Buongiorno, chiedo un consiglio perchè non so come comportarmi con mia figlia e aiutarla. E' una rag
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Buongiorno, chiedo un consiglio perchè non so come comportarmi con mia figlia e aiutarla. E' una ragazzina di quasi 14 anni, brava a scuola, con tanti amici e tanti interessi però ha un rapporto complicato con il cibo e questo le crea ansia. Non mangia tutto perchè tante cose non le piacciono ma a casa è tranquilla. quando poi esce fuori e deve mangiare con altre persone le sale l'ansia, e questa cosa si scatena da appena sa di dover mngiare con persone fuori dal suo nucleo familiare stretto. Lei spiega il suo stato d'animo dicendo "ho l'ansia di avere l'ansia" le sale la nausea e si agita, talvolta ha episodi di vomito prima di sedersi a tavola. La sua preoccupazione è che quello che le propongono a tavola non le piaccia, non riesca a mangiarlo e qualcuno le chieda perchè non mangia o faccia osservazioni sul fatto che lei non ha finito il piatto o è lenta nel mangiare. Per questo motivo è capitato che all'ultimo momento non sia partita in gita scolastica o in colonia e abbia rinunciato a una cena con gli amici. abbiamo provato a dirle che le persone non si interessano al suo piatto ma non riesce a superare questa cosa e in generale ci ha detto che lei a volte non ha autostima e ha paura di fare qualcosa che possa sembrare sbagliato agli altri e non possa piacere. Non so proprio cosa fare. Grazie per l'attenzione
Buongiorno,
da ciò che descrive non sembra tanto un problema legato al cibo in sé, quanto piuttosto un’ansia anticipatoria legata al giudizio e alle situazioni sociali.
Il fatto che a casa sia tranquilla e che l’ansia compaia quando deve mangiare fuori indica che la difficoltà riguarda il timore di non essere adeguata o di essere osservata e giudicata. Quando sua figlia dice “ho l’ansia di avere l’ansia”, descrive molto bene un meccanismo tipico: la paura della sensazione stessa che, aumentando l’attivazione fisica (nausea, agitazione), rinforza il circolo dell’ansia.
Le rinunce (gite, cene, uscite) purtroppo, sebbene comprensibili, rischiano nel tempo di consolidare il problema perché l’evitamento dà sollievo immediato ma mantiene la paura.
È importante non minimizzare ciò che prova, ma validare la sua difficoltà e aiutarla gradualmente ad affrontare le situazioni, eventualmente con il supporto di uno psicologo. Intervenire ora può prevenire che l’ansia si strutturi maggiormente.
Resto a disposizione per un eventuale approfondimento.
da ciò che descrive non sembra tanto un problema legato al cibo in sé, quanto piuttosto un’ansia anticipatoria legata al giudizio e alle situazioni sociali.
Il fatto che a casa sia tranquilla e che l’ansia compaia quando deve mangiare fuori indica che la difficoltà riguarda il timore di non essere adeguata o di essere osservata e giudicata. Quando sua figlia dice “ho l’ansia di avere l’ansia”, descrive molto bene un meccanismo tipico: la paura della sensazione stessa che, aumentando l’attivazione fisica (nausea, agitazione), rinforza il circolo dell’ansia.
Le rinunce (gite, cene, uscite) purtroppo, sebbene comprensibili, rischiano nel tempo di consolidare il problema perché l’evitamento dà sollievo immediato ma mantiene la paura.
È importante non minimizzare ciò che prova, ma validare la sua difficoltà e aiutarla gradualmente ad affrontare le situazioni, eventualmente con il supporto di uno psicologo. Intervenire ora può prevenire che l’ansia si strutturi maggiormente.
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Cara, la selettività alimentare ha radici spesso profonde che possono avere a che fare con una difficoltà a fidarsi degli altri e di se stessi, quindi certamente con una questione di autostima, come correttamente mette in luce sua figlia. Un po' tutta l'adolescenza, ma ancora di più l'adolescenza ai suoi esordi, e i 14 anni rappresentano l'inizio dell'adolescenza, è un momento in cui riemergono vecchie difficoltà, ma soprattutto, con l'adolescenza, i ragazzini e le ragazzine sono chiamati a compiere un passaggio di apertura verso il sociale, verso la socialità, verso i coetanei. Se questo passaggio risulta difficile, perché voi genitori correttamente la spingete, ma la ragazzina va in ansia, arrivando, come nel caso della gita, a chiudersi e a non affrontare "il fuori", vi suggerirei una consulenza genitoriale con una psicoterapeuta o uno psicoterapeuta per definire come procedere. Questo per evitare che una difficoltà che potrebbe essere affrontata e risolta facilmente, si strutturi in un sintomo più stabile, vista la delicatezza di quest'epoca della vita (l'adolescenza) e la connessa possibilità che questo rischio si faccia concreto. Un saluto, Ilaria Innocenti
Ciò che ha descritto molto probabilmente non riguarda il cibo in sé, o meglio, non riguarda solo il cibo, quanto, piuttosto, il significato relazionale che il cibo assume per sua figlia.
Mentre sua figlia sente casa e i suoi familiari come posto sicuro, è possibile che fuori da quel contesto si senta in vista e giudicata. Assumere cibo fuori casa, per lei, diventa una scena pubblica dove può essere osservata e giudicata. Sua figlia ha 14 anni ed è proprio l’età in cui la sua identità è in piena trasformazione, per cui l’essere “guardata” può infastidirla. Tenga presente che lo sguardo degli altri può essere vissuto come estremamente potente e, a volte, giudicante. Quando sua figlia afferma “ho l’ansia di avere ansia” le sta raccontando un suo movimento interno: teme il giudizio, teme di non riuscire a mangiare, teme le proprie reazioni come agitarsi e avere nausea e infine, teme che queste sue reazioni possano essere notate e giudicate da estranei.
Il vomito, sintomo che sente prima di mettersi a tavola, può rappresentare una scarica dell’angoscia, una difesa. L’evitare di uscire con gli amici per una cena o rinunciare alla gita è il suo modo per proteggersi da una situazione in cui si vedrebbe troppo esposta e in cui si potrebbe sentire umiliata.
È molto interessante quello che sua figlia dice: “ho paura di fare qualcosa di sbagliato” e di non piacere. Il cibo, qui, assume un valore simbolico molto più ampio: sua figlia teme di non essere adeguata e di non corrispondere alle aspettative degli altri. Alla sua età, come dicevo prima, in piena adolescenza, il senso di appartenenza è enorme e il rischio di sentirsi diversa può essere vissuto da sua figlia come minaccioso.
Cosa può fare lei, come genitore? Eviti delle semplici rassicurazioni come “agli altri non importa”, meglio legittimare il suo vissuto in questo modo: “Capisco che per te è difficile, che ti senti osservata e che questo ti fa stare male”. Sentirsi compresa riduce l’angoscia più della minimizzazione. Eviterei forzature o soluzioni drastiche; piuttosto piccoli passi, esperienze graduali, magari concordate con lei.
Le consiglio di proporre a sua figlia un percorso psicologico in cui lei possa esplorare le sue paure. Non c’è nulla di grave, in realtà, ma i suoi sintomi segnalano una fatica nel suo percorso evolutivo. Potrebbe essere aiutata ad avere strumenti interni più stabili e funzionali prima che il controllo sul cibo e l’evitamento di situazioni sociali possano divenire più rigidi.
D’altra parte sua figlia è una ragazza che ha il suo gruppo di amici, ha degli interessi e buone risorse è questi sono aspetti enormemente positivi. Deve comprendere che lei non è il suo sintomo e non può essere definita dal sintomo.
Mentre sua figlia sente casa e i suoi familiari come posto sicuro, è possibile che fuori da quel contesto si senta in vista e giudicata. Assumere cibo fuori casa, per lei, diventa una scena pubblica dove può essere osservata e giudicata. Sua figlia ha 14 anni ed è proprio l’età in cui la sua identità è in piena trasformazione, per cui l’essere “guardata” può infastidirla. Tenga presente che lo sguardo degli altri può essere vissuto come estremamente potente e, a volte, giudicante. Quando sua figlia afferma “ho l’ansia di avere ansia” le sta raccontando un suo movimento interno: teme il giudizio, teme di non riuscire a mangiare, teme le proprie reazioni come agitarsi e avere nausea e infine, teme che queste sue reazioni possano essere notate e giudicate da estranei.
Il vomito, sintomo che sente prima di mettersi a tavola, può rappresentare una scarica dell’angoscia, una difesa. L’evitare di uscire con gli amici per una cena o rinunciare alla gita è il suo modo per proteggersi da una situazione in cui si vedrebbe troppo esposta e in cui si potrebbe sentire umiliata.
È molto interessante quello che sua figlia dice: “ho paura di fare qualcosa di sbagliato” e di non piacere. Il cibo, qui, assume un valore simbolico molto più ampio: sua figlia teme di non essere adeguata e di non corrispondere alle aspettative degli altri. Alla sua età, come dicevo prima, in piena adolescenza, il senso di appartenenza è enorme e il rischio di sentirsi diversa può essere vissuto da sua figlia come minaccioso.
Cosa può fare lei, come genitore? Eviti delle semplici rassicurazioni come “agli altri non importa”, meglio legittimare il suo vissuto in questo modo: “Capisco che per te è difficile, che ti senti osservata e che questo ti fa stare male”. Sentirsi compresa riduce l’angoscia più della minimizzazione. Eviterei forzature o soluzioni drastiche; piuttosto piccoli passi, esperienze graduali, magari concordate con lei.
Le consiglio di proporre a sua figlia un percorso psicologico in cui lei possa esplorare le sue paure. Non c’è nulla di grave, in realtà, ma i suoi sintomi segnalano una fatica nel suo percorso evolutivo. Potrebbe essere aiutata ad avere strumenti interni più stabili e funzionali prima che il controllo sul cibo e l’evitamento di situazioni sociali possano divenire più rigidi.
D’altra parte sua figlia è una ragazza che ha il suo gruppo di amici, ha degli interessi e buone risorse è questi sono aspetti enormemente positivi. Deve comprendere che lei non è il suo sintomo e non può essere definita dal sintomo.
Buongiorno, quello che descrive non sembra un problema del rapporto con il cibo in senso stretto, ma una possibile ansia sociale che si esprime attraverso il momento del pasto. Sua figlia stessa lo dice in modo molto chiaro e consapevole “ho l’ansia di avere l’ansia”. Questo significa che non teme tanto il cibo, quanto la possibilità di sentirsi osservata, giudicata o in difficoltà davanti agli altri. A 14 anni il tema dello sguardo altrui e dell’autostima è molto delicato. Il pasto, che è un momento pubblico e carico di regole implicite (“mangia tutto”, “non fare storie”, “non attirare l’attenzione”,...), può diventare il luogo dove si concentra la paura di non essere adeguata o non piacere agli altri, anche quando queste parole non vengono dette in famiglia. La nausea e il vomito prima di sedersi a tavola sono proprio i segnali tipici di una forte attivazione ansiosa. Rassicurarla dicendole che agli altri non importa è comprensibile, ma spesso non basta perché l’ansia non si spegne con la logica. Può essere utile: validare quello che prova (ad es. dicendole “capisco che per te sia davvero difficile”), evitare pressioni o forzature, aiutarla gradualmente a esporsi a situazioni sociali protette, senza aspettarsi che tutto si risolva subito.
Visto che il problema sta iniziando a limitarla in più occasioni, potrebbe essere molto utile un percorso psicologico per adolescenti. Non perché la situazione sia grave, ma perché intervenire ora può aiutarla sviluppare le risorse potenziali per superare questo ostacolo che le impedisce di fare esperienze preziose per sua età, specialmente con i coetanei, al fine di rafforzare l’autostima, imparare a gestire l’ansia e prevenire un’ulteriore estensione del problema. Il fatto che a casa sia serena, che ne parli con i genitori, che abbia amici e interessi è un ottimo segnale, si sente che c’è una buona base su cui lavorare. Con il giusto supporto, questa difficoltà può essere affrontata e superata per riprendere il percorso evolutivo con serenità e fiducia!
Visto che il problema sta iniziando a limitarla in più occasioni, potrebbe essere molto utile un percorso psicologico per adolescenti. Non perché la situazione sia grave, ma perché intervenire ora può aiutarla sviluppare le risorse potenziali per superare questo ostacolo che le impedisce di fare esperienze preziose per sua età, specialmente con i coetanei, al fine di rafforzare l’autostima, imparare a gestire l’ansia e prevenire un’ulteriore estensione del problema. Il fatto che a casa sia serena, che ne parli con i genitori, che abbia amici e interessi è un ottimo segnale, si sente che c’è una buona base su cui lavorare. Con il giusto supporto, questa difficoltà può essere affrontata e superata per riprendere il percorso evolutivo con serenità e fiducia!
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e sensibilità la situazione di sua figlia. Dalle sue parole emerge una ragazza con molte risorse, brava a scuola, con amici e interessi, ma che sta vivendo una sofferenza specifica e molto concreta, che merita attenzione e comprensione. Quello che descrive non sembra un problema “di capricci” o semplicemente di gusti difficili, ma un meccanismo d’ansia che si è agganciato al momento del pasto in contesti sociali. È importante sottolineare che non lo fa per attirare attenzione e probabilmente non riesce davvero a “controllarlo” con la sola forza di volontà.
Il mio consiglio è di intraprendere un percorso psicologico per affrontare tali aspetti.
Resto a disposizione, anche in modalità online.
Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e sensibilità la situazione di sua figlia. Dalle sue parole emerge una ragazza con molte risorse, brava a scuola, con amici e interessi, ma che sta vivendo una sofferenza specifica e molto concreta, che merita attenzione e comprensione. Quello che descrive non sembra un problema “di capricci” o semplicemente di gusti difficili, ma un meccanismo d’ansia che si è agganciato al momento del pasto in contesti sociali. È importante sottolineare che non lo fa per attirare attenzione e probabilmente non riesce davvero a “controllarlo” con la sola forza di volontà.
Il mio consiglio è di intraprendere un percorso psicologico per affrontare tali aspetti.
Resto a disposizione, anche in modalità online.
Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti
Capisco quanto possa essere difficile, come genitore, vedere una figlia brillante e sensibile bloccata da un’ansia che sembra più grande di lei. Quello che descrivi è un quadro che incontro spesso nel lavoro clinico con adolescenti: non sei sola, e soprattutto non è un problema senza soluzione. Ti rispondo con l’attenzione e la competenza di una psicologa che si occupa di disturbi del comportamento alimentare e ansia in età evolutiva, ma senza sostituirmi a un percorso professionale diretto, che in questo caso sarebbe davvero utile.
Non è un problema di cibo, ma di ansia anticipatoria. Lei stessa lo dice: “ho l’ansia di avere l’ansia”, la paura non nasce dal cibo in sé, ma dal timore di perdere il controllo davanti agli altri. Cosa puoi fare tu, concretamente? In primo luogo validare, non minimizzare. Frasi utili potrebbero essere: “Capisco che per te sia difficile” oppure “Vediamo insieme come affrontarla, un passo alla volta”, questo abbassa immediatamente la tensione. In secondo luogo le sarà utile dare un nome alle sensazioni e in questo puoi aiutarla: gli adolescenti spesso vivono l’ansia come qualcosa di misterioso e incontrollabile, darle parole la rende meno spaventosa.
Preparare insieme “strategie di sicurezza” può essere utile, non per evitare, ma per farla sentire più padrona della situazione. Ad esempio decidete in anticipo cosa ordinare o cosa mangiare, concordate una frase neutra da usare se qualcuno le chiede qualcosa (“Ho mangiato prima”, “Non ho molta fame oggi”), invitarla a sedersi vicino a una persona con cui si sente tranquilla. Meglio piccoli passi graduali, concordati con lei.
In base a ciò che racconti, un percorso psicologico sarebbe molto indicato, non perché la situazione sia grave, ma perché l’ansia sta limitando la vita sociale di tua figlia.
Stai facendo esattamente ciò che una madre attenta dovrebbe fare: osservi, ascolti, cerchi aiuto. Non hai sbagliato nulla. L’ansia non nasce da un errore educativo, ma da una sensibilità profonda che, con il giusto sostegno, può trasformarsi in una grande risorsa.
Non è un problema di cibo, ma di ansia anticipatoria. Lei stessa lo dice: “ho l’ansia di avere l’ansia”, la paura non nasce dal cibo in sé, ma dal timore di perdere il controllo davanti agli altri. Cosa puoi fare tu, concretamente? In primo luogo validare, non minimizzare. Frasi utili potrebbero essere: “Capisco che per te sia difficile” oppure “Vediamo insieme come affrontarla, un passo alla volta”, questo abbassa immediatamente la tensione. In secondo luogo le sarà utile dare un nome alle sensazioni e in questo puoi aiutarla: gli adolescenti spesso vivono l’ansia come qualcosa di misterioso e incontrollabile, darle parole la rende meno spaventosa.
Preparare insieme “strategie di sicurezza” può essere utile, non per evitare, ma per farla sentire più padrona della situazione. Ad esempio decidete in anticipo cosa ordinare o cosa mangiare, concordate una frase neutra da usare se qualcuno le chiede qualcosa (“Ho mangiato prima”, “Non ho molta fame oggi”), invitarla a sedersi vicino a una persona con cui si sente tranquilla. Meglio piccoli passi graduali, concordati con lei.
In base a ciò che racconti, un percorso psicologico sarebbe molto indicato, non perché la situazione sia grave, ma perché l’ansia sta limitando la vita sociale di tua figlia.
Stai facendo esattamente ciò che una madre attenta dovrebbe fare: osservi, ascolti, cerchi aiuto. Non hai sbagliato nulla. L’ansia non nasce da un errore educativo, ma da una sensibilità profonda che, con il giusto sostegno, può trasformarsi in una grande risorsa.
Buon pomeriggio,
Capisco la sua preoccupazione. Non deve essere semplice per una madre vedere la propria figlia aver paura di nutrirsi, sebbene non in ogni situazione. Il nutrimento rappresenta tante cose: la crescita, il piacere, la condivisione. Bisognerebbe capire di cosa, al di sotto del cibo, sua figlia ha paura. Perché la paura del cibo nasconde un mondo di preoccupazioni più interiori. Ovviamente non spetta a lei indagare questi aspetti: le consiglio, se non lo avete già fatto, di suggerire alla ragazza di intraprendere un percorso psicologico, per poter comprendere in profondità cosa sta accadendo e riuscire nuovamente a godere delle occasioni sociali. Parallelamente, un sostegno genitoriale per lei potrebbe aiutarla ad affrontare meglio questa situazione e le paure che essa potrebbe, comprensibilmente, suscitare in lei.
Capisco la sua preoccupazione. Non deve essere semplice per una madre vedere la propria figlia aver paura di nutrirsi, sebbene non in ogni situazione. Il nutrimento rappresenta tante cose: la crescita, il piacere, la condivisione. Bisognerebbe capire di cosa, al di sotto del cibo, sua figlia ha paura. Perché la paura del cibo nasconde un mondo di preoccupazioni più interiori. Ovviamente non spetta a lei indagare questi aspetti: le consiglio, se non lo avete già fatto, di suggerire alla ragazza di intraprendere un percorso psicologico, per poter comprendere in profondità cosa sta accadendo e riuscire nuovamente a godere delle occasioni sociali. Parallelamente, un sostegno genitoriale per lei potrebbe aiutarla ad affrontare meglio questa situazione e le paure che essa potrebbe, comprensibilmente, suscitare in lei.
Gentile utente, si sente tutto il suo amore e la sua preoccupazione in queste parole. È una situazione delicata, ma il fatto che sua figlia riesca a verbalizzare così bene i suoi sentimenti — definendo perfettamente il cerchio dell'"ansia dell'ansia" — è un punto di partenza molto prezioso. A 14 anni, il corpo e il giudizio degli altri diventano il centro del mondo. Quello che descrive sembra andare oltre il semplice "fare i capricci" col cibo; è una forma di ansia sociale che si canalizza sul momento del pasto, percepito come una performance pubblica dove lei si sente osservata e giudicata. Dato che l'ansia sta limitando la sua vita sociale (rinuncia a gite e amici), il consiglio più grande è di rivolgervi a uno psicoterapeuta specializzato in età evolutiva o disturbi alimentari. Un percorso breve può fornirle gli strumenti cognitivi per "smontare" l'ansia prima che diventi un blocco troppo rigido.
Buongiorno, sono situazioni che richiedono cura, e ha fatto bene a porvi l’attenzione. Probabilmente si sta creando un rapporto non funzionale con il cibo, e il fatto che quest’ansia la porti a evitare le situazioni è un segnale che è il momento di prendersene cura in uno spazio di terapia. Le suggerisco di cercare un ottimo terapeuta, con il quale sua figlia possa attribuire un significato a questa apprensione che ha sviluppato con il cibo, e sono ottimista sul fatto che le cose miglioreranno. Vi auguro il meglio.
Salve, le suggerisco di affrontare la situazione cercando innanzitutto di ascoltare i vissuti di sua figlia senza mai minimizzare la cosa. Sarebbe opportuno provare a contattare un terapeuta che si affianchi alla famiglia, nel senso di supportare la ragazzina in maniera adeguata, ma anche gli altri familiari che si trovano a vivere questa situazione di disequilibrio.
Innanzitutto, grazie per aver raccontato con tanta cura quello che sta vivendo sua figlia, si sente quanta attenzione c’è da parte vostra.
Da ciò che descrive sembra una ragazza con tante risorse e una buona vita sociale, ma che nelle situazioni di pasto fuori casa vive un’attivazione ansiosa molto forte, legata soprattutto alla paura del giudizio e al timore di trovarsi in difficoltà davanti agli altri. Quando lei dice “ho l’ansia di avere l’ansia” sta descrivendo molto bene proprio questo meccanismo: l’anticipazione che fa salire i sintomi fisici (nausea, agitazione, vomito) ancora prima che la situazione inizi.
In questi casi è importante ricordare che non è una questione di volontà o di capriccio, ma di un’ansia che per lei è reale e molto intensa.
Nel quotidiano può essere utile:
• farle sentire che capite quanto sia difficile per lei, senza minimizzare ma anche senza drammatizzare
• spostare l’attenzione dal “dover mangiare” al fatto che può prendersi i suoi tempi e non deve dimostrare nulla
• aiutarla, se se la sente, con piccoli passi graduali in contesti molto sicuri, così da costruire esperienze positive senza sentirsi forzata
Dal suo racconto sembra che il punto centrale sia più la paura di sbagliare e di non piacere agli altri che il cibo in sé.
Considerata l’intensità dell’ansia e le rinunce che sta già comportando (gite, uscite), potrebbe essere utile un percorso psicologico di supporto: non perché la situazione sia “grave”, ma perché un intervento precoce aiuta molto gli adolescenti a capire cosa succede dentro di loro e a trovare strategie efficaci.
Se lo desidera, può proporle l’idea non come una cura ma come uno spazio per stare meglio e sentirsi più tranquilla, rispettando i suoi tempi e il suo eventuale consenso.
Da ciò che descrive sembra una ragazza con tante risorse e una buona vita sociale, ma che nelle situazioni di pasto fuori casa vive un’attivazione ansiosa molto forte, legata soprattutto alla paura del giudizio e al timore di trovarsi in difficoltà davanti agli altri. Quando lei dice “ho l’ansia di avere l’ansia” sta descrivendo molto bene proprio questo meccanismo: l’anticipazione che fa salire i sintomi fisici (nausea, agitazione, vomito) ancora prima che la situazione inizi.
In questi casi è importante ricordare che non è una questione di volontà o di capriccio, ma di un’ansia che per lei è reale e molto intensa.
Nel quotidiano può essere utile:
• farle sentire che capite quanto sia difficile per lei, senza minimizzare ma anche senza drammatizzare
• spostare l’attenzione dal “dover mangiare” al fatto che può prendersi i suoi tempi e non deve dimostrare nulla
• aiutarla, se se la sente, con piccoli passi graduali in contesti molto sicuri, così da costruire esperienze positive senza sentirsi forzata
Dal suo racconto sembra che il punto centrale sia più la paura di sbagliare e di non piacere agli altri che il cibo in sé.
Considerata l’intensità dell’ansia e le rinunce che sta già comportando (gite, uscite), potrebbe essere utile un percorso psicologico di supporto: non perché la situazione sia “grave”, ma perché un intervento precoce aiuta molto gli adolescenti a capire cosa succede dentro di loro e a trovare strategie efficaci.
Se lo desidera, può proporle l’idea non come una cura ma come uno spazio per stare meglio e sentirsi più tranquilla, rispettando i suoi tempi e il suo eventuale consenso.
Buonasera,
da ciò che racconta sembra che sua figlia stia vivendo con molta fatica alcune situazioni legate al mangiare, al punto che l’ansia si manifesta anche attraverso il corpo, prima ancora dell’esperienza stessa. Quando accade, non si tratta semplicemente di “non voler mangiare”, ma di un disagio più profondo che prende spazio e che lei stessa prova a descrivere con grande lucidità, dicendo di avere “l’ansia dell’ansia”.
In questi casi spiegazioni o rassicurazioni, pur comprensibili, spesso non riescono a ridurre davvero la paura, perché ciò che si attiva non è sotto il controllo della volontà. Ciò che può davvero aiutarla è sentirsi compresa e accompagnata, ed è importante non lasciare che affronti da sola questa difficoltà.
Proprio perché l’ansia sta iniziando a portarla a rinunciare a esperienze importanti, ritengo possa essere molto utile un percorso psicologico: uno spazio protetto e sicuro in cui possa capire cosa le sta accadendo e trovare modi per affrontare questa difficoltà e cominciare sentirsi più libera di vivere le situazioni che oggi la bloccano. Anche per lei può diventare un riferimento prezioso per capire come sostenerla nel modo più adeguato.
Resto a disposizione se vuole approfondire.
da ciò che racconta sembra che sua figlia stia vivendo con molta fatica alcune situazioni legate al mangiare, al punto che l’ansia si manifesta anche attraverso il corpo, prima ancora dell’esperienza stessa. Quando accade, non si tratta semplicemente di “non voler mangiare”, ma di un disagio più profondo che prende spazio e che lei stessa prova a descrivere con grande lucidità, dicendo di avere “l’ansia dell’ansia”.
In questi casi spiegazioni o rassicurazioni, pur comprensibili, spesso non riescono a ridurre davvero la paura, perché ciò che si attiva non è sotto il controllo della volontà. Ciò che può davvero aiutarla è sentirsi compresa e accompagnata, ed è importante non lasciare che affronti da sola questa difficoltà.
Proprio perché l’ansia sta iniziando a portarla a rinunciare a esperienze importanti, ritengo possa essere molto utile un percorso psicologico: uno spazio protetto e sicuro in cui possa capire cosa le sta accadendo e trovare modi per affrontare questa difficoltà e cominciare sentirsi più libera di vivere le situazioni che oggi la bloccano. Anche per lei può diventare un riferimento prezioso per capire come sostenerla nel modo più adeguato.
Resto a disposizione se vuole approfondire.
La ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata.
Da ciò che descrive, posso dirle che sua figlia sembra vivere non tanto un problema con il cibo in sé, ma con lo sguardo dell’altro.
L’espressione ho l’ansia ( come lei la
Chiama) di avere l’ansia è molto significativa, indica un meccanismo anticipatorio che si autoalimenta. Il timore di essere osservata, giudicata o di non fare la cosa giusta a tavola diventa più forte dell’evento reale, e il corpo reagisce con nausea e vomito. Non è capriccio, e non è nemmeno semplice selettività alimentare.
Il fatto che a casa sia serena e che il blocco compaia solo in contesti sociali fa pensare a una fragilità nell’autostima e nella percezione di sè davanti agli altri. A 14 anni lo sguardo esterno pesa moltissimo, e talvolta diventa sproporzionato. Le rinunce che racconta meritano attenzione, perchè quando l’evitamento cresce rischia di strutturarsi.
Capisco il suo senso di impotenza, è faticoso vedere la propria figlia soffrire e non sapere come aiutarla. Credo però che sarebbe importante non affrontare tutto solo in famiglia: un percorso con uno psicologo dell’età evolutiva potrebbe aiutarla a dare un nome più preciso a ciò che prova e a rafforzare la sua sicurezza interna. Intervenire ora è una forma di prevenzione molto preziosa.
Le auguro di trovare il sostegno giusto per lei e per sua figlia, con fiducia e pazienza.
Da ciò che descrive, posso dirle che sua figlia sembra vivere non tanto un problema con il cibo in sé, ma con lo sguardo dell’altro.
L’espressione ho l’ansia ( come lei la
Chiama) di avere l’ansia è molto significativa, indica un meccanismo anticipatorio che si autoalimenta. Il timore di essere osservata, giudicata o di non fare la cosa giusta a tavola diventa più forte dell’evento reale, e il corpo reagisce con nausea e vomito. Non è capriccio, e non è nemmeno semplice selettività alimentare.
Il fatto che a casa sia serena e che il blocco compaia solo in contesti sociali fa pensare a una fragilità nell’autostima e nella percezione di sè davanti agli altri. A 14 anni lo sguardo esterno pesa moltissimo, e talvolta diventa sproporzionato. Le rinunce che racconta meritano attenzione, perchè quando l’evitamento cresce rischia di strutturarsi.
Capisco il suo senso di impotenza, è faticoso vedere la propria figlia soffrire e non sapere come aiutarla. Credo però che sarebbe importante non affrontare tutto solo in famiglia: un percorso con uno psicologo dell’età evolutiva potrebbe aiutarla a dare un nome più preciso a ciò che prova e a rafforzare la sua sicurezza interna. Intervenire ora è una forma di prevenzione molto preziosa.
Le auguro di trovare il sostegno giusto per lei e per sua figlia, con fiducia e pazienza.
Buongiorno, la situazione che descrive merita attenzione e delicatezza, perché sua figlia sembra trovarsi intrappolata in un circolo emotivo in cui forse non è il cibo in sé il vero problema, ma ciò che il momento del pasto rappresenterebbe sul piano relazionale. Da come racconta, infatti, a casa riesce a gestirsi con tranquillità, mentre l’ansia compare quando entra in scena lo sguardo degli altri, il timore di essere osservata, giudicata o messa in difficoltà. Questo ci fa pensare che il sintomo non sia tanto alimentare quanto sociale ed emotivo: il cibo diventa il “luogo” in cui si concentra una preoccupazione più ampia legata all’autostima e alla paura di non essere adeguata.
Quando lei dice “ho l’ansia di avere l’ansia” sta mostrando una consapevolezza importante: non teme solo la situazione, ma teme la propria reazione emotiva. È una dinamica in cui l’anticipazione diventa più faticosa dell’evento stesso e porta a evitare le esperienze, come è successo con gite o cene. L’evitamento, però, pur dando sollievo nell’immediato, tende a rinforzare la paura nel tempo.
Il fatto che sia una ragazza con amici, interessi e buone risorse scolastiche è un elemento molto positivo: significa che non siamo di fronte a un ritiro generalizzato ma a una difficoltà circoscritta, che può essere affrontata. In questi casi è utile che la famiglia non minimizzi l’ansia ma nemmeno la tratti come qualcosa di fragile o pericoloso. Piuttosto, può aiutarla a sentirsi compresa e allo stesso tempo incoraggiata gradualmente a tollerare piccole esposizioni alla situazione temuta, senza forzarla ma nemmeno sostituirsi a lei evitando tutto.
Può essere prezioso anche spostare l’attenzione dal “mangiare” al “come si sente” quando immagina quelle situazioni: che cosa pensa che gli altri possano dire? cosa significherebbe per lei non finire un piatto? quali immagini le vengono in mente? Questo tipo di dialogo aiuta a dare parole all’emozione e a ridurne l’intensità.
Considerata l’età e il fatto che il disagio sta iniziando a limitarla nelle esperienze sociali, potrebbe essere utile un consulto con uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, non perché la situazione sia grave ma proprio perché intervenire presto spesso permette di sciogliere questi nodi con maggiore facilità. Un percorso di questo tipo non serve a “curare un difetto”, ma a rafforzare le sue risorse e il senso di sicurezza in sé.
Il messaggio più importante che può trasmetterle è che non c’è nulla di sbagliato in lei: quello che le succede è comprensibile, condivisibile e affrontabile insieme. Già il fatto che lei come genitore stia cercando di capire come aiutarla è una base relazionale molto solida da cui partire.
Quando lei dice “ho l’ansia di avere l’ansia” sta mostrando una consapevolezza importante: non teme solo la situazione, ma teme la propria reazione emotiva. È una dinamica in cui l’anticipazione diventa più faticosa dell’evento stesso e porta a evitare le esperienze, come è successo con gite o cene. L’evitamento, però, pur dando sollievo nell’immediato, tende a rinforzare la paura nel tempo.
Il fatto che sia una ragazza con amici, interessi e buone risorse scolastiche è un elemento molto positivo: significa che non siamo di fronte a un ritiro generalizzato ma a una difficoltà circoscritta, che può essere affrontata. In questi casi è utile che la famiglia non minimizzi l’ansia ma nemmeno la tratti come qualcosa di fragile o pericoloso. Piuttosto, può aiutarla a sentirsi compresa e allo stesso tempo incoraggiata gradualmente a tollerare piccole esposizioni alla situazione temuta, senza forzarla ma nemmeno sostituirsi a lei evitando tutto.
Può essere prezioso anche spostare l’attenzione dal “mangiare” al “come si sente” quando immagina quelle situazioni: che cosa pensa che gli altri possano dire? cosa significherebbe per lei non finire un piatto? quali immagini le vengono in mente? Questo tipo di dialogo aiuta a dare parole all’emozione e a ridurne l’intensità.
Considerata l’età e il fatto che il disagio sta iniziando a limitarla nelle esperienze sociali, potrebbe essere utile un consulto con uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, non perché la situazione sia grave ma proprio perché intervenire presto spesso permette di sciogliere questi nodi con maggiore facilità. Un percorso di questo tipo non serve a “curare un difetto”, ma a rafforzare le sue risorse e il senso di sicurezza in sé.
Il messaggio più importante che può trasmetterle è che non c’è nulla di sbagliato in lei: quello che le succede è comprensibile, condivisibile e affrontabile insieme. Già il fatto che lei come genitore stia cercando di capire come aiutarla è una base relazionale molto solida da cui partire.
Buonasera,
ciò che descrive non parla solo di cibo, ma di ansia legata allo sguardo degli altri e alla paura di essere giudicata. Il fatto che a casa sia tranquilla e che la difficoltà emerga fuori, fa pensare a una componente di ansia sociale più che alimentare in senso stretto. Il cibo diventa il "palcoscenico" su cui si attiva la paura di non piacere, di sbagliare ed essere osservata.E' importante non forzarla nè minimizzare, ma accogliere il suo vissuto:sentirsi compresa abbassa già molto la tensione. Potrebbe essere utile lavorare sulla sua autostima e gestione dell' ansia prima che il meccanismo si rinforzi. Il suo sguardo attento e premuroso è già una risorsa preziosa per sua figlia.
Un cordiale saluto.
ciò che descrive non parla solo di cibo, ma di ansia legata allo sguardo degli altri e alla paura di essere giudicata. Il fatto che a casa sia tranquilla e che la difficoltà emerga fuori, fa pensare a una componente di ansia sociale più che alimentare in senso stretto. Il cibo diventa il "palcoscenico" su cui si attiva la paura di non piacere, di sbagliare ed essere osservata.E' importante non forzarla nè minimizzare, ma accogliere il suo vissuto:sentirsi compresa abbassa già molto la tensione. Potrebbe essere utile lavorare sulla sua autostima e gestione dell' ansia prima che il meccanismo si rinforzi. Il suo sguardo attento e premuroso è già una risorsa preziosa per sua figlia.
Un cordiale saluto.
Grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Il fatto che lei si stia attivando per fare in modo che sua figlia stia bene è un segno di grande cura.
Quello che descrive sembra essere un meccanismo tipico quando si tratta di ansia, in particolare "l'ansia di avere ansia" è molto comune. Teme il sintomo e questo lo amplifica, fino alla nausea e al vomito.
In questi casi più che tentare di convincerla che "gli altri non guardano il suo piatto" può essere utile comprendere il suo stato d'animo. Potrebbe aiutarla sentirsi compresa prima che rassicurata, ad esempio riconoscendo quanto dev’essere faticoso vivere quei momenti.
Un percorso psicologico potrebbe essere una buona scelta, soprattutto perchè questa difficoltà l'ha già portata a privarsi di alcune esperienze importanti (come la gita o le uscite) ed è necessario prevenire un ampliamento delle rinunce.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Il fatto che lei si stia attivando per fare in modo che sua figlia stia bene è un segno di grande cura.
Quello che descrive sembra essere un meccanismo tipico quando si tratta di ansia, in particolare "l'ansia di avere ansia" è molto comune. Teme il sintomo e questo lo amplifica, fino alla nausea e al vomito.
In questi casi più che tentare di convincerla che "gli altri non guardano il suo piatto" può essere utile comprendere il suo stato d'animo. Potrebbe aiutarla sentirsi compresa prima che rassicurata, ad esempio riconoscendo quanto dev’essere faticoso vivere quei momenti.
Un percorso psicologico potrebbe essere una buona scelta, soprattutto perchè questa difficoltà l'ha già portata a privarsi di alcune esperienze importanti (come la gita o le uscite) ed è necessario prevenire un ampliamento delle rinunce.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Gentile Signora, sono la psicologa Marika e lavoro sull'autostima (nodo centrale di sua figlia). La ringrazio per aver condiviso con tanta attenzione la situazione di sua figlia. Da ciò che descrive, sembra che la difficoltà non riguardi tanto il cibo in sé, quanto l’ansia legata al momento sociale del pasto e al timore del giudizio degli altri. A questa età la paura di sentirsi osservati o valutati può diventare molto intensa e manifestarsi anche con sintomi fisici importanti, come nausea o vomito.
Il fatto che a casa riesca a mangiare con serenità è un elemento rassicurante e fa pensare che non si tratti di un problema alimentare strutturato, ma piuttosto di un’ansia anticipatoria che si attiva nelle situazioni sociali. Quando sua figlia dice “ho l’ansia di avere l’ansia”, descrive bene il circolo che si crea tra paura, sintomi fisici e ulteriore aumento dell’agitazione.
È importante non minimizzare ciò che prova, ma aiutarla a sentirsi compresa, evitando allo stesso tempo che l’evitamento (rinunciare a gite o uscite) diventi l’unica strategia per stare meglio, perché nel lungo periodo rischia di rafforzare la paura.
Considerata la presenza di vomito e l’impatto sulle sue esperienze sociali, potrebbe essere utile un colloquio con una psicologa per aiutarla a lavorare sull’ansia e sull’autostima in modo mirato. Un intervento precoce in adolescenza è generalmente molto efficace.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti o per confrontarci su come presentare a sua figlia questa possibilità di supporto.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Marika
Il fatto che a casa riesca a mangiare con serenità è un elemento rassicurante e fa pensare che non si tratti di un problema alimentare strutturato, ma piuttosto di un’ansia anticipatoria che si attiva nelle situazioni sociali. Quando sua figlia dice “ho l’ansia di avere l’ansia”, descrive bene il circolo che si crea tra paura, sintomi fisici e ulteriore aumento dell’agitazione.
È importante non minimizzare ciò che prova, ma aiutarla a sentirsi compresa, evitando allo stesso tempo che l’evitamento (rinunciare a gite o uscite) diventi l’unica strategia per stare meglio, perché nel lungo periodo rischia di rafforzare la paura.
Considerata la presenza di vomito e l’impatto sulle sue esperienze sociali, potrebbe essere utile un colloquio con una psicologa per aiutarla a lavorare sull’ansia e sull’autostima in modo mirato. Un intervento precoce in adolescenza è generalmente molto efficace.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti o per confrontarci su come presentare a sua figlia questa possibilità di supporto.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Marika
Buonasera, da ciò che descrive, sua figlia non sembra avere un problema “con il cibo” in sé, ma piuttosto un’ansia sociale che si concentra sul momento del pasto. Il fatto che a casa sia tranquilla e che l’ansia compaia quando deve mangiare davanti ad altri, con nausea e talvolta vomito anticipatorio, fa pensare a una forte paura del giudizio e dell’esposizione.
Quando dice “ho l’ansia di avere l’ansia” sta descrivendo un meccanismo tipico dell’ansia anticipatoria: teme di stare male, controlla le sensazioni corporee e questo amplifica nausea e agitazione. Il pensiero centrale sembra essere: “se non mangio abbastanza o nel modo giusto, gli altri penseranno qualcosa di negativo su di me”. Questo si collega chiaramente a una fragilità nell’autostima.
È importante evitare sia la minimizzazione (“non importa a nessuno cosa mangi”) sia la pressione (“devi sforzarti”). L’obiettivo non è convincerla con la logica, ma aiutarla a sentirsi compresa. Può dirle, ad esempio: “Immagino quanto sia faticoso per te vivere questi momenti, voglio aiutarti a sentirti più sicura”.
Dato che sta già rinunciando a gite e uscite, sarebbe utile una valutazione da parte di uno/a psicologo/a. Intervenire a 14 anni è molto efficace e può prevenire che l’evitamento si estenda ad altri contesti sociali.
Nel frattempo, può aiutarla lavorando su piccoli passi graduali (situazioni a bassa esposizione, con persone di cui si fida), rinforzando ogni esperienza riuscita e sostenendo la sua autostima al di là del cibo.
Ha fatto bene a non sottovalutare la situazione: non è un capriccio, ma una sofferenza reale che, con il giusto supporto, può essere affrontata in modo molto positivo.
Se desidera approfondire l'argomento, mi rendo disponibile.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Quando dice “ho l’ansia di avere l’ansia” sta descrivendo un meccanismo tipico dell’ansia anticipatoria: teme di stare male, controlla le sensazioni corporee e questo amplifica nausea e agitazione. Il pensiero centrale sembra essere: “se non mangio abbastanza o nel modo giusto, gli altri penseranno qualcosa di negativo su di me”. Questo si collega chiaramente a una fragilità nell’autostima.
È importante evitare sia la minimizzazione (“non importa a nessuno cosa mangi”) sia la pressione (“devi sforzarti”). L’obiettivo non è convincerla con la logica, ma aiutarla a sentirsi compresa. Può dirle, ad esempio: “Immagino quanto sia faticoso per te vivere questi momenti, voglio aiutarti a sentirti più sicura”.
Dato che sta già rinunciando a gite e uscite, sarebbe utile una valutazione da parte di uno/a psicologo/a. Intervenire a 14 anni è molto efficace e può prevenire che l’evitamento si estenda ad altri contesti sociali.
Nel frattempo, può aiutarla lavorando su piccoli passi graduali (situazioni a bassa esposizione, con persone di cui si fida), rinforzando ogni esperienza riuscita e sostenendo la sua autostima al di là del cibo.
Ha fatto bene a non sottovalutare la situazione: non è un capriccio, ma una sofferenza reale che, con il giusto supporto, può essere affrontata in modo molto positivo.
Se desidera approfondire l'argomento, mi rendo disponibile.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Buongiorno,
la situazione che descrive mostra quanto il rapporto con il cibo di sua figlia sia strettamente legato a ansia e timori di giudizio, e quanto questo possa condizionare alcune esperienze sociali anche importanti per lei. È comprensibile che episodi di nausea, agitazione o evitamento possano generarle preoccupazione e senso di impotenza, soprattutto perché lei stessa è consapevole dei suoi vissuti e delle emozioni che prova. Il fatto che sua figlia riesca a descrivere ciò che prova con parole precise è un elemento significativo, perché indica che è in grado di mettersi in contatto con le proprie emozioni, anche se queste la mettono in difficoltà.
Questi vissuti meritano di essere esplorati in un contesto sicuro e professionale, dove sia possibile comprenderne le radici e le dinamiche senza giudizio, e trovare modalità per affrontarli in maniera serena. Per questo motivo, il passo più utile sarebbe rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta, in presenza o attraverso una videoconsulenza tramite piattaforme come MioDottore, così che sua figlia possa ricevere un sostegno mirato e sicuro per affrontare queste emozioni e sensazioni difficili.
la situazione che descrive mostra quanto il rapporto con il cibo di sua figlia sia strettamente legato a ansia e timori di giudizio, e quanto questo possa condizionare alcune esperienze sociali anche importanti per lei. È comprensibile che episodi di nausea, agitazione o evitamento possano generarle preoccupazione e senso di impotenza, soprattutto perché lei stessa è consapevole dei suoi vissuti e delle emozioni che prova. Il fatto che sua figlia riesca a descrivere ciò che prova con parole precise è un elemento significativo, perché indica che è in grado di mettersi in contatto con le proprie emozioni, anche se queste la mettono in difficoltà.
Questi vissuti meritano di essere esplorati in un contesto sicuro e professionale, dove sia possibile comprenderne le radici e le dinamiche senza giudizio, e trovare modalità per affrontarli in maniera serena. Per questo motivo, il passo più utile sarebbe rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta, in presenza o attraverso una videoconsulenza tramite piattaforme come MioDottore, così che sua figlia possa ricevere un sostegno mirato e sicuro per affrontare queste emozioni e sensazioni difficili.
Buonasera,
provo a restituirle in modo chiaro il possibile funzionamento di questo meccanismo:
Quando sua figlia sa che dovrà mangiare fuori casa, si attivano pensieri anticipatori come: “E se il cibo non mi piace? E se non riesco a mangiarlo? E se gli altri notano qualcosa e mi giudicano?”. Questi pensieri vengono vissuti come molto probabili e pericolosi. Il corpo reagisce: aumenta la tensione, compare la nausea, si agita.
A questo punto si aggiunge un secondo livello di ansia: non teme solo la situazione, ma teme le proprie reazioni fisiche. È qui che nasce il suo “ho l’ansia di avere l’ansia”. Inizia a pensare: “E se mi sento male? E se vomito? E se non riesco a controllarmi?”. L’attenzione si concentra sui segnali del corpo; più li osserva, più li percepisce intensamente, più si spaventa. Questo aumenta ulteriormente i sintomi, creando un circolo che si autoalimenta.
Quando poi evita la situazione (rinuncia alla cena o alla gita), l’ansia cala rapidamente. Questo sollievo momentaneo però rinforza l’idea che non sarebbe stata capace di affrontarla e che e stato utile evitare, e rende la volta successiva ancora più difficile.
Il nodo centrale sembra quindi essere il timore del giudizio e una fragilità nell’autostima: il cibo diventa il contesto in cui questa paura si esprime in modo molto concreto.
In questi casi può essere utile aiutare la ragazza a sentirsi compresa e non minimizzata, lavorare gradualmente sulla tolleranza dell’ansia (senza pretendere che sparisca prima di affrontare le situazioni), e rafforzare la fiducia nelle proprie capacità. Un percorso psicologico ad orientamento cognitivo-comportamentale può offrire strumenti specifici per interrompere questo circolo, lavorare sui pensieri di giudizio e costruire un’autostima più solida, soprattutto in una fase evolutiva delicata come l’adolescenza.
Resto a disposizione,
Saluti
provo a restituirle in modo chiaro il possibile funzionamento di questo meccanismo:
Quando sua figlia sa che dovrà mangiare fuori casa, si attivano pensieri anticipatori come: “E se il cibo non mi piace? E se non riesco a mangiarlo? E se gli altri notano qualcosa e mi giudicano?”. Questi pensieri vengono vissuti come molto probabili e pericolosi. Il corpo reagisce: aumenta la tensione, compare la nausea, si agita.
A questo punto si aggiunge un secondo livello di ansia: non teme solo la situazione, ma teme le proprie reazioni fisiche. È qui che nasce il suo “ho l’ansia di avere l’ansia”. Inizia a pensare: “E se mi sento male? E se vomito? E se non riesco a controllarmi?”. L’attenzione si concentra sui segnali del corpo; più li osserva, più li percepisce intensamente, più si spaventa. Questo aumenta ulteriormente i sintomi, creando un circolo che si autoalimenta.
Quando poi evita la situazione (rinuncia alla cena o alla gita), l’ansia cala rapidamente. Questo sollievo momentaneo però rinforza l’idea che non sarebbe stata capace di affrontarla e che e stato utile evitare, e rende la volta successiva ancora più difficile.
Il nodo centrale sembra quindi essere il timore del giudizio e una fragilità nell’autostima: il cibo diventa il contesto in cui questa paura si esprime in modo molto concreto.
In questi casi può essere utile aiutare la ragazza a sentirsi compresa e non minimizzata, lavorare gradualmente sulla tolleranza dell’ansia (senza pretendere che sparisca prima di affrontare le situazioni), e rafforzare la fiducia nelle proprie capacità. Un percorso psicologico ad orientamento cognitivo-comportamentale può offrire strumenti specifici per interrompere questo circolo, lavorare sui pensieri di giudizio e costruire un’autostima più solida, soprattutto in una fase evolutiva delicata come l’adolescenza.
Resto a disposizione,
Saluti
Buonasera, sono la psicologa Nunzia Sasso. Comprendo profondamente la sua preoccupazione; quello che descrive è un quadro che, pur essendo doloroso da vedere come genitore, ha una sua logica interna molto precisa nel mondo emotivo di una ragazza di quasi quattordici anni.
Sua figlia sta attraversando una fase delicata in cui il cibo smette di essere solo nutrimento e diventa un terreno di prestazione sociale. Quell' "ansia di avere l'ansia" che lei descrive così bene è un segnale tipico: non è tanto il sapore del cibo il problema reale, quanto ciò che il cibo rappresenta in pubblico, ovvero il rischio di essere giudicata, osservata o considerata "diversa" o "sbagliata".
Quando sua figlia teme che qualcuno le chieda "perché non mangi?", la sua mente non riceve una semplice domanda, ma percepisce una violazione della sua zona di sicurezza. L'ansia si manifesta nel corpo con la nausea e il vomito perché lo stomaco si "chiude" fisicamente per proteggersi da una situazione che lei vive come un pericolo imminente. Il fatto che lei stessa colleghi questa dinamica alla mancanza di autostima è un passo fondamentale: ci sta comunicando che il suo valore come persona è, nella sua testa, strettamente legato a quanto riesce a sembrare "adeguata" agli occhi degli altri.
Per aiutarla, è importante innanzitutto validare il suo vissuto senza minimizzarlo. Dirle che "alle persone non interessa il suo piatto" è un fatto oggettivo, ma per lei in questo momento è emotivamente falso. Potrebbe funzionare meglio dirle: "Capisco che per te sia faticoso sentirti osservata. È normale temere il giudizio a questa età, ma troveremo insieme un modo per gestire questa pressione".
Invece di concentrarvi sulla quantità di cibo ingerito, potreste aiutarla a costruire delle "frasi scudo" da usare come difesa. Se qualcuno le facesse osservazioni, potrebbe rispondere con naturalezza: "Oggi non ho molta fame" oppure "Sono un po' difficile con i gusti, ma mi sto godendo la conversazione". Dare a lei il controllo della comunicazione riduce l'incertezza e, di conseguenza, l'ansia da imprevisto.
Sarebbe utile anche favorire un'esposizione molto graduale, organizzando situazioni ristrette con una sola amica fidata che sia a conoscenza della sua difficoltà. L'obiettivo non deve essere finire il pasto, ma semplicemente stare a tavola associando il momento a un'emozione positiva che sovrascriva gradualmente la paura. Non forzarla a partire per le gite se non se la sente è corretto: la casa deve restare un porto sicuro dove non viene giudicata se non ce la fa, ma incoraggiata per ogni piccolo passo avanti.
Considerando che l'ansia ha già portato a comportamenti di evitamento e sintomi psicosomatici evidenti, un percorso di supporto con un terapeuta specializzato in età evolutiva potrebbe essere molto prezioso. Non per "correggerla", ma per fornirle quegli strumenti di autostima che sente di non avere, aiutandola a separare il suo valore umano dal contenuto del suo piatto.
Sua figlia è una ragazza sensibile e piena di risorse; ha solo bisogno di capire che può essere accettata dagli altri anche con le sue fragilità e i suoi rifiuti.
Desidera che approfondiamo come proporle un eventuale supporto professionale senza farla sentire "malata" o sbagliata?
Sua figlia sta attraversando una fase delicata in cui il cibo smette di essere solo nutrimento e diventa un terreno di prestazione sociale. Quell' "ansia di avere l'ansia" che lei descrive così bene è un segnale tipico: non è tanto il sapore del cibo il problema reale, quanto ciò che il cibo rappresenta in pubblico, ovvero il rischio di essere giudicata, osservata o considerata "diversa" o "sbagliata".
Quando sua figlia teme che qualcuno le chieda "perché non mangi?", la sua mente non riceve una semplice domanda, ma percepisce una violazione della sua zona di sicurezza. L'ansia si manifesta nel corpo con la nausea e il vomito perché lo stomaco si "chiude" fisicamente per proteggersi da una situazione che lei vive come un pericolo imminente. Il fatto che lei stessa colleghi questa dinamica alla mancanza di autostima è un passo fondamentale: ci sta comunicando che il suo valore come persona è, nella sua testa, strettamente legato a quanto riesce a sembrare "adeguata" agli occhi degli altri.
Per aiutarla, è importante innanzitutto validare il suo vissuto senza minimizzarlo. Dirle che "alle persone non interessa il suo piatto" è un fatto oggettivo, ma per lei in questo momento è emotivamente falso. Potrebbe funzionare meglio dirle: "Capisco che per te sia faticoso sentirti osservata. È normale temere il giudizio a questa età, ma troveremo insieme un modo per gestire questa pressione".
Invece di concentrarvi sulla quantità di cibo ingerito, potreste aiutarla a costruire delle "frasi scudo" da usare come difesa. Se qualcuno le facesse osservazioni, potrebbe rispondere con naturalezza: "Oggi non ho molta fame" oppure "Sono un po' difficile con i gusti, ma mi sto godendo la conversazione". Dare a lei il controllo della comunicazione riduce l'incertezza e, di conseguenza, l'ansia da imprevisto.
Sarebbe utile anche favorire un'esposizione molto graduale, organizzando situazioni ristrette con una sola amica fidata che sia a conoscenza della sua difficoltà. L'obiettivo non deve essere finire il pasto, ma semplicemente stare a tavola associando il momento a un'emozione positiva che sovrascriva gradualmente la paura. Non forzarla a partire per le gite se non se la sente è corretto: la casa deve restare un porto sicuro dove non viene giudicata se non ce la fa, ma incoraggiata per ogni piccolo passo avanti.
Considerando che l'ansia ha già portato a comportamenti di evitamento e sintomi psicosomatici evidenti, un percorso di supporto con un terapeuta specializzato in età evolutiva potrebbe essere molto prezioso. Non per "correggerla", ma per fornirle quegli strumenti di autostima che sente di non avere, aiutandola a separare il suo valore umano dal contenuto del suo piatto.
Sua figlia è una ragazza sensibile e piena di risorse; ha solo bisogno di capire che può essere accettata dagli altri anche con le sue fragilità e i suoi rifiuti.
Desidera che approfondiamo come proporle un eventuale supporto professionale senza farla sentire "malata" o sbagliata?
Buongiorno sig.ra
Le consiglio di proporre a sua figlia un percorso psicologico che la aiuti a dare senso a queste sue paure in modo da poter vivere serena. Non mi occupo esattamente di psicologia dei disturbi alimentari ma posso dirle che in generale, il cibo, rappresenta a livello simbolico il nutrimento affettivo, quindi potrebbe trattarsi più semplicemente di un problema relazionale. Occorrerebbe approfondire con la ragazza nell'ambito di un setting psicologico.
Se lo ritiene sono a vostra disposizione.
Le consiglio di proporre a sua figlia un percorso psicologico che la aiuti a dare senso a queste sue paure in modo da poter vivere serena. Non mi occupo esattamente di psicologia dei disturbi alimentari ma posso dirle che in generale, il cibo, rappresenta a livello simbolico il nutrimento affettivo, quindi potrebbe trattarsi più semplicemente di un problema relazionale. Occorrerebbe approfondire con la ragazza nell'ambito di un setting psicologico.
Se lo ritiene sono a vostra disposizione.
Buongiorno, grazie per aver condiviso una preoccupazione così importante e delicata. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto lei sia attenta a sua figlia e quanto desideri aiutarla senza forzarla o farla sentire sbagliata, ed è già un elemento molto prezioso perché i ragazzi percepiscono profondamente quando un adulto cerca davvero di comprenderli. Quello che descrive non sembra tanto un problema legato al cibo in sé, quanto piuttosto all’ansia sociale e al timore del giudizio degli altri. Sua figlia stessa lo esprime con molta lucidità quando dice di avere “l’ansia di avere l’ansia”. È una frase molto significativa, perché racconta un meccanismo frequente soprattutto nell’adolescenza: non è solo la situazione a spaventare, ma la paura di come ci si sentirà dentro quella situazione. Il pensiero anticipatorio diventa quindi il vero motore dell’ansia. Mangiare fuori casa, soprattutto a quell’età, espone a tanti elementi imprevedibili. Non sapere cosa verrà servito, temere di non riuscire a mangiarlo, immaginare sguardi o commenti degli altri ragazzi o degli adulti. Per una ragazza sensibile e probabilmente molto attenta all’opinione altrui, tutto questo può trasformarsi in una prova emotivamente molto impegnativa. Il vomito o la nausea prima ancora di sedersi a tavola non sono una scelta né un capriccio, ma una reazione del corpo che sta cercando di gestire una forte attivazione emotiva. È importante anche osservare che a casa lei sta tranquilla. Questo indica che non c’è un rifiuto generalizzato del cibo, ma che il contesto relazionale cambia completamente la sua esperienza. A casa si sente al sicuro, non osservata, non giudicata. Fuori invece teme di non essere all’altezza o di fare qualcosa che possa attirare attenzioni negative. Quando racconta di avere poca autostima e paura di sembrare sbagliata, sta probabilmente dando una chiave molto sincera di ciò che vive. Spesso il tentativo degli adulti di rassicurare dicendo che gli altri non guardano cosa mangia nasce da buone intenzioni, ma l’ansia non funziona secondo logica. Lei razionalmente può anche sapere che nessuno controlla il suo piatto, ma emotivamente continua a sentire il rischio di essere osservata o giudicata. Non è quindi una questione di convincerla con spiegazioni, quanto piuttosto di aiutarla a fare esperienza graduale di sicurezza. Può essere utile accogliere apertamente la sua paura senza minimizzarla, magari restituendole che è comprensibile sentirsi così quando si teme il giudizio degli altri. Sentirsi capita spesso riduce già una parte della tensione. Allo stesso tempo può aiutarla molto ragionare insieme su piccole strategie concrete che le facciano percepire maggiore controllo. Sapere in anticipo dove si mangerà, poter scegliere qualcosa di semplice dal menù, concordare con un adulto di riferimento una possibilità di uscire un momento se si sente agitata, sono esempi di piccoli appoggi che riducono la sensazione di essere intrappolata. Un altro aspetto importante riguarda le rinunce che stanno iniziando a comparire, come la gita o le uscite con gli amici. Quando l’ansia porta ad evitare le situazioni temute, nel breve periodo dà sollievo ma nel lungo tende a rafforzarsi. Senza forzarla, può essere utile accompagnarla gradualmente a fare piccoli passi, magari iniziando da contesti meno impegnativi, con persone di cui si fida molto, oppure incontri brevi che possano concludersi prima che la tensione diventi troppo intensa. L’obiettivo non è obbligarla a superare tutto subito, ma aiutarla a sperimentare che può affrontare certe situazioni senza che accada ciò che teme. Mi colpisce anche il fatto che sia una ragazza con amici, interessi e buoni risultati scolastici. Questo racconta di molte risorse personali già presenti. Non è una ragazza fragile in senso generale, ma probabilmente molto sensibile e desiderosa di fare bene agli occhi degli altri. L’adolescenza è un periodo in cui l’immagine di sé diventa centrale e alcune paure possono amplificarsi proprio perché si sta costruendo la propria identità. Se questa difficoltà continua a limitarla nelle esperienze importanti o aumenta nel tempo, potrebbe essere utile offrirle uno spazio di ascolto dedicato con un professionista, non perché ci sia qualcosa di grave, ma perché avere un luogo neutro in cui parlare liberamente delle proprie paure spesso aiuta molto i ragazzi a sentirsi meno soli e più compresi. Nel frattempo la cosa più preziosa che può fare è continuare a trasmetterle l’idea che non deve essere perfetta per essere accettata e che anche sentirsi in difficoltà non la rende sbagliata. A quell’età sapere che un genitore resta accanto senza giudicare è spesso la base più solida per ritrovare fiducia. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, le consiglio un supporto psicologico per sua figlia.
Cordiali saluti.
Cordiali saluti.
Gentile mamma,
da ciò che descrive sembra che sua figlia stia vivendo una forma di ansia anticipatoria legata alle situazioni sociali e al momento del pasto, più che una difficoltà alimentare in senso stretto. L’espressione che usa (“ho l’ansia di avere l’ansia”) è molto significativa: indica che teme le sensazioni fisiche dell’ansia e il giudizio degli altri, e questo può portare evitamento e nausea fino al vomito.
È positivo che a casa mangi serenamente e mantenga interessi, amicizie e buon andamento scolastico: sono importanti fattori di protezione. In questi casi rassicurazioni logiche (“gli altri non guardano cosa mangi”) purtroppo non bastano, perché l’ansia non si riduce con la sola razionalizzazione.
Può essere utile un percorso psicologico mirato, che la aiuti a comprendere e gestire l’ansia, lavorare sull’autostima e affrontare gradualmente le situazioni temute senza evitarle.
Resto a disposizione,
dott.ssa Linda Fusco
da ciò che descrive sembra che sua figlia stia vivendo una forma di ansia anticipatoria legata alle situazioni sociali e al momento del pasto, più che una difficoltà alimentare in senso stretto. L’espressione che usa (“ho l’ansia di avere l’ansia”) è molto significativa: indica che teme le sensazioni fisiche dell’ansia e il giudizio degli altri, e questo può portare evitamento e nausea fino al vomito.
È positivo che a casa mangi serenamente e mantenga interessi, amicizie e buon andamento scolastico: sono importanti fattori di protezione. In questi casi rassicurazioni logiche (“gli altri non guardano cosa mangi”) purtroppo non bastano, perché l’ansia non si riduce con la sola razionalizzazione.
Può essere utile un percorso psicologico mirato, che la aiuti a comprendere e gestire l’ansia, lavorare sull’autostima e affrontare gradualmente le situazioni temute senza evitarle.
Resto a disposizione,
dott.ssa Linda Fusco
Buongiorno. Comprendo profondamente la sua preoccupazione di genitore. Vedere una figlia brillante e attiva rinunciare a esperienze importanti come gite o cene per un blocco legato al cibo è doloroso e genera un senso di impotenza.
Sua figlia ha descritto con incredibile lucidità il cuore del problema: "l'ansia di avere l'ansia". In psicologia, questa è quella che chiamiamo ansia anticipatoria. Il cibo, in questo caso, non è il problema principale, ma è il "campo di battaglia" su cui si gioca la sua paura del giudizio altrui.
Proviamo a fare chiarezza su cosa sta succedendo e su come potete aiutarla senza farla sentire "sbagliata".
1. Comprendere il meccanismo: l'Ansia Sociale e la Tavola
A 14 anni, il corpo e l'immagine sociale sono centrali. Per sua figlia, il piatto di pasta o il panino non sono solo nutrimento, sono una "performance".
Il timore del giudizio: Lei teme che il suo gusto selettivo (che a casa è accettato) diventi una "prova" della sua inadeguatezza fuori casa. Teme che essere lenta o lasciare il cibo nel piatto la esponga come una persona "difficile" o "strana".
Il sintomo fisico: La nausea e il vomito prima di sedersi a tavola sono risposte fisiologiche del sistema nervoso simpatico. Quando il cervello percepisce un pericolo (in questo caso, il giudizio degli altri), chiude lo stomaco. È un riflesso arcaico: se devi scappare da un predatore, non puoi digerire.
2. Perché dirle che "gli altri non guardano" non funziona?
È la cosa più logica da dire, ma per un adolescente con bassa autostima, la percezione è diversa. Lei è in una fase che chiamiamo "pubblico immaginario": è convinta che tutti i riflettori siano puntati su di lei. Dirle che nessuno la guarda la fa sentire non capita, perché la sua sensazione è esattamente l'opposto.
3. Possibili cause sottostanti
Oltre all'ansia sociale, vale la pena considerare se sua figlia soffra di una forma lieve di ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder), che non è un disturbo dell'immagine corporea (non vuole dimagrire), ma una restrizione basata sulle caratteristiche sensoriali del cibo. Sapere di avere dei limiti sensoriali aumenta il terrore di trovarsi in situazioni dove non ha il controllo del menù.
Consigli pratici: Come aiutarla concretamente
Ecco alcuni passi che potete fare insieme a lei per abbassare la pressione:
Normalizzare la "Strategia d'Uscita": Invece di dirle che non succederà nulla, aiutatela a pianificare cosa fare se succede. "Se non ti piace quello che c'è, puoi dire semplicemente che non hai molta fame perché hai fatto una merenda abbondante. È un tuo diritto non finire il piatto". Dare a lei il controllo riduce l'ansia.
Piccole esposizioni graduate: Non passate dalla cena a casa alla gita scolastica di tre giorni. Provate a invitare un'amica stretta (di cui lei si fida) a mangiare una cosa semplice che a lei piace molto. L'obiettivo non è mangiare "cose nuove", ma mangiare con "persone nuove" sentendosi al sicuro.
Separare il cibo dal valore personale: lodatela spesso per le cose che non hanno a che fare con la performance (scuola, bravura). Ha bisogno di sentire che se anche "fallisce" un pasto, il suo valore come persona resta intatto.
Il passo successivo
Data l'intensità dei sintomi (vomito, rinuncia a gite), il consiglio professionale è di consultare uno psicoterapeuta specializzato in età evolutiva.
A 14 anni si è in una finestra temporale d'oro per intervenire: poche sedute potrebbero aiutarla a scardinare l'ansia anticipatoria prima che si strutturi troppo. Un professionista può insegnarle tecniche di respirazione per gestire la nausea e lavorare sulla sua autostima.
Le è mai capitato di parlarne con lei in un momento di totale calma, lontano dai pasti, chiedendole: "Cosa pensi che direbbero gli altri se vedessero che non mangi? Qual è la frase che ti fa più paura sentire?" Conoscere la "fantasia catastrofica" esatta aiuta a smontarla.
Volete che vi aiuti a capire come proporle l'idea di parlare con un esperto senza farla sentire "malata"?
Sua figlia ha descritto con incredibile lucidità il cuore del problema: "l'ansia di avere l'ansia". In psicologia, questa è quella che chiamiamo ansia anticipatoria. Il cibo, in questo caso, non è il problema principale, ma è il "campo di battaglia" su cui si gioca la sua paura del giudizio altrui.
Proviamo a fare chiarezza su cosa sta succedendo e su come potete aiutarla senza farla sentire "sbagliata".
1. Comprendere il meccanismo: l'Ansia Sociale e la Tavola
A 14 anni, il corpo e l'immagine sociale sono centrali. Per sua figlia, il piatto di pasta o il panino non sono solo nutrimento, sono una "performance".
Il timore del giudizio: Lei teme che il suo gusto selettivo (che a casa è accettato) diventi una "prova" della sua inadeguatezza fuori casa. Teme che essere lenta o lasciare il cibo nel piatto la esponga come una persona "difficile" o "strana".
Il sintomo fisico: La nausea e il vomito prima di sedersi a tavola sono risposte fisiologiche del sistema nervoso simpatico. Quando il cervello percepisce un pericolo (in questo caso, il giudizio degli altri), chiude lo stomaco. È un riflesso arcaico: se devi scappare da un predatore, non puoi digerire.
2. Perché dirle che "gli altri non guardano" non funziona?
È la cosa più logica da dire, ma per un adolescente con bassa autostima, la percezione è diversa. Lei è in una fase che chiamiamo "pubblico immaginario": è convinta che tutti i riflettori siano puntati su di lei. Dirle che nessuno la guarda la fa sentire non capita, perché la sua sensazione è esattamente l'opposto.
3. Possibili cause sottostanti
Oltre all'ansia sociale, vale la pena considerare se sua figlia soffra di una forma lieve di ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder), che non è un disturbo dell'immagine corporea (non vuole dimagrire), ma una restrizione basata sulle caratteristiche sensoriali del cibo. Sapere di avere dei limiti sensoriali aumenta il terrore di trovarsi in situazioni dove non ha il controllo del menù.
Consigli pratici: Come aiutarla concretamente
Ecco alcuni passi che potete fare insieme a lei per abbassare la pressione:
Normalizzare la "Strategia d'Uscita": Invece di dirle che non succederà nulla, aiutatela a pianificare cosa fare se succede. "Se non ti piace quello che c'è, puoi dire semplicemente che non hai molta fame perché hai fatto una merenda abbondante. È un tuo diritto non finire il piatto". Dare a lei il controllo riduce l'ansia.
Piccole esposizioni graduate: Non passate dalla cena a casa alla gita scolastica di tre giorni. Provate a invitare un'amica stretta (di cui lei si fida) a mangiare una cosa semplice che a lei piace molto. L'obiettivo non è mangiare "cose nuove", ma mangiare con "persone nuove" sentendosi al sicuro.
Separare il cibo dal valore personale: lodatela spesso per le cose che non hanno a che fare con la performance (scuola, bravura). Ha bisogno di sentire che se anche "fallisce" un pasto, il suo valore come persona resta intatto.
Il passo successivo
Data l'intensità dei sintomi (vomito, rinuncia a gite), il consiglio professionale è di consultare uno psicoterapeuta specializzato in età evolutiva.
A 14 anni si è in una finestra temporale d'oro per intervenire: poche sedute potrebbero aiutarla a scardinare l'ansia anticipatoria prima che si strutturi troppo. Un professionista può insegnarle tecniche di respirazione per gestire la nausea e lavorare sulla sua autostima.
Le è mai capitato di parlarne con lei in un momento di totale calma, lontano dai pasti, chiedendole: "Cosa pensi che direbbero gli altri se vedessero che non mangi? Qual è la frase che ti fa più paura sentire?" Conoscere la "fantasia catastrofica" esatta aiuta a smontarla.
Volete che vi aiuti a capire come proporle l'idea di parlare con un esperto senza farla sentire "malata"?
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione così delicata: è comprensibile sentirsi preoccupati quando un figlio sta male in contesti sociali.
Da quello che descrive, sua figlia sembra vivere un’ansia anticipatoria legata al giudizio degli altri, che si attiva in particolare nelle situazioni di convivialità fuori dall’ambiente familiare. Il pensiero “ho l’ansia di avere l’ansia” è molto tipico dei meccanismi ansiosi: la paura dei sintomi (nausea, agitazione, vomito) finisce per amplificarli. Non si tratta di “capricci” o mancanza di volontà, ma di una reazione emotiva reale e faticosa per lei.
Alcuni aspetti importanti:
L’ansia nasce prima dell’evento (sapere che dovrà mangiare fuori) ed è legata al timore di essere osservata o giudicata.
Le rinunce (gite, cene, colonie) sono comprensibili come tentativi di protezione, ma rischiano di rinforzare l’ansia nel tempo.
Le difficoltà con il cibo sembrano più collegate al contesto sociale che a un disturbo alimentare in senso stretto, anche se è sempre bene monitorare il rapporto con il corpo e con l’alimentazione in adolescenza.
Il tema dell’autostima e della paura di “sbagliare” agli occhi degli altri è molto centrale a 13–14 anni, quando il giudizio dei pari pesa tantissimo.
Cosa potete fare come genitori, concretamente:
Validare le sue emozioni, senza minimizzarle (“capisco che per te è davvero difficile”) evitando frasi come “non è niente” o “esageri”.
Evitare pressioni o forzature del tipo “devi farlo per forza”: l’obiettivo è aiutarla a sentirsi più sicura, non metterla alla prova.
Aiutarla a prepararsi prima: ad esempio concordare che può assaggiare piccole quantità, che può spiegare semplicemente “non mi piace” senza doversi giustificare, o che può portare con sé qualcosa che sa di mangiare.
Rinforzare le esperienze positive, anche piccole: ogni volta che riesce a stare in una situazione temuta, valorizzate lo sforzo più che il risultato.
Lavorare sull’idea che non esiste un modo “giusto” di mangiare per piacere agli altri: mangiare lentamente, lasciare il piatto, avere gusti selettivi non è sbagliato.
Detto questo, la presenza di ansia intensa con sintomi fisici e rinunce importanti alla vita sociale è un segnale da non sottovalutare. Un percorso con uno specialista (psicologo o psicoterapeuta dell’età evolutiva, eventualmente con attenzione agli aspetti alimentari e relazionali) può aiutare sua figlia a comprendere meglio quello che le succede, imparare strategie per gestire l’ansia e rafforzare l’autostima. In alcuni casi può essere utile anche un confronto con il pediatra per escludere componenti organiche e lavorare in modo integrato.
È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, così da offrire a vostra figlia un supporto adeguato e prevenire che questa difficoltà si strutturi nel tempo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Da quello che descrive, sua figlia sembra vivere un’ansia anticipatoria legata al giudizio degli altri, che si attiva in particolare nelle situazioni di convivialità fuori dall’ambiente familiare. Il pensiero “ho l’ansia di avere l’ansia” è molto tipico dei meccanismi ansiosi: la paura dei sintomi (nausea, agitazione, vomito) finisce per amplificarli. Non si tratta di “capricci” o mancanza di volontà, ma di una reazione emotiva reale e faticosa per lei.
Alcuni aspetti importanti:
L’ansia nasce prima dell’evento (sapere che dovrà mangiare fuori) ed è legata al timore di essere osservata o giudicata.
Le rinunce (gite, cene, colonie) sono comprensibili come tentativi di protezione, ma rischiano di rinforzare l’ansia nel tempo.
Le difficoltà con il cibo sembrano più collegate al contesto sociale che a un disturbo alimentare in senso stretto, anche se è sempre bene monitorare il rapporto con il corpo e con l’alimentazione in adolescenza.
Il tema dell’autostima e della paura di “sbagliare” agli occhi degli altri è molto centrale a 13–14 anni, quando il giudizio dei pari pesa tantissimo.
Cosa potete fare come genitori, concretamente:
Validare le sue emozioni, senza minimizzarle (“capisco che per te è davvero difficile”) evitando frasi come “non è niente” o “esageri”.
Evitare pressioni o forzature del tipo “devi farlo per forza”: l’obiettivo è aiutarla a sentirsi più sicura, non metterla alla prova.
Aiutarla a prepararsi prima: ad esempio concordare che può assaggiare piccole quantità, che può spiegare semplicemente “non mi piace” senza doversi giustificare, o che può portare con sé qualcosa che sa di mangiare.
Rinforzare le esperienze positive, anche piccole: ogni volta che riesce a stare in una situazione temuta, valorizzate lo sforzo più che il risultato.
Lavorare sull’idea che non esiste un modo “giusto” di mangiare per piacere agli altri: mangiare lentamente, lasciare il piatto, avere gusti selettivi non è sbagliato.
Detto questo, la presenza di ansia intensa con sintomi fisici e rinunce importanti alla vita sociale è un segnale da non sottovalutare. Un percorso con uno specialista (psicologo o psicoterapeuta dell’età evolutiva, eventualmente con attenzione agli aspetti alimentari e relazionali) può aiutare sua figlia a comprendere meglio quello che le succede, imparare strategie per gestire l’ansia e rafforzare l’autostima. In alcuni casi può essere utile anche un confronto con il pediatra per escludere componenti organiche e lavorare in modo integrato.
È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, così da offrire a vostra figlia un supporto adeguato e prevenire che questa difficoltà si strutturi nel tempo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile Signora,
la situazione per come la descrive fa pensare a una forma di ansia anticipatoria legata al contesto sociale, in cui il momento del pasto diventa il luogo in cui si concentra la paura del giudizio e dell’errore.
Il fatto che sua figlia riesca a descrivere ciò che prova (“ho l’ansia di avere l’ansia”) indica una buona consapevolezza emotiva, che rappresenta un punto di forza importante.
Quando l’ansia porta a evitare esperienze significative (gite, cene, occasioni con i pari) è utile intervenire precocemente, non perché ci sia qualcosa di “grave”, ma per evitare che il meccanismo dell’evitamento si consolidi e restringa progressivamente la sua libertà.
Potrebbe essere opportuno aprire con lei un dialogo sulla possibilità di iniziare un percorso psicologico, presentandolo non come una soluzione a un problema “sbagliato”, ma come uno spazio in cui poter comprendere meglio cosa le accade e acquisire strumenti per gestire l’ansia.
la situazione per come la descrive fa pensare a una forma di ansia anticipatoria legata al contesto sociale, in cui il momento del pasto diventa il luogo in cui si concentra la paura del giudizio e dell’errore.
Il fatto che sua figlia riesca a descrivere ciò che prova (“ho l’ansia di avere l’ansia”) indica una buona consapevolezza emotiva, che rappresenta un punto di forza importante.
Quando l’ansia porta a evitare esperienze significative (gite, cene, occasioni con i pari) è utile intervenire precocemente, non perché ci sia qualcosa di “grave”, ma per evitare che il meccanismo dell’evitamento si consolidi e restringa progressivamente la sua libertà.
Potrebbe essere opportuno aprire con lei un dialogo sulla possibilità di iniziare un percorso psicologico, presentandolo non come una soluzione a un problema “sbagliato”, ma come uno spazio in cui poter comprendere meglio cosa le accade e acquisire strumenti per gestire l’ansia.
Buongiorno, quello che descrive non è un “capriccio” né un semplice fatto di gusti, ma un meccanismo d’ansia che si è agganciato al cibo come situazione sociale. A casa è tranquilla perché si sente al sicuro e non giudicata; fuori si attiva la paura dello sguardo degli altri. Quando dice “ho l’ansia di avere l’ansia” sta descrivendo molto bene il circolo vizioso: teme di agitarsi, il corpo reagisce con nausea, la nausea conferma la paura e l’evitamento (non andare in gita, non uscire a cena) diventa l’unico modo per calmarsi. Il problema non è tanto cosa mangia, ma il timore di essere osservata, giudicata, non abbastanza “giusta”. Questo si collega a ciò che vi ha detto sull’autostima: il cibo diventa il palcoscenico dove si gioca la paura di non piacere o di sbagliare. È importante non minimizzare (“non ti guarda nessuno”) ma neanche rinforzare l’evitamento permettendo sempre di rinunciare; l’obiettivo è aiutarla a fare piccole esposizioni graduali, ad esempio iniziare con situazioni brevi e protette, concordando prima una strategia (scegliere qualcosa di semplice dal menù, mangiare poco ma restare seduta, avere una frase pronta se qualcuno commenta). Utile anche lavorare sull’idea che non finire un piatto o mangiare lentamente non è una colpa. Se gli episodi di vomito si ripetono o l’ansia aumenta, sarebbe opportuno valutare un supporto psicologico, perché intervenire a 14 anni è molto più semplice che farlo più avanti. Voi potete aiutarla soprattutto validando ciò che prova (“capisco che per te è difficile”) e trasmettendole fiducia nella sua capacità di affrontarlo, senza forzarla ma nemmeno proteggerla eccessivamente. Non sembra un disturbo alimentare strutturato, ma un’ansia sociale che ha trovato nel cibo il suo punto sensibile, e con il giusto accompagnamento si può lavorare molto bene.
Cordiali saluti
Cordiali saluti
Salve, da quello che racconta emerge una ragazza sensibile, attenta, con molte risorse, ma anche con un mondo interno che in questo momento è sotto pressione. Non mi colpisce tanto il cibo in sé, quanto il peso dello sguardo dell’altro che sua figlia sente addosso. Da una prospettiva junghiana potremmo dire che, alla soglia dell’adolescenza, l’Io di sua figlia è ancora in costruzione e fatica a reggere il giudizio reale o immaginato. Il cibo diventa allora un luogo simbolico di esposizione: mangiare davanti agli altri significa sentirsi vista, valutata, forse “misurata”. L’ansia che descrive (“l’ansia di avere l’ansia”) è tipica di una psiche che anticipa il pericolo e cerca di controllarlo prima che accada.
È importante che lei senta che a casa esiste uno spazio sicuro, dove non deve dimostrare nulla. Più che convincerla razionalmente che gli altri non guardano il suo piatto, può essere utile validare la sua paura, senza minimizzarla: per lei è reale, anche se agli adulti appare sproporzionata. Jung ci ricorda che ciò che non viene accolto tende a intensificarsi. Allo stesso tempo, senza forzarla, può aiutarla a fare piccoli passi graduali, rispettando i suoi tempi, evitando pressioni o commenti sul mangiare “giusto”. Il rischio maggiore non è ciò che mangia, ma che impari ad associare il cibo e la socialità alla vergogna e al ritiro.
Un supporto psicologico per sua figlia potrebbe offrirle uno spazio tutto suo, dove rafforzare l’autostima e dare parola a questa paura di sbagliare. E anche per voi genitori può essere utile sentirvi accompagnati: non state facendo nulla di sbagliato, state cercando di capire. E questo, per una ragazza della sua età, è già una base molto preziosa.
È importante che lei senta che a casa esiste uno spazio sicuro, dove non deve dimostrare nulla. Più che convincerla razionalmente che gli altri non guardano il suo piatto, può essere utile validare la sua paura, senza minimizzarla: per lei è reale, anche se agli adulti appare sproporzionata. Jung ci ricorda che ciò che non viene accolto tende a intensificarsi. Allo stesso tempo, senza forzarla, può aiutarla a fare piccoli passi graduali, rispettando i suoi tempi, evitando pressioni o commenti sul mangiare “giusto”. Il rischio maggiore non è ciò che mangia, ma che impari ad associare il cibo e la socialità alla vergogna e al ritiro.
Un supporto psicologico per sua figlia potrebbe offrirle uno spazio tutto suo, dove rafforzare l’autostima e dare parola a questa paura di sbagliare. E anche per voi genitori può essere utile sentirvi accompagnati: non state facendo nulla di sbagliato, state cercando di capire. E questo, per una ragazza della sua età, è già una base molto preziosa.
Buongiorno,
quello che sta vivendo vostra figlia è un vero e proprio corto circuito tra il cibo e la paura del giudizio sociale. Non si tratta di semplici capricci, ma di una forte ansia anticipatoria: lei sta male ancora prima di sedersi a tavola perché teme che la sua selettività alimentare la renda "strana" o vulnerabile agli occhi degli altri. Questa tensione si trasforma in nausea reale e vomito, portandola purtroppo a rinunciare a momenti bellissimi come le gite o le cene con gli amici pur di evitare l'imbarazzo.
Per aiutarla, la strategia più efficace non è cercare di convincerla logicamente che nessuno la guarda, perché per lei quel pericolo è emotivamente reale. È molto più utile puntare sulla preparazione pratica per abbassare la pressione: studiare i menù in anticipo, permetterle di mangiare qualcosa a casa prima di uscire così da non avere l'ansia della fame a tavola, e allenarla a dare risposte brevi e decise a chiunque faccia domande sul suo piatto. L'obiettivo non è obbligarla a mangiare tutto, ma darle degli strumenti per gestire i segnali del suo corpo e proteggere la sua socialità. Inoltre il problema non è il cibo, ma cosa la porta a relazionarsi così col cibo.
Considerando che queste rinunce stanno limitando la sua libertà, il supporto di un terapeuta dell'età evolutiva potrebbe essere la chiave. Non servirebbe a "guarirla" da un difetto, ma a fornirle dei trucchi tecnici per disinnescare la nausea e per farle capire che il suo valore come persona è totalmente indipendente da ciò che riesce o non riesce a mangiare. In questo modo, potrebbe tornare a godersi le esperienze con i coetanei sentendosi finalmente al sicuro.
Cordialmente
Dott.ssa Chantal Danna
quello che sta vivendo vostra figlia è un vero e proprio corto circuito tra il cibo e la paura del giudizio sociale. Non si tratta di semplici capricci, ma di una forte ansia anticipatoria: lei sta male ancora prima di sedersi a tavola perché teme che la sua selettività alimentare la renda "strana" o vulnerabile agli occhi degli altri. Questa tensione si trasforma in nausea reale e vomito, portandola purtroppo a rinunciare a momenti bellissimi come le gite o le cene con gli amici pur di evitare l'imbarazzo.
Per aiutarla, la strategia più efficace non è cercare di convincerla logicamente che nessuno la guarda, perché per lei quel pericolo è emotivamente reale. È molto più utile puntare sulla preparazione pratica per abbassare la pressione: studiare i menù in anticipo, permetterle di mangiare qualcosa a casa prima di uscire così da non avere l'ansia della fame a tavola, e allenarla a dare risposte brevi e decise a chiunque faccia domande sul suo piatto. L'obiettivo non è obbligarla a mangiare tutto, ma darle degli strumenti per gestire i segnali del suo corpo e proteggere la sua socialità. Inoltre il problema non è il cibo, ma cosa la porta a relazionarsi così col cibo.
Considerando che queste rinunce stanno limitando la sua libertà, il supporto di un terapeuta dell'età evolutiva potrebbe essere la chiave. Non servirebbe a "guarirla" da un difetto, ma a fornirle dei trucchi tecnici per disinnescare la nausea e per farle capire che il suo valore come persona è totalmente indipendente da ciò che riesce o non riesce a mangiare. In questo modo, potrebbe tornare a godersi le esperienze con i coetanei sentendosi finalmente al sicuro.
Cordialmente
Dott.ssa Chantal Danna
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