Buongiorno, mio figlio diciassettenne ha intrapreso dallo scorso ottobre un percorso psicoterapeuti
Buongiorno, mio figlio diciassettenne ha intrapreso dallo scorso ottobre un percorso psicoterapeutico da lui fortemente voluto per un malessere che lo ha portato fino a episodi di autolesionismo. La psicoterapeuta ha inizialmente effettuato una serie di test clinici dai quali sono emerse depressione ed ansia sociale. Mio figlio ha cominciato a sentirsi un po' ingabbiato in queste definizioni e ne ha giudicato inopportuna la condivisione o, quantomeno, la sottolineatura; inoltre non si è sentito supportato perché la dottoressa secondo lui tendeva a minimizzare il suo disagio ponendovii come unico argine consigli che sembrano quelli della nonna: esci di più, fatti più amici, trovati un hobby. Inoltre, in quasi un anno di terapia, noi genitori siamo stati coinvolti in due sole occasioni, due incontri - pagati profumatamente anch'essi, peraltro - il primo dei quali richiesto dalla professionista, il secondo, a più riprese da me. Durante quest'ultimo colloquio (conclusivo e dunque in cui tirare le fila del percorso) la dottoressa ha riproposto a me richieste di informazioni spiegando che mio figlio non metteva in pratica quanto da lei consigliato e, pertanto, non risultando collaborativo, era stato impossibile agganciarlo per poter lavorare proficuamente sui traumi emersi. Nel frattempo mio figlio, a scuola responsabile e diligente fino allo scorso anno, quest'anno è stato respinto. Capisco bene che non possiate esprimere un giudizio su una collega sulla base di queste poche righe e certo non imputo a lei la bocciatura - ci mancherebbe! - ma nascono spontanee alcune perplessità. Per esempio: da quando una persona depressa è collaborativa? I consigli della nonna sono tecniche psicoterapeutiche? Perdonate lo sfogo e grazie mille per l'attenzione.
1 risposta
Buongiorno, grazie per la condivisione. Come ha già sottolineato non starò qui a parlaremale dell'operato di una collega. Ma posso dirle come mi comporto io: poiché suo figlio è ancora minorenne, cercherei comunque uno scambio con la famiglia e le cose da dire le concorderei prima con il ragazzo, poiché la riservatezza è sempre la prima regola. Nel caso ci fosse un rischio importante per la salute del paziente, ne parlerei certamente con i genitori, comunicandolo comunque prima al paziente. Per quanto riguarda la terapia io uso anche metodi non verbali, per esempio il disegno. In particolare con gli adolescenti cerco di partire da ciò che piace loro, musica, libri, film e così via. Una volta creata l'alleanza terapeutica cerco di aiutare la persona nel suo percorso di consapevolezza, i consigli non servono, è l'individuo stesso che cambia nel percorso. Una persona depressa è chiaramente poco collaborativa, ma noi psicoterapeuti siamo qui apposta. Alcune volte sono i genitori stessi che mi chiedono aiuto per affrontare al meglio le problematiche del figlio/a. Anche questo approccio funziona, spesso il cambiamento parte dai genitori. Spero di essere stata chiara, le auguro una buona giornata.
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