Buon pomeriggio Gentili Dottori, Vi scrivo in quanto vorrei un Vostro parere. Sono una studentessa u

25 risposte
Buon pomeriggio Gentili Dottori, Vi scrivo in quanto vorrei un Vostro parere. Sono una studentessa universitaria ma ho un carattere timido, riservato, emotivo e quando vedo mie colleghe che hanno comportamenti estroversi verso i prof, si avvicinano a salutare i prof, pur non avendo ancora sostenuto esami con loro; io mi sento in difetto, inferiore..anche io vorrei riuscire ad avere questo approccio, invece mi sento in imbarazzo nell' andare da un prof anche a fine convegno e avvicinarmi a salutarlo e dire "buongiorno come sta" o fargli qualche domanda..mi sento di infastirli andando da loro.. Non so se sono io in difetto o le mie colleghe..vorrei una Vostra opinione, Grazie Mille.
Salve, dalle sue parole emerge un vissuto di confronto che sembra portarla a giudicare in modo critico alcune sue caratteristiche personali, come la riservatezza e la sensibilità emotiva, soprattutto quando le mette a paragone con modalità relazionali più espansive.
È importante distinguere tra le proprie caratteristiche di personalità, che rappresentano semplicemente il nostro modo di essere, e il giudizio che attribuiamo a tali caratteristiche. Gli stili relazionali, infatti, non sono giusti o sbagliati in senso assoluto; tuttavia, in alcuni momenti della vita, possono risultare meno funzionali rispetto a ciò che si desidera realizzare, soprattutto quando entrano in conflitto con bisogni, aspirazioni o con il desiderio di sentirsi più liberi nell’esprimersi e nel cogliere occasioni di confronto.
In questi casi, intervenire non significa cambiare la propria natura, ma creare le condizioni per esprimersi in modo più autentico e coerente con i propri obiettivi, senza che il giudizio su di sé diventi un freno. Un percorso di sostegno psicologico può offrire uno spazio protetto per esplorare questi vissuti e favorire una maggiore libertà di espressione, rispettando il proprio modo di essere e ampliando le possibilità di scelta e di azione.
Un caro saluto, Dott. Daniele Rossetti

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Dott.ssa Manuela Valentini
Psicologo, Psicologo clinico
Melfi
Buongiorno,
Il suo modo di essere in questo momento, non è un difetto, è il suo modo valido di vivere quanto vede. Potrebbe essere naturale sentirsi un po’ in difficoltà quando si osservano persone più disinvolte, soprattutto in un ambiente come l’università dove tutto sembra una gara a chi appare più sicuro. Bisogna sempre valutare il contesto.
Ma soffermandomi sulla sicurezza, va detto che non si misura da quante volte si va a salutare un professore. Ma da quanto si resta fedeli a sé stessi.
Lei non è “meno” perché più riservata.
Non è “inferiore” perché non si butta subito nelle interazioni.
Non stai sbagliando nulla?!
Ognuno ha il suo ritmo, il suo modo di entrare in relazione, la sua sensibilità. E va bene così.
In una risposta in piattaforma molti elementi sfuggono, ma consideri il suo ritmo... Se un giorno vorrà avvicinarsi a un docente, potrai farlo nei tuoi tempi, con gesti piccoli e autentici: un saluto, una domanda sincera, un ringraziamento a fine lezione. Serve solo sentirsi a proprio agio.
Se volesse discuterne e trovare insieme strategie, risorse che la facciano sentire più sicura, io resto qui, pronta ad accompagnarla passo dopo passo anche online, con calma e rispetto dei tuoi tempi.
Un saluto e sereno periodo,
Dr.ssa Manuela Valentini
Salve, grazie per aver condiviso un suo vissuto attuale. Capisco perfettamente come ti senti, e voglio dirti subito una cosa importante: non è in difetto. Il suo modo di essere—timida, riservata ed emotiva—non è un limite o un errore, è semplicemente una parte di se, diversa da quello delle sue colleghe estroverse. Confrontarsi con personalità diverse può farci sentire “in difetto”, ma spesso è una percezione più legata all’ansia o al paragone sociale che alla realtà. Iniziare un percorso di supporto psicologico ( online o in presenza) può aiutarla a conoscere meglio parti di se, lavorando sull'autostima e sulle sue incurezze, in un ambiente sicuro e non giudicante. Resto a sua disposizione.
Ciao,
grazie per aver condiviso quello che senti. Ognuno ha il proprio modo di stare in relazione: essere più riservata o più spontanea non è un difetto, ma una caratteristica personale. Il confronto con gli altri può farci sentire inadeguati, anche quando non lo siamo. Se queste sensazioni ti creano disagio, parlarne può aiutarti a capirti meglio e a trovare il tuo modo di sentirti più a tuo agio.
Se vuoi, sono disponibile per un colloquio di orientamento gratuito per aiutarti a capire come potrei aiutarti.

Un caro saluto. Dott.ssa Alessandra Corti
Buon pomeriggio, non è necessario conformarsi o fare ciò che fanno gli altri. Ognuno ha il proprio modo di essere e di relazionarsi, e trovare la propria via è più importante che imitare comportamenti che non sentiamo autentici.

Essere più riservati o timidi non significa essere in difetto o inferiori. Alcune persone si sentono a proprio agio nel salutare o avvicinare i docenti, altre preferiscono modalità più discrete: entrambe sono legittime.

Se desidera avvicinarsi ai professori, può farlo gradualmente e con modalità che le somigliano, senza forzarsi né giudicarsi. L’obiettivo non è diventare come le sue colleghe, ma sentirsi a suo agio restando fedele a sé stessa.

Dott.ssa Janett Aruta - Psicologa
Ricevo su MioDottore e in studio a Palermo
Dott.ssa Melissa Pattacini
Psicologo, Psicologo clinico
Parma
Gentilissima,
forse bisogna comprendere la natura di questa percezione di sentirsi diversa, inadeguata e la necessità di trovare una etichetta: giusto o sbagliato. Potrebbe aiutare parlarne con un professionista per cogliere anche le sue qualità, capacità e disinnescare questa svalutazione.
Saluti
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, ne lei ne le sue colleghe siete in difetto, ognuno esprime se stesso/a in modo congruo a come è e a come vuole o si concede di mostrarsi; se il suo modo però le "va stretto" in tale contesto, potrebbe iniziare un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che la aiutino a scegliere meglio cosa e come mostrarsi in modo più congruo e appagante.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Da quello che descrive sembra che sia più il confronto con le sue colleghe a farla sentire a disagio piuttosto che un reale limite.
Essere timidi non è un difetto, ma un modo di stare nelle relazioni in cui il confine con l’altro è sentito in modo molto vivo. Dunque, il fatto che le sue colleghe appaiano più disinvolte non significa che stiano gestendo le cose in maniera migliore rispetto a lei ma semplicemente abitano la relazione in un modo diverso.
Forse il punto non è forzarsi a diventare come loro, ma comprendere cosa la trattiene e che significato ha per lei esporsi.
Lavorare su questo non significa cambiare carattere, ma permettersi di occupare uno spazio senza sentirsi automaticamente in difetto.
Le auguro il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buon pomeriggio,
grazie per aver condiviso la tua riflessione.
Il sentirsi timidi o in imbarazzo di fronte a persone di autorità è molto comune, e non significa essere in difetto. Ognuno ha il proprio stile di approccio e le proprie modalità di interazione: alcune persone sono più estroverse e spontanee, altre più riservate e riflessive.
Riconoscere il proprio modo di essere è già un passo importante per costruire relazioni autentiche, senza sentirsi inadeguati rispetto agli altri.
Se vuoi, un percorso di supporto può aiutarti a esplorare strategie per sentirti più a tuo agio in questi contesti, rispettando la tua natura.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buon pomeriggio e grazie per aver condiviso questa sua riflessione. Non è lei in difetto, e neppure lo sono le sue colleghe; semplicemente, state esprimendo due stili di approccio sociale diversi. Il suo sentirsi inferiore quando osserva la disinvoltura altrui è caratteristico di chi ha una natura più riservata ed emotiva. Quando la sua timidezza la blocca, scatta un giudizio autocritico che amplifica il senso di difetto, ma questo non riflette il suo reale valore o le sue capacità. La verità è che l'approccio estroverso non è un obbligo per il successo. Se desidera cambiare, non deve diventare come le sue colleghe, ma deve trovare il suo modo riservato ma efficace di interagire. Questo si ottiene con la gradualità: iniziando con interazioni minime per sfidare l'ansia, dimostrando a sé stessa che il timore di infastidire è molto spesso infondato. Non si senta in diffetto, sta solo vivendo una normale battaglia con la sua emotività che con il tempo e la pratica può essere gestita con maggiore consapevolezza e serenità. È infatti bellissimo che, può riconoscendo la sua natura emotiva, lei voglia trovare il modo di superare questo blocco. L'emotività e la riservatezza fanno parte di ciò che lei è, ma la gestione dell'ansia è una competenza che si può apprendere. Proprio perché si tratta di meccanismi emotivi che si sono radicati, con un supporto mirato è possibile costruire un percorso fatto di piccoli e pratici passi. Si può iniziare con azioni minime e gestibili per dimostrare alla sua mente che il pericolo percepito non è reale. Iniziare a smantellare queste barriere è un lavoro che merita di essere intrapreso e che può regalarle una maggiore libertà nel suo ambiente universitario e, successivamente, lavorativo. Un cordiale saluto,
Lorenza Fattori
Dott.ssa Erika Messinese
Psicologo clinico, Psicologo
Buttigliera Alta
Cara, ti ringrazio per aver condiviso un vissuto così personale.
Da ciò che descrivi, non sembra emergere alcun “difetto” in te. Le differenze che noti tra il tuo modo di porti e quello delle colleghe riflettono stili di personalità e modalità relazionali diverse, non un valore maggiore o minore come studentessa o come persona. Essere timida, riservata ed emotiva non significa essere meno capace o meno adeguata, ma avere una sensibilità e un modo di stare nelle relazioni più cauto e riflessivo.
Il senso di inferiorità e l’imbarazzo che provi sembrano legati soprattutto al confronto con gli altri e al timore di “disturbare” o essere giudicata. Spesso chi è più sensibile tende a mettere in discussione se stesso più di quanto facciano gli altri. Nella maggior parte dei casi, un saluto o una domanda posta con educazione non viene vissuta come un fastidio dai docenti.
È importante anche sottolineare che non esiste un unico modo “giusto” di relazionarsi all’università: alcune persone sono più espansive, altre più riservate, e entrambe le modalità sono legittime. Il punto non è diventare come le tue colleghe, ma capire se desideri sentirti un po’ più libera e meno bloccata in alcune situazioni sociali.
Se questo vissuto di inadeguatezza e autocritica è frequente e ti crea sofferenza, un percorso psicologico potrebbe aiutarti a lavorare sull’autostima e sul timore del giudizio, rispettando pienamente il tuo modo di essere e i tuoi tempi.
Ti auguro di riuscire a guardarti con maggiore gentilezza: spesso siamo molto più severi con noi stessi di quanto lo siano gli altri.
Spero di aver dato qualche spunto utile e sono a disposizione per ulteriore ascolto.
Un caro saluto,
Dott.ssa Erika Messinese
Dr. Massimiliano Siddi
Psicologo, Psicologo clinico, Terapeuta
Roma
Buon pomeriggio,
ciò che descrive è un vissuto molto comune, soprattutto in persone sensibili, riflessive e rispettose degli altri. Non esiste un modo “giusto” o “sbagliato” di relazionarsi: l’essere più timida e riservata non rappresenta un difetto, ma una caratteristica di personalità.

Il confronto con colleghe più estroverse può facilmente portare a sentirsi “in difetto”, ma questo non significa che il loro modo di porsi sia migliore o più adeguato. Avvicinarsi o meno a un docente, e farlo con maggiore o minore spontaneità, non definisce il valore personale né quello accademico.

Il senso di imbarazzo che prova è spesso legato alla paura di disturbare o di essere giudicata, più che a un reale rischio di infastidire. Se lo desidera, può essere utile lavorare sull’accettazione del proprio stile relazionale e, gradualmente, provare piccoli passi che la facciano sentire più sicura, senza forzarsi a diventare diversa da ciò che è.

Qualora questo disagio incida sul suo benessere o sulla vita universitaria, un percorso con un professionista può aiutarla a comprendere meglio queste dinamiche e a valorizzare le proprie risorse personali
Gentile utente, le sensazioni di imbarazzo, inferiorità o il timore di infastidire i professori sono esperienze interne comuni e comprensibili, non sono segnali che qualcosa in lei non va. Una domanda che potrebbe farsi è: “che tipo di studentessa vorrei essere, al di là della paura o dell’imbarazzo?”. Se per lei è importante instaurare un contatto, fare domande, mostrarsi presente nel percorso universitario, forse può provare a fare piccoli passi in quella direzione, portando con sé anche il disagio, senza aspettare che scompaia. Il coraggio, spesso, non è l’assenza di emozioni difficili, ma la disponibilità a fare spazio a ciò che si prova mentre ci si muove verso ciò che conta.
Non esiste un modo giusto o sbagliato di essere, esistono modi più o meno coerenti con ciò che per noi è importante. Concedersi di esplorare questo, con gentilezza verso se stessa, potrebbe essere già un primo passo importante.
Un caro saluto!
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buon pomeriggio, la ringrazio per aver condiviso una difficoltà che, anche se spesso viene vissuta in silenzio, è molto più comune di quanto si pensi. Da quello che scrive emerge una persona sensibile, attenta, rispettosa degli altri e delle regole implicite dei contesti, qualità che però in alcune situazioni rischiano di trasformarsi in una fonte di sofferenza e di confronto svalutante. È comprensibile che, osservando colleghe più disinvolte ed espansive, lei finisca per sentirsi in difetto o inferiore. Quando ci confrontiamo con chi appare più sicuro, la mente tende a trarre conclusioni rapide e severe su di noi, come se esistesse un unico modo giusto di stare nelle relazioni o di muoversi nel mondo universitario. In realtà, ciò che lei descrive non è un difetto, ma uno stile personale. Essere timida, riservata ed emotiva non significa essere meno adeguata o meno capace, significa semplicemente avere un modo diverso di entrare in relazione. Il disagio che prova quando pensa di avvicinare un professore nasce probabilmente da un timore molto umano, quello di disturbare, di risultare inopportuna o di fare una figura negativa. Questo tipo di pensiero può diventare molto potente e far sembrare anche un semplice saluto qualcosa di eccessivo o fuori luogo. Tuttavia, è importante considerare che ciò che lei immagina come fastidio spesso non corrisponde alla realtà. I professori sono abituati al contatto con gli studenti, e un saluto educato o una breve domanda difficilmente viene percepita come un’intrusione, soprattutto in contesti come un convegno o un evento accademico. Non c’è una persona “in difetto” in questa situazione. Le sue colleghe seguono un modo di fare che sentono più naturale per loro, così come lei segue il suo. Il problema non è essere diverse, ma il giudizio duro che lei rivolge a se stessa quando si paragona agli altri. Quando pensa di essere inferiore o sbagliata, il suo imbarazzo aumenta e le conferma l’idea di non essere all’altezza, creando un circolo che si autoalimenta. È legittimo desiderare di sentirsi più a proprio agio e più libera in questi contesti, ma questo non significa dover diventare una persona diversa. Può essere più utile pensare a piccoli passi coerenti con il suo modo di essere, piuttosto che pretendere da sé un cambiamento radicale. Anche un semplice saluto, detto con discrezione, o una domanda preparata in anticipo possono essere un modo autentico e rispettoso di avvicinarsi, senza forzarsi a imitare comportamenti che non sente suoi. Il fatto che lei si ponga queste domande dimostra consapevolezza e desiderio di crescita, non inadeguatezza. Spesso la sicurezza non nasce dall’eliminare l’emozione, ma dall’imparare a tollerarla senza farsi bloccare. Non è necessario sentirsi completamente a proprio agio per fare un passo, a volte è sufficiente accettare un po’ di imbarazzo come parte dell’esperienza. Si conceda di essere come è, senza etichettarsi come sbagliata. La sua sensibilità, se riconosciuta e valorizzata, può diventare una risorsa anche nei contesti accademici. Ogni percorso ha i suoi tempi e i suoi modi, e non c’è una gara da vincere nel mostrarsi più estroverse o più visibili. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buon pomeriggio,

è comprensibile sentirsi a disagio in queste situazioni: la timidezza e la riservatezza non sono difetti, ma tratti della personalità che influenzano il modo in cui ci relazioniamo con gli altri, inclusi docenti o figure autorevoli. Il confronto con colleghe più estroverse può far emergere sentimenti di inferiorità, ma è importante ricordare che ciascuno ha il proprio stile e tempi nel costruire relazioni sociali e professionali.

Avvicinarsi a un docente non è mai un “fastidio” se fatto con rispetto e autenticità; spesso il timore di infastidire deriva più dalla percezione personale che dalla realtà. Piccoli passi graduali, come fare domande pertinenti o salutare con naturalezza, possono aiutare a sentirsi più sicuri e a sviluppare la propria modalità di interazione senza forzarsi a imitare gli altri.

Tuttavia, se questi sentimenti di imbarazzo o inferiorità influenzano in modo significativo il benessere personale o la vita accademica, può essere utile approfondire con uno specialista, per esplorare strategie personalizzate e supporto concreto.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gent.ma utente,
ognuno ha il diritto di avere il proprio temperamento e di scegliere la propria linea di condotta, coerente con i valori personali. E' altrettanto importante, a ogni modo, che il carattere personale non venga percepito come un limite e condizioni negativamente l'interazione con l'ambiente circostante.
Nel suo caso, il confronto con le sue colleghe più estroverse non deve essere visto come motivazione estrinseca a comportarsi in una maniera che non corrisponde alla sua indole, alla sua educazione o al suo modo di fare; però, può essere uno spunto per riflettere su quali aspetti vuole migliorare, per esempio nella gestione delle emozioni e nella comunicazione assertiva in determinati contesti. Francamente, andare da un professore per chiedergli o chiederle semplicemente "come sta?" mi sembra superfluo e artificioso, ma saper rompere il ghiaccio con un docente, o un'altra persona che riveste ruolo di importanza, è una abilità che nella vita le potrà essere molto utile, e pressoché indispensabile.
Non cada nella trappola di voler giudicare il proprio comportamento o quelle delle sue colleghe, e di etichettarlo come giusto, sbagliato, conveniente o sconveniente. E' una ruminazione mentale che non porta alcun vantaggio, anzi può creare sentimenti negativi come ansia, rabbia, fastidio. Rifletta piuttosto sui valori in cui crede e su come vuole esternarli nel suo comportamento, ciò che meglio rappresenta il modo in cui desidera essere nel mondo. Ognuno ha il suo modo diverso di esprimere questi valori ed essi non tradiscono mai se sono sinceri e autentici.
Essere riservati, sensibili o timidi non è un difetto, se rispecchia valori profondi. Ma questo non impedisce di esplorare ciò che c'è fuori dalla zona di comfort e affrontare delle sfide, mettersi in gioco, superare le proprie paure. Sono nell'agire e nel misurarsi con le insidie della vita si può scoprire veramente sé stessi e le proprie potenzialità e cambiare in meglio, se lo si desidera veramente.
Spero di averla aiutata ad ampliare la prospettiva e riflettere meglio su questi argomenti.
Rimango a disposizione, anche online.
Un caro saluto, Antonio Cortese
Buongiorno, quello che descrive è una sensazione molto comune, soprattutto in contesti accademici o professionali dove l’interazione con figure di autorità può generare ansia e insicurezza. Il fatto che si senta a disagio, timida o in imbarazzo non significa affatto che ci sia qualcosa “in difetto” in Lei. Al contrario, denota sensibilità, attenzione agli altri e rispetto per lo spazio altrui: tutte qualità importanti.

Le colleghe che adottano un comportamento più estroverso non stanno necessariamente “facendo meglio” o mostrando maggiore competenza; semplicemente, hanno un approccio diverso, più spontaneo, meno filtrato dall’ansia o dalla timidezza. La differenza non è un giudizio di valore: ciascuno ha un proprio modo di relazionarsi e di gestire le proprie emozioni in queste situazioni.

È importante anche considerare il Suo obiettivo: non è necessario imitare le colleghe o forzarsi a comportamenti che non le appartengono. È possibile sviluppare gradualmente la capacità di avvicinarsi ai docenti, fare domande o salutare, mantenendo però il Suo stile naturale, che rispetti la Sua personalità. Piccoli passi, come preparare mentalmente una domanda o un saluto breve, possono aiutare a ridurre l’ansia senza sentirsi in difetto o invadente.

In sintesi, non è Lei a essere “sbagliata” né le colleghe a essere “giuste”: si tratta semplicemente di differenze di temperamento e modalità relazionale. Il percorso utile può essere quello di lavorare sulla fiducia in sé stessa e sulla consapevolezza che il Suo modo di approcciarsi agli altri è valido, e può diventare più spontaneo e naturale con pratica e piccoli passi costanti. Rimango a disposizione, un saluto.
Dott.ssa Erica Zito
Psicologo, Sessuologo, Psicologo clinico
Rimini
Gentile studentessa, grazie per aver condiviso questo suo vissuto: è un passo importante per lei, ma anche perché si tratta di emozioni comuni a molte persone. Infatti, quello che descrive non è un "difetto", ma un atteggiamento frequente e assolutamente in linea con la descrizione che dà di sé: riservata ed emotiva.

Non c'è un "giusto" o uno "sbagliato" tra il suo approccio e quello delle sue colleghe. Si parla semplicemente di diversi stili relazionali: le persone estroverse traggono energia dal contatto sociale immediato, mentre chi è introverso tende a dare valore a una relazione più profonda e mediata dal contenuto (ad esempio, farsi conoscere attraverso lo studio e l'esame).

Le sottolineo, però, la differenza tra introversione e timidezza, in quanto i due concetti non sono sinonimi: un introverso non è necessariamente timido e un timido può anche essere estroverso, anche se spesso i comportamenti si sovrappongono creando confusione. L'introversione è un orientamento della personalità che ricarica le energie nel mondo interiore (e implica i tratti di riservatezza ed emotività che ha riportato), mentre la timidezza è legata alla paura del giudizio e può essere superata.

Quest'ultima, credo possa infatti legarsi al suo timore di "infastidire", spesso dovuto alla tendenza a sottovalutare il proprio valore. Il senso di "inferiorità" che prova nasce dal confronto costante tra il suo mondo interno e il comportamento esterno degli altri, che appare sicuro. Di nuovo, vorrei però sottolineare che l'estroversione è un tipo di atteggiamento e non implica per forza sicurezza o assenza di dubbi. Mi spiego meglio con un esempio: le sue colleghe, che lei vede interagire con i professori, potrebbero farlo proprio perché temono l'esame e cercano sicurezza nel contatto con i docenti. Ognuno di noi ha le proprie strategie di protezione e, finché queste non provocano disagio, sono tutte "giuste".

Fatta questa doverosa premessa, considerando il suo vissuto interiore, mi sento di consigliarle di lavorare sulla consapevolezza del suo valore, indipendentemente dalla velocità con cui interagisce con gli altri. Vedrà che in questo modo diventerà sempre più facile tollerare quel piccolo momento di imbarazzo iniziale, cosa che le permetterà di scoprire che anche lei ha il "diritto" di occupare quello spazio relazionale.

Spero che queste riflessioni possano aiutarla ad apprezzare il suo valore e i suoi punti di forza. Se sentisse il bisogno di approfondire queste dinamiche, resto a sua disposizione.

Un caro saluto, Dott.ssa Erica Zito
Dott.ssa Virginia Vazzoler
Psicoterapeuta, Psicologo
Treviso
Buongiorno,
Quello che descrive non è una mancanza o un difetto, ma una modalità relazionale che ha una sua storia. Ognuno di noi vive le relazioni che persone che hanno un ruolo di autorità (in questo caso gli insegnanti) diverso; è opportuno capire non come diventare come le altre, ma capire cosa si attiva in lei e trovare una modalità che sia autentica per lei e che la faccia stare bene. Il confronto rischia di farla sentire in difetto, quando in realtà sta osservando stili relazionali differenti.
Sperando di essere stata esaustiva, resto a disposizione.
Dott.ssa Virginia Vazzoler
Ciao,

grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato. Da quello che racconti si sente chiaramente quanto tu sia una persona sensibile, attenta e molto consapevole di sé, e questo non è affatto un difetto, anche se spesso può far sentire “inadeguati” quando ci si confronta con chi è più estroverso.

È comprensibile che tu ti senta in difficoltà quando vedi le tue colleghe muoversi con disinvoltura verso i professori. In quei momenti è facile pensare: “io non sono capace”, “io sono indietro”, “io sono sbagliata”. Ma quello che stai vivendo non parla di inferiorità: parla di uno stile diverso, più riservato, più rispettoso degli spazi, più cauto nel rapporto con l’autorità.

Il fatto che tu abbia paura di infastidire i professori dice molto di te: sei una persona empatica, che si preoccupa di non invadere, di non essere fuori luogo. Non tutti hanno questa sensibilità, e non per questo il tuo modo di essere vale meno. Semplicemente, non sei fatta per l’approccio immediato e spontaneo, e va bene così.

È importante dirti una cosa: non esiste un obbligo di avvicinarsi ai professori, di salutarli, di fare domande informali. Non è una gara e non è un criterio di valore. Molti studenti costruiscono relazioni significative in modo più silenzioso, nel tempo, attraverso lo studio, una domanda scritta, un esame sostenuto, una conversazione più strutturata.

Detto questo, se dentro di te senti il desiderio di riuscire ad avvicinarti un po’ di più, non perché “dovresti”, ma perché lo vorresti, allora puoi farlo senza forzarti. Non serve diventare qualcun’altra. Puoi partire da piccoli passi, molto semplici: una frase breve, una domanda preparata prima, un saluto rapido. Anche solo pensarlo è già un passo.

Non sei in difetto tu.
E non sono “sbagliate” le tue colleghe.
Siete solo diverse.

Forse il punto più importante è questo: stai cercando di misurarti con un metro che non è il tuo, e questo ti fa sentire sempre un passo indietro. Ma quando impari a dare valore al tuo modo di essere — più profondo, più riflessivo, più autentico — la sicurezza inizia a crescere da dentro, non dal confronto.

Se questa timidezza ti fa soffrire molto o ti blocca, parlarne con qualcuno potrebbe aiutarti a fare pace con questa parte di te e a darle spazio, invece di combatterla.

Un caro saluto.
Alma Magnani - Psicologa
Dott.ssa Chiara Pesce
Psicologo, Psicologo clinico
Gallarate
Buon pomeriggio,
la ringrazio per aver condiviso una difficoltà che in realtà è molto più comune di quanto si pensi, soprattutto in ambito universitario.
Da ciò che descrive non emerge alcun “difetto”, ma piuttosto un tratto di personalità introverso, sensibile e rispettoso dei confini altrui. Questo può portare a confronti sfavorevoli e a sentimenti di inferiorità, ma è importante chiarire che non esiste un modo giusto o sbagliato di essere studenti, bensì modalità diverse.
Alcuni punti che possono aiutarla a rileggere la situazione:
L’estroversione non è sinonimo di competenza, sicurezza o valore personale. Le colleghe che si avvicinano ai docenti con disinvoltura stanno semplicemente utilizzando uno stile relazionale diverso dal suo, non necessariamente “migliore”.
Il timore di “disturbare” o “infastidire” i professori è molto frequente nelle persone attente, empatiche e rispettose. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, i docenti sono abituati e disponibili al confronto con gli studenti, soprattutto quando vengono poste domande pertinenti o richieste legate allo studio.
Il fatto che lei provi imbarazzo non indica inadeguatezza, ma una reazione emotiva comprensibile legata alla sensibilità al giudizio altrui e magari anche alla novità della situazione, che può essere accolta e gradualmente gestita.
Non è una questione di chi sia “in difetto” tra lei e le sue colleghe: avete semplicemente funzionamenti diversi. Il rischio nasce quando si valuta se stessi solo attraverso il confronto con gli altri, senza riconoscere le proprie risorse.
Se desidera lavorare su questo aspetto, può provare a:
iniziare con piccoli passi, ad esempio preparando prima una domanda concreta da fare a un docente, senza l’obiettivo di “fare conversazione”;
ricordare e accettare che non deve essere sempre brillante, ma autentica;
allenarsi a tollerare un minimo di disagio iniziale, che tende a diminuire con l’esperienza ripetuta;
riconoscere e rispettare il proprio modo di relazionarsi agli altri.
Se questa sensazione di inferiorità nel contatto con figure autorevoli dovesse accompagnarla in modo persistente o dovesse generare in lei disagio , un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a rafforzare la sua autostima.
Non c’è nulla di sbagliato in lei. Sta semplicemente cercando di capire come stare e muoversi nel mondo restando fedele a se stessa.
Resto a disposizione,
Un caro saluto.
Dott.ssa Chiara Pesce.
Buon pomeriggio,

La ringrazio per aver condiviso un vissuto molto comune, anche se spesso poco detto.

Non c’è nulla di “sbagliato” nel suo modo di essere. Timidezza, riservatezza ed emotività sono caratteristiche della sua personalità, non difetti. Le persone hanno stili relazionali diversi e il fatto che alcune colleghe siano più estroverse non rende automaticamente il loro comportamento migliore o più corretto del suo.

È comprensibile che, nel confronto, possa sentirsi in difetto, ma questo nasce più dal paragone che da una reale mancanza. Avvicinarsi o meno a un professore non è un obbligo né un indicatore di valore personale o accademico. Se sente imbarazzo o il timore di “infastidire”, è qualcosa che parla del suo modo di stare in relazione, non di un errore.

Se però questo vissuto la fa soffrire o la limita, può essere utile lavorarci con gradualità, rispettando i suoi tempi e il suo stile, senza forzarsi a essere diversa da ciò che è.

Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Dott.ssa Valentina Ferri
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Buon pomeriggio a lei. Non credo sia il caso di cercare chi è in difetto tra lei e le sue colleghe, ognuno ha il proprio stile caratteriale e va benissimo così! Ovviamente comprendo molto bene il suo vissuto di disagio e i suoi timori di non essere all'altezza ma questi vissuti di cui parla credo siano da leggere più come una tendenza generalizzata all'autocritica che come una dimostrazione oggettiva del suo essere meno degli altri. La terapia psicologica potrebbe essere un ottimo strumento per indagare i vissuti e le fantasie alla base di questa insicurezza. Spero di esserle stata utile. Cordialmente
Dott.ssa Ilaria De Pretto
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buon pomeriggio, non sei in difetto né sbagliata: sei semplicemente una persona più timida e sensibile, e questo è un tratto di personalità, non un limite. Le tue colleghe hanno uno stile più estroverso, ma non è “migliore” del tuo, solo diverso. Il disagio nasce dal confronto e dall’idea di dover essere come loro. Avvicinarsi ai professori non è un obbligo né una prova di valore: puoi farlo gradualmente, a modo tuo, senza forzarti. Sentirti in imbarazzo non significa infastidire, significa solo che stai rispettando i tuoi tempi.
Buongiorno, grazie per aver scritto. Capisco il suo disagio, ma non c’è nulla di "sbagliato" in lei, la timidezza non è un difetto. Provi per piccoli passi e magari ne parli con un professionista, la potrebbe aiutare a sentirsi più sicura.

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