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Esperienze

Cosa ci si può aspettare quando si chiede supporto e/o consulenza psicologica?
Ci sono alcune credenze erronee su questo lavoro. Un esempio emblematico: chi è in difficoltà con stati ansiosi può desiderare che lavorando con lo psicologo l’ansia venga tolta dalla sua vita. Gli stati emotivi e cognitivi che possono essere avvertiti come spiacevoli, come l’ansia appunto, non sono soggetti a “eliminazione”. Ognuna di queste condizioni ha una sua funzione fondamentale per il buon funzionamento della persona e tutte sono frutto di centinaia di migliaia di anni di evoluzione della specie.
Il percorso psicologico spesso si fonda, piuttosto, sul fornire uno spazio di sicurezza e libertà dove poter gestire tutti i complessi turbamenti cognitivi, emotivi e/o somatici che una persona può esperire nel tentativo di affrontare la sofferenza di base o le emozioni più spiacevoli.
In altre parole, il dolore che noi proviamo in quanto esseri umani può essere considerato come una freccia che ci colpisce. Soffriamo fisicamente, proviamo un insieme complesso di emozioni e formuliamo domande, pensieri, idee. In alcuni casi, per una serie variegata di cause e motivi, la nostra mente può aver appreso a reagire in modi disfunzionali o disregolati a questa sofferenza, cercando di ignorarla, combatterla o altri modi. Queste dinamiche potrebbero favorire la nascita di un ulteriore dolore, una sorta di sofferenza “superflua” o una seconda freccia che ci colpisce. In queste condizioni, siamo portati ad agganciarci a credenze o significati rispetto alla situazione o a noi stessi (“me lo merito”, “sono troppo debole”, “questo dolore non può finire”, ecc.) che alimentano questo ciclo di sofferenza.
La possibilità di confrontarsi con uno psicologo può offrire la possibilità di portare alla luce queste dinamiche, costruire nuovi sensi e un significato in base alla propria storia e, così, assumere una nuova comprensione di se stessi di fronte al dolore, maggiormente libera e in potere di scegliere il modo in cui adattarsi all’ambiente interno ed esterno e prendersi cura di sé e delle persone a noi care.
Un percorso di questo tipo è rivolto sempre verso la comprensione di sé stessi, la quale facilita la presa di posizione rispetto al cambiamento. Non una mera conoscenza statica di “come siamo fatti” (in quanto la nostra mente e coscienza cambia sempre) e non un mero atto di cieco affidamento all’intervento tecnico; quanto il creare le condizioni per poterci sentire liberi di mettere in atto dei cambiamenti e sentire di avere le risorse per farne frutto della benevolenza e compassione verso noi stessi.
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33 recensioni

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  • L

    Ho trovato nello studio del dottore uno spazio sicuro, empatico e di vera crescita. Con il suo approccio professionale e umano ho finalmente imparato a gestire ansia e stress quotidiano.

     • Il Faro studio psicologico superamento di eventi traumatici  • 

    Dr. Lorenzo Cella

    Grazie mille per il feedback!



  • M

    La cosa fondamentale è sentirsi liberi di parlare senza sentirsi giudicati per questo.

     • Il Faro studio psicologico mindfulness  • 

    Dr. Lorenzo Cella

    Grazie mille per il feedback!



  • G

    Molto attento e rispettoso. Mi sono sentito visto ma non analizzato.

     • Il Faro studio psicologico trattamento binge eating  • 

    Dr. Lorenzo Cella

    Grazie mille per il feedback!



  • F

    C'è voluto tempo. Il dr Cella mi è stato vicino durante diverse crisi, ma ora mi sento di camminare sulle mie gambe.

     • Il Faro studio psicologico trattamento anoressia  • 

    Dr. Lorenzo Cella

    Grazie mille per il pensiero. È stato un piacere lavorare assieme.


  • V

    Una bella esperienza. Non semplice, c'è voluta molta fiducia ma alla fine ha ripagato.

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    Dr. Lorenzo Cella

    Grazie mille per il riscontro


  • S

    Ci sono delle emozioni che cercavo di controllare, invece di provare a capire cosa cercavano di comunicarmi.

     • Il Faro studio psicologico trattamento dello stress  • 

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    Grazie mille per il feedback!


  • P

    Un'esperienza significativa. Non è stato semplice, ma sono contento di essermi messo in gioco per trovare il modo di prendermi cura di me.

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  • E

    Mi sono sentita supportata nel cercare di trattarmi con meno giudizio e critica.

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  • D

    Un serio professionista, anche una persona gentile.

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  • B

    La terapia non è ancora conclusa, ma sono contenta di avere un posto dove potermi esprimere liberamente.

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Risposte ai pazienti

ha risposto a 59 domande da parte di pazienti di MioDottore

Salve, vorrei chiedere a voi dottori un parere o consiglio riguardo una situazione, sono una ragazza di 26 anni, 2 anni fa circa diciamo che avevo una frequentazione con un ragazzo a distanza, con cui poi ci siamo visti, premetto che con lui stavo molto bene, mi faceva stare bene e riuscivo a parlare di tutto, ci scherzavo ecc insomma..però purtroppo ci siamo lasciati poi per via della distanza e perché io i quel momento dovevo iniziare un lavoro, e poi io mi sono attaccata a un'altra persona..però ad ora io con lui ci parlo ancora, ci sentiamo ogni tanto e mi sembra quasi di provare qualcosa ancora per lui..purtroppo però non so forse sbaglio io o non so come vederla, ma lui diciamo è un più alto di me e molto robusto ecco..è forse questo mi "spaventava" o comunque mi faceva forse vergogna..è una cosa che non mi piace e so che non è giusto perché comunque lui è una persona davvero bella e con cui mi piace stare e parlare però appunto quando mi era venuto a trovare io avevo questo senso di disagio..e ora capita che mi dica che vuole venire a trovarmi nuovamente ma io ho questo pensiero..forse per il giudizio altrui? Perché essendo nella mia città ho questo pensiero per un fatto di paura che mi vedano con lui? Non lo so..

Il punto più delicato che emerge dal suo racconto riguarda il disagio legato all’aspetto fisico di lui e al timore del giudizio esterno. È importante dirlo con chiarezza e senza colpevolizzarsi: ciò che la mette in difficoltà non sembra essere il suo aspetto in sé, ma ciò che quell’aspetto rappresenta simbolicamente per lei. In molte persone, soprattutto quando l’identità è ancora in fase di consolidamento, il partner diventa anche un “biglietto da visita” sociale, qualcosa attraverso cui ci si sente visti, valutati, approvati o criticati. In questo senso, la vergogna o l’imbarazzo non parlano tanto dell’altro, ma del proprio bisogno di sentirsi accettata, riconosciuta e al riparo da possibili svalutazioni.
È significativo che lei stessa dica: “so che non è giusto”. Questo indica che una parte di lei riconosce il valore della persona e la qualità della relazione, mentre un’altra parte è guidata dalla paura e dal bisogno di protezione. Questa divisione interna è molto comune e non va letta come incoerenza o superficialità, ma come il segnale di un conflitto tra bisogni diversi: il bisogno di vicinanza e autenticità da un lato, e il bisogno di appartenenza, approvazione e sicurezza sociale dall’altro.
Non c’è una risposta giusta o sbagliata rispetto al continuare o meno questo rapporto. C’è però una direzione che può essere più o meno rispettosa di sé. Se lei dovesse rinunciare a una relazione che sente significativa solo per evitare uno sguardo esterno immaginato, il rischio è che, nel tempo, questo alimenti ulteriormente il dubbio su di sé e la sensazione di non potersi fidare dei propri sentimenti. Al contrario, se riuscisse gradualmente a dare più peso a come si sente quando è con lui, rispetto a come pensa di dover apparire, potrebbe scoprire qualcosa di importante su di sé e sui suoi bisogni affettivi.

Dr. Lorenzo Cella

Buongiorno Gentilissimi Dottori,
Vorrei chiederVi come superare il senso di vergogna e di inadeguatezza..ho 35 anni e studio ancora all'università..ho lasciato per un periodo gli studi in seguito a dei lutti dei miei nonni e di mia madre e poi per depressione e durante questo periodo la mia famiglia mi fece sentire incapace in quanto mi veniva detto proprio dalla mia stessa famiglia che ormai ero fuori dal giro dell'universita', che vanno avanti nella vita solo quelli laureati a 23- 24 anni perché hanno modo di sperimentare e di fare più cose e poi, pur avendo io buoni voti, mi sono state dette frasi che ritengo cattive "i voti te li tieni per la gloria" "chi ti calcola piu' ormai" "ti prendi la pensione all' università " "dopo i 30 anni non ti prendono a lavorare, non puoi fare neanche i concorsi" "neanche un ragazzo ti può volere perché non sei indipendente".Quando ero in corso un docente mi disse che mi vedeva partecipe a lezione, rispondevo alle domande di lezione, e, nonostante non avessi ancora sostenuto il suo esame, mi chiese di fare la tesi nella sua materia ( anche se io ho pensato di non essere all'altezza, di non essere abbastanza preparata capace per una tesi sperimentale in laboratorio) ma poi dati gli eventi che mi sono successi, sono sparita dall'università..ora, siccome vorrei riseguire il corso di questo docente, provo molto vergogna (penso che sia anche perché sono stata sempre timida, introversa, scarsa autostima nonostante i buoni risultati)in quanto penso che il docente si sia offeso non avendomi più vista per la tesi o temo che vedendomi a lezione possa pensare "questa ancora qua sta"..o che non si ricordi più di me, nemmeno di avermi chiesto la tesi..inoltre temo che quando sosterrò l'esame, chiamando l'appello, dato che sono del vecchio ordinamento, si renda conto della mia vera età e che quindi mi dica che ormai data la mia età non vorrà più che io faccia la tesi con lui e neanche un eventuale dottorato di ricerca (il dottorato credo proprio che sarà impossibile farlo per la mia età ). Vi ringrazio tanto per i vostri consigli e Vi auguro una Buona Giornata.

È importante dirlo con chiarezza fin dall’inizio: ciò che lei descrive non è un segno di debolezza o di inadeguatezza, ma l’esito comprensibile di una storia di perdite significative, di un periodo depressivo e di un contesto relazionale che, invece di sostenere, ha finito per ferire profondamente la sua immagine di sé.
I lutti che ha vissuto non sono stati eventi marginali o “interruzioni di percorso” trascurabili. La perdita di figure affettive fondamentali, come i nonni e soprattutto sua madre, ha un impatto profondo sul senso di continuità della propria vita, sulla fiducia nel futuro e sulla percezione delle proprie risorse. In molte persone, in modo del tutto umano, questo porta a una fase di arresto, di ritiro, di disorientamento. Non si tratta di “uscire dal giro”, ma di cercare di sopravvivere emotivamente in un momento in cui le energie psichiche sono impegnate altrove.
La vergogna che oggi prova all’idea di tornare a lezione o di incontrare quel docente sembra nascere proprio da qui. Non tanto da ciò che è accaduto davvero, quanto dalle interpretazioni che la sua mente produce: l’idea di essere giudicata, derisa, dimenticata o ritenuta “fuori tempo massimo”. Questi pensieri hanno una funzione precisa: cercano di proteggerla dal rischio di una nuova ferita, anticipando il peggio. Il problema è che, così facendo, finiscono per bloccarla e per confermare l’immagine di sé come persona “non all’altezza”.
Forse il passaggio più importante, oggi, non è dimostrare qualcosa agli altri, ma iniziare a costruire uno sguardo più giusto e meno punitivo verso se stessa. Lei non è una persona “rimasta indietro”, ma una persona che ha attraversato eventi difficili e che sta cercando, con coraggio, di riprendere in mano il proprio percorso. Tornare a seguire un corso, sostenere un esame, rimettersi in gioco non sono atti di vergogna, ma di forza.

Dr. Lorenzo Cella
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