Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle brac

28 risposte
Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle braccia dei piccoli graffi ,ho sempre chiesto spiegazioni e lei mi dice che lo fa solo quando litiga con il suo fidanzatino.Ho paura di parlarne con il padre perché non capirebbe e la potrebbe rinchiudere in casa e togliere completamente in cell.Ho paura di come si possa evolvere questa situazione e non so come gestirla.E’ una ragazza bellissima ,ha amici,esce e sempre ben vestita non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa.sSpero di avere una risposta grazie
Dott.ssa Mara Di Clemente
Psicologo, Psicologo clinico
Guidonia Montecelio
Buonasera, capisco molto bene la sua preoccupazione, vedere segnali di autolesionismo in una figlia fa paura e mette tanti dubbi su come comportarsi.
È importante sapere che, soprattutto in adolescenza, l’autolesionismo spesso non nasce dal voler morire, ma dal tentativo di gestire emozioni troppo intense (rabbia, tristezza, paura dell’abbandono). Il fatto che accada dopo i litigi indica che probabilmente sua figlia fatica a regolare quello che prova in quei momenti.
La cosa più utile ora è non colpevolizzarla né spaventarla, ma aprire uno spazio di dialogo calmo: più che chiedere “perché lo fai?”, può aiutarla dire “immagino che in quei momenti tu stia molto male, io voglio capire e aiutarti”.
Allo stesso tempo, questi segnali non vanno minimizzati: sarebbe importante coinvolgere uno psicologo dell’età evolutiva, perché intervenire presto aiuta molto.
Capisco il timore della reazione del padre, ma è fondamentale che gli adulti di riferimento riescano, magari con l’aiuto di un professionista, a muoversi insieme senza punizioni drastiche, che spesso aumentano chiusura e vergogna.
Sua figlia probabilmente ha bisogno di strumenti per gestire le emozioni. E il fatto che lei stia chiedendo aiuto è già un passo molto importante.
Un saluto
Dott.ssa Mara Di Clemente

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Dott.ssa Natalia Servidio
Psicologo clinico, Psicologo
Caserta
Buonasera,
capisco molto bene la sua preoccupazione: vedere dei segni di autolesionismo su una figlia di 13 anni è qualcosa che non va mai preso alla leggera e merita attenzione.
Le dico subito con chiarezza che non è un comportamento da minimizzare: anche se i graffi sono superficiali, il gesto in sé indica una difficoltà nel gestire emozioni intense. In adolescenza può capitare che il dolore emotivo (come quello legato a un litigio, alla paura di perdere qualcuno, alla rabbia o alla frustrazione) venga “scaricato” sul corpo.
Il fatto che sua figlia le abbia detto che succede quando litiga con il fidanzatino è un elemento importante: probabilmente in quei momenti si sente sopraffatta e non riesce a regolare quello che prova.
Alcuni aspetti su cui può orientarsi:
Prendere sul serio il segnale: senza spaventarsi eccessivamente, ma nemmeno pensando che “passerà da solo”.
Mantenere un dialogo aperto: parlarle con calma, cercando di capire cosa prova in quei momenti, più che concentrarsi solo sul gesto.
Evitare punizioni o restrizioni rigide: togliere il telefono o chiuderla in casa rischierebbe di aumentare il disagio e farla chiudere ancora di più.
Riguardo al padre, comprendo il suo timore. Tuttavia è importante che anche lui venga coinvolto, cercando però prima un confronto tra adulti, così da condividere una linea comune ed evitare reazioni impulsive o troppo punitive che potrebbero peggiorare la situazione.
Valutare un supporto psicologico: a questa età, la presenza di autolesionismo è un segnale che va accompagnato. Un professionista può aiutarla a sviluppare modi più sani per gestire le emozioni.
Un punto importante: il fatto che sua figlia abbia amici, esca e appaia “serena” fuori casa non esclude una sofferenza interna. Molti ragazzi riescono a funzionare bene all’esterno, ma fanno più fatica nella gestione emotiva.
Lei sta facendo una cosa fondamentale: se ne è accorta e sta cercando di capire come aiutarla. Intervenire ora, con attenzione e senza giudizio, può davvero fare la differenza.
Se lo desidera, può approfondire la situazione con un professionista anche attraverso un colloquio dedicato; può eventualmente contattarmi tramite il mio profilo.
Un caro saluto
Buonasera, è sicuramente una situazione da non sottovalutare.
Ha mai parlato con sua figlia della possibilità di chiedere un supporto psicologico? se si, cosa ne pensa sua figlia?
Le ha mai spiegato meglio perché si ferisce dopo aver litigato con il suo fidanzato?
Bisogna capire bene qual è il nesso tra la litigata con il fidanzato e l'autolesionismo. Come anche se l'autolesionismo viene attuato solo in tale circostanza.
Mi faccia sapere, rimango a disposizione.
Dott.ssa Laura Pancrazi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Mozzo
Buongiorno, mi dispiace molto per la situazione che sta attraversando, non deve essere facile vedere la propria figlia farsi del male, e sentire pure di non poterne parlare con il padre.
Ciò che mi sento di suggerirle è di provare a parlare con sua figlia, provare a darle (e/o a cercare insieme a lei, in una sorta di scoperta socratica in cui potrebbe guidarla) delle strategie alternative per la gestione delle emozioni, una sorta di cassetta degli attrezzi di cose meno dannose e più funzionali dei graffi che potrebbe mettere in campo quando si sente sopraffatta da qualcosa. Il fatto che poi le capiti "solo" quando litiga con il "fidanzatino" potrebbe portarvi a parlare e ad esplorare insieme di quali cose belle le stia dando questa relazione, quali siano i punti di forza e quali invece le aree di sofferenza. Cercare di portarla insomma a riflettere sulla relazione che ha con questo ragazzo, e se davvero risponda alle sue esigenze e bisogni di questo momento.

Mi rendo conto, d'altra parte, che potrebbe non essere facile affrontare questi discorsi con una tredicenne....dipende da che tipo di rapporto avete in questa fase della vostra vita. Quindi, laddove si renda conto di far fatica ad approfondire il dialogo, potrebbe proporle di incontrare uno psicologo, sentire come reagisce alla sua proposta, e casomai attivarsi per procurarsi il contatto di una persona che potrebbe fare al caso vostro.

Mi rendo conto che la situazione sia complessa, ma spero comunque che io e i miei colleghi nel risponderle possiamo averle dato qualche spunto utile.

La saluto e le auguro caldamente in bocca al lupo per sua figlia e una buona continuazione per tutto!
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
la sua preoccupazione è comprensibile: l’autolesionismo in adolescenza è un segnale di sofferenza emotiva che va preso sul serio, anche quando i segni sono piccoli graffi e la ragazza, all’apparenza, sembra stare bene e avere una vita sociale attiva.
Il fatto che sua figlia dica di farlo quando litiga con il fidanzatino suggerisce che quei gesti possano essere un modo per scaricare emozioni molto intense, come rabbia, tristezza o frustrazione, che in quel momento fatica a gestire o esprimere a parole. Non significa necessariamente che voglia farsi del male in modo grave, ma indica che ha bisogno di strumenti diversi per affrontare ciò che prova.
È importante sapere che avere amici, essere curata nell’aspetto o non farle mancare nulla materialmente non esclude la presenza di un disagio emotivo: spesso ciò che manca non è qualcosa di concreto, ma uno spazio in cui sentirsi compresa e aiutata a gestire le emozioni.
In questa situazione, le suggerisco di:
- parlare con sua figlia con calma, senza giudicarla o spaventarla, cercando di capire cosa prova quando accadono questi episodi
- evitare punizioni o restrizioni drastiche, che potrebbero aumentare il senso di incomprensione
- valutare quanto prima un consulto con uno psicologo dell’età evolutiva, perché l’autolesionismo, anche se lieve, merita attenzione precoce
- se possibile, coinvolgere anche il padre, cercando però di spiegargli che si tratta di un segnale di sofferenza e non di un comportamento da punire
Il fatto che lei abbia già notato questi segnali e stia cercando aiuto è molto importante: intervenire ora può prevenire un peggioramento e aiutare sua figlia a trovare modi più sani per gestire ciò che sente.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera, grazie per aver condiviso una situazione comprensibilmente fonte di preoccupazione.

A 13 anni il comportamento autolesivo (anche se si presenta come graffi superficiali) è spesso un segnale di una difficoltà nella gestione delle emozioni più che un “gesto dimostrativo”. Può comparire in momenti di forte attivazione emotiva, come conflitti affettivi, sensazione di rifiuto, frustrazione o perdita di controllo. Il fatto che sua figlia lo associ ai litigi con il fidanzatino ci indica che, in quel momento, non riesce a trovare altre modalità per scaricare o regolare ciò che prova.

È importante non sottovalutare il comportamento anche se le lesioni sono lievi e la ragazza appare serena in altri contesti: spesso, infatti, il disagio non è costante ma “a picchi”, e può non emergere nella vita quotidiana.

Comprendo anche la sua difficoltà nel parlarne con il padre per timore di reazioni punitive. Tuttavia, è fondamentale che il problema venga affrontato dagli adulti di riferimento in modo condiviso e non punitivo, perché risposte rigide (come isolamento o restrizioni drastiche) rischiano di aumentare la chiusura e il disagio emotivo della ragazza, senza risolvere la causa.

In questa fase può essere utile:

affrontare il dialogo con sua figlia in modo calmo, senza accuse, ma con ascolto (“ho notato questo e mi preoccupo per come stai”);
evitare punizioni o interrogatori insistenti, che potrebbero farla chiudere ulteriormente;
osservare se ci sono altri segnali associati (umore depresso, ritiro sociale, irritabilità, disturbi del sonno);
proporre con delicatezza un supporto esterno, senza presentarlo come una “punizione”, ma come uno spazio di aiuto per gestire meglio le emozioni.

È molto consigliabile, in ogni caso, un approfondimento con uno specialista dell’età evolutiva (psicologo o neuropsichiatra infantile), sia per comprendere la funzione del comportamento sia per intervenire precocemente e prevenire un possibile aggravamento.

Resto a disposizione e le consiglio di non rimandare una valutazione clinica, così da poterla sostenere nel modo più adeguato possibile.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Serena Marino
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Capisco la sua preoccupazione rispetto alla relazione del papà; sua figlia però è giovanissima e ha bisogno dell' aiuto dei suoi genitori per poter affrontare questo problema. L' autolesionismo è una condizione in cui ci si sente sopraffatti dalle proprie emozioni e anche un disperato bisogno di essere visti e considerati. Le consiglio di farvi supportare come coppia genitoriale
Dott. Giorgio Fanelli
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Capisco la sua paura, ed è una paura che ha senso. Ma le dico subito una cosa, così mettiamo un punto fermo: quello che sta succedendo a sua figlia non dipende dal fatto che “le manchi qualcosa” nel senso in cui spesso si pensa. Lei stessa lo dice, è una ragazza inserita, ha amici, esce, è curata. Eppure si fa male. Questo manda in crisi, perché sembra non esserci una causa evidente. Il punto però è un altro. Sua figlia sta usando il corpo per gestire qualcosa che non riesce a dire o a tenere dentro. Quando lei dice che succede dopo le litigate con il fidanzatino, sta già dicendo molto. Lì si attiva qualcosa di troppo forte per lei: rabbia, paura di perdere l’altro, senso di rifiuto, confusione. A 13 anni queste emozioni non sono “medie”, sono assolute. E quando non trovano parole, trovano il corpo. Quel graffiarsi non è un capriccio, non è una moda. È un modo per scaricare, per trasformare qualcosa di interno in qualcosa di visibile e, per un attimo, più gestibile. Non va giustificato, ma va capito. Lei ha fatto bene a non ignorare e a chiedere, ma adesso serve un passaggio diverso. Se entra solo con la preoccupazione o con il bisogno di fermarla, sua figlia si chiuderà. Non perché non vuole aiuto, ma perché si sentirà letta solo nel comportamento e non in quello che c’è sotto. Più che chiederle “perché lo fai?”, può provare a dirle qualcosa come: “ho visto quei segni, e mi fa pensare che ci sono momenti in cui stai molto male. Se vuoi, io ci sono”. Senza pressione, senza interrogarla. Sua figlia non ha bisogno in quel momento di essere corretta, ma di sentire che può essere vista, ascoltata, senza essere giudicata. Sul padre capisco la sua paura, ma qui bisogna essere lucidi. Tenerlo fuori per proteggerla può sembrare la scelta protettiva adesso, ma rischia di lasciarla sola in una cosa che invece va condivisa tra genitori. Il punto non è dirlo o non dirlo, ma come. Se lui reagisce in modo punitivo, la situazione peggiora. Quindi forse il primo passo è parlare con lui, non accusandolo ma preparandolo: spiegargli che non è una cosa da punire ma un segnale da capire. Serve alleanza, non reazione. E c’è un ultimo punto che è fondamentale: questa cosa non va gestita da soli. Non perché sia già gravissima, ma perché è un segnale chiaro. Uno spazio con uno psicologo dell’età evolutiva può aiutare sua figlia a trovare un modo diverso per gestire quello che sente. Non è etichettarla, è darle un posto dove non deve difendersi. I graffi oggi sono piccoli, e questo è importante, ma non vanno né minimizzati né drammatizzati. Sono un linguaggio. E se quel linguaggio viene ascoltato, può cambiare. Se viene ignorato o represso, rischia di irrigidirsi. Lei sta già facendo una cosa importante: non sta voltando lo sguardo. Adesso il passo è non restare sola e non trasformare tutto questo in controllo o paura. Sua figlia non ha bisogno di essere aggiustata. Ha bisogno di qualcuno che regga con lei quello che ancora non riesce a dire.
Gent.ma utente,
comprendo la preoccupazione per sua figlia ed è una saggia decisione quella di chiedere un parere esperto.
L'autolesionismo è, purtroppo, un comportamento non così raro tra le/gli adolescenti. Si tratta di una forma compensativa di dolore, che sostituisce un dolore psicologico per loro più difficile da affrontare e quindi da eliminare. La mente sofferente può chiedere alla persona di provocarsi piccole ferite, spostando l'attenzione momentaneamente da qualche emozione difficile o situazione insostenibile che si sta affrontando nella vita.
Come ha ben detto, nonostante a sua figlia non manchi nulla per essere felice, è possibile che nel suo vissuto interiore vi siano delle fragilità a cui non riesce a trovare un rimedio con le sue sole forze. Nell'adolescenza queste fragilità sono all'ordine del giorno, e possono essere legate a molteplici ambiti: la vita scolastica, la cerchia di amici, la vita familiare, i social media, la sfera sentimentale. L'adolescente è un individuo in costante trasformazione e spesso non ha consapevolezza né strumenti emotivi per sopportare il carico di tutte le pressanti richieste del mondo esterno.
Provi a parlare con sua figlia e spiegarle che ci sono figure professionali preparate ad ascoltarla e ad accoglierla, con gentilezza e senza giudicarla. Le spieghi che il colloquio psicologico è riservato e, se vorrà, potrà mantenere riserbo assoluto sui contenuti delle conversazioni con il professionista.
Lei è sicuramente una madre attenta e amorevole. Si sta accorgendo di un disagio di sua figlia ed è di grande valore il suo tentativo di aiutarla. Per le adolescenti, però, i genitori sono anche una barriera contro cui non volersi scontrare, per timore di giudizio, di limitazioni, di rimproveri o quant'altro. Sono certo che saprà comunicare con sua figlia la sua preoccupazione e accompagnarla verso una decisione giusta di assistenza psicologica.
Resto a disposizione per ulteriori informazioni e supporto.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Dott. Adriano Garcia Martin
Psicologo, Psicologo clinico
L'Aquila
Buonasera, le consiglio in primo luogo di far capire a sua figlia che lei è sempre al suo fianco e a breve di contattare un psicologo che possa aiutarvi con un supporto psicologico specifico.
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, consiglio un percorso psicologico per sua figlia. Cordiali saluti.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buonasera, quello che sta osservando nella sua figlia merita attenzione e anche molta delicatezza, e il fatto che lei se ne sia accorta e si stia ponendo delle domande è già un passaggio molto importante. Quando un ragazzo o una ragazza utilizza piccoli gesti di autolesionismo, spesso non lo fa per “farsi del male” nel senso più diretto del termine, ma per cercare di gestire qualcosa di interno che in quel momento diventa troppo intenso. Emozioni come rabbia, tristezza, frustrazione o senso di rifiuto, soprattutto nelle relazioni affettive, possono essere vissute in modo amplificato a quell’età. Il gesto diventa quindi un modo per scaricare, per avere una sensazione di controllo o per trasformare un dolore emotivo in qualcosa di più “concreto”. Il fatto che sua figlia le dica che succede quando litiga con il fidanzatino è un elemento prezioso. Non è tanto il litigio in sé, quanto ciò che quel momento attiva dentro di lei. Potrebbe trattarsi di paura di essere lasciata, di sentirsi non abbastanza, di non riuscire a tollerare certe emozioni. In adolescenza queste esperienze possono essere molto intense e difficili da regolare. È comprensibile anche la sua preoccupazione rispetto alla reazione del padre. Tuttavia, più che intervenire con restrizioni o punizioni, ciò che davvero può aiutare sua figlia è sentirsi capita e non giudicata. Se percepisce che quello che prova viene minimizzato o controllato, rischia di chiudersi di più. Al contrario, uno spazio in cui può raccontarsi senza paura può fare una grande differenza. Nel concreto, può essere utile avvicinarsi a lei con curiosità e calma, cercando di capire cosa prova in quei momenti senza focalizzarsi solo sul comportamento. Più che chiedere perché lo fa, può essere più efficace aiutarla a mettere parole su ciò che sente prima e dopo quei gesti. Questo la aiuta gradualmente a riconoscere e gestire le emozioni in modo diverso. Allo stesso tempo, è importante non sottovalutare questi segnali. Anche se i graffi sembrano piccoli, rappresentano comunque un modo di affrontare il disagio che merita attenzione. Non è una questione di ciò che le manca a livello materiale o sociale, perché spesso questi comportamenti non hanno a che fare con ciò che si ha fuori, ma con come si vivono le esperienze dentro di sé. In situazioni come questa, un percorso di supporto può essere davvero utile, sia per sua figlia che, in alcuni momenti, anche per lei come genitore. Un lavoro ad orientamento cognitivo comportamentale può aiutare sua figlia a comprendere meglio cosa succede dentro di lei nei momenti di difficoltà, a riconoscere i pensieri e le emozioni che la travolgono e a costruire modalità alternative per gestirli. Allo stesso tempo può offrirle uno spazio protetto dove sentirsi ascoltata senza timore di essere giudicata o controllata. Non è necessario aspettare che la situazione peggiori per chiedere aiuto, anzi intervenire in questa fase può fare davvero la differenza nel modo in cui evolverà. Il suo timore è comprensibile, ma può trasformarsi in una guida preziosa per accompagnarla nel modo più adeguato. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Mirea Micciché
Psicologo clinico, Psicologo
Palermo
Salve. La ringrazio per aver condiviso una preoccupazione così delicata. Si sente quanto Lei sia attenta a Sua figlia e quanto questa situazione La stia mettendo in allarme e in difficoltà.
Quello che descrive può essere molto spaventante per un genitore, soprattutto perché l’autolesionismo tocca qualcosa di profondo e difficile da comprendere fino in fondo. È importante però sapere che, in molti casi, questi comportamenti non hanno l’intento di “farsi del male” nel senso più estremo, ma rappresentano piuttosto un modo, ancora immaturo, di gestire emozioni intense che la ragazza fatica a esprimere o a regolare diversamente.
Il fatto che Sua figlia colleghi questi episodi ai litigi con il fidanzatino è significativo: può darsi che in quei momenti si attivino vissuti molto forti — come rabbia, tristezza, paura di perdere l’altro o di non essere abbastanza — che per lei diventano difficili da contenere. Il gesto sul corpo, in questi casi, può avere la funzione di “scaricare” o rendere più tollerabile ciò che sente dentro.
Colpisce anche ciò che Lei dice: “non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa”. A volte quel “qualcosa” non riguarda tanto ciò che si offre dall’esterno, ma uno spazio in cui sentirsi compresa profondamente nelle proprie emozioni, anche quelle più scomode o contraddittorie, che in adolescenza possono essere particolarmente intense.
Rispetto a come muoversi, può essere utile provare ad avvicinarsi a Sua figlia in modo non giudicante, evitando sia di minimizzare sia di reagire con eccessiva allarme o controllo. Più che concentrarsi subito sul comportamento in sé, potrebbe aiutarla sentirsi ascoltata su ciò che prova, soprattutto nei momenti di conflitto relazionale.
Allo stesso tempo, considerando la giovane età e la ripetizione degli episodi, ritengo importante non affrontare tutto questo da sola: un confronto con uno psicologo o psicoterapeuta potrebbe offrire a Sua figlia uno spazio adeguato per comprendere e trasformare queste modalità, e a Lei un supporto nel capire come accompagnarla.
Per quanto riguarda il padre, comprendo il timore della Sua reazione: potrebbe essere utile, se possibile, trovare un modo per coinvolgerlo gradualmente, aiutandolo a comprendere che si tratta di una difficoltà emotiva e non di un comportamento da gestire solo con restrizioni o punizioni.
Intervenire con sensibilità e tempestività, come Lei sta cercando di fare, è già un passo molto importante.
Dott.ssa Irene Canulli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile utente, dalle sue parole emerge tutta la preoccupazione e il senso di responsabilità che sente verso sua figlia. Si percepisce quanto tenga a proteggerla e quanto questa situazione la faccia sentire incerta su come muoversi.
L’autolesionismo in adolescenza è un segnale importante, che spesso rappresenta un modo per gestire emozioni molto intense che i ragazzi faticano a esprimere diversamente. Il fatto che sua figlia colleghi questi gesti ai litigi con il fidanzatino ci dà un’indicazione: probabilmente in quei momenti sperimenta vissuti emotivi molto forti, che non riesce ancora a regolare o comunicare.
È comprensibile che lei si chieda “cosa le manca”, soprattutto vedendo che, dall’esterno, sembra avere tutto. Tuttavia, il benessere emotivo non dipende solo da ciò che si ha, ma anche da come si vivono le relazioni, da quanto ci si sente compresi e sostenuti nei momenti di difficoltà.
Il punto centrale, in questo momento, è mantenere aperto il dialogo con sua figlia, cercando di accogliere ciò che prova senza giudizio o allarmismo, così da non farle sentire il bisogno di nascondersi. Allo stesso tempo, è importante non sottovalutare questi segnali: un supporto psicologico per sua figlia potrebbe aiutarla a trovare modalità più sicure per esprimere e gestire le emozioni.
Rispetto al padre, comprendo il timore della sua reazione, ma potrebbe essere utile, con i tempi e i modi adeguati, trovare una modalità per coinvolgerlo, affinché vostra figlia possa sentirsi sostenuta da entrambi, evitando interventi esclusivamente punitivi che rischierebbero di aumentare la chiusura.
Sta già facendo molto nel porsi queste domande e nel cercare un aiuto: non è sola in questo, e ci sono strumenti per accompagnare sua figlia in modo efficace in questa fase delicata.
Un caro saluto.

Buongiorno,
la ringrazio per la delicata condivisione. Immagino come si possa sentire verso cio che vede in sua figlia. E' importante, pero, che entrambe i genitori siano a conoscenza dei gesti anticonservativi che il minore mette in atto, aldila della bella facciata che essa può mostrare un un bel vestito o un rossetto. Bisogna scavare in profondità, nella parte piu intima. Soprattutto, quando si tratta di gesti di questo tipo, bisogna informare dei professionisti, privati o pubblici, e metterli al corrente della situazione e poter intervenire nel caso in cui possa peggiorare. Si può recarare all'ASL di riferimento sul territorio dove abita.
Resto a dispozione
Grazie, saluti
Dott.ssa Elda Marqeni
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Buongiorno, Queste sono situazioni molto delicate ed è importante parlarne con un professionista. Le consiglio di prendere un appuntamento con un psicoterapeuta al più presto e fare un incontro conoscitivo per descrivere la situazione e insieme valutare quali strategie siano più opportune da intraprendere sia per comunicare la situazione a suo marito e sia per prendere in carico vostra figlia. Può essere utile anche una terapia di coppia per la genitorialità al fine di aiutarvi a comprendere meglio la situazione che si è andata a creare e come potervi interfacciare in modo proficuo anche con vostra figlia.
Cara utente,
la sua preoccupazione è reale ed è normale.
E' evidente che sua figlia in questo momento stia soffrendo e che dietro alla motivazione che da ci sia in realtà un mondo profondo da esplorare. Dunque, il consiglio è di attivare un supporto psicologico per la ragazza e qualora fosse necessario rendere parte attiva tutta la famiglia quindi nel caso anche voi genitori: trovare un professionista ad approccio sistemico relazionale sarebbe un aiuto per tutto il contesto famigliare.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Dott.ssa Elisa Sanna
Psicologo, Psicologo clinico
Varese
Buongiorno,
grazie per aver condiviso il suo problema e la sua sofferenza. La modalità che ha messo in atto sua figlia può essere ricca di significati che però non possiamo interpretare a priori senza conoscere il suo vissuto e le sue esperienze. Le consiglierei di parlare con lei e proporle un supporto psicologico così da comprendere la natura di quel gesto e come far fronte alla sofferenza, facendosi sempre sentire presente come mamma, ma non eccessivamente invadente. L'età dell'adolescenza è ricca di dicotomie, una di queste rappresenta proprio la necessità di demarcarsi dai genitori, ma contemporaneamente averne bisogno in un percorso di crescita così fragile.
Se il rapporto con il padre è così delicato, inizierei ad accennare la necessità di un aiuto esterno.
Spero di esserle stata utile,
cordiali saluti
Dott. Nicolas Piccolo
Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Gentile Signora,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata: è comprensibile la sua preoccupazione e anche il senso di smarrimento nel capire come muoversi.

I comportamenti di autolesionismo in adolescenza, come i graffi che descrive, spesso non hanno l’obiettivo di “farsi del male” in senso stretto, ma rappresentano un modo per gestire emozioni molto intense che la ragazza fatica a esprimere o regolare diversamente. Il fatto che sua figlia colleghi questi episodi ai litigi con il fidanzatino è un elemento importante: può indicare che le difficoltà emergono soprattutto nelle relazioni affettive, dove entrano in gioco vissuti profondi come paura di perdere l’altro, rabbia, frustrazione o senso di rifiuto.

Al di là del fatto che “non le manca nulla” sul piano materiale o sociale, in questa fase evolutiva i ragazzi possono comunque sperimentare un forte bisogno di riconoscimento emotivo, di essere compresi e contenuti nelle loro emozioni, che a volte risultano difficili anche per loro stessi da spiegare.

Un primo passo utile può essere cercare un dialogo con lei in un momento di calma, evitando toni accusatori o troppo allarmati. Più che chiedere “perché lo fai”, può aiutarla sentirsi accolta con domande come: “come ti senti in quei momenti?” oppure “cosa succede dentro di te quando litigate?”. L’obiettivo è farle percepire che può parlare senza essere giudicata o controllata.

Accanto a questo, può essere utile anche che lei stessa si ponga alcune domande: come mi sento io di fronte a questa situazione? Riesco a tollerare la sua sofferenza senza reagire solo con paura o bisogno di controllo? Ci sono stati cambiamenti recenti nella sua vita emotiva o relazionale che potrebbero averla resa più vulnerabile? E ancora, che tipo di spazio sente di riuscire a offrirle per esprimersi liberamente?

Rispetto al padre, comprendo la sua preoccupazione: tuttavia, è importante che gli adulti di riferimento riescano, per quanto possibile, a condividere una linea comune. Potrebbe essere utile provare a coinvolgerlo gradualmente, aiutandolo a comprendere che non si tratta di “punire” o limitare, ma di capire e sostenere.

Allo stesso tempo, la presenza di comportamenti autolesivi merita attenzione e non va sottovalutata, anche se al momento appare circoscritta. Un supporto psicologico può offrire a sua figlia uno spazio protetto in cui imparare a riconoscere e gestire le emozioni in modo meno doloroso, e può aiutare anche voi genitori a orientarvi meglio nella gestione della situazione.

Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire questi aspetti.

Un cordiale saluto.

Nicolas Piccolo
Dott. Daniele Filippi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Lucca
Buonasera, il mio consiglio è di approfondire la situazione con uno specialista e di non sottovalutare la situazione (dalle sue parole non lo sta facendo tuttavia mi sento di rimandarle di non attendere troppo per una visita). Detto ciò gli studi in merito ci dicono che i casi di emulazione sui tagli sono molti, un modo evidente per esprimere un dolore che sennò rimarrebbe nascosto e magari ancora più difficile da affrontare per lei, forse ci sono casi simili nelle cerchia di persone che conosce, forse sta prendendo a prestito dei modi (appunto) di esprimere dolore che non le appartengono se è una ragazza che parla, che ha amici che va bene a scuola etc...offrire modelli di riferimento non giudicanti ma che sappiano ascoltare e sostenere è un fattore che incide positivamente. Non conosco i dettagli della situazione familiare tuttavia cerchi un modo per farsi sostenere dalle persone di cui si fida, rimanere da sola con la paura e il dolore raramente è una buona scelta. Le auguro il meglio.
Buongiorno. Credo sia un dolore per una madre vedere una figlia in questa situazione. Intanto trovo necessario condividere questo con il suo papà, così come condividere il da farsi ed essere uniti nell'affrontare con la stessa metodologia il disagio. Sarà opportuno che vi facciate aiutare da qualcuno, poichè di sicuro c'è un disagio profondo della ragazza ed una sofferenza interna da capire e analizzare. Provi a parlarci con lei con tono comprensivo, sperando di riuscire a far sì che si apra.
Dott.ssa Roberta Evangelista
Psicologo, Psicologo clinico
Albignasego
Gentilissima, mi dispiace molto per questa situazione e capisco la sua preoccupazione. Senza troppi allarmismi, potrebbe provare a chiedere a sua figlia se avrebbe voglia di parlare con uno psicologo (anche della scuola se c'è) e che potrebbe aiutarla a gestire questi momenti di sofferenza. Purtroppo è una questione molto diffusa tra i giovani e c'è molta poca attenzione all'affettività e alla gestione delle emozioni nelle scuola. Può provare ad acquistare qualche libro/diario che la aiuti a riconoscere e a buttare in forma scritta le frustrazioni provate nei momenti di forte stress. Le auguro il meglio, cordiali saluti, Dott.ssa Roberta Evangelista
Buon pomeriggio, grazie per la sua condivisione; è lecita la sua preoccupazione, a 13 anni alcune cose potrebbero evolvere in modo incontrollato senza potersene accorgere. Il consiglio è di intraprendere un percorso psicologico così che la ragazza possa far emergere il vissuto personale di fronte a questa situazione.
Un elemento importante è agire in anticipo proprio per evitare che ci sia un peggioramento.
Rimango a disposizione, anche in modalità online, se volesse un ulteriore confronto o intraprendere il percorso per la ragazza.
Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti
Dott.ssa Nicole Pisciali
Psicologo, Psicologo clinico
Teolo
Buonasera,
capisco la sua preoccupazione: scoprire che la propria figlia si fa del male, anche se con piccoli graffi, può essere molto spaventoso per un genitore. I comportamenti di Autolesionismo negli adolescenti non sono così rari e spesso rappresentano un modo per gestire emozioni molto intense (rabbia, tristezza, frustrazione, senso di rifiuto) che in quel momento il ragazzo o la ragazza non riesce ad esprimere o regolare diversamente.
Dal suo racconto sembra che questi episodi compaiano dopo litigi con il fidanzatino. Nella prima adolescenza le relazioni affettive possono essere vissute con grande intensità e, quando si litiga o si teme di perdere l’altro, alcuni ragazzi possono sentirsi sopraffatti dalle emozioni.

È importante sapere che l’autolesionismo non significa necessariamente che ci sia un desiderio di morire, ma è comunque un segnale di sofferenza che merita attenzione. In questi casi può essere utile: mantenere un dialogo aperto e non giudicante, cercando di capire come si sente più che concentrarsi solo sul comportamento; evitare reazioni molto punitive o allarmate, che potrebbero farla chiudere di più; farle percepire che può parlare con lei senza paura di essere rimproverata.

Il fatto che sua figlia abbia amici, esca e conduca apparentemente una vita normale non esclude la presenza di difficoltà emotive: molti ragazzi riescono a mantenere una buona vita sociale pur vivendo momenti di fragilità.

Considerata l’età e la presenza di episodi ripetuti, potrebbe essere molto utile valutare un colloquio con uno psicologo o con un servizio di neuropsichiatria infantile, che possa offrire a sua figlia uno spazio sicuro in cui parlare delle sue emozioni e imparare strategie più efficaci per gestirle.
Per quanto riguarda il padre, capisco la sua preoccupazione: a volte i genitori reagiscono con paura o rigidità perché non sanno come affrontare la situazione. Se possibile, potrebbe essere utile condividerlo con lui in modo graduale, magari con il supporto di un professionista, così da trasformare la preoccupazione in una collaborazione per aiutare vostra figlia.

Intervenire ora, quando gli episodi sono ancora limitati, è spesso la scelta migliore per prevenire che il comportamento diventi più frequente o intenso. Con il giusto supporto, molti adolescenti riescono a superare questa fase e a trovare modi più sani per esprimere e regolare le proprie emozioni.
Buongiorno Signora comprendo la sua preoccupazione, le consiglio di rivolgersi a una psicoterapeuta
Dott.ssa Alessandra Pinto
Psicologo, Psicologo clinico
Albignasego
Buonasera, capisco la sua preoccupazione: vedere dei comportamenti di autolesionismo in una figlia così giovane può spaventare molto e far sentire anche impotenti.
È importante sapere che, soprattutto in adolescenza, questi gesti non sono necessariamente legati al “voler stare male”, ma spesso rappresentano un modo per gestire emozioni molto intense (come rabbia, tristezza o frustrazione) che i ragazzi non riescono ancora a esprimere o regolare in altri modi. Il fatto che avvenga in seguito a litigi con il fidanzatino può indicare proprio una difficoltà nella gestione delle emozioni nelle relazioni.
Il fatto che sua figlia abbia amici, esca e sembri “stare bene” all’esterno non esclude che possa vivere un disagio interno: spesso questi due aspetti convivono.
Più che concentrarsi subito sul comportamento in sé, può essere utile cercare di mantenere con lei un dialogo aperto e non giudicante, facendole sentire che può parlare senza il timore di essere punita o controllata. Anche la sua preoccupazione rispetto alla possibile reazione del padre è comprensibile: in questi casi è importante trovare modalità condivise che non aumentino la chiusura o il senso di vergogna della ragazza.
Data l’età e il tipo di comportamento, è però importante non sottovalutare la situazione: un supporto psicologico può aiutare sua figlia a trovare modi più sicuri per gestire ciò che prova e allo stesso tempo sostenere voi genitori nel capire come accompagnarla.
In uno spazio dedicato, è possibile comprendere meglio cosa sta cercando di comunicare attraverso questi gesti e come intervenire in modo adeguato, prima che il comportamento possa strutturarsi ulteriormente. Rimango quindi a disposizione per un eventuale colloquio conoscitivo!
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Il fatto che lei si stia interrogando su come aiutarla è già un sinonimo di cura.
Al di là dell’aspetto esteriore o del fatto che “non le manchi nulla”, questi gesti parlano spesso di un modo per gestire emozioni intense, come rabbia, tristezza o paura di perdere l’altro. Probabilmente il rapporto con questo fidanzato causa in sua figlia delle emozioni che non vengono regolate correttamente e dunque trovano espressione attaccando il corpo.
Mantenga un dialogo con sua figlia che sia scevro da giudizio ed al contempo prenda in considerazione la possibilità di supporto professionale per accompagnare sia lei che voi genitori.
Vi auguro il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Salve,
comprendo profondamente la sua preoccupazione: vedere la propria figlia farsi del male, anche in modo lieve, è qualcosa che scuote e spaventa. L’autolesionismo, soprattutto in età adolescenziale, non è quasi mai un gesto “per attirare attenzione”, ma un modo per esprimere o contenere un dolore emotivo che non riesce ancora a tradurre in parole. Il fatto che sua figlia lo faccia in seguito a litigi o momenti di tensione con il fidanzatino suggerisce che stia cercando un modo per regolare emozioni intense, come rabbia, tristezza o paura di essere rifiutata. Tuttavia, è importante considerare che questi comportamenti possono anche riflettere un disagio più ampio, legato al contesto familiare o relazionale. Il timore che lei esprime nel parlarne con il padre, per paura di reazioni eccessive o punitive, fa pensare che anche l’ambiente domestico possa rappresentare per la ragazza una fonte di tensione o di insicurezza. In questo momento, la priorità è proteggerla, garantendole uno spazio sicuro in cui possa sentirsi accolta e compresa, senza giudizio. È importante che lei, come madre, non resti sola nel gestire questa situazione: può essere utile rivolgersi a un professionista che lavori con le famiglie, non solo con gli adolescenti, per comprendere meglio le dinamiche in gioco e trovare insieme strategie di sostegno efficaci. Un percorso di accompagnamento familiare, più che un intervento centrato solo sulla ragazza, può aiutare a ristabilire un clima di fiducia e comunicazione, evitando che il sintomo diventi un modo per esprimere ciò che non riesce a dire. In alcuni casi, può essere utile anche il coinvolgimento di un servizio di neuropsichiatria infantile o di psicologia dell’età evolutiva, purché inserito in un contesto di collaborazione e ascolto, non di controllo o giudizio. Nonostante le apparenze — amici, cura di sé, vita sociale — sua figlia sta probabilmente cercando un modo per essere capita più in profondità. Il fatto che lei abbia colto questi segnali e stia cercando aiuto è già un passo fondamentale: significa che sua figlia ha accanto una madre attenta, capace di vedere oltre le apparenze e di cercare per lei un modo più sano di stare al mondo. Coraggio.
Un saluto,
Dott.ssa Giovanna Cardia
Psicologa della Salute

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