Ciao a tutti,da circa un anno soffro di bournout/depressione in Germania. In posso trasferito quatt
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Ciao a tutti,da circa un anno soffro di bournout/depressione in Germania.
In posso trasferito quattro anni fa dalla Sicilia per lavoro è devo dire che a parte le difficoltà iniziali (linguistiche e culturali)mi sono trovato molto bene e addirittura mi sentivo realizzato .lavoravo in un’azienda dove c’erano tantissimi italiani e gente che proveniva da tutto il mondo,quindi diciamo che l’integrazione non è stata difficilissima.
Adesso andrò al punto cruciale della storia,quasi due anni fa conosco una ragazza italiana in una città a 2 ore e mezza distante da me.all’inizio ci siamo fidanzati a distanza,vedendoci una o massimo due volte a settimana finì a quando non nasce un desiderio (o esigenza d’affetto?) dentro di me per cui le propongo di trasferirmi io da lei e quindi andare a convivere.ovviamente così facendo dovevo anche cambiare lavoro dal quale mi trovavo benissimo.all’inizio quando era solo un’idea il mio entusiasmo era alle stelle,poi quando dopo una ricerca lunghissima abbiamo trovato casa,ho avuto una paura enorme ed è da lì che sono iniziati i sintomi depressivi e mi sono sentito sempre peggio .prima di trasferirmi da lei sono andato per tre giornati in Italia perché sentivo la necessità di staccare mentalmente e andai a visita da uno psichiatra,il quale mi prescrive brintellix al mattino e adesso sono arrivato a raddoppiare la dose. Pensavo fosse solo paura di una decisione grande e una volta tornato in Germania e iniziata la convivenza le cose sarebbero andate meglio,niente di più sbagliato!la situazione si è aggravata sempre di più,sia con la mia ormai ex compagna che con il nuovo lavoro che ho iniziato forse in un momento della mia vita sbagliato.al lavoro nonostante ho esperienza nel mestiere mi sono trovato male sin dall’inizio,ho trovato colleghi (quasi tutti tedeschi)scortesi e addirittura alcuni razzisti ma io mi promettevo di resistere perché era il mio dovere.nel frattempo il rapporto con lei va sempre peggio fino a quando non entro in crisi e decido di comunicarle di cercarsi casa sua perché io tornerò in Italia.ovviamente lei era incredula perché ero stato io a prendere la decisione di convivere ma dopo battibecchi continui e un periodo trascorso da separati in casa accetta e si trova l’appartamento.adesso mi ritrovo per l’ultimo mese in Germania da solo ed ho deciso di mettermi in malattia per bournout,ho deciso di ripartire da me e tra un mese tornerò in Italia,chissà magari lì potrò fare luce dentro di me e capire realmente cosa mi è successo!
In posso trasferito quattro anni fa dalla Sicilia per lavoro è devo dire che a parte le difficoltà iniziali (linguistiche e culturali)mi sono trovato molto bene e addirittura mi sentivo realizzato .lavoravo in un’azienda dove c’erano tantissimi italiani e gente che proveniva da tutto il mondo,quindi diciamo che l’integrazione non è stata difficilissima.
Adesso andrò al punto cruciale della storia,quasi due anni fa conosco una ragazza italiana in una città a 2 ore e mezza distante da me.all’inizio ci siamo fidanzati a distanza,vedendoci una o massimo due volte a settimana finì a quando non nasce un desiderio (o esigenza d’affetto?) dentro di me per cui le propongo di trasferirmi io da lei e quindi andare a convivere.ovviamente così facendo dovevo anche cambiare lavoro dal quale mi trovavo benissimo.all’inizio quando era solo un’idea il mio entusiasmo era alle stelle,poi quando dopo una ricerca lunghissima abbiamo trovato casa,ho avuto una paura enorme ed è da lì che sono iniziati i sintomi depressivi e mi sono sentito sempre peggio .prima di trasferirmi da lei sono andato per tre giornati in Italia perché sentivo la necessità di staccare mentalmente e andai a visita da uno psichiatra,il quale mi prescrive brintellix al mattino e adesso sono arrivato a raddoppiare la dose. Pensavo fosse solo paura di una decisione grande e una volta tornato in Germania e iniziata la convivenza le cose sarebbero andate meglio,niente di più sbagliato!la situazione si è aggravata sempre di più,sia con la mia ormai ex compagna che con il nuovo lavoro che ho iniziato forse in un momento della mia vita sbagliato.al lavoro nonostante ho esperienza nel mestiere mi sono trovato male sin dall’inizio,ho trovato colleghi (quasi tutti tedeschi)scortesi e addirittura alcuni razzisti ma io mi promettevo di resistere perché era il mio dovere.nel frattempo il rapporto con lei va sempre peggio fino a quando non entro in crisi e decido di comunicarle di cercarsi casa sua perché io tornerò in Italia.ovviamente lei era incredula perché ero stato io a prendere la decisione di convivere ma dopo battibecchi continui e un periodo trascorso da separati in casa accetta e si trova l’appartamento.adesso mi ritrovo per l’ultimo mese in Germania da solo ed ho deciso di mettermi in malattia per bournout,ho deciso di ripartire da me e tra un mese tornerò in Italia,chissà magari lì potrò fare luce dentro di me e capire realmente cosa mi è successo!
Gentile utente, da quello che racconta si vede un filo logico: lei stava funzionando bene in Germania, in un contesto lavorativo e sociale che le dava identità e appartenenza. Poi ha fatto una scelta molto impegnativa (trasferimento, convivenza, cambio lavoro e ambiente) e proprio nel passaggio dall’“idea entusiasmante” alla realtà concreta si è attivata una paura intensa, seguita da sintomi depressivi sempre più marcati. Non è raro: alcuni crolli arrivano quando si rompe un equilibrio che, anche se faticoso all’inizio, era diventato stabile.
In più, il nuovo lavoro sembra aver aggiunto stress e isolamento: colleghi ostili, fatica linguistica/culturale, clima relazionale negativo. In queste condizioni, anche una relazione di coppia tende a risentirne e spesso ci si trova a “reggere tutto” senza più risorse. La sua decisione di rientrare in Italia non va letta come fallimento, quanto piuttosto come un tentativo di ripristinare terreno sotto i piedi in un momento in cui l’organismo sta chiedendo tregua.
Un punto importante: ha già fatto passi responsabili, perché ha chiesto aiuto medico, sta seguendo una cura, si è messo in malattia invece di trascinarsi fino al collasso. Ora, tornando in Italia, l’obiettivo non dovrebbe essere solo “capire cosa mi è successo”, ma anche costruire una ripartenza concreta: follow-up con lo psichiatra, un supporto psicologico per elaborare il passaggio (rottura, senso di colpa, identità, scelte), e tempi realistici per recuperare energie prima di prendere nuove decisioni grandi.
È possibile che la crisi sia stata la somma di più fattori: cambiamento radicale, perdita del contesto di appartenenza, lavoro tossico, pressione interna a “resistere” e la delusione di una convivenza che non ha retto lo stress. Non significa necessariamente che lei “non è capace di stare in coppia” o “non regge l’estero” quanto piuttosto che in quel momento ha tolto troppe basi insieme.
Le auguro che questo rientro sia un tempo di cura e di chiarezza, non una fuga da giudicare. Se lo userà per stabilizzarsi e farsi accompagnare, può diventare davvero un nuovo inizio.
Un caro saluto.
Gabriele
In più, il nuovo lavoro sembra aver aggiunto stress e isolamento: colleghi ostili, fatica linguistica/culturale, clima relazionale negativo. In queste condizioni, anche una relazione di coppia tende a risentirne e spesso ci si trova a “reggere tutto” senza più risorse. La sua decisione di rientrare in Italia non va letta come fallimento, quanto piuttosto come un tentativo di ripristinare terreno sotto i piedi in un momento in cui l’organismo sta chiedendo tregua.
Un punto importante: ha già fatto passi responsabili, perché ha chiesto aiuto medico, sta seguendo una cura, si è messo in malattia invece di trascinarsi fino al collasso. Ora, tornando in Italia, l’obiettivo non dovrebbe essere solo “capire cosa mi è successo”, ma anche costruire una ripartenza concreta: follow-up con lo psichiatra, un supporto psicologico per elaborare il passaggio (rottura, senso di colpa, identità, scelte), e tempi realistici per recuperare energie prima di prendere nuove decisioni grandi.
È possibile che la crisi sia stata la somma di più fattori: cambiamento radicale, perdita del contesto di appartenenza, lavoro tossico, pressione interna a “resistere” e la delusione di una convivenza che non ha retto lo stress. Non significa necessariamente che lei “non è capace di stare in coppia” o “non regge l’estero” quanto piuttosto che in quel momento ha tolto troppe basi insieme.
Le auguro che questo rientro sia un tempo di cura e di chiarezza, non una fuga da giudicare. Se lo userà per stabilizzarsi e farsi accompagnare, può diventare davvero un nuovo inizio.
Un caro saluto.
Gabriele
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Ciao. Da come lo racconti, quello che ti è successo ha una logica molto chiara: non è “sei debole” o “hai rovinato tutto”, è che hai fatto due cambiamenti enormi insieme (città + convivenza + lavoro + perdita della tua rete) e il tuo sistema nervoso è andato in sovraccarico. L’entusiasmo iniziale spesso regge finché è un’idea; quando diventa reale, può scattare paura, senso di intrappolamento e poi depressione/ansia. E il nuovo lavoro, con colleghi ostili e anche razzismo, ti ha tolto quel “porto sicuro” che prima avevi.
Il fatto che tu abbia chiesto aiuto, che tu sia in malattia per burnout e che tu stia pianificando un rientro con un mese di anticipo è già un modo responsabile di proteggerti.
Qualche punto che può aiutarti a “fare luce” senza perderti nei sensi di colpa:
Non leggere la rottura come prova che non sai amare. È più probabile che tu abbia cercato affetto e stabilità (convivenza) proprio mentre stavi entrando in una fase di stress, e poi ti sei trovato senza risorse per reggere la pressione. La relazione ha fatto da amplificatore, non da causa unica.
Il rientro in Italia può aiutare, soprattutto se ti restituisce supporto, lingua, contesto familiare e ritmi più tuoi. Però prova a viverlo come una fase di recupero, non come “devo risolvere tutto subito”. I primi tempi possono essere emotivamente altalenanti.
Continua a farti seguire sul farmaco: non interrompere o cambiare dose da solo. Se torni in Sicilia, programma già un contatto con medico/psichiatra per una continuità, perché il passaggio di paese e la fine della relazione sono momenti delicati.
Datti obiettivi piccoli nel mese che resta: sonno, pasti regolari, camminare ogni giorno, contatti umani, ridurre l’isolamento. È quello che aiuta davvero il burnout a scendere.
Se vuoi, puoi usare questo mese per rispondere a due domande semplici:
cosa mi dava energia prima (azienda, rete sociale, routine) e cosa l’ha tolta?
qual è un modo di costruire una vita che non mi faccia sentire intrappolato? (anche senza decidere “per sempre”).
Se ti va, sul mio profilo trovi come lavoro su burnout, scelte di vita e transizioni, e puoi valutare un colloquio per accompagnare il rientro e rimettere ordine dentro questa esperienza
Il fatto che tu abbia chiesto aiuto, che tu sia in malattia per burnout e che tu stia pianificando un rientro con un mese di anticipo è già un modo responsabile di proteggerti.
Qualche punto che può aiutarti a “fare luce” senza perderti nei sensi di colpa:
Non leggere la rottura come prova che non sai amare. È più probabile che tu abbia cercato affetto e stabilità (convivenza) proprio mentre stavi entrando in una fase di stress, e poi ti sei trovato senza risorse per reggere la pressione. La relazione ha fatto da amplificatore, non da causa unica.
Il rientro in Italia può aiutare, soprattutto se ti restituisce supporto, lingua, contesto familiare e ritmi più tuoi. Però prova a viverlo come una fase di recupero, non come “devo risolvere tutto subito”. I primi tempi possono essere emotivamente altalenanti.
Continua a farti seguire sul farmaco: non interrompere o cambiare dose da solo. Se torni in Sicilia, programma già un contatto con medico/psichiatra per una continuità, perché il passaggio di paese e la fine della relazione sono momenti delicati.
Datti obiettivi piccoli nel mese che resta: sonno, pasti regolari, camminare ogni giorno, contatti umani, ridurre l’isolamento. È quello che aiuta davvero il burnout a scendere.
Se vuoi, puoi usare questo mese per rispondere a due domande semplici:
cosa mi dava energia prima (azienda, rete sociale, routine) e cosa l’ha tolta?
qual è un modo di costruire una vita che non mi faccia sentire intrappolato? (anche senza decidere “per sempre”).
Se ti va, sul mio profilo trovi come lavoro su burnout, scelte di vita e transizioni, e puoi valutare un colloquio per accompagnare il rientro e rimettere ordine dentro questa esperienza
La invito anche io come già sta pensando di fare, a un percorso di psicoterapia personale nel quale può fare ordine rispetto alle esperienze che riferisce e dare senso ai diversi cambiamenti. Riferisce un funzionamento depressivo esistente anche prima e credo che anche questo è rilevante per un lavoro su di sè efficace e soprattutto risolutivo. Saluti, Dott.ssa Ines Desogos
Buongiorno,
quello che sta vivendo sembra molto faticoso e anche confuso, e da quello che racconta è comprensibile.
Negli ultimi anni ha affrontato diversi cambiamenti importanti tutti insieme: una relazione significativa, una convivenza, un cambio di lavoro, un nuovo ambiente… e allo stesso tempo la perdita di punti di riferimento che prima la facevano sentire stabile e realizzato.
In queste situazioni può succedere che, più che una singola causa, sia l’insieme a creare un sovraccarico emotivo che porta a sentirsi sempre più sotto pressione, fino a manifestare sintomi di burnout o depressione.
Il passaggio che descrive — dall’entusiasmo iniziale alla paura intensa — è molto significativo: spesso indica che una parte di Lei desiderava quel cambiamento, mentre un’altra aveva bisogno di più tempo o di maggiore sicurezza.
Anche un ambiente lavorativo percepito come poco accogliente può aver contribuito ad aumentare lo stress e il senso di solitudine.
La decisione di fermarsi, mettersi in malattia e tornare in Italia è un segnale importante: sta cercando di ascoltarsi e di uscire da una situazione che era diventata troppo pesante.
In questo momento può esserLe utile non cercare subito una risposta definitiva, ma darsi il tempo di capire con più calma cosa è successo dentro di Lei lungo questo percorso.
Un supporto psicologico, in continuità con quello psichiatrico che ha già attivato, potrebbe aiutarLa a dare un senso più chiaro a questa esperienza e a ripartire con maggiore stabilità.
Quello che sta vivendo è complesso, ma può diventare un passaggio importante per conoscersi meglio.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
quello che sta vivendo sembra molto faticoso e anche confuso, e da quello che racconta è comprensibile.
Negli ultimi anni ha affrontato diversi cambiamenti importanti tutti insieme: una relazione significativa, una convivenza, un cambio di lavoro, un nuovo ambiente… e allo stesso tempo la perdita di punti di riferimento che prima la facevano sentire stabile e realizzato.
In queste situazioni può succedere che, più che una singola causa, sia l’insieme a creare un sovraccarico emotivo che porta a sentirsi sempre più sotto pressione, fino a manifestare sintomi di burnout o depressione.
Il passaggio che descrive — dall’entusiasmo iniziale alla paura intensa — è molto significativo: spesso indica che una parte di Lei desiderava quel cambiamento, mentre un’altra aveva bisogno di più tempo o di maggiore sicurezza.
Anche un ambiente lavorativo percepito come poco accogliente può aver contribuito ad aumentare lo stress e il senso di solitudine.
La decisione di fermarsi, mettersi in malattia e tornare in Italia è un segnale importante: sta cercando di ascoltarsi e di uscire da una situazione che era diventata troppo pesante.
In questo momento può esserLe utile non cercare subito una risposta definitiva, ma darsi il tempo di capire con più calma cosa è successo dentro di Lei lungo questo percorso.
Un supporto psicologico, in continuità con quello psichiatrico che ha già attivato, potrebbe aiutarLa a dare un senso più chiaro a questa esperienza e a ripartire con maggiore stabilità.
Quello che sta vivendo è complesso, ma può diventare un passaggio importante per conoscersi meglio.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Gentile utente,
quello che descrive non è raro: più che un “fallimento”, sembra una somma di cambiamenti importanti avvenuti tutti insieme (trasferimento, convivenza, nuovo lavoro, contesto sociale diverso), in un momento in cui forse le sue risorse erano già sotto stress.
La paura iniziale che ha sentito può essere stata un segnale di sovraccarico, che poi si è trasformato in sintomi depressivi, aggravati da un ambiente lavorativo difficile e da una relazione entrata in crisi.
Il fatto che abbia deciso di fermarsi e tornare in Italia non è una sconfitta, ma un tentativo di prendersi cura di sé e ritrovare equilibrio.
Continui a farsi seguire dal punto di vista medico e, se possibile, affianchi anche un supporto psicologico: potrà aiutarla a comprendere meglio cosa è successo e a ripartire con maggiore consapevolezza.
Un caro saluto.
quello che descrive non è raro: più che un “fallimento”, sembra una somma di cambiamenti importanti avvenuti tutti insieme (trasferimento, convivenza, nuovo lavoro, contesto sociale diverso), in un momento in cui forse le sue risorse erano già sotto stress.
La paura iniziale che ha sentito può essere stata un segnale di sovraccarico, che poi si è trasformato in sintomi depressivi, aggravati da un ambiente lavorativo difficile e da una relazione entrata in crisi.
Il fatto che abbia deciso di fermarsi e tornare in Italia non è una sconfitta, ma un tentativo di prendersi cura di sé e ritrovare equilibrio.
Continui a farsi seguire dal punto di vista medico e, se possibile, affianchi anche un supporto psicologico: potrà aiutarla a comprendere meglio cosa è successo e a ripartire con maggiore consapevolezza.
Un caro saluto.
Buongiorno,
il suo racconto sembra muoversi tra due poli: da una parte un tempo in cui si sentiva realizzato, integrato, in movimento; dall’altra qualcosa che, a un certo punto, si è incrinato, proprio mentre stava facendo una scelta importante, quasi come se da lì in poi tutto avesse iniziato a perdere stabilità.
Viene da chiedersi che tipo di passaggio sia stato, per lei, quello dal “desiderio” di andare a convivere al momento in cui quella possibilità è diventata concreta. Che cosa è cambiato dentro di lei in quel passaggio?
Era solo una decisione pratica, oppure sembrava toccare qualcosa di più profondo?
Parla di “esigenza d’affetto”, e subito dopo di una paura molto intensa. Come se, nello stesso movimento, ci fosse sia una spinta ad avvicinarsi sia qualcosa che la tratteneva o la metteva in allarme.
E quando dice che pensava fosse solo paura iniziale, ma che le cose sono peggiorate una volta iniziata la convivenza, viene da chiedersi cosa ha trovato lì, in quella realtà quotidiana, che forse non coincideva con ciò che immaginava.
Anche il cambiamento lavorativo sembra inserirsi nello stesso momento. Che rapporto sente esserci tra ciò che stava vivendo sul piano affettivo e ciò che è accaduto nel lavoro? Si sono influenzati, oppure uno ha amplificato l’altro?
Quando descrive il vecchio lavoro, emergono parole come “realizzato”, “integrazione”, mentre nel nuovo contesto parla di fatica, chiusura, ostilità. Che effetto ha avuto su di lei questo passaggio, non solo in termini pratici, ma nel modo in cui si percepiva?
E poi c’è la decisione di tornare in Italia, che sembra arrivare come un punto di rottura, ma forse anche come un tentativo di ritrovare qualcosa. Che significato ha per lei questo ritorno? È più una fuga da ciò che è successo, oppure un avvicinamento a qualcosa di suo?
Quando dice “ripartire da me”, cosa immagina? Che cosa sente di aver perso o di aver messo da parte in questo periodo?
Forse può essere interessante restare su questo intreccio: il desiderio di vicinanza, la paura che emerge quando questa diventa reale, i cambiamenti esterni che si accumulano nello stesso momento, e il modo in cui tutto questo ha inciso su di lei.
Non tanto per trovare subito una spiegazione, ma per iniziare a dare forma a ciò che è accaduto dentro, oltre agli eventi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Testa
il suo racconto sembra muoversi tra due poli: da una parte un tempo in cui si sentiva realizzato, integrato, in movimento; dall’altra qualcosa che, a un certo punto, si è incrinato, proprio mentre stava facendo una scelta importante, quasi come se da lì in poi tutto avesse iniziato a perdere stabilità.
Viene da chiedersi che tipo di passaggio sia stato, per lei, quello dal “desiderio” di andare a convivere al momento in cui quella possibilità è diventata concreta. Che cosa è cambiato dentro di lei in quel passaggio?
Era solo una decisione pratica, oppure sembrava toccare qualcosa di più profondo?
Parla di “esigenza d’affetto”, e subito dopo di una paura molto intensa. Come se, nello stesso movimento, ci fosse sia una spinta ad avvicinarsi sia qualcosa che la tratteneva o la metteva in allarme.
E quando dice che pensava fosse solo paura iniziale, ma che le cose sono peggiorate una volta iniziata la convivenza, viene da chiedersi cosa ha trovato lì, in quella realtà quotidiana, che forse non coincideva con ciò che immaginava.
Anche il cambiamento lavorativo sembra inserirsi nello stesso momento. Che rapporto sente esserci tra ciò che stava vivendo sul piano affettivo e ciò che è accaduto nel lavoro? Si sono influenzati, oppure uno ha amplificato l’altro?
Quando descrive il vecchio lavoro, emergono parole come “realizzato”, “integrazione”, mentre nel nuovo contesto parla di fatica, chiusura, ostilità. Che effetto ha avuto su di lei questo passaggio, non solo in termini pratici, ma nel modo in cui si percepiva?
E poi c’è la decisione di tornare in Italia, che sembra arrivare come un punto di rottura, ma forse anche come un tentativo di ritrovare qualcosa. Che significato ha per lei questo ritorno? È più una fuga da ciò che è successo, oppure un avvicinamento a qualcosa di suo?
Quando dice “ripartire da me”, cosa immagina? Che cosa sente di aver perso o di aver messo da parte in questo periodo?
Forse può essere interessante restare su questo intreccio: il desiderio di vicinanza, la paura che emerge quando questa diventa reale, i cambiamenti esterni che si accumulano nello stesso momento, e il modo in cui tutto questo ha inciso su di lei.
Non tanto per trovare subito una spiegazione, ma per iniziare a dare forma a ciò che è accaduto dentro, oltre agli eventi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Testa
Sembra che nella tua storia ci siano due fili importanti: il desiderio di costruire qualcosa di significativo e, allo stesso tempo, una parte di te che ha iniziato a segnalare un sovraccarico troppo grande.
Il passaggio dalla sicurezza che avevi costruito alla convivenza e al nuovo lavoro appare come un punto di rottura, quasi un cambio di “capitolo” troppo rapido.
Mi colpisce come tu descriva l’entusiasmo iniziale e poi quella paura improvvisa: potremmo chiederci che voce aveva quella paura e cosa stava cercando di proteggere.
Anche il contesto lavorativo ostile sembra aver dato forza a un senso di isolamento, forse diverso da quello che avevi conosciuto prima.
La tua decisione di fermarti e tornare in Italia non suona come una fuga, ma come un tentativo di prenderti cura di te.
In una prospettiva narrativa, potremmo esplorare come questa esperienza non definisca chi sei, ma rappresenti una fase complessa della tua storia.
Quali parti di te senti di aver perso o messo da parte in questo periodo?
E quali, invece, hanno resistito nonostante tutto?
Il ritorno può essere visto come uno spazio per rinegoziare i tuoi valori e le tue priorità.
Il passaggio dalla sicurezza che avevi costruito alla convivenza e al nuovo lavoro appare come un punto di rottura, quasi un cambio di “capitolo” troppo rapido.
Mi colpisce come tu descriva l’entusiasmo iniziale e poi quella paura improvvisa: potremmo chiederci che voce aveva quella paura e cosa stava cercando di proteggere.
Anche il contesto lavorativo ostile sembra aver dato forza a un senso di isolamento, forse diverso da quello che avevi conosciuto prima.
La tua decisione di fermarti e tornare in Italia non suona come una fuga, ma come un tentativo di prenderti cura di te.
In una prospettiva narrativa, potremmo esplorare come questa esperienza non definisca chi sei, ma rappresenti una fase complessa della tua storia.
Quali parti di te senti di aver perso o messo da parte in questo periodo?
E quali, invece, hanno resistito nonostante tutto?
Il ritorno può essere visto come uno spazio per rinegoziare i tuoi valori e le tue priorità.
Ha attraversato davvero tanto in poco tempo, un trasferimento, un cambiamento di lavoro, una relazione che non ha retto, un ambiente ostile. Che tutto questo si sia accumulato fino al punto di rottura ha una sua logica, anche se viverlo dall’interno è un’altra cosa.
Colpisce la consapevolezza con cui descrive il percorso, compresi i momenti in cui le scelte, anche quelle prese con le migliori intenzioni, hanno portato a situazioni più difficili di quanto si aspettasse. Quella capacità di guardarsi senza cercare scorciatoie è una risorsa, anche se adesso probabilmente non è facile riconoscerla.
Il mese che ha davanti, da solo, può essere un momento di pausa reale prima di una transizione importante. Ha già un supporto psichiatrico in corso, e quando sarà tornato in Italia potrebbe valere la pena affiancarvi anche un percorso psicoterapeutico, per avere uno spazio in cui elaborare tutto quello che è successo con più calma.
Colpisce la consapevolezza con cui descrive il percorso, compresi i momenti in cui le scelte, anche quelle prese con le migliori intenzioni, hanno portato a situazioni più difficili di quanto si aspettasse. Quella capacità di guardarsi senza cercare scorciatoie è una risorsa, anche se adesso probabilmente non è facile riconoscerla.
Il mese che ha davanti, da solo, può essere un momento di pausa reale prima di una transizione importante. Ha già un supporto psichiatrico in corso, e quando sarà tornato in Italia potrebbe valere la pena affiancarvi anche un percorso psicoterapeutico, per avere uno spazio in cui elaborare tutto quello che è successo con più calma.
Buongiorno,
da ciò che racconti emerge quanto questo ultimo periodo sia stato intenso e carico di cambiamenti. Trasferirti all’estero, costruire una relazione, decidere di convivere, cambiare lavoro e adattarti a un nuovo contesto non sono passaggi piccoli: sono scelte importanti che toccano identità, affetti, sicurezza e progetto di vita. È comprensibile che, a un certo punto, tutto questo possa aver generato una grande pressione emotiva.
A volte il burnout o i sintomi depressivi compaiono proprio quando tante dimensioni della vita cambiano contemporaneamente. Non significa che tu abbia “sbagliato” qualcosa o che ci sia qualcosa che non va in te: spesso è il segnale che la mente e il corpo stanno chiedendo di fermarsi, di dare un senso a ciò che è accaduto e di riorganizzare le proprie risorse.
La decisione di prenderti una pausa e di tornare in Italia per dedicarti a te stesso può essere un passo importante. Con il giusto spazio di ascolto – ad esempio attraverso un percorso psicologico – potresti avere la possibilità di comprendere meglio cosa è successo dentro di te in questo periodo: le paure legate ai cambiamenti, il peso della solitudine all’estero, le dinamiche della relazione e il modo in cui tutto questo ha inciso sul tuo equilibrio emotivo.
Non sei solo in questo tipo di esperienza: molte persone che vivono all’estero o attraversano grandi transizioni di vita sperimentano momenti simili. Con il tempo e con il supporto adeguato è possibile ritrovare chiarezza, energia e una direzione più in sintonia con se stessi.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da ciò che racconti emerge quanto questo ultimo periodo sia stato intenso e carico di cambiamenti. Trasferirti all’estero, costruire una relazione, decidere di convivere, cambiare lavoro e adattarti a un nuovo contesto non sono passaggi piccoli: sono scelte importanti che toccano identità, affetti, sicurezza e progetto di vita. È comprensibile che, a un certo punto, tutto questo possa aver generato una grande pressione emotiva.
A volte il burnout o i sintomi depressivi compaiono proprio quando tante dimensioni della vita cambiano contemporaneamente. Non significa che tu abbia “sbagliato” qualcosa o che ci sia qualcosa che non va in te: spesso è il segnale che la mente e il corpo stanno chiedendo di fermarsi, di dare un senso a ciò che è accaduto e di riorganizzare le proprie risorse.
La decisione di prenderti una pausa e di tornare in Italia per dedicarti a te stesso può essere un passo importante. Con il giusto spazio di ascolto – ad esempio attraverso un percorso psicologico – potresti avere la possibilità di comprendere meglio cosa è successo dentro di te in questo periodo: le paure legate ai cambiamenti, il peso della solitudine all’estero, le dinamiche della relazione e il modo in cui tutto questo ha inciso sul tuo equilibrio emotivo.
Non sei solo in questo tipo di esperienza: molte persone che vivono all’estero o attraversano grandi transizioni di vita sperimentano momenti simili. Con il tempo e con il supporto adeguato è possibile ritrovare chiarezza, energia e una direzione più in sintonia con se stessi.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un passaggio di vita molto intenso, fatto di cambiamenti importanti concentrati in un tempo relativamente breve: un trasferimento, una relazione significativa, la scelta della convivenza, un cambio di lavoro, un contesto nuovo anche dal punto di vista relazionale e culturale. Sono tutti elementi che, anche presi singolarmente, richiedono un grande adattamento; insieme possono rappresentare un carico emotivo davvero rilevante.
Colpisce come lei descriva un iniziale entusiasmo molto forte, seguito però da una paura altrettanto intensa nel momento in cui la decisione è diventata concreta. Questo passaggio è spesso significativo: quando qualcosa rimane sul piano dell’idea può essere carico di aspettative e desideri, ma quando diventa realtà attiva anche timori più profondi legati al cambiamento, alla perdita di equilibri precedenti, al senso di stabilità.
In una prospettiva sistemico-relazionale, è utile osservare come i suoi sintomi non compaiano “dal nulla”, ma sembrino inserirsi proprio in questo snodo: lasciare un lavoro in cui si sentiva realizzato, cambiare ambiente, ridefinire la relazione di coppia attraverso la convivenza, trovarsi in un contesto lavorativo meno accogliente. È come se, contemporaneamente, venissero meno diversi punti di riferimento importanti.
Anche l’esperienza lavorativa che descrive – con difficoltà relazionali e vissuti di esclusione – può aver inciso molto sul suo benessere. Il lavoro non è solo una funzione pratica, ma spesso rappresenta anche un luogo di appartenenza e riconoscimento. Quando questi aspetti vengono a mancare, soprattutto in un contesto già fragile, il senso di smarrimento può aumentare.
Rispetto alla relazione, è comprensibile che la convivenza, invece di rappresentare un consolidamento, abbia portato alla luce difficoltà che forse prima erano meno visibili. Non è raro che il passaggio dalla distanza alla quotidianità renda più evidenti bisogni, aspettative e fragilità reciproche.
La scelta di interrompere la relazione e di tornare in Italia sembra essere, in questo momento, un tentativo di ritrovare un equilibrio e di “tornare a sé”. Non necessariamente come una fuga, ma come un bisogno di ristabilire delle basi più familiari da cui poter ripartire.
Allo stesso tempo, quello che lei si chiede – “cosa mi è successo?” – è una domanda molto importante. Ridurre tutto a “burnout” o “depressione” rischia di non cogliere pienamente il significato di quello che ha vissuto. I sintomi, in questo senso, possono essere letti anche come un segnale di un sovraccarico emotivo e di cambiamenti che forse sono arrivati troppo rapidamente o senza uno spazio sufficiente per essere elaborati.
Il rientro in Italia potrà sicuramente offrirle un contesto più familiare e forse più contenitivo, ma difficilmente, da solo, potrà chiarire fino in fondo ciò che è accaduto dentro di lei. Per questo motivo, potrebbe essere molto utile affiancare a questo cambiamento anche un percorso psicoterapeutico, in cui poter rileggere con calma questa fase della sua vita: le scelte fatte, le aspettative, le paure emerse, il modo in cui ha vissuto la relazione e il lavoro.
Un percorso del genere non serve a “trovare subito risposte”, ma a costruire nel tempo una maggiore comprensione di sé, che le permetta in futuro di fare scelte più in linea con i suoi bisogni profondi, senza trovarsi nuovamente travolto da situazioni simili.
Online è possibile solo offrire alcune chiavi di lettura, ma la complessità della sua esperienza merita uno spazio di ascolto più continuativo. Il fatto che lei abbia deciso di fermarsi e di rimettere al centro se stesso è già un passaggio importante: con il giusto supporto, può diventare anche un’occasione per ripartire con maggiore consapevolezza.
dal suo racconto emerge un passaggio di vita molto intenso, fatto di cambiamenti importanti concentrati in un tempo relativamente breve: un trasferimento, una relazione significativa, la scelta della convivenza, un cambio di lavoro, un contesto nuovo anche dal punto di vista relazionale e culturale. Sono tutti elementi che, anche presi singolarmente, richiedono un grande adattamento; insieme possono rappresentare un carico emotivo davvero rilevante.
Colpisce come lei descriva un iniziale entusiasmo molto forte, seguito però da una paura altrettanto intensa nel momento in cui la decisione è diventata concreta. Questo passaggio è spesso significativo: quando qualcosa rimane sul piano dell’idea può essere carico di aspettative e desideri, ma quando diventa realtà attiva anche timori più profondi legati al cambiamento, alla perdita di equilibri precedenti, al senso di stabilità.
In una prospettiva sistemico-relazionale, è utile osservare come i suoi sintomi non compaiano “dal nulla”, ma sembrino inserirsi proprio in questo snodo: lasciare un lavoro in cui si sentiva realizzato, cambiare ambiente, ridefinire la relazione di coppia attraverso la convivenza, trovarsi in un contesto lavorativo meno accogliente. È come se, contemporaneamente, venissero meno diversi punti di riferimento importanti.
Anche l’esperienza lavorativa che descrive – con difficoltà relazionali e vissuti di esclusione – può aver inciso molto sul suo benessere. Il lavoro non è solo una funzione pratica, ma spesso rappresenta anche un luogo di appartenenza e riconoscimento. Quando questi aspetti vengono a mancare, soprattutto in un contesto già fragile, il senso di smarrimento può aumentare.
Rispetto alla relazione, è comprensibile che la convivenza, invece di rappresentare un consolidamento, abbia portato alla luce difficoltà che forse prima erano meno visibili. Non è raro che il passaggio dalla distanza alla quotidianità renda più evidenti bisogni, aspettative e fragilità reciproche.
La scelta di interrompere la relazione e di tornare in Italia sembra essere, in questo momento, un tentativo di ritrovare un equilibrio e di “tornare a sé”. Non necessariamente come una fuga, ma come un bisogno di ristabilire delle basi più familiari da cui poter ripartire.
Allo stesso tempo, quello che lei si chiede – “cosa mi è successo?” – è una domanda molto importante. Ridurre tutto a “burnout” o “depressione” rischia di non cogliere pienamente il significato di quello che ha vissuto. I sintomi, in questo senso, possono essere letti anche come un segnale di un sovraccarico emotivo e di cambiamenti che forse sono arrivati troppo rapidamente o senza uno spazio sufficiente per essere elaborati.
Il rientro in Italia potrà sicuramente offrirle un contesto più familiare e forse più contenitivo, ma difficilmente, da solo, potrà chiarire fino in fondo ciò che è accaduto dentro di lei. Per questo motivo, potrebbe essere molto utile affiancare a questo cambiamento anche un percorso psicoterapeutico, in cui poter rileggere con calma questa fase della sua vita: le scelte fatte, le aspettative, le paure emerse, il modo in cui ha vissuto la relazione e il lavoro.
Un percorso del genere non serve a “trovare subito risposte”, ma a costruire nel tempo una maggiore comprensione di sé, che le permetta in futuro di fare scelte più in linea con i suoi bisogni profondi, senza trovarsi nuovamente travolto da situazioni simili.
Online è possibile solo offrire alcune chiavi di lettura, ma la complessità della sua esperienza merita uno spazio di ascolto più continuativo. Il fatto che lei abbia deciso di fermarsi e di rimettere al centro se stesso è già un passaggio importante: con il giusto supporto, può diventare anche un’occasione per ripartire con maggiore consapevolezza.
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una parte così significativa del suo percorso. Dalle sue parole emerge quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da cambiamenti importanti: il trasferimento all’estero, una relazione significativa, la decisione di convivere e il cambio di lavoro. Quando molti passaggi di vita si concentrano in un periodo relativamente breve, può capitare che il carico emotivo diventi difficile da sostenere.
Da ciò che racconta, sembra che il momento della decisione di cambiare città e lavoro abbia coinciso con l’inizio di una fase di forte fatica, che poi si è estesa anche alla relazione e all’ambiente lavorativo. In queste situazioni non è sempre semplice individuare un’unica causa: spesso diversi fattori personali, relazionali e ambientali si intrecciano tra loro. Il fatto che abbia cercato un supporto medico e che ora stia prendendo un periodo di pausa dal lavoro per occuparsi del proprio benessere può rappresentare un passaggio importante. Anche la scelta di tornare temporaneamente in Italia e prendersi uno spazio per riflettere su quanto accaduto può essere un modo per rallentare e osservare con maggiore calma ciò che ha vissuto. In momenti come questo può essere utile continuare a mantenere un riferimento professionale, così da non affrontare da solo questo periodo di cambiamento e poter dare un senso graduale a ciò che sta attraversando. Resto a disposizione se desidera un confronto o un approfondimento. Un caro saluto, Dott. Matteo De Nicolò
Da ciò che racconta, sembra che il momento della decisione di cambiare città e lavoro abbia coinciso con l’inizio di una fase di forte fatica, che poi si è estesa anche alla relazione e all’ambiente lavorativo. In queste situazioni non è sempre semplice individuare un’unica causa: spesso diversi fattori personali, relazionali e ambientali si intrecciano tra loro. Il fatto che abbia cercato un supporto medico e che ora stia prendendo un periodo di pausa dal lavoro per occuparsi del proprio benessere può rappresentare un passaggio importante. Anche la scelta di tornare temporaneamente in Italia e prendersi uno spazio per riflettere su quanto accaduto può essere un modo per rallentare e osservare con maggiore calma ciò che ha vissuto. In momenti come questo può essere utile continuare a mantenere un riferimento professionale, così da non affrontare da solo questo periodo di cambiamento e poter dare un senso graduale a ciò che sta attraversando. Resto a disposizione se desidera un confronto o un approfondimento. Un caro saluto, Dott. Matteo De Nicolò
Ciao, grazie per aver condiviso una storia così intensa e personale. Da quello che racconti, emerge un percorso emotivo complesso, in cui si intrecciano diversi fattori importanti: il trasferimento all’estero, un cambiamento lavorativo significativo, una relazione affettiva intensa e la scelta della convivenza.
Quello che descrivi è molto coerente con una condizione di burnout e sintomi depressivi legati a un sovraccarico di cambiamenti. Anche se inizialmente ti sentivi realizzato, hai affrontato nel tempo più “transizioni” ravvicinate: cambiare città, lavoro, ambiente sociale e relazione. Anche quando queste scelte partono da un desiderio positivo (come l’amore o la crescita personale), possono generare una forte pressione interna.
La paura che hai avvertito nel momento in cui la convivenza è diventata concreta non è affatto insolita: spesso, quando una decisione importante diventa reale, attiva dubbi profondi, legati all’identità, alla sicurezza e al senso di stabilità. In quel momento, probabilmente, si è “attivato” qualcosa di più profondo, che ha poi aperto la strada ai sintomi depressivi.
Inoltre, il nuovo contesto lavorativo che descrivi – con colleghi poco accoglienti e atteggiamenti ostili – ha verosimilmente aumentato il senso di isolamento e stress, andando a rinforzare il tuo malessere. Anche la relazione, che inizialmente rappresentava un punto di appoggio, è diventata nel tempo un’ulteriore fonte di tensione.
Il fatto che tu abbia deciso di fermarti, metterti in malattia e tornare in Italia è un segnale importante: indica che stai iniziando ad ascoltare il tuo bisogno di recupero e di comprensione. Non è una “sconfitta”, ma un tentativo di riorientarti.
Rispetto alla terapia farmacologica con Brintellix, è uno strumento utile per gestire i sintomi depressivi, ma da solo spesso non è sufficiente per comprendere le cause più profonde del disagio. Il tuo vissuto sembra richiedere anche uno spazio di elaborazione psicologica, per dare senso a ciò che è accaduto: le scelte, le paure, i cambiamenti e le emozioni che ne sono derivate.
Tornare in Italia potrebbe aiutarti a ritrovare riferimenti più familiari, ma non è detto che da solo basti a “risolvere” tutto. Piuttosto, può essere una buona occasione per fermarti e capire meglio te stesso, magari con un supporto adeguato.
Il mio consiglio è quello di non affrontare questo momento da solo, ma di approfondire con uno specialista, così da lavorare in modo mirato sia sui sintomi sia sulle dinamiche che li hanno generati.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Quello che descrivi è molto coerente con una condizione di burnout e sintomi depressivi legati a un sovraccarico di cambiamenti. Anche se inizialmente ti sentivi realizzato, hai affrontato nel tempo più “transizioni” ravvicinate: cambiare città, lavoro, ambiente sociale e relazione. Anche quando queste scelte partono da un desiderio positivo (come l’amore o la crescita personale), possono generare una forte pressione interna.
La paura che hai avvertito nel momento in cui la convivenza è diventata concreta non è affatto insolita: spesso, quando una decisione importante diventa reale, attiva dubbi profondi, legati all’identità, alla sicurezza e al senso di stabilità. In quel momento, probabilmente, si è “attivato” qualcosa di più profondo, che ha poi aperto la strada ai sintomi depressivi.
Inoltre, il nuovo contesto lavorativo che descrivi – con colleghi poco accoglienti e atteggiamenti ostili – ha verosimilmente aumentato il senso di isolamento e stress, andando a rinforzare il tuo malessere. Anche la relazione, che inizialmente rappresentava un punto di appoggio, è diventata nel tempo un’ulteriore fonte di tensione.
Il fatto che tu abbia deciso di fermarti, metterti in malattia e tornare in Italia è un segnale importante: indica che stai iniziando ad ascoltare il tuo bisogno di recupero e di comprensione. Non è una “sconfitta”, ma un tentativo di riorientarti.
Rispetto alla terapia farmacologica con Brintellix, è uno strumento utile per gestire i sintomi depressivi, ma da solo spesso non è sufficiente per comprendere le cause più profonde del disagio. Il tuo vissuto sembra richiedere anche uno spazio di elaborazione psicologica, per dare senso a ciò che è accaduto: le scelte, le paure, i cambiamenti e le emozioni che ne sono derivate.
Tornare in Italia potrebbe aiutarti a ritrovare riferimenti più familiari, ma non è detto che da solo basti a “risolvere” tutto. Piuttosto, può essere una buona occasione per fermarti e capire meglio te stesso, magari con un supporto adeguato.
Il mio consiglio è quello di non affrontare questo momento da solo, ma di approfondire con uno specialista, così da lavorare in modo mirato sia sui sintomi sia sulle dinamiche che li hanno generati.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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