Sn una mamma da 7 anni ho una bambina con una malattia genetica rara la slca1 e sn ormai sfinita.car
Sn una mamma da 7 anni ho una bambina con una malattia genetica rara la slca1 e sn ormai sfinita.caratterialmente mia figlia è difficile e con me oramai c è solo conflitto e urla io nn riesco più a gestire la situazione ho forte stress il papà mi aiuta ma nn basta ovviamente mia figlia ha un amore incondizionato x mio marito perché nn la sgrida mai e io passo sempre in cattiva luce non so più come comportarmi mia figlia ha spesso crisi di urla e iperattiva e io mi sento ormai stanca e depressa
56 risposte
Gentile Utente, dalle sue parole emerge tutta la fatica di una mamma che da sette anni si prende cura di una bambina con bisogni complessi. Mi colpisce una frase: *"Io non riesco più a gestire la situazione."* Credo che sia importante ascoltarla senza viverla come un fallimento, ma come il segnale di una persona che sta sostenendo un carico molto elevato da tanto tempo. Chi si prende cura quotidianamente di un figlio con una malattia rara spesso finisce, quasi senza accorgersene, per mettere in secondo piano i propri bisogni. Lo stress, la stanchezza e il senso di impotenza possono accumularsi fino a far sentire esausti, soprattutto quando si ha la percezione di essere il genitore che deve contenere le crisi e porre i limiti. Più che chiedersi come essere una mamma diversa, forse sarebbe utile domandarsi chi si sta prendendo cura di lei. Per poter continuare a essere una base sicura per sua figlia, è fondamentale che anche lei possa avere uno spazio in cui sentirsi sostenuta, ascoltata e compresa. Le suggerirei di non affrontare tutto questo da sola. Un percorso di supporto psicologico, eventualmente affiancato da un sostegno alla genitorialità, potrebbe aiutarla a ritrovare risorse e a condividere il peso che oggi sente gravare quasi interamente sulle sue spalle. Prendersi cura di sé non significa togliere qualcosa a sua figlia: significa avere più energie per continuare a prendersi cura di lei. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa
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Buongiorno, Dalle sue parole emerge quanto il carico che sta sostenendo sia enorme. Essere mamma di una bambina con una malattia genetica rara richiede un impegno continuo, sia pratico che emotivo, ed è comprensibile che, dopo anni di questo intenso coinvolgimento, oggi si senta sfinita. Mi colpisce anche la sofferenza che prova nel rapporto con sua figlia: il conflitto costante, le urla, le crisi di iperattività e la sensazione di essere percepita come "quella che sgrida", mentre il papà sembra ricoprire un ruolo diverso. Questa dinamica può essere molto dolorosa e far nascere sentimenti di solitudine, frustrazione e senso di colpa. Quando dice di sentirsi "stanca e depressa", è importante dare il giusto valore a queste sensazioni e non affrontarle da sola. Prendersi cura di sé non significa essere una madre meno presente, ma trovare le risorse necessarie per continuare a sostenere sua figlia nel miglior modo possibile. Credo che uno spazio di ascolto possa aiutarla a comprendere meglio ciò che sta vivendo, a gestire lo stress accumulato e a individuare strategie concrete per affrontare le crisi di sua figlia e migliorare le dinamiche familiari, coinvolgendo, se possibile, anche il papà. Nel frattempo, se le è possibile, provi a concedersi, anche solo occasionalmente, dei piccoli momenti dedicati esclusivamente a sé, per permettersi di ricaricare le proprie energie emotive: anche brevi pause possono rappresentare un primo passo per affrontare con maggiore serenità le difficoltà quotidiane. Un caro saluto, Dottssa Sara Gerbi
Un percorso di Parent Training con un Analista del Comportamento sarebbe molto utile per capire la funzione delle manifestazioni di vostra figlia e per aiutarvi a gestirle attraverso l’introduzione di specifiche procedure comportamentali evidence based
Buongiorno essere genitore è uno dei fattori di stress più importanti oggi in Italia; essere genitori di una bambina con una malattia genetica rara lo è in modo esponenzialmente più elevato. Visite di controllo, cure, terapia, scuola, medici, confronto con altri genitori, sono tutte esperienze che producono una fonte di stress e disagio importanti in un genitore. Provi a richiedere un supporto psicologico di coppia e/o un parent training sul suo territorio di riferimento. In alternativa se pensa di aver bisogno maggiormente di un supporto personale, contatti un terapeuta nella sua zona. I bambini con bisogni specialil necessitano di molte cure, ma i genitori non vanno mai dimenticati! Un saluto, Antonio Pagni Fedi
Buongiorno, prendersi cura di un'altra persona non è mai facile, nonostante si faccia con il cuore e con tanta empatia ed altruismo. Spesso ci si sente sovraccarichi, stressati, ed è legittimo. Ci sono alcune strategie che si possono utilizzare nei momenti di sovraccarico e questi piccoli accorgimenti ci fanno stare meglio con le nostre emozioni, con noi stessi e , di riflesso, con le altre persone. Può chiedere aiuto a un* psicolog* per farsi affiancare in questo momento delicato, che la sovraccarica, sia per gestire le sue emozioni, sia per gestire i comportamenti di sua figlia e per capire meglio come intervenire nel modo più adeguato. Chiedere aiuto significa imparare a prendersi cura di sé e questo ci permette di stare meglio anche con gli altri. In bocca al lupo per tutto, buona giornata!
Quello che descrivi restituisce la fatica di una mamma che sta sostenendo un carico emotivo enorme. In un'ottica cognitivo-costruttivista, prima ancora di chiederti "come gestire tua figlia", è importante dare spazio a come stai tu: uno stress così prolungato può rendere tutto più difficile. Chiedere un supporto psicologico non significa essere una cattiva madre, ma prendersi cura della relazione con tua figlia partendo anche da te.
Buongiorno Signora, dalle parole che scrive emerge tutta la fatica che sta facendo e provando. In base al suo territorio di riferimento (e se non si è mai rivolta ai Servizi Territoriali), le posso anzitutto consigliare di chiedere consulenza e supporto al Servizio di Neuropsichiatria Infantile di riferimento per una presa in carico, con l'ottica di formulare un piano educativo e un progetto di vita condiviso per sua figlia ed offrire a voi famiglia varie possibilità di intervento e supporto. Secondariamente, dato il vissuto di sofferenza per porta e le difficoltà che sta affrontando come mamma e come persona, valuti una consulenza/percorso psicologico con un professionista con cui possa approfondire i vari aspetti che descrive. Un saluto, dott.ssa Filippini
Buonasera, innanzitutto mi dispiace molto per la situazione che sta vivendo: prendersi cura per anni di una bambina con una malattia genetica rara richiede un enorme dispendio di energie fisiche ed emotive. Dalle sue parole non emerge l'immagine di una "cattiva mamma", ma quella di una madre profondamente affaticata. Mi colpisce un aspetto: lei sente di essere sempre colei che deve mettere i limiti, mentre il papà viene vissuto da sua figlia come il genitore "buono". È una dinamica che può verificarsi in molte famiglie, soprattutto quando uno dei due genitori sostiene il peso maggiore della gestione quotidiana e dei momenti più difficili. Questo, però, può farla sentire molto sola. Le suggerirei di spostare per un momento l'attenzione da sua figlia a sé stessa e di chiedersi: "Come sto", Perché racconta di sentirsi sfinita, stressata e depressa. Quando un genitore è sottoposto a uno stress così prolungato è comprensibile che faccia sempre più fatica a mantenere calma e pazienza soprattutto durante le crisi comportamentali. Credo che oggi la priorità non sia trovare il modo perfetto di gestire sua figlia, ma fare in modo che anche lei possa ricevere un sostegno. Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio in cui elaborare la fatica, il senso di colpa e imparare strategie per affrontare i momenti più critici senza sentirsi completamente sopraffatta. Sarebbe utile anche coinvolgere il papà in una riflessione condivisa sulle modalità educative, non perché uno dei due abbia ragione e l'altro torto ma perché, di fronte a una situazione così complessa, è importante che possiate sentirvi una squadra e non due figure con ruoli opposti. Lei non sta chiedendo aiuto perché si sente stanca e lo sta facendo perché, dopo sette anni di grande impegno, le sue risorse sono comprensibilmente sotto pressione e prendersi cura di sé, in questo momento, significa anche prendersi cura di sua figlia. Un cordiale saluto, Dott.ssa Ilaria Castiglioni Psicologa Clinica – Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale (i.f.) Ordine degli Psicologi del Lazio
Quello che descrive è una condizione di grande carico emotivo e pratico, che molti genitori di bambini con bisogni complessi possono sperimentare. Essere costantemente impegnata nella gestione delle crisi può portare a sentirsi esausta, frustrata e senza risorse. È importante non affrontare tutto questo da sola: oltre al supporto del papà, potrebbe essere molto utile un sostegno psicologico per lei e, se possibile, un percorso di supporto alla genitorialità per aiutarvi a gestire insieme le difficoltà comportamentali di vostra figlia. Prendersi cura del proprio benessere non significa essere una mamma meno presente, ma avere più energie per affrontare una situazione tanto impegnativa.
Cara mamma, dalle sue parole emerge tutta la fatica di questi anni. Crescere una bambina con una malattia genetica rara richiede un impegno emotivo e pratico enorme, e il senso di esaurimento che descrive non va interpretato come una mancanza d'amore, ma come il segnale di un carico che sta diventando troppo pesante da sostenere da sola. È comprensibile che sua figlia manifesti comportamenti difficili e che, essendo lei la figura che più spesso deve porre limiti e gestire le crisi, venga vissuta come quella "cattiva". Questo non significa che sua figlia le voglia meno bene. I bambini tendono a esprimere le emozioni più intense proprio con le persone con cui si sentono maggiormente al sicuro. Sarebbe importante che lei e suo marito vi confrontaste sulle modalità educative, cercando di presentarvi come una squadra. Se uno dei due è sempre quello che contiene e l'altro evita di intervenire, il carico rischia di ricadere tutto su un solo genitore, aumentando il conflitto e il senso di solitudine. Mi colpisce anche quando dice di sentirsi "stanca e depressa". Non trascuri questi segnali: chi si prende cura ogni giorno di un figlio con bisogni complessi può sviluppare un forte stress, fino ad arrivare a un vero e proprio esaurimento emotivo. Chiedere un aiuto psicologico non significa essere una madre meno capace, ma prendersi cura di sé per poter continuare a prendersi cura di sua figlia. Merita uno spazio in cui poter parlare della sua fatica, delle sue emozioni e ricevere un sostegno concreto. Nessun genitore dovrebbe affrontare da solo un carico così impegnativo. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia
Gentile utente, quello che descrive fa pensare a un carico emotivo e pratico molto intenso, che dura da anni. Prendersi cura di una bambina con bisogni complessi può mettere a dura prova anche i genitori più presenti e motivati. Il conflitto con sua figlia non significa che il vostro legame sia compromesso, ma può essere il segnale di una fatica che coinvolge l'intero equilibrio familiare. Potrebbe essere utile che lei e suo marito vi confrontaste insieme con uno psicologo, per trovare modalità condivise di gestione delle difficoltà e, allo stesso tempo, offrirle uno spazio in cui poter esprimere la sua stanchezza senza sentirsi sola. Anche il suo benessere merita attenzione: prendersi cura di sé non significa sottrarre qualcosa a sua figlia, ma preservare le risorse necessarie per continuare ad accompagnarla. Un caro saluto.
Quello che stai vivendo è un carico umano, emotivo e psicologico immenso. Sentirsi sfinita, stanca e depressa dopo 7 anni passati a gestire una malattia genetica rara come la SLC6A1 – caratterizzata spesso da iperattività, crisi comportamentali, disturbi del sonno e difficoltà cognitive – non è solo comprensibile, è la reazione umana a un prolungato stato di stress cronico. Il burnout del caregiver è reale, e quando si somma alla frustrazione di sentirsi il "genitore cattivo", il peso diventa insostenibile. La tua depressione attuale non è un difetto , ma una forma di autoprotezione della tua mente: quando il livello di stress è troppo alto per troppo tempo (7 anni di iperattivazione cronica), il cervello "stacca la spina" per non bruciarsi del tutto. Quello che provi non è un fallimento genitoriale, è burnout da caregiver! in questo momento la priorità clinica non è "aggiustare" il comportamento di tua figlia, ma mettere in sicurezza te. Ti farei una domanda cruciale: “Cosa serve a lei, oggi, per respirare un'ora alla settimana? Come possiamo ridefinire i confini con suo marito affinché il carico educativo sia equo? é opportuno in questo momento offrire uno spazio protetto in cui poter dire “non ce la faccio più, sono furiosa e sono stanca” senza essere giudicata una cattiva madre. E da lì, un piccolo passo alla volta, vi aiuterei come coppia a fare fronte comune, perché un bambino con bisogni complessi ha bisogno, prima di ogni altra cosa, di genitori che si proteggono a vicenda. Serve un'alleanza educativa per far fronte alle manifestazioni neurologiche del sovraccarico della figlia. Il primo passo per cambiare le cose non è chiedere di più a se stessa, ma iniziare a chiedere aiuto per sé. Rimango a disposizione, Veronica
Buongiorno, dalle sue parole si percepisce quanto sia pesante il carico che sta sostenendo. Accudire ogni giorno una bambina con una malattia genetica rara richiede molte energie, sia fisiche che emotive, ed è comprensibile che, dopo anni, possa sentirsi profondamente stanca. Le continue urla, i conflitti e la sensazione di essere sempre "quella che sgrida", mentre il papà viene percepito come la figura più rassicurante, possono aumentare il senso di frustrazione e di solitudine. Questo non significa che lei stia sbagliando come madre, ma che probabilmente sta affrontando una situazione molto complessa con risorse che oggi si stanno esaurendo. Le emozioni che descrive meritano attenzione e ascolto. Confrontarsi con uno psicolterapeuta potrebbe offrirle uno spazio in cui alleggerire il peso che porta da tanto tempo, comprendere meglio ciò che sta vivendo e individuare strategie per affrontare le difficoltà quotidiane, coinvolgendo, quando possibile, anche il suo compagno, così da sentirvi sempre più una squadra. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un modo per prendersi cura di sé e, di conseguenza, anche di sua figlia. Le auguro di trovare il sostegno che merita. Un caro saluto. Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno. Da ciò che racconta emerge una situazione di grande complessità e di forte carico emotivo. Crescere una bambina con una malattia genetica rara e con difficoltà comportamentali richiede un impegno continuo, sia fisico che psicologico. È comprensibile che, dopo anni di questa intensa responsabilità, oggi si senta profondamente stanca e sopraffatta. Il fatto che sua figlia sembri cercare maggiormente il papà, mentre lei si ritrova a dover contenere le crisi e a porre i limiti, è una dinamica che può verificarsi in molte famiglie. Questo non significa che lei sia una "cattiva madre", ma che probabilmente sta sostenendo il ruolo più faticoso nella gestione quotidiana. Le parole che usa – "sono sfinita", "non riesco più", "mi sento depressa" – meritano però di essere ascoltate con molta attenzione. Il benessere di un genitore è fondamentale anche per il benessere del bambino, e quando lo stress diventa cronico è importante non affrontarlo da soli. Le consiglierei di intraprendere un percorso psicologico, innanzitutto per sé, come spazio di sostegno in cui poter elaborare il carico emotivo che porta da anni e ritrovare risorse per affrontare questa situazione. Se lo specialista lo riterrà opportuno, potrebbe essere utile coinvolgere anche suo marito in alcuni colloqui, così da costruire strategie educative condivise e sentirvi una squadra nella gestione delle difficoltà di vostra figlia. Chiedere aiuto non significa aver fallito come madre. Al contrario, significa riconoscere che per continuare a prendersi cura di una bambina con bisogni così complessi è necessario prendersi cura anche di sé. Un supporto psicologico può fare una grande differenza, sia nel ridurre il senso di solitudine sia nel migliorare la qualità della vita di tutta la famiglia.
Buongiorno Signora, spesso il forte stress dei caregiver può portare a stanchezza cronica o umore depresso. Le consiglio di prendersi del tempo ogni giorno da dedicare solo e unicamente a sé stessa e se questo non le fosse possibile o no bastasse consulti un professionista della salute mentale per aiutarla in questo periodo , resto disponibile per una consulenza online, un caro saluto.
Siete seguiti da qualche psicoterapeuta, come famiglia? Perché questa è la prima cosa che le consiglierei di fare. Dev'essere difficile, estenuante, vivere una situazione che non ha scelto e dalla quale non ha via d'uscita. E' importante che questa fatica, la rabbia e il dolore che sono connessi alla situazione complessiva, possano trovare spazio in un luogo di cura. Altrimenti inevitabilmente saranno agiti da lei nella relazione con sua figlia.
Salve, da ciò che racconta emerge una situazione molto pesante: non c’è solo la gestione di una bambina con una malattia genetica rara, ma anche la fatica quotidiana di essere spesso il genitore che contiene, corregge, sgrida e quindi finisce per diventare il “bersaglio” del conflitto. In questi casi è importante evitare di leggere tutto come un semplice problema di carattere della bambina o come un fallimento suo come madre. Quando ci sono crisi di urla, iperattività, difficoltà di regolazione e una condizione neurogenetica di base, serve una presa in carico integrata: neuropsichiatra infantile, psicologo dell’età evolutiva e, quando possibile, un lavoro di parent training o sostegno alla genitorialità. Il punto non è stabilire chi ha ragione tra lei e il papà, ma costruire una linea educativa comune. Se il papà consola sempre e lei corregge sempre, senza volerlo si crea un copione: mamma diventa il limite, papà il rifugio, e la bambina può aumentare l’opposizione con lei. Non perché sia “cattiva”, ma perché il sistema familiare si organizza così. Una piccola indicazione concreta: scegliete una sola regola prioritaria, non dieci. Quando parte la crisi, provi a non entrare subito nello scontro verbale. Poche parole, tono basso, stessa frase ripetuta: “Ora ci calmiamo, poi ne parliamo”. Dopo la crisi, non una lunga predica, ma una breve riparazione: “Prima è successo questo, la prossima volta proviamo così”. La coerenza tra mamma e papà è più importante della quantità di rimproveri. Sarebbe utile capire alcuni aspetti: * sua figlia è già seguita da neuropsichiatria infantile o da un centro per malattie rare? * le crisi avvengono in momenti precisi, come sonno, fame, compiti, richieste o frustrazioni? * il papà riesce a sostenere le stesse regole anche quando lei non c’è? * lei sta dormendo e recuperando almeno un po’? * questa stanchezza depressiva le sta togliendo energia, speranza o desiderio di continuare? Le suggerirei di chiedere aiuto non solo per sua figlia, ma anche per lei. Un genitore sfinito non ha bisogno di essere giudicato: ha bisogno di essere sostenuto, orientato e alleggerito. Un caro saluto.
Salve, da quanto descrive suggerirei di cominciare un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che la aiuti a trovare nuove modalità per fare fronte allo stress e per alleggerirsi della tensione accumulata fino ad ora; successivamente mi sentirei di suggerire anche un percorso di coppia in modo che lei e suo marito riusciate a trovare un nuovo equilibrio che sia meno "polarizzante", più rispettoso e più appagante per entrambi, oltre che maggiormente funzionale alla crescita di vostra figlia. Saluti. Dr. Francesco Rossi.
Buonasera, credo sia importante stringere un alleanza con suo marito, per trovare una parità genitoriale, un equilibrio che permetta a lui di intervenire un po' di più e a lei un po' di meno. Nella lotta tra il pieno e il vuoto, tra chi c'è e chi manca, le responsabilità sono di tutti e due, del pieno che riempie e non lascia entrare il vuoto, e del vuoto che rimane in disparte e lascia che al pieno il ruolo di occupare spazio. Tutti e due avete le vostre responsabilità, prendetene atto e tornate ad equilibrarle, nonostante le difficoltà, gli sforzi e il dolore. Lei sperimenterà tanto fastidio e dolore nel non intervenire, lui tanto fastidio e dolore nell'intervenire, aiutatevi a vicenda. Consapevoli dei vostri limiti e con umiltà e voglia di fare del bene a vostra figlia che non dev'essere né lasciata completamente libera né continuamente controllata.
Buongiorno,da quello che scrive emerge tutta la fatica che sta portando avanti da anni. Crescere una bambina con una malattia rara richiede un enorme dispendio di energie fisiche ed emotive, e sentirsi esausta non significa essere una cattiva madre. Significa che sta sostenendo un carico molto pesante da tanto tempo.Mi ha colpito quando dice che con sua figlia ormai ci sono solo conflitti e urla. Spesso, quando un genitore è il principale punto di riferimento nella gestione delle regole, delle crisi e della quotidianità, è anche quello che riceve più opposizione. Questo può far sentire profondamente soli e incompresi.Anche il ruolo del papà merita una riflessione. Se lui interviene poco nei momenti di difficoltà o tende a non porre limiti, è facile che sua figlia lo percepisca come la figura "più semplice", mentre lei rimane quella che deve contenere, proteggere e gestire. Questo, però, rischia di creare uno squilibrio nella coppia genitoriale e di aumentare il suo senso di solitudine. Credo che, in questo momento, la priorità non sia cambiare sua figlia, ma prendersi cura anche di lei. Quando parla di sentirsi stanca e depressa, è un segnale che merita attenzione. Per continuare a sostenere sua figlia, ha bisogno di essere sostenuta a sua volta. Le consiglierei di chiedere un aiuto psicologico, possibilmente coinvolgendo anche suo marito. Un percorso può aiutarvi a costruire strategie condivise nella gestione delle crisi, a distribuire meglio i ruoli educativi e a darle uno spazio in cui alleggerire il peso emotivo che sta portando. Non affronti tutto questo da sola. Chiedere aiuto è un atto di cura verso se stessa e anche verso sua figlia. Un caro saluto, Dott.ssa Alina Mustatea Psicologa Clinica, Psicologa Giuridica e Psicodiagnosta
Buonasera, intanto grazie per aver condiviso una parte importante della sua esperienza. Da quello che racconta, emerge quanto il carico sia grande. Essere la mamma di una bambina con una malattia genetica rara comporta sfide quotidiane che richiedono un livello di energie fisiche ed emotive molto elevato. Per quanto concerne il conflitto con sua figlia, non significa che lei sia una cattiva madre in quanto i bambini con difficoltà nello sviluppo o nella regolazione emotiva esprimono il loro disagio proprio con le persone con cui si sentono più sicuri, anche se può essere faticoso. Sarebbe importante che voi due genitori poteste confrontarvi e cercare, per quanto possibile, una maggiore condivisione delle modalità educative, così da non lasciarla sola nel contenere le crisi della bambina. La sua frase "mi sento stanca e depressa" merita attenzione.Prendersi cura di sua figlia è importante, ma lo è altrettanto prendersi cura di se stessa. Un supporto psicologico potrebbe offrirle uno spazio in cui elaborare lo stress accumulato, capire meglio ciò che sta vivendo e trovare strategie per affrontare la situazione. Se vuole mi posso rendere disponibile per un primo colloquio conoscitivo. La ringrazio e le auguro buona serata
Buongiorno, le consiglio un percorso di supporto psicologico, indispensabile per un caregiver. Cordiali saluti.
Salve, il modo in cui racconta questi ricordi mostra quanto da tempo stia sostenendo una quantità enorme di stress, tra la gestione della malattia di sua figlia, le crisi, l’iperattività e il sentirsi spesso sola nel ruolo di “quella che deve contenere”. Quando si è sempre in allerta, senza veri spazi di recupero, è naturale arrivare a un punto di sfinimento emotivo, in cui ogni conflitto pesa il doppio e ci si sente in cattiva luce anche quando si sta facendo il possibile. Il ruolo di chi si prende cura — che si tratti di un genitore o, come si dice in altri contesti, di un caregiver — è profondamente impegnativo: richiede presenza costante, energia emotiva e una capacità di tenuta che nessuno può sostenere da solo per anni. Questo carico merita spazio, ascolto e sostegno, perché non parla di debolezza, ma della fatica reale di una situazione complessa. Parlarne in terapia potrebbe aiutarla molto, non per giudicare ciò che accade, ma per darle un luogo sicuro in cui alleggerire questo peso, capire cosa la sta consumando e trovare modi più sostenibili per stare nella relazione con sua figlia senza sentirsi sempre sola o in difetto. Un saluto.
Buongiorno. La situazione di chi è caregiver (la persona che si prende cura ed assiste un familiare con malattia o disabilità in maniera continuativa) è pesante e dà stanchezza fisica e mentale. Se possibile cerchi di mantenere del tempo, anche minimo, per prendersi cura di se stessa e dei suoi stati d'animo. In alcuni comuni vi sono dei programmi specifici per dare assistenza ai caregiver. Spero inoltre che lei trovi un sostegno alla genitorialità nel centro nel quale sua figlia è seguita. Le auguro un buon proseguimento.
Mi dispiace signora per ciò che sta passando, comprendo non sia un buon momento per voi e per lei. Sicuramente si sarà rivolta ai professionisti giusti per avere consapevolezza della divergenza di sua figlia. Consiglio di affiancare una terapia familiare oppure una terapia genitoriale.
Salve,rima di tutto, voglio dirti una cosa importante: da quello che scrivi non vedo una mamma che "non è capace". Vedo una mamma che da sette anni vive una situazione estremamente impegnativa, senza la possibilità di staccare davvero. Questo logora anche le persone più forti. La malattia di tua figlia (SLC6A1, immagino sia questa a cui ti riferisci) non porta solo difficoltà mediche, ma spesso anche problemi comportamentali, impulsività, crisi emotive, iperattività e difficoltà nella regolazione delle emozioni. Questo significa che tu non stai affrontando i "normali capricci" di una bambina di sette anni. Stai affrontando qualcosa di molto più complesso. Se fossi la tua psicologa, probabilmente ti direi: "Mi sembra che tu sia arrivata al limite delle tue risorse. E quando una persona arriva al limite, non diventa una cattiva madre: diventa una persona esausta." Leggo anche un altro dolore nelle tue parole. Tu dici che tua figlia adora il papà perché lui non la sgrida mai. Questo succede molto spesso nelle famiglie in cui uno dei due genitori finisce per essere quello che contiene, mette limiti, gestisce le crisi. Non significa che tua figlia ami meno te. Significa che con te si sente abbastanza sicura da scaricare tutta la tensione che accumula. So che può sembrare un paradosso, ma molti bambini con difficoltà importanti "esplodono" proprio con il genitore che percepiscono come il loro punto di riferimento più stabile. Detto questo, c'è una cosa che mi preoccupa un po': sento che sei molto sola nel tuo ruolo. Tu dici che tuo marito ti aiuta, ma aggiungi "non basta". Mi chiedo anche se, senza volerlo, si sia creato uno squilibrio: lui protegge il rapporto con vostra figlia evitando i conflitti e tu rimani quella che deve dire sempre "no". Alla lunga questo è insostenibile. Non dovresti essere l'unica a portare il peso educativo. Vorrei anche soffermarmi su una frase che hai scritto: "Mi sento ormai stanca e depressa." Questa frase merita attenzione. La stanchezza cronica di un caregiver può trasformarsi in depressione, ansia o esaurimento emotivo. Non è un segno di debolezza, è una conseguenza possibile di anni di stress continuo. Vorrei farti una domanda, non per giudicarti ma per capire come stai davvero: Quando dici che ti senti depressa, cosa succede? Piangi spesso? Ti senti in colpa continuamente? Hai perso interesse per tutto? Ti capita di pensare: "Non ce la faccio più"? Se la risposta è sì a diverse di queste domande, penso che tu meriti un aiuto psicologico personale, non perché sei "sbagliata", ma perché hai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te. Tu ti stai prendendo cura di tua figlia da sette anni; chi si sta prendendo cura di te? Un'altra cosa che farei, se fossimo in terapia, sarebbe coinvolgere anche tuo marito. Non per dirgli che sbaglia, ma perché entrambi possiate trovare un modo più condiviso di gestire i limiti e le crisi. Quando un genitore è sempre quello "buono" e l'altro sempre quello "cattivo", entrambi finiscono per soffrire, e anche il bambino ne risente. Infine, vorrei dirti una cosa da donna a donna, ancora prima che da psicologa. Mi colpisce che tu non abbia scritto una sola parola su di te al di fuori del tuo ruolo di mamma. Hai parlato solo di tua figlia, di tuo marito, delle urla, delle crisi. È come se tu fossi scomparsa. E quando una madre sente di essere scomparsa, è un segnale che non va ignorato. Vorrei che da oggi iniziassi a concederti almeno un piccolo spazio in cui non sei "la mamma di una bambina con una malattia rara", ma semplicemente una persona. Anche mezz'ora, se possibile. Non risolverà tutto, ma è un modo per ricordare a te stessa che esisti anche tu. Ti lascio con una domanda che farei alla fine del nostro primo colloquio: Se per un momento togliessimo il senso di colpa, di cosa avresti più bisogno in questo periodo? Di riposare? Di essere capita? Di avere qualcuno che ti sostituisca qualche ora? Di poter piangere senza sentirti giudicata? La risposta a questa domanda può dirci molto su ciò che ti manca davvero. E voglio aggiungere un'ultima cosa: se nei momenti peggiori dovesse capitarti di pensare che tu o tua figlia stareste meglio se tu non ci fossi, oppure sentissi di poter perdere il controllo e farvi del male, è importante chiedere aiuto immediatamente a una persona di fiducia o a un professionista. Non perché penso che accadrà, ma perché chi vive uno stress così intenso non dovrebbe affrontarlo da sola. Io sono qui per ascoltarti. E da quello che hai scritto, sento una mamma che ama profondamente sua figlia ma che è arrivata allo sfinimento. Queste due cose possono convivere, e meritano entrambe attenzione e cura. Resto a disposizione Cordiali Saluti
Buongiorno signora, la situazione che descrive non è sicuramente facile, il suo stato di fatica è comprensibile! Il fatto che se ne stia rendendo conto e che abbia scritto è un'ottimo aspetto, forse in questo momento potrebbe esserle d'aiuto il sostegno di un professionista, potreste valutarlo anche come coppia, in modo da trovare strategie utili ad entrambi. Le consiglierei di trovare un professionsita psicoterapeuta interazionista nella sua zona, le auguro di riuscire a trovare uno spazio a lei utile.
Buongiorno, dal suo racconto emerge tutta la fatica di una madre che da anni si prende cura di una bambina con bisogni complessi. Vivere quotidianamente situazioni di forte stress, gestire le crisi e sentirsi spesso coinvolta nei momenti di maggiore difficoltà può portare, nel tempo, a un profondo senso di esaurimento emotivo. Le parole con cui descrive il suo stato – "mi sento ormai stanca e depressa" – fanno pensare a una sofferenza che merita di trovare uno spazio di ascolto. Accanto alle difficoltà legate alla gestione quotidiana di sua figlia, emerge anche quanto questa situazione stia incidendo sul suo benessere personale. Un percorso di psicoterapia potrebbe offrirle uno spazio dedicato esclusivamente a lei, in cui dare voce alla stanchezza, comprendere le emozioni che sta vivendo e ritrovare risorse per affrontare una situazione così impegnativa. Prendersi cura di sé, in un contesto come il suo, non significa sottrarre qualcosa a sua figlia, ma poter continuare a esserle accanto con maggiore equilibrio. Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Cara, sento tutta la sua stanchezza e il suo dolore. Chi si occupa dei suoi stati d'animo? Non si lasci abbandonare. Sua figlia ha bisogno di lei, ma soprattutto lei ha bisogno di sè. Se posso, una carezza
Cara mamma, da ciò che racconti emerge una grande fatica, ma anche tutto l'amore e l'impegno che stai dedicando a tua figlia. Crescere una bambina con una malattia genetica rara, che presenta crisi di urla, iperattività e difficoltà nella regolazione del comportamento, richiede un'enorme quantità di energie fisiche ed emotive. È frequente che il genitore che si occupa maggiormente della gestione quotidiana e delle regole venga percepito come "quello cattivo", mentre il genitore che interviene meno nei conflitti venga vissuto come la figura più rassicurante. Questo non significa che tua figlia ti ami di meno. Anzi, spesso i bambini esprimono le emozioni più intense proprio con la persona con cui si sentono più al sicuro. Quello che mi colpisce maggiormente è quando dici di sentirti sfinita e depressa. Questi segnali meritano attenzione. Per poter continuare a prenderti cura di tua figlia, è importante che anche tu possa essere sostenuta. Chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di responsabilità verso te stessa e la tua famiglia. Potrebbe essere molto utile avere uno spazio psicologico tutto tuo, dove poter esprimere la rabbia, il dolore, il senso di colpa e la stanchezza che stai accumulando da anni. Allo stesso tempo, sarebbe importante che tu e tuo marito vi confrontaste con i professionisti che seguono vostra figlia per costruire strategie educative condivise, in modo da non lasciarti sola nella gestione dei momenti più difficili. Non devi affrontare tutto questo da sola. Anche i genitori hanno bisogno di essere ascoltati e sostenuti. Ti incoraggio a prenderti sul serio: il tuo benessere è fondamentale tanto quanto quello di tua figlia.
Ciao! Quello che descrivi è un carico enorme: gestire quotidianamente una malattia rara, i conflitti con tua figlia, e allo stesso tempo sentirti “quella cattiva” rispetto al papà, sono tutti fattori che, sommati, portano dritti allo sfinimento che racconti. Non è un tuo limite: è il segno che stai reggendo da sola un peso che richiederebbe una rete di sostegno più ampia. La stanchezza e la tristezza profonda che senti meritano attenzione, non solo come “conseguenza” ma come qualcosa cui prestare la giusta attenzione, perché un genitore esausto fatica anche a gestire al meglio i momenti difficili con i figli. Ti consiglio vivamente di non affrontare tutto questo da sola. Ti suggerisco di prendere in considerazione un percorso psicologico che può aiutarti a reggere e in qualche modo alleggerire il carico emotivo. Prenderti cura di te non è un lusso, è ciò che permette a tutta la famiglia di reggere
Buongiorno, Le consiglio di cercare di ampliare la rete di contatti di Sua figlia, magari provi a rivolgersi ad un centro specializzato, nonché ai servizi sociali. Cordiali saluti. FG
Salve signora. La ringrazio per aver scritto di una situazione così delicata e comprendo la fatica che sta portando avanti da anni. Innanzitutto, voglio dirle che quanto lei descrive si manifesta non di rado fra coloro che si prendono cura in modo continuativo di un figlio che presenta una condizione medica complessa; questo fenomeno, che con un’espressione non clinica talvolta viene sintetizzato nella formula burnout del caregiver, merita attenzione e comprensione, tanto che viene preso in considerazione dal DSM V tr, il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali, nella sezione II, in corrispondenza della categoria chiamata “Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica”, ossia l’ultima categoria dopo le 18 relative ai vari Disturbi Mentali e la 19 categoria relativa ai 10 Disturbi di Personalità. Specificamente, siamo nella sotto-categoria “Problemi relazionali - Genitore-bambino biologico” e non si tratta di una diagnosi clinica, ma una categoria che riconosce ufficialmente come oggetto di attenzione clinica le difficoltà croniche nella relazione tra genitore e figlio, quando questa relazione è caratterizzata da un conflitto persistente, incomprensione reciproca o difficoltà a comunicare in modo efficace. Il fatto che esista una categoria dedicata a questo dice qualcosa di importante su di lei e sulle sue dinamiche familiari; dice che non si tratta di una sua mancanza personale come madre né di un segno di inadeguatezza, quanto piuttosto l’effetto di uno stress probabilmente cronicizzato per via dei passati 7 anni trascorsi portando un carico fisico ed emotivo percepito in maniera molto pesante. Ora mi preme toccare due punti distinti poiché ritengo si intreccino fra loro e vadano pertanto compresi separatamente. Il primo riguarda la dinamica con suo marito. Spesso, nelle famiglie in cui è uno il genitore più presente fisicamente, tale genitore si trova a dover gestire quotidianamente i limiti e a porre delle regole mentre l'altro interviene meno e in modo più permissivo; in questo modo si crea proprio lo schema per cui da una parte il genitore presente nelle regole viene percepito dal bambino come più severo, e quello assente dalle regole come più amabile. Dunque, non è necessariamente che sua figlia ami di più il padre, quanto che lei, probabilmente, si è trovata a occupare il ruolo di chi contiene e sgrida, mentre lui occupa quello di chi asseconda. Questo squilibrio, a mio parere, andrebbe riequilibrato, affinché lei non sia esclusa dall’affetto e dalla parte più ludica del rapporto, e includendo di più lui nella gestione dei limiti, così che entrambi i genitori siano associati sia al contenimento che alla cura, e il peso emotivo di essere il genitore che dice sempre no non ricada solo su di lei. Il secondo punto riguarda le crisi di urla e l'iperattività di sua figlia. In alcune condizioni genetiche rare, e mi permetto di dirlo con cautela, non conoscendo il quadro clinico specifico di sua figlia avendo solo cercato informazioni nel web dopo aver letto la sua domanda, alterazioni comportamentali di questo tipo possono avere una componente neurologica legata alla condizione stessa, e non essere solo questione di carattere o educazione. Per questo può essere molto utile affiancare, se non lo ha già fatto, un supporto specialistico, come per esempio, un neuropsichiatra infantile, e/o un terapista comportamentale, che valuti se ci sono strategie specifiche, anche non farmacologiche, per gestire questi episodi, così che lei non si trovi a fronteggiarli da sola con i soli strumenti educativi. Ho letto che, nel caso della malattia genetica rara di sua figlia, una dieta chetogenica che abbassi significativamente l’assunzione di carboidrati e quindi di zuccheri può rivelarsi utile specie nei casi di farmacoresistenza e, anche su questo, qualora non lo abbia già fatto, può rivolgersi ad uno specialista. Se non sa a chi rivolgersi, le suggerisco di contattare l'Associazione Italiana Glut1 dove potrà trovare supporto, guide pratiche e informazioni utili; tali associazioni sono spesso una risorsa preziosa, non solo per le informazioni cliniche ma per il confronto con altri genitori che vivono la stessa fatica quotidiana, e talvolta per indicazioni su servizi di sollievo chiamati Respite Care, che possano darle qualche ora di tregua. Infine, c’è un'ultima cosa sulla quale desidero portare la sua attenzione. Lo stress cronico e i segnali che lei descrive, quali la stanchezza profonda, un umore depresso, meritano, a mio avviso, uno spazio di ascolto dedicato a lei, che sia un percorso psicologico individuale o, se possibile, un supporto anche per la coppia genitoriale, affinché qualcuno si prenda cura di chi cura.
Buongiorno, grazie per aver trovato la forza di condividere quello che sta vivendo. Prendersi cura ogni giorno di una bambina con una malattia genetica rara e bisogni complessi richiede un enorme dispendio di energie, sia fisiche che emotive. Dalle sue parole emerge una stanchezza profonda che merita ascolto e attenzione. È comprensibile che, quando il carico è così elevato, possano aumentare i conflitti, il senso di frustrazione e la sensazione di essere sempre "quella che sgrida", soprattutto se percepisce una diversa modalità educativa da parte del papà. Questo non significa che stia sbagliando come madre, ma che probabilmente sta affrontando una situazione molto impegnativa senza avere uno spazio sufficiente per prendersi cura anche di sé. Un percorso di sostegno psicologico può aiutarla a comprendere meglio ciò che sta vivendo, a gestire lo stress e le emozioni che inevitabilmente emergono in un contesto così complesso e a individuare modalità relazionali più efficaci con sua figlia e con il suo compagno. Prendersi cura di sé non significa togliere qualcosa a sua figlia, ma acquisire risorse per affrontare con maggiore serenità le difficoltà quotidiane. Se desidera approfondire la sua situazione e valutare un percorso di sostegno psicologico, resto a disposizione per un colloquio. Sono la Dott.ssa Ilaria Redivo e può trovare il mio profilo su Mio Dottore grazie e un caro saluto
Buongiorno, nei casi come il vostro ricevere supporto psicologico è essenziale. Valuti con suo marito la possibilità di poter esser seguiti da uno specialista; l'aiuto di una figura esterna vi darebbe strumenti e nuove energie per affrontare il tutto. Cordiali Saluti Dott. Diego Ferrara
Gentile Utente, dalle Sue parole emerge tutta la fatica di chi da anni sostiene un carico emotivo e pratico molto intenso. Prendersi cura di una bambina con bisogni complessi può consumare molte energie e, quando lo stress si accumula, è comprensibile sentirsi esausta, irritabile e scoraggiata. È come cercare di tenere accesa una lampada con una batteria che da tempo chiede di essere ricaricata. Il fatto che Sua figlia sembri cercare maggiormente il padre non significa che La ami di meno, ma che con Lei esprime anche le emozioni più difficili, proprio perché rappresenta una figura di riferimento. Oltre a sostenere Sua figlia, è importante che anche Lei possa ricevere uno spazio di ascolto e supporto psicologico, affinché non resti sola a portare un peso così grande e possa ritrovare risorse per sé e per la relazione con Sua figlia.
Buongiorno, quello che sta vivendo è molto pesante e la sua stanchezza non significa che sia una cattiva madre. Prendersi cura per anni di una bambina con una malattia rara, crisi frequenti e forte iperattività può portare a un vero esaurimento emotivo. È importante che Lei e suo marito cerchiate di essere più uniti nella gestione educativa: se le regole e i limiti vengono affidati soprattutto a Lei, è comprensibile che sua figlia la percepisca come il genitore “cattivo”, mentre il papà rimane quello che non sgrida mai. Sarebbe utile concordare insieme poche regole chiare, risposte coerenti alle crisi e momenti in cui anche il papà interviene attivamente. Le consiglio inoltre di chiedere un supporto specialistico che tenga conto sia della condizione di sua figlia sia del funzionamento comportamentale ed emotivo della bambina, così da costruire strategie concrete per casa. Parallelamente, anche Lei merita uno spazio di sostegno psicologico: sentirsi sfinita e depressa è un segnale da non ignorare.
Cara, stare accanto a persone con una malattia è un lavoro arduo e richiede molto impegno, fisico e mentale. Proprio per questo le consiglierei vivamente di iniziare un percorso di sostegno psicologico, per prendersi in primis cura di lei. Resto a sua disposizione. Dott.ssa Virga Aurora
Salve, quello che racconta trasmette una grande fatica e un senso di solitudine nel portare avanti una situazione molto impegnativa. Prendersi cura di una bambina con una malattia genetica rara può richiedere energie enormi, sia sul piano pratico sia emotivo, e il fatto che lei si senta sfinita non significa che sia una cattiva madre: significa che sta sostenendo un carico molto pesante da molto tempo. È frequente che, nelle famiglie, un genitore finisca per essere percepito come quello delle regole, dei limiti e delle richieste quotidiane, mentre l’altro viene vissuto come più “permissivo” o rassicurante. Questo non significa che sua figlia ami meno lei; spesso proprio il genitore più presente nella gestione quotidiana diventa il bersaglio delle emozioni più intense. In questo momento sembra però importante che non rimanga sola con questa stanchezza. Un supporto psicologico per lei, anche specifico per genitori di bambini con bisogni complessi, potrebbe aiutarla a gestire lo stress, il senso di colpa e il rapporto con sua figlia. Potrebbe essere utile anche un supporto familiare o educativo per trovare strategie concrete nella gestione delle crisi e delle difficoltà comportamentali. Provi, se possibile, a non aspettare di arrivare al limite: anche chi si prende cura degli altri ha bisogno di essere sostenuto e di avere uno spazio per sé. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Buonasera, dalle poche righe che scrive non mi viene altro da dirle che chieda aiuto tramite un supporto di sostegno psicologico, che la può aiutare anche a cercare di gestire il rapporto con sua figlia e a cercare di ridurre questa grande fatica che traspare. Se ritiene posso essere disponibile anche online. Saluti Dario Martelli
Buonasera a lei. Comprendo che la situazione in cui sta vivendo al momento la possa portare a dei sentimenti di estrema stanchezza e frustrazione. Spesso in dinamiche simili quello che accade è che la propria individualità passi in secondo piano, in favore di una genitorialità che diventa totalizzante (a volte per necessità concrete ed oggettive). Lei stessa riconosce di sentirsi stanca e "depressa" e credo possa essere utile per la sua individualità e genitorialità dare un senso a questi sentimenti e comprendere in che modo impattano sulla sua vita e sulla sua quotidianità. Avete un sostegno comunitario/sociale a cui far riferimento? Esistono alcuni servizi nelle asl o servizi sociali di zona che potrebbero attivare interventi per la bambina e/o per voi in base alle vostre necessità o esigenze più operative. Riguardo a quello che sente lei, mi auguro e le auguro che possa trovare uno spazio individuale in cui potersi mettere al primo piano e prendersi cura di quello che sente.
Quello che descrive arriva con una forza molto chiara, e la prima cosa che sento di dirle è che la sua stanchezza non è un segno di debolezza, ma la conseguenza naturale di un carico enorme che sta portando avanti da anni, spesso senza uno spazio reale in cui poterlo alleggerire. Essere madre in generale è impegnativo, ma esserlo in presenza di una condizione genetica rara, come la SLC6A1, cambia completamente la qualità e l’intensità di questo impegno. Le parlo anche sulla base del lavoro che porto avanti in collaborazione con una psicologa infantile dello sviluppo e delle relazioni genitoriali, e situazioni come la sua non sono affatto rare: quando un bambino ha difficoltà nella regolazione emotiva, con crisi, iperattività e momenti di esplosione, è molto frequente che si crei una dinamica in cui uno dei due genitori diventa la figura che contiene, pone limiti, cerca di gestire… e finisce per essere percepito come “quello cattivo”. L’altro genitore, magari senza volerlo, rimane nella posizione più accogliente e meno conflittuale, e questo porta il bambino a rivolgersi a lui con maggiore facilità. Questo però non significa che sua figlia ami di più suo marito o che lei abbia “sbagliato tutto”. Significa che lei è diventata il punto di riferimento nelle situazioni più difficili, e questo, paradossalmente, è anche un segno di fiducia profonda, anche se oggi si esprime attraverso conflitto e urla. Il punto è che questo ruolo, portato avanti da sola e per tanto tempo, consuma. E quando si è esausti, diventa sempre più difficile mantenere calma, coerenza e pazienza, e si entra in un circolo in cui le crisi aumentano e la sensazione di non farcela più cresce. Il fatto che lei dica di sentirsi stanca e depressa è un segnale importante, che merita attenzione tanto quanto i bisogni di sua figlia. Non si tratta solo di “trovare il modo giusto di comportarsi” con lei, ma di rimettere in equilibrio il sistema familiare. Sarebbe molto utile, ad esempio, che anche il papà potesse entrare maggiormente in una posizione educativa condivisa, non solo di supporto, ma proprio di partecipazione nella gestione dei momenti difficili, in modo che sua figlia non viva questa divisione così netta tra chi contiene e chi accoglie. Allo stesso tempo, lei ha bisogno di uno spazio per sé, dove poter portare tutta questa fatica senza sentirsi giudicata. Perché reggere da sola un carico emotivo così intenso, giorno dopo giorno, porta inevitabilmente a sentirsi svuotati. Non esiste una soluzione immediata, ma esiste la possibilità di uscire da questa sensazione di solitudine e di ricostruire un modo di stare con sua figlia che non sia solo conflitto. E questo passa prima di tutto dal prendersi cura anche di lei, non solo nel senso pratico, ma nel darle uno spazio in cui poter respirare e riorganizzare le energie.
Buongiorno. Dalle sue parole si percepisce quanto possa essere stanca, motivo per cui le consiglierei di crearsi un suo spazio in cui possa darsi modo di rallentare e comprendere cosa succede e cosa può fare. Potrebbe valutare di contattare un/a psicoterapeuta per iniziare percorso individuale oppure condividere come si sente e sta anche con suo marito e valutare di fare un percorso insieme, così che possiate far circolare le vostre difficoltà supportandovi vicendevolmente nel trovare una soluzione.
Buongiorno, dal suo messaggio emerge una grande stanchezza, e credo sia importante partire proprio da questo. Prendersi cura ogni giorno di una bambina con una malattia genetica rara richiede un enorme dispendio di energie, fisiche ed emotive. Sentirsi esausta non significa essere una cattiva madre, ma una persona che sta sostenendo un carico molto importante da tanto tempo. Il fatto che sua figlia manifesti crisi di urla, iperattività e opposizione può rendere la quotidianità molto difficile. In queste situazioni è frequente che un genitore finisca per assumere il ruolo di chi mette i limiti e venga quindi percepito come quello "cattivo", mentre l'altro, intervenendo meno, venga vissuto come più rassicurante. Questo non significa che sua figlia le voglia meno bene, ma che all'interno della famiglia si sono probabilmente create dinamiche che meritano di essere comprese e affrontate insieme. Oltre ai bisogni di sua figlia, però, è importante non perdere di vista anche i suoi. Quando la stanchezza si accumula per anni, è possibile arrivare a sentirsi svuotati, irritabili e senza più risorse. Per questo motivo, prendersi cura del proprio benessere non è un atto egoistico, ma una condizione fondamentale per poter continuare a prendersi cura anche di sua figlia. Potrebbe essere utile coinvolgere anche suo marito in una riflessione condivisa su come gestire le difficoltà educative, in modo che non ricada tutto sulle sue spalle e che vostra figlia possa trovare maggiore coerenza tra voi due. Se sente che questo periodo la sta portando a vivere un forte senso di stress o sintomi depressivi, non aspetti di affrontarlo da sola. Un confronto in uno spazio dedicato può aiutarla a ritrovare un po' di respiro, comprendere meglio le dinamiche familiari e individuare strategie più sostenibili per tutta la famiglia. Se lo desidera, resto a disposizione per un eventuale colloquio conoscitivo.
Sette anni con una bambina con una malattia genetica rara, il conflitto quotidiano, la sensazione di essere sempre quella "cattiva" agli occhi di sua figlia: posso immaginare quanto tutto questo pesi, e quanto sia difficile andare avanti quando le riserve sono ormai esaurite. Questo suo sentirsi sfinita e passare sempre in cattiva luce nonostante tutto l'impegno, è qualcosa che capita spesso al genitore che si fa carico della parte più difficile della gestione quotidiana. Chi pone limiti, chi gestisce le crisi, chi dice no, tende a diventare il bersaglio delle frustrazioni del bambino, anche quando, anzi soprattutto quando, lo fa per amore. Non è un fallimento: è una dinamica molto comune, e non dice nulla di sbagliato su di Lei come madre. La stanchezza che sente non è debolezza. È il segnale che sta dando moltissimo da molto tempo, probabilmente più di quanto chiunque possa sostenere da solo. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarLa a ritrovare un po' di spazio per sé, e a gestire questa situazione con meno peso sulle spalle.
Buongiorno, dalle sue parole emerge tutta la fatica che sta vivendo. Prendersi cura di una bambina con una condizione complessa può comportare un carico emotivo molto intenso e, con il tempo, è comprensibile sentirsi sopraffatti, soprattutto quando il rapporto con sua figlia sembra essere caratterizzato prevalentemente da conflitti. Il fatto che lei riesca a dare voce a questa stanchezza è importante. A volte, quando ci si prende cura a lungo di un familiare, si rischia di mettere in secondo piano il proprio benessere emotivo, fino a sentirsi senza energie e proprio in questi momenti così delicati va tenuto a mente che, anche chi si prende cura degli altri ha bisogno di uno spazio in cui sentirsi accolto, ascoltato e sostenuto nel peso che porta ogni giorno.
Buongiorno, grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua esperienza. Da ciò che racconta, emerge una situazione molto impegnativa, che richiede ogni giorno un grande dispendio di energie fisiche ed emotive. È comprensibile che, dopo anni di cura e di gestione delle difficoltà di sua figlia, oggi si senta esausta. Credo sia importante non lasciare in secondo piano la sua sofferenza. Per prendersi cura di una figlia con bisogni complessi è fondamentale che anche il genitore possa sentirsi sostenuto e avere uno spazio in cui esprimere le proprie emozioni, senza sentirsi giudicato. Il fatto che sua figlia sembri cercare maggiormente il papà non significa che lei sia una cattiva madre o che stia sbagliando. Spesso, nelle situazioni di forte stress, si instaurano dinamiche relazionali che possono alimentare il conflitto senza che nessuno dei due lo desideri. Le suggerisco di non affrontare tutto questo da sola. Se lo desidera, possiamo approfondire insieme ciò che sta vivendo e individuare strategie che la aiutino a gestire il rapporto con sua figlia, a ridurre il carico emotivo e a ritrovare maggiore equilibrio. Resto a disposizione per un colloquio, qualora sentisse il bisogno di uno spazio di ascolto dedicato.
Insieme a tuo marito dovreste individuare una condotta comune, dovreste riuscire ad essere più coesi nell'impartire alcune regole. Mi rendo conto che non sia semplice perché ormai siete entrati in un loop dal quale è difficile uscire; mi rendo conto anche della tu stanchezza e senso di frustrazione. Nel vostro caso penso che sarebbe utile un percorso di terapia familiare o anche solo qualche seduta di supporto genitoriale. Penso che in breve tempo, acquisireste nuovi stili comunicativi e collaborativi per ritrovare l'armonia familiare, affinché tu non rischi un burnout, e tua figlia trovi il supporto per gestire le crisi di rabbia che la portano a urlare e l'impulsività. Dobbiamo sostenere i figli affinché un domani possano trovare un posto nel mondo, nonostante le loro difficoltà.
Gentile mamma, quello che sta vivendo è un carico enorme, e mi sento innanzitutto di riconoscere quanto sia stancante e doloroso occuparsi quotidianamente di una bambina con una condizione così complessa, affrontando al contempo le sue crisi, l'iperattività e un conflitto che sembra non trovare tregua. Quello che racconta rispetto alla differenza tra come sua figlia si relaziona con lei e con il papà è un aspetto importante su cui vale la pena riflettere. Spesso, nelle famiglie in cui un genitore si assume il compito più faticoso di porre limiti e gestire le crisi quotidiane, si crea questo tipo di dinamica: chi contiene e struttura viene percepito come "il cattivo", mentre chi interviene meno spesso resta associato a momenti più leggeri. Questo non significa che lei stia sbagliando qualcosa - anzi, il suo ruolo di contenimento è preziosissimo per sua figlia, anche se le costa moltissimo e non viene riconosciuto come vorrebbe. Data la stanchezza e il senso di sfinimento che descrive, sarebbe importante che lei potesse avere uno spazio tutto suo in cui essere ascoltata e sostenuta. Non si tratta solo di trovare strategie per affrontare le crisi di sua figlia, ma di prendersi cura di lei come mamma, del suo carico emotivo, della solitudine che sembra sentire in questo ruolo. Un percorso psicologico individuale potrebbe aiutarla a reggere meglio questo peso. In aggiunta, nelle vostre possibilità e se la ritenete una valida opportunità, un supporto alla genitorialità per lei e suo marito insieme potrebbe aiutarvi a trovare una maggiore sintonia nella gestione di vostra figlia, così da non sentirsi sola in questo compito così impegnativo. Le auguro di trovare presto il sostegno di cui ha bisogno. Un caro saluto, Dott.ssa Baiocchi
Ti abbraccio forte. Quello che stai vivendo è davvero molto impegnativo e dopo tanti anni è comprensibile sentirsi così stanca. Non devi affrontare tutto da sola: anche chi si prende cura degli altri ha bisogno di uno spazio per sé. Se ti fa piacere, chiamami con fiducia.
Buongiorno, prima di tutto vorrei dirle che dalle sue parole non emerge una mamma che non ama sua figlia, ma una mamma profondamente stanca. E sono due cose molto diverse. Prendersi cura ogni giorno di una bambina con una malattia genetica rara, affrontando le sue difficoltà comportamentali, le crisi e le continue richieste, è un carico emotivo enorme. È comprensibile che, dopo anni, lei si senta sfinita. La stanchezza cronica può farci sentire meno pazienti, più irritabili e persino svuotati. Questo non significa essere una cattiva madre. Mi colpisce anche il confronto che fa con suo marito. È naturale che sua figlia cerchi maggiormente il genitore che in questo momento vive come meno frustrante, ma questo non vuol dire che lei sia meno amata. Spesso il genitore che pone limiti, che gestisce le crisi e che sostiene il peso maggiore della quotidianità è anche quello che si sente più solo e più colpevolizzato. Vorrei però soffermarmi su una frase: "Mi sento ormai stanca e depressa". Non la trascuri. Chi assiste quotidianamente un figlio con bisogni complessi è più esposto a sviluppare ansia, depressione e un forte esaurimento emotivo. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un modo per prendersi cura anche della persona che si prende cura. Se ne avete la possibilità, credo che potrebbe esserle molto utile uno spazio psicologico tutto suo, in cui poter portare la fatica, la rabbia, il senso di colpa e la solitudine che spesso accompagnano questi percorsi. Non perché lei debba imparare ad amare di più sua figlia, ma perché ha bisogno di non sentirsi sola nel portare un peso così grande. Infine, mi permetto una riflessione: questa non è una sfida che deve affrontare da sola. Anche suo marito, pur con modalità diverse, fa parte della stessa squadra. Potrebbe essere utile confrontarvi non su chi è il "genitore buono" e chi quello "cattivo", ma su come sostenervi a vicenda e trovare strategie educative più condivise. Per una bambina con una condizione complessa, avere due genitori che si sentono alleati è una risorsa preziosissima. Si ricordi una cosa: anche chi si prende cura ha diritto a essere curato, ovvero accudito (anche da adulti abbiamo necessità di accudimento!). E lei, da quello che scrive, sembra averne davvero bisogno.
Buonasera, la ringrazio per aver trovato la forza di raccontare quello che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una situazione di grande fatica, nella quale da anni sta affrontando non solo le difficoltà legate alla gestione quotidiana di sua figlia, ma anche il peso emotivo di una condizione complessa come una malattia genetica rara. Essere genitore di un bambino con bisogni particolari può richiedere energie fisiche ed emotive enormi. È comprensibile che, dopo tanto tempo trascorso a fronteggiare crisi, difficoltà comportamentali e momenti di tensione, lei possa sentirsi esausta, sopraffatta e arrivare a percepire di non avere più risorse. Il rapporto conflittuale che descrive con sua figlia sembra essere diventato un circolo difficile da interrompere: più lei è stanca e sotto pressione, più può diventare difficile mantenere la calma durante le crisi; allo stesso tempo, le reazioni di sua figlia possono aumentare ulteriormente il suo senso di impotenza e frustrazione. Questo non significa che lei sia una cattiva madre, ma che probabilmente sta portando un carico troppo grande da troppo tempo. È frequente che, all'interno di una famiglia, un genitore venga vissuto come quello più "severo" perché si occupa maggiormente delle regole, dei limiti e della gestione delle situazioni difficili. Il fatto che sua figlia sembri avere un rapporto più semplice con il papà non significa che lei sia meno amata o meno importante. Spesso proprio il genitore che si prende maggiormente cura degli aspetti complessi della quotidianità finisce per vivere più conflitti. In questo momento credo sia importante non concentrarsi solo su come "gestire" sua figlia, ma anche su come sostenere lei. Lei racconta di sentirsi depressa e molto stanca: questi segnali meritano ascolto e attenzione. Anche i genitori hanno bisogno di uno spazio in cui poter esprimere la propria sofferenza senza sentirsi giudicati. Potrebbe essere utile valutare un supporto psicologico per lei e, se possibile, anche un sostegno familiare o specifico per genitori di bambini con condizioni complesse. Avere strumenti adeguati e un luogo in cui sentirsi sostenuta può fare una grande differenza. Il fatto che oggi si senta arrivata al limite non cancella tutto ciò che ha fatto in questi sette anni. Il suo messaggio racconta una mamma che ha resistito a lungo e che ora ha bisogno, anche lei, di essere aiutata e accolta. **Dottoressa Alessia Mariosa** Ricevo anche online
Mi dispiace molto per il peso che sta vivendo. Prendersi cura per anni di una bambina con una malattia genetica rara, soprattutto quando ci sono crisi, iperattività, conflitti e continui momenti di tensione, può portare a un livello di stress enorme. Il fatto che lei si senta sfinita, stanca e depressa non significa che sia una cattiva madre: può essere il segnale che il carico è diventato troppo alto e che ha bisogno di sostegno. Sarebbe utile non affrontare tutto da sola: confrontarsi con il papà per costruire regole più condivise, coinvolgere gli specialisti che seguono sua figlia e chiedere anche per sé uno spazio di supporto psicologico, online o in presenza. Quando un genitore è esausto, non serve solo “resistere”: serve essere aiutati a recuperare energie, lucidità e strumenti più sostenibili nella gestione quotidiana. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
Salve e grazie per aver condiviso la sua esperienza! Prendersi cura di una bimba con bisogni particolari può essere estremamente impegnativo, sia materialmente che emotivamente. In un contesto così complesso, è comprensibile che lei possa sentirsi stanca e scoraggiata. Potrebbe provare a parlare con suo marito della gestione dei comportamenti della bimba, in modo da seguire entrambi la stessa linea educativa e non creare la figura del genitore che sgrida e quella del genitore che acconsente. Mi sento anche di dirle, che il benessere di un genitore è strettamente legato a quello del bambino. Se non lo ha già fatto, potrebbe esserle utile rivolgersi ad uno psicologo, per avere uno spazio in cui elaborare tale carico emotivo. Spero di esserle stata utile e rimango a sua disposizione, Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Consiglio di iniziare con un percorso di sostegno genitoriale in cui si cerca di capire i comportamenti della propria figlia tramite la psicoeducazione. Inoltre, è necessario acquisire strumenti affinchè lei conosca come comportarsi nella quotidianità in modo da migliorare la relazione madre-figlia. Buona giornata!
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