Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà ne

21 risposte
Seguo uno psicoterapeuta da 15 anni, ciò che è rimasto: rimuginio, non sono "sciolto", difficoltà nelle relazioni, rigidità, i fastidi relativi a sensazioni comuni sono attenuati ma alcuni risultano molto limitanti, per esempio se uso cuffie o auricolari mi solleticano le orecchie mi gratto spesso e non riesco ad ascoltare la musica, infatti la ascolto con lo stereo.
All'ultimo appuntamento ho chiesto come devo cambiare la rigidità e il terapeuta ha risposto che l'obiettivo è di smussarla partendo dal non andarsene prima rispetto agli altri del gruppo quando esco, lo ha già ripetuto altre volte.
Ho fatto notare che non ci riesco ma secondo lui è questione di abitudine e ha citato il cambiamento dei vestiti che in passato ho realizzato.
Non capisco perché confronta i fastidi con l'orario, sono due cose diametralmente opposte, i fastidi li volevo eliminare perché sarebbe andato solo a mio vantaggio, coricarsi dopo la mezza notte non può portare a nessuna conseguenza positiva.

Per far capire se vado a letto alle 23 sto bene già se arrivo a mezzanotte il giorno dopo mi sento stanco. L'ultima volta che ho fatto tardi ero uscito mi avevano dato il passaggio dunque non potevo tornare prima. Uscimmo da un locale per andare in un altro a giocare a scala 40 senza soldi e alla fine tornai a casa alle 1.30. Già nel locale verso le 23.40 ero così stanco che quando parlavo dicevo poco e niente, mi dimenticavo di continuo le regole e alla fine mi stancai anche di giocare di nuovo rimanendo seduto a guardare in silenzio.
Il giorno dopo mi bruciavano gli occhi che non potevo accendere la luce in stanza e ci sono volute le gocce, non sono riuscito a studiare, nemmeno a lavorare con papà (anche se era domenica), mi sentivo senza alcuna energia, non riuscivo a guardare lo schermo dello smartphone. Non sono neanche riuscito ad andare in palestra la mattina, cosa che mi fa sentire vivo e attivo.
Alle 17 visto che ormai la giornata l'avevo buttata nel cestino ho pensato di masturbarmi ma non riuscivo a mantenere l'erezione (mi capita ogni volta che dormo troppo poco), mi stavo per addormentare. E come succede sempre quando vado a letto dopo l'una, nonostante tutto, non arrivo all'eiaculazione.
Poi a mangiare la pizza da Zia ci siamo andati lo stesso ma non ho parlato quasi.
Ne parlammo già io e il terapeuta.
Mi chiedo, a prescindere dal malessere che provocano agli altri le ore piccole, che senso ha continuare a fare gli orari degli altri se mi fa stare così male?
Se secondo la scienza coricarsi tardi è dannoso come è possibile che per sbloccare la situazione attuale debba proprio fare le ore piccole?
Visto che il terapeuta mi dice di non tornare a casa prima come se fosse una condizione necessaria affinché possa diventare più spigliato come è possibile che esistano persone che non hanno bisogno di uno psicoterapeuta e si coricano al mio stesso orario?
Grazie per le risposte.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso in modo così approfondito quello che stai vivendo e anche i dubbi che emergono rispetto al tuo percorso.

Da ciò che racconti colgo una forte fatica legata sia ad alcuni aspetti più quotidiani e corporei (come il sonno e le sue conseguenze sul tuo funzionamento il giorno dopo), sia a vissuti interni di rigidità, rimuginio e difficoltà nelle relazioni che nel tempo sembrano essersi attenuati solo in parte. È comprensibile che tu possa sentirti confuso quando non riesci a vedere un collegamento chiaro tra le indicazioni che ricevi in terapia e il beneficio che ti aspetteresti.

In un percorso psicoterapeutico, a volte, alcune indicazioni possono avere anche una funzione “esperienziale” o graduale, cioè non immediatamente intuitive, e diventano più comprensibili proprio all’interno del lavoro condiviso con il proprio terapeuta, che conosce la tua storia e gli obiettivi su cui state lavorando. Allo stesso tempo, è molto importante che tu possa portare apertamente questi dubbi dentro lo spazio terapeutico, proprio come stai facendo qui: il senso delle indicazioni, la loro utilità percepita e il loro impatto concreto sulla tua vita quotidiana sono elementi centrali del lavoro.

Rispetto al tema del sonno e del benessere psicofisico che descrivi, emerge chiaramente quanto per te alcune variazioni possano avere conseguenze significative sul giorno successivo. Anche questo è un aspetto importante da poter esplorare insieme, per comprendere meglio i tuoi bisogni, i tuoi limiti e le strategie più sostenibili per te.

Ti incoraggio quindi a riportare con ancora più chiarezza al tuo terapeuta tutto ciò che stai sentendo, compresa la fatica a comprendere il senso di alcune indicazioni: può essere proprio questo tipo di confronto a permettere un’eventuale ricalibrazione del percorso.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

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Dott. Salvatore Augello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Palermo
Buongiorno, da ciò che racconta il punto non sembra essere il fatto di andare a letto tardi in sé, ma il significato che il terapeuta attribuisce a quel comportamento, cioè allenare una maggiore flessibilità. Questo però non vuol dire che debba ignorare il suo corpo o fare esperienze che per lei risultano realmente troppo pesanti e disorganizzanti.
Il nodo centrale, probabilmente, è trovare con il terapeuta obiettivi più graduati, realistici e condivisi, che non la facciano sentire forzato o non compreso. Se continua a percepire che le sue difficoltà vengono semplificate o accostate in un modo che per lei non ha senso, sarebbe importante dirlo apertamente in seduta. Una terapia utile non dovrebbe chiederle di stare peggio, ma aiutarla a diventare più flessibile rispettando i suoi limiti.
Dott. Michele Iannelli
Omeopata, Agopuntore, Psicoterapeuta
Roma
Onestamente e con tutto il rispetto nei confronti del collega, ritengo che 15 anni di cura con questi scarsissimi risultati siano l'indizio per ipotizzare che questa terapia si sia arenata.
Sono un medico psicoterapeuta EMDR e omeopata e ottengo ottengo ottimi risultati in tempi relativamente brevi con questa metodologia. Se fosse interessato ad approfondire mi può contattare. Cordiali saluti da Michele Iannelli.
Dott. Davide Ciccarelli
Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Quello che racconti è molto chiaro e, in un certo senso, anche molto comprensibile: da una parte c’è un corpo che ti dà segnali piuttosto netti — la stanchezza, il calo di energia, le difficoltà il giorno dopo — e dall’altra c’è una richiesta del terapeuta che sembra andare in direzione opposta. È naturale quindi che tu faccia fatica a trovare un senso e che ti venga da pensare: “perché dovrei fare qualcosa che mi fa stare peggio?”.

Proverei però a spostare leggermente lo sguardo, senza invalidare quello che senti.
Mi sembra che tu stia mettendo sullo stesso piano due livelli diversi: da un lato il funzionamento fisico (il sonno, la stanchezza, le conseguenze corporee)
dall’altro un funzionamento più psicologico e relazionale, che ha a che fare con la rigidità, il controllo, il “dover fare le cose in un certo modo per stare bene”.

Quando il tuo terapeuta insiste sul “non andare via prima degli altri”, è possibile che non stia lavorando tanto sull’orario in sé, ma su qualcosa che quell’orario rappresenta. Come se quella scelta di andare via prima non fosse solo legata alla stanchezza, ma anche a un bisogno più profondo di mantenere un certo controllo, di non esporsi troppo, di restare dentro una zona prevedibile.
Questo non vuol dire che tu non sia davvero stanco — quello è reale. Ma forse, nella relazione terapeutica, si sta cercando di capire se quella rigidità sugli orari sia anche un modo per proteggerti da qualcosa, non solo dal sonno perso.
Mi colpisce, ad esempio, come descrivi la serata: già alle 23.40 eri molto affaticato, parlavi poco, ti ritiravi. Potrebbe essere interessante chiedersi non solo quanto eri stanco, ma anche che esperienza era stare lì con gli altri in quello stato:
era solo stanchezza fisica? oppure c’era anche un sentirti un po’ fuori, in difficoltà, esposto?
Un altro punto che forse il tuo terapeuta sta toccando — magari senza averlo esplicitato abbastanza — riguarda l’idea che il cambiamento non passi sempre dal “fare ciò che ci fa stare meglio subito”. A volte passa da piccoli spostamenti che inizialmente possono risultare scomodi, ma che servono a rendere il funzionamento meno rigido.

Detto questo, la tua domanda resta importante: che senso ha farlo se poi stai così male il giorno dopo?
E qui secondo me c’è uno spazio di lavoro interessante tra voi due. Perché non si tratta di stabilire chi ha ragione, ma di riuscire a: capire meglio cosa rappresenta per te quell’andare via prima, chiarire fino a che punto ha senso forzarti e quando invece rischia di essere controproducente.
Forse più che cercare una risposta “giusta” (devo restare / devo andare via), potrebbe essere utile portare in seduta proprio questo conflitto così come lo hai scritto qui: il fatto che ti sembra una richiesta poco sensata, che ti senti non capito nel tuo funzionamento corporeo, e che fai fatica a vedere il collegamento tra le due cose.

A volte il punto non è tanto l’indicazione in sé, ma come viene costruito insieme il significato di quell’indicazione. E da quello che scrivi, sembra che questo passaggio tra voi sia ancora un po’ opaco.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Capisco la sua confusione, ed è una domanda molto sensata.

Provo a chiarire un punto centrale: il suo terapeuta probabilmente non sta lavorando sull’orario in sé, ma su ciò che quell’orario rappresenta. Restare fuori più a lungo, nel suo caso, sembra essere legato alla difficoltà a tollerare alcune sensazioni (stanchezza, disagio, perdita di controllo, rigidità nelle abitudini) e alla tendenza a “ritirarsi” quando queste aumentano.

Quindi l’obiettivo non è “farla andare a letto tardi perché fa bene”, ma aiutarla ad aumentare la flessibilità psicologica e la capacità di stare nelle situazioni sociali anche quando non sono perfettamente confortevoli.

Detto questo, c’è un aspetto importante da non trascurare: il suo corpo le sta dando segnali molto chiari. La privazione di sonno, per lei, ha effetti marcati (stanchezza intensa, difficoltà cognitive, irritabilità, calo dell’energia e anche effetti sulla sfera sessuale). Questo è coerente con ciò che sappiamo: il sonno è un bisogno fisiologico fondamentale, e non tutte le persone tollerano allo stesso modo la riduzione delle ore di riposo.

Il punto quindi non è scegliere tra “rigidità” e “benessere fisico”, ma trovare un equilibrio tra questi due aspetti.

Le faccio notare alcune possibili chiavi di lettura:

La rigidità non riguarda solo l’orario, ma il fatto che esista una regola interna molto forte (“devo andare a letto entro le 23 altrimenti sto male”) che non ammette eccezioni.
Il lavoro terapeutico potrebbe mirare a rendere questa regola più flessibile, non a eliminarla del tutto.
Tuttavia, esporsi in modo troppo intenso (fare le 1:30 quando già alle 23:40 è in difficoltà) potrebbe essere controproducente, perché la mette in una condizione di sofferenza troppo elevata.

In una terapia efficace, di solito, si lavora per gradi: piccole variazioni sostenibili, non cambiamenti drastici che portano a “crolli” come quello che descrive.

Per quanto riguarda il confronto che lei fa (“ci sono persone che vanno a letto presto e stanno bene senza terapia”), è corretto: non è l’orario in sé il problema. La differenza è che, in quelle persone, l’orario è una scelta flessibile, non una regola rigida che limita la vita sociale o genera ansia.

Infine, sui fastidi sensoriali (come quello alle orecchie con le cuffie): anche questi possono rientrare in una sensibilità aumentata o in una difficoltà a tollerare certe sensazioni corporee. Anche qui, il lavoro non è “forzarsi a sopportare tutto”, ma modulare gradualmente la risposta.

In sintesi: la direzione del lavoro terapeutico (aumentare la flessibilità) è comprensibile, ma è importante che sia calibrata sui suoi limiti fisiologici reali. Potrebbe essere utile riportare al terapeuta, in modo molto diretto, proprio ciò che ha scritto qui: non solo che “non riesce”, ma quanto è alto il costo fisico e mentale di questi tentativi.

Se sente che questo punto non viene compreso fino in fondo, può essere utile un confronto più approfondito o anche un secondo parere, per ritarare il percorso sulle sue esigenze specifiche.

Le consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da trovare un equilibrio più sostenibile tra benessere fisico e cambiamento psicologico.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, la situazione che descrivi è comprensibilmente frustrante, soprattutto dopo un percorso terapeutico così lungo. Provo a offrirti una chiave di lettura che forse può chiarire il punto del tuo terapeuta, senza però mettere in discussione quello che senti. Non sembra che il tuo terapeuta stia dicendo che fare tardi sia di per sé utile o salutare, piuttosto è probabile che stia lavorando sulla tua rigidità comportamentale, cioè sulla difficoltà a tollerare situazioni che escono da schemi molto precisi come l’orario in cui vai a dormire o il bisogno di evitare certe sensazioni o condizioni. In quest’ottica il punto non è l’orario in sé ma il fatto che tu riesca o meno a restare in una situazione sociale anche quando diventa scomoda, stancante o non perfettamente controllabile, come una sorta di allenamento alla flessibilità psicologica.

Detto questo la tua osservazione è assolutamente sensata perché nel tuo caso andare a letto tardi ha conseguenze fisiche e cognitive molto marcate come stanchezza, difficoltà di concentrazione e vari fastidi, e questo non va ignorato né minimizzato. Qui ci sono due piani che andrebbero distinti, da una parte la salute fisica perché se il tuo corpo reagisce così male alla mancanza di sonno è importante rispettare questo limite dato che il sonno è fondamentale, dall’altra la flessibilità psicologica perché imparare a non andare via subito da una situazione sociale può essere utile ma va calibrato in modo sostenibile. Il punto quindi potrebbe essere che non è necessario spingersi fino all’una e mezza per lavorare sulla rigidità ma si potrebbe provare con piccoli cambiamenti graduali, ad esempio restare un po’ più del solito senza arrivare a stare così male il giorno dopo.

Riguardo al confronto con gli altri è vero che esistono persone che vanno a dormire presto e non hanno bisogno di psicoterapia ma la differenza sta nella libertà di scelta, se una persona va a dormire presto perché lo sceglie è flessibile mentre se lo fa perché non riesce a tollerare alternative allora può esserci rigidità. Infine il fatto che tu non condivida il senso di questo intervento è importante perché in terapia quando qualcosa non torna è fondamentale parlarne apertamente, potresti dire chiaramente che capisci l’obiettivo ma che il costo fisico per te è troppo alto e chiedere di trovare insieme un modo più graduale e sostenibile per lavorarci, perché una terapia efficace dovrebbe aiutarti a cambiare senza farti stare peggio in modo sproporzionato rispetto ai benefici. Dott.ssa Giovanna Costanzo
Dott.ssa Arianna Moroni
Psicoterapeuta, Psicologo
Trieste
Buongiorno, grazie per scrivere. Leggo che andare a letto tardi le provoca un peggioramento netto (stanchezza, difficoltà cognitive, calo dell’energia) e il sonno è un fattore biologico centrale che nel suo caso va rispettato.
È probabile che il terapeuta stia lavorando sulla rigidità comportamentale, invitandola a restare di più nelle situazioni sociali. L’obiettivo sembra valido, ma la strategia non dovrebbe diventare “fare tardi”, ma aumentare la flessibilità senza compromettere il benessere. Evitare un fastidio può migliorare la qualità di vita, ma alterare il sonno, la peggiora. Sarebbe importante distinguere tra evitamento disfunzionale e autoregolazione sana.
Potrebbe riportare il tema in terapia in modo diretto, chiarire che comprende l’obiettivo, ma che questa modalità le crea un danno concreto, chiedendo alternative più sostenibili. Cordialmente, AM
Buongiorno,
dal suo racconto emergono delle caratteristiche che fanno pensare all'ambito delle neurodivergenze: la rigidità, il sovraccarico sensoriale, l'abitudine etc sono tipiche delle persone con funzionamento neurodivergente (es: autismo, ADHD, DSA...) Questo non significa che lei rientri sicuramente in questo ambito, ma forse potrebbe essere utile approfondire con test specifici perché riceverebbe delle risposte e non si tormenterebbe più così tanto nel provare a cambiare delle cose perché sono parte del suo modo di essere e vanno anche bene così. Sapendolo, potrebbe comportarsi di conseguenza, ovviamente all'interno di un percorso terapeutico guidato da qualcuno che sappia bene come funzioni una mente neurodivergente.
Spero di essere stata utile,
cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Gentile utente di mio dottore,

essendo già seguito da diverso da tempo da un collega, la inviterei a confrontarsi con lui per ogni dubbio o perplessità. Ne vale della validità del percorso stesso. A volte ulteriori pareri possono solo inquinare il setting terapeutico.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Maria Caterina Boria
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
si percepisce chiaramente la sua fatica: da un lato il desiderio di cambiare alcuni aspetti che la limitano, dall’altro la sensazione che le richieste del terapeuta non tengano conto di come lei funziona davvero, soprattutto sul tema del sonno.

Il punto che solleva è sensato: se per lei dormire poco ha conseguenze così marcate, è comprensibile che non lo viva come un “esercizio utile”, ma come qualcosa che la penalizza. Probabilmente però l’indicazione del terapeuta non è tanto legata all’orario in sé, quanto al lavorare sulla flessibilità: cioè sulla possibilità di tollerare, in modo graduale, piccole deviazioni dalle sue abitudini senza che queste diventino rigidamente non negoziabili.

Questo non significa stravolgere i suoi ritmi o stare male ogni volta, ma trovare un punto intermedio sostenibile. Se l’esempio proposto (fare tardi) per lei è troppo impattante, può essere utile dirlo apertamente e cercare insieme alternative più graduali e realistiche.

Sul fatto che altre persone riescano a mantenere i suoi stessi orari senza difficoltà: ognuno ha un equilibrio diverso. Nel suo caso, la rigidità sembra essere diventata molto centrale e limitante, ed è su questo che si sta lavorando, più che sull’orario in sé.

Un caro saluto.
Dott.ssa Barbara Bellini
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Porto Mantovano
Buongiorno, riguardo la sua situazione ho l'impressione che abbia bisogno di lavorare più nel profondo, alle origini del suo disagio. Concentrarsi sui dettagli dei comportamenti quotidiani, invece che sul meccanismo di base che li provoca, può risultare disorientante e poco efficace. Le auguro il meglio.
Cari saluti,
Barbara
Dr. Fabio Ricardi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Anche se il bisogno di dormire è biologico, e quindi universale,i modi in cui ciascuno lo vive sono molto legati alle caratteristiche personali.Questo per rispondere ( in modo inevitabilmente generico) alla sua ultima domanda.
Quanto ai temi che tocca nella sua lettera,"non sono sciolto, ho difficoltà nelle relazioni interpersonali", sono evidentemente quelli fondamentali. Accettare o no di andare a letto tardi per passare la serata in compagnia, è un'applicazione pratica di qualcosa che viene prima.Un itinerario di psicoterapia è un impegno a due, lei e il terapeuta. Penso che, per quelle che riguarda lei, sia utile mettere le sue energie sull'obiettivo di "essere sciolto, e avere buone relazioni sociali", e solo dopo occuparsi dell'ora in cui andare a dormire ( magari accettando qualche volta di faree tardi, e altre volte no.
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
quello che descrive fa emergere una frustrazione comprensibile: dopo molti anni di terapia sente di avere ancora rigidità, rimuginio e alcune difficoltà pratiche, e fatica a comprendere il senso di alcune indicazioni del suo terapeuta, come quella di non andare via prima degli altri.
Provo a darle una chiave di lettura possibile. L’indicazione che le è stata data probabilmente non riguarda tanto l’orario in sé, né l’idea di “fare le ore piccole”, ma il lavorare sulla rigidità e sulla difficoltà a tollerare il disagio o l’imprevisto, che sembrano essere aspetti centrali del suo funzionamento.
Da ciò che racconta, sembra che per lei andare a letto oltre un certo orario comporti un reale malessere fisico, con stanchezza intensa e difficoltà il giorno successivo. Questo è un elemento importante e concreto, che merita di essere preso sul serio. Non tutte le persone hanno lo stesso ritmo sonno-veglia, e per alcune dormire poco ha effetti molto più pesanti.
Allo stesso tempo, è possibile che il suo terapeuta stia cercando di lavorare su un altro piano: non tanto quello biologico del sonno, ma quello psicologico della flessibilità, cioè la capacità di restare in una situazione sociale anche quando non è perfettamente comoda o prevedibile.
Tuttavia, se per lei il costo fisico è così elevato come descrive, è assolutamente legittimo portare nuovamente questo punto in terapia, spiegando con precisione ciò che ha scritto qui:
- gli effetti concreti del dormire poco (bruciore agli occhi, impossibilità di lavorare o studiare, calo dell’energia)
- il fatto che non si tratta solo di rigidità mentale, ma di una risposta fisica molto intensa
- la difficoltà a comprendere il nesso tra il rimanere fuori più tardi e il diventare più “sciolto”.
Un altro aspetto che merita attenzione è la durata del percorso: quindici anni di terapia sono molti, e se sente che alcuni sintomi rimangono molto limitanti (come i fastidi sensoriali o la rigidità), potrebbe essere utile valutare insieme:
- se l’approccio utilizzato è ancora il più adatto
- se può essere utile integrare con tecniche più specifiche (ad esempio per rigidità, rimuginio o sensibilità sensoriale)
- oppure, in alcuni casi, chiedere un secondo parere professionale, che non significa mettere in discussione il terapeuta, ma ampliare la prospettiva.
Rispetto alla sua domanda finale — come sia possibile che alcune persone vadano a dormire presto senza fare terapia — la risposta è che gli obiettivi terapeutici non sono universali, ma dipendono dalle difficoltà specifiche di ciascuno. Nel suo caso, sembra che il lavoro non riguardi tanto l’orario del sonno, quanto il modo in cui gestisce regole, rigidità e adattamento alle situazioni sociali.
Le suggerirei, nel prossimo incontro, di provare a dire esplicitamente qualcosa come:
“Ho bisogno di capire meglio il senso di questa indicazione, perché per me dormire poco ha conseguenze molto pesanti e temo di farmi del male più che migliorare.”
Questo tipo di chiarimento è parte integrante del lavoro terapeutico e può aiutare a rendere il percorso più comprensibile e condiviso.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Comprendo la sua frustrazione, dopo tanti anni di percorso, è lecito aspettarsi che i propri limiti vengano riconosciuti non siano considerati come resistenze psicologiche.
Dalla sua descrizione emerge una discrepanza tra l’obiettivo del suo terapeuta e il suo reale funzionamento. Quella che lei descrive non è semplice "abitudine", ma un vero e proprio esaurimento delle risorse cognitive. Se il suo sistema nervoso va in sovraccarico dopo una certa ora, chiederle di restare sveglio è una forzatura.
che provoca malessere fisico (bruciore agli occhi, astenia, difficoltà sessuali).
Confrontare il cambio dei vestiti con la privazione del sonno o l'ipersensibilità tattile è improprio. La sensibilità sensoriale ha basi neurobiologiche; non ci si "abitua" a un dolore fisico o a un fastidio neurologico attraverso la sola forza di volontà.
Proverei a riportare al collega l'impatto fisico del giorno dopo, sottolineando che il "prezzo" biologico che paga è troppo alto rispetto al beneficio sociale ottenuto. Un obiettivo terapeutico potrebbe essere imparare a stare bene con gli altri nei propri tempi, e con le proprie modalità anziché cercare di diventare qualcuno che non è.
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buonasera, probabilmente la rigidità di cui parla è una difesa. Bisogna lavorarci con la psicoterapia. Un approccio emdr potrebbe esserle utile in tal senso. Ne parli con chi la segue.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Dott.ssa Claudia Romani
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, da ciò che racconta emerge una forte difficoltà nel conciliare il desiderio di adattarsi a determinati contesti sociali con il rispetto dei propri limiti psicofisici.
La privazione di sonno può avere effetti molto significativi su energia, concentrazione, regolazione emotiva, funzionamento fisico e benessere generale, e alcune persone possono esserne particolarmente sensibili.
Il punto centrale sembra riguardare il delicato equilibrio tra il lavorare su eventuali aspetti di evitamento o rigidità personale e il riconoscere realisticamente ciò che il proprio organismo tollera senza andare incontro a un forte peggioramento del benessere.
In psicoterapia, talvolta, alcune indicazioni possono avere l’obiettivo di ampliare gradualmente la flessibilità comportamentale, ma questo dovrebbe sempre avvenire in modo sostenibile e calibrato sulla persona, senza trascurare il costo psicofisico.
Non tutte le persone hanno le stesse necessità, vulnerabilità o obiettivi terapeutici: ciò che per qualcuno è naturale, per un altro può richiedere un lavoro più approfondito.
Condividere apertamente con il proprio terapeuta queste riflessioni e il livello di sofferenza sperimentato può essere molto utile per ridefinire insieme strategie più equilibrate, che tengano conto sia della crescita personale sia della tutela del proprio benessere.
Dott.ssa Claudia Cenni
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pietra Ligure
Buongiorno, dalle sue parole emerge un disagio reale, che merita di essere compreso senza ridurlo a una semplice questione di orari. Mi sembra che il tema centrale non sia andare a letto tardi in sé, ma il conflitto tra il bisogno di rispettare i suoi ritmi personali e il timore che, facendo così, lei resti bloccato in modalità rigide e poco flessibili.

Probabilmente il suo terapeuta non le sta dicendo che “fare le ore piccole” sia salutare o necessario, ma che in alcune occasioni potrebbe essere utile tollerare un piccolo scostamento dalle sue abitudini per lavorare sulla flessibilità psicologica, sull’ansia di controllo e sulla possibilità di stare nel gruppo senza sentire l’urgenza di ritirarsi. È diverso dal sostenere che debba sempre uniformarsi agli altri.

D’altra parte, ciò che descrive sul piano fisico appare molto intenso: stanchezza marcata, calo funzionale, sensibilità agli stimoli. Questo suggerisce che i suoi ritmi corporei vadano presi seriamente e non banalizzati. La terapia dovrebbe tenere insieme entrambe le dimensioni: il rispetto dei limiti personali e, allo stesso tempo, un graduale lavoro sulla rigidità.

Forse il punto da esplorare con il terapeuta è proprio questo: distinguere quando sta ascoltando un bisogno autentico del corpo e quando invece entra in gioco una regola interna troppo rigida che non le lascia margine di scelta. Non sempre è facile differenziarle da soli.

Potrebbe essere utile riportargli esattamente ciò che ha scritto qui: non solo il disaccordo teorico, ma soprattutto le conseguenze concrete che vive il giorno dopo. Da lì può nascere un confronto terapeutico importante e più calibrato sulla sua esperienza reale. Resto a disposizione anche online.
Claudia Cenni
Dott.ssa GIULIANA ARENA
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve caro scrittore. Capisco i suoi dubbi e le sue perplessità. mi chiedo che cosa le impedisce di parlare di questo con il suo terapeuta. E' terapeutico anche dire delle proprie perplessità e dei propri dubbi rispetto alle tecniche concordate con i propri terapeuti.

Dott.ssa Elda Marqeni
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Buonasera, dalle sue parole si evince che la terapia le abbia giovato su diversi aspetti, ma che percepisca ancora delle difficoltà e una certa rigidità complessiva. Il suo terapeuta sembra aver associato questi due comportamenti come Esempi di una possibile rigidità mentale (come ad esempio convinzioni rigide sul modo di comportarsi, sul modo di pensare o agire). Forse ciò che il suo terapeuta voleva dirle è che anche la migliore delle routine, se seguita in modo rigido e ossessivo, può portare ad effetti indesiderati.
Dott.ssa Federica Ripamonti
Psicologo, Psicoterapeuta
Paderno Dugnano
Gent.mo Paziente,
capisco il suo dubbio, e, in effetti, da come lo descrive il punto non sembra “fare tardi” in sé, ma capire che cosa rappresenti quel comportamento nel lavoro terapeutico. Se il suo corpo reagisce in modo così marcato alla mancanza di sonno — stanchezza intensa, difficoltà cognitive, irritabilità fisica, calo dell’energia e del benessere generale — è comprensibile che lei percepisca quel consiglio come qualcosa di controproducente.

Probabilmente il terapeuta non sta pensando che andare a letto tardi sia salutare o necessario “in assoluto”. Sembra piuttosto che stia lavorando sul tema della rigidità e dell’adattamento: cioè sulla difficoltà a tollerare il fatto che alcune situazioni sociali non seguano i suoi ritmi ideali. Dal suo punto di vista, restare un po’ di più con gli altri potrebbe rappresentare un piccolo allenamento a non interrompere subito l’esperienza quando compare disagio, stanchezza o bisogno di controllo.

Detto questo, c’è una differenza importante tra una rigidità che limita inutilmente la vita e un limite fisiologico reale. Non tutte le abitudini sono patologiche. Ci sono persone perfettamente equilibrate che amano coricarsi presto, hanno bisogno di molte ore di sonno o funzionano male se alterano i propri ritmi. La scienza del sonno conferma che esistono differenze individuali molto forti nella tolleranza alla deprivazione di sonno.

Per questo credo che il nodo vero non sia “deve imparare a fare le ore piccole”, ma capire insieme al terapeuta dove finisca la legittima cura dei suoi bisogni fisici e dove inizi invece una modalità rigida che la porta a evitare esperienze, spontaneità o contatto sociale. Sono due cose diverse, e lei ha diritto a chiedere che vengano distinte meglio.

Mi colpisce anche un’altra cosa: nel suo racconto sembra esserci una tendenza a osservare ogni conseguenza fisica e psicologica in modo molto dettagliato e allarmato. Non lo dico per sminuire ciò che prova, ma perché a volte un’attenzione molto intensa alle sensazioni corporee può amplificare il vissuto di malessere e rendere più difficile capire quanto il problema dipenda dal sonno in sé e quanto dall’ansia, dall’anticipazione o dalla tensione verso il “dover stare bene”.

Dopo quindici anni di terapia, comunque, credo sia legittimo che lei senta il bisogno di capire con maggiore chiarezza dove state andando e perché vengono proposte certe indicazioni. Potrebbe essere utile parlarne in modo molto diretto, non per contestare il terapeuta, ma per chiedergli quale cambiamento concreto si aspetta da questi esperimenti e come distinguere un esercizio terapeutico da qualcosa che per lei diventa realmente destabilizzante.
In bocca al lupo,
dott.ssa Federica Ripamonti
Dott.ssa Barbara Lolli
Psicologo, Psicoterapeuta
Casalecchio di Reno
Buongiorno, se vuoi ne possiamo parlare in call così magari spiega meglio e abbiamo più tempo gratutamente. Mi mandi pure così ci accordiamo

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