Salve dottori. Sono una ragazza di 38 anni che vive ancora a casa con i genitori e il fratello di 30
17
risposte
Salve dottori. Sono una ragazza di 38 anni che vive ancora a casa con i genitori e il fratello di 30. Io lavoro nel sociale e sono un educatore professionale. Poiché ho dei contratti a tempo determinato che ancora non mi permettono una stabilità non ho ancora pensato di potermi pagare un affitto. Ma non è solo questa la motivazione. Purtroppo, a causa di mio fratello, che da anni non riesce a portare a termine nulla e avendo avuto condotte negative fino allo scorso anno, ho sviluppato delle manie di controllo in casa, verso di lui e verso i miei genitori, che ancora non hanno imparato a gestire questa situazione. Gli è stato proposto di ogni, corsi di formazione, lavori. Non ha mai portato a termine nulla, non ha vita sociale e dipende completamente dai miei genitori ( esce con loro, o sta in casa, si limita solo a fare qualche breve passeggiata e rincasa) quest estate è stati invogliato dai miei a fare dei test per alcuni corsi universitari ed è riuscito ad accedere al corso di infermieristica che da novembre ha cominciato a frequentare in presenza. Tra poco ci saranno gli esami e si sta già cominciando a lamentare che non riuscirà, mettendo il muso in casa e continuando coi suoi malumori perenni. Avviso che io e lui non ci parliamo da mesi, abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale e mancanza di dialogo sano, io ho sempre cercato di riavvicinarmi nonostante tutto quel che ha causato in casa fino ad un anno fa mi ha portato ad avere rancore verso di lui. Adesso, dall ultima volta che abbiamo avuto una brusca discussione non mi sono più sentita di fare i passi che facevo prima verso di lui, anche quando non dovevo.
Per anni ha bevuto, mascherava così le sue insicurezze , diventava aggressivo e due anni fa per poco non lo abbiamo denunciato( rubava in casa, vendeva cose e manipolava i miei ) adesso tutto ciò non accade piu( prende psicofarmaci da anni e antabuse per non bere) non ha avuto più ricadute ma i suoi malesseri creano ansia ,non solo a me ma soprattutto a mia madre, che è la persona che ne risente di più e dipende dai suoi stati d animo. Purtroppo non ho una famiglia salda, mia madre faceva A e mio padre B. Ed io quando scoprivo cosa faceva e mi mettevo in mezzo diventavo la pecora nera, che smuoveva le cose e non stava zitta , per loro creavo guerra. Per anni ho avuto timore di lui, poi ho cominciato a ribellarmi ed entrambi siamo diventati offensivi l uno verso l altra. Non ho mai sopportato che offendesse i miei e se lo avessimo denunciato in quei tempi magari a quest ora si sarebbe ravveduto. Purtroppo lui fa il leone solo in casa, fuori è la pecora smarrita. Durante l ultima litigata con lui si è permesso di additarmi, attaccandosi a cose futili, per spostare l attenzione su di me e non assumersi come al suo solito le sue responsabilità! È un fallito, una persona che secondo me non concluderà nemmeno questo percorso ed io sono terrorizzata perché un giorno i guai saranno i miei ! Se non avrà un lavoro e i miei non ci saranno più si attaccherà a questa casa e sono certa che mi farà avere dei problemi ! Di certo non resterò qui con lui ed io non lo aiuterò in nessun modo! Ha avuto tante chance, adesso basta ! Ho troppo rancore e non mi fido di lui, sento di avere il nemico in casa ! Non riesco più a gestire questa situazione , non so se lo fa consciamente ma ci mette contro , i miei sono deboli, mio padre è una persona con zero personalità e carattere, si è sempre fatto mettere sotto da lui ed io in questo modo ce l ho anche coi miei per causa sua! Per mia madre sarà l ennesima delusione se non terminerà questo percorso. Ed io avrò paura di andarmene da casa perché so già che i miei non hanno il carattere per rimetterlo a riga ! Qui dentro avevamo impostato delle regole, i soldi gli andavano dati solo quando andava un facoltà, adesso ogni tanto li sento parlare e so che qualcosa danno , si riadagiano sempre ed io mi sento profondamente tradita e sola in questa casa. Dovrei vivere in un luogo sicuro, ma non mi sento al sicuro, è cattivo , è depresso da anni, non so se lo fa apposta a fare la vittima o se è davvero un depresso cronico! So solo che mi disgusta solo a vederlo , io mi sono molto impegnata per studiare e trovarmi un lavoro,lui ancora si fa pagare sigarette e sfizi fuori dai miei che cercano sempre di mettere a tacere tutto con la speranza che si crei qualcosa.
Non ditemi di andare in terapia, se devo andare in terapia farò un reset psicologico e non sedute per una vita. Mi hanno csongiliato il reset per le emozioni disturbanti e i pensieri negativi che mi bloccano , anche a causa di dipendenza emotiva che ho sviluppato verso il mio ex e che ancora vivo.
Ditemi senza filtri se vivo in una famiglia disfunzionale, se mio fratello è disturbato
e se devo allontanarmi e chiudere con tutti. Grazie, sto davvero male.
Per anni ha bevuto, mascherava così le sue insicurezze , diventava aggressivo e due anni fa per poco non lo abbiamo denunciato( rubava in casa, vendeva cose e manipolava i miei ) adesso tutto ciò non accade piu( prende psicofarmaci da anni e antabuse per non bere) non ha avuto più ricadute ma i suoi malesseri creano ansia ,non solo a me ma soprattutto a mia madre, che è la persona che ne risente di più e dipende dai suoi stati d animo. Purtroppo non ho una famiglia salda, mia madre faceva A e mio padre B. Ed io quando scoprivo cosa faceva e mi mettevo in mezzo diventavo la pecora nera, che smuoveva le cose e non stava zitta , per loro creavo guerra. Per anni ho avuto timore di lui, poi ho cominciato a ribellarmi ed entrambi siamo diventati offensivi l uno verso l altra. Non ho mai sopportato che offendesse i miei e se lo avessimo denunciato in quei tempi magari a quest ora si sarebbe ravveduto. Purtroppo lui fa il leone solo in casa, fuori è la pecora smarrita. Durante l ultima litigata con lui si è permesso di additarmi, attaccandosi a cose futili, per spostare l attenzione su di me e non assumersi come al suo solito le sue responsabilità! È un fallito, una persona che secondo me non concluderà nemmeno questo percorso ed io sono terrorizzata perché un giorno i guai saranno i miei ! Se non avrà un lavoro e i miei non ci saranno più si attaccherà a questa casa e sono certa che mi farà avere dei problemi ! Di certo non resterò qui con lui ed io non lo aiuterò in nessun modo! Ha avuto tante chance, adesso basta ! Ho troppo rancore e non mi fido di lui, sento di avere il nemico in casa ! Non riesco più a gestire questa situazione , non so se lo fa consciamente ma ci mette contro , i miei sono deboli, mio padre è una persona con zero personalità e carattere, si è sempre fatto mettere sotto da lui ed io in questo modo ce l ho anche coi miei per causa sua! Per mia madre sarà l ennesima delusione se non terminerà questo percorso. Ed io avrò paura di andarmene da casa perché so già che i miei non hanno il carattere per rimetterlo a riga ! Qui dentro avevamo impostato delle regole, i soldi gli andavano dati solo quando andava un facoltà, adesso ogni tanto li sento parlare e so che qualcosa danno , si riadagiano sempre ed io mi sento profondamente tradita e sola in questa casa. Dovrei vivere in un luogo sicuro, ma non mi sento al sicuro, è cattivo , è depresso da anni, non so se lo fa apposta a fare la vittima o se è davvero un depresso cronico! So solo che mi disgusta solo a vederlo , io mi sono molto impegnata per studiare e trovarmi un lavoro,lui ancora si fa pagare sigarette e sfizi fuori dai miei che cercano sempre di mettere a tacere tutto con la speranza che si crei qualcosa.
Non ditemi di andare in terapia, se devo andare in terapia farò un reset psicologico e non sedute per una vita. Mi hanno csongiliato il reset per le emozioni disturbanti e i pensieri negativi che mi bloccano , anche a causa di dipendenza emotiva che ho sviluppato verso il mio ex e che ancora vivo.
Ditemi senza filtri se vivo in una famiglia disfunzionale, se mio fratello è disturbato
e se devo allontanarmi e chiudere con tutti. Grazie, sto davvero male.
Gentile Utente,
la ringrazio per la fiducia e per il coraggio con cui ha messo nero su bianco una sofferenza così profonda. Proverò a risponderle con chiarezza, senza filtri, ma con rispetto, come mi chiede, mantenendo uno sguardo clinico sistemico–relazionale.
1. Sì: quello che descrive è un contesto familiare fortemente disfunzionale
Non lo dico per etichettare, ma per dare un nome a ciò che lei vive.
Dalla sua narrazione emergono dinamiche tipiche di:
• Famiglia invischiata, con confini generazionali fragili
• Genitorialità debole e scissa (madre A, padre B, nessuna linea comune)
• Figlio problematico iper-centrale che catalizza l’energia emotiva del sistema
• Figlia “funzionante” che diventa:
controllore
regolatore
capro espiatorio
“adulto al posto degli adulti”
Lei non è “troppo dura”.
Lei è stata costretta a crescere in un sistema che non conteneva.
2. Suo fratello: no diagnosi, sì lettura clinica
Non è etico né possibile fare diagnosi qui, ma posso dirle questo con fermezza:
Suo fratello non è semplicemente “svogliato”.
Presenta una storia compatibile con:
• dipendenza (alcol)
• agiti aggressivi
• manipolazione
• fallimenti ripetuti
• posizione vittimistica cronica
• dipendenza economica ed emotiva dai genitori
Che sia consapevole o meno, il suo funzionamento tiene la famiglia bloccata.
E soprattutto: i suoi genitori lo mantengono in questa posizione, anche se in buona fede.
Questo punto è cruciale:
non è solo lui il problema, ma la danza relazionale che si ripete da anni.
3. Lei ha sviluppato “manie di controllo” non perché è patologica, ma perché…
…ha vissuto per anni in uno stato di allerta.
Quando:
• c’è imprevedibilità
• non c’è protezione adulta
• il pericolo è “dentro casa”
• chi dovrebbe contenere minimizza o nega
il controllo diventa una strategia di sopravvivenza, non un disturbo.
Lei è stata:
• testimone
• mediatrice
• accusata di “creare guerra” solo perché diceva la verità
Questo logora. Profondamente.
4. Il rancore che prova NON è un difetto morale
Il rancore nasce quando:
• il danno non è mai stato riparato
• non c’è stato riconoscimento
• non c’è sicurezza
• e le viene chiesto, implicitamente, di “fare finta di niente”
Lei non si fida di suo fratello e ha ragione:
la fiducia non si impone, si costruisce con comportamenti coerenti nel tempo.
E oggi lei sente una cosa molto chiara:
“Ho il nemico in casa.”
Questo non è odio gratuito.
È memoria emotiva di un pericolo reale vissuto per anni.
5. Paura del futuro: è fondata, non catastrofica
La sua paura che:
• lui non diventi autonomo
• i suoi genitori non reggano
• il problema “passi a lei”
è assolutamente realistica, non paranoica.
Ed è proprio per questo che oggi lei è in crisi:
perché sta cercando di uscire da un copione che non le appartiene più.
6. Allontanarsi ≠ essere cattiva
Le dico una cosa con grande chiarezza clinica:
Allontanarsi, in famiglie così, spesso è un atto di salute mentale.
Ma attenzione:
• non un allontanamento impulsivo
• non una fuga carica di rabbia
• non un “taglio” che la lasci piena di colpa
Bensì un posizionamento adulto:
“Io non mi faccio più carico di ciò che non è mio.”
Lei non è responsabile:
• della guarigione di suo fratello
• delle scelte dei suoi genitori
• del futuro di questa famiglia
7. Lei non è “fredda”: è stanca e satura
Il disgusto che sente è un segnale limite:
“O mi salvo io, o mi perdo definitivamente.”
Ed è qui che la sua dipendenza emotiva dal suo ex trova terreno fertile:
quando la famiglia non è base sicura, spesso ci si aggrappa a chi, anche in modo disfunzionale, sembra offrire un appoggio.
8. Non le dirò “vada in terapia” (come chiede)
Le dirò questo invece:
Lei ha bisogno di separazione psichica, prima ancora che fisica.
Di uscire dal ruolo di:
• controllore
• giudice
• sentinella
• genitore sostitutivo
Un lavoro breve, mirato, non eterno, che serva a:
• sciogliere il legame tra colpa e autonomia
• ridurre l’iper-responsabilità
• restituirle il diritto di scegliere sé stessa
In conclusione, senza filtri:
• Sì, vive in una famiglia disfunzionale
• Sì, suo fratello ha un funzionamento gravemente problematico
• No, non è suo compito salvarlo
• Sì, l’allontanamento è una possibilità sana
• No, non deve “chiudere con tutti”, ma chiudere con il ruolo che le è stato imposto
Lei non è cattiva.
È una donna che ha retto troppo a lungo qualcosa che non le spettava.
Lei ha bisogno di essere aiutata a:
• capire come iniziare a separarsi senza esplodere
• lavorare sui confini
• leggere il legame con il suo ex dentro questa storia
Non è sola. E il fatto che lei stia soffrendo così tanto è il segnale che la parte più sana di lei sta chiedendo spazio.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
la ringrazio per la fiducia e per il coraggio con cui ha messo nero su bianco una sofferenza così profonda. Proverò a risponderle con chiarezza, senza filtri, ma con rispetto, come mi chiede, mantenendo uno sguardo clinico sistemico–relazionale.
1. Sì: quello che descrive è un contesto familiare fortemente disfunzionale
Non lo dico per etichettare, ma per dare un nome a ciò che lei vive.
Dalla sua narrazione emergono dinamiche tipiche di:
• Famiglia invischiata, con confini generazionali fragili
• Genitorialità debole e scissa (madre A, padre B, nessuna linea comune)
• Figlio problematico iper-centrale che catalizza l’energia emotiva del sistema
• Figlia “funzionante” che diventa:
controllore
regolatore
capro espiatorio
“adulto al posto degli adulti”
Lei non è “troppo dura”.
Lei è stata costretta a crescere in un sistema che non conteneva.
2. Suo fratello: no diagnosi, sì lettura clinica
Non è etico né possibile fare diagnosi qui, ma posso dirle questo con fermezza:
Suo fratello non è semplicemente “svogliato”.
Presenta una storia compatibile con:
• dipendenza (alcol)
• agiti aggressivi
• manipolazione
• fallimenti ripetuti
• posizione vittimistica cronica
• dipendenza economica ed emotiva dai genitori
Che sia consapevole o meno, il suo funzionamento tiene la famiglia bloccata.
E soprattutto: i suoi genitori lo mantengono in questa posizione, anche se in buona fede.
Questo punto è cruciale:
non è solo lui il problema, ma la danza relazionale che si ripete da anni.
3. Lei ha sviluppato “manie di controllo” non perché è patologica, ma perché…
…ha vissuto per anni in uno stato di allerta.
Quando:
• c’è imprevedibilità
• non c’è protezione adulta
• il pericolo è “dentro casa”
• chi dovrebbe contenere minimizza o nega
il controllo diventa una strategia di sopravvivenza, non un disturbo.
Lei è stata:
• testimone
• mediatrice
• accusata di “creare guerra” solo perché diceva la verità
Questo logora. Profondamente.
4. Il rancore che prova NON è un difetto morale
Il rancore nasce quando:
• il danno non è mai stato riparato
• non c’è stato riconoscimento
• non c’è sicurezza
• e le viene chiesto, implicitamente, di “fare finta di niente”
Lei non si fida di suo fratello e ha ragione:
la fiducia non si impone, si costruisce con comportamenti coerenti nel tempo.
E oggi lei sente una cosa molto chiara:
“Ho il nemico in casa.”
Questo non è odio gratuito.
È memoria emotiva di un pericolo reale vissuto per anni.
5. Paura del futuro: è fondata, non catastrofica
La sua paura che:
• lui non diventi autonomo
• i suoi genitori non reggano
• il problema “passi a lei”
è assolutamente realistica, non paranoica.
Ed è proprio per questo che oggi lei è in crisi:
perché sta cercando di uscire da un copione che non le appartiene più.
6. Allontanarsi ≠ essere cattiva
Le dico una cosa con grande chiarezza clinica:
Allontanarsi, in famiglie così, spesso è un atto di salute mentale.
Ma attenzione:
• non un allontanamento impulsivo
• non una fuga carica di rabbia
• non un “taglio” che la lasci piena di colpa
Bensì un posizionamento adulto:
“Io non mi faccio più carico di ciò che non è mio.”
Lei non è responsabile:
• della guarigione di suo fratello
• delle scelte dei suoi genitori
• del futuro di questa famiglia
7. Lei non è “fredda”: è stanca e satura
Il disgusto che sente è un segnale limite:
“O mi salvo io, o mi perdo definitivamente.”
Ed è qui che la sua dipendenza emotiva dal suo ex trova terreno fertile:
quando la famiglia non è base sicura, spesso ci si aggrappa a chi, anche in modo disfunzionale, sembra offrire un appoggio.
8. Non le dirò “vada in terapia” (come chiede)
Le dirò questo invece:
Lei ha bisogno di separazione psichica, prima ancora che fisica.
Di uscire dal ruolo di:
• controllore
• giudice
• sentinella
• genitore sostitutivo
Un lavoro breve, mirato, non eterno, che serva a:
• sciogliere il legame tra colpa e autonomia
• ridurre l’iper-responsabilità
• restituirle il diritto di scegliere sé stessa
In conclusione, senza filtri:
• Sì, vive in una famiglia disfunzionale
• Sì, suo fratello ha un funzionamento gravemente problematico
• No, non è suo compito salvarlo
• Sì, l’allontanamento è una possibilità sana
• No, non deve “chiudere con tutti”, ma chiudere con il ruolo che le è stato imposto
Lei non è cattiva.
È una donna che ha retto troppo a lungo qualcosa che non le spettava.
Lei ha bisogno di essere aiutata a:
• capire come iniziare a separarsi senza esplodere
• lavorare sui confini
• leggere il legame con il suo ex dentro questa storia
Non è sola. E il fatto che lei stia soffrendo così tanto è il segnale che la parte più sana di lei sta chiedendo spazio.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online
Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.
Mostra risultati Come funziona?
Salve. Il contesto che descrive resta chiaramente disfunzionale e logorante, e il nodo non è correggere gli altri, ma uscire dal ruolo che Lei ha assunto dentro quel sistema. A 38 anni definirsi ancora “ragazza” indica una difficoltà, ormai strutturata, nel sentirsi e autorizzarsi come donna adulta autonoma.
Proprio perché la situazione è così carica di rancore, paura e controllo, un percorso psicologico di supporto è necessario, non come terapia “a vita”, ma come spazio protetto per rimettere ordine, sciogliere la dipendenza emotiva, lavorare sui confini e accompagnare un vero processo di separazione. Senza questo rischio concreto è di portarsi il conflitto dentro anche andando via di casa.
Suo fratello può avere un disturbo, ma non è il centro della cura. Il centro è Lei: la Sua fatica, la Sua rabbia, il Suo blocco. Continuare a restare lì senza un sostegno strutturato la espone a un deterioramento ulteriore.
Allontanarsi sì, ma con un lavoro psicologico che la aiuti a diventare davvero autonoma, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. È un passaggio di maturazione, non una fuga. Dr. Giuseppe Mirabella
Proprio perché la situazione è così carica di rancore, paura e controllo, un percorso psicologico di supporto è necessario, non come terapia “a vita”, ma come spazio protetto per rimettere ordine, sciogliere la dipendenza emotiva, lavorare sui confini e accompagnare un vero processo di separazione. Senza questo rischio concreto è di portarsi il conflitto dentro anche andando via di casa.
Suo fratello può avere un disturbo, ma non è il centro della cura. Il centro è Lei: la Sua fatica, la Sua rabbia, il Suo blocco. Continuare a restare lì senza un sostegno strutturato la espone a un deterioramento ulteriore.
Allontanarsi sì, ma con un lavoro psicologico che la aiuti a diventare davvero autonoma, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. È un passaggio di maturazione, non una fuga. Dr. Giuseppe Mirabella
Gentile utente,
Da quello che racconta emerge una situazione familiare profondamente disfunzionale, non in senso generico o “psicologistico”, ma nel senso concreto di un sistema che da anni non è in grado di contenere, proteggere e differenziare i suoi membri. Lei è cresciuta e vive in un contesto in cui i confini sono confusi, i ruoli invertiti e il peso emotivo è stato spostato su di lei in modo costante. Questo ha prodotto una condizione di allarme continuo, di controllo forzato e di rabbia che non trova mai una vera possibilità di scarico o risoluzione.
Suo fratello, al di là di qualsiasi etichetta diagnostica che non sarebbe corretto dare a distanza, mostra un funzionamento gravemente dipendente e immaturo, con una storia di condotte che hanno avuto un impatto reale e traumatico sulla sicurezza familiare. Il fatto che oggi non beva e assuma una terapia farmacologica riduce il rischio acuto, ma non equivale a un cambiamento strutturale del suo funzionamento. Il vittimismo, la rinuncia cronica, la delega totale ai genitori e l’incapacità di sostenere la frustrazione sono elementi che continuano a mantenere il sistema bloccato. La cosa importante, però, è che tutto questo non è sotto il suo controllo e non è una sua responsabilità, anche se per anni è stata costretta a viverla come tale.
Lei ha occupato a lungo il ruolo di regolatore emotivo della famiglia, di argine, di coscienza critica, pagando questo ruolo con l’essere etichettata come quella che “crea problemi”. Questo tipo di posizione, mantenuta per anni, produce esattamente ciò che descrive: rancore profondo, disgusto, paura, sfiducia, senso di tradimento e una sensazione di avere un nemico in casa. Non sono pensieri patologici, sono reazioni comprensibili in un contesto percepito come insicuro e imprevedibile.
Rispetto alla sua domanda se debba allontanarsi e “chiudere con tutti”, la risposta clinica non può essere un sì o un no netto, ma un punto fermo va messo: lei ha bisogno di separarsi psicologicamente da questo sistema, perché oggi ne è ancora completamente invischiata. Questo non significa necessariamente un taglio drastico immediato, ma significa smettere di essere il contenitore, il controllore, la garante di equilibri che non reggono. Finché resta dentro questo ruolo, qualunque scelta di vita, affettiva o lavorativa, resterà bloccata o vissuta con colpa e paura.
Il suo terrore per il futuro, per “quando i genitori non ci saranno più”, è molto indicativo. Sta vivendo oggi una responsabilità che appartiene agli adulti che l’hanno messa al mondo, non a lei. Questo timore non si risolve convincendo suo fratello a cambiare, né controllando di più i suoi genitori, ma lavorando sul suo diritto a non essere trascinata nel destino dell’altro.
Lei dice di non volere “terapia per una vita” ma un reset. Al di là delle etichette, ciò di cui ha bisogno non è una rassicurazione veloce, ma un lavoro serio e circoscritto sullo scioglimento del legame di dipendenza e di iper-responsabilità che la tiene incastrata lì. Non perché sia fragile, ma perché è stata troppo forte troppo a lungo.
Quello che sta vivendo non è una sua esagerazione. È il segnale che questa situazione, così com’è, non è più sostenibile. E il fatto che oggi lei lo senta con tanta intensità è già un primo atto di separazione.
Se desidera approfondire o se posso aiutarla in qualche modo rimango a disposizione.
Da quello che racconta emerge una situazione familiare profondamente disfunzionale, non in senso generico o “psicologistico”, ma nel senso concreto di un sistema che da anni non è in grado di contenere, proteggere e differenziare i suoi membri. Lei è cresciuta e vive in un contesto in cui i confini sono confusi, i ruoli invertiti e il peso emotivo è stato spostato su di lei in modo costante. Questo ha prodotto una condizione di allarme continuo, di controllo forzato e di rabbia che non trova mai una vera possibilità di scarico o risoluzione.
Suo fratello, al di là di qualsiasi etichetta diagnostica che non sarebbe corretto dare a distanza, mostra un funzionamento gravemente dipendente e immaturo, con una storia di condotte che hanno avuto un impatto reale e traumatico sulla sicurezza familiare. Il fatto che oggi non beva e assuma una terapia farmacologica riduce il rischio acuto, ma non equivale a un cambiamento strutturale del suo funzionamento. Il vittimismo, la rinuncia cronica, la delega totale ai genitori e l’incapacità di sostenere la frustrazione sono elementi che continuano a mantenere il sistema bloccato. La cosa importante, però, è che tutto questo non è sotto il suo controllo e non è una sua responsabilità, anche se per anni è stata costretta a viverla come tale.
Lei ha occupato a lungo il ruolo di regolatore emotivo della famiglia, di argine, di coscienza critica, pagando questo ruolo con l’essere etichettata come quella che “crea problemi”. Questo tipo di posizione, mantenuta per anni, produce esattamente ciò che descrive: rancore profondo, disgusto, paura, sfiducia, senso di tradimento e una sensazione di avere un nemico in casa. Non sono pensieri patologici, sono reazioni comprensibili in un contesto percepito come insicuro e imprevedibile.
Rispetto alla sua domanda se debba allontanarsi e “chiudere con tutti”, la risposta clinica non può essere un sì o un no netto, ma un punto fermo va messo: lei ha bisogno di separarsi psicologicamente da questo sistema, perché oggi ne è ancora completamente invischiata. Questo non significa necessariamente un taglio drastico immediato, ma significa smettere di essere il contenitore, il controllore, la garante di equilibri che non reggono. Finché resta dentro questo ruolo, qualunque scelta di vita, affettiva o lavorativa, resterà bloccata o vissuta con colpa e paura.
Il suo terrore per il futuro, per “quando i genitori non ci saranno più”, è molto indicativo. Sta vivendo oggi una responsabilità che appartiene agli adulti che l’hanno messa al mondo, non a lei. Questo timore non si risolve convincendo suo fratello a cambiare, né controllando di più i suoi genitori, ma lavorando sul suo diritto a non essere trascinata nel destino dell’altro.
Lei dice di non volere “terapia per una vita” ma un reset. Al di là delle etichette, ciò di cui ha bisogno non è una rassicurazione veloce, ma un lavoro serio e circoscritto sullo scioglimento del legame di dipendenza e di iper-responsabilità che la tiene incastrata lì. Non perché sia fragile, ma perché è stata troppo forte troppo a lungo.
Quello che sta vivendo non è una sua esagerazione. È il segnale che questa situazione, così com’è, non è più sostenibile. E il fatto che oggi lei lo senta con tanta intensità è già un primo atto di separazione.
Se desidera approfondire o se posso aiutarla in qualche modo rimango a disposizione.
La tua famiglia mi sembra caratterizzata da rapporti disfunzionali e tu ne porti il segno. Allontanarti e costruirti uno spazio tuo è la strada giusta, ma per farlo mi sembra fondamentale un percorso psicoterapeutico che ti sostenga nel distacco.
Buonasera,
Le rispondo adottando una prospettiva sistemico-relazionale, che non ha l’obiettivo di attribuire colpe individuali, ma di comprendere le dinamiche familiari in cui lei è immersa e che da anni contribuiscono al suo stato di sofferenza.
Rispondendo in modo chiaro e senza edulcorazioni: sì, il contesto che descrive presenta caratteristiche di marcata disfunzionalità. Non nel senso di una “famiglia cattiva”, ma di un sistema che nel tempo ha costruito equilibri rigidi e disadattivi, tali da mantenere il problema anziché favorirne una reale trasformazione.
In questa configurazione, suo fratello sembra occupare il ruolo del portatore del sintomo: su di lui si concentrano paure, aspettative e tensioni familiari, mentre il sistema nel suo insieme continua a sostenerne implicitamente la dipendenza e la mancata assunzione di responsabilità. Questo non implica che agisca tutto in modo consapevole, ma che il contesto relazionale lo mantenga in quella posizione.
I suoi genitori, per come li descrive, appaiono fragili sul piano genitoriale: poco allineati tra loro, con difficoltà a mantenere confini e regole stabili, e fortemente condizionati dalla paura del conflitto e della perdita. In sistemi di questo tipo, le regole vengono spesso dichiarate ma poi ritirate, generando confusione e frustrazione negli altri membri della famiglia.
Lei, nel tempo, ha assunto un ruolo che in ambito clinico definiamo di parentificazione: non è stata soltanto figlia, ma mediatrice, controllore, garante delle regole, contenitore emotivo delle difficoltà altrui. Questo ruolo le ha permesso di sopravvivere in un contesto instabile, ma le ha anche impedito di costruire uno spazio personale protetto. Quando ha provato a sottrarsi a questa funzione, è stata percepita come destabilizzante, “quella che crea guerra”.
Il rancore, la rabbia e perfino il disgusto che oggi prova non indicano una sua rigidità o mancanza di empatia, ma una saturazione emotiva profonda, conseguenza di anni di esposizione a paura, aggressività e tradimenti della fiducia, senza che nessuno le abbia mai garantito una reale protezione.
Per quanto riguarda suo fratello, non è possibile formulare diagnosi in questa sede; tuttavia, è evidente la presenza di una sofferenza psichica strutturata e probabilmente cronicizzata, con aspetti di dipendenza ed evitamento. Questo non lo rende automaticamente pericoloso, ma non significa neppure che lei debba farsene carico. La sua cura e il suo destino non sono una sua responsabilità.
La paura che esprime rispetto al futuro è realistica e comprensibile. Se il sistema familiare non cambia, è verosimile che i suoi genitori continuino a sostenerlo anche nel tempo, con l’aspettativa implicita che lei, prima o poi, rimanga coinvolta. È proprio questa prospettiva che oggi alimenta la sua angoscia.
Alla domanda se sia necessario allontanarsi e “chiudere con tutti”, la risposta non è necessariamente estrema, ma è importante essere molto chiari: rimanere invischiata in queste dinamiche, così come sono, rischia seriamente di comprometterla. Continuare a fare da argine non aiuterà né lei né gli altri. Chiudere con tutti è quello che potremmo definire un taglio emotivo che ha in sé altri aspetti disfunzionali. Funzionale sarebbe riuscire a costruire dei confini flessibili che vi consentono di incontrarvi in maniera adeguata.
Allontanarsi, in questi casi, non equivale ad abbandonare, ma a costruire confini, che può significare smettere di controllare, di vigilare, di mediare; accettare che i suoi genitori facciano scelte che lei non condivide; uscire dal triangolo relazionale che la vede intrappolata tra loro e suo fratello. Questo inizialmente farà stare peggio tutti, ed è fisiologico. Ma è spesso l’unico modo perché qualcosa possa realmente cambiare.
Infine, una riflessione importante rispetto al “reset” emotivo che le è stato consigliato: nessun intervento sulle emozioni può essere efficace se si torna quotidianamente nello stesso contesto che le ha generate. Non è possibile azzerare il dolore senza modificare le condizioni relazionali che lo alimentano.
Lei non è sbagliata, non è cattiva, non è eccessiva.
È una donna che per molto tempo ha tenuto in piedi una famiglia fragile, e che ora non ce la fa più. Questo non è un fallimento, ma un segnale di salute.
Mi auguro di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Le rispondo adottando una prospettiva sistemico-relazionale, che non ha l’obiettivo di attribuire colpe individuali, ma di comprendere le dinamiche familiari in cui lei è immersa e che da anni contribuiscono al suo stato di sofferenza.
Rispondendo in modo chiaro e senza edulcorazioni: sì, il contesto che descrive presenta caratteristiche di marcata disfunzionalità. Non nel senso di una “famiglia cattiva”, ma di un sistema che nel tempo ha costruito equilibri rigidi e disadattivi, tali da mantenere il problema anziché favorirne una reale trasformazione.
In questa configurazione, suo fratello sembra occupare il ruolo del portatore del sintomo: su di lui si concentrano paure, aspettative e tensioni familiari, mentre il sistema nel suo insieme continua a sostenerne implicitamente la dipendenza e la mancata assunzione di responsabilità. Questo non implica che agisca tutto in modo consapevole, ma che il contesto relazionale lo mantenga in quella posizione.
I suoi genitori, per come li descrive, appaiono fragili sul piano genitoriale: poco allineati tra loro, con difficoltà a mantenere confini e regole stabili, e fortemente condizionati dalla paura del conflitto e della perdita. In sistemi di questo tipo, le regole vengono spesso dichiarate ma poi ritirate, generando confusione e frustrazione negli altri membri della famiglia.
Lei, nel tempo, ha assunto un ruolo che in ambito clinico definiamo di parentificazione: non è stata soltanto figlia, ma mediatrice, controllore, garante delle regole, contenitore emotivo delle difficoltà altrui. Questo ruolo le ha permesso di sopravvivere in un contesto instabile, ma le ha anche impedito di costruire uno spazio personale protetto. Quando ha provato a sottrarsi a questa funzione, è stata percepita come destabilizzante, “quella che crea guerra”.
Il rancore, la rabbia e perfino il disgusto che oggi prova non indicano una sua rigidità o mancanza di empatia, ma una saturazione emotiva profonda, conseguenza di anni di esposizione a paura, aggressività e tradimenti della fiducia, senza che nessuno le abbia mai garantito una reale protezione.
Per quanto riguarda suo fratello, non è possibile formulare diagnosi in questa sede; tuttavia, è evidente la presenza di una sofferenza psichica strutturata e probabilmente cronicizzata, con aspetti di dipendenza ed evitamento. Questo non lo rende automaticamente pericoloso, ma non significa neppure che lei debba farsene carico. La sua cura e il suo destino non sono una sua responsabilità.
La paura che esprime rispetto al futuro è realistica e comprensibile. Se il sistema familiare non cambia, è verosimile che i suoi genitori continuino a sostenerlo anche nel tempo, con l’aspettativa implicita che lei, prima o poi, rimanga coinvolta. È proprio questa prospettiva che oggi alimenta la sua angoscia.
Alla domanda se sia necessario allontanarsi e “chiudere con tutti”, la risposta non è necessariamente estrema, ma è importante essere molto chiari: rimanere invischiata in queste dinamiche, così come sono, rischia seriamente di comprometterla. Continuare a fare da argine non aiuterà né lei né gli altri. Chiudere con tutti è quello che potremmo definire un taglio emotivo che ha in sé altri aspetti disfunzionali. Funzionale sarebbe riuscire a costruire dei confini flessibili che vi consentono di incontrarvi in maniera adeguata.
Allontanarsi, in questi casi, non equivale ad abbandonare, ma a costruire confini, che può significare smettere di controllare, di vigilare, di mediare; accettare che i suoi genitori facciano scelte che lei non condivide; uscire dal triangolo relazionale che la vede intrappolata tra loro e suo fratello. Questo inizialmente farà stare peggio tutti, ed è fisiologico. Ma è spesso l’unico modo perché qualcosa possa realmente cambiare.
Infine, una riflessione importante rispetto al “reset” emotivo che le è stato consigliato: nessun intervento sulle emozioni può essere efficace se si torna quotidianamente nello stesso contesto che le ha generate. Non è possibile azzerare il dolore senza modificare le condizioni relazionali che lo alimentano.
Lei non è sbagliata, non è cattiva, non è eccessiva.
È una donna che per molto tempo ha tenuto in piedi una famiglia fragile, e che ora non ce la fa più. Questo non è un fallimento, ma un segnale di salute.
Mi auguro di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera,
da ciò che racconta emerge una storia familiare fortemente disfunzionale, segnata da ruoli confusi, mancanza di confini chiari, deleghe improprie e una lunga esposizione a comportamenti che hanno generato paura, rabbia e iper-controllo in lei. Il suo malessere è comprensibile e non va minimizzato.
Non è possibile (né corretto) fare diagnosi su suo fratello, ma i suoi comportamenti passati e attuali hanno avuto un impatto traumatico su di lei. Il punto centrale, però, non è “cosa è lui”, ma quanto questa convivenza oggi le fa male e quanto lei si senta non al sicuro, tradita e sola. Questo è un segnale serio.
Allontanarsi non significa “abbandonare”, ma proteggersi. Lei non è responsabile né della vita di suo fratello né delle scelte dei suoi genitori. Continuare a restare in un contesto che la logora rischia di cristallizzare rancore e sofferenza.
Il bisogno ora non è aggiustare gli altri, ma riprendere confini, autonomia e stabilità emotiva. La sua reazione non è eccessiva: è quella di una persona che è stata troppo a lungo in allerta.
da ciò che racconta emerge una storia familiare fortemente disfunzionale, segnata da ruoli confusi, mancanza di confini chiari, deleghe improprie e una lunga esposizione a comportamenti che hanno generato paura, rabbia e iper-controllo in lei. Il suo malessere è comprensibile e non va minimizzato.
Non è possibile (né corretto) fare diagnosi su suo fratello, ma i suoi comportamenti passati e attuali hanno avuto un impatto traumatico su di lei. Il punto centrale, però, non è “cosa è lui”, ma quanto questa convivenza oggi le fa male e quanto lei si senta non al sicuro, tradita e sola. Questo è un segnale serio.
Allontanarsi non significa “abbandonare”, ma proteggersi. Lei non è responsabile né della vita di suo fratello né delle scelte dei suoi genitori. Continuare a restare in un contesto che la logora rischia di cristallizzare rancore e sofferenza.
Il bisogno ora non è aggiustare gli altri, ma riprendere confini, autonomia e stabilità emotiva. La sua reazione non è eccessiva: è quella di una persona che è stata troppo a lungo in allerta.
Buonasera,
in merito a tutto ciò che ha esposto, mi sembra di capire che vive una situazione molto complessa, ma allo stesso tempo, mi permetto di dirle, se devo prendere in considerazione il suo esclusivo malessere, che ha delle responsabilità che vanno oltre il suo dovere/compito da sorella maggiore.
È, sicuramente apprezzabile, dal canto suo, volersi fare carico della posizione di suo fratello, ma questa iperesponsabilizzazione, questo voler impartire delle regole o dei confini, non spetta a lei, semplicemente per il fatto, che non è il suo il compito genitoriale. Questo perché suo fratello non la vede come un genitore, poiché appunto non lo è, e tutte queste dinamiche non fanno altro che instaurare astio, tra voi due, e spostamento delle responsabilità dai suoi genitore, verso di lei, con conseguente sovraccarico e frustrazione da parte sua, poiché, nonostante gli sforzi, non vede realizzato il suo obiettivo.
Probabilmente, inoltre, per quanto lei sia invischiata in questo contesto, ha anche maggiore difficoltà nel distaccarsi da "casa" e nel crearsi un proprio percorso, poiché sentirebbe di abbandonare la sua missione, il suo scopo, autoconvincendosi di non riuscire a farlo.
Questo meccanismo può essere ciclico e potenzialmente non avere fine, se non si comprendono le dinamiche relazionali alla base dei conflitti.
Le consiglio di riuscire a portare tutte queste preoccupazioni in terapia, per una maggiore consapevolezza su come affrontarle.
in merito a tutto ciò che ha esposto, mi sembra di capire che vive una situazione molto complessa, ma allo stesso tempo, mi permetto di dirle, se devo prendere in considerazione il suo esclusivo malessere, che ha delle responsabilità che vanno oltre il suo dovere/compito da sorella maggiore.
È, sicuramente apprezzabile, dal canto suo, volersi fare carico della posizione di suo fratello, ma questa iperesponsabilizzazione, questo voler impartire delle regole o dei confini, non spetta a lei, semplicemente per il fatto, che non è il suo il compito genitoriale. Questo perché suo fratello non la vede come un genitore, poiché appunto non lo è, e tutte queste dinamiche non fanno altro che instaurare astio, tra voi due, e spostamento delle responsabilità dai suoi genitore, verso di lei, con conseguente sovraccarico e frustrazione da parte sua, poiché, nonostante gli sforzi, non vede realizzato il suo obiettivo.
Probabilmente, inoltre, per quanto lei sia invischiata in questo contesto, ha anche maggiore difficoltà nel distaccarsi da "casa" e nel crearsi un proprio percorso, poiché sentirebbe di abbandonare la sua missione, il suo scopo, autoconvincendosi di non riuscire a farlo.
Questo meccanismo può essere ciclico e potenzialmente non avere fine, se non si comprendono le dinamiche relazionali alla base dei conflitti.
Le consiglio di riuscire a portare tutte queste preoccupazioni in terapia, per una maggiore consapevolezza su come affrontarle.
Buonasera, sembrerebbe che lei abbia assunto il ruolo di controllo in mezzo ad una famiglia con tante fragilità. Chi dovrebbe andare in terapia è sicuramente suo fratello, che in mille modi lancia messaggi di disagio profondo. A lei probabilmente rimane la delusione di doversi arrangiare e la rabbia per non trovare, nei suoi genitori, un punto saldo e forte di appoggio. Sono considerazioni sommarie che non possono avere riscontro in una diagnosi approfondita, per la quale sarebbe necessario conoscere la storia familiare dei suoi e tanto altro.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Buonasera,
da quello che racconta emerge una sofferenza molto intensa e prolungata nel tempo. Vivere per anni in un contesto familiare attraversato da conflitti, dipendenze, paura, mancanza di confini chiari e ruoli confusi può logorare profondamente, soprattutto quando ci si sente investiti — spesso senza averlo scelto — di una funzione di controllo, contenimento o “riparazione” degli altri.
Il clima che descrive ha caratteristiche chiaramente disfunzionali: non perché ci sia “un colpevole unico”, ma perché i confini generazionali appaiono fragili, le responsabilità poco definite e le dinamiche sembrano ruotare attorno al malessere di suo fratello, con un impatto importante su tutti i membri della famiglia. In questo contesto, il suo ipercoinvolgimento e le manie di controllo sono una risposta comprensibile a un ambiente percepito come imprevedibile e poco sicuro.
È importante però distinguere alcune cose. Lei non è responsabile né della guarigione né del fallimento di suo fratello. I timori che prova rispetto al futuro — “un giorno i guai saranno miei” — parlano di un carico che sta sostenendo da troppo tempo, ma che non può e non deve ricadere interamente su di lei. Allo stesso modo, etichettarlo come “fallito” o “nemico” racconta quanto il rancore e la paura abbiano ormai superato la soglia di tollerabilità emotiva, segnalando che la situazione attuale non è più sostenibile così com’è.
La domanda più importante sembra essere quanto questo contesto la stia danneggiando oggi. Vivere in un luogo che non viene più percepito come sicuro, in cui prevalgono rabbia, sfiducia e allerta costante, ha un costo psicologico molto alto. In questi casi, prendere distanza non significa necessariamente chiudere con tutti, ma iniziare a pensare seriamente a come proteggere la propria salute mentale e a ridefinire i confini, anche gradualmente.
Rispetto alla sua richiesta di risposte dirette, è possibile riconoscere che il contesto familiare che descrive presenta dinamiche disfunzionali e che suo fratello mostra un funzionamento fragile. Allo stesso tempo, è importante ricordare che situazioni così complesse difficilmente trovano una soluzione in etichette diagnostiche o in tagli drastici. Le scelte più tutelanti difficilmente nascono quando si è saturi di rabbia e paura, ma quando si riesce a recuperare un minimo di spazio interno per pensare.
Lei chiede un “reset”, un cambiamento netto: questo desiderio dice quanto sia stanca e quanto abbia bisogno di uscire da una condizione di intrappolamento. Qualunque strada scelga, il punto centrale resta uno: riconquistare il diritto di occuparsi di sé, senza continuare a vivere in funzione del malessere altrui.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
da quello che racconta emerge una sofferenza molto intensa e prolungata nel tempo. Vivere per anni in un contesto familiare attraversato da conflitti, dipendenze, paura, mancanza di confini chiari e ruoli confusi può logorare profondamente, soprattutto quando ci si sente investiti — spesso senza averlo scelto — di una funzione di controllo, contenimento o “riparazione” degli altri.
Il clima che descrive ha caratteristiche chiaramente disfunzionali: non perché ci sia “un colpevole unico”, ma perché i confini generazionali appaiono fragili, le responsabilità poco definite e le dinamiche sembrano ruotare attorno al malessere di suo fratello, con un impatto importante su tutti i membri della famiglia. In questo contesto, il suo ipercoinvolgimento e le manie di controllo sono una risposta comprensibile a un ambiente percepito come imprevedibile e poco sicuro.
È importante però distinguere alcune cose. Lei non è responsabile né della guarigione né del fallimento di suo fratello. I timori che prova rispetto al futuro — “un giorno i guai saranno miei” — parlano di un carico che sta sostenendo da troppo tempo, ma che non può e non deve ricadere interamente su di lei. Allo stesso modo, etichettarlo come “fallito” o “nemico” racconta quanto il rancore e la paura abbiano ormai superato la soglia di tollerabilità emotiva, segnalando che la situazione attuale non è più sostenibile così com’è.
La domanda più importante sembra essere quanto questo contesto la stia danneggiando oggi. Vivere in un luogo che non viene più percepito come sicuro, in cui prevalgono rabbia, sfiducia e allerta costante, ha un costo psicologico molto alto. In questi casi, prendere distanza non significa necessariamente chiudere con tutti, ma iniziare a pensare seriamente a come proteggere la propria salute mentale e a ridefinire i confini, anche gradualmente.
Rispetto alla sua richiesta di risposte dirette, è possibile riconoscere che il contesto familiare che descrive presenta dinamiche disfunzionali e che suo fratello mostra un funzionamento fragile. Allo stesso tempo, è importante ricordare che situazioni così complesse difficilmente trovano una soluzione in etichette diagnostiche o in tagli drastici. Le scelte più tutelanti difficilmente nascono quando si è saturi di rabbia e paura, ma quando si riesce a recuperare un minimo di spazio interno per pensare.
Lei chiede un “reset”, un cambiamento netto: questo desiderio dice quanto sia stanca e quanto abbia bisogno di uscire da una condizione di intrappolamento. Qualunque strada scelga, il punto centrale resta uno: riconquistare il diritto di occuparsi di sé, senza continuare a vivere in funzione del malessere altrui.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa. Dalle sue parole emerge una lunga esposizione a tensioni familiari, ruoli poco chiari e una forte responsabilizzazione emotiva che, nel tempo, l’ha portata a vivere in uno stato costante di allerta e controllo.
La sofferenza che descrive non riguarda solo suo fratello, ma il funzionamento dell’intero sistema familiare, in cui confini e responsabilità sembrano essersi confusi.
Le emozioni che prova – rabbia, paura, rancore – sono reazioni comprensibili a un contesto vissuto come poco sicuro e imprevedibile. Più che cercare etichette o diagnosi, può essere utile interrogarsi su quanto questa posizione la stia oggi limitando e su come tutelare il suo benessere. Mettere confini o prendere distanza non significa necessariamente “chiudere”, ma provare a proteggersi.
Un supporto psicologico, anche circoscritto e mirato, può aiutarla a fare chiarezza e a ritrovare margini di scelta in un momento di forte sofferenza.
Un caro saluto e rimango a disposizione.
Dott.ssa Mabel Morales
la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa. Dalle sue parole emerge una lunga esposizione a tensioni familiari, ruoli poco chiari e una forte responsabilizzazione emotiva che, nel tempo, l’ha portata a vivere in uno stato costante di allerta e controllo.
La sofferenza che descrive non riguarda solo suo fratello, ma il funzionamento dell’intero sistema familiare, in cui confini e responsabilità sembrano essersi confusi.
Le emozioni che prova – rabbia, paura, rancore – sono reazioni comprensibili a un contesto vissuto come poco sicuro e imprevedibile. Più che cercare etichette o diagnosi, può essere utile interrogarsi su quanto questa posizione la stia oggi limitando e su come tutelare il suo benessere. Mettere confini o prendere distanza non significa necessariamente “chiudere”, ma provare a proteggersi.
Un supporto psicologico, anche circoscritto e mirato, può aiutarla a fare chiarezza e a ritrovare margini di scelta in un momento di forte sofferenza.
Un caro saluto e rimango a disposizione.
Dott.ssa Mabel Morales
Sì, la sua è una famiglia disfunzionale, con ruoli confusi e genitori incapaci di porre limiti.
Suo fratello è immaturo, dipendente e poco affidabile; il suo timore per il futuro è realistico.
Lei è rimasta intrappolata nel ruolo di controllore/salvatrice, che non le spetta e la sta logorando.
Non può cambiarli. Allontanarsi è autotutela, non egoismo. Restare lì alimenta solo rancore e ansia.
La priorità ora è proteggere la sua salute mentale e costruire una via d’uscita.
Se vuole, possiamo fare un colloquio online per approfondire la questione.
Suo fratello è immaturo, dipendente e poco affidabile; il suo timore per il futuro è realistico.
Lei è rimasta intrappolata nel ruolo di controllore/salvatrice, che non le spetta e la sta logorando.
Non può cambiarli. Allontanarsi è autotutela, non egoismo. Restare lì alimenta solo rancore e ansia.
La priorità ora è proteggere la sua salute mentale e costruire una via d’uscita.
Se vuole, possiamo fare un colloquio online per approfondire la questione.
Buonasera, leggendo le sue parole si avverte tutta la fatica, la rabbia e anche la solitudine che sta vivendo da molto tempo. Non è uno sfogo impulsivo, ma il racconto di anni passati in un clima che per lei non è mai stato davvero sicuro, né emotivamente né relazionalmente. È comprensibile che oggi lei si senta esausta, tradita e spaventata, perché ha avuto per troppo tempo il ruolo di quella che vede, capisce, segnala i problemi e cerca di contenere i danni, senza però sentirsi mai davvero sostenuta. Vivendo in una famiglia in cui i ruoli non sono stati chiari e in cui spesso le responsabilità sono state evitate o spostate, lei si è trovata a fare da argine, da controllo, da voce della realtà. Questo, col tempo, può trasformarsi in una vigilanza continua, in una tensione costante, in una sensazione di avere sempre il nemico in casa. Non perché lei sia cattiva o rigida, ma perché per anni ha percepito che se abbassava la guardia qualcosa poteva esplodere. In questo senso, il suo bisogno di controllo non nasce dal nulla, ma come risposta a un ambiente che non le ha trasmesso affidabilità. Rispetto a suo fratello, è importante dirlo con chiarezza ma senza etichette: al di là dei suoi comportamenti passati e presenti, ciò che oggi la sta distruggendo non è tanto capire “che problema ha lui”, quanto il fatto che lei si senta intrappolata in una dinamica che non ha scelto e che teme di dover ereditare. La paura che un domani tutto ricada su di lei è una paura reale, non un’esagerazione. Quando i genitori non riescono a mantenere confini fermi e coerenti, chi è più responsabile in famiglia rischia di sentirsi automaticamente investito del ruolo di futuro “salvatore” o “contenitore”. Ed è umano ribellarsi a questa prospettiva. Il rancore che prova non è un difetto morale, è il segnale di un limite superato troppe volte. Quando dice che non si fida più, che si sente tradita, che non riesce neppure a guardarlo senza disgusto, sta descrivendo un esaurimento emotivo profondo. Questo non la rende una cattiva sorella. La rende una persona che ha dato molto più di quanto fosse giusto chiederle. Alla domanda se vive in una famiglia disfunzionale, la risposta onesta è che le dinamiche che descrive non sembrano favorire né il benessere né la crescita di chi ci vive dentro. Non c’è chiarezza di ruoli, non c’è una linea educativa stabile, non c’è una protezione emotiva per lei. Questo non significa che tutti siano “da chiudere fuori”, ma significa che restare immersa in questo contesto, così com’è ora, la sta consumando e la sta allontanando da se stessa. La questione centrale, più ancora che decidere se tagliare i rapporti, è capire se lei vuole continuare a vivere in un luogo in cui si sente in allerta, non ascoltata e non rispettata. Lei ha diritto a uno spazio che sia sicuro, anche se questo comporta scelte difficili, graduali, magari non immediate ma orientate a una separazione più chiara. Allontanarsi non è una punizione per gli altri, è una forma di tutela per sé. Un passaggio importante, anche se doloroso, è riconoscere che lei non può né salvare suo fratello né raddrizzare i suoi genitori. Continuare a farlo la tiene incastrata in una battaglia senza fine. Mettere dei confini, anche interni, significa smettere di sentirsi responsabile di ciò che non dipende da lei. Non è facile, perché va contro anni di abitudine e di senso del dovere, ma è spesso l’unica via per non ammalarsi a propria volta. Lei non è sbagliata per voler chiudere un ciclo. Non è egoista per desiderare una vita più leggera, più sua. Sta male perché è rimasta troppo a lungo in un ambiente che le chiede di resistere invece che di vivere. Questo merita rispetto, prima di tutto da parte sua. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve,dal suo racconto emerge una sofferenza profonda, stratificata negli anni, che non riguarda solo suo fratello ma l’intero funzionamento familiare. La sensazione di vivere in uno spazio non sicuro, l’ipercontrollo che ha sviluppato, la rabbia intensa e il rancore sono comprensibili alla luce di una storia fatta di instabilità, ruoli confusi e responsabilità che le sono ricadute addosso troppo presto. Quando in una famiglia manca una base solida e i confini non sono chiari, spesso uno dei figli finisce per diventare il contenitore del caos, quello che vede, capisce, interviene e paga il prezzo emotivo più alto.
Il comportamento di suo fratello, per come lo descrive, non può essere ridotto a una semplice “pigrizia” o a una fase transitoria. C’è una storia di dipendenza, acting out, aggressività, manipolazione e dipendenza economica che ha avuto un forte impatto traumatico su di lei. Allo stesso tempo, il problema non è solo lui, ma la dinamica di mantenimento che si è creata nel tempo, in cui i genitori, per fragilità o paura, hanno faticato a porre limiti chiari e coerenti. In questo contesto, lei è rimasta incastrata nel ruolo di quella che vede il problema, prova a contenerlo e viene percepita come “quella che crea conflitto”.
È importante essere molto chiari su un punto: vivere in una famiglia disfunzionale non significa dover “salvare” nessuno né continuare a sacrificare il proprio equilibrio. Il livello di allarme, di sfiducia e di disgusto che prova oggi indica che il suo sistema emotivo è saturo. Quando si arriva a percepire l’altro come un nemico in casa, non è più una questione di carattere o di buona volontà, ma di tutela psicologica. Continuare a restare in una situazione che la fa sentire costantemente in pericolo, tradita e sola rischia di cronicizzare ansia, rabbia e sintomi di controllo.
Lei chiede risposte senza filtri. Sì, il contesto che descrive è fortemente disfunzionale. No, non è possibile stabilire da qui una diagnosi su suo fratello, ma è evidente che presenta un funzionamento problematico che non può essere gestito solo con la speranza o con il sacrificio degli altri. E soprattutto, non è compito suo farsene carico. L’allontanamento, emotivo e progressivamente anche concreto, non è una punizione né una fuga, ma può diventare un atto di protezione e di sopravvivenza psichica.
Il lavoro psicologico, se fatto in modo mirato e strutturato, non è una terapia “a vita”, ma uno spazio per rimettere ordine, sciogliere il rancore, ridare confini e permetterle di fare scelte non guidate dalla paura o dal senso di colpa. In questo momento la priorità non è capire cosa farà suo fratello, ma restituire a lei un senso di sicurezza interna e di direzione.
Se lo desidera, può prenotare una visita per approfondire la sua situazione e valutare insieme come tutelarsi e riprendere il controllo della sua vita emotiva e decisionale.
Un caro saluto
Dottoressa A.Mustatea
Psicologa clinica,giuridica, psicodiagnosta, coordinatore genitoriale.
Il comportamento di suo fratello, per come lo descrive, non può essere ridotto a una semplice “pigrizia” o a una fase transitoria. C’è una storia di dipendenza, acting out, aggressività, manipolazione e dipendenza economica che ha avuto un forte impatto traumatico su di lei. Allo stesso tempo, il problema non è solo lui, ma la dinamica di mantenimento che si è creata nel tempo, in cui i genitori, per fragilità o paura, hanno faticato a porre limiti chiari e coerenti. In questo contesto, lei è rimasta incastrata nel ruolo di quella che vede il problema, prova a contenerlo e viene percepita come “quella che crea conflitto”.
È importante essere molto chiari su un punto: vivere in una famiglia disfunzionale non significa dover “salvare” nessuno né continuare a sacrificare il proprio equilibrio. Il livello di allarme, di sfiducia e di disgusto che prova oggi indica che il suo sistema emotivo è saturo. Quando si arriva a percepire l’altro come un nemico in casa, non è più una questione di carattere o di buona volontà, ma di tutela psicologica. Continuare a restare in una situazione che la fa sentire costantemente in pericolo, tradita e sola rischia di cronicizzare ansia, rabbia e sintomi di controllo.
Lei chiede risposte senza filtri. Sì, il contesto che descrive è fortemente disfunzionale. No, non è possibile stabilire da qui una diagnosi su suo fratello, ma è evidente che presenta un funzionamento problematico che non può essere gestito solo con la speranza o con il sacrificio degli altri. E soprattutto, non è compito suo farsene carico. L’allontanamento, emotivo e progressivamente anche concreto, non è una punizione né una fuga, ma può diventare un atto di protezione e di sopravvivenza psichica.
Il lavoro psicologico, se fatto in modo mirato e strutturato, non è una terapia “a vita”, ma uno spazio per rimettere ordine, sciogliere il rancore, ridare confini e permetterle di fare scelte non guidate dalla paura o dal senso di colpa. In questo momento la priorità non è capire cosa farà suo fratello, ma restituire a lei un senso di sicurezza interna e di direzione.
Se lo desidera, può prenotare una visita per approfondire la sua situazione e valutare insieme come tutelarsi e riprendere il controllo della sua vita emotiva e decisionale.
Un caro saluto
Dottoressa A.Mustatea
Psicologa clinica,giuridica, psicodiagnosta, coordinatore genitoriale.
Si avverte quanto questa situazione familiare le abbia richiesto, negli anni, un ruolo di controllo, vigilanza e “riparazione” che non dovrebbe spettare a una figlia o a una sorella. È comprensibile che oggi si senta esausta, arrabbiata, tradita e persino spaventata: quando il contesto familiare è imprevedibile, incoerente e privo di confini chiari, il sistema emotivo può rimanere in uno stato cronico di allerta, con conseguenze importanti sulla serenità e sull’identità personale.
Da un lato, la presenza di un fratello con una storia di comportamenti problematici, dipendenze, aggressività e scarsa autonomia, che ha destabilizzato l’intero sistema familiare. Dall’altro, genitori che, pur animati da intenzioni protettive, hanno avuto difficoltà a porre limiti coerenti, delegando implicitamente a lei il ruolo di “coscienza critica” e, in parte, di figura regolatrice. In mezzo, lei, che ha sviluppato ipercontrollo, rancore, senso di ingiustizia e una paura anticipatoria per il futuro, come se fosse già destinata a farsi carico delle conseguenze delle scelte altrui.
Riguardo a suo fratello, è importante distinguere tra giudizio morale e comprensione psicologica. Lei lo percepisce come manipolativo, immaturo, irresponsabile, e queste percezioni sono comprensibili alla luce delle sue esperienze. È altrettanto plausibile che lui abbia una fragilità psicologica significativa, con tratti depressivi, dipendenze e difficoltà nel funzionamento adulto. Questo non cancella le responsabilità per ciò che ha fatto, né giustifica comportamenti aggressivi o abusivi, ma aiuta a comprendere perché il suo percorso sia così discontinuo. Spesso, in queste situazioni, l’intero sistema familiare si organizza intorno al membro più fragile, e chi è più funzionale, come lei, finisce per pagare un prezzo enorme in termini di libertà, serenità e sviluppo personale.
Il punto centrale, forse il più importante, è questo: lei non è condannata a rimanere intrappolata in questo sistema. Può costruire una vita autonoma, emotivamente e materialmente, anche partendo da una situazione contrattuale instabile. Può scegliere quanto coinvolgersi, cosa tollerare e cosa no. Può legittimamente decidere di non essere la “salvatrice” di suo fratello e di non essere la regolatrice dei suoi genitori. Questo non la rende egoista, ma adulta e responsabile verso se stessa.
Da un lato, la presenza di un fratello con una storia di comportamenti problematici, dipendenze, aggressività e scarsa autonomia, che ha destabilizzato l’intero sistema familiare. Dall’altro, genitori che, pur animati da intenzioni protettive, hanno avuto difficoltà a porre limiti coerenti, delegando implicitamente a lei il ruolo di “coscienza critica” e, in parte, di figura regolatrice. In mezzo, lei, che ha sviluppato ipercontrollo, rancore, senso di ingiustizia e una paura anticipatoria per il futuro, come se fosse già destinata a farsi carico delle conseguenze delle scelte altrui.
Riguardo a suo fratello, è importante distinguere tra giudizio morale e comprensione psicologica. Lei lo percepisce come manipolativo, immaturo, irresponsabile, e queste percezioni sono comprensibili alla luce delle sue esperienze. È altrettanto plausibile che lui abbia una fragilità psicologica significativa, con tratti depressivi, dipendenze e difficoltà nel funzionamento adulto. Questo non cancella le responsabilità per ciò che ha fatto, né giustifica comportamenti aggressivi o abusivi, ma aiuta a comprendere perché il suo percorso sia così discontinuo. Spesso, in queste situazioni, l’intero sistema familiare si organizza intorno al membro più fragile, e chi è più funzionale, come lei, finisce per pagare un prezzo enorme in termini di libertà, serenità e sviluppo personale.
Il punto centrale, forse il più importante, è questo: lei non è condannata a rimanere intrappolata in questo sistema. Può costruire una vita autonoma, emotivamente e materialmente, anche partendo da una situazione contrattuale instabile. Può scegliere quanto coinvolgersi, cosa tollerare e cosa no. Può legittimamente decidere di non essere la “salvatrice” di suo fratello e di non essere la regolatrice dei suoi genitori. Questo non la rende egoista, ma adulta e responsabile verso se stessa.
Gentile signora,
mentre leggevo le sue parole, una domanda continuava a risuonare nella mia mente: "Ma lei, in tutto questo, dov’è?". Mi ha colpito come il racconto sia quasi interamente assorbito dalla figura di suo fratello e dallo spazio immenso, fisico e mentale, che occupa nella vostra famiglia. È come se la vostra casa fosse abitata da una solitudine diffusa, dove però il dolore di uno ha finito per silenziare i bisogni di tutti gli altri.
L'impressione è che la sua famiglia stia cercando, con grande fatica, di tenere insieme i pezzi di una situazione che spaventa tutti. Quando in un sistema familiare c’è una sofferenza che dura da anni, si finisce spesso per creare un equilibrio precario dove si cammina costantemente sulle uova. I suoi genitori, forse per timore o per un istinto di protezione, scelgono la strada dell'indulgenza; lei invece, per amore della stabilità, si ritrova a interpretare la parte "severa" che richiama tutti alla realtà. Questo ruolo ha però un costo altissimo: poiché lei ha dimostrato di essere capace e autonoma, la sua famiglia sembra aver smesso di preoccuparsi di come sta. Il suo benessere viene dato per scontato, mentre ogni energia e ogni discorso a tavola vengono assorbiti dalle difficoltà di suo fratello.
È profondamente umano provare rabbia e senso di tradimento quando i propri sforzi passano inosservati, mentre le mancanze di un altro diventano il centro del mondo. Tuttavia, finché lei si farà carico di monitorare ogni spesa, ogni esame o ogni regola infranta, rimarrà incastrata in una battaglia che non può vincere da sola. Il "passo indietro" di cui forse sente il bisogno non è un atto di cattiveria, ma un atto di separazione necessario per smettere di farsi carico delle conseguenze di decisioni che non sono sue. Se i suoi genitori scelgono di non agire, è una loro scelta di vita e di relazione, per quanto sia doloroso restare a guardare.
Più che un "reset" dei pensieri, la strada potrebbe essere quella di riprendersi lo spazio che le spetta, concedendosi di essere "solo" una sorella e "solo" una figlia. Questo significa lasciare agli altri la libertà di gestire le proprie difficoltà, anche se questo comporta vederli sbagliare. Inizi a investire le sue energie non più nel tentativo di cambiare il clima della casa, ma nel costruire quel ponte ideale che la porterà fuori di lì, prima di tutto con il pensiero.
Tutto ciò che ha costruito con il suo impegno rappresenta lo spazio della sua libertà. Si permetta di vivere i suoi traguardi non come una colpa che la allontana, ma come le risorse più preziose (il suo lavoro, i suoi studi) su cui poggiare i piedi per guardare finalmente altrove e riprendere in mano il suo cammino.
Un caro saluto,
Dott.ssa Valentina Vaglica
mentre leggevo le sue parole, una domanda continuava a risuonare nella mia mente: "Ma lei, in tutto questo, dov’è?". Mi ha colpito come il racconto sia quasi interamente assorbito dalla figura di suo fratello e dallo spazio immenso, fisico e mentale, che occupa nella vostra famiglia. È come se la vostra casa fosse abitata da una solitudine diffusa, dove però il dolore di uno ha finito per silenziare i bisogni di tutti gli altri.
L'impressione è che la sua famiglia stia cercando, con grande fatica, di tenere insieme i pezzi di una situazione che spaventa tutti. Quando in un sistema familiare c’è una sofferenza che dura da anni, si finisce spesso per creare un equilibrio precario dove si cammina costantemente sulle uova. I suoi genitori, forse per timore o per un istinto di protezione, scelgono la strada dell'indulgenza; lei invece, per amore della stabilità, si ritrova a interpretare la parte "severa" che richiama tutti alla realtà. Questo ruolo ha però un costo altissimo: poiché lei ha dimostrato di essere capace e autonoma, la sua famiglia sembra aver smesso di preoccuparsi di come sta. Il suo benessere viene dato per scontato, mentre ogni energia e ogni discorso a tavola vengono assorbiti dalle difficoltà di suo fratello.
È profondamente umano provare rabbia e senso di tradimento quando i propri sforzi passano inosservati, mentre le mancanze di un altro diventano il centro del mondo. Tuttavia, finché lei si farà carico di monitorare ogni spesa, ogni esame o ogni regola infranta, rimarrà incastrata in una battaglia che non può vincere da sola. Il "passo indietro" di cui forse sente il bisogno non è un atto di cattiveria, ma un atto di separazione necessario per smettere di farsi carico delle conseguenze di decisioni che non sono sue. Se i suoi genitori scelgono di non agire, è una loro scelta di vita e di relazione, per quanto sia doloroso restare a guardare.
Più che un "reset" dei pensieri, la strada potrebbe essere quella di riprendersi lo spazio che le spetta, concedendosi di essere "solo" una sorella e "solo" una figlia. Questo significa lasciare agli altri la libertà di gestire le proprie difficoltà, anche se questo comporta vederli sbagliare. Inizi a investire le sue energie non più nel tentativo di cambiare il clima della casa, ma nel costruire quel ponte ideale che la porterà fuori di lì, prima di tutto con il pensiero.
Tutto ciò che ha costruito con il suo impegno rappresenta lo spazio della sua libertà. Si permetta di vivere i suoi traguardi non come una colpa che la allontana, ma come le risorse più preziose (il suo lavoro, i suoi studi) su cui poggiare i piedi per guardare finalmente altrove e riprendere in mano il suo cammino.
Un caro saluto,
Dott.ssa Valentina Vaglica
Da quello che racconta emerge una sofferenza intensa e protratta nel tempo, legata a una situazione familiare complessa e carica di tensione. Vivere per anni in un clima di conflitto, allerta e mancanza di confini chiari può portare, comprensibilmente, a sviluppare rabbia, sfiducia, ipercontrollo e un forte senso di solitudine. Le emozioni che descrive non sono “sbagliate”, ma segnali di un sovraccarico emotivo importante.
Essere adulti significa anche prendersi cura di quello che si sente in modo da poter evolvere senza dover portare dietro zavorre.
Non è possibile né corretto fare diagnosi sui suoi familiari in questo contesto; tuttavia è evidente che lei si è trovata a sostenere ruoli e responsabilità che non le spettavano, pagando un prezzo elevato in termini di benessere personale. Il punto centrale, più che comprendere o cambiare gli altri, è occuparsi della sua sicurezza emotiva e della sua possibilità di costruire uno spazio di vita più tutelante per sé.
In questo momento potrebbe essere utile uno spazio di terapia come luogo protetto, non “per sempre” ma per il tempo necessario, in cui poter elaborare il rancore, la paura per il futuro, la dipendenza emotiva che riferisce e lavorare sui confini, senza sentirsi giudicata o ulteriormente responsabilizzata. Un percorso mirato può aiutarla a fare chiarezza sulle scelte da compiere e a ritrovare un senso di controllo sulla propria vita, che oggi sente di aver perso.
Chiedere aiuto, in situazioni come questa, non è un fallimento ma un atto di tutela verso sé stessi.
Essere adulti significa anche prendersi cura di quello che si sente in modo da poter evolvere senza dover portare dietro zavorre.
Non è possibile né corretto fare diagnosi sui suoi familiari in questo contesto; tuttavia è evidente che lei si è trovata a sostenere ruoli e responsabilità che non le spettavano, pagando un prezzo elevato in termini di benessere personale. Il punto centrale, più che comprendere o cambiare gli altri, è occuparsi della sua sicurezza emotiva e della sua possibilità di costruire uno spazio di vita più tutelante per sé.
In questo momento potrebbe essere utile uno spazio di terapia come luogo protetto, non “per sempre” ma per il tempo necessario, in cui poter elaborare il rancore, la paura per il futuro, la dipendenza emotiva che riferisce e lavorare sui confini, senza sentirsi giudicata o ulteriormente responsabilizzata. Un percorso mirato può aiutarla a fare chiarezza sulle scelte da compiere e a ritrovare un senso di controllo sulla propria vita, che oggi sente di aver perso.
Chiedere aiuto, in situazioni come questa, non è un fallimento ma un atto di tutela verso sé stessi.
Buongiorno,
Dalla sua descrizione emerge un contesto familiare molto complesso, caratterizzato da ruoli confusi, confini fragili e da un carico emotivo che lei sostiene da molto tempo.
Vivere in un ambiente in cui prevalgono tensione, paura e senso di responsabilità verso gli altri può portare a uno stato di costante allerta e a sentimenti di rabbia, sfiducia e solitudine, che risultano comprensibili alla luce di quanto racconta.
È importante riconoscere che non tutto ciò che accade in famiglia dipende da lei né può essere da lei controllato.
In situazioni simili, ridefinire i propri confini può rappresentare un'importante forma di tutela per sè.
Resto a disposizione,
Un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Dalla sua descrizione emerge un contesto familiare molto complesso, caratterizzato da ruoli confusi, confini fragili e da un carico emotivo che lei sostiene da molto tempo.
Vivere in un ambiente in cui prevalgono tensione, paura e senso di responsabilità verso gli altri può portare a uno stato di costante allerta e a sentimenti di rabbia, sfiducia e solitudine, che risultano comprensibili alla luce di quanto racconta.
È importante riconoscere che non tutto ciò che accade in famiglia dipende da lei né può essere da lei controllato.
In situazioni simili, ridefinire i propri confini può rappresentare un'importante forma di tutela per sè.
Resto a disposizione,
Un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.