Dott.
Giorgio Fanelli
Psicoterapeuta
·
Psicologo
Psicologo clinico
Altro
sulle specializzazioni
Roma 1 indirizzo
Esperienze
Psicologo, psicoterapeuta specializzato presso l'Istituto Freudiano per la Clinica la Terapia e la Scienza. Attualmente, ho il privilegio di coordinare uno studio multidisciplinare PHANES LIFE con (psicoterapeuti, psichiatra, nutrizionisti ed endocrinologi) in grado di affrontare con professionalità e umanità la maggior parte dei disturbi psicologici, la cui natura multifattoriale (ad esempio i DCA, l'ansia e la depressione), ne rende particolarmente complesso il trattamento. Fino maggio 2025 responsabile del Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA e Obesità) Food For Mind Roma. Docente a contratto presso Università Sapienza di Roma facoltà di Medicina e Psicologia presso la cattedra psicologia sociale, il master in psicologia militare e la scuola di specializzazione in valutazione e counselling nelle materie psicologia clinica, psicologia dei gruppi e psicologia dell'emergenza. Docente presso Università Unicusano Roma in linguistica applicata alla psicoanalisi e in comunicazione e negoziazione. Formatore Senior in metodologie Innovative ed Esperienziali per la crescita dei gruppi.
Aree di competenza principali:
- Psicologo clinico
- Psicologia clinica
- Psicoterapia
Principali patologie trattate
- Anoressia
- Sindrome da burnout
- Depressione
- Disturbo bipolare
- Disturbi alimentari
- +13 a11y_sr_more_diseases
Presso questo indirizzo visito
Foto e video
Prestazioni e prezzi
-
Colloquio psicologico
Da 80 € -
-
Psicoterapia di coppia
Da 120 € -
-
Psicoterapia di gruppo
Da 40 € -
-
Psicoterapia familiare
Da 120 € -
-
Sostegno alla genitorialità
Da 100 € -
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
-
Indirizzi (2)
Via Pietro Giannone, 10, Roma Prati Via Pietro Giannone, 10, Roma 00195
Disponibilità
Pagamento online
Accettato
Telefono
Disponibilità
Pagamento online
Accettato
Telefono
Assicurazioni accettate
Le assicurazioni sono accettate ma la copertura varia a seconda della località e del servizio, puoi verificarlo durante la fase di prenotazione!
-
SSN
-
Unisalute
-
Fondo Est
-
Sanimpresa
-
Avis
Recensioni
23 recensioni
-
M
Marco B
Era da tempo che cercavo un dottore così attento alle mie esigenze, finalmente ho trovato qualcuno che potrà aiutarmi nel mio percorso lo consiglio!
• Phanes Life • colloquio psicologico •
-
G
G.R.
Consiglio vivamente il Dott. Fanelli. Sin dal primo incontro mi sono sentita accolta e ascoltata in un ambiente privo di giudizio e molto professionale. E proprio grazie alla sua professionalità, alla sua empatia e ai suoi consigli, sto cercando di acquisire strumenti concreti per gestire i miei problemi
• Phanes Life • psicoterapia •
-
M
Marco
Accurato, professionale, empatico. Un percorso importante di crescita e conoscenza di sè.
• Phanes Life • colloquio psicologico •
-
F
FD
Un professionista incredibilmente preparato, che mi ha saputo aiutare e guidare in uno dei momenti più difficili della mia vita. Consiglio vivamente di affidarsi a lui.
• Phanes Life • psicoterapia •
-
Y
Ylenia
Inizialmente ero scettica . Non avrei mai immaginato di poter trovare un aiuto così concreto attraverso un percorso di analisi in un periodo di crisi esistenziale come quello che stavo passando . Grazie alla professionalità , all’ascolto e alla grande empatia di Fanelli sono riuscita a ritrovare equilibrio . Lo consiglio vivamente a chiunque stia attraversando un momento difficile o senta il bisogno di un aiuto esterno senza critiche . Grandissimo
• Phanes Life • psicoterapia individuale •
-
M
Mauro
Ti senti a tuo agio, puoi parlare di quello che senti, senza remore. Consigliato!
• Phanes Life • psicoterapia •
-
G
Giovanni
Accoglienza e competenza esclusive. Affidarsi al dottore è un atto spontaneo. Mai trovato meglio.
• Phanes Life • colloquio psicologico •
-
M
M.S
Esperienza molto positiva, dottore empatico , professionale, mi sta aiutando veramente ad uscire da un periodo di buio totale. Consigliato vivamente
• Consulenza online - Dott. Giorgio Fanelli • psicodiagnosi •
-
F
Francesca S
Mi ha fatto sentire subito a mio agio dottore competente ed empatico, molto paziente io mi sono trovata benissimo!
• Phanes Life • colloquio psicologico •
-
A
Anna
Ha inquadrato subito il problema, davvero competente e scrupoloso.Ho apprezzato la chiarezza nelle spiegazioni. Consigliatissimo!
• Phanes Life • colloquio psicologico •
Risposte ai pazienti
ha risposto a 5 domande da parte di pazienti di MioDottore
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
Quello che racconta non è semplicemente “confusione”, anche se è così che oggi lo sente. La confusione è arrivata dopo, come effetto di qualcosa che si è costruito nel tempo dentro la relazione. Lei descrive una situazione in cui ogni volta che provava a portare un dubbio, un disagio, qualcosa che non tornava, non trovava un confronto ma uno spostamento: il problema diventava lei. Questo è un passaggio centrale, perché quando accade in modo ripetuto, una persona inizia lentamente a non fidarsi più di quello che sente. Non succede all’improvviso, è qualcosa che si costruisce nel tempo ma che poggia le basi su tematiche più antiche, probabilmente sorte in famiglia, o comunque con le figure di riferimento. E infatti lei arriva a chiedersi se è lei il problema, se sta vedendo una realtà distorta. Questa domanda, in questi contesti, nasce dal fatto che la sua posizione, la sua percezione delle cose è stata messa in discussione troppe volte. Allo stesso tempo lei è molto chiara su un punto: si è messa in discussione, ha riconosciuto i suoi errori, ha provato a capire dove sbagliava. Questo è importante, perché mostra una capacità di riflessione che non è affatto compatibile con l’immagine che le è stata rimandata. Le sue reazioni, anche quelle che oggi non condivide come il controllare o cercare prove, non nascono nel vuoto. Nascono in un contesto in cui la realtà diventava ambigua, poco chiara, non verificabile. Quando una persona percepisce che qualcosa non torna ma non riesce a ottenere un confronto, è normale che provi a cercare conferme. Ma il partner è sempre un sintomo, così come la ripetizione di modelli relazionali che riconosciamo familiari anche se ci fanno soffrire. Non è il modo più sano di incontrare l'amore, ma è comprensibile. C’è poi un altro elemento molto forte: la sensazione costante di essere in difetto. Lei racconta di aver dato molto anche concretamente, eppure di essersi sentita sempre come se non fosse abbastanza. Questo non è casuale. Quando dentro una relazione la misura non viene mai raggiunta, quando qualunque cosa si faccia non basta, si crea una posizione di debito continuo. E quella posizione tiene agganciati, perché si continua a provare a “recuperare”, a dimostrare, a sistemare. Ma il punto è che non si può recuperare qualcosa che non ha una misura reale. Anche il fatto che l’altra persona la svalutasse e allo stesso tempo restasse nella relazione non è una contraddizione, come può sembrare. È parte della dinamica. Restare mentre si svaluta crea una posizione di potere, perché l’altro si trova a dover continuamente dimostrare di valere abbastanza per essere scelto. Quando poi la relazione si interrompe, il modo in cui è avvenuto – il taglio netto, il rifiuto del confronto, le minacce amplifica ancora di più il disorientamento. Lei passa da sentirsi ferita e in difficoltà a essere vista come il problema, senza possibilità di chiarimento. È un ribaltamento forte, e lascia inevitabilmente una sensazione di realtà confusa. Il punto più importante, però, è quello che lei stessa coglie ma fatica a stabilizzare: oggi non è tanto che lei “vede male”, ma che non si fida più di quello che vede. Questa è la conseguenza più profonda di certe dinamiche. Anche il fatto che più professionisti le abbiano dato una lettura simile e che lei continui a dubitare è coerente con questo: una parte di lei resta agganciata a quel dubbio, a quella possibilità di essere “sbagliata”. Qui non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Si tratta di rimettere ordine. Lei ha sicuramente delle fragilità e delle dinamiche su cui lavorare, ma questo non cancella il fatto che sia stata dentro una relazione che le ha fatto perdere fiducia nella sua percezione. Le due cose possono coesistere, e vanno tenute insieme senza che una annulli l’altra. Il lavoro, a questo punto, non è convincersi di una versione, ma ricostruire un rapporto più stabile con la propria esperienza. Tornare ai fatti concreti, a ciò che è successo, a come si è sentita prima che qualcuno le dicesse cosa doveva sentire. E soprattutto smettere di cercare una conferma da chi ha contribuito a generare quella confusione, perché lì difficilmente potrà trovare chiarezza. Non è un processo immediato, ma è possibile. E il fatto stesso che lei riesca a raccontare tutto questo con questo livello di dettaglio e consapevolezza è già un punto di partenza molto più solido di quanto oggi riesca a riconoscere. Buon lavoro e buon percorso di cambiamento.
Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle braccia dei piccoli graffi ,ho sempre chiesto spiegazioni e lei mi dice che lo fa solo quando litiga con il suo fidanzatino.Ho paura di parlarne con il padre perché non capirebbe e la potrebbe rinchiudere in casa e togliere completamente in cell.Ho paura di come si possa evolvere questa situazione e non so come gestirla.E’ una ragazza bellissima ,ha amici,esce e sempre ben vestita non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa.sSpero di avere una risposta grazie
Capisco la sua paura, ed è una paura che ha senso. Ma le dico subito una cosa, così mettiamo un punto fermo: quello che sta succedendo a sua figlia non dipende dal fatto che “le manchi qualcosa” nel senso in cui spesso si pensa. Lei stessa lo dice, è una ragazza inserita, ha amici, esce, è curata. Eppure si fa male. Questo manda in crisi, perché sembra non esserci una causa evidente. Il punto però è un altro. Sua figlia sta usando il corpo per gestire qualcosa che non riesce a dire o a tenere dentro. Quando lei dice che succede dopo le litigate con il fidanzatino, sta già dicendo molto. Lì si attiva qualcosa di troppo forte per lei: rabbia, paura di perdere l’altro, senso di rifiuto, confusione. A 13 anni queste emozioni non sono “medie”, sono assolute. E quando non trovano parole, trovano il corpo. Quel graffiarsi non è un capriccio, non è una moda. È un modo per scaricare, per trasformare qualcosa di interno in qualcosa di visibile e, per un attimo, più gestibile. Non va giustificato, ma va capito. Lei ha fatto bene a non ignorare e a chiedere, ma adesso serve un passaggio diverso. Se entra solo con la preoccupazione o con il bisogno di fermarla, sua figlia si chiuderà. Non perché non vuole aiuto, ma perché si sentirà letta solo nel comportamento e non in quello che c’è sotto. Più che chiederle “perché lo fai?”, può provare a dirle qualcosa come: “ho visto quei segni, e mi fa pensare che ci sono momenti in cui stai molto male. Se vuoi, io ci sono”. Senza pressione, senza interrogarla. Sua figlia non ha bisogno in quel momento di essere corretta, ma di sentire che può essere vista, ascoltata, senza essere giudicata. Sul padre capisco la sua paura, ma qui bisogna essere lucidi. Tenerlo fuori per proteggerla può sembrare la scelta protettiva adesso, ma rischia di lasciarla sola in una cosa che invece va condivisa tra genitori. Il punto non è dirlo o non dirlo, ma come. Se lui reagisce in modo punitivo, la situazione peggiora. Quindi forse il primo passo è parlare con lui, non accusandolo ma preparandolo: spiegargli che non è una cosa da punire ma un segnale da capire. Serve alleanza, non reazione. E c’è un ultimo punto che è fondamentale: questa cosa non va gestita da soli. Non perché sia già gravissima, ma perché è un segnale chiaro. Uno spazio con uno psicologo dell’età evolutiva può aiutare sua figlia a trovare un modo diverso per gestire quello che sente. Non è etichettarla, è darle un posto dove non deve difendersi. I graffi oggi sono piccoli, e questo è importante, ma non vanno né minimizzati né drammatizzati. Sono un linguaggio. E se quel linguaggio viene ascoltato, può cambiare. Se viene ignorato o represso, rischia di irrigidirsi. Lei sta già facendo una cosa importante: non sta voltando lo sguardo. Adesso il passo è non restare sola e non trasformare tutto questo in controllo o paura. Sua figlia non ha bisogno di essere aggiustata. Ha bisogno di qualcuno che regga con lei quello che ancora non riesce a dire.
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.