la si vive sembra qualcosa di definitivo e senza uscita.
L’idea di dover trovare una “passione” che dia subito senso alla vita può diventare un peso. Spesso si immagina che esista qualcosa che, una volta trovato, chiarisca tutto. Nella realtà, per molte persone non funziona così: la direzione si costruisce nel tempo, attraverso esperienze concrete, tentativi ed errori.
Il fatto che oggi molte cose le sembrino inutili o senza possibilità può essere legato anche al momento che sta attraversando e al contesto in cui si trova, soprattutto se il lavoro attuale è vissuto in modo negativo.
Più che aspettare di “sentire qualcosa” per muoversi, può essere utile fare il contrario: iniziare a fare esperienze, anche senza particolare entusiasmo iniziale, e vedere cosa succede nel tempo.
Non è detto che la motivazione venga prima dell’azione: spesso arriva dopo.
Non avere una direzione chiara a 18 anni non significa essere indietro, ma essere nel mezzo di una fase in cui si stanno costruendo le basi.
Se questa sensazione di blocco diventa molto pesante, un confronto psicologico può aiutarla a fare ordine e a rimettere in movimento le cose.
A volte non è che manca una strada, ma che si sta cercando nel punto sbagliato: aspettando di sentirla, invece di iniziare a costruirla.
Un saluto
Sono una ragazza di 28 anni e sto attraversando un periodo difficile. Di recente ho chiuso una frequentazione, ormai circa due mesi fa, anche se l’ultimo contatto è avvenuto circa un mese fa e sto ancora molto male, ho paura di non riuscire a superarla.
La frequentazione è durata circa 3 mesi e mezzo, anche se gli ultimi due mesi è stata una frequentazione a distanza, per dei miei motivi personali.
Il motivo del mio malessere deriva dal fatto che a me lui piaceva molto e mi ero molto affezionata. Lui via messaggio era sempre presente, ci sentivamo ogni giorno e mi ascoltava anche quando parlavo di momenti stressanti. Di presenza siamo usciti circa dieci volte, durante il mese di frequentazione di presenza. A me sembrava davvero un bel rapporto, ci sentivamo ogni giorno e lui mi dava attenzioni, dimostrava molto interesse nel conoscermi.
Il fatto è che mentre io avevo chiarito che volevo che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione, lui probabilmente non ha mai voluto una relazione, ma solo una frequentazione così, senza nessun impegno. Mi fa rabbia il fatto che parlandone lui mi aveva detto che anche lui voleva che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione.
Alla fine è stato lui ad allontanarsi, proprio quando dopo due mesi era arrivato il momento di rivedersi. Ha accampato scuse, dicendo che aveva bisogno di più tempo per capire, di non essere affidabile emotivamente, di non riuscire a lasciarsi andare (non gli piaceva sbilanciarsi) ma non prendendo mai realmente le distanze, dicendo di non volersi allontanare, ma di volerla vivere con leggerezza, senza farsi troppi problemi al momento. Ha preso come scusa anche il fatto di essersi lasciato non molto tempo fa. Quindi alla fine l’ho chiusa io, perché non volevo starci di nuovo male e avevo paura che lui effettivamente non stesse prendendo le cose seriamente.
Lui ha provato a ricontattarmi via messaggio, ma io sono stata molto fredda.
Il problema è che tutt’ora non riesco a superarla. Non riesco a superarla perché mi sembrava che potesse nascerne davvero un bel rapporto. Non capisco se il problema fosse il fatto che non gli piacevo abbastanza, anche se tra noi c’era molta chimica, o se effettivamente lui aveva bisogno di più tempo per via della precedente relazione. O se effettivamente non volesse impegnarsi.
Ho paura di non incontrare mai nessuno che mi ami, perché lui è stata la mia prima “relazione” e nonostante io non mi consideri brutta credo di non piacere in fondo a nessuno, perché non ricevo molta considerazione maschile, o comunque non da qualcuno che mi interessi. Sono sempre stata un po’ introversa, ma non credo sia questo il problema. Non so come superare questa fase. Vorrei conoscere nuove persone ma ho paura di rimanere di nuovo delusa.
Buongiorno,
quello che descrive è un vissuto molto intenso e comprensibile: quando una frequentazione, anche relativamente breve, è stata carica di presenza, ascolto e coinvolgimento emotivo, può lasciare un segno profondo, soprattutto se si interrompe in modo poco chiaro.
Il fatto che lei faccia fatica a “superarla” non dipende solo dalla durata della relazione, ma da ciò che quella relazione rappresentava: la possibilità che potesse diventare qualcosa di significativo.
Un aspetto importante nel suo racconto è la differenza tra ciò che lei cercava (una relazione) e ciò che lui, nei fatti, ha mostrato di poter offrire. Anche se a parole sembrava allineato, i suoi comportamenti (il tirarsi indietro, il non sbilanciarsi, il mantenere una certa ambiguità) indicano una difficoltà a impegnarsi in modo chiaro.
Questo può generare molta confusione, perché lascia aperta la domanda: “non gli piacevo abbastanza o non era pronto?”. In realtà, spesso queste situazioni non si spiegano in termini di valore personale, ma di disponibilità emotiva dell’altra persona.
Il rischio, però, è che questa esperienza venga letta come una conferma di qualcosa su di sé (“non piaccio abbastanza”, “non troverò nessuno”), quando in realtà parla più del tipo di incontro che è avvenuto.
Il fatto che sia stata lei a chiudere, nonostante il coinvolgimento, è un elemento importante: indica la capacità di riconoscere un limite e di proteggersi, anche se questo oggi fa male.
La difficoltà a lasciar andare può essere legata anche al fatto che la relazione è rimasta “in sospeso”, più sul piano del potenziale che della realtà. Questo spesso rende più difficile elaborarla.
Più che cercare una risposta definitiva su di lui, può essere utile riportare l’attenzione su di sé: su ciò che cerca in una relazione e su come riconoscere, nel tempo, segnali di maggiore chiarezza e reciprocità.
La paura di rimanere delusa è comprensibile, ma non è detto che questa esperienza definisca ciò che accadrà nelle prossime.
Un percorso psicologico può aiutarla proprio a elaborare questo legame e a lavorare sul modo in cui queste esperienze vengono integrate, così da non trasformarle in giudizi su di sé.
A volte non è la persona in sé a essere difficile da lasciare andare, ma l’idea di ciò che avrebbe potuto essere.
Un saluto
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