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Esperienze

Il semplice gesto di interpellare uno psicologo — me o una/un collega — è già un atto di cambiamento. È un primo passo, silenzioso ma decisivo, verso un maggiore benessere. I prossimi passi, se lo vorrai, potremo percorrerli insieme.

Sono uno psicologo clinico con orientamento psicoanalitico. La mia pratica si fonda sulla convinzione che noi siamo il nostro inconscio: non soltanto un magazzino nascosto di ricordi, ma un sistema vivo, che si forma e si trasforma fin dall’inizio della nostra esistenza, nel dialogo costante tra corpo, mente e ambiente.

Per me lavorare su una condizione di disagio non significa “correggere” o “normalizzare”, ma permettere che emergano le risorse personali e le capacità di trasformazione che già possiedi; quindi io non ti dirò dove andare, ma ti aiuterò a scegliere la direzione più adatta a te.

Attraverso il colloquio e la relazione troverai uno spazio in cui esplorare nuove possibilità di benessere

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Aree di competenza principali:

  • Psicologia clinica-dinamica
  • Psicoterapia

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4 recensioni

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  • I

    Accoglienza empatica che dissolve completamente e in breve tempo l'ansia associata alla prima visita e alle successive. Si percepisce una eccellente professionalità.

     • Consulenza online - Dott. Giovanni D'Anzieri colloquio psicologico individuale  • 

  • A

    Completamente A mio agio dal primo giorno,
    Da subito un ottima impressione!

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    Dott. Giovanni D'Anzieri

    Grazie per la sua gentile recensione che è utile anche ad altre persone per orientarne la scelta


  • F

    Dottore d’esperienza (di vita e professionale) e dall’alto senso empatico, capace di mettere a proprio agio e dare degli ottimi spunti di riflessione sulle possibili soluzioni ai vari problemi personali. Molto attento e professionale. Mi ritengo molto soddisfatto di aver intrapreso questo percorso con lui, grazie!

     • Consulenza in presenza: Studio - Laboratorio di Formazione e Lettura Psicoanalitica (LFLP)  • 

    Dott. Giovanni D'Anzieri

    Grazie per aver condiviso con me un periodo importante della sua esperienza di vita. Le auguro il meglio nel suo futuro.


  • C

    Il dott. D’Anzieri è un professionista estremamente competente, empatico e disponibile. Riesce a metterti a tuo agio e a identificare prontamente le aree su cui lavorare insieme. Consigliato.

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    Dott. Giovanni D'Anzieri

    La ringrazio di cuore per la fiducia e le parole gentili. Sapere che si è sentita a proprio agio è importante: continuiamo a lavorare insieme.


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Risposte ai pazienti

ha risposto a 48 domande da parte di pazienti di MioDottore

Ho appena 18 anni ed è da un po che inizio a pensare di avere un qualche problema nel relazionarmi in modo sano con le persone, è capitato più spesso che stringessi forti legami in amicizia con una sola persona che nel tempo inizia a deludermi o mi convinco che mi tratti male e perciò cerco di farglielo notare o di allontanarmi. Adesso sta risuccedendo per la terza volta con il mio migliore amico che però ora come ora sono convinto mi tratti male quando potrebbe semplicemente essere che non soddisfi le mie aspettative di amicizia. A lui ci tengo moltissimo ma ho già iniziato ad allontanarmi e ritrovo le stesse dinamiche delle volte precedenti. Credo che forse mi aspetto troppo da una amicizia e perciò tendo ad arrabbiarmi e pensare che le persone siano arrabbiate con me, allo stesso tempo quando mi allontano vorrei fare di tutto per non restare da solo. Queste situazioni mi cambiano drasticamente l’umore per intere giornate e spesso le mie giornate dipendono completamente da come il mio migliore amico mi tratta. So che dovrei iniziare un percorso ma ho anche bisogno di capire meglio cosa potrei avere che non va, sono io il problema o sono gli altri?

Ciao, grazie per esserti raccontato così bene: quello che descrivi è più comune di quanto pensi, e il fatto che tu lo stia osservando a 18 anni è già un segnale di grande consapevolezza.
Da come lo spieghi, sembra che per te l’amicizia “pesante” con una persona sola diventi un punto centrale: quando senti distanza, freddezza o delusione, scatta un allarme molto forte (“mi sta trattando male”, “è arrabbiato con me”), e questo ti porta a oscillare tra due spinte opposte: avvicinarti/“chiarire” e allontanarti per proteggerti. Nel mezzo c’è un aspetto che pesa tanto: la paura di restare solo, e il fatto che il tuo umore finisca per dipendere molto dai segnali dell’altra persona.
Non significa che “sei tu il problema” o “sono gli altri”. Di solito è più utile pensare così: c’è una dinamica che si ripete, e vale la pena capirla. A volte c’entrano:
aspettative molto alte (o molto “rigide”) su cosa dovrebbe essere un’amicizia;
un’ipersensibilità ai segnali di rifiuto/abbandono (anche piccoli); difficoltà a regolare l’intensità del legame (tutto o niente); fatica a comunicare bisogni e limiti senza sentirsi in colpa o in pericolo di perdere l’altro.
Queste sono ipotesi di lavoro, non etichette. Il punto è che si può migliorare: con un percorso mirato si impara a riconoscere i pensieri automatici (“mi sta trattando male”, “ce l’ha con me”), a distinguere fatti da interpretazioni, a comunicare in modo più efficace e a costruire una rete di relazioni più ampia, così che una singola amicizia non diventi “tutto”.
Se ti va, il primo passo pratico potrebbe essere questo: in terapia si parte ricostruendo quando ti scatta l’allarme, cosa temi in quei momenti, e cosa fai per non sentire quel vuoto (allontanamento, confronto, chiusura, ecc.). In poche sedute spesso si ottiene già più chiarezza e un piano concreto.
Se nel frattempo ti capita che l’umore crolli o che tu abbia pensieri di farti del male, non restare da solo: parlane subito con un adulto di fiducia o contatta i servizi di emergenza/aiuto della tua zona.
Se vuoi, possiamo iniziare anche con una domanda semplice: cosa fa (concretamente) il tuo amico che ti fa sentire trattato male? E cosa ti aspetteresti al suo posto? Questo aiuta tantissimo a capire se si tratta di comportamenti oggettivi da gestire con dei confini, oppure di aspettative/paure che si attivano.

Dott. Giovanni D'Anzieri

Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e da 10 mesi sono stata lasciata dalla persona con cui stavo da 7. Da 6 mesi circa sentivo un allontanamento progressivo, mancava la spinta di prima a stare bene insieme, a parlare, ma sono periodo che penso capitino nelle relazioni così lunghe. Quindi sono andata avanti. Finché dopo un po' sono esplosa, chiedendo più quotidianità e condivisione (non c'era idea di vivere insieme ma ci vedevamo solo il weekend e iniziava a pesarmi. In più non dormivamo mai insieme perchè lui è insonne e io dormigliona). Lui inizia a dirmi che non vuole convivere, che non cambierà mai idea, che vuole continuare così perchè a lui sta bene e il suo carattere è quello. Lo invito a riflettere su questa cosa e dopo un mese, mi lascia. Mi dice che se non aveva la spinta a fare di più forse i sentimenti non erano abbastanza per cambiare la sua inclinazione schiva e solitaria e che questo poteva succedere in qualsiasi momento della relazione quindi tanto valeva finirla subito. Mi ha detto anche che il non dormire insieme derivava dal non sentirsi a suo agio, quando in realtà è sempre stata una questione pratica. Ci siamo lasciati dicendoci ti amo tanto, piangendo, ma non è servito a nulla. Diceva che non avrà mai voglia di lavorare su una relazione, deve essere una cosa che va naturalmente. Io sono entrata in un baratro. Da quel giorno ripenso a cosa è successo, a perchè e scoprire che dopo pochissimo lui aveva già un'altra relazione mi ha distrutta. Come possono alcune persone andare avanti in 2 settimane e altre in 2 anni? Vorrei stare bene, ma continuo a ripensare a perché è successo tutto e a come ha fatto a dimenticarmi così

Buongiorno, grazie per aver condiviso una storia così dolorosa. Dopo 7 anni di relazione, è normale che una separazione venga vissuta come un vero “crollo”: non sta esagerando, sta attraversando un lutto affettivo.
Da ciò che descrive, ha espresso bisogni legittimi (più quotidianità, condivisione, progettualità) e dall’altra parte sono emersi limiti molto chiari (nessuna convivenza, poca disponibilità a “lavorare” sulla relazione, bisogno di molto spazio). Questo tipo di “incastro” può far soffrire moltissimo: spesso non riguarda il valore di una persona, ma una compatibilità e una disponibilità diversa a costruire.
Riguardo alla rapidità con cui lui ha iniziato un’altra relazione: non è un indicatore di quanto lei fosse importante. Alcune persone riempiono subito il vuoto per non sentire dolore, altre hanno bisogno di più tempo per elaborare. Vederlo con un’altra persona è comprensibilmente una ferita enorme, ma non significa necessariamente che lei sia stata “dimenticata”: significa piuttosto che lui sta gestendo la separazione in modo diverso, e per lei molto impattante.
Per stare meglio, in genere è utile lavorare su due aspetti:
“chiudere il cerchio” ricostruendo con lucidità cosa è accaduto, senza colpevolizzarsi e accettando che alcune risposte potrebbero non arrivare mai come ci si aspetta; recuperare stabilità emotiva, riducendo i trigger (contatti/social), rinforzando routine e supporti, e imparando a gestire i pensieri ripetitivi che alimentano il dolore.
Un percorso psicologico può aiutarla in modo concreto a uscire dalla ruminazione (“perché è successo?”) e a rimettere a fuoco bisogni, confini e futuro. Se può essere utile per iniziare: nella sua giornata cosa pesa di più, i pensieri su di lui, la solitudine, o il confronto con la sua nuova relazione?

Dott. Giovanni D'Anzieri
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