Buonasera gentili dottori, sono una donna di 34 anni e non ho il dono della sintesi ma provo a riass

30 risposte
Buonasera gentili dottori, sono una donna di 34 anni e non ho il dono della sintesi ma provo a riassumere:
- Circa 2 anni fa (luglio 2023) a seguito dell'assunzione di un Aulin per forti dolori mestruali, mi sento di svenire e chiamo il PS, registrano un calo pressorio e fortissima ansia inquadrato in ospedale come "sindrome vaso vagale". E' è stato l' inizio di un calvario personale a cui è seguito un periodo (settimane) molto difficili tra ansia e altri momenti di panico con accesso in PS, periodo contraddistinto da fortissima debolezza, vertigini, inappetenza (persi 5 kg in un mese), ansia, controllo spasmodico di pressione e sintomi corporali, farmacofobia. Tutti problemi a me non del tutto ignoti negli anni antecedenti ma mai gestiti in questa forma acuta e concentrata. Escluse dai medici consultati cause organiche/neurologiche, mi sono avviata ad un percorso psicoterapeutico con una psichiatra che, in primis, mi ha aiutato a ripristinare il rapporto con il cibo (prescrivendomi per circa 3/4 mesi Levopraid) e poi ha iniziato a conoscermi con un pò di incontri di psicoterapia.
- E' stato un periodo tosto, di circa 4 mesi che mi ha segnata profondamente e durante il quale nonostante la sofferenza non ho perso la voglia di combattere, di comprendere cosa stesse accadendo e di svolgere le mie amate attività seppure costantemente animata da una inspiegabile paura sopratutto di sentirmi male, quindi di stare da sola e morire inassistita. Non riuscivo ad accettare quanto mi stesse accadendo, ero sempre stata una lavoratrice energica, punto di riferimento per i vicini, entusiasta con gli altri, problem solver, instancabile, sportiva e operativa. Piano piano ho iniziato a riconoscere le mie sofferenze, a dare uno sguardo più attento alle mie emozioni - forse prima poco attenzionate (lutto paterno dopo oltre 15 anni di malattia oncologica, problemi di gestione familiare e distanza geografica da essa). La psichiatra ha identificato ansia generalizzata e disturbo di panico che si concretizzavano principalmente in paure ipocondriache connesse principalmente a tumori e paura di non farcela a superare le difficoltà e sopratutto farmacofobia specie con riguardo agli antidepressivi (mai del tutto sconfitta ...nonostante - per seguire le indicazioni della terapeuta - mi sia decisa poi ad assumerne).
- A Novembre 2023 accetto di prendere Brintellix che inizio ad assumere gradualmente fino ad arrivare, nel giro di 2 mesi, ad un dosaggio di 15 gocce che ho assunto poi fino a luglio 2024 quando ho iniziato sempre su indicazione della terapeuta, migliorati i sintomi, a scalare 1 gcc al mese fino a febbraio 2025, 8 gcc, di cui ancora oggi proseguo l'assunzione.
- Insomma è trascorso 1 anno di terapia farmacologica, nel corso del quale ho avuto con la psichiatra sporadici incontri di psicoterapia (1 al mese o ogni due mesi in base alle sue disponibilità) e per mia scelta e suo consiglio mi sono aperta alla scoperta della mindfullness nella quale ho trovato qualche giovamento quanto meno nella capacità di rallentare e vivere maggiormente il presente senza badare troppo al dopo. Globalmente ho percepito - tra alti e bassi- di aver recuperato la mia vita, l'ansia e il panico si sono ridotti tanto e forse i mesi in cui sono stata meglio sono stati gennaio/febbraio 2025 (ero a dosaggio 9/10 gcc) ma nutrivo anche la forte speranza che la cura avesse finalmente fatto effetto e che presto me ne sarei liberata grazie anche alla nuove risorse apprese grazie alla psicoterapia con la psichiatra (tipo cognitivo comportamentale) e alla meditazione.
- Da circa 20 giorni / 1 mese (diciamo aprile 2025) mi sento di nuovo sottotono, i pensieri intrusivi sulla salute sono tornati una costante giornaliera, ho avuto 2/3 attacchi di panico contraddistinti da paura di sentirmi male e morire (che ho gestito con respirazione senza andare in PS) e sopratutto è tornata una grande spossatezza fisica, accompagnata da nausea e come una sorta di "mal d'auto" a giorni alterni con bruciore di stomaco. Sono tornata con il medico di base a indagare motivi organici per sicurezza, abbiamo escluso gravidanza e, dalle prime analisi generali, malattie specifiche (in attesa ancora di alcuni esami residuali di pancreas e fegato in questi giorni). A breve avrò di nuovo l'incontro con la psichiatra che non vedo da 2 mesi e che vorrò aggiornare.
- Tuttavia, percepisco un generale sentimento di sfiducia verso la problematica ansia, mi chiedo se dovrò vivere tutta la vita così con alti e bassi e, a volte, non so che risposte darmi, può essere l'ansia a farmi sentire così? Può essere una conseguenza della riduzione del farmaco (seppure la dose attuale sia stata impostata 3 mesi fa? è il problema di fondo che torna a fare capolino?) Devo cambiare professionista visto che è spesso poco reperibile e mi vede ogni due mesi? Dovrei invece intensificare la psicoterapia che è sempre stata abbastanza sporadica? (mai più di 1 incontro al mese)... Il periodo che sto vivendo è di forte stress e aspettative (matrimonio alle porte, problemi nell'ambiente di lavoro).
Spero in un vostro punto di vista perché onestamente i miei unici riferimenti sono il medico di base (che - mi spiace affermarlo - ma si comporta spesso come un mero burocrate ed esegue quanto gli chiedo più che dirmi lui cosa fare) e questa psichiatra di cui ho avuto e vorrei avere ancora tanta fiducia e che mi ha sempre invitata a rispettare gli spazi terapeutici - cosa che ho sempre fatto - ma che, non posso negare, di percepire talvolta come assente. Mi chiedo se non faccia male a consultare un altro parere... Grazie a chiunque abbia avuto la pazienza di leggere.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera,
grazie per aver condiviso con tanta lucidità e profondità il suo percorso, le sue difficoltà e le sue riflessioni. Ciò che ha vissuto, e sta vivendo, racconta un'esperienza intensa, faticosa, ma anche segnata da un notevole impegno personale e da una volontà forte di comprensione e guarigione.

Dalle sue parole emerge chiaramente come la crisi vissuta due anni fa abbia fatto da spartiacque nella sua vita emotiva e psicofisica, risvegliando paure radicate e lasciando un senso di vulnerabilità che, comprensibilmente, può riemergere in fasi di maggiore stress. Il legame tra eventi stressanti (come l’organizzazione di un matrimonio o problematiche lavorative), sintomi fisici e ricadute ansiose è ben noto e potrebbe spiegare il riacutizzarsi recente dei sintomi.

È possibile che la ripresa di pensieri ipocondriaci, l’ansia e la stanchezza siano influenzati sia dalla sospensione graduale del farmaco che dalla pressione del momento attuale, ma non è detto che questo significhi un ritorno al punto di partenza. A volte, questi momenti rappresentano la possibilità di fare un passo ulteriore nella consapevolezza e nella gestione emotiva.

Riguardo ai suoi dubbi su come procedere, sono più che legittimi. È comprensibile interrogarsi sulla frequenza e continuità della psicoterapia, soprattutto quando si percepisce una certa distanza o difficoltà nel contatto con il professionista. Un percorso psicoterapeutico efficace, infatti, si fonda anche su una buona alleanza terapeutica e sulla possibilità di sentirsi ascoltati, sostenuti e guidati con costanza. Intensificare gli incontri, oppure valutare un altro tipo di supporto più presente, potrebbe aiutarla a consolidare quanto già costruito e affrontare con maggiori strumenti questa nuova fase.

Con altrettanta comprensibile cautela, lei si chiede anche se non possa essere utile un secondo parere: non è un tradimento del percorso fatto, ma piuttosto una forma di cura verso sé stessi, soprattutto quando si percepisce il bisogno di maggiore sostegno o chiarezza.

In sintesi, sì: l’ansia può generare sintomi fisici importanti, la riduzione del farmaco può avere un impatto temporaneo, e i periodi di vita stressanti possono accentuare vulnerabilità già esistenti. Ma questo non significa che si debba “vivere sempre così”. Il lavoro che ha già svolto dimostra che un cambiamento è possibile. Continuare a investire in un percorso psicologico più regolare e personalizzato può fare una grande differenza.

Sarebbe utile e consigliato, per approfondire e valutare meglio la situazione nel suo insieme, rivolgersi ad uno specialista.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Dott.ssa Cristina Sinno
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buongiorno cara utente, ho letto attentamente la sua storia e comprendo la sua frustrazione per gli alti e bassi con l'ansia, iniziati circa due anni fa dopo un episodio di malore. Nonostante la terapia farmacologica e alcuni incontri di psicoterapia, ora si sente di nuovo sottotono, con pensieri intrusivi e attacchi di panico, in un periodo di stress per il matrimonio e il lavoro. Potrebbe essere utile intensificare la psicoterapia per affrontare meglio le cause dell'ansia e sviluppare strategie più efficaci. Come psicoterapeuta, le offro il mio supporto per affrontare questo momento. Se desidera un percorso più continuativo, la invito a contattarmi per un primo colloquio. Sono disponibile anche per terapie online, un caro saluto, d.ssa Cristina Sinno
Dott.ssa Carlotta Piccolo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Catania
Buonasera, premetto che ci sono molti metodi di intervento psicologico, e che la maggior parte sono validi. Alla luce di ciò che ha scritto però , mi sento di esporre il mio punto di vista da professionista , e credo fortemente che lei abbia bisogno di un trattamento psicoterapico più intensivo, intendendo con ciò una psicoterapia con una cadenza di almeno una volta alla settimana, poichè questo fattore potrebbe rendere molto più efficace l'effetto del trattamento
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Ho letto il suo racconto e ( anche se è meglio controllare ancora gli esami di pancreas e fegato) mi sembra sia necessario intensificare gli incontri di psicoterapia affrontando gli aspetti emotivi della sua vita e della sua storia. Curando i sintomi ma provando anche ad andare oltre. Potrebbe chiedere questa possibilità alla sua terapeuta e in caso di impossibilità provare un altro riferimento. Auguri per tutto. Dario Martelli
Dott. Matteo Mossini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Parma
Buongiorno, per rispondere alla sua domanda, se la psicoterapia è stata così saltuaria per non disponibilità della collega dovreste poterne parlare, e lei può dire che ha bisogno di sedute più frequenti. Anche perchè è proprio una necessità tecnica, una volta al mese non permette di scendere alla profondità necessaria. Nel caso non fosse possibile potrebbe rivolgersi ad altra/o psicoterapeuta e vedere la psichiatra per la terapia farmacologica, mantenendo tra l'altro la visita mensile.
Dott. Dimitri Abate
Psicologo, Psicoterapeuta
Bologna
Gent.ma,

la ringrazio per aver condiviso con tanta precisione e profondità il suo percorso. Comprendo quanto sia faticoso, dopo anni di impegno e progressi, ritrovarsi di fronte a una nuova fase di difficoltà.

Il ritorno di sintomi come pensieri intrusivi, stanchezza e attacchi di panico può essere legato a diversi fattori: la riduzione del farmaco, il carico emotivo di eventi stressanti e il naturale andamento altalenante dei disturbi d’ansia. Purtroppo, anche nei percorsi più riusciti, possono verificarsi periodi di ricaduta. Questo non significa che i progressi siano stati vani, ma che il suo equilibrio ha bisogno di essere nuovamente sostenuto.

Visto il riemergere dei sintomi e la sua percezione di scarsa disponibilità della terapeuta, potrebbe essere utile valutare un confronto con un altro specialista o intensificare la psicoterapia per avere uno spazio più continuativo e di supporto.

Non deve affrontare tutto questo da sola: chiedere un secondo parere è una scelta responsabile e legittima.

Cordiali saluti,
dott. Abate
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

dai disturbi d'ansia e panico è possibile guarire attraverso l'ausilio combinato di farmacoterapia e psicoterapia. Un percorso psicologico con una frequenza delle sedute cosi bassa è cosa inusuale, in genere soprattutto agli inizi è consigliato al paziente di avere sedute tutte le settimane affinché si possa lavorare con una certa continuità su determinate tematiche. Parli dei suoi dubbi con lo specialista che la segue ed eventualmente ascolti il suo parere in merito a quanto qui espresso.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Gentilissima la sua storia è molto chiara e raccontata con la giusta sintesi. Sinceramente mi sembra che abbia già le risposte che le occorrono. Ovvero che avrebbe bisogno di una psicoterapia più strutturata con incontri più ravvicinati e costanti. Tutte le strategie imparate sono preziose e deve ringraziare se stessa per avere avuto la determinazione giusta per impararle ed allenarle. Ora davvero che ciò di cui ha bisogno è una psicoterapia per indagare un po’ più nel profondo quali cause sono all’origine dei suoi malesseri. Non fa male assolutamente e non è nemmeno necessario che senta di fare qualcosa che non va al suo psichiatra che è e resta una figura per lei importante e di riferimento. Le auguro di trovare altri strumenti in termini di consapevolezze interiori per raggiungere così una più soddisfacente serenità. Dott.ssa Daniela La Porta
Dott.ssa Anna Bruti
Psicologo clinico, Psicoterapeuta, Psicologo
San Benedetto del Tronto
1.Parli apertamente con la sua psichiatra, dicendo che sta vivendo una fase di ricaduta e che sente il bisogno di uno spazio più frequente per lavorarci.
Valuti di affiancare una psicoterapia più intensa, anche con un altro terapeuta cognitivo-comportamentale esperto di ansia e panico (se la psichiatra non riesce a seguirla più assiduamente).
Non consideri questo un “fallimento”: le ricadute fanno parte del processo, specialmente quando si affrontano stress importanti come un matrimonio e problemi sul lavoro.
Se la sintomatologia non migliora o peggiora, valutare con la psichiatra se mantenere o ricalibrare il dosaggio del farmaco è un’opzione ragionevole.
Lei ha fatto un percorso molto serio e ha già moltissime risorse — è solo un momento in cui bisogna rinforzare l’equipaggiamento.
Dott.ssa Alessia Giangregorio
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e profondità il suo percorso. Dal suo racconto emerge una notevole capacità di consapevolezza e riflessione su quanto ha vissuto e sta vivendo, oltre a una forte motivazione a prendersi cura di sé.
In generale, nei disturbi d’ansia e di panico è possibile osservare fasi di miglioramento e momenti di riacutizzazione, specialmente in concomitanza con periodi di stress e cambiamenti significativi, come quelli che sta affrontando in questo momento.
È importante sapere che tali oscillazioni non annullano i progressi fatti, ma possono rappresentare una riattivazione di modalità automatiche di risposta a stimoli stressogeni, che la psicoterapia può aiutare a riconoscere e gestire ulteriormente.
La possibilità di intensificare temporaneamente il percorso psicoterapeutico, anche solo per un periodo limitato, è una scelta che molte persone trovano utile proprio nei momenti in cui emergono nuove sfide o vulnerabilità.
La invito a parlarne serenamente con la sua terapeuta: confrontarsi apertamente sul proprio bisogno di maggiore supporto, chiarire eventuali dubbi o difficoltà rispetto alla continuità del percorso e valutare insieme i prossimi passi può essere molto utile.
Avere dubbi o desiderio di un secondo parere è comprensibile; tuttavia, confrontarsi prima con la professionista che la conosce già e con cui ha fatto un percorso positivo può essere un primo passo per orientarsi meglio.
Le auguro di continuare a prendersi cura di sé con la stessa attenzione e determinazione che ha già dimostrato.
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buonasera, escluse cause organiche il suo malessere potrebbe essere di origine psicologica. In ogni caso, l'aspetto ansioso correlato e l'evento lutto vanno elaborati del tutto. Risponde bene alla psicoterapia ma con una cadenza così il percorso inevitabilmente rallenta e tutto ciò che non è stato pienamente elaborato può riattivarsi in presenza di stress o di eventi che "stimolano" i nuclei non affrontati. Il mio suggerimento è di chiedere alla psichiatra una disponibilità maggiore degli incontri e, in caso contrario, rivolgersi ad un altro professionista. Non si scoraggi, non è necessario convivere con i malesseri ma anzi vanno superati e risolti.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Dott.ssa Franca Vocaturi
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno, sì ho letto fino alla fine. Colpita dall'accuratezza con cui ha descritto la sua situazione e posto il suo quesito. Indubbiamente ci sono stati passi avanti. Riuscire a gestire da sola un attacco di panico senza ricorrere al PS non è poco. Di sicuro la sua psichiatra è un buon punto di riferimeto ma mi pare legittima la sua esigenza di un percorso di psicoterapia maggiormente strutturato, che possa farla sentire davvero seguita. Le suggerisco di porre la questione alla psichiatra che magari potrebbe indicarle una collega psicoterapeuta. Le auguro il meglio. Dott.ssa Franca Vocaturi
Dott.ssa Francesca Torelli
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
probabilmente lei vede la psichiatra un pò assente perchè avrebbe necessità di una maggiore frequenza di incontri di psicoterapia. Nulla vieta di avere la psichiatra che la vede più sporadicamente in funzione del monitoraggio del farmaco e intraprendere una psicoterapia settimanale con altro specialista. Ovviamente sarebbe anche importante che lo psicoterapeuta nuovo e la psichiatra possano anche confrontarsi in merito alla situazione.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Francesca Torelli
Dott.ssa Giovanna D'Apolito
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Santa Maria Capua Vetere
Gentile utente,
premettendo che non è possibile fornirle indicazioni precise, non conoscendo la sua situazione se non dalle righe che ha scritto, mi permetto di favorire una riflessione:
chi soffre di ansia si trova spesso a fare i conti con "alti e bassi" sintomatologici, poichè la vita ci mette sovente dinanzi a situazioni nuove e inattese o a eventi rispetto ai quali alcune persone sentono di avere pochi strumenti di fronteggiamento. La psicoterapia lavora sul rafforzare le risorse personali nel far fronte a queste circostanze e in generale a tutte le situazioni (reali o fantasmatiche) che solitamente risultano problematiche per chi soffre di ansia. Da quanto leggo lei sembra rispondere bene all'aiuto terapeutico, tanto più se si considera che ne ha beneficiato con scarsa frequenza. Per tale motivo potrebbe valutare di continuare la farmacoterapia con la psichiatra, di cui si fida, e confrontarsi con la stessa al fine di intraprendere una psicoterapia a cadenza settimanale, magari facendosi indicare il nome di un professionista con cui la sua psichiatra collabora, qualora la dottoressa a cui fa riferimento non dovesse avere spazio per seguirla più da vicino. In bocca al lupo per il suo percorso. Le ricordo che sono disponibile per approfondire l'argomento sia in presenza che online. Saluti, dott.ssa Giovanna D'Apolito
Dott.ssa Elena Tortoriello
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casoria
Buonasera,
ho letto con attenzione e rispetto la sua lunga e intensa condivisione. Le sue parole trasmettono non solo la sofferenza che ha attraversato e sta attraversando, ma anche una profonda capacità di riflessione, una forte motivazione alla comprensione e un desiderio sincero di prendersi cura di sé.

In Gestalt diciamo spesso che i sintomi “parlano” e che, se accolti con ascolto e presenza, possono dirci qualcosa di importante su di noi. Lei descrive bene come l’ansia, la paura di stare male, la farmacofobia, la spossatezza, siano manifestazioni che hanno una storia, un contesto, e che forse oggi stanno cercando di riportare l’attenzione su bisogni profondi che ancora chiedono spazio: il bisogno di essere contenuta, vista, sostenuta in modo più continuo, ad esempio, o il bisogno di riconoscere le sue risorse, anche nei momenti di fragilità.

È molto significativo che abbia saputo rimettersi in piedi dopo il periodo più critico, che abbia trovato strumenti come la mindfulness e che abbia potuto sperimentare momenti di miglioramento. Proprio per questo, ora che sente affiorare nuovamente alcuni segnali, mi sembra importante non leggerli come un fallimento, ma come un invito a prendersi ancora cura di sé, in modo più pieno.

Rispetto ai dubbi che esprime:
Può l’ansia farla sentire così? Sì, l’ansia può manifestarsi con sintomi molto fisici e intensi, soprattutto quando attraversiamo momenti carichi di aspettative e stress (come il matrimonio o tensioni lavorative).
Può essere legato alla riduzione del farmaco? È possibile che il sistema emotivo stia ancora cercando un nuovo equilibrio e che i vissuti emergano con maggiore forza nei momenti di vulnerabilità.
Deve cambiare terapeuta? Questa è una domanda molto personale. Forse prima può chiedersi se la modalità attuale – fatta di incontri sporadici e uno stile forse più contenuto – sia sufficiente per ciò che oggi sente di desiderare. Il bisogno di una maggiore presenza non è un “capriccio”, ma qualcosa di legittimo.
Ha senso intensificare la psicoterapia? Dal mio punto di vista sì. L’intensità dell’esperienza che ha vissuto merita uno spazio costante dove poter essere ascoltata in profondità, non solo gestita nei sintomi ma anche accolta nel suo vissuto complessivo.

In un percorso gestaltico si lavora molto anche sul “campo” in cui viviamo: le relazioni, i contesti, le abitudini. Forse potrebbe essere utile iniziare un lavoro terapeutico più frequente, in cui esplorare non solo le manifestazioni dell’ansia, ma anche come lei si muove nella relazione con sé, con gli altri, con le sue aspettative.

La invito a considerare l’idea che non sta “tornando indietro”, ma che qualcosa sta bussando per essere visto meglio. E questo può essere un passaggio prezioso, se sostenuto con continuità.

Resto a disposizione!
Dott.ssa Stefania Ludovici
Psicologo, Psicoterapeuta, Terapeuta
Guidonia Montecelio
Gentilissima,
prima di tutto, grazie per la cura, la sincerità e il dettaglio con cui hai raccontato il tuo percorso. Le parole che hai usato restituiscono molto bene la profondità e la fatica del cammino che hai affrontato in questi due anni, ma anche la tenacia con cui hai continuato a cercare senso, strumenti e risposte, nonostante i momenti duri.

Dalla tua narrazione emerge chiaramente che sei una persona riflessiva, lucida, dotata di grande capacità introspettiva. Ed è proprio questa consapevolezza — anche quando ti senti sfiduciata — che rappresenta una delle tue più importanti risorse.

Hai già attraversato un tratto significativo del tuo percorso con coraggio: dalla farmacofobia iniziale all’assunzione dell’antidepressivo, dal recupero del rapporto col cibo alla pratica della mindfulness, fino alla capacità attuale di riconoscere i segnali del tuo corpo e della tua mente, e di gestire autonomamente crisi che prima ti spaventavano profondamente.

Ora ti trovi in un momento nuovo, forse più sottile ma non meno importante: quello della “ricaduta” o della “riemersione” di alcuni sintomi. È qualcosa che in terapia accade spesso: dopo una fase di miglioramento, quando il terreno sembra più solido, alcune fragilità possono riaffiorare — non per smentire i progressi fatti, ma per invitarci a guardare più a fondo, a fare un passo ulteriore.

Ti poni domande molto centrate:

“È l’ansia che torna?”
È possibile. L’ansia, soprattutto se radicata in dinamiche di lunga data (come quelle che tu stessa hai nominato: lutti, stress familiari, iperattività come forma di compensazione emotiva), può tornare a far sentire la sua voce in certi momenti di vulnerabilità, soprattutto in fasi di cambiamento o forte stress emotivo, come quella che descrivi (matrimonio, lavoro, ecc.).
“È l’effetto del calo del farmaco?”
Anche questo è possibile. La riduzione del Brintellix, seppure graduale, può coincidere con un periodo particolarmente faticoso sul piano psicologico e corporeo, e ciò può generare una riattivazione dei sintomi ansiosi. In questi casi il momento e il contesto in cui avviene lo “scalaggio” contano quanto il dosaggio stesso.
“Devo cambiare terapeuta?” / “Devo intensificare la terapia?”
Questa è forse la domanda più importante, ed è molto significativo che tu te la stia ponendo.
Non è detto che tu debba necessariamente cambiare professionista, ma è legittimo chiedersi se il tipo di supporto che ricevi sia ancora adeguato alle tue attuali esigenze. In una fase così delicata, fatta di sfide concrete ed emotive (transizioni, aspettative, paura di ricadute), il bisogno di una presenza terapeutica più costante, più partecipe, più vicina è reale e merita ascolto.

A volte ci si affeziona a un percorso o a un professionista (specialmente se si è fatto un buon lavoro), ma non è un tradimento pensare di consultare anche un secondo parere o cercare un supporto più intensivo, per un periodo limitato o più lungo. Potresti anche valutare, ad esempio, di affiancare alla psichiatra un percorso psicoterapico più strutturato con una/un terapeuta che possa seguirti con regolarità settimanale. È una possibilità che spesso aiuta a consolidare le risorse apprese e ad affrontare i passaggi critici con maggiore continuità.

Non sei tornata al punto di partenza.
Stai attraversando un nuovo tratto di strada, e lo stai facendo con strumenti che prima non avevi. Il fatto che ti accorga di ciò che ti accade, che tu sappia nominarlo, che cerchi risposte — già questo è parte della guarigione. Non tutto accade in linea retta. Alcune trasformazioni hanno bisogno di curve, di soste, di ritorni.

Ti auguro di non perdere fiducia nel tuo percorso. Le domande che ti stai facendo non sono un segnale di debolezza, ma la prova che stai scegliendo ancora una volta di restare dalla tua parte.

Con stima e un sincero augurio di forza e chiarezza per i mesi che verranno,
Dott.ssa S. Ludovici

Dott. Nicolò Paluzzi Monti
Psicologo, Sessuologo, Psicoterapeuta
Firenze
L’esperienza di ansia generalizzata e disturbo di panico è spesso caratterizzata da un percorso non lineare, fatto di progressi e ricadute che possono mettere alla prova la fiducia in sé e nella terapia. La farmacoterapia, soprattutto quando modulata gradualmente, richiede tempo per stabilizzare l’equilibrio neurochimico, mentre la psicoterapia cognitivo-comportamentale e pratiche come la mindfulness aiutano a sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva e strategie di regolazione.

Il ritorno di sintomi come pensieri intrusivi, spossatezza e attacchi di panico può riflettere la complessità di un disturbo legato allo stress prolungato e a eventi di vita significativi, e non necessariamente un fallimento terapeutico. Tuttavia, se la frequenza degli incontri e la disponibilità del terapeuta non rispondono più ai tuoi bisogni di sostegno, è legittimo interrogarsi sull’opportunità di ridefinire il percorso terapeutico, anche attraverso un confronto aperto o una seconda opinione.

La domanda centrale potrebbe essere: “Sto coltivando uno spazio di cura che mi permette davvero di integrare e trasformare le mie difficoltà emotive?” La fiducia e la continuità nella relazione terapeutica sono fondamentali per affrontare l’ansia cronica e ritrovare un senso di equilibrio.
Dott.ssa Marialfonsa Fontana Sartorio
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Cassano Magnago
Jung disse che un dolore è più sopportabile se si da un senso ad esso. Forse è proprio questo che lei va cercando: capire il significato di tutto quello che sta vivendo. Credo che potrebbe esserle utile una psicoterapia più costante
Dott.ssa Elena Gianotti
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, grazie per questa difficile condivisione. Soltanto attraverso una condivisione scritta è difficile essere sicuri di aver compreso la portata di quello che sta vivendo, ma io penso che da quello che scrive si trovi ad affrontare delle problematiche importanti, sia passate (rispetto al lutto del papà e al trascorso di malattia) sia presenti (rispetto alle difficoltà lavorative e alle tensioni legate al matrimonio) che meritano uno spazio più ampio di un incontro al mese. Credo che la terapia farmacologica possa essere fondamentale per fornire una stampella e aiutare a restituire controllo sulla propria vita, ma credo che i farmaci non possano esaurire il problema e non aiutino ad individuarne e sciogliere la causa. L'ansia è un'emozione che ha una funzione biologica, e in quanto emozione non possiamo sradicarla pensando di non provarla mai più: ha una funzione ben precisa, di avvertirci quando qualcosa non va e dobbiamo prenderci cura di noi, di qualcosa che sta accadendo, e in questo senso può essere un'alleata, una messaggera importante. il punto è capire come mai quest'ansia diventa pervasiva, come mai colpisce il corpo in questo modo così invasivo: abbiamo bisogno di capire che cosa quest'ansia sta cercando di comunicarle, e solo in questo modo sarà possibile ridimensionarla e gestirla come un'emozione normale, uguale a tutte le altre. Il mio consiglio è di cominciare un percorso di psicoterapia costante, con un professionista di cui potersi fidare e che possa garantirle continuità e costanza. Se avesse bisogno di ulteriore supporto o avesse domande mi trova a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Dott.ssa Maria Gabriella Scuderi
Sessuologo, Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Gentile signora, ha mai provato a fare una terapia sistemico-relazionale? Il complesso quadro di ansia e somatizzazione di cui parla e l'accenno alla sofferenza per la perdita di suo padre, insieme al sentimento di solitudine, fanno pensare ad uno o più eventi del passato vissuti come traumatici. Le consiglio vivamente di intraprendere un percorso psicoterapeutico con cadenza settimanale. Questo potrebbe aiutarla ad elaborare eventi del passato e ad avere un rapporto terapeutico che possa sostenerla in maniera costante. Questo non significa che debba lasciare la psichiatra di riferimento, ma l'apertura ad un nuovo e diverso rapporto potrebbe portare interessanti novità nella sua vita.
Dott. Valerio Ancis
Psicoterapeuta, Psicologo
Assemini
Da ciò che racconta, emerge chiaramente quanto negli ultimi due anni lei abbia affrontato un percorso impegnativo, segnato da momenti di forte sofferenza ma anche da risorse personali importanti: la capacità di cercare aiuto, di mettere in discussione abitudini, di sperimentare strumenti come la mindfulness, e di affrontare gradualmente le paure legate alla salute.

Quello che descrive oggi — il ritorno di pensieri intrusivi, episodi di panico, stanchezza e malessere fisico — può essere legato a più fattori contemporaneamente: il periodo di stress che sta vivendo, le aspettative legate al matrimonio, eventuali effetti della riduzione del farmaco, e il riattivarsi di schemi ansiosi preesistenti. L’ansia, infatti, può esprimersi anche con sintomi fisici persistenti e molto convincenti.

Rispetto al percorso terapeutico, è comprensibile che incontri diradati (una volta al mese o meno) possano limitare la possibilità di lavorare in profondità sugli aspetti emotivi e cognitivi che alimentano il disturbo. Nei momenti di ricaduta o riacutizzazione, una frequenza maggiore può essere di grande aiuto: non solo per gestire i sintomi, ma per affrontare i meccanismi che li sostengono.

Consultare un secondo parere non significa necessariamente “abbandonare” il professionista attuale, ma può darle un punto di vista ulteriore, chiarire dubbi e capire se sia il caso di intensificare la psicoterapia o rivedere l’approccio farmacologico. A volte, anche un breve ciclo di sedute più ravvicinate, magari con un terapeuta focalizzato sulla gestione dell’ansia e del panico, può riportare più rapidamente stabilità.

Le suggerirei di portare questi pensieri apertamente alla sua psichiatra, ma anche di valutare fin da ora la possibilità di integrare il percorso con un sostegno psicoterapeutico più costante. L’obiettivo non è solo ridurre i sintomi, ma renderla più autonoma nella gestione dell’ansia, così che eventuali oscillazioni non diventino ricadute invalidanti.

Se vuole, posso aiutarla a strutturare un piano pratico per i prossimi mesi che le permetta di stabilizzare la situazione e ridurre il rischio di nuovi picchi d’ansia. Saluti, Dott. Valerio Ancis
Dott.ssa Giulia Solinas
Psicologo, Psicoterapeuta
Quartu Sant'Elena
Buongiorno dal suo racconto traspare forte l'ansia e la preoccupazione legata al suo stato di salute; con piacere leggo del suo avvicinamento alla mindfulness e visto che nel periodo in cui ha fatto l'esperienza ha riscontrato giovamento credo fortemente nel supporto che offre ( mindfulness come presenza mentale, gestione delle situazioni così come si presentano senza giudicarle) e sia un ottimo strumento per affrontare lo stress che lei stà vivendo. L'approccio mindfulness è uno stile di vita, dove le pratiche di respiro e sul corpo sono l'ancora che riporta al momento presente e sopratutto per l'aiuterebbero a gestire l'ansia data da qualcosa che non è presente nel momento ma è di un ipotetico futuro. Rispetto al momento di forte stress ( riferisce delle nozze imminenti) credo sia fondamentale che lei intraprenda una psicoterapia con uno specialista anche di protocolli Minfulness, appare chiaro che a lei gioverebbe un supporto atto a apprendere e utilizzare strumenti operativi utili nella quotidianità. Se nel passato ha utilizzato le pratiche mindfulness fondamentali ( pratiche respiro, body scan, meditazione camminata e yoga) la invito a riprendere subito, ricominciare da sè stessi è imprtante perchè non dimentichi che avere accanto un professionista puo rappresentare in senso metaforico avere una stampella ma le gambe saranno sempre le sue ( lei ha il potere di fare il buono per sè).
Dott.ssa Cecilia Cicchetti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buonasera,

Capisco quanto sia difficile vivere con alti e bassi così intensi. Dal punto di vista psicodinamico, il ritorno dell'ansia e dei sintomi fisici potrebbe essere legato a conflitti emotivi irrisolti che, seppur migliorati, non sono stati completamente elaborati. La riduzione del farmaco può anche giocare un ruolo, ma è importante considerare che l'ansia può riemergere durante periodi di stress, come quelli che stai vivendo, e anche con i cambiamenti recenti (matrimonio, lavoro).

La psicoterapia, sebbene ti abbia aiutato finora, potrebbe trarre beneficio da un'intensificazione degli incontri. L'approfondimento più frequente ti permetterebbe di esplorare più a fondo le dinamiche sottostanti, specialmente in un momento di forte stress. Inoltre, se senti che la tua psichiatra non è abbastanza disponibile, potrebbe essere utile consultare un altro professionista per un altro punto di vista terapeutico, soprattutto se senti che la relazione non ti offre la profondità di cui hai bisogno.

In sintesi, intensificare la psicoterapia e considerare un supporto più continuo potrebbe darti una maggiore sensazione di stabilità e supporto in questo periodo di difficoltà.

Se hai bisogno di altre riflessioni o chiarimenti, sono qui per aiutarti!
Dott.ssa Cecilia Cicchetti
Dott.ssa Maria Elisabetta Piga
Psicoterapeuta, Psicologo
Massarosa
Buongiorno,
ha fatto benissimo a rivolgersi a degli specialisti ed è stata molto brava ad avvicinarsi alla mindfulness, che sicuramente è una pratica che nella gestione dell'ansia aiuta tantissimo (ed infatti così è stato anche per lei). Può darsi che nel suo caso tuttavia, considerando anche quanto ha accennato sulla sua storia (malatttia del padre), le possa essere utile un percorso di psicoterapia più approfondito, di maggiore frequenza e intensità, che la possa accompagnare e supportare maggiormente, anche in vista delle situazioni "sfidanti" che sta affrontando (matrimonio, problemi lavorativi), e che le consenta di andare ad indagare le motivazioni più profonde da cui scaturiscono le sue paure.
Augurandomi di esserle stata almeno un po' utile, le faccio i miei migliori auguri.
Un caro saluto
Dott.ssa Amelia Capezio
Psicoterapeuta, Psicologo, Terapeuta
Calvizzano
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua storia e le sue emozioni. Dal suo racconto emerge quanto sia stato utile il lavoro interiore di consapevolezza emotiva ed introspezione; come saprà l'ansia giunge a comunicarci qualcosa, quindi mi sento di dirle di accoglierla proprio così, come un messaggero. La sua cosa le sta dicendo?
Sento di consigliarle di parlare di questi dubbi proprio con la psichiatra, poichè spesso questi sono momenti di svolta in termini proprio terapeutici. Potrebbe parlarle proprio dell'intenzione di intraprendere un percorso di psicoterapia più costante e riflettere insieme sulla prosecuzione della vostra relazione psicoterapeutica. Resto a disposizione, dott.ssa Amelia Capezio
Dott.ssa Alexandra Benincasa
Psicoterapeuta, Psicologo
Grottaferrata
Dalle sue parole emerge con grande chiarezza quanta forza abbia messo nel cercare di capire ciò che vive, e questo è già un segnale molto importante di risorse personali presenti, anche nei momenti più difficili.
Leggo un percorso lungo, fatto di alti e bassi, in cui la fase acuta iniziale l’ha segnata profondamente e ha aperto la strada a tante domande sulla sua salute, sulla paura di stare male e sulla sua capacità di “reggere” la vita quotidiana. Dalle sue parole emerge che con la psichiatra ha svolto una psicoterapia molto diradata nel tempo, con incontri una volta al mese o ogni due mesi.
Vorrei dirle con grande rispetto che, nella maggior parte degli approcci , e ancor più in situazioni in cui ansia, panico e paure ipocondriache sono centrali , una frequenza così bassa non permette di costruire un percorso psicoterapeutico vero e proprio, né di consolidare strumenti e cambiamenti. Non significa che la sua terapeuta non sia competente: significa che la modalità con cui avete lavorato non ha avuto lo spazio necessario per sviluppare tutte le sue potenzialità. Probabilmente ora potrebbe esserle utile intensificare la psicoterapia (settimanale o quindicinale).
Dare spazio ai temi che emergono adesso: la paura di ricadere, la sfiducia, il senso di fragilità, le aspettative importanti. Condividere sinceramente con la sua psichiatra ciò che sente: la distanza, il bisogno di maggiore continuità, i nuovi sintomi.
Non c’è nulla di “sbagliato” in lei: sta attraversando un momento di cambiamento, e questo richiede un tipo di supporto più vicino, più stabile, più continuativo. Lei non è “destinata a vivere così”.
Ha già dimostrato di saper stare nel cambiamento, ma ora ha bisogno di un contenimento più regolare.
Spero di esserle stata utile. Buona Giornata
Dott.ssa Alexandra Benincasa
Buongiorno! Quello che stai vivendo non è il segno che sei fragile o che stai tornando indietro.
È il segnale di un sistema che per molti anni ha retto, ha resistito, ha tenuto insieme tutto… forse anche troppo.

L’ansia, in questo senso, non è un nemico da eliminare ma un’alleata scomoda: arriva quando abbiamo superato un limite, quando abbiamo chiesto a noi stesse più di quanto fosse sostenibile. Il problema non è l’ansia, ma il modo in cui la leggiamo. Se la vediamo come un pericolo, ci spaventa e ci travolge; se impariamo a vederla come un messaggio, può diventare una guida.

Tu sei stata una donna molto forte, affidabile, capace di reggere il dolore, il lutto, le responsabilità. Questa forza ti ha aiutata a sopravvivere, ma probabilmente ha anche nascosto dei bisogni, delle parti stanche, delle emozioni che non hanno avuto spazio. Quando il corpo ha detto ‘basta’, lo ha fatto in modo brusco, perché nessuno lo stava ascoltando prima.

È normale che in momenti di grande stress o di cambiamento come quello che stai vivendo ora, l’ansia torni a farsi sentire. Non significa che la cura non abbia funzionato o che dovrai stare così per sempre. Significa che il tuo sistema nervoso è sensibile e chiede continuità, sicurezza, presenza.

Chiedere un altro parere non è un tradimento, ma un atto di responsabilità verso di te. Così come può essere molto utile avere un supporto psicologico più regolare e presente, che ti accompagni non solo nella gestione dei sintomi, ma nella comprensione profonda di ciò che ti ha portata a dover essere sempre ‘quella che ce la fa’.

Il lavoro, ora, non è tornare quella di prima, ma diventare una versione di te che sa ascoltarsi prima di spezzarsi. L’ansia può insegnarti proprio questo, se smettiamo di combatterla e iniziamo a dialogare con lei. Ti auguro il meglio! Buon percorso :)
Dott.ssa Lucia Andriolo
Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buonasera, ha descritto la situazione con molti particolari pertanto mi sento di consigliarle di riprendere la psicoterapia, con uno/a Psicoterapeuta dedicata/o, in modo più continuativo e regolare, magari a cadenza settimanale e continuare a vedere la psichiatra per la parte farmacologica. L'approccio cognitivo è sicuramente valido, anche se anche altri approcci psicoterapeutici sono efficaci se ben condotti; certo può integrare la tecnica Emdr e continuare con la Mindfulness ma associare, se possibile, altre tecniche e strumenti maggiormente concentrati sul corpo (dalla psicoterapia sensomotoria all'ipnosi o specifiche tecniche come il Focusing). Le varie tecniche possono essere utili ad affrontare la sintomatologia ma troverebbe giovamento da un percorso di psicoterapia che vada alle origini del problema, pur adottando tali tecniche. Certo il periodo attuale essendo di per sé stressante non agevola ma anzi intensifica la riattivazione della sintomatologia.all'interno di una visione integrata mi sento di consigliarle di valutare anche la possibilità di integrare la psicoterapia con l'agopuntura e/o l'osteopatia.
La parte farmacologica potrebbe essere associata a integrazione con farmaci omotossicologici o fitoterapici. Sempre all' interno di un quadro più ampio ma comunque personalizzato potrebbe anche pensare a combinare le varie terapie con l'attività fisica adatta alla sua situazione. Resto disponibile a ulteriori precisazioni. Un saluto
Dott. Raffaele Falato
Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico di medicina generale
Firenze
Sì, quello che descrive può essere ancora ansia. Può entrarci sia il periodo di forte stress sia la riduzione del farmaco, anche se non sempre in modo immediato. Il punto che mi colpisce è un altro: una psicoterapia così sporadica, con uno specialista poco reperibile, può essere insufficiente in una fase di ricaduta. Chiedere un secondo parere non fa male, anzi in molti casi è utile. Non come sfiducia, ma come modo per capire se oggi abbia bisogno di più continuità terapeutica.
Dott.ssa Ilaria Visone
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pomigliano d'Arco
Salve ho letto la sua storia, quello che potrei rimandarle è che i suoi dubbi stanno avendo un peso importante al momento nel suo percorso di vita e di cura e sarebbe utile trovare uno spazio che le dia una certa prevedibilità e costanza per esplorare sia gli avvenimenti più importanti della sua storia di vita (che ho letto essere segnata anche da eventi di forte impatto emotivo) sia stabilire un lavoro sul presente e sui sintomi, con obiettivi condivisi sia a breve che a lungo termine ed approfondire il significato di un processo di pensiero che ha carattere intrusivo e permeato dal dubbio e che probabilmente è un punto fondamentale di mantenimento della sofferenza, spero di esserle stata di supporto rispetto alla sua condivisione

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