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Esperienze

Il semplice gesto di interpellare uno psicologo — me o una/un collega — è già un atto di cambiamento. È un primo passo, silenzioso ma decisivo, verso un maggiore benessere. I prossimi passi, se lo vorrai, potremo percorrerli insieme.

Sono uno psicologo clinico con orientamento psicoanalitico. La mia pratica si fonda sulla convinzione che noi siamo il nostro inconscio: non soltanto un magazzino nascosto di ricordi, ma un sistema vivo, che si forma e si trasforma fin dall’inizio della nostra esistenza, nel dialogo costante tra corpo, mente e ambiente.

Per me lavorare su una condizione di disagio non significa “correggere” o “normalizzare”, ma permettere che emergano le risorse personali e le capacità di trasformazione che già possiedi; quindi io non ti dirò dove andare, ma ti aiuterò a scegliere la direzione più adatta a te.

Attraverso il colloquio e la relazione troverai uno spazio in cui esplorare nuove possibilità di benessere

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Aree di competenza principali:

  • Psicologia clinica-dinamica
  • Psicoterapia

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2 recensioni

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  • F

    Dottore d’esperienza (di vita e professionale) e dall’alto senso empatico, capace di mettere a proprio agio e dare degli ottimi spunti di riflessione sulle possibili soluzioni ai vari problemi personali. Molto attento e professionale. Mi ritengo molto soddisfatto di aver intrapreso questo percorso con lui, grazie!

     • Studio - Laboratorio di Formazione e Lettura Psicoanalitica (LFLP)  • 

    Dott. Giovanni D'Anzieri

    Grazie per aver condiviso con me un periodo importante della sua esperienza di vita. Le auguro il meglio nel suo futuro.


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    Il dott. D’Anzieri è un professionista estremamente competente, empatico e disponibile. Riesce a metterti a tuo agio e a identificare prontamente le aree su cui lavorare insieme. Consigliato.

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    Dott. Giovanni D'Anzieri

    La ringrazio di cuore per la fiducia e le parole gentili. Sapere che si è sentita a proprio agio è importante: continuiamo a lavorare insieme.


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Risposte ai pazienti

ha risposto a 35 domande da parte di pazienti di MioDottore

Buonasera, una collega giovane, in terapia, sta da alcuni mesi avendo cicli logoranti da cui non si riesce a uscirne, stando male sia lei anche espressivamente affaticata scavata tesa sembra un'altra persona, sia chi (e a chi) si è legato.

Premetto che per 3-4 anni è stata una ragazza normalissima mite gentile educata molto centrata su se stessa, gli altri non li guardava nemmeno se non per cose lavorative, disponibile e presente seppur con i suoi tempi, lei che in tutti quegli anni cercava solo me per piacevoli attività assieme e di cui si è sempre fidata. I cicli poi da meno di un anno sono questi :

- Avvicinamento (per mesi esisto solo io non calcola nessun altro), socievole, gentile, condivide cose private, gesti affettuosi (e di gelosia), non ha disdegnato vicinanza emotiva o fisica amichevole, mi coinvolge con la famiglia
- Evento scatenante (con l'avvicinarsi della data inizia a riaprire timidamente ad altri colleghi come prepararsi una via di fuga, tra cui chi ha altro tipo di intenzioni)

A evento superato (durante il quale mi propone attività di continuità relazionale di banale amicizia) :

- Aggressività verbale senza motivo
- Evitamento stizzita (con espressione infastidita) delle attività che aveva proposto
- Tentativi di ricerca ma per allontanarmi verbalmente, test per attività assieme per poi rifiutarle se le accetto, se allora inizio a rifiutare con educazione anche un semplice caffè non mi saluta per giorni ed evita persino di incrociarmi
- Sabotaggio relazionale con Triangolazione/Tradimento emotivo (specie la ricerca del terzo) coi quali fa le cose che lei stessa aveva proposto a me durante gli eventi

Distacco protettivo da parte mia, tentativo di ricentratura, connessione a mia volta con persone più sane, riduzione a rapporto professionale non emotivo.

Finché non ritorno disponibile questa è la progressione:

- Panico (volto cadaverico tirato) e poi tentativi anomali, goffi e violenti (schiaffo schiena) di riaggancio per attirare mia attenzione quando era più coinvolta, senza mai esporsi verbalmente
- Ritiro da parte sua, sparisce limitandosi al saluto e test di persona di ricontatto a bassa esposizione e come le chiama lei "briciole di attenzioni"
- Aumento esponenziale dell'investimento nella triangolazione con gli altri, col "terzo" si rende disponibile anche a flirtare, occhi dolci e voce emozionata, se viene tentata lo asseconda, teatralità eccessiva per mostrarsi strafelice, lui si illude lei lo usa ma non può negarsi per paura di essere abbandonata e quindi si dimostra disponibile qualunque cosa lui le faccia dinanzi a occhi e orecchie di chicchessia

Se il terzo prova (??) ad andare "oltre" oppure inizia a chiedere continuità lo aggredisce pubblicamente in ufficio per allontanarlo e riaprire a me subdolamente, iniziando a girarmi attorno e se io resisto :

- Svalutazione del sottoscritto qualsiasi cosa faccia o dica (tutto nero), gesti di gelosia (possesso) nel vedermi parlare con altre, nel primo ciclo le feci notare di attuare schemi per tentare di ferirmi nonostante evitassi reazioni e la risposta fu "ah quindi ti ferisco!!" oppure la informai di volermi concentrare su persone che apprezzano la mia vicinanza -> "esatto, fai così allora.."
- Ostilità pubblica nei miei confronti, anche quando parlo con terze persone si intromette per aggredire verbalmente e svalutarmi (CHE È LA FASE CHE MI PREME MAGGIORMENTE EVITARE PER POTER LAVORARE SERENO)

Quando in passato sono tornato a calcolarla per rappacificarci e calmare le acque, riallontana gli altri in modo anche aggressivo/infastidito si riconcentra su di me però almeno mentalmente si riequilibra, gli sbalzi di umore (prima all'interno della stessa giornata) seppur presenti diventano meno intensi, riprende colore in viso, torna a sorridere e senza teatralità, diventa calma costante e più centrata, ha il coraggio di dirmi frasi tipo "è un mio pattern per difendermi, tu non c'entri niente, tu sei di valore ma avevo bisogno di rapporti idioti con persone idiote, è una cosa dentro di me, dammi tempo e vedrai che torno quella di prima, il mio muro di ambiguità mi serve per non mettermi a nudo" pur sempre senza mai scusarsi, per mesi il rapporto ricresce fino al successivo "evento" scatenante ANCHE se io lo incasello esplicitamente sul piano dell'amicizia.
Un po' come se lei desiderasse essere desiderata ma da cui ha bisogno di fuggire rifugiandosi nel ciclo.

Per eventi si intende una cena, la prima invitato da lei, la seconda organizzata assieme ma per rassicurarla ho chiesto esplicitamente che la famiglia ne fosse a conoscenza come poi è stato.

Il mio atteggiamento ATTUALE è unicamente professionale, zero ricerche extra lavorative, se lo ha fatto lei ho risposto breve e neutro, in ufficio non mi soffermo più a parlarle, solo saluto e breve risposte ai suoi test portandomi documenti che spesso usa come scusa per mantenere contatto "ok grazie" oppure ai suoi innumerevoli "tutto apposto?" dopo aver evitato infastidita le attività proposte da lei stessa per farle con altri, "si tutto apposto grazie".

In cosa sbaglio? Ormai dentro mi è morta.. Dove posso fare meglio? Qualche gentile consiglio su come muovermi?

Dimenticavo, quando mette in soffitta gli altri per chiedermi per mesi la pausa caffè assieme, non li considera minimamente, quando mette in soffitta me per aprirsi agli altri come il terzo polo, tende sempre a tenere vivo il legame con me con un saluto sorridente, una scusa di portarmi docs (a volte che non spetta nemmeno a lei), contatti come carezza o tentativi di parlarmi senza argomenti.

Da quanto descrive emerge una dinamica relazionale ciclica, caratterizzata da fasi di intensa vicinanza seguite da bruschi allontanamenti, svalutazione e triangolazioni. Questo tipo di andamento non dipende tanto da ciò che lei fa o non fa, quanto da un funzionamento emotivo dell’altra persona che utilizza le relazioni come strumento di regolazione interna. In questi cicli, l’altro viene alternativamente investito, respinto e riagganciato, con un elevato costo emotivo per entrambe le parti.
Il fatto che la relazione sembri stabilizzarsi solo quando lei torna disponibile indica uno sbilanciamento strutturale: non si tratta di una reciprocità, ma di una dipendenza affettiva non risolta. Le fasi di ostilità e svalutazione, soprattutto in ambito lavorativo, sono segnali importanti da non sottovalutare e rendono necessario un confine chiaro.
In questo senso, il suo attuale atteggiamento professionale, neutro e coerente è adeguato e protettivo. Dove può fare meglio non è “fare di più”, ma mantenere nel tempo questo confine, anche quando l’altra persona mostra segnali di riavvicinamento o apparente miglioramento. Rientrare nel ruolo che ristabilisce l’equilibrio altrui rischia solo di riattivare il ciclo.
Il consiglio è di continuare a tutelare il piano lavorativo, evitando ambiguità e spiegazioni emotive, e di considerare che non tutte le dinamiche, per quanto comprensibili sul piano clinico, sono sostenibili sul piano relazionale.

Dott. Giovanni D'Anzieri

Buongiorno,
Io sono una ragazza molto ansiosa. Ho sempre avuto paura dei giramenti legati all’ansia che però sono svaniti.
Soffro anche di emetofobia..sto affrontando un periodo di stress immenso causa trasloco, casa persa e scelta una seconda casa che non volevo, fuoco di sant Antonio il 2 dicembre poi ripreso il giorno di Natale..molto brutto..ho notato dal 25 dicembre di controllare troppo il mio stomaco. Avevo paura del virus tornato e delle medicine ( non sono amante delle medicine mi mandano in panico ) quindi ho caricato il mio corpo così tanto che sono arrivata ad ascoltare ogni singolo rumore nel mio stomaco..anon mangiare più per la paura del vomito..
Scrivo qui perché tutto questo non mi ha sorpresa..sono davvero ansiosa e abituata ahimè a tutto questo seppur nuovo..scrivo perché ho avuto un sintomo “orrendo”e strano..mi sono concentrata così tanto sul vomito che quando ora arrivo ad un ansia enorme sento disgusto..penso non sia nemmeno vero disgusto ma un disgusto mentale..mi succede spesso dentro casa..il disgusto per i mobili, la TV, la mia situazione..sento di non poterlo controllare e crollo in un panico enorme che mi porta alla sensazione di vomito imminente o conato..anche se fisicamente non ho nulla, ne salivazione eccessiva, ne sudore, nulla..mi accorgo che sto avendo paura della paura ma non so come uscirne. Mi sento molto delusa da me stessa ma allo stesso tempo sto iniziando a mangiare e guardare la paura..non so quanto possa cambiare o aiutare il tutto perché è facile dirlo quando non si è nel momento principale dove tutto accade.
Grazie a chi arriverà a leggere tutto e rispondere..

Gentile ragazza,
da ciò che racconta emerge un quadro di ansia molto intensa ma coerente, che non indica nulla di “strano” o di pericoloso: indica piuttosto un organismo che, dopo un accumulo prolungato di stress e di eventi difficili, è entrato in una modalità di iper-controllo e di iper-protezione.
Trasloco forzato, perdita della casa desiderata, dolore fisico importante come il fuoco di Sant’Antonio, paura dei farmaci, emetofobia già presente: sono tutti fattori che hanno caricato il suo sistema nervoso oltre una soglia di tolleranza. Quando questo accade, il corpo non riesce più a distinguere tra ciò che è realmente minaccioso e ciò che non lo è, e inizia a monitorare se stesso in modo continuo.
Ciò che descrive non è una malattia nuova, ma un collasso temporaneo del campo interocettivo: il corpo viene ascoltato troppo, con troppa attenzione, e ogni minima sensazione diventa un segnale d’allarme. Lo stomaco, che normalmente lavora in silenzio, diventa il centro della scena perché è il luogo simbolico della sua paura principale. Più lo controlla, più il campo si restringe; più il campo si restringe, più le sensazioni diventano invasive.
Il “disgusto” che sente non è un disgusto reale, né fisico. È un disgusto emotivo-mentale, un segnale di saturazione affettiva. Quando il campo è troppo carico, l’organismo cerca una via di fuga rapida e primitiva: allontanare, respingere, ritrarsi. Per questo il disgusto può rivolgersi non solo al corpo, ma anche agli oggetti, alla casa, all’ambiente. Non è follia, non è perdita di controllo: è una reazione difensiva estrema di un sistema stanco. Il fatto che non compaiano segni fisici tipici del vomito (salivazione, sudorazione, nausea organica) è un elemento molto importante: indica che il corpo non sta vomitando, ma che la mente sta interpretando l’ansia come “vomito imminente”. È la paura della paura che prende il comando, come lei stessa ha intuito. In questo senso, non sta fallendo e non sta “deludendo se stessa”. Sta facendo qualcosa di molto difficile: sta iniziando a non fuggire più automaticamente. Mangiare nonostante la paura, osservare ciò che accade senza scappare subito, sono segnali che il campo, anche se instabile, sta cercando una nuova organizzazione.
È vero: è facile dirlo quando non si è nel momento acuto. Ma è altrettanto vero che ogni volta che resta presente anche solo pochi secondi in più, il suo organismo impara qualcosa di nuovo. Non serve forzarsi né “convincersi”: serve ridurre il controllo, non aumentarlo.
Quello che la aiuterebbe davvero è un percorso psicologico mirato all’ansia e alle fobie, che lavori sul corpo, sul respiro, sull’attenzione e non solo sul pensiero. Non perché lei sia fragile, ma perché il suo sistema nervoso ha bisogno di imparare di nuovo a sentirsi al sicuro senza sorvegliarsi continuamente.
Quello che prova è comprensibile, reversibile e trattabile.
Non è il suo corpo che la sta tradendo: è il suo corpo che sta chiedendo tregua.
E da qui, con il giusto accompagnamento, si può davvero uscire.

Dott. Giovanni D'Anzieri
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