Buongiorno avrei bisogno di un supporto, ormai da circa 20 anni soffro di una forma "strana" di ansi

25 risposte
Buongiorno avrei bisogno di un supporto, ormai da circa 20 anni soffro di una forma "strana" di ansia. Faccio un esempio così si capisce meglio. Se qualcuno mi dice guarda che tra una settimana andiamo al mare 2/3 giorni io inizio a spegnermi e ad avere un solo pensiero tutto il giorno ovvero: "devo andare là" e mi si chiude lo stomaco e non riesco a pensare ad altro anche se magari sto guardando un film non riesco a concentrarmi ma penso solo al giorno in cui devo andare e la maggior parte delle volte rinuncio e mi riprendo, questo succede anche se mi devo spostare un po' lontano per lavoro e non riesco proprio a pensare ad altro. Un esempio contrario è stato quando la mia compagna mi ha svegliato alla mattina e mi ha detto alzati che andiamo a Roma (io abito a Mantova) lì per iì cercavo un po' di scuse per non andarci ma non avevo tempo così sono partito per questi due giorni e sono stati dei giorni bellissimi senza pensieri. Se mi dicono il giorno prima o al massimo due giorni prima che devo partire ci vado perché è come se la mia testa non ha il tempo necessario per elaborare il "lutto emotivo" altrimenti se sono più giorni mi spengo emotivamente come se diventassi un'ameba. Sono stato da tre psicologi diversi e anche sotto ipnosi un po' di miglioramento c'è stato ma ancora le trasferte dette con troppo anticipo mi bloccano. Premetto che in età giovanile (ora ho 42 anni) ho sempre girato anche fuori dall'Europa insieme ai miei genitori ma durante l'esame di maturità è come se si fosse bloccato qualcosa e da lì non sono più riuscito a spostarmi dal paese con largo anticipo. Ho letto che potrebbe essere anedonia ma non saprei cosa fare. Spero di essere stato chiaro e ringrazio anticipatamente coloro che mi risponderanno.

Grazie e saluti
Dott.ssa Kyriaki Nikoloudi
Psicologo clinico, Psicologo
Pescara
Posso immaginare quanto possa essere difficile convivere da così tanti anni con una forma di ansia che Lei stesso definisce “strana”, proprio perché non si presenta in modo generico, ma si attiva in situazioni molto specifiche: quando sa con anticipo che dovrà partire, spostarsi o allontanarsi dal Suo contesto abituale. Il modo in cui descrive ciò che accade (“mi spengo”, “ho un solo pensiero tutto il giorno”, “mi si chiude lo stomaco”, “non riesco a pensare ad altro”, “divento un’ameba”) restituisce bene la sensazione di un blocco emotivo intenso, come se una parte di Lei entrasse in uno stato di immobilità per proteggersi da qualcosa che sente troppo difficile da affrontare.
Il fatto che questo succeda solo quando ha tempo per “pensarci”, mentre quando la partenza è improvvisa riesce a muoversi senza difficoltà, è un elemento molto significativo. Sembra che non sia il viaggio in sé a crearle ansia, ma l’attesa, il tempo dell’anticipazione, quello che Lei chiama “lutto emotivo”. È come se la mente, avendo giorni per elaborare l’idea di “dover andare là”, attivasse un meccanismo di spegnimento per gestire un’emozione che non trova un altro modo per esprimersi.
Questo tipo di reazione può indicare un conflitto interno tra una parte che desidera muoversi, vivere esperienze, e un’altra che teme il distacco, il cambiamento, la perdita di controllo. Non è raro che questi vissuti emergano dopo momenti di forte pressione emotiva. Lei stesso collega l’inizio di tutto all’esame di maturità, come se lì “si fosse bloccato qualcosa”. A volte eventi di quel tipo lasciano una traccia interna che continua a riattivarsi in situazioni che, anche solo simbolicamente, richiamano lo stesso vissuto.
Il fatto che in passato viaggiasse molto, anche fuori dall’Europa, rende ancora più evidente che non si tratta di una difficoltà legata allo spostamento in sé, ma a ciò che il dover partire con anticipo rappresenta per Lei sul piano emotivo. Non penso che si tratti di anedonia: ciò che descrive sembra più una difesa che si attiva per proteggerla da un’ansia profonda, non una perdita di piacere generalizzata.
Il miglioramento parziale ottenuto con percorsi psicologici e ipnosi non significa che non ci sia una strada possibile. Indica semplicemente che il nucleo emotivo che si attiva è complesso e richiede un lavoro più mirato sui significati personali di questo “blocco”, su cosa rappresenta per Lei l’attesa, il distacco, il dover lasciare il Suo luogo sicuro.
Se sente che potrebbe esserle utile approfondire ed esplorare con calma questi vissuti e il modo in cui si sono strutturati nel tempo, può contattarmi. Sarò lieta di accoglierla e capire insieme come procedere.

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Dott.ssa Alice Missiroli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, da come lo racconta non penso si tratti di anedonia, più un vissuto di ansia che si manifesta anche a livello fisico (come dice lei, la chiusura dello stomaco). Le dico questo, anche perché ha tratto gioia dal viaggio con la sua compagna e questa ansia sembra molto specifica per gli spostamenti.
In questi casi un supporto psicologico può essere molto utile, soprattutto perché le dà la possibilità di affrontare la problematica nel presente.
Spero di esserle stata utile, grazie a lei per la sua condivisione.
Dott.ssa Francesca Musoni
Psicologo, Psicologo clinico
Mantova
Gentile utente, comprendo il suo suo disagio, non deve essere facile avere dei pensieri che restano così fissi per tanto tempo. Sarebbe interessante osservare in quali precise situazioni le succede, al di là dei due esempi che ha già fornito, e capire bene che implicazione possa avere avuto la maturità, che lei segna come evento "critico" rispetto a questi comportamenti. Essendo anch'io di Mantova, se se la sente, mi rendo disponibile per provare ad osservare ed esplorare insieme questi aspetti e vedere cosa possa esserci dietro. Saluti e buona serata
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
È comprensibile come questa dinamica, che Lei descrive con estrema lucidità, abbia trasformato il tempo dell'attesa in una sorta di prigione emotiva. Ciò che Lei sperimenta non è tanto una mancanza di desiderio — l'anedonia — quanto un'angoscia di anticipazione radicale: il tempo che separa il presente dall'evento futuro, anziché essere vissuto come un'opportunità, si trasforma in uno spazio dilatato in cui la Sua mente "si spegne" per proteggersi da un'invasione di ansia che non riesce a gestire.

Il fatto che il blocco sia insorto in coincidenza con l'esame di maturità non sembra casuale. Spesso, momenti di passaggio critici, che segnano la fine di una protezione (quella della casa, della famiglia, dell'infanzia), possono agire come un punto di rottura, trasformando la libertà di movimento in un'esposizione al rischio di "perdersi". L'anticipazione prolungata, per Lei, non è tempo di organizzazione, ma tempo di frammentazione: è come se il Suo apparato psichico non tollerasse la permanenza in uno stato di attesa, reagendo con un ritiro difensivo — il diventare "ameba" — per evitare di confrontarsi con l'idea stessa di uno spostamento che viene percepito, inconsciamente, come una rottura dei legami di sicurezza.

Quando l'evento è imminente, invece, il tempo della riflessione si annulla e Lei può agire in modo spontaneo; in quel caso, la Sua vitalità, che è intatta come dimostrano i giorni passati a Roma, può finalmente esprimersi senza essere frenata dal filtro ansioso. La Sua mente ha imparato che, per restare serena, deve eliminare lo "spazio" del pensiero, poiché quel tempo è diventato per Lei il luogo del pericolo.

In un percorso di psicoterapia psicodinamica, il lavoro non verrebbe orientato al superamento della "tecnica" di viaggio, ma a esplorare perché, in quel fatidico momento della maturità, il movimento verso l'esterno sia diventato sinonimo di perdita di sé. Si tratterebbe di ricostruire una "base sicura" interna, così che Lei non debba più temere che allontanarsi significhi svanire. Le suggerirei di accogliere questo Suo limite non come una colpa o un'anomalia, ma come una voce, seppur dolorosa, che sta tentando di proteggere la Sua identità dai rischi che, nella Sua storia personale, il futuro ha iniziato a rappresentare.

Cosa sente di "perdere" o di dover lasciare indietro quando deve affrontare l'attesa di un viaggio che si preannuncia lontano nel tempo?
Ccordialità
Dottssa Giovanna Costanzo
Dott.ssa Ilaria Visone
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pomigliano d'Arco
Salve ho letto le sue parole, sarebbe utile un percorso terapeutico per conoscere meglio le cause di questa difficoltà a gestire i cambiamenti di routine e quali pensieri e/o convinzioni accompagnano questi eventi. La sua difficoltà potrebbe avere varie spiegazioni, dalla sensazione di "pericolo" che si attiva legata agli spostamenti, alla rigidità rispetto ai cambiamenti, alterazione nell'umore ecc. Inoltre conoscere la sua storia personale e relazionale potrebbe aiutarla a conoscere maggiormente aspetti di sé utili all'obiettivo di alleviare questa condizione. Spero di esserle stata d'aiuto.
L’immaginario del viaggio ha una connotazione simbolica precisa: lasciare un posto noto e, in quanto tale, prevedibile, per portarsi in un posto ignoto e, in quanto tale, non prevedibile.
Questo potrebbe far attivare delle difese: lo “spegnimento” di cui parla potrebbe equivalere ad un “fingersi morto” che è una delle risposte che il nostro Sistema Nervoso mette in atto quando ha la percezione di essere davanti ad un pericolo. Ad alcune persone capita di avere dei veri e propri svenimenti o dei colpi di sonno.
Se questa ipotesi le risuona, proverei ad incontrare questo pericolo (percepito), a conoscerlo, a identificarne la forma, la voce, il volto, a chiedergli da cosa sta cercando di proteggerla con tanta tenacia da vent’anni.
Siamo abitati da una moltitudine di personaggi interiori, ognuno ha le sue ragioni per fare quello che fa.

La ringrazio per la sua preziosa condivisione e le auguro buon lavoro.
Dott.ssa Marianna Erriu
Psicologo, Psicologo clinico
Senorbì
Buonasera, grazie per aver condiviso la sua esperienza. Da ciò che descrive sembra esserci una difficoltà legata soprattutto all’anticipazione: quando un evento è programmato con largo anticipo, il pensiero diventa molto presente fino a bloccarla, mentre nella spontaneità riesce a viverlo con maggiore serenità.
Questo può essere collegato a meccanismi ansiosi più che a un’anedonia, ma è importante non trarre conclusioni da soli. Considerando che questa situazione la accompagna da tempo, potrebbe essere utile un percorso psicologico per comprenderla meglio e trovare strategie per gestirla con più libertà. Un caro saluto.
Dott.ssa Sara Angeli
Psicologo, Psicologo clinico
Melegnano
Buongiorno, da quello che descrive sembra non trattarsi tanto di una difficoltà a provare piacere (quindi non parlerei di anedonia), ma di una ansia anticipatoria molto intensa, che si attiva quando c’è un evento futuro programmato con anticipo. La cosa importante è che durante le esperienze sta bene: questo è un segnale molto positivo, perché indica che il problema non è “andare”, ma il modo in cui la sua mente gestisce il “prima”. E su questo si può intervenire in modo efficace. Un caro saluto
Dott.ssa Elisa Bozzi
Psicologo, Psicologo clinico
Cenaia
Buonasera. Innanzitutto, la ringrazio per la chiarezza con cui ha esposto il suo vissuto; ciò che descrive è un quadro molto preciso e, per quanto la faccia sentire "strano", è ben noto in ambito psicoterapeutico.
Dalla prospettiva della Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), ecco alcuni punti chiave per inquadrare la sua situazione:
1. Non è Anedonia, è Ansia Anticipatoria: l'anedonia è l'incapacità di provare piacere. Lei, invece, il piacere lo prova (come nell'esempio di Roma), ma le viene "sequestrato" dall'ansia prima di partire. Il suo è un classico caso di ansia anticipatoria associata a un meccanismo di "freezing" (congelamento). Quando ha troppo tempo per pensare, il suo cervello interpreta lo spostamento come una minaccia alla sua sicurezza attuale, attivando uno stato di allerta costante che la porta a "spegnersi" per risparmiare energie o proteggersi.
2. Il "Lutto" e il Controllo: lei cita il "lutto emotivo". In termini tecnici, potrebbe trattarsi della difficoltà a gestire il distacco dalla propria "base sicura". Il preavviso breve non dà al suo sistema d'allarme il tempo di costruire scenari catastrofici o di percepire la perdita di controllo. Il tempo lungo, invece, diventa uno spazio riempito da rimuginio, che consuma ogni sua risorsa cognitiva (ecco perché non riesce a seguire un film).
3. Il blocco della Maturità: è frequente che periodi di stress estremo (come l'esame di maturità) agiscano da "interruttore". In quel momento il suo cervello ha associato lo sforzo del dover "andare/fare/performare" a un pericolo, creando un riflesso condizionato che si attiva ancora oggi di fronte a una scadenza programmata.
Con la CBT si lavora attraverso:
- La Ristrutturazione Cognitiva: invece di vedere i giorni che precedono la partenza come un "conto alla rovescia verso una minaccia", bisogna lavorare sull'idea che quella sensazione di "chiusura dello stomaco" è solo un segnale elettrico del cervello rimasto "inceppato" al tempo della maturità, non un pericolo reale.
- L'Esposizione Graduata: continuare a fare piccoli spostamenti con preavvisi via via leggermente più lunghi, imparando a stare nel disagio senza rinunciare. Rinunciare, infatti, dà un sollievo immediato ma rinforza il disturbo a lungo termine.
- Pone il Focus sul "Qui ed Ora": utilizzare tecniche di mindfulness per riportare la mente al presente quando il pensiero scappa al "giorno della partenza".
Il fatto che con l'improvvisazione lei stia bene è un ottimo segno prognostico, significa che la sua capacità di godersi la vita è intatta, deve solo "riprogrammare" il modo in cui gestisce l'attesa.
Le suggerirei di valutare un percorso CBT focalizzato specificamente sul rimuginio e sull'ansia da separazione/distacco, poiché è lì che sembra risiedere il nodo principale.
Resto a sua disposizione e le auguro una buona serata
Gentile,
la ringrazio per aver condiviso in modo così dettagliato la sua esperienza: è molto utile per comprendere ciò che sta vivendo.
Quello che descrive non è affatto “strano”, ma è una forma piuttosto specifica di ansia anticipatoria. In particolare, sembra che il suo disagio non sia legato tanto allo spostamento in sé (come dimostra l’esperienza positiva del viaggio a Roma), quanto al tempo che intercorre tra l’idea dell’evento e l’evento stesso.
In quel periodo, la mente entra in una sorta di “fissazione”: il pensiero diventa dominante (“devo andare là”), si attiva una risposta fisica (chiusura dello stomaco) e si riduce la capacità di concentrarsi sul presente. Questo porta progressivamente a un blocco emotivo e, spesso, all’evitamento, che nel breve termine dà sollievo ma nel lungo termine mantiene il problema.
Un elemento molto interessante che lei riporta è che, quando il tempo di attesa è breve, riesce a partire e addirittura a vivere esperienze positive. Questo ci dice che:
-non c’è una reale incapacità di affrontare la situazione
-il nodo centrale è proprio la gestione dell’attesa e dell’anticipazione
Il quadro che emerge è compatibile con una forma di ansia anticipatoria con componente perseverativa (rimuginio), in cui il trigger principale non è l’evento in sé, ma l’intervallo temporale che lo precede. In questa finestra si attiva un processo di focalizzazione attentiva rigida sul pensiero “devo andare”, accompagnato da attivazione neurovegetativa (ad es. chiusura dello stomaco) e progressiva riduzione della flessibilità cognitiva.
Non parlerei di anedonia in senso stretto, perché Lei è in grado di provare piacere quando l’esperienza avviene. Piuttosto, sembra esserci una difficoltà nella regolazione emotiva legata all’anticipazione.
Il riferimento all’esame di maturità è importante: spesso queste modalità nascono in periodi di forte stress e poi vengono “apprese” dalla mente come strategia (anche se disfunzionale) e viene generalizzata.
Dal punto di vista terapeutico, si possono lavorare diversi aspetti:
- Interrompere il ciclo del pensiero fisso, imparando a “sganciarsi” dal pensiero anticipatorio (tecniche di defusione o mindfulness)
- Esporsi gradualmente all’attesa, non solo all’evento (ad esempio pianificando piccoli impegni con anticipo crescente)
- Lavorare sul significato emotivo del “dover partire”, che può essere vissuto inconsciamente come perdita di controllo o “distacco”
- Ridurre l’evitamento, perché ogni rinuncia rinforza il meccanismo
Il fatto che abbia già intrapreso percorsi psicologici e abbia ottenuto dei miglioramenti è un segnale molto positivo: significa che il problema è modificabile. Potrebbe essere utile un percorso mirato proprio sull’ansia anticipatoria.
Se vuole, possiamo approfondire insieme alcuni esercizi pratici da iniziare già nel quotidiano.
Un caro saluto.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che descrive è molto chiaro e, soprattutto, ha una coerenza interna che aiuta a comprenderne il funzionamento. Non si tratta di qualcosa di “strano” nel senso di incomprensibile, ma piuttosto di un meccanismo che nel tempo si è strutturato e che oggi si attiva in modo abbastanza prevedibile in alcune situazioni specifiche. Se si osserva la sua esperienza con uno sguardo cognitivo comportamentale, emerge un elemento centrale: non è tanto lo spostamento in sé a generare il problema, ma il tempo che intercorre tra l’idea dell’evento e il momento in cui questo avviene. Quando c’è anticipo, la mente inizia a lavorare in modo continuo su quel pensiero, come se dovesse prepararsi a qualcosa di impegnativo o potenzialmente minaccioso. Questo porta a una sorta di “fissazione mentale”, in cui l’attenzione si restringe sempre di più su quell’evento futuro, fino a togliere spazio a tutto il resto. In questo processo, il corpo segue la mente. Il senso di chiusura allo stomaco, la difficoltà di concentrazione, lo spegnimento emotivo che descrive sono segnali tipici di uno stato di attivazione ansiosa prolungata. Più il pensiero viene alimentato, più l’ansia cresce, e più cresce l’ansia, più il pensiero diventa dominante. È un circolo che tende ad autoalimentarsi. Il fatto che, quando la partenza è improvvisa, lei riesca a vivere l’esperienza in modo positivo è un elemento molto importante, perché indica che non c’è una reale incapacità di affrontare la situazione. Anzi, quando viene meno il tempo per rimuginare, il sistema si “sblocca” e lei riesce a funzionare in modo spontaneo e anche piacevole. Questo dato è molto utile perché orienta la comprensione del problema verso il modo in cui la mente gestisce l’attesa, più che verso l’evento in sé. L’idea che lei fa, cioè quella di un “lutto emotivo”, è interessante e in parte descrive bene la sensazione di dover lasciare qualcosa o prepararsi a un cambiamento. Tuttavia, ciò che sembra accadere è che la mente interpreti l’evento futuro come qualcosa da controllare, prevedere o neutralizzare, e nel tentativo di farlo finisce per amplificarne l’impatto emotivo. Anche il fatto che questo meccanismo sia iniziato in un periodo specifico della sua vita, come quello dell’esame di maturità, può avere un significato. Spesso, in momenti di forte pressione o cambiamento, il sistema ansioso può “imparare” alcune modalità di funzionamento che poi tendono a ripresentarsi nel tempo, soprattutto in situazioni che richiamano, anche indirettamente, quella stessa sensazione di responsabilità o di dover affrontare qualcosa di importante. È comprensibile che dopo tanti anni questa dinamica possa risultare stancante e limitante, soprattutto perché sembra togliere libertà nelle scelte e nelle esperienze. Allo stesso tempo, il fatto che abbia già avuto qualche miglioramento indica che il sistema è modificabile, anche se probabilmente non è stato ancora lavorato fino in fondo nel suo funzionamento più profondo. Un percorso psicologico mirato potrebbe aiutarla proprio a intervenire su questi passaggi specifici, cioè su come nasce il pensiero anticipatorio, su come viene mantenuto e su come il comportamento di evitamento, come rinunciare, contribuisce a rinforzarlo nel tempo. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora in modo molto concreto su questi aspetti, aiutando la persona a interrompere gradualmente il circolo tra pensiero, ansia e comportamento, e a recuperare una maggiore flessibilità. Non si tratta di eliminare completamente l’ansia, ma di modificarne il funzionamento, in modo che non occupi tutto lo spazio mentale nei giorni precedenti e non la porti a rinunciare a esperienze che, come ha visto, possono essere anche piacevoli. Il fatto che lei abbia continuato a cercare soluzioni e a interrogarsi su questo aspetto è già un segnale di movimento e di possibilità di cambiamento. Con il giusto tipo di lavoro, è possibile arrivare a gestire in modo diverso proprio quella fase anticipatoria che oggi rappresenta il nodo principale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
da come descrive la situazione, non sembra tanto che lei non riesca a viaggiare. L’esempio di Roma dice il contrario: quando non ha avuto il tempo di costruire l’attesa, è partito e ha vissuto due giorni belli.

Il punto sembra un altro: non è il viaggio a bloccarla, è il viaggio pensato troppo a lungo.

Quando le dicono “tra una settimana partiamo”, la sua mente sembra trasformare quella data in un chiodo fisso: “devo andare là”. Da quel momento non vive più i giorni che precedono la partenza, ma resta intrappolato nel conto alla rovescia. E più cerca di liberarsene, più quel pensiero occupa spazio.

Non parlerei subito di anedonia, almeno da ciò che scrive. Qui sembra più presente un meccanismo di ansia anticipatoria: il problema non è il piacere che manca, ma il tempo dell’attesa che diventa troppo grande.

La rinuncia poi la fa stare meglio, ed è comprensibile. Ma è anche la trappola: ogni volta che rinuncia, l’ansia impara che aveva ragione lei.

Le propongo un piccolo esperimento, molto concreto. La prossima volta che arriva una partenza annunciata, non decida subito se andare o non andare. Si dia una regola: “per 24 ore non annullo”. In quelle 24 ore non deve convincersi che andrà bene, non deve discutere con l’ansia, non deve cercare la calma perfetta. Deve solo non consegnarle subito il volante.

Poi faccia un secondo passo: ogni giorno scelga un solo gesto pratico legato alla partenza, piccolo e materiale, come preparare un documento, controllare un orario, mettere una cosa nello zaino. Non pensare tutto il viaggio: solo un gesto.

Quando arriva il pensiero “devo andare là”, provi a rispondergli così: “Non devo andarci adesso. Adesso devo solo fare questo piccolo passo”.

A volte non si vince l’ansia facendo grandi ragionamenti, ma togliendole il palcoscenico. Meno la si consulta, meno diventa il capo del viaggio.

Visto che il problema dura da molti anni e ha già cercato aiuto, potrebbe essere utile un percorso mirato proprio sull’ansia anticipatoria e sull’evitamento, lavorando non solo sul perché è nato il blocco, ma su cosa lo mantiene oggi.

Se desidera, può continuare a scrivere o chiedere un confronto online per capire come costruire piccoli passaggi senza trasformare ogni partenza in una battaglia.

Un caro saluto.
Salve, l'anedonia si riferisce all'incapacità, totale o parziale, di trarre piacere da attività che prima trovava gratificanti. Da quello che lei racconta e dalle modalità con cui esperisce questa ansia, io credo possa essere una forma di ansia anticipatoria, di cui andrebbe indagata la causa.
Mi sembra di capire che dall'esame di maturità la situazione sia cambiata e sia iniziato questo "blocco", come mai proprio da questo evento? è successo qualcosa in particolare?
Rimango a disposizione per approfondire quanto detto.
Un saluto.
Dott.ssa Lavinia Maria Tiziano
Psicologo
Reggio Calabria
Quella che descrive sembra proprio un'intensa ansia anticipatoria che la porta a evitare le situazioni descritte. Sarebbe interessante indagare quale parte della scampagnata/viaggio/impegno la spaventa, quali pensieri le balenano in testa nel lasso di tempo che la separa dall'evento.
Ci tengo a specificare che non è un'ansia "strana" o "diversa", è solo legata a situazioni specifiche, ma con un percorso adatto a lei, si può certamente affrontare. Inoltre, rispetto all'anedonia, non me ne preoccuperei come se fosse una malattia, perché non lo è. Piuttosto, sospetto che sia la conseguenza della sua disregolazione psico-fisiologica: per intenderci, dopo giorni di ansia, rimuginio, previsioni, il suo corpo si stanca, è sotto stress, ha bisogno di riposo e di stare al riparo per assicurarsi la sopravvivenza, non certo di una gitarella fuori porta :)
In bocca al lupo!
Dott.ssa Veronica De Iuliis
Psicologo, Psicologo clinico
Cogliate
Buongiorno,
quello che descrive è molto chiaro e, soprattutto, molto più comune di quanto si possa pensare, anche se spesso chi lo vive si sente “strano” o incomprensibile agli altri.

Da come racconta, non sembra tanto una forma di anedonia (che riguarda la difficoltà a provare piacere in generale), quanto piuttosto una ansia anticipatoria molto intensa legata agli spostamenti programmati con anticipo.

È interessante notare alcuni aspetti che lei porta:

quando l’evento è lontano nel tempo, la sua mente “si aggancia” a quell’appuntamento e non riesce più a lasciarlo andare
compare una sensazione di blocco, chiusura (anche fisica, come allo stomaco) e una sorta di “spegnimento”
quando invece la partenza è improvvisa o ravvicinata, riesce a vivere l’esperienza con piacere e spontaneità

Questo ci dice che non è il viaggio in sé il problema, ma tutto ciò che accade prima, nel tempo dell’attesa.

In termini psicologici, potrebbe essere utile leggere questa esperienza come una difficoltà a “stare” nell’anticipazione:
quando c’è troppo tempo, la mente prova a controllare, prevedere, prepararsi… ma finisce per attivare un circolo di pensieri ripetitivi e una risposta ansiosa che la porta a evitare.

Il riferimento che fa all’esame di maturità è molto importante: spesso questi meccanismi si agganciano a momenti specifici della vita in cui si è attivato un forte carico emotivo o di pressione. Non è detto che sia l’evento in sé, ma potrebbe essere stato un periodo in cui qualcosa dentro di lei ha iniziato a gestire diversamente l’incertezza o le richieste.

Il fatto che con partenze improvvise lei stia bene è un elemento molto positivo:
significa che le risorse ci sono, e che il suo sistema non è “bloccato”, ma funziona in condizioni diverse.

Cosa potrebbe aiutarla:

lavorare non tanto sul “partire”, ma su come vive l’attesa
esplorare cosa rappresenta per lei quel “dover andare” (obbligo? perdita di controllo? separazione da qualcosa?)
imparare gradualmente a tollerare piccole anticipazioni, senza arrivare subito a una settimana intera
portare attenzione alle sensazioni corporee (come la chiusura allo stomaco), senza cercare di eliminarle subito

Dal punto di vista terapeutico, un percorso che integri consapevolezza del corpo ed emozioni (come ad esempio un approccio gestaltico o esperienziale) potrebbe essere particolarmente adatto, proprio perché il suo “spegnimento” sembra coinvolgere molto il piano corporeo oltre che mentale.

Ha già fatto diversi percorsi, quindi non si tratta di “ripartire da zero”, ma forse di trovare un modo di lavorare più mirato su questo specifico meccanismo.

Se sente che questa difficoltà limita la sua libertà, vale la pena tornarci con uno sguardo un po’ diverso, più focalizzato sull’esperienza dell’attesa che sull’evento in sé.

Un saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
grazie per aver condiviso con tanta chiarezza e consapevolezza quello che stai vivendo.

Da quello che racconti emerge un’esperienza di forte attivazione ansiosa legata all’anticipazione degli eventi: quando un impegno o uno spostamento viene programmato con largo anticipo, sembra che la tua mente entri in uno stato di “allerta prolungata”, che ti assorbe completamente e ti toglie spazio mentale ed emotivo per altro. È comprensibile che questo nel tempo diventi faticoso e limitante.

Il fatto che, invece, quando la partenza è imminente tu riesca a partire e a vivere anche esperienze positive e soddisfacenti, è un’informazione importante: ci dice che la difficoltà non riguarda tanto l’esperienza in sé, quanto il tempo di attesa e l’elaborazione anticipatoria, che sembra caricarsi di significati emotivi molto intensi.

Senza fare diagnosi a distanza, quello che descrivi può avere a che fare con meccanismi d’ansia anticipatoria e di evitamento, che nel tempo si sono probabilmente consolidati come strategia per ridurre il disagio immediato, ma che finiscono poi per mantenerlo.

Il fatto che tu abbia già intrapreso diversi percorsi psicologici è significativo, così come la tua capacità di osservarti e raccontarti in modo così preciso. Spesso, in situazioni come questa, può essere utile un lavoro psicoterapeutico mirato e continuativo che aiuti a:

comprendere più a fondo cosa si attiva nei momenti di “attesa”
lavorare sulla tolleranza dell’incertezza e dell’anticipazione
e soprattutto costruire modalità nuove, graduali e sostenibili di esposizione a queste situazioni

Non si tratta di “forzarsi”, ma di poter rileggere insieme quel blocco emotivo che oggi sembra attivarsi automaticamente, per dargli un significato diverso e progressivamente ridurne il potere.

Se lo desideri, può essere utile approfondire in uno spazio di colloquio, dove poter ricostruire meglio la tua storia e trovare insieme strategie più personalizzate.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Raffaella Schiavone
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Quello che descrivi sembra un’ansia legata soprattutto all’anticipazione, più che al viaggio in sé. Il fatto che tu riesca ad andare quando hai poco tempo per pensarci è un dato importante, e merita di essere esplorato.
Potrebbe esserti utile riprendere un percorso con uno psicoterapeuta, per capire cosa si attiva in quei giorni di attesa e trovare strategie più adatte a te. Non è detto che si tratti solo di anedonia: forse c’è un nodo più profondo che vale la pena affrontare con calma, magari collegato anche a un’esperienza di blocco più antica.
Dott. Alex Pagano
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Come mai pensa che qualcosa sia cambiato durante l' esame di maturità?
Prima anche quando viaggiava in Europa mi sembra di capire che non fosse solo ma con i genitori che in alcuni casi rappresentano quel porto sicuro in grado di placare ansie. Senza di loro ha mai fatto viaggi in cui non provava l'ansia prima di una partenza?
Dal suo percorso con i vari psicologi è stato indagato il tipo di attaccamento verso le figure genitoriali?
Quali sono i pensieri ripetitivi che emergono in lei quando deve pensare ad un viaggio?
Nota differenza se il viaggio viene fatto con mezzi di trasporto diversi o è un pensiero trasversale che prescinde dal mezzo?
La distanza delle mete rispetto a casa influenza lo stato d'ansia?
Come mai parla di "lutto emotivo"? usa questo termine perchè associa la partenza ad una perdita permanente?
Ha mai paura di potersi sentire male durante i viaggi?
Cosa la fa propendere per l' ipotesi dell' anedonia ?
Tendenzialmente l'anedonia è associata alla capacità di provare piacere o interesse per quasi tutte le attività, ma dal suo racconto non mi sembra che ci sia l'incapacità di provare piacere (quando è partito per Roma si è divertito) ma più un' ansia paralizzante quando sa con anticipo la data di una partenza.

Un saluto, Dott Pagano Alex.
Dott.ssa Paola Rodia
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buongiorno,
la sua descrizione sembra essere in linea con un'ansia anticipatoria più che anedonia. Una condizione in cui si tende ad anticipare mentalmente ciò che dovrà accadere rispetto ad un evento programmato. Sembra, infatti, che la sua difficoltà non riguarda tanto lo spostamento o l’esperienza in sé, bensì il processo mentale che precede l’evento, che diventa progressivamente carico di tensione.
È interessante anche il riferimento al periodo della maturità: in alcuni casi, fasi particolarmente stressanti possono contribuire alla strutturazione di questi meccanismi, che poi si mantengono nel tempo, come uno schema mentale. Un percorso psicologico mirato (eventualmente integrato con interventi basati sulla Mindfulness) può favorire una maggiore consapevolezza dei pensieri anticipatori, un miglior contatto con il momento presente e una riduzione del disagio.. Un caro saluto, PR.
Dott.ssa Martina Giordano
Psicologo, Psicologo clinico
Salerno
Buongiorno.
Capisco quanto possa essere frustrante vivere così ogni volta che c’è qualcosa di programmato.
Quello che descrivi sembra più un’ansia anticipatoria: il pensiero “devo andare lì” prende tutto lo spazio e il corpo reagisce (stomaco chiuso, blocco). Il fatto che all’ultimo momento tu riesca a partire e stia anche bene è un segnale importante: non è il viaggio il problema, ma l’attesa.
Rinunciare ti dà sollievo subito, ma nel tempo mantiene il meccanismo. Può aiutare iniziare con piccoli passi: tenere l’impegno anche con disagio, lavorare sui pensieri (“non devo farcela perfettamente, posso essere in ansia e andare comunque”) e imparare tecniche per gestire l’attivazione.
Visto che il tema è presente da anni, ti consiglierei di riprendere un percorso mirato su questo, magari focalizzato proprio sull’ansia anticipatoria e l’evitamento: con un lavoro graduale si può davvero sbloccare.
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno, la ringrazio perché ha descritto la sua esperienza in modo davvero chiaro, e questo aiuta molto a capire cosa sta succedendo. Quello che vive non è affatto qualcosa di “strano” o incomprensibile, anzi ha una logica precisa, anche se nel tempo è diventato molto faticoso da gestire.

Da come lo racconta, il punto non è lo spostamento in sé, né il fatto di uscire dalla sua zona abituale. Questo è evidente dal fatto che, quando parte senza preavviso o con poco anticipo, riesce a vivere l’esperienza anche in modo positivo. Il nodo sembra essere tutto nell’attesa, in quel tempo che passa tra il momento in cui sa che dovrà fare qualcosa e il momento in cui la fa davvero.

È come se la sua mente, avendo giorni a disposizione, iniziasse ad agganciarsi a quell’evento e non riuscisse più a lasciarlo andare. Quel pensiero fisso — “devo andare là” — prende spazio, si ripete, si amplifica, fino a spegnerla emotivamente e a farle perdere concentrazione su tutto il resto. La definizione che ha dato, “lutto emotivo”, è molto centrata: è come se una parte di lei vivesse quell’impegno come qualcosa di inevitabile da sopportare, più che come qualcosa da scegliere.

Le faccio una domanda che può aiutarla a mettere a fuoco meglio: quando sa che deve partire tra qualche giorno, quello che prova è più un rifiuto dell’esperienza oppure la difficoltà a tollerare l’attesa di quell’evento?

Perché spesso, in situazioni come la sua, non è tanto il “non voler andare”, ma il “non riuscire a stare con quell’idea per giorni” senza sentirsi invasi.

Il fatto che questo meccanismo sia iniziato in un periodo specifico della sua vita, come quello della maturità, non è secondario. In momenti di forte pressione può succedere che la mente associ l’idea di “evento futuro” a uno stato di tensione o di perdita di controllo, e da lì inizi a riproporre lo stesso schema in situazioni simili.

Ha già fatto dei percorsi, e questo è un segnale importante di attenzione verso se stesso. Allo stesso tempo, da quello che descrive, sembra che il lavoro fatto non abbia agito fino in fondo su questo meccanismo anticipatorio specifico. Qui non si tratta semplicemente di gestire l’ansia in generale, ma di intervenire proprio sul modo in cui la sua mente si aggancia al futuro e lo trasforma in qualcosa di totalizzante.

Non si tratta quindi di anedonia, perché la capacità di provare piacere c’è, ed è evidente. Piuttosto, si tratta di un circuito di ansia anticipatoria molto strutturato, che nel tempo si è automatizzato.

Le dico anche questo con molta chiarezza: dopo tanti anni è comprensibile pensare che sia qualcosa di “fisso”, ma non lo è. È un meccanismo appreso, e proprio per questo può essere modificato, anche se non con la sola forza di volontà.

Se sente che questa situazione continua a limitarla, può essere davvero utile lavorarci in modo mirato, con qualcuno che vada a intervenire esattamente su questo tipo di funzionamento. È una difficoltà su cui ho visto molte persone fare cambiamenti significativi quando si lavora nel modo giusto, andando proprio a sciogliere quel blocco che si crea nei giorni prima.

Se vuole, possiamo approfondire insieme e capire meglio come si attiva questo processo nel suo caso specifico, così da iniziare a intervenire in modo concreto. Già il fatto che lei riesca a descriverlo così bene è un ottimo punto di partenza.
Dott.ssa Francesca Di Grazia
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Buongiorno,
da quello che descrive si intende quanto questa difficoltà sia presente da tempo e quanto possa essere percepita come limitante.
Quello che ha raccontato non sembra essere legato all’anedonia (che riguarda più una perdita generale di piacere), quanto piuttosto a una forma di ansia anticipatoria: quando è a conoscenza con largo anticipo di una partenza o di uno spostamento, la mente si aggancia a quell’evento e resta “bloccata” in quel punto, come se fosse necessaria una preparazione continua. Questo può portare a una sensazione di chiusura che si riversa in difficoltà a concentrarsi e anche sintomi fisici come lo stomaco “chiuso”.
A volte questo tipo di meccanismo nasce da un momento ben preciso in cui il cervello ha imparato ad associare l’anticipo ad una forma di pressione o perdita di controllo. Con il tempo, le associazioni create si rinforzano.
Il fatto che lei abbia fatto dei percorsi e ottenuto qualche miglioramento è un segnale positivo: significa che il meccanismo può essere modificato. Può essere utile imparare a gestire i pensieri anticipatori e riportare l’attenzione al presente. Se la difficoltà persiste, un ulteriore approfondimento con un professionista può aiutare a intervenire in modo più mirato.
Cordialmente
Dott.ssa Glenda Frassi
Psicologo, Psicologo clinico
Crema
Buongiorno, da quello che descrive più che anedonia sembrerebbe proprio una forma di evitamento che si manifesta quando ci ritroviamo a dover svolgere dei compiti verso cui ci sentiamo inadeguati e ci fanno paura. L'evitamento lì per lì ha la funzione di proteggerci ma a lungo andare crea disagio e ci blocca in un circolo vizioso. Quello che le è capitato a Roma con la sua compagna è stata una forma di esposizione che le ha permesso di affrontare la sua paura e di rendersi conto che, in realtà, allontanarsi da casa ci permette di fare attività belle, piacevoli e divertenti con le persone a cui vogliamo bene e che amiamo. Resto a disposizione. Un saluto
Dott.ssa Elena Uda
Psicologo
Ponte San Giovanni
Gentile Paziente,
Quello che descrive sembra più vicino a un funzionamento legato all’attesa come esperienza emotiva attivante, piuttosto che a una semplice “mancanza di piacere” (anedonia).
Provo a restituirle una lettura in una chiave di lettura relazionale.
Sembra che il problema non sia tanto il viaggio o lo spostamento in sé, quanto lo spazio di tempo che precede l’evento. In quel “prima” la mente sembra organizzarsi attorno a un’unica traiettoria: l’evento futuro occupa tutto il campo mentale, riducendo progressivamente la possibilità di restare nel presente. Questo può tradursi in chiusura corporea, ritiro emotivo e difficoltà di concentrazione.
potremmo ipotizzare che l’attesa venga vissuta quasi come una sorta di “tempo sospeso” in cui si attiva una forma di allarme anticipatorio: non tanto per ciò che accadrà, ma per il processo del partire, che sembra richiedere una riorganizzazione interna faticosa e prolungata. Quando invece il tempo è breve, non c’è spazio per questa costruzione anticipatoria e l’azione diventa più fluida.
L’episodio riportato dell’esame di maturità potrebbe aver rappresentato un momento di cesura nella sua storia, in cui l’esperienza del “dover sostenere” qualcosa nel tempo ha assunto una valenza emotiva più intensa e generalizzata.
Più che un problema di capacità di muoversi, sembra emergere una difficoltà nella gestione del tempo psicologico dell’attesa, che meriterebbe di essere esplorata non solo come sintomo, ma come modalità appresa di organizzare l’esperienza.
Un lavoro terapeutico potrebbe aiutare a ridare flessibilità a questo tempo interno, senza doverlo ridurre o evitarlo
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Buongiorno,
da quello che descrive il suo vissuto è molto chiaro e anche più comune di quanto possa sembrare, sebbene si presenti in modo molto specifico nel suo caso.
Quello che emerge non sembra tanto una “anedonia” (cioè una difficoltà generale a provare piacere), quanto piuttosto una forma di ansia anticipatoria: il problema non è l’evento in sé (infatti quando parte all’improvviso riesce anche a stare bene), ma il tempo che precede l’evento, che viene riempito da un pensiero fisso e da una sensazione di “chiusura” emotiva e corporea.
È come se la sua mente, quando ha troppo tempo per “prepararsi”, entrasse in una modalità di allerta e iniziasse a vivere quell’impegno come qualcosa di inevitabile e “ingombrante”, fino a saturare completamente lo spazio mentale. Il fatto che lei parli di “lutto emotivo” è molto interessante: può indicare una difficoltà nel gestire il passaggio da uno stato attuale a uno futuro percepito come vincolante o poco controllabile.
Il momento dell’esame di maturità che cita potrebbe aver rappresentato una fase in cui si è strutturata questa modalità, ma oggi il meccanismo sembra mantenuto soprattutto da:pensieri anticipatori ripetitivi (“devo andare là”),focalizzazione costante sull’evento futuro e sollievo immediato quando evita (rinuncia), che però rinforza il problema nel tempo
Il fatto che, senza preavviso, lei riesca a partire e a stare bene è un elemento molto positivo: ci dice che non è l’esperienza reale a essere problematica, ma il processo mentale che la precede.
Un percorso miratopotrebbe aiutarla a lavorare sulla gestione dei pensieri anticipatori (non eliminarli, ma cambiare il rapporto con essi), sull' esposizione graduale ai programmi pianificati, sulla tolleranza dell’incertezza e del “dover fare”. È importante anche apprendere tecniche per interrompere la ruminazione e recuperare presenza nel qui e ora.
Avendo già fatto dei percorsi, potrebbe essere utile riprendere il lavoro in modo più focalizzato proprio su questo specifico funzionamento, perché è molto circoscritto e quindi anche trattabile.
Potrebbe essere utile approfondire quanto tempo prima, di solito, inizia questo “spegnimento” e cosa succede esattamente nei primi momenti in cui compare il pensiero?
Resto a disposizione nel caso in cui volesse intraprendere un percorso di psicoterapia. Cordiali saluti

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