Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto. Sono stato fidanzato per 8 anni con una raga

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Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.

Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.

Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.

Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.

Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.

A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.

Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.

Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.

In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.

È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.

Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.

Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.

Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.

Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.

Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.

Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Ciao, grazie per aver condiviso una storia così personale e complessa. Da ciò che racconti emerge molta sofferenza, ma anche una grande consapevolezza: ti stai interrogando non solo sulla relazione attuale, ma anche su un modo di stare nelle relazioni che sembra ripetersi.
Mi colpisce un aspetto centrale: nelle tue relazioni sembri assumere spesso il ruolo di chi “regge tutto”, si occupa di tutto, dà molto, si adatta, cerca di essere all’altezza, quasi come se l’amore dovesse essere meritato attraverso prestazioni, sacrifici, disponibilità economica, attenzioni e cambiamenti personali. Questo, nel tempo, può creare uno squilibrio molto doloroso: da una parte dai moltissimo, dall’altra inizi a sentirti svuotato, poco visto, poco ascoltato e non riconosciuto.
Non credo che la domanda sia semplicemente “devo lasciarla o restare?”, ma forse: perché faccio così tanta fatica a scegliere me stesso quando sento di non stare bene?
Il fatto che tu non riesca ad andare fino in fondo quando lei piange o promette di cambiare può indicare un forte senso di colpa, paura di ferire, paura di perdere, ma anche il timore di restare solo o di non meritare qualcosa di meglio. Sono temi importanti, che meritano di essere esplorati con delicatezza.
Anche il confronto con il passato della tua compagna, i suoi ex, il sentirti “non abbastanza” fisicamente o come immagine, sembrano parlare di una ferita più profonda legata al valore personale. È come se una parte di te cercasse continue conferme dall’esterno, ma nessuna conferma bastasse davvero a farti sentire al sicuro.
Il punto non è stabilire chi abbia torto o ragione, né colpevolizzare te o lei. Il punto è comprendere il funzionamento che si è creato: tu dai molto, chiedi poco o chiedi quando sei già saturo, poi ti senti non considerato; lei forse si appoggia a questa tua disponibilità e il rapporto perde equilibrio. Se si parla già di figli e “per sempre”, è fondamentale fermarsi prima e chiedersi se oggi questa relazione è davvero paritaria, sostenibile e rispettosa dei bisogni di entrambi.
Ti suggerirei di riprendere un percorso psicologico, magari cercando un professionista con cui lavorare in modo più specifico su autostima, dipendenza affettiva, senso di colpa, confini personali e schemi relazionali. Se con la precedente psicologa non ti sei sentito aiutato, non significa che la terapia non possa funzionare: a volte è necessario trovare un approccio e un terapeuta più adatti al proprio momento.
Hai bisogno di uno spazio in cui non dover “reggere tutto”, ma poter finalmente capire cosa vuoi tu, cosa senti tu e quali sono i tuoi limiti. Perché una relazione sana non dovrebbe richiederti di annullarti per sentirti amato. Un caro saluto

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Buongiorno, da ciò che racconta sembra che il punto non sia solo capire se restare o lasciare questa relazione. Il punto più profondo sembra riguardare il modo in cui lei misura il proprio valore dentro i rapporti.

Nel suo racconto ricorrono spesso aspetti fisici e materiali: il corpo, la forma fisica, la bellezza della partner, il confronto con gli ex, i soldi, le spese, i regali, le cene, il bisogno di essere all’altezza. È come se una parte di lei cercasse continuamente conferme attraverso ciò che riesce a mostrare, offrire o sostenere. Ma una relazione non dovrebbe diventare il luogo in cui dimostrare di valere. Dovrebbe essere anche il luogo in cui poter smettere di dimostrarlo.

Colpisce anche che parli poco del legame affettivo in sé: cosa sente davvero, cosa la unisce a questa persona, cosa desidera costruire oltre l’immagine, la gestione pratica e la paura di perderla. Uno dei pochi momenti in cui emerge una parte più tenera e autentica è quando parla del cane che resta solo. Lì non c’è prestazione, ma cura, dispiacere, responsabilità affettiva. Forse quella parte di sé andrebbe ascoltata di più.

Mancano comunque elementi importanti: la vostra età, gli accordi concreti sulla convivenza, la reale possibilità della sua compagna di contribuire, come lei risponde quando le chiede aiuto, quanto lei abbia espresso in modo chiaro i suoi bisogni e quanto invece abbia sperato che venissero intuiti.

Prima di parlare di figli o di “per sempre”, sarebbe utile chiedersi se oggi esiste una coppia alla pari: nei gesti, nelle responsabilità, nell’ascolto, nella cura reciproca. Non solo nelle promesse fatte durante una crisi, ma nei comportamenti concreti quando la crisi è passata.

Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a riconoscere questo copione: sentirsi poco, dare troppo, aspettare conferme, restare bloccato quando l’altro soffre. Il lavoro non sarebbe farsi dire se deve lasciarla o restare, ma tornare a scegliere senza usare l’amore come prova del proprio valore.

Può iniziare anche da una cosa semplice: scrivere ciò che per lei è davvero non negoziabile in una relazione. Non per accusare l’altra persona, ma per capire dove continua a tradire se stesso pur di non perdere qualcuno.

Se sente che questo nodo resta difficile da sciogliere da solo, può essere utile approfondirlo in uno spazio psicologico, anche partendo da un primo confronto scritto o online.

Un caro saluto.
Dott. Luigi Frezza
Psicologo
Pontecagnano Faiano
Salve. Ho letto la sua storia con molta attenzione. La prima cosa che voglio dirle, in modo molto diretto, è di smettere di chiedersi: "In cosa sbaglio?". Lei non è un ingranaggio difettoso che ha bisogno di essere riparato, e la sua fatica non è il sintomo di un suo fallimento personale.

Quello che emerge dal suo racconto è il peso schiacciante di un mandato relazionale normativo ed estenuante: l'idea di dover "meritare" l'amore e l'attenzione dimostrandosi costantemente utile, provvedendo a tutto (economicamente e praticamente) e arrivando persino a stravolgere se stesso per sentirsi "all'altezza" di una partner. Quando viviamo immersi in questa narrazione, la relazione smette di essere un incontro tra pari e diventa un continuo esame di prestazione, in cui si ritrova a dover pagare il biglietto d'ingresso dell'amore con una fatica solitaria.

Proviamo a ribaltare la prospettiva: il suo pianto, il non sentirsi valorizzato e il terrore di un "per sempre" vissuto in questo modo, non sono debolezze o errori. Sono una sua legittima e vitale protesta. Ci parlano, per contrasto, di ciò che per lei è davvero importante: il bisogno profondo di reciprocità, di essere ascoltato e di sentirsi un compagno, non un semplice fornitore di certezze. Il suo malessere non è una malattia, ma la prova che i suoi valori di equità e cura condivisa vengono costantemente disattesi.

Mi scrive che la precedente esperienza con una psicologa non l'ha aiutata. Questo accade spesso quando la terapia cerca di farci "adattare" a una situazione insostenibile o indaga sui nostri presunti "difetti", invece di interrogare le aspettative che stiamo subendo. Se e quando lo riterrà opportuno, le suggerisco di cercare un professionista che non lavori su "cosa c'è di sbagliato in lei", ma che la aiuti a esternalizzare questo senso di inadeguatezza, per usare i suoi valori come bussola e riprendersi il diritto a una relazione basata sulla reciprocità.
Dott.ssa Alice Missiroli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, ho letto la sua storia e probabilmente il problema principale è proprio l'equilibrio di questa relazione. Descrive una situazione in cui dà tanto a livello di impegno, e anche materiale, e dall'altra parte vede sì affetto, ma non una risposta concreta ai suoi bisogni. Anche di fronte al cambiamento dell'altra persona non sembra che questi bisogni riescano ad essere soddisfatti.
Si può lavorare su questo aspetto, sia individualmente che in coppia a seconda di cosa vuole fare lei. Non è tanto da ricercare un errore che sta commettendo, ma capire quali strategie sono utili a superare quello che sta succedendo.
Mi spiace che il primo tentativo con la collega non sia andato come avrebbe desiderato. Un percorso di supporto psicologico (di coppia o individuale) con un approccio diverso potrebbe essere comunque d'aiuto per affrontare quello che sta vivendo adesso.
Grazie per la sua condivisione, le auguro una buona giornata.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buonasera, dal suo racconto emerge molta consapevolezza, ed è importante riconoscerlo. Lei non sta descrivendo semplicemente una relazione che “non funziona”, ma un modo di vivere i rapporti affettivi che sembra portarla progressivamente a caricarsi di responsabilità, a mettere l’altra persona al centro e, nel tempo, a perdere il contatto con i suoi bisogni più profondi. Questo non significa che lei sbagli tutto o che le sue relazioni siano “sbagliate”, ma che probabilmente esistono alcuni schemi relazionali che tendono a ripetersi e che oggi stanno iniziando a pesare molto. Nel suo racconto c’è un elemento che colpisce particolarmente. Ogni volta che entra in una relazione, sembra attivarsi in lei un forte bisogno di essere necessario, di dare tanto, di sostenere, sistemare, proteggere, dimostrare valore attraverso ciò che offre. Casa, soldi, organizzazione, presenza, disponibilità emotiva. È come se il suo ruolo diventasse rapidamente quello di chi tiene in piedi tutto. All’inizio probabilmente questo le dà un senso di sicurezza e di identità nella coppia, ma col tempo sembra trasformarsi in stanchezza, squilibrio e senso di solitudine. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare non solo cosa fanno le sue partner, ma anche cosa succede dentro di lei quando percepisce di non essere abbastanza valorizzato o scelto pienamente. Lei stesso scrive di pensare spesso di non meritare la felicità o di non sentirsi all’altezza. Questo è un punto molto centrale. Quando una persona sente profondamente di dover meritare amore attraverso il sacrificio, l’adattamento o il “fare tutto”, rischia di entrare in relazioni in cui finisce per trascurare se stessa pur di mantenere il legame. Anche il cambiamento fisico che ha fatto sembra avere avuto un impatto importante sulla sua identità. Da una parte le ha dato più sicurezza e possibilità, dall’altra sembra aver aumentato il confronto, il bisogno di conferme e forse anche la paura di perdere ciò che ha conquistato. Quando scrive che continua a cambiare se stesso per sentirsi all’altezza della partner, emerge il rischio di costruire il proprio valore più sullo sguardo dell’altro che su una percezione stabile di sé. Il tema del passato della sua attuale compagna sembra inserirsi proprio qui. I riferimenti ai suoi ex o alle esperienze precedenti sembrano attivare in lei un confronto continuo, quasi come se dentro di sé ci fosse la paura di non essere abbastanza speciale, abbastanza importante o abbastanza desiderabile. E più questa paura si attiva, più sembra crescere il bisogno di conferme, attenzione e rassicurazioni. Un altro aspetto molto significativo è il fatto che lei descriva una forte difficoltà a lasciare le relazioni anche quando sta male. Questo spesso non dipende solo dall’amore, ma anche dal timore del vuoto, dal senso di colpa e dalla difficoltà a tollerare il dolore dell’altro. Vedere la partner soffrire la blocca, e questo può portarla a restare in situazioni che non sente davvero sostenibili per paura di fare male o di sentirsi responsabile della sofferenza altrui. Nel suo racconto c’è anche molta fatica accumulata. Sembra quasi che lei viva costantemente nella posizione di chi deve correre, sistemare, sostenere e dimostrare. A lungo andare questo può portare a un forte esaurimento emotivo, perché il rapporto rischia di diventare più una responsabilità che un luogo in cui sentirsi accolto e nutrito emotivamente. Il fatto che una precedente esperienza terapeutica non l’abbia aiutata non significa che non possa trovare beneficio in un altro percorso. A volte serve incontrare un professionista con cui sentirsi realmente compresi e con cui lavorare in modo più focalizzato proprio sugli schemi relazionali, sull’autostima, sulla paura dell’abbandono, sul bisogno di approvazione e sul modo in cui costruisce il proprio valore personale dentro le relazioni. Più che chiedersi soltanto se questa relazione sia giusta o sbagliata, forse potrebbe essere utile iniziare a chiedersi perché nelle relazioni finisca così spesso per sentirsi responsabile di tutto, poco valorizzato e costantemente in debito emotivo. Comprendere questi meccanismi può essere davvero trasformativo, perché permette non solo di stare meglio in questa relazione, ma anche di vivere i legami futuri in modo più equilibrato e meno faticoso. Il fatto che oggi lei riesca a raccontarsi con questa lucidità è già un segnale importante. Significa che una parte di sé ha iniziato a vedere che il problema non è semplicemente “l’altra persona”, ma un funzionamento relazionale più profondo che merita attenzione e cura. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno, grazie davvero per la fiducia con cui ha raccontato la sua storia. Si percepisce chiaramente quanta fatica ci sia dietro, ma anche quanta consapevolezza: non è affatto scontato riuscire a mettere insieme così tanti pezzi della propria esperienza.

Le dico subito una cosa importante, anche sulla base della mia esperienza con situazioni molto simili alla sua: quello che descrive non è raro nelle persone che vivono ansia, soprattutto ansia legata alle relazioni e all’intimità. E soprattutto, non è automaticamente il segnale che “non ama davvero” o che “la relazione è sbagliata”.

Quello che emerge nel suo racconto è un filo che si ripete nel tempo: quando una relazione si avvicina davvero, quando diventa concreta, quando entra in gioco l’intimità (emotiva o fisica), qualcosa dentro di lei si attiva molto intensamente. E quell’attivazione sembra trasformarsi in pensieri intrusivi, dubbi, focalizzazione su difetti fisici o comportamentali, fino ad arrivare alla repulsione.

Le faccio una domanda che può aiutarla a orientarsi: nei momenti in cui sente repulsione o fastidio, quella sensazione arriva “di colpo”, quasi come un’ondata che non riesce a controllare, oppure è più una valutazione razionale che costruisce nel tempo?

Perché da come lo descrive sembra più un’esperienza che le “succede addosso”, piuttosto che una scelta consapevole.

Un altro punto molto importante riguarda la coerenza del suo vissuto nel tempo. Già da molto giovane c’è stata questa combinazione di elementi: desiderio di relazione, forte ansia, paura del giudizio degli altri, attenzione intensa all’aspetto fisico (suo e dell’altro), e difficoltà nell’intimità. Anche l’episodio che ha vissuto a 16 anni è stato molto invasivo e può aver lasciato una traccia importante nel modo in cui oggi vive il contatto e la vulnerabilità.

Le chiedo: quanto sente che il giudizio degli altri (come apparite insieme, cosa pensano gli altri di lui) pesa nei momenti in cui prova vergogna o repulsione?

Perché questo sembra avere un ruolo significativo.

Un’altra cosa centrale è quello che è successo con l’interruzione della paroxetina. Il fatto che i pensieri siano diventati più intensi e pervasivi dopo la sospensione è un elemento da considerare con molta attenzione. Non perché il farmaco sia “la soluzione”, ma perché indica che c’è una componente ansiosa/ossessiva importante che, quando non è contenuta, tende a espandersi proprio nelle aree per lei più sensibili: la relazione, il corpo, l’intimità.

Le faccio una domanda forse difficile ma molto utile: se questi pensieri sparissero improvvisamente, come si sentirebbe nei confronti del suo partner?

Non in teoria, ma proprio a livello emotivo.

Perché questo aiuta a distinguere tra ciò che sente davvero e ciò che viene “filtrato” dall’ansia.

Un altro aspetto che colpisce è il movimento che descrive: desiderio di scappare, ma allo stesso tempo bisogno che lui la cerchi. È una dinamica molto tipica quando c’è una forte ambivalenza tra bisogno di vicinanza e paura della vicinanza.

E dentro tutto questo, c’è anche una cosa molto importante che lei stessa riconosce: questa relazione, al di là delle difficoltà, le ha dato stabilità, l’ha aiutata a distanziarsi da un contesto familiare complesso, ha avuto un valore reale nella sua vita.

Le chiedo: riesce a tenere insieme entrambe queste cose? Cioè il fatto che questa relazione sia stata importante e significativa per lei, e allo stesso tempo che oggi stia vivendo una grande fatica al suo interno?

Perché spesso la mente tende a fare una scelta netta (“o è giusto o è sbagliato”), ma la realtà emotiva è più complessa.

Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passaggio molto importante. Non tanto per arrivare subito a una risposta (“devo lasciarlo o no”), ma per iniziare a comprendere meglio cosa succede dentro di lei quando entra in relazione, quando si avvicina troppo, quando sente di poter perdere il controllo o essere esposta.

Le dico anche questo con chiarezza: non è necessario prendere decisioni drastiche adesso, soprattutto mentre è dentro un momento di forte attivazione emotiva. Spesso le scelte fatte in questi stati sono più una risposta all’ansia che un’espressione autentica di ciò che si desidera.

Se vuole, possiamo anche continuare a lavorare insieme su questi aspetti, cercando di distinguere sempre di più tra ciò che è “voce dell’ansia” e ciò che invece appartiene a lei, ai suoi bisogni e ai suoi sentimenti più profondi.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
dal suo racconto emerge molta stanchezza emotiva, ma anche una grande lucidità. Lei ha descritto relazioni diverse tra loro, ma accomunate da alcuni elementi che sembrano ripetersi: il bisogno di “farsi carico” dell’altra persona, la tendenza a mettere i bisogni della partner prima dei propri, il sentirsi responsabile del benessere della relazione e, contemporaneamente, il timore profondo di non essere abbastanza o di non meritare amore e serenità.
Il punto importante è che probabilmente il problema non è soltanto “questa relazione”, ma il modo in cui lei entra nelle relazioni.
Nel suo racconto si percepisce una dinamica molto forte: quando incontra una partner tende rapidamente a darle tutto, sia sul piano pratico che emotivo. Si mette nella posizione di sostenere, aiutare, compensare, organizzare, proteggere. Questo però, nel tempo, rischia di creare rapporti sbilanciati, dove lei sente di dare tantissimo e ricevere poco in termini di riconoscimento, presenza emotiva e reciprocità.
C’è anche un altro aspetto centrale: sembra che il suo valore personale dipenda molto dallo sguardo dell’altra persona. Prima si sentiva “fuori forma” e poco sicuro; poi, migliorando fisicamente, ha iniziato a ricevere attenzioni e questo probabilmente ha avuto un forte impatto sulla sua autostima. Tuttavia, la sicurezza costruita soprattutto sull’immagine esterna spesso resta fragile: basta sentirsi “meno desiderato”, meno scelto o confrontato con il passato della partner per tornare a sentirsi inadeguato.
Il disagio che prova rispetto agli ex della sua compagna non parla necessariamente di lei, ma delle sue paure profonde:


paura di non essere abbastanza;


paura di essere sostituibile;


bisogno costante di conferme;


difficoltà a sentirsi davvero scelto e valorizzato.


Anche il fatto che lei faccia fatica a chiudere relazioni che lo fanno stare male è significativo. Non sembra esserci assenza di consapevolezza: lei vede bene ciò che non funziona. Il problema è che il dolore di restare sembra, in certi momenti, meno spaventoso del dolore di perdere l’altro o sentirsi “colpevole” nel far soffrire qualcuno.
Quando scrive “non mi sento mai davvero bene”, credo che questa sia la frase più importante del suo messaggio. Perché una relazione sana non dovrebbe lasciare costantemente la sensazione di dover guadagnarsi amore, spazio o valore personale.
Un altro punto fondamentale riguarda la convivenza immediata. Passare molto velocemente all’intimità quotidiana può creare fusioni emotive intense che rendono difficile capire davvero se il rapporto è equilibrato. A volte si entra subito in una dimensione di “progetto di vita” senza aver costruito prima basi solide di reciprocità, comunicazione e compatibilità concreta.
Lei chiede: “In cosa sbaglio?”.
Più che parlare di errore, parlerei di aspetti su cui lavorare:


imparare a mettere confini senza sentirsi egoista;


distinguere l’amore dal sacrificio continuo;


non sentirsi responsabile della felicità dell’altra persona;


lavorare sull’autostima profonda, non solo sull’immagine;


capire cosa desidera davvero in una relazione, al di là della paura di perdere qualcuno;


imparare a chiedere reciprocità senza sentirsi “troppo bisognoso”.


Rispetto alla psicoterapia: il fatto che una precedente esperienza non l’abbia aiutata non significa che il percorso psicologico non possa esserle utile. A volte semplicemente non si incontra il professionista o l’approccio più adatto a sé, oppure non si arriva ancora al nucleo vero della sofferenza. Nel suo caso credo sarebbe importante un percorso che lavori soprattutto sulle dinamiche relazionali, sull’autostima e sulla dipendenza affettiva/emotiva.
Le suggerisco di non leggere il suo malessere come un fallimento personale, ma come un segnale importante: una parte di lei sta chiedendo relazioni più equilibrate, dove non debba continuamente “dimostrare” di meritare amore.
Credo sia davvero consigliabile approfondire tutto questo con uno specialista, così da comprendere meglio i suoi bisogni emotivi e costruire relazioni in cui possa sentirsi valorizzato, sereno e realmente alla pari.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Gaia Evangelisti
Psicologo, Psicologo clinico
Genzano di Roma
Salve,
dalle sue parole emerge una grande fatica emotiva, ma anche una forte tendenza a mettere i bisogni dell’altra persona davanti ai suoi, fino quasi a misurare il suo valore attraverso ciò che riesce a dare. Sembra che nelle relazioni lei finisca spesso per assumere un ruolo di responsabilità e cura molto intenso, rischiando però di sentirsi poi solo, non riconosciuto e poco sostenuto.

Più che chiedersi “cosa sbaglio”, potrebbe essere utile iniziare a domandarsi perché sente di dover continuamente meritare amore, conferme e presenza attraverso sacrifici, cambiamenti personali o carichi emotivi così grandi. Il punto non sembra essere soltanto la relazione attuale, ma il modo in cui lei si colloca dentro le relazioni.
Il fatto che abbia già cercato un supporto psicologico è importante: a volte non è il percorso in sé a non funzionare, ma può essere necessario trovare un professionista o un approccio con cui sentirsi accolto e compreso.

Un caro saluto.

Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa
Dr. Federico Alunni
Psicologo, Psicologo clinico
Perugia
Salve, grazie per la sua condivisione. Quello che colpisce nel suo racconto è che sembra esserci un filo rosso che attraversa tutte le relazioni: la tendenza a sentirsi responsabile del benessere dell’altra persona, mettendosi nella posizione di chi sostiene, organizza, compensa, regge il peso pratico ed emotivo della coppia, mentre i suoi bisogni finiscono lentamente sullo sfondo. Non credo che il punto centrale sia capire se le sue partner abbiano sbagliato più o meno di lei, ma osservare il tipo di equilibrio relazionale che si crea ogni volta e il ruolo che tende spontaneamente ad assumere dentro quel sistema.
Per molti anni racconta di essersi sentito “non abbastanza”, poco desiderabile, poco sicuro di sé. Il cambiamento fisico sembra averle dato più attenzione esterna, ma non necessariamente una sicurezza interna stabile. Anzi, a tratti sembra che il suo valore personale continui a dipendere molto dallo sguardo dell’altro: dall’essere scelto, desiderato, confermato, indispensabile. E quando questo accade, allora investe tutto nella relazione, quasi fino ad annullarsi. È come se l’amore diventasse facilmente un luogo in cui dimostrare il proprio valore attraverso il fare, il dare, il sacrificarsi, il sostenere.
Il problema è che quando una relazione si costruisce soprattutto su questa dinamica, spesso si crea una forte asimmetria: uno regge, organizza, rincorre, teme di perdere l’altro; l’altro, anche senza cattiveria, finisce per occupare il centro emotivo della coppia. E più lei sente di dover “meritare” l’amore, più rischia di tollerare situazioni che la fanno stare male pur di non perdere quel legame.
Mi sembra importante anche un altro aspetto: le sue relazioni sembrano partire molto velocemente e molto intensamente. Convivenze rapide, fusioni emotive, cambiamenti drastici fatti subito per adattarsi all’altro. Ma questo potrebbe portare ad entrare più facilmente in dinamiche basate sul bisogno reciproco, sulla paura o sull’idealizzazione, piuttosto che su una compatibilità profonda e costruita nel tempo.
La qeustione degli ex sembra più il punto dove si aggancia una fragilità già presente: il timore di non essere abbastanza, di essere sostituibile, di non avere un valore stabile. Infatti lei stesso dice qualcosa di molto forte: “cerco di cambiare me stesso per sentirmi all’altezza e meritarmela”. Ecco, pootrebbe essere qui uno dei nuclei più importanti del suo malessere: vivere la relazione come qualcosa che deve continuamente guadagnarsi.
Un altro elemento che emerge è la difficoltà a tollerare il conflitto e la separazione. Dice di non riuscire a lasciare quando vede l’altra persona stare male, piangere o promettere cambiamenti. Questo può indicare una forte sensibilità al senso di colpa e alla responsabilità emotiva verso l’altro. Ma restare in una relazione solo perché si teme di ferire l’altro, col tempo, rischia di trasformarsi in una forma di prigionia emotiva sia per lei sia per la partner.
Nel suo racconto il tema non sembra essere soltanto “questa relazione”, ma il modo in cui lei entra e si posiziona nei legami.
Dott.ssa Flora Bacchi
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Quello che emerge dal suo racconto è anche una certa tendenza a leggere le relazioni soprattutto attraverso ciò che gli altri non le danno, facendo però più fatica a guardare il ruolo che ha avuto lei nelle dinamiche che descrive.
In diversi momenti sembra assumere una posizione molto “sacrificale”(sembra assumersi il ruolo di “salvatore” o di principale responsabile dell’equilibrio della relazione): lei che dà tutto, sostiene, mantiene, si mette a disposizione, cambia per l’altro. Però una relazione non si costruisce solo sul dare tanto; si costruisce anche sulla capacità di scegliere consapevolmente chi abbiamo accanto, porre limiti, comunicare bisogni e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Ad esempio, è stato lei a decidere di convivere molto velocemente, a caricarsi spontaneamente di molti ruoli pratici ed economici, a mettere le partner “al centro” della sua vita. Così come è stato lei a restare in situazioni che già da tempo la facevano stare male. Questo non significa colpevolizzarsi, ma riconoscere che non tutto “accade” soltanto per colpa dell’altro.
Anche alcuni aspetti meritano forse una riflessione più onesta: il forte peso dato all’estetica, al confronto con altri uomini, al passato della sua compagna o all’idea di “meritare” una donna molto bella sembrano parlare di insicurezze personali che rischiano di ricadere sulla relazione. Il problema non è che la sua compagna abbia avuto esperienze precedenti, ma il significato che lei attribuisce a questo e quanto questo vada a toccare il suo senso di valore.

Inoltre, quando una persona sceglie ripetutamente partner percepite come fragili, dipendenti o bisognose, salvo poi sentirsi soffocata dal peso della relazione, può essere utile chiedersi quanto inconsciamente partecipi anche lei a quel tipo di equilibrio.
Più che cercare conferme sul fatto che gli altri non la valorizzino abbastanza, forse il lavoro importante è capire perché finisca spesso per costruire relazioni sbilanciate e perché faccia così fatica a fermarsi prima. Più che capire immediatamente se lasciare o meno la sua compagna, potrebbe esserle utile lavorare su come costruisce i legami: i pattern ripetuti, le aspettative che ha dall'inizio e come esse si modificano, come tollera il conflitto...
Se sente che alcuni dubbi continuano a creare disagio o che avrebbe bisogno di uno spazio più personale e approfondito, resto disponibile per un colloquio.
Dott.ssa Bacchi
Dott. Giulio Blasilli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. Da ciò che racconta, sembra che nelle relazioni tenda spesso a caricarsi molte responsabilità: economiche, pratiche, emotive, fino a mettere l’altra persona al centro e modificare se stesso per sentirsi “all’altezza” o meritevole d’amore. Il problema, forse, non è solo capire se questa relazione vada lasciata o salvata, ma comprendere perché lei finisca spesso in dinamiche in cui dà moltissimo, si adatta molto, ma poi si sente solo, poco valorizzato e non davvero alla pari. Anche il confronto con il passato della sua compagna, il timore di non meritarla e il bisogno di conferme sembrano parlare di una fragilità dell’autostima che merita attenzione. Prima di progettare figli o un “per sempre”, sarebbe importante fermarsi e capire se esistono davvero reciprocità, ascolto e collaborazione concreta. Se il precedente percorso psicologico non l’ha aiutata, non significa che non possa aiutarla un altro professionista o un approccio diverso. Le consiglierei vivamente un sostegno psicologico, online o in presenza, per lavorare su autostima, dipendenza affettiva, confini e scelta relazionale, senza continuare a portare tutto da solo.
Le auguro una buona serata.
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Comprendo profondamente il senso di spossatezza e lo smarrimento che traspare dalle Sue parole; è faticoso sentirsi il motore unico di una relazione, portandone tutto il peso sulle spalle mentre si cerca, paradossalmente, di dimostrare a se stessi di essere "abbastanza" per l'altro. Il Suo racconto mette in luce un nodo cruciale: il passaggio da una forma di isolamento fisico e psicologico a una nuova immagine di sé che, però, sembra ancora cercare una legittimazione esterna attraverso il sacrificio e l'accudimento dell'altro.

In una prospettiva che guardi all'identità non come a un dato statico, ma come a un processo che si costruisce e si trasforma costantemente nelle relazioni con gli altri, appare evidente come Lei stia mettendo in atto un copione che affonda le radici nella Sua storia personale. Diego Napolitani ci ha insegnato che noi siamo il risultato di una rete di relazioni e di "matrici" familiari che interiorizziamo e che tendiamo a replicare. Nel Suo caso, sembra emergere una sorta di "mandato" all'onnipotenza riparativa: Lei si sente in dovere di farsi carico di tutto — economico, organizzativo, emotivo — come se solo attraverso questo sforzo totale potesse garantirsi il diritto di essere amato o di appartenere alla vita di qualcuno che considera "superiore" a Lei.

Questo meccanismo, tuttavia, crea una disparità che impedisce alla relazione di diventare un vero spazio di scambio gruppale tra due soggetti paritetici. Quando Lei dice di non sentirsi valorizzato e di non meritare la Sua attuale compagna nonostante i Suoi sforzi, sta descrivendo un'identità che si percepisce ancora come "mancante", indipendentemente dai cambiamenti fisici o dai successi lavorativi. La tendenza a mettersi subito a disposizione, a farsi carico delle mancanze altrui e a vivere con angoscia i riferimenti al passato della Sua partner suggerisce che il cambiamento estetico non è stato ancora accompagnato da un'integrazione interna della Sua autostima. Lei continua a guardarsi con gli occhi di quel ragazzo che "non si piaceva", cercando di compensare quel vuoto attraverso una generosità che però La svuota.

Il dolore che prova, quel pianto frequente e la sensazione di essere un "motore solitario", sono segnali preziosi del Suo mondo interno che chiedono di essere ascoltati, non come sintomi di debolezza, ma come richiami verso una maggiore autenticità. La convivenza precoce e la gestione totale della casa sembrano aver riproposto uno schema di dipendenza invertita: Lei si prende cura dell'altro per non dover affrontare l'incertezza di essere amato per ciò che è, e non per ciò che fa o per quanto offre. Anche l'interpretazione junghiana del Suo malessere potrebbe suggerire che l'Ombra — quella parte di sé che sente di non valere — stia proiettando sulla partner un potere eccessivo, rendendoLa "troppo bella" o "troppo esperta", e quindi inarrivabile se non attraverso un sacrificio costante.

La direzione da intraprendere non riguarda necessariamente la decisione immediata di restare o lasciare, quanto piuttosto il recupero della Sua soggettività all'interno del legame. È fondamentale che Lei possa esplorare, magari in un nuovo spazio terapeutico che metta al centro la dimensione relazionale e transgenerazionale, perché sente di dover "comprare" il proprio posto nel mondo attraverso l'efficienza e il dono materiale. Iniziare a porre dei confini, a delegare responsabilità e a manifestare i propri bisogni non come richieste di rassicurazione, ma come necessità di un adulto che abita la propria vita, è il primo passo per trasformare questa convivenza in un incontro reale tra due persone.

Il Suo cane, che Lei sente trascurato, rappresenta forse una parte di Lei: quel bisogno di presenza e di cure che oggi viene sacrificato sull'altare di una vita vissuta "sempre di fretta". Si permetta di rallentare e di chiedersi quale immagine di uomo e di compagno sta cercando di soddisfare e a chi appartenga davvero quel modello che La sta logorando. Solo quando smetterà di cercare di "meritarsi" l'altro, potrà finalmente sentire se l'altro è in grado di abitare il Suo mondo con la stessa cura che Lei vi dedica.

Cordialità,
Dottssa Giovanna Costanzo.
Buon pomeriggio,
dopo un'accurata lettura del suo messaggio, immagino la confusione che si sta portando dietro.
Reputo l'importanza di approfondire tale situazione con domande un po' più specifiche.
Sono a disposizione per un eventuale colloquio.
Cordialmente
Dott.ssa Laura Lanocita
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
La sua domanda sembra ruotare attorno a un punto molto preciso: non tanto “in cosa sbaglio?”, ma “perché continuo a dover meritare l’amore pagando, adattandomi, sostenendo, cambiando me stesso?”. In ciò che racconta ritorna più volte una posizione: lei si mette al centro della gestione, delle spese, delle responsabilità, delle conferme da dare all’altra persona, ma poi resta solo con un sentimento di svalutazione. È come se l’amore diventasse una prova continua in cui deve dimostrare di essere abbastanza: abbastanza bello, abbastanza generoso, abbastanza utile, abbastanza indispensabile. Questo però la espone a un rischio: confondere l’essere amato con l’essere necessario. Quando una relazione funziona solo perché lei regge tutto, non è detto che sia amore: può diventare una forma di legame in cui la sua fatica tiene in piedi l’altro e, insieme, la imprigiona. Il punto su cui lavorare non è colpevolizzarsi, ma interrogare questa ripetizione: prima una compagna da sostenere economicamente e praticamente, poi una relazione intensa ma destabilizzante, ora una ragazza che idealizza e teme di non meritare, mentre di nuovo si ritrova a portare il peso maggiore. C’è qualcosa che si ripete nella scelta e nella posizione che lei assume. Anche il tema del passato della sua compagna, degli ex, dei confronti, sembra toccare una ferita più profonda: non il semplice fastidio per ciò che lei ha vissuto prima, ma il timore di non avere un posto unico, stabile, riconosciuto. Qui sarebbe utile non cercare rassicurazioni infinite, perché rischiano di non bastare mai, ma capire da dove nasce questo bisogno di essere confermato attraverso l’immagine, il corpo, il sacrificio, il controllo della relazione. Prima di parlare di figli o di “per sempre”, sarebbe importante fermarsi: una promessa futura non risolve uno squilibrio presente. Lei ha bisogno di verificare se in questa coppia esiste davvero reciprocità, non solo affetto. L’affetto è importante, ma non basta se manca ascolto, responsabilità condivisa, presenza concreta. Il lavoro utile per lei potrebbe riguardare tre punti: smettere di misurare il suo valore attraverso ciò che offre, riconoscere quando il sacrificio diventa una richiesta muta di amore, distinguere la paura di lasciare dalla scelta autentica di restare.
Un percorso orientato all’ascolto della parola e delle ripetizioni soggettive può aiutarla non a ricevere consigli rapidi, ma a cogliere il nodo che la porta ogni volta a occupare lo stesso posto nei legami.
Se lo desidera, può contattarmi: potrà trovare uno spazio di ascolto profondo, attento e senza giudizio, in cui dare forma a ciò che oggi appare confuso e pesante, senza essere spinto verso decisioni affrettate.
Un cordiale saluto, dottoressa Laura Lanocita.
Dott.ssa Alessia Di Mascio
Psicologo, Psicologo clinico
Pescara
Salve, avrei bisogno di maggiori informazioni per comprendere meglio la situazione, ad esempio la sua età.
Inoltre ci tenevo a darle qualche informazione.
La nostra psiche non è fatta per reggere una certa rigidità di pensiero e focalizzarci solo su un modo di vedere una situazione a volte non ci aiuta a comprendere davvero cosa abbiamo di fronte. Questo accade perchè la realtà e le persone sono così vaste che categorizzarle con un etichetta sarebbe davvero fuorviante.
Inoltre la nostra psiche è molto ampia ed è doppia, ragion per la quale sentire ambivalenza in alcune scelte è del tutto normale, solo bisogna comprendere oltre queste considerazioni che rapporto ha lei con se stesso perchè è da qui che si può partire per comprendere meglio se stesso, le sue emozioni e il modo in cui si relaziona con il mondo.
Spero di esserle stata utile.
Se le risuona ciò che ha letto, può prendere un appuntamento.
Saluti
Dott.ssa Maria Miccoli
Psicologo, Psicologo clinico
Pavia
A volte nelle relazioni il punto non è solo l’altro o la scelta di restare o andare via, ma il modo in cui finiamo ogni volta per stare dentro certi legami. Da quello che racconti sembra esserci una fatica profonda nel sentirti davvero riconosciuto e nel riuscire a dare spazio ai tuoi bisogni senza sentirti in colpa o “sbagliato”. Forse più che cercare subito una risposta definitiva, potrebbe essere utile iniziare a guardare quel modo di stare nelle relazioni che oggi sembra metterti continuamente in scacco. Resto a disposizione, un caro saluto.
Dott.ssa FIlomena Guida
Psicologo
Castellammare di Stabia
Buongiorno, grazie per aver condiviso la sua storia con tanta sincerità.
Dal suo racconto emerge una grande fatica emotiva, ma anche molta consapevolezza di ciò che sta vivendo.
Da quello che racconta, più che “sbagliare relazione” sembra che finisca spesso per vivere i rapporti mettendosi completamente a disposizione dell’altra persona, fino quasi a dimenticare sé stesso. È come se, per sentirsi amato, avesse bisogno di dare tutto: aiuto, attenzioni, sostegno economico, presenza costante. Però, col tempo, questo la porta inevitabilmente a sentirsi solo, poco visto e poco valorizzato.
Nel suo racconto torna spesso il tema del “non sentirmi abbastanza”: prima nel fisico, oggi nel confronto con il passato della sua compagna o con gli altri uomini della sua vita. E forse è proprio questo il punto più importante. Ha lavorato tantissimo sul suo corpo e sulla sua immagine, ma dentro sembra esserci ancora una parte che fatica a sentirsi davvero degna di essere amata senza dover continuamente dimostrare qualcosa.
Anche il fatto che non riesca a chiudere una relazione pur stando male dice molto. Non sembra mancarle il coraggio, quanto piuttosto la difficoltà di tollerare il senso di colpa, il vedere soffrire l’altra persona e il vuoto che potrebbe arrivare dopo. Così resta, sperando che le cose cambino abbastanza da farlo finalmente stare bene.
Il problema è che una relazione sana non dovrebbe basarsi sul sacrificio costante di uno dei due. L’affetto è importante, ma da solo non basta se mancano ascolto, reciprocità, sostegno concreto e la sensazione di essere davvero accolti anche nei propri bisogni.
Secondo me il lavoro più importante, oggi, non è capire se lasciarla o no. È capire perché sente di doversi sempre “guadagnare” l’amore e perché finisca così facilmente per mettere il benessere dell’altro davanti al proprio. È lì che probabilmente c’è bisogno di lavorare maggiormente.
E riguardo alla terapia: il fatto che una psicologa non l’abbia aiutata non significa che un altro percorso non possa farlo. A volte semplicemente non si incontra il professionista giusto o l’approccio più adatto a noi.
Le auguro di riuscire, poco alla volta, a mettere al centro anche i suoi bisogni e il suo benessere, senza sentirsi in colpa per questo.
Filomena Guida
Dott.ssa Agnese Massinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Perugia
Ciao. Leggendo la tua storia con gli lenti dell'approccio sistemico-relazionale, emerge un "copione" che sembra ripetersi, nonostante i volti e le situazioni cambino. In un sistema (che sia la tua famiglia d'origine o la coppia), noi non siamo isole, ma ci muoviamo in base a "incastri" di bisogni.

Ecco alcuni punti su cui riflettere per uscire da questo stallo:

1. Il "Modello del Salvatore" e l'Asimmetria
In entrambe le tue storie importanti emerge una forte disparità. Con la tua ex ti facevi carico di tutto (economicamente e psicologicamente); con la ragazza attuale accade lo stesso. Sembra che tu riesca a stare in una relazione solo se occupi il posto di chi "si prende cura", colui che è indispensabile, che paga, che organizza.
La trappola: Se sei tu quello che fa tutto, l'altra persona resterà sempre "piccola", deresponsabilizzata o in debito. Questa asimmetria uccide il desiderio e crea risentimento


2. Il valore di sé e il "Merito"
Dici spesso di "non meritare" la tua attuale compagna o la felicità. Questo è un nodo centrale. Quando senti di non valere abbastanza, tendi a "comprare" l'amore attraverso l'iper-efficienza (regali, cene, farsi carico delle spese). Se senti di dover fare così tanto per essere amato, significa che non credi di essere amabile per ciò che sei, ma solo per ciò che fai.
3. Il fantasma del passato e il confronto
Il peso che dai ai suoi ex e ai suoi racconti parla della tua insicurezza sistemica: hai paura che lei possa trovare altrove ciò che tu senti di non poterle dare. Il fatto che lei lo faccia "con leggerezza" indica che non c'è una sintonizzazione emotiva: tu soffri e lei non vede il tuo dolore, o tu non riesci a comunicarlo in modo che sia generativo e non solo una lamentela.

4. La "Promessa di cambiamento" come collante
Il fatto che non riesci a lasciarla quando piange indica che il tuo sistema emotivo reagisce al senso di colpa. Ti senti responsabile della sua felicità proprio come ti sentivi responsabile per la tua ex depressa.


Un consiglio pratico: Invece di "fare" di più per lei, prova a "fare meno". Osserva cosa succede quando non organizzi, non paghi tutto, non risolvi. È lì, nel vuoto che si crea, che capirai se c'è una base solida su cui costruire o se la relazione regge solo sulla tua fatica.
Dott.ssa Giulia Casole
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Capisco profondamente la tua stanchezza. Ti trovi in un circolo vizioso dove dai tutto te stesso per sentirti "abbastanza", ma finisci per attirare partner che si appoggiano totalmente a te, lasciandoti svuotato e non ricambiato. Questo tuo bisogno di gestire ogni cosa, dalle spese alla casa, è una corazza che usi per proteggerti dal timore di non essere amato per quello che sei, ma solo per quello che fai.
​Il dolore che provi nasce da questa forte disparità: sei un adulto che si prende cura di tutto, accanto a una persona che si comporta in modo immaturo, delegandoti ogni responsabilità. Il pianto di lei e le sue promesse non mantenute sono meccanismi che ti tengono prigioniero nel senso di colpa, impedendoti di guardare alla tua infelicità.
​Il lavoro più importante che puoi fare ora è smettere di cercare di "meritartela" attraverso il sacrificio. Meriti una relazione dove il carico sia diviso e dove il tuo valore non dipenda da quanto risolvi i problemi altrui. Se l'idea di un futuro insieme ti terrorizza invece di darti gioia, è perché il tuo istinto sa che non puoi reggere questo peso per sempre.
Dott.ssa Mirea Micciché
Psicologo clinico, Psicologo
Palermo
Buongiorno, dal suo racconto emerge una grande fatica emotiva che sembra accompagnarla da molto tempo, soprattutto nelle relazioni affettive. Colpisce come, nelle diverse storie che descrive, finisca spesso per assumere un ruolo molto “responsabile”: si prende carico dell’altro, cerca di sostenere, aiutare, dare stabilità, mettere al centro i bisogni della partner. Tuttavia, parallelamente, sembra restare poco spazio per i suoi bisogni emotivi profondi, che infatti tornano poi sotto forma di tristezza, senso di non essere valorizzato, paura di non meritare amore o felicità.

Mi sembra importante sottolineare un aspetto: il problema probabilmente non è soltanto “lasciare o non lasciare” questa relazione. La sofferenza che descrive sembra toccare qualcosa di più profondo, legato al modo in cui vive il suo valore personale all’interno del rapporto con l’altro. Lei stesso racconta di aver cambiato più volte sé stesso per sentirsi “all’altezza”, quasi come se l’amore dovesse essere continuamente guadagnato attraverso prestazioni, sacrifici o adattamenti.
Anche il tema della disparità relazionale ritorna spesso nel suo racconto: da un lato il desiderio di sentirsi amato e rassicurato, dall’altro la sensazione di portare tutto sulle spalle e di non ricevere un riconoscimento equivalente. Questo può generare molta ambivalenza: affetto e paura di perdere la relazione convivono con rabbia, frustrazione e senso di solitudine.
Inoltre, dopo una relazione molto lunga e una separazione complessa, sembra essere entrato rapidamente in altre relazioni intense, senza forse avere davvero il tempo di elaborare ciò che aveva vissuto, comprendere i suoi bisogni affettivi e ritrovare un equilibrio personale indipendente dalla coppia.
Credo che il lavoro psicologico, nel suo caso, potrebbe essere utile non tanto per “decidere cosa fare” nell’immediato, ma per aiutarla a comprendere alcuni schemi relazionali che sembrano ripetersi: il bisogno di sentirsi necessario, la paura di non bastare, il timore dell’abbandono, la difficoltà a mettere confini e a riconoscere pienamente ciò che desidera lei. Capita anche che un percorso terapeutico non funzioni perché non ci si sente compresi, accolti o in sintonia con il professionista. Questo non significa necessariamente che la psicoterapia non possa aiutarla: a volte è importante trovare un terapeuta con cui costruire un’alleanza autentica e sentirsi libero di portare anche le emozioni più difficili, senza sentirsi giudicato.

Le auguro di poter trovare uno spazio in cui mettere davvero al centro sé stesso, non solo come partner o come persona che sostiene gli altri, ma come persona con bisogni, limiti, desideri e fragilità che meritano ascolto.
Dr. Vittorio Penzo
Psicologo, Psicologo clinico
Parma
Grazie per aver condiviso questa storia così complessa e personale.

Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, emerge un tema ricorrente: il proprio senso di valore sembra fortemente legato alla risposta dell'altro. Questo schema, spesso radicato in esperienze precoci, porta a investire moltissimo nella relazione per sentirsi "abbastanza", ma genera un circolo in cui più ci si sforza, più il bisogno di conferma aumenta e la frustrazione si accumula.

Un altro elemento rilevante è la difficoltà a tollerare l'incertezza affettiva. In ottica ACT (Acceptance and Commitment Therapy), questa intolleranza spinge verso comportamenti di controllo o compiacenza che, nel lungo periodo, alimentano l'insoddisfazione e la sensazione di portare tutto da soli.

Il lavoro terapeutico più utile in questo caso non è solo capire "cosa si sbaglia", ma esplorare i propri bisogni autentici, i valori personali e come costruire una relazione con se stessi più solida e indipendente dal giudizio altrui. Un percorso CBT o ACT mirato può fare davvero la differenza.

Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Dott.ssa Ilaria Forcina
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Caro utente, da quanto descrive sembrerebbe che la sua percezione della relazione oscilli tra il desiderio di essere compreso, supportato, valorizzato e il non sentirsi all’altezza, al punto da arrivare a pensare di interrompere il rapporto.
Chiede in cosa sbaglia. Lei sente di sbagliare? Sente di aver bisogno di aiuto? L’altro spesso è un mezzo di conoscenza per se stessi. Nelle relazioni è più facile vedere cosa non va e non funziona, proprio perché c’è un altro, su cui più facilmente riusciamo a riflettere e a vedere ciò che non piace. Tuttavia, quando non accettiamo qualcosa dell’altro a volte è perché prima di tutto non riusciamo ad accogliere qualche aspetto poco conosciuto che appartiene a noi stessi.
Sarebbe utile affrontare la questione con un professionista e provare a lavorare sul cambiamento, se da lei desiderato, in un’ottica individuale. Cosa lei può cambiare di sé? Sarebbe utile anche rivedere l’aspettativa che il partner possa cambiare per rispondere a un bisogno di conferma. Che intende quando scrive che la psicologa non l’ha mai aiutato davvero? Il numero di sedute non è direttamente collegato all’esito di un percorso psicologico, il quale ha i suoi tempi, dettati dall’interiorità e da quanto si è pronti e motivati a proseguire. Si prenda un tempo suo per riflettere su cosa vorrebbe e valuti l’opportunità di parlarne nuovamente con un professionista.
Un caro saluto
Dott. Luca Rochdi
Psicologo, Psicologo clinico
Cernusco sul Naviglio
Gentile utente, dal suo racconto emerge una grande fatica emotiva, ma anche una forte lucidità nel riconoscere alcuni schemi che sembrano ripetersi nelle sue relazioni.
Colpisce il fatto che lei tenda molto rapidamente a mettere l’altra persona al centro della sua vita, assumendosi responsabilità pratiche, economiche ed emotive molto grandi, quasi nel tentativo di “meritare” l’amore attraverso il dare, il proteggere e il sostenere. Parallelamente, però, sembra emergere spesso una sensazione di squilibrio: lei investe moltissimo e poi si sente poco visto, poco valorizzato o poco ricambiato.
Un altro aspetto importante è che il cambiamento fisico e personale che ha vissuto sembra aver migliorato l’immagine esterna di sé, ma non necessariamente il senso profondo di valore personale. Infatti torna più volte il tema del “non sentirmi abbastanza”, “non meritarla”, “dovermi adattare”, “cambiare me stesso per essere all’altezza”. Quando l’autostima dipende molto dallo sguardo dell’altro, la relazione rischia di diventare il luogo in cui cercare continue conferme, ma anche quello in cui ogni mancanza pesa enormemente.
Mi sembra anche che lei stia vivendo una forte ambivalenza: da una parte desidera stabilità, affetto e progettualità; dall’altra sente paura, stanchezza e il timore di ritrovarsi ancora una volta in una relazione in cui porta tutto sulle spalle. Questo conflitto interno può diventare molto logorante e portare a continui tentativi di “aggiustare” il rapporto senza riuscire davvero a capire cosa desidera lei, al di là della paura di perdere l’altra persona.
Non credo che il punto centrale sia stabilire se la sua compagna sia “giusta” o “sbagliata”, ma comprendere perché lei finisca così spesso in relazioni in cui sente di doversi sacrificare molto per mantenere il legame. Probabilmente è proprio lì che c’è qualcosa di importante da esplorare.
Rispetto al percorso psicologico, il fatto che una terapeuta non l’abbia aiutata non significa necessariamente che intraprendere un percorso di supporto psicologico non le possa esserle utile. A volte servono tempi, modalità o professionisti diversi per trovare uno spazio in cui sentirsi davvero compresi e lavorare in profondità sui propri bisogni affettivi, sull’autostima e sulle modalità relazionali. Dal materiale che porta, credo che un percorso orientato proprio alle dinamiche relazionali e alla dipendenza affettiva potrebbe esserle molto utile.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Dott.ssa Ilaria Visone
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pomigliano d'Arco
Salve ho letto le sue parole, può provare a darsi un'altra possibilità in un percorso di psicoterapia, che vada a lavorare sull'autostima e sulle convinzioni che guidano le sue scelte. Il cambiamento avviene quando insieme con la consapevolezza di noi e delle persone che ci circondano, iniziamo veramente a lavorare per step nel dire di no, mettere limiti, mostrare sé stessi, le proprie necessità e bisogni. Poi sicuramente si potrebbe lavorare su quel "non penso di meritarla" con la consapevolezza però di non star ricevendo nulla da lei e comprenderne le radici più profonde. Spero di esserle stata d'aiuto.
Dott.ssa Vera Zorzetto
Psicologo, Psicologo clinico
Verona
Ciao, nelle tue parole emerge molta lucidità, ma anche una profonda fatica emotiva che sembra accompagnarti da tempo, indipendentemente dalla persona che hai accanto. Quello che colpisce è che in più relazioni tu finisca per assumere molto rapidamente il ruolo di chi “regge tutto”: economicamente, organizzativamente, emotivamente. E spesso sembri mettere l’altra persona al centro, cercando di meritarti amore attraverso ciò che fai, dai o garantisci.
Allo stesso tempo, però, quando il bisogno di sentirti visto, valorizzato e rassicurato non viene colmato, inizi a vivere un forte senso di squilibrio, fino a sentirti svuotato, arrabbiato o non abbastanza. È come se dentro di te convivessero due spinte: il desiderio intenso di essere amato e la paura profonda di non esserlo davvero.
Mi sembra anche importante un altro aspetto: hai lavorato molto sul corpo e sull’immagine, ma forse la parte più fragile della tua autostima è rimasta ancora molto esposta. Infatti il confronto con gli ex, il timore di non essere abbastanza, il bisogno continuo di conferme sembrano avere un peso enorme sul tuo equilibrio emotivo.
Non credo che il problema sia semplicemente “questa relazione sì o no”. La sofferenza che descrivi sembra parlare soprattutto del modo in cui vivi te stesso dentro le relazioni: quanto ti carichi, quanto ti adatti, quanto temi di perdere l’altro e quanto fai fatica a capire dove finiscono i bisogni dell’altro e iniziano i tuoi.
Il fatto che un percorso psicologico precedente non ti abbia aiutato non significa che non possa esistere uno spazio terapeutico adatto a te. A volte serve trovare un professionista con cui sentirsi davvero compresi e con cui poter lavorare più in profondità sui temi dell’autostima, del valore personale, della dipendenza affettiva e dei modelli relazionali che tendi a ripetere.
Prima ancora di chiederti se lasciarla o restare, forse potrebbe essere utile iniziare a chiederti: “Come mai sento di dovermi continuamente conquistare il diritto di essere amato?” Un saluto, Dott.ssa Zorzetto Vera

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