Vorrei provate a far capire ai miei genitori la mia sofferenza che mi porto dietro da 10 anni. Come posso fare?Sono adulta, ho quasi 30 anni e l'attuale terapia (analitica) la pago da sola da 2 anni con pochi guadagni. In passato altri terapeuti hanno tentato di coinvolgere i miei genitori (che sono parte del problema) ma con scarsi risultati (hanno ritenuto chi mi seguiva incapace, che io peggioravo invece di migliorare). Anche ora mi dicono che vi vado a fare, infatti non voglio coinvolgerli nel mio spazio e non desidero fare una terapia familiare (loro preferiscono convivere con schemi sbagliati). Ora ho iniziato a prendere farmaci e vorrebbero capire che cosa ho ( anche se vanno in ansia (o negano che io possa avere qualche problema) perché da piccola sono stata spesso malata e non hanno mai superato il trauma. Il mio intento non è che mi diano ragione (perché la risposta è "fattela passare,) ma che almeno ne prendano atto. Inoltre mi piacerebbe anche spiegare questa cosa a amici o conoscenti che vedono gli effetti (es che non lavoro dalla fine delle scuole, sono isolata, non ho una vita regolare) ma non capiscono cosa possa avere (moti pensano che non abbia voglia). So che c'è tanta ignoranza (io stessa un minimo ho dovuto informarmi e questo non mi aiuta a uscire anche dalla visione stigmatizzata del "sono malata,inguaribile, questa è la mia condanna"). Mi è stata riportata dall'analista questa diagnosi (immagino semplificata): organizzazione limitare tra nevrotica e borderline, personalità dipendente (nei confronti sopratutto di genitori) come cose principali. La psichiatra non si è esposta (anche perché so che i farmaci sono solo di supporto) ma mi ha prescritto benzodiazepina (disturbo sonno) e un ssri (per sbalzi d'umore di depressione e rabbia nell'arco della giornata e per l'ansia e il rimurgino nel fare cose nuove (che non ho mai fatto da sola). Insomma tante cose che potrebbero mandare in confusione chi mi ascolta.
Come potrei semplificare sintomi confusi, una diagnosi che e si definita, ma io stessa ho dovuto leggere un po' di informazioni per capire.
Aggiungo che l'analista non ha voluto aiutarmi in questo (cosa che rispetto, ma le richieste e la mia voglia di tirare fuori tutto sale e inizia a pressare) mi ha solo detto di dirgli come mi sento (io userei le parole tecniche qui riportate o gli metterei in foglio davanti con tutto scritto e non mi sembra un approccio adeguato).
C'è un modo semplice di spiegare il malessere?
Grazie
Dott.ssa Giuseppina Cantarelli
Dott.ssa Giuseppina Cantarelli
Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo
Parma
Gentilissima,
vede, vi sono molti modi per definire il dolore psichico. Per alcune scuole di pensiero , stigmatizzare la sofferenza con una rapida diagnosi da manuale psichiatrico, non può che confondere e nuocere ancor di più al paziente . Di fatto ciò che è importante è soltanto il livello di dolore con il quale una persona si presenta ad un terapeuta. Inoltre, vi sono modi più semplici per far comprendere e per aiutare ad elaborare il fatto che la stessa, possa essere ad esempio ancora molto dipendente affettivamente dalla famiglia d'origine. Se lei è stata malata da piccola spesso , è possibile che si sia creato un legame molto forte con chi , da una parte si dedicava con attenzione alle sue cure e dall'altra , magari senza volerlo, la andava caricando di angoscia, un'angoscia da possibile perdita e di un'ansia magari strabordante. Concentrati sulle sue necessità fisiche, forse i suoi genitori , si sono dimenticati di chiederle come stesse emotivamente e di porsi il problema di come renderla più felice ,spensierata e sicura, nonostante i suoi problemi di salute. Allora è forse quest'ansia e quest'angoscia da cui oggi lei deve liberarsi, così come dal possibile inconscio senso di colpa che può avere maturato a causa della sofferenza che la sua malattia può avere provocato in sua madre , poichè , chi è stata malata , e' proprio lei , gentile sig.na., e se ciò è accaduto, è proprio lei che si trova nel pieno diritto di "elaborare il lutto" di una infanzia resa difficile dal destino, e non sua madre che non è stata certo malata al posto suo . Credo , sia da questo legame interiore forse si dovrebbe affrancare: dall'idea cioè che solo stando accanto a sua madre e per esteso alla sua famiglia, possa sopravvivere, perchè questo è l'aspetto che se da una parte la può rassicurare , dall'altra potrebbe tenerla imprigionata in un abbraccio simbiotico per nulla vitale e carico al contrario di ansia , angoscia , e incapacità di movimento e crescita. Spero di averle offerto uno spunto di riflessione.
Cordialmente.
Dott.ssa Giuseppina Cantarelli
Parma


Dott.ssa Valeria Randisi
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Bologna
Buonasera! Ha fatto un'ottima scelta nell'intraprendere un percorso perché è il primo passo per risolvere vecchie dinamiche. Anche il fatto di tenerci a far capire ad altri quanto sta male, in primis i suoi genitori, fa parte delle dinamiche nelle quali è irretita. Lascerei perdere le diagnosi e le etichette perché ciò che sente è un'altra storia e fa parte del suo modo unico di sentire, provi ad esprimerlo come meglio crede. La sua terapeuta sa bene il percorso da farle fare si fidi e si affidi. In bocca al lupo
Dott.ssa Valeria Randisi

Dott.ssa Eugenia Cardilli
Dott.ssa Eugenia Cardilli
Psicologo, Terapeuta, Psicoterapeuta
Roma
Salve, come ha risposto la mia collega che mi ha preceduto, ha preso una decisione giusta nel intraprendere un lavoro psicologico per elaborare il motivo del suo malessere. Inoltre lei è seguita anche da uno psichiatra e sta prendendo anche dei farmaci molto probabilmente necessarie. Il suo stato di malessere che ha avuto nella sua infanzia le avrà procurato dei traumi sia a lei che alla sua famiglia, quindi dare un'etichetta al suo malessere non è importante, ma necessario che lei segua il suo percorso psicologico e vedrà che con la sua volontà e l'aiuto della sua famiglia pian piano starà meglio, la saluto cordialmente, dott. Eugenia Cardilli.
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Buongiorno, sicuramente il primo punto da sottolineare è la sua grande determinazione a volersi rimettere in piedi e ricostruirsi come adulto indipendente, per la quale posso esprimere solo stima. Ciò che ho notato principalmente è il suo bisogno di avere dalla sua parte i suoi genitori e le persone che le sono vicine in questo cambiamento. Forse ciò che c'è da cambiare è l'ottica con cui guarda la non-accettazione di chi le è affianco. Loro hanno il loro modo di vedere lei, il suo dolore e il suo mondo e hanno il loro modo di amarla, ed anche se tutto questo può forse essere distorto, se dopo più tentativi di portare la sua stessa prospettiva nessuno si è mostrato aperto, l'unica scelta è accettare che loro sono così e così rimarranno, mentre lei sta camminando in avanti per sé stessa e il suo futuro. Lei non può cambiare gli altri, a meno che non lo vogliano, il cambiamento si fa in due, è un incontro. Come nella terapia. Così i suoi genitori non vogliono accettare ciò che lei dice, forse provano dolore, senso di sconfitta, non possiamo saperlo. Ma questo non può essere una ragione per bloccarsi e rimanere in conflitto interno, anzi. Per superare questo ostacolo in cui gli altri non accettano lei e la sua sofferenza, lei deve fare il primo passo accettando la visione degli altri. Getti le armi con compassione. Ne parli con la sua terapeuta di questo e si affidi a lei. Continui con la terapia, saluti.

Dott.ssa Daniela Benvenuti
Dott.ssa Daniela Benvenuti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Padova
Una diagnosi è un'etichetta che non definisce l'unicità della personalità. Cerchi di arrivare a risolvere i suoi problemi, quelli che sente essere i nodi difficili, il percorso psicologico è tutt'altro che inutile e il problema principale è rendersi indipendente in tutti i sensi. Parta da lì e non si stanchi di capire. Resto a disposizione, dr.ssa Daniela Benvenuti

Dott.ssa Maria Luisa Tosi
Dott.ssa Maria Luisa Tosi
Psicologo, Professional counselor
Porto Mantovano
La mia sensazione è che la sua sofferenza non sia stata accolta da chi poteva aiutarla ,prima dalla famiglia e poi dagli addetti ai lavori.La sofferenza va ascoltata e accolta,solo così forse potrà stare un po' meglio e cogliere l'opportunità di un aiuto empatico e congruo ai suoi bisogni. DOTT.SSA TOSI MARIA LUISA

Dott.ssa Giulia Pacifici
Dott.ssa Giulia Pacifici
Psicologo, Terapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno , dall'attenta lettura della sua situazione traspare il suo grande bisogno di comunicare loro la sua diagnosi, la sua etichetta forse nel tentativo di essere accettata da loro, compresa in quello che e il suo mondo interiore. Finché tuttavia non sarà lei la prima a accettare e in qualche modo desiderare di riscattare la sua situazione anche con piccoli passi, sarà difficile trovare l'approvazione in due persone che con una certa età e esperienza si sono fermati alla realtà che per loro è più semplice e funzionale.
Può parlare con loro, può leggergli la diagnosi che le e stata fatta se lo ritiene utile, ma prima di tutto deve accettare il fatto che probabilmente i suoi non la comprenderanno fino in fondo. Deve cambiare il suo modo di guardare al problema e cercare una comunicazione con loro per lei che non passi per l'accettazione perché per loro è molto difficile se prima non lo fa lei per lo meno.
Essere genitori e il mestiere più difficile ma ciò non toglie che anche essere figli non lo sia, cerchi di superare il bisogno della loro approvazione e inizi passo passo con piccoli traguardi.
Forza e coraggio, non demorda!

Dott.ssa Federica Benna
Dott.ssa Federica Benna
Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta
Chieri
Buongiorno, ognuno ha un modo del tutto personale e individuale di esprimere la propria sofferenza e non è certo un'etichetta diagnostica che definisce chi è lei e che cosa esprime. Continui con il suo percorso di psicoterapia e lavori, insieme al suo terapeuta, sulla relazione che è l'elemento fondamentale per il cambiamento.

Dott.ssa Wanda Donisi
Dott.ssa Wanda Donisi
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Da terapeuta sistemico relazionale mi sento di dirle che già individuare schemi disfunzionali e apportare personali modifiche le permetterebbe di risolvere una parte del suo malessere. Certo il massimo sarebbe coinvolgere il nucleo familiare ma il più delle volte mi creda è veramente difficile, perché è più facile rifiutare di avere un problema o di esserne concausa e lasciare il paziente designato (portatore del sintomo familiare) da solo a risolvere il disagio che occuparsene assumendosi una quota di responsabilità. Per cui può farlo da sola sapendo che il suo cambiamento inciderá comunque su tutti. Per la parte traumatica che le crea il dolore psichico potrebbe affiancare una terapia EMDR. Per quanto riguarda il quesito come far capire ai suoi genitori il suo malessere, io le suggerirei di partire da sé stessa da cosa sperimenta emotivamente in questo dolore... Descriva il suo dolore, cosa c'è dentro. Se non arriverà a loro, cosa che deve mettere in conto, sarà servito a lei per mettersi in contatto con la sua emotività.
Saluti

Dr. Ioannis Georgantas
Dr. Ioannis Georgantas
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno, la scelta di intraprendere un percorso analitico accompagnato da un supporto farmacologico prescritto dal suo psichiatra penso che sia la via corretta. La sua necessità di comunicare con i suoi familiari la diagnosi è un modo per farsi ascoltare ed accogliere dal suo ambiente. Attraverso il lavoro con il suo terapeuta acquisira le capacità necessarie per diventare più indipendente e credere in se stessa. In ogni uno di noi ci sono sempre le risorse necessarie per capire e migliorare se stessi. Continui e demorda . Cordiali saluti

Dott. Andrea De Simone
Dott. Andrea De Simone
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
San Gregorio Magno
Buongiorno, continui il suo percorso e non cerchi spiegazioni di natura psicopatologia.
Adesso è importante comprendere prima le sue dinamiche emotive e cognitive e successivamente iniziare a modificarle con una nuova consapevolezza.
Ottime cose, Dott. Andrea De Simone

Dr. Giorgio Paltrinieri
Dr. Giorgio Paltrinieri
Psicologo, Psicoterapeuta, Professional counselor
Mirandola
Buongiorno,
Ritengo che la sua richiesta in merito al coinvolgere i suoi genitori, nella sua sfera psichica sia un desiderio legittimo, ma credo che sia deleterio per il suo benessere. Molte volte ci troviamo nella condizione di ricevere un riconoscimento che ci risarcizzi di tutto il .male sofferto, in particolare dai genitori, i quali idealmente avrebbero questa mission fin dalla propria nascita. Ma purtroppo non è quasi mai così, perché a volte non sono in grado di farlo. Non ce la fanno!e non è una colpa. I figli allora non riescono ad emanciparsi perché è come se non avessero mai "fatto il pieno" e aspettano all'infinito questo risarcimento.
Il lavoro per lei importante è quello di "mettersi via", lasciarsi alle spalle questa idea, poiché solo noi stessi siamo fautori della nostra felicità e benessere. La parola chiave per lei, ma anche di tutti noi è Accettazione e Compassione, la prima verso ciò che non possiamo cambiare, la seconda verso noi stessi e gli altri perché siamo tutti esseri fragili e fallaci.

Dott.ssa Simona Murtas
Dott.ssa Simona Murtas
Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta
Cagliari
Gentilissima, comprendo il suo stato d' animo per il fatto che non sente accolto e riconosciuto il suo malessere, da chi per primo dovrebbe capirla, o come dice lei almeno prenderne atto.
Mi pare importante che lei, nonostante questa necessità, abbia comunque deciso di prendersi cura di sé, questo è il punto di partenza, e per farlo bisogna ascoltarsi, lasciare che le proprie emozioni e sensazioni emergano. Questo, come scrive, è ciò che le chiede la sua analista e lei chiede come si fa. Ha colto perfettamente il punto. Una diagnosi, a volte stigmatizzante, non coglie assolutamente la varietà delle emozioni che lei prova. Si fermi, stia in ascolto, se la aiuta scriva, disegni, o trovi lei un un'altro modo per esprimere ciò che sente. Non abbia fretta, inizi da ciò che arriva, stia su quello, senza preoccuparsi di dire la cosa giusta.
Le faccio tanti auguri.
Buona giornata




Dott.ssa Simona Zaghini
Dott.ssa Simona Zaghini
Psicologo, Psicologo clinico
Cattolica
Buongiorno , credo che la sua sofferenza lei sia in grado di farla capire benissimo, traspare dal suo racconto , non credo sia questo il problema, a volte purtroppo parliamo ai muri. Trovo invece fantastico la sua scelta di pagarsi la terapia e di dirigersi verso i suoi desideri, di cercare un “luogo “ per lei più comodo per vivere. Scoprire ciò che la fa stare meglio, qualunque cosa sia.
La terapia potrà esserle d’aiuto nel trovare la sua realizzazione .
Buon proseguimento

Dott.ssa Arianna Sala
Dott.ssa Arianna Sala
Psicologo, Psicoterapeuta
Cernusco sul Naviglio
Gentilissima,
io mi permetto di risponderle con una domanda che, dal mio punto di vista sarebbe opportuno che lei portasse in terapia per poterla affrontare a fondo: "come mai mi preme così tanto definire e trasmettere in modo chiaro i termini del mio malessere agli altri?, che scopo dovrebbe avere la cosa? quali funzioni?". Le rammento che, sebbene il suo disturbo, pare di capire, sia cronico e fonte di tante sofferenze lei è altro rispetto al suo disturbo. Provi a preoccuparsi meno di definirsi agli occhi degli altri e provi ad iniziare a vivere le relazioni "Semplicemente" mettendosi in gioco, raccontandosi, "essendoci"....magari già questo potrebbe essere una piccola fonte di sollievo.
Disponibile per chiarimenti
Dott.ssa Arianna Sala
Psicologa Psicoterapeuta
Cernusco sul Naviglio

Gentilissima, non posso che concordare con i colleghi che sottolineano quanto la sua scelta di intraprendere un percorso e trovare la forza ed il coraggio di farlo con le sue risorse sia encomiabile e quanto mai azzeccata.
Non ho una risposta alla sua domanda, perché non penso ci sia "una" risposta, ma mi sento di lasciarle una riflessione: la diagnosi, intesa non come processo ma come etichetta, come "parole tecniche" come lei dice, per i non addetti ai lavori può spesso risultare ancora più incomprensibile, soprattutto se dall'altra parte manca la disponibilità ad apprendere chi lei è e comprendere come lei si sente.
Il rischio, nel "buttare in faccia" un'etichetta, è che le persone si ritirino dietro a parole che non capiscono e che finiscano per "riempirle" dei loro pregiudizi e delle loro impressioni e paure, non per malizia, ma per sincera difficoltà e, anche, per una sorta di comodità.
Non posso fare a meno di concordare con i colleghi che qui sopra le suggeriscono, pur comprendendone la difficoltà e la fatica, di sforzarsi di fermarsi e stare in ascolto, aspettando che le parole giuste per comunicarsi ad ognuna delle persone che le sono vicine in modo personale "vengano", avvalendosi del percorso terapeutico in cui è impegnata e che sicuramente la potrà sostenere ed aiutare in questo gran lavoro in cui si è impegnata.
I miei migliori auguri per tutto, buon "lavoro".

Buongiorno cara utente, la ringrazio per la sua fiducia nell'esporre il suo vissuto.
Non si focalizzi sulle diagnosi, una persona non è un'etichetta o una definizione da manuale. L'essere umano è un insieme di tanti aspetti, mentali, emotivi e fisici e non solo. Si affidi al profondo ascolto di sé stessa. Leggo che ha intrapreso un percorso analitico da due anni, ascolti profondamente ciò di cui ha bisogno adesso. Le esigenze possono cambiare come cambiamo tutti noi nel tempo. Provi a raccontare al suo terapeuta ciò di cui sente di aver bisogno ora. Rimango a disposizione.
Dottoressa Monica Pesenti

Dott.ssa Francesca Zanelli
Dott.ssa Francesca Zanelli
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Imola
Buongiorno! Come già le hanno giustamente detto altri colleghi, l'etichetta diagnostica non è sufficiente a descrivere come lei si sente dentro, nè è chiara e univoca nel tentativo di comunicare il suo vissuto agli altri. Ciò che è davvero importante è avere la possibilità di esprimere, con parole sue, la complessità di quello che sta vivendo, con tutte le sue sfaccettature. Grazie all'analisi che sta facendo, immagino sarà giunta a molte consapevolezze e avrà fatto un po' di ordine nei suoi pensieri e nelle sue emozioni. Forse potrebbe chiedere all'analista di aiutarla a costruire il messaggio che vuole trasmettere ai suoi genitori. Allo stesso tempo le propongo di chiedersi come mai è così importante per lei essere capita ad ogni costo e come mai non è sufficiente che lei abbia compreso meglio come mai si sente in questo modo e cosa può fare per stare meglio, ma serve coinvolgere anche i suoi genitori. Forse potrebbe essere il momento (e l'analista la aiuterà in questo) di iniziare a lavorare sull'accettare la possibilità che i suoi genitori non siano in grado di capirla, nè di "risarcirla" per le sue sofferenze. Questo potrebbe essere un buon cammino per liberarsi da questo peso e dedicarsi alla sua vita.
Cari saluti e buona continuazione della sua terapia!

Dott.ssa Mariella Marotta
Dott.ssa Mariella Marotta
Psicologo, Psicoterapeuta
Modica
Gentilissima, solo chi vive il proprio dolore può comprendere cosa significhi. Ha fatto bene a intraprendere un percorso terapeutico, questo, la aiuterà a comprendere come gestire la propria vita piuttosto che essere vittima degli eventi e delle relazioni che la circondano.
Cordiali saluti
M. Marotta

durante i colloqui con il suo terapeuta approfondisca la relazione terapeutica con lui confidandogli tutti le problematiche di relazione con i suoi genitori e con la sua vita quotidiana.

Dott.ssa Angela Sgambati
Dott.ssa Angela Sgambati
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno. Volevo solo dirle che lei non è una diagnosi ma una persona. Una persona che ha bisogno di essere ascoltata e aiutata, in una maggiore consapevolezza dei suoi obiettivi.
Un saluto

Buonasera, conoscere la propria diagnosi spesso è controproducente .
Se ha il desiderio di condividere il suo malessere con i suoi genitori provi a far tesoro di ciò che ha scoperto e compreso di se’ stessa in questi due anni di analisi, provi a raccontarsi.
Riuscire a narrare la propria sofferenza a chi si ama aiuta sia chi parla che chi ascolta.
Un forte in bocca al lupo!
Cordialmente
Dr.ssa Russo

Dr. Vittorio Cameriero
Dr. Vittorio Cameriero
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Calderara di Reno
Buonasera, ritengo dalla lettura della sua condizione esistenziale, che lei possa fare una buona strada verso la "guarigione" della sua sofferenza emotiva. Una sofferenza che ha tuttora bisogno di comprendere, di esternare e di confrontarla con i graduali sviluppi della sua identità autonoma. Affiancata certo da un professionista che la guida passo passo verso la nuova adultita'. Non mi metterei tanto il problema di far capire tutto ai suoi genitori, almeno per adesso. Resti concentrata su se stessa, con la fiducia di migliorare in modo significativo, nella gestione della sua vita e della sua emotivita'. Auguri di un buon percorso!

Dott. Giacomo Scuderi
Dott. Giacomo Scuderi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Pedara
Cara amica, purtroppo i genitori non ci possono capire. Spesso anzi sono la causa (che non vuol dire colpevoli) dei nostri disagi e l'unica risorsa che abbiamo per diventare più forti è scoprire chi siamo e costruire la nostra autonomia. Continua con il tuo percorso e le risposte arriveranno.

Gentilissima,
sono d'accordo anche io nel non porre troppa attenzione alle "etichette", credo che debba essere dato spazio a come si sente.
Dalle sue parole mi sembra di percepire un senso di solitudine, ha fatto bene ad intraprendere un percorso, credo che la relazione con i suoi genitori e la ricerca della loro approvazione e vicinanza possa essere un buon punto su cui lavorare in terapia.
Un caro suluto.

Gentile ragazza, non è facile probabilmente spiegare termini tecnici, ma credo che potrebbe essere più utile spiegarle i termini del o dei problemi con parole più accessibili.
Lei dice di non voler fare una terapia familiare e nello stesso tempo vorrebbe far capire ai suoi genitori la sua sofferenza che si porta dietro da 10 anni.
E' possibile venire incontro a queste due esigenze con una terapia individuale che bypassa quella familiare, pur avendo gli stessi risultati. Per maggiori informazioni le segnalo un mio articolo sulle relazioni interpersonali che può trovare sul mio sito. Cordiali saluti

Ciao, capisco la tua sofferenza e la difficoltà di spiegare agli altri come ti senti. La verità é che con qualunque termine provi a spiegarlo, portando prove oggettive o diagnosi, le persone non capiranno cosa provi e come ti senti perché non sono te. Tu sai quanto sia dolorosa la tua situazione e gli altri possono provare a immaginarla ma mai comprenderla fino in fondo. Inoltre, riportare dati oggettivi sembrerebbe più una giustificazione al tuo comportamento e non aiuterebbe nei casi in cui la persona é convinta che tu non abbia nulla. Sarebbe meglio e più utile per te parlare di come ti senti a qualcuno con cui sai di poterti aprire e che sai possa avere una sensibilità tale da accoglierti e capirti. La tua terapeuta potrebbe essere questo qualcuno, ma anche altre persone che sai potrebbero darti supporto. Provare a spiegare a chi non vuole capire é il più inutile dei lavori, a volte solo l'emozione può suocere queste persone.
Ti auguro il meglio
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Dott.ssa ELISA MARIA CRISTINA PAGANINI
Dott.ssa ELISA MARIA CRISTINA PAGANINI
Psicoterapeuta, Psicologo, Terapeuta
Legnano
Cara paziente,
è stata molto brava a chiedere aiuto, vedrà che se si trova bene e se ha fiducia nel suo terapeuta farà molti passi in avanti. Credo in questo caso le occorra in primo luogo riconoscere il limite che probabilmente i suoi genitori hanno nel riconoscere e gestire le emozioni e le tematiche della sofferenza fisica e psicologica. Metta in preventivo che potrebbero capire solo in parte quello che spiegherà e potrebbero in senso protettivo - nel tentativo di rassicurarla sulle sue possibilità e rassicurare se stessi - minimizzare in parte il percorso che sta effettuando. Può dire loro che, sentendosi bloccata e senza le energie necessarie in vari campi, ha iniziato questo percorso per rinforzare le sue sicurezze e che la potrebbe aiutare una loro approvazione e appoggio. Spieghi che sentirli in sintonia potrebbe darle una marcia in più per potercela fare al meglio.
Dopo parli col suo terapeuta di tutto quanto emerge. Buon percorso!

Dott.ssa Maria Grazia Schembri
Dott.ssa Maria Grazia Schembri
Psicologo, Professional counselor
Cavriago
Diventare adulti significa, tra le altre cose, rinunciare alla comprensione da parte di chi ci ha dato la vita. La storia, anche clinica, dei figli adulti non appartiene più ai genitori. La vita non si attarda sul passato, ha bisogno di futuro e lei, con tutte le sue inquietudini, diagnosticato e non, è il futuro. Appena sarà pronta a fiorire come essere autonomo, equilibrato e completo lo farà, non dubiti. Nel frattempo segua il suo percorso psicologico con fiducia e non smetta di cercarsi.

Dott.ssa Elisa Paterlini
Dott.ssa Elisa Paterlini
Psicologo, Psicoterapeuta
Carpi
Gentilissima, tutti noi non desideriamo altro che essere compresi ed accettati per le persone che siamo, soprattutto nella nostra sofferenza. Ma la nostra sofferenza non è l’unica cosa che ci definisce, per cui la sua diagnosi non è la sua persona, lei è molto di più, ha tutta una complessità che la rende unica. Può essere utile sicuramente spiegare a chi le sta accanto ciò che sente, ma il mio consiglio è quello di andare oltre a questa etichetta lei per prima, cosicché possano farlo anche gli altri.
Un discorso a parte merita la parte riguardante i suoi genitori, ma i colleghi che mi hanno preceduto nella risposta sono stati già esaustivi a sufficienza. Tenta presente che le aspettative verso i genitori sono molto difficili da togliere, perché sono le nostre radici fondamentalmente, ma è l’unica cosa da fare per stare meglio: i suoi genitori hanno fatto il possibile per lei con i mezzi a loro disposizione, che non sono stati sufficienti, e dove non sono arrivati loro deve arrivare lei, gratificandosi da sola. Non è facile, ma pian pianino ci si riesce.
In bocca al lupo!

Dott.ssa Elisa Paterlini

Dott.ssa Susanna Nuti
Dott.ssa Susanna Nuti
Psicoterapeuta, Psicologo
Firenze
È difficile entrare da fuori nella sua intimità, ma penso che “come spiegare il suo malessere in modo semplice “ riuscirà a scoprirlo all’improvviso ... diventerà chiaro continuando il suo percorso con la terapeuta a cui dovrebbe affidarsi...ripercorrerà così con lei la sua vita fino a raggiungere un’autonomia affettiva che la renderà in grado di farsi ascoltare e di convincere tutti riguardo a quello che è il suo pensiero....
grazie Susanna Nuti

Dott.ssa Maria Caterina Boria
Dott.ssa Maria Caterina Boria
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Arrivare a comunicare agli altri, ed in particolare alle persone che ci sono più care, quello che proviamo e perché lo proviamo, soprattutto se si tratta di situazioni di malessere o sofferenza profonda, è un obiettivo che spesso si raggiunge solo dopo molti anni di lavoro su di sé. Lei lo stai facendo e quindi sono sicura che presto riuscirà a far capire ai suoi genitori la tua sofferenza. Non c'è un modo semplice di spiegare il malessere, l'arte è una via che persone sensibili e dotare hanno sperimentato, a volte con successo, per riuscirci. Perché non cerca un film in cui si identifica, che narra di situazioni simili alla sua da mostrare ai suoi genitori per cercare di trasmettere loro, con un linguaggio nuovo, come si sente?

Buongiorno. Vorrei chiederle se ci sono dei momenti in cui si sente bene, sollevata; si sente talvolta tranquilla e fiduciosa di poter affrontare e venire a capo dei suoi problemi? Se la sua risposta è positiva, allora potrebbe sfruttare la chiarezza di pensiero a cui accede in quei momenti di benessere. È più in contatto con sé stessa e allora diventa più semplice per lei comprendere ed esprimere il proprio disagio e sofferenza. Se è nelle sue corde scrivere, potrebbe farlo per conservare con lo scritto quella lucidità di comprensione e per trasmetterla alle persone significative dalle quali vuole farsi capire. Una sorta di diario interiore potrebbe funzionare da appoggio nei momenti in cui tutto sembra difficile e confuso. Un saluto e un augurio per il percorso che sta affrontando e per la sua vita. Dott.ssa Cinzia Lucia Bugni Batte

Dott. Emanuele Grilli
Dott. Emanuele Grilli
Psicologo, Psicoterapeuta
Lido Di Ostia
Salve. Lei vorrebbe stabilire con i suoi genitori una relazione più sana, nella quale poter comunicare le sue difficoltà, la sua "malattia". Ho capito bene? Intanto le vorrei dire che il suo percorso le sarà molto utile per migliorare il rapporto con sé stessa. Col tempo sono certo che troverà le parole più semplici per arrivare al cuore dei suoi genitori.
Le auguro una buona vita.
Cordiali saluti Dottor Emanuele Grilli.

Dott. Alessio Vellucci
Dott. Alessio Vellucci
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Gentile Utente,
Porta con sé una sofferenza che ha radici antiche, e tutt'oggi con grande volontà sta provando a guardarla negli occhi e gestirla. Non è facile, ma sta compiendo un grande atto di volontà. Purtroppo il suo malessere sembra mancare di testimoni, ora sono i suoi genitori che non riconoscono fino in fondo le sue difficoltà e il loro contributo alle stesse, ora sono amici e conoscenti che vedono il suo attuale ritiro come una volontà debole. Le etichette diagnostiche, che sono care ad alcune scuole di pensiero psicologiche, non aiutano in questo senso, anzi confondono, nella migliore delle ipotesi costringendo la persona ad impararle a memoria per dare una forma comunicabile al proprio malessere. Comprendo il suo desiderio di sentire riconoscersi il malessere dai suoi genitori, è umano, ma è una scommessa pericolosa, perché potrebbero farlo come anche non riuscirci mai. Indipendentemente da ciò, sia lei la prima testimone di sé stessa, si riconosca diritti e dignità del suo star male, e si conceda di restituire a ciascuno il suo contributo in questa dolorosa situazione: ciò su cui abbiamo veramente potere siamo noi stessi, purtroppo non gli altri. Un caro augurio di buona fortuna

Dott.ssa Irene Capello
Dott.ssa Irene Capello
Psicologo, Psicologo clinico
Asti
Gentile Utente, è comprensibile il desiderio di spiegare la sua sofferenza a chi le è più vicino, in modo che anche gli altri riescano a capire cosa sta passando. Ci chiede se esiste un modo più adatto per comunicare come si sente. Certo esiste il linguaggio più tecnico dei manuali e delle diagnosi, che tenta di descrivere e di categorizzare la complessità della sofferenza psicologica. Ma questo linguaggio ha il grande limite di non riuscire a cogliere l’unicità e la soggettività proprie di ogni persona. Le consiglio quindi di provare a spiegare come si sente con le sue parole, che non sono tecniche ma sono sicuramente più ricche di un manuale, più adatte a raccontare la sua storia e il suo personale modo di sentire.
I miei più grandi auguri, dott.ssa Irene Capello.

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