Domande del paziente (120)

    Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    quello che descrive sembra essere molto doloroso, soprattutto per il modo in cui questo rapporto si è trasformato nel tempo.
    Dal suo racconto emerge non solo la fine di una relazione importante, ma anche l’esperienza di sentirsi ignorata, come se non ci fosse più alcun riconoscimento tra voi. Questo tipo di distanza, fatta di evitamento e assenza di contatto, può risultare particolarmente difficile da tollerare, perché non lascia spazio a nessuna reciprocità.
    Può accadere che, di fronte a un comportamento così chiuso, si attivi un forte bisogno di recuperare almeno un livello di normalità — come ad esempio, un saluto — come se questo potesse restituire un senso al legame che c’è stato. Allo stesso tempo, però, sembra che lui stia utilizzando una modalità molto netta di allontanamento.
    Da una parte c’è quindi il suo desiderio di non sentirsi cancellata, dall’altra una distanza che lui mantiene in modo rigido, senza apertura. Questo scarto tra i due movimenti può amplificare il dolore e il senso di esclusione che descrive.
    Più che trovare una strategia per modificare il suo comportamento, potrebbe essere utile spostare l’attenzione su come proteggere sé stessa dentro questa situazione: riconoscere quanto questo atteggiamento la ferisce, e allo stesso tempo provare a non far dipendere il suo valore dal modo in cui lui oggi si pone.
    Uno spazio psicologico può aiutarla a elaborare sia il legame che si è interrotto sia l’impatto di questa distanza così marcata. Avere un luogo in cui poter dare parola a questi vissuti — il dolore, il senso di esclusione, la difficoltà a lasciar andare — può aiutarla a non restare sola dentro questa esperienza e a costruire, nel tempo, una posizione interna meno esposta a questo tipo di risposta.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento una forte rabbia e frustrazione perché non ho mai avuto una relazione con una ragazza e non ho amici, purtroppo sto h 24 nel negozio che voglio vendere al più presto, mi da fastidio sentire le solite frasi ognuno ha i suoi tempi perché i miei tempi non arrivano mai se non mi do da fare, la cosa strana e che la rabbia è tanta ma tanta che sono diventato autodistruttivo come se mi odiassi quindi non mi va più di fare nulla su questo, ad agosto compio 29 anni i ragazzi di 18/20 anni stanno più avanti di me io ho bruciato i migliori anni perché a 28 anni se caso remoto succede non posso fare il bambino di 15 anni, ma comunque detto questo con il negozio non ho libertà e poco utile economico, non mi va di rialzarmi perché mi sento molto stanco e nervoso faccio cattivi pensieri, preferisco piuttosto che vivere nel umiliazione! Solo io sono inferiore o gli sfigati come me. Grazie a chi mi darà un consiglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    nelle sue parole si avverte un livello di sofferenza molto intenso, fatto di rabbia, frustrazione e anche di una fatica profonda che sembra aver preso spazio nel tempo.
    Da ciò che racconta, sembra che si sia costruita dentro di lei una narrazione molto dura su di sé: il sentirsi indietro, inferiore, come se ci fosse un confronto continuo con gli altri che la lascia sempre in una posizione di svantaggio. In questo confronto, ogni esperienza mancata — le relazioni, le amicizie, la libertà — sembra diventare la prova di qualcosa che “non va” in lei.
    Allo stesso tempo, emerge un altro movimento molto forte: la rabbia. Una rabbia che inizialmente sembra rivolta verso l’esterno — verso le situazioni, verso ciò che non è accaduto — ma che poi sembra rivolgersi contro di lei, trasformandosi in pensieri autodistruttivi e in quella sensazione di non avere più energia per reagire.
    In queste condizioni può accadere che si crei una sorta di blocco: da una parte il desiderio di cambiare, di darsi da fare per non restare fermi; dall’altra una stanchezza emotiva così intensa da togliere la spinta, come se ogni tentativo fosse già segnato da una previsione di fallimento o umiliazione.
    Da una parte quindi c’è una richiesta molto forte di movimento, di vita, di possibilità; dall’altra una parte che sembra sentirsi già sconfitta, che si ritira e si attacca duramente. Questo conflitto interno può diventare estremamente logorante.
    Quando scrive “preferisco piuttosto che vivere nell’umiliazione”, sembra emergere quanto il vissuto non sia solo di mancanza, ma anche di dolore identitario, come se il valore di sé fosse messo continuamente in discussione.
    Uno percorso psicologico potrebbe aiutarla a dare senso ai suoi vissuti e a questa rabbia così intensa, a comprendere cosa ha preso forma nella sua storia e come si è costruito questo sguardo così severo su di sé. Col tempo, lavorare su ciò che accade dentro di lei può permettere che quella rabbia trovi una direzione meno distruttiva e che si riapra uno spazio in cui non sia già tutto deciso in partenza.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
    Grazie per un'eventuale risposta.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    quello che sta vivendo sembra toccare aspetti molto profondi della sua esperienza, non solo legati all’infortunio in sé, ma al modo in cui questo ha modificato il suo posto nella vita quotidiana e nelle relazioni.
    Nel suo racconto prende forma una sensazione di perdita: della possibilità di essere autonoma, di prendersi cura degli altri come faceva prima, di sentirsi attiva e utile. Quando cambiamenti così importanti arrivano in modo improvviso, può accadere che non venga meno solo una funzione pratica, ma anche il senso di identità costruito attorno a quel ruolo.
    I vissuti che descrive — il senso di colpa, l’idea di essere un peso, la depersonalizzazione — possono trovare spazio proprio in questo passaggio, in cui ciò che prima definiva il suo valore sembra non essere più accessibile nello stesso modo.
    Da una parte c’è il desiderio di continuare a esserci per la sua famiglia come ha sempre fatto, dall’altra la realtà attuale che la costringe a confrontarsi con limiti nuovi e non scelti. Questa tensione può generare una grande sofferenza e una sensazione di smarrimento.
    In queste condizioni, è comprensibile che emergano pensieri così duri verso di sé: non indicano qualcosa che non va in lei, ma il tentativo di dare senso a un cambiamento che ha un impatto profondo.
    Uno percorso psicoterapeutico può accompagnarla nel rielaborare questo passaggio, aiutandola a ridefinire il proprio valore e il proprio modo di stare nelle relazioni, senza ridurlo solo a ciò che riesce a fare concretamente. Nel tempo, può diventare possibile costruire un senso di sé che includa anche questa nuova fase, permettendole di riconoscersi in modi diversi, ma non per questo meno significativi.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
    Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
    Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
    Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
    Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
    Questa situazione mi sta' distruggendo

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    dalle sue parole emerge una situazione molto faticosa, che sembra aver preso forma nel tempo e che oggi coinvolge non solo lei, ma anche i suoi figli e l’equilibrio familiare.
    Quello che descrive appare come un cambiamento progressivo: da un uso dell’alcol legato a momenti sociali, a una presenza sempre più costante e pervasiva nella quotidianità. In questo passaggio, sembra essersi modificato anche il clima relazionale: l’irritabilità, le discussioni, gli insulti, fino a momenti in cui dice di sentirsi spaventata.
    In queste dinamiche può accadere che la persona che beve tenda a minimizzare o negare il problema, mentre chi sta accanto si trova a vivere una realtà sempre più pesante, difficile da nominare e da far riconoscere. Questo scarto tra ciò che lei vede e ciò che lui riconosce può generare una sensazione di solitudine e impotenza molto intensa.
    Da una parte c’è il legame affettivo che la tiene ancora dentro questa relazione, dall’altra la preoccupazione — per sé e per i suoi figli — rispetto a un comportamento che sta diventando sempre più difficile da sostenere. Anche il fatto che i suoi figli inizino a reagire e a vergognarsi indica quanto la situazione stia trovando spazio anche nel loro vissuto.
    Quando scrive che si sente distrutta, sembra emergere non solo la fatica pratica, ma anche un logoramento emotivo profondo, legato al trovarsi ripetutamente in una situazione che non cambia, nonostante i tentativi di parlarne.
    In questi casi, più che cercare di convincere l’altro a riconoscere il problema — cosa che, come vede, spesso incontra resistenza — può diventare importante spostare l’attenzione su di lei: su quali sono i suoi limiti, cosa è tollerabile e cosa non lo è più, e quale tipo di protezione desidera costruire per sé e per i suoi figli.
    Uno spazio psicologico può aiutarla proprio in questo: a sostenere un processo in cui possa ritrovare chiarezza e forza rispetto ai suoi bisogni e ai confini di cui necessita. Col tempo, anche dentro situazioni molto complesse, può diventare possibile uscire da una posizione di sola resistenza e iniziare a costruire scelte che tengano conto delle sue esigenze.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno,
    sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buongiorno,
    leggendo il suo messaggio si avverte quanto questo momento sia attraversato da un dolore profondo, in cui il senso di colpa sembra occupare tutto lo spazio disponibile.
    Quello che descrive parla di una relazione molto significativa, vissuta con intensità e coinvolgimento, e proprio per questo la rottura e il modo in cui è avvenuta sembrano aver lasciato un segno molto forte, sia nel legame con lei sia nel modo in cui oggi guarda a sé stesso. Il gesto che racconta si colloca in una fase delicata, segnata da distanza, dubbi e cambiamenti importanti.
    A volte, in passaggi così complessi, alcune azioni prendono forma come espressione di una tensione interna difficile da nominare: da una parte il desiderio di costruire e avvicinarsi, dall’altra una paura o una fatica che trova vie indirette per manifestarsi. Questo non sminuisce l’accaduto, ma permette di leggerlo dentro un processo più ampio.
    Nel suo modo di raccontarsi sembra esserci una posizione molto dura verso sé stesso: come se quell’episodio definisse interamente chi è e cancellasse tutto ciò che c’è stato prima. Da una parte riconosce l’errore e il dolore provocato, dall’altra fatica a tenere insieme un’immagine più complessa, che includa anche le sue fragilità e i passaggi che stava attraversando.
    Un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarla a dare senso a ciò che è accaduto, passando da una lettura centrata sulla colpa a una comprensione più ampia dei suoi movimenti interni, di ciò che si è attivato e di come prendersene cura. Questo tipo di processo può diventare un’occasione preziosa per costruire nel tempo un rapporto con sé stesso più integrato e relazioni future più consapevoli.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buongiorno,
    nelle sue parole emerge tutta la fatica e il senso di impotenza che può nascere nel vedere una figlia stare male senza riuscire a trovare un modo efficace per aiutarla.
    Nel suo racconto prende forma una storia lunga, fatta di tentativi, di interruzioni e anche di un momento in cui le è stato chiesto di fare un passo indietro, probabilmente per rispettare uno spazio e un tempo di sua figlia. Eppure oggi, osservando il peggioramento, è comprensibile che si riattivi in lei il bisogno di intervenire, di non restare ferma.
    Può accadere che nei disturbi come il binge eating la richiesta di aiuto sia molto ambivalente: da una parte può esserci una sofferenza profonda, dall’altra una difficoltà a sostenere un percorso continuativo o a sentirlo come possibile. In alcuni momenti, anche la vicinanza dei familiari può essere vissuta come pressione, pur nascendo da una grande preoccupazione e affetto.
    In questo senso si può creare una dinamica delicata: da una parte il desiderio di aiutarla e proteggerla, dall’altra il bisogno, da parte di sua figlia, di mantenere un proprio spazio e una propria autonomia, anche quando questo porta a scelte che fanno soffrire chi le sta accanto.
    In una situazione così complessa, può essere utile spostare parzialmente il focus: non tanto su “come farla cambiare”, quanto su “come esserci” in un modo che possa restare aperto e non invasivo. A volte piccoli segnali di presenza, non giudicanti e non pressanti, possono nel tempo mantenere un legame che renda più possibile, quando sarà pronta, un nuovo avvicinamento alla cura.
    Allo stesso tempo, anche per lei può essere importante avere uno spazio in cui elaborare questa fatica, trovare un modo per sostenere il legame senza sentirsi sola e senza doversi arrendere completamente. Uno spazio psicologico può aiutare a dare senso a questa posizione così difficile, tra il desiderio di aiutare e il rispetto dei confini dell’altra persona.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Domande su Tossicodipendenza

    Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buongiorno,
    dalle sue parole si coglie quanto questa situazione sia carica di preoccupazione, dubbi e anche di fatica nel capire a cosa dare fiducia.
    Nel suo racconto emerge un cambiamento importante nell’uso di sostanze del suo ex compagno, soprattutto dopo un evento significativo come la perdita della madre, e questo può rendere tutto ancora più complesso da leggere. Allo stesso tempo, il fatto che lui si sia allontanato e riferisca di aver smesso da alcune settimane può generare in lei una forte oscillazione tra il voler credere a ciò che dice e il timore di essere nuovamente delusa.
    Può accadere che, anche dopo un uso intenso, una persona riesca a interrompere, soprattutto se avviene un cambiamento nelle condizioni di vita o una motivazione forte. Allo stesso tempo, nei percorsi di dipendenza sono frequenti momenti di difficoltà, possibili ricadute e talvolta anche una comunicazione poco trasparente legata proprio alla relazione con la sostanza.
    In questo senso, più che cercare una certezza immediata su ciò che lui sta facendo, potrebbe essere importante riportare l’attenzione su ciò che questa situazione sta muovendo in lei: il bisogno di chiarezza, di fiducia, ma anche di protezione rispetto a una relazione che sembra aver attraversato momenti complessi. Da una parte può esserci il desiderio che lui stia davvero meglio, dall’altra il bisogno di non esporsi nuovamente a qualcosa che potrebbe farla stare male.
    Uno spazio psicologico potrebbe aiutarla a orientarsi tra dubbi e bisogni e a trovare un equilibrio che tenga conto anche del suo benessere.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Sono al primo anno fuori corso di giurisprudenza. Ho sempre fatto tutti gli esami in regola ma da un anno quasi studio con difficoltà e lentezza. Amo la mia facoltà e non vedo l’ora di iniziare a lavorare, ma mi sento bloccata. Come posso risolvere questa situazione?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buongiorno,
    nelle sue parole si sente una distanza tra ciò che desidera e ciò che riesce a fare in questo momento: da una parte l’interesse per la sua facoltà e la voglia di iniziare a lavorare, dall’altra una fatica che rallenta e la fa sentire bloccata.
    Il fatto che fino a poco tempo fa riuscisse a sostenere gli esami con regolarità rende questo cambiamento ancora più difficile da comprendere e accettare. Quando qualcosa che prima funzionava smette di essere fluido, può emergere frustrazione, ma anche un senso di smarrimento rispetto a sé stessi.
    A volte questi blocchi si collocano proprio nelle fasi finali di un percorso: da una parte c’è la spinta ad arrivare, a concludere, dall’altra possono attivarsi pensieri legati al “dopo”, alle responsabilità, alle aspettative, anche personali. Non sempre questi aspetti sono immediatamente consapevoli, ma possono influenzare il modo in cui si riesce a stare nello studio.
    In questo senso, la lentezza che descrive potrebbe non essere solo un ostacolo, ma anche un segnale: qualcosa che sta chiedendo di essere ascoltato e compreso.
    Darsi uno spazio per esplorare cosa è cambiato nell’ultimo anno — non solo nello studio, ma nel modo in cui vive questo passaggio — può aiutarla a sbloccare gradualmente la situazione, ritrovando un ritmo che sia più in sintonia con ciò che sta attraversando.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
    Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
    Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
    Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
    Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
    Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
    Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
    Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
    Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
    Perché non ho un hobby?
    Pecche non so cosa mi piace?
    mi piace tutto o non mi piace nulla?
    Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
    La storia di Simone che significa?
    Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
    Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
    Perché lo sto facendo adesso?
    Che colpa ne ho io?
    Che senso ha la mia vita adesso?
    Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
    Lo provo sempre in realtà
    Che lezione devo imparare ancora?
    Perché l’amore non arriva?
    Cosa devo capire prima che arrivi?
    È questo no?
    Il motivo.
    Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
    E chi pensa a me?
    Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
    Non ho più voglia
    Tutto questo male
    Mi porta solo più confusione
    E scriverlo è stato peggio
    Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
    Sono questa da anni
    Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buongiorno,
    dal suo messaggio arriva una sofferenza molto intensa, e la sensazione di essere davvero al limite, come se tutto fosse diventato troppo da sostenere.
    Le tante domande, la confusione, la stanchezza profonda e il pensiero ricorrente di sparire sembrano riempire tutto lo spazio, senza lasciarle momenti di tregua.
    Quando il dolore diventa così continuo e il pensiero del suicidio inizia a tornare con questa frequenza, è importante chiedere aiuto ad un professionista e non restare sola dentro questa sofferenza. È fondamentale avere accanto qualcuno che la possa accogliere e con cui condividere ciò che sta vivendo. Qualora dovesse sentirsi in pericolo, si rivolga direttamente al pronto soccorso.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silana Grilli


    Buongiorno.dottore scrivo per 1 consiglio,mio figlio affetto da schizzofrenia da anni. Non ha molta cognizione del tempo e del cmportamento verso altri...io vivo con mio compagno. E mio figlio con la moglie...io collaboro molto con loro sia per le cure che per altro..il problema che mio compagno non vuole capire la mia situazione...e non accetta che mio figlio venga spesso da me.. senza avvertire.dice che io l'ho abituato male..e si arrabbia anche con lui...non capisce cosa vuol dire combattere con un paziente con questa patologia.. cosa posso fare? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buongiorno,
    dalle sue parole si sente quanto sia impegnativo stare dentro a una situazione che la chiama contemporaneamente come madre e come partner.
    Nel suo racconto emerge la fatica di tenere insieme due bisogni importanti: la presenza accanto a suo figlio, che convive con la schizofrenia e può avere difficoltà nel regolare tempi e comportamenti, e il desiderio di sentirsi compresa dal suo compagno, che invece sembra fare più fatica a stare in questa complessità.
    È come se lei si trovasse in una posizione di mezzo, dove da una parte c’è una relazione che richiede adattamento, flessibilità e una presenza costante, dall’altra una relazione che sembra aver bisogno di confini più chiari e prevedibili. Stare in questo spazio può essere molto faticoso, soprattutto quando si ha la sensazione di non essere compresi fino in fondo.
    Può accadere che chi non vive direttamente il contatto con questa patologia faccia più difficoltà a coglierne le implicazioni quotidiane, e che quindi alcuni comportamenti vengano letti come scelte più che come espressione della difficoltà.
    Uno spazio psicologico o anche un supporto familiare potrebbe aiutarla a non sentirsi sola in questa gestione così delicata, e a trovare modalità che tengano insieme sia il legame con suo figlio sia quello con il suo compagno.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silana Grilli


    Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fondato. Sto cercando di capire se ciò che sperimento possa rientrare in un profilo di neurodivergenza (come l'ADHD) o se sia riconducibile a una disregolazione emotiva e ansiosa. Ho provato a fare una lista di ciò che provo/che ho passato:

    —Talvolta soffro di insonnia causata da pensieri stupidi che non riesco a fermare. Riesco ad addormentarmi solo se sono veramente esausta.
    —In merito ai pensieri che non riesco a fermare, mi sento come se avessi una sottospecie di disco rotto nel cervello che non smette mai di suonare.
    —Mi capita molte volte di sentirmi 'fuori luogo' e di ripensare a ciò che dico/faccio. Se commetto un errore ci rimurgino sopra per ore.
    —Ho sempre avuto difficoltà a seguire le lezioni sia scolastiche che universitarie. Dopo un po' il mio cervello si disconnette, e perdo il filo. A tal proposito, mi capita di dimenticare le cose sul momento e di interrompere una conversazione prima che mi scordo qualcosa.
    —Sotto forte stress tendo a dissociarmi.
    —A causa di molti di questi punti mi è capitato di avere episodi depressivi.

    Vorrei solo sapere se sia opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico o meno. Vi ringrazio per la disponibilità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buongiorno,

    leggendo il suo messaggio si coglie uno sforzo attento nel cercare di osservare e dare un senso a ciò che sta vivendo.
    Da ciò che descrive, sembrano prendere forma diverse esperienze: pensieri che faticano a fermarsi, una sensazione di mente sempre attiva, difficoltà a mantenere l’attenzione, momenti in cui si sente fuori luogo o tende a rimuginare, fino ad arrivare, sotto stress, a vissuti di distacco. Tutti questi elementi, messi insieme, possono risultare faticosi e anche disorientanti.
    In questi casi può accadere che si cerchi una cornice chiara — come quella dell’ADHD o della neurodivergenza — per comprendere meglio ciò che si sta vivendo. Allo stesso tempo, esperienze simili possono anche prendere forma all’interno di una regolazione emotiva più complessa, in cui ansia, pensiero ripetitivo e difficoltà attentive si intrecciano tra loro.
    Da una parte quindi emerge il bisogno di dare un nome e un ordine a ciò che sente; dall’altra il rischio è che una definizione troppo rapida non riesca a cogliere fino in fondo la complessità della sua esperienza.
    Uno spazio psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: esplorare con più calma questi aspetti, comprendere come funzionano insieme e valutare, all’interno di un percorso, se abbia senso orientarsi anche verso un approfondimento diagnostico più specifico.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silana Grilli


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

    Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

    Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

    Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

    La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
    E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
    Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
    (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    da ciò che racconta emerge quanto questa relazione abbia avuto per lei un peso importante, non solo dal punto di vista affettivo, ma anche nella quotidianità. Parla di telefonate continue, presenza reciproca, condivisione spontanea delle giornate, sostegno emotivo e di una sintonia che sembra essersi costruita molto rapidamente e in modo profondo.

    È comprensibile quindi che oggi la chiusura la lasci spaesata, soprattutto perché sembra che tra voi si fosse creato un equilibrio molto coinvolgente, che però nel tempo ha iniziato a scontrarsi con alcuni limiti concreti della situazione.

    Da una parte lui le ha mostrato vicinanza, presenza e coinvolgimento; dall’altra, però, è rimasto dentro una relazione già esistente e alla fine ha scelto di non modificare realmente la sua vita. Questo può creare molta confusione emotiva, soprattutto quando i segnali ricevuti sembrano andare in direzioni diverse.

    Il rischio, in situazioni come questa, è di restare molto concentrati sull’intensità del legame o su ciò che “avrebbe potuto essere”, facendo più fatica a guardare ciò che l’altro, concretamente, sente di poter costruire oppure no. A volte due persone possono stare molto bene insieme e volersi sinceramente bene, ma non riuscire comunque a trovarsi nella stessa disponibilità emotiva o progettuale.

    Mi sembra importante anche ciò che dice quando racconta di non avergli mai chiesto di lasciare la compagna. Questo restituisce l’idea di una posizione lucida e rispettosa, pur dentro un coinvolgimento molto forte. Allo stesso tempo, è comprensibile che oggi senta il dolore di una possibilità rimasta incompleta e difficile da collocare.

    Forse potrebbe esserle utile, con il tempo, provare a spostare lentamente l’attenzione da ciò che questa relazione “avrebbe potuto diventare” a ciò che le ha mostrato sui suoi bisogni affettivi e relazionali nel presente: il desiderio di vicinanza, continuità, reciprocità e possibilità concreta di esserci davvero nella vita dell’altro.

    Un caro saluto,
    Dott.ssa Silvana Grilli


    Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    comprendo la difficoltà di ciò che sta attraversando.
    Dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, che sembra accompagnarla da molti anni e che prende forma soprattutto all’interno delle relazioni affettive. Nel suo racconto colpisce quanto il desiderio di vicinanza e il bisogno di protezione sembrino intrecciarsi costantemente con paura, vergogna, ansia e vissuti di forte esposizione.
    Le esperienze che descrive — dai primi contatti con i ragazzi, fino all’episodio molto invasivo vissuto durante la sua adolescenza — sembrano aver contribuito a rendere l’intimità un luogo emotivamente molto complesso: da una parte desiderato, dall’altra vissuto come qualcosa che può mettere profondamente a rischio. In questo senso, i pensieri intrusivi che compaiono nelle relazioni potrebbero non riguardare esclusivamente il reale valore dell’altro o l’autenticità dei suoi sentimenti, ma anche il modo in cui la vicinanza emotiva attiva stati di allarme molto intensi.
    Nel suo racconto sembra esserci un movimento ricorrente: quando l’altro è distante o irraggiungibile può essere desiderato; quando invece la relazione diventa concreta, intima e coinvolgente, emergono rapidamente repulsione, vergogna, dubbi, bisogno di fuga e una grande attenzione verso dettagli fisici o comportamentali. Come se la mente cercasse continuamente un elemento capace di ristabilire distanza e protezione nel momento in cui il legame diventa troppo vicino.
    Allo stesso tempo, il fatto che oggi lei riesca a interrogarsi con tanta lucidità su ciò che prova, riconoscendo la complessità e l’ambivalenza dei suoi vissuti, mostra anche una parte di sé molto osservante e riflessiva. Questo è un elemento prezioso nel lavoro terapeutico.
    Comprendo il timore che, nel percorso di psicoterapia, possa emergere la conclusione che “non lo ha mai amato davvero”, ma spesso percorsi come il suo non portano semplicemente a stabilire se una relazione sia giusta o sbagliata. Piuttosto, aiutano gradualmente a comprendere che cosa accade dentro di sé nel momento in cui si entra in un legame, quali paure si attivano, quali bisogni cercano spazio e quanto il passato continui ad attraversare il presente.
    La psicoterapia può fornirle lo spazio necessario in cui comprendere meglio i suoi movimenti interni senza dover scegliere immediatamente tra il restare o l’andare via, ma provando prima di tutto a dare senso a ciò che sta vivendo.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    comprendo la sua difficoltà attuale: descrive un momento di vita molto delicato, in cui sembrano intrecciarsi contemporaneamente desiderio di autonomia, paura del fallimento, bisogno di costruire qualcosa di proprio e timore profondo di perdere ciò che ha conquistato.
    Il trasferimento, il tentativo di inserirsi in un nuovo contesto lavorativo e la scelta di allontanarsi da un ambiente percepito come tossico sembrano rappresentare, insieme, un passaggio importante verso una vita più adulta e personale. Per questo motivo, è comprensibile che l’esperienza vissuta durante lo stage abbia avuto un impatto così forte: non sembra aver toccato soltanto il piano lavorativo, ma anche aspetti più profondi legati al sentirsi adeguata, riconosciuta e capace di trovare il proprio posto.
    Nel suo racconto si percepisce una tensione molto intensa tra due movimenti opposti: da una parte la spinta a costruire la propria vita, restare lì, lavorare, sentirsi indipendente; dall’altra la paura che ogni nuovo contesto possa trasformarsi nuovamente in un luogo doloroso, giudicante o umiliante. È come se il desiderio di andare avanti convivesse costantemente con il bisogno di proteggersi dal rischio di sentirsi nuovamente ferita.
    In momenti come questi può accadere che la mente, nel tentativo di prepararsi al peggio, inizi ad anticipare scenari di fallimento, esclusione o inadeguatezza. Tuttavia, il fatto che oggi lei senta così tanto il bisogno di costruire stabilità, continuità e un futuro personale racconta anche una parte di sé vitale, progettuale e orientata alla crescita.
    Mi colpisce anche quanto lei sembri misurare il proprio valore confrontandosi con il percorso delle altre persone (come, ad esempio, le sue amiche si sposano), come se il sentirsi “indietro” rischiasse di trasformare una fase di difficoltà e transizione in una conferma globale di aver “sbagliato tutto”. Eppure, da ciò che racconta, non sembra emergere il fallimento di una persona che non prova a costruire la propria vita, ma piuttosto la fatica di qualcuno che sta attraversando un passaggio molto incerto e ancora non stabilizzato.
    Il fatto che abbia scelto di interrompere uno stage che la faceva stare male, pur nel timore delle conseguenze economiche e pratiche, potrebbe anche essere letto come un tentativo di riconoscere un limite e proteggersi da un’esperienza percepita come dannosa. Questo non cancella la paura né le difficoltà attuali, ma racconta forse una maggiore attenzione verso ciò che le fa bene e ciò che la ferisce.
    Comprendo la sua domanda sul “quanto tempo darsi”, ma spesso nei momenti di forte ansia il rischio è quello di vivere il futuro come una sentenza definitiva da risolvere subito. A volte può essere più utile provare a pensare un passo alla volta: comprendere cosa le serve oggi per sentirsi un po’ più sostenuta, quali contesti potrebbero farla sentire maggiormente al sicuro e come mantenere uno spazio — anche flessibile — in cui continuare a dare senso a ciò che sta vivendo.
    Il percorso psicologico che ha già iniziato potrebbe aiutarla proprio in questo: non soltanto a “gestire l’ansia”, ma anche a comprendere più profondamente cosa si attiva nei momenti di cambiamento, di esposizione e di giudizio, così da poter costruire nel tempo una fiducia più stabile nelle proprie possibilità e nel proprio modo di stare nel mondo.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Buonasera
    Sto vivendo un momento un po' doloroso
    Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
    Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
    Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
    Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
    Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
    Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
    Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
    Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
    Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    quello che descrive sembra essere un legame che le ha smosso qualcosa di molto intenso, e probabilmente proprio per questo oggi il “no” di questa ragazza le fa così male e lascia aperta la speranza che possa cambiare idea.
    Da ciò che racconta, però, sembra importante tenere insieme due aspetti: da una parte il fatto che tra voi ci sia stato un interesse reciproco reale, dall’altra il fatto che lei, almeno in questo momento, sembri percepire la relazione come qualcosa che la spaventa o che teme possa diventare doloroso.
    A volte può accadere che una persona provi coinvolgimento emotivo e contemporaneamente senta di non riuscire a vivere quel legame con serenità, soprattutto se alcuni aspetti della relazione riattivano esperienze passate o timori già conosciuti. Nel suo caso, sembra che i litigi e alcune reazioni emotive intense abbiano avuto per lei un peso importante, al punto da farle vivere la relazione più come un rischio che come una possibilità.
    Comprendo quanto possa essere difficile accettare questa distanza, soprattutto quando sente di essere disposto a mettersi in discussione e a migliorare. Tuttavia, il rischio in questi momenti è di concentrarsi molto sull’idea di convincere l’altro o di dimostrare che “potrebbe funzionare”, restando in attesa di un eventuale ripensamento.
    In realtà, il fatto che lei oggi riconosca alcuni aspetti delle sue reazioni e desideri lavorarci sopra può avere un valore importante prima di tutto per sé stesso, indipendentemente da come andrà questa relazione. A volte i legami che ci coinvolgono di più riescono anche a mostrarci parti di noi che chiedono di essere comprese meglio.
    Per quanto riguarda un possibile cambiamento da parte sua, nessuno può prevederlo con certezza. Le persone possono cambiare idea, così come possono confermare nel tempo le proprie scelte. Forse, più che cercare di capire se lei tornerà, potrebbe esserle utile provare a chiedersi cosa questa esperienza stia mettendo in luce dentro di lei: nel modo di vivere il conflitto, l’attesa, il bisogno dell’altro e la paura di perdere il legame.
    Un caro saluto,
    Dott.ssa Silvana Grilli


    Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
    A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
    Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
    Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.

    Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    prima di tutto credo sia importante riconoscere il valore del gesto che ha fatto scrivendo qui. Da ciò che racconta sembra che per molto tempo abbia cercato di gestire tutto da sola.
    Le difficoltà che descrive non sembrano affatto “banali” o legate a una mancanza di volontà o maturità. Al contrario, spesso comportamenti come strapparsi ciglia, sopracciglia o capelli, così come il rapporto altalenante con il cibo, possono esprimere difficoltà profonde e diventare nel tempo dei tentativi per trovare una forma di regolazione emotiva, soprattutto quando si vivono tensioni, fatica o stati emotivi difficili da nominare e contenere.
    Comprendo quanto possa spaventare il fatto di sentire che oggi questi impulsi siano diventati più forti e frequenti rispetto al passato.
    Il fatto che lei dica di considerare questo messaggio “un passo avanti” mi sembra molto significativo. A volte il primo movimento importante non è riuscire subito a controllare il sintomo, ma iniziare a uscire dall’isolamento e permettere a qualcuno di vedere ciò che fino a quel momento era rimasto solo dentro di sé.
    Credo che uno spazio psicologico potrebbe esserle molto utile, anche perché ciò che descrive merita di essere accolto con attenzione e senza giudizio. Non per “correggere” dei comportamenti, ma per comprendere insieme quali sofferenze e quali bisogni questi gesti stiano cercando di esprimere.
    Un caro saluto,
    Dott.ssa Silvana Grilli


    Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    nelle sue parole si sente molta solitudine, ma anche una stanchezza profonda legata al sentirsi costantemente “fuori” da qualcosa che vede accadere agli altri in modo apparentemente naturale.

    Da ciò che racconta sembra che, nel tempo, il dolore di non sentirsi scelto abbia iniziato a trasformarsi anche in uno sguardo molto duro verso sé stesso. Non parla soltanto della difficoltà ad avere una relazione, ma di una sensazione più ampia di non essere abbastanza interessante, abbastanza desiderabile o abbastanza “giusto” per poter occupare un posto significativo nella vita di qualcuno.

    Comprendo quanto possa essere frustrante sentire ripetere frasi come “ognuno ha i suoi tempi” quando dentro di sé si vive invece la percezione di un’attesa che sembra non finire mai. Da una parte c’è il desiderio molto umano di amare ed essere amato, dall’altra sembra essersi costruita nel tempo una convinzione dolorosa: quella di essere destinato a rimanere escluso da questa possibilità.

    A volte, quando si sperimentano per molto tempo vissuti di rifiuto, confronto o senso di inadeguatezza, può accadere che non sia più soltanto l’altro a spaventare, ma anche ciò che il contatto con l’altro rischia di far sentire di sé. E allora il blocco, l’evitamento, la difficoltà nello sguardo o nell’affezionarsi possono diventare modi per proteggersi da una sofferenza percepita come già scritta.

    Un percorso psicologico potrebbe esserle d'aiuto nel comprendere più a fondo come si sia costruita nel tempo questa immagine di sé così severa e solitaria, e come mai il desiderio di vicinanza sembri accompagnarsi contemporaneamente alla paura di non poter essere davvero accolto. Questo lavoro, nel tempo, potrebbe aiutarla a trovare nuovi modi di abitare le relazioni, in cui potersi iniziare a sentire visto e accolto.

    Un caro saluto,
    Dott.ssa Silvana Grilli


    Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    nelle sue parole si sente tutta la fatica di stare dentro una situazione molto dolorosa, sospesa tra la presenza quotidiana e la consapevolezza di una separazione in corso.

    Da ciò che racconta emerge un elemento importante: il fatto che stia cercando di interrogarsi sui propri comportamenti, sulle dinamiche della relazione e sul dolore dell’altra persona, invece di restare soltanto nella rabbia o nella richiesta di essere rassicurato. Questo non significa necessariamente che la relazione possa ricomporsi, ma sembra indicare un movimento di riflessione che può avere un valore profondo, indipendentemente dall’esito.

    Comprendo quanto possa essere difficile condividere ancora gli stessi spazi in una fase così delicata. Da una parte c’è il desiderio di non peggiorare ulteriormente la distanza, dall’altra la paura che ogni giorno trascorso insieme possa confermare a sua moglie la tristezza e il distacco che oggi sente nella relazione.

    In momenti come questi, però, il rischio maggiore spesso non è tanto la convivenza temporanea in sé, quanto il tentativo di utilizzare questo tempo per convincere l’altro, dimostrare qualcosa o ottenere una riapertura emotiva immediata. I cambiamenti più autentici tendono a prendere forma quando non sono mossi solo dalla paura di perdere il legame, ma da una comprensione più profonda di sé e delle dinamiche relazionali.

    Anche la scelta di andare via temporaneamente o restare andrebbe pensata non solo in funzione della possibilità di “salvare” il rapporto, ma cercando di comprendere quale soluzione possa permettere ad entrambi di attraversare questo passaggio con meno sofferenza e maggiore chiarezza.

    Uno spazio psicologico potrebbe aiutarla a dare senso a ciò che sta accadendo e a comprendere più a fondo questi movimenti emotivi e relazionali, che spesso in momenti così dolorosi rischiano di confondersi tra paura, colpa, speranza e bisogno di riparazione.

    Un caro saluto,
    Dott.ssa Silvana Grilli


    Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    quello che descrive è un dubbio molto comprensibile, soprattutto quando si è alla ricerca di una persona con cui iniziare un percorso così personale e delicato.
    Uno psicologo specializzando in psicoterapia è già un professionista abilitato, iscritto all’Ordine degli Psicologi, che sta approfondendo la propria formazione clinica attraverso una scuola di specializzazione quadriennale. Questo significa che può svolgere colloqui psicologici, continuando parallelamente a formarsi e ad essere supervisionato.
    A volte si può pensare che un professionista ancora in formazione sia meno preparato, ma da ciò che scrive sembra emergere anche un altro aspetto importante: il fatto che alcuni di quei profili le abbiano trasmesso qualcosa. E questo, nella scelta di un terapeuta, ha spesso un valore molto significativo.
    Da una parte è importante affidarsi a una figura competente, dall’altra il percorso terapeutico prende forma soprattutto all’interno della relazione che si costruisce nel tempo, nel sentirsi accolti, ascoltati e a proprio agio.
    Spesso professionisti in formazione portano uno sguardo molto attento, motivato e aggiornato proprio perché immersi in un processo continuo di studio, supervisione e confronto clinico.
    Il mio suggerimento è di concedersi un primo colloquio e ascoltare come si sente in quella relazione: spesso è proprio lì che iniziano a emergere elementi importanti per capire se quello spazio può fare al caso suo.
    Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli


    Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
    Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
    io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
    a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
    nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.

    Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
    circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato

    2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia

    ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi

    sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Silvana Grilli

    Buonasera,
    quello che descrive sembra molto legato non solo a una scelta di vita concreta, ma anche al significato emotivo che il “tornare” ha assunto per lei nel tempo.
    Da ciò che racconta, il trasferimento di 21 anni fa è coinciso con un momento molto delicato della sua vita, in cui allontanarsi dai suoi luoghi d’origine sembra aver rappresentato anche un modo per prendere distanza da dinamiche familiari e vissuti che la facevano stare profondamente male. È comprensibile quindi che oggi l’idea di rientrare possa riattivare paura, ansia e insonnia, anche se le condizioni della sua vita sono molto diverse rispetto ad allora.
    In realtà, nel suo racconto emergono anche tanti elementi di stabilità e crescita: una famiglia costruita nel tempo, un percorso personale importante, un lavoro, una maggiore consapevolezza di sé. Questo significa che oggi non è più la persona che era a 23 anni, anche se alcune paure sembrano riaccendersi davanti alla possibilità di tornare vicino ai luoghi del passato.
    Da una parte sente il desiderio di una vita che immagina più vicina ai vostri bisogni, ai legami, agli affetti e a una quotidianità più ricca e serena; dall’altra teme di perdere l’equilibrio costruito con fatica o di ritrovarsi nuovamente intrappolata in una sofferenza già vissuta.
    Il fatto che lei sia così in ansia non significa necessariamente che stia facendo la scelta sbagliata. A volte, quando una decisione tocca aspetti profondi della propria storia, è normale che emergano paura e bisogno di protezione, soprattutto se in passato ci sono stati episodi depressivi importanti.
    Forse potrebbe aiutarla provare a distinguere il passato dal presente: i luoghi sono gli stessi, ma lei oggi ha risorse, relazioni e strumenti diversi rispetto ad allora. Anche il fatto che stia cercando di riflettere con attenzione, invece di agire impulsivamente, sembra indicare una modalità più consapevole di affrontare questa fase.
    Uno spazio psicologico potrebbe esserle utile proprio per attraversare questo momento con maggiore chiarezza, senza sentirsi obbligata a scegliere tra entusiasmo e paura, ma provando a comprendere meglio cosa sente di poter sostenere davvero oggi.
    Un caro saluto,
    Dott.ssa Silvana Grilli


Domande più frequenti

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