Domande del paziente (17)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, il suo profondo disagio è pienamente comprensibile, dal momento che si trova divisa tra sinceri sentimenti di gratitudine per una persona alla quale vuole bene e consapevolezza razionale... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, spesso nelle donne l'ADHD o l'Autismo si manifestano in modo meno "disruptive" esternamente, ma molto faticose internamente. Tenga presenti queste tendenze sintomatologiche fondamentali.
    ADHD:... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissimo, capisco bene il suo disappunto. Lei ha agito in modo estremamente razionale: ha analizzato il problema (mancanza di supporto a Napoli) e ha proposto la soluzione più logica (trasferimento... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, quello che le è accaduto può sembrare paradossale, ma è in realtà del tutto comprensibile considerando lo stato di pressione a cui è stata sottoposta. In psicologia infatti è stato dimostrato... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Buongiorno, quello che lei descrive è un fenomeno molto comune, specialmente in chi ha sofferto di ansia e panico: si chiamano pensieri intrusivi o, in ambito clinico, ossessioni da contrasto. La cosa... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, il primo consiglio che mi permetterei di darle è quello di fare chiarezza, anche a livello terminologico, sul suo vissuto. Quello che lei descrive nei termini di "un'amicizia difficile",... Altro


    Salve sono la nonna paterna di una bimba di 30 mesi che da sempre mi adora e profondamente amo!, al punto che quando insieme preferisce un rapporto esclusivo con me preferendomi in quei momenti ai genitori e questo provoca gelosie da perte di mio figlio , la cosa mi mette profondamente a disagio poiché’ mi fa sentire di troppo ! Questo di contro non avviene con la nonna materna con la quale è costretta a stare dopo l’asilo nido . Ultimamente a scuola presenta un po’ di aggressività’ , potrebbe esserci correlazione con il tipo di rapporti con i nonni , premesso che ha ottimi rapporti genitoriali ed e’ figlia unica come mio figlio d’altronde.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima,
    manifestazioni di aggressività in bambini così piccoli possono essere abbastanza frequenti e solitamente, specie se di carattere transitorio, non hanno significato patologico e non sottendono dinamiche disfunzionali all'interno del nucleo familiare. Ciò che però le suggerisco di fare, alla luce di quanto scrive, è di continuare a coltivare la sua bella relazione con la nipote, senza però impostarla in ottica di esclusività e senza ingenerare dinamiche di gelosia/rivalità né nei confronti dei genitori, né della sua consuocera. Certamente la serenità tra gli adulti della famiglia aiuterà sua nipote a mitigare la sua momentanea aggressività.
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
    Cordialmente,

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Buonasera, vorrei innanzitutto tranquillizzarla: un episodio d'ansia (anche se intenso) di 6 mesi avvenuto dieci anni fa non provoca "danni cerebrali" irreversibili o lesioni fisiche.
    Tuttavia, a volte non è l'evento biologico ad averci cambiato, ma il trauma psicologico legato a quell'evento. Esso potrebbe infatti generare una generale perdita di fiducia: se dieci anni fa ha vissuto un crollo, potrebbe aver sviluppato inconsciamente l'idea di essere "fragile" o "rotto".
    Le consiglio quindi di continuare a lavorare su se stessa, rafforzando le sue capacità di reazione agli eventi negativi. Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Domande su consulenza psicologica

    Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Ciao, purtroppo quelli che descrivi sono proprio i segnali tipici di un disturbo del comportamento alimentare (DCA). Anche se oggi ti senti piena di energia e "vincente", ci sono dei dati tecnici e biologici che non possiamo ignorare. Innanzitutto, l'amenorrea (assenza di ciclo): 8 mesi senza ciclo non sono "poco sani", sono un segnale di emergenza. Significa che il tuo corpo è in modalità sopravvivenza: ha spento le funzioni riproduttive e ormonali perché non ha abbastanza energia per sostenerle. Questo ha impatti a lungo termine sulle tue ossa e sul tuo metabolismo. Inoltre il reflusso, come tu dici, è molto probabile che sia dovuto al fatto che lo stomaco, non ricevendo cibo regolarmente, produce succhi gastrici a vuoto o ha perso la sua normale motilità. Da ultimo il tuo peso e l'altezza suggeriscono un BMI (Indice di Massa Corporea) che rientra nella fascia del sottopeso severo.
    Alla luce di ciò, non puoi non parlarne con i tuoi genitori. Capisco il tuo timore di essere un peso, ma ti invito a riflettere su questo fatto: per un genitore, il vero "peso" non è aiutare un figlio che sta male, ma scoprire troppo tardi che il proprio figlio ha sofferto in silenzio per mesi fingendo di stare bene. I tuoi genitori vorranno sicuramente aiutarti. Il consiglio che ti do è di non vedere i medici come "quelli che ti faranno ingrassare", ma come esperti che possono aiutarti a non stare male (per il reflusso e il ciclo) senza traumatizzarti. Esistono centri specializzati in DCA dove sanno esattamente come gestire la tua paura di riprendere peso in modo graduale e rispettoso.
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
    Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
    Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, la cosa più importante che mi sento di suggerirle è di abbandonare è di abbandonare il timore di essere un fallimento. Lei è semplicemente una persona che sta cercando di reagire al meglio ad una pressione psicologica insostenibile, acuita anche dai lutti ravvicinati. In questa situazione, le consiglio vivamente di smettere di cercare l'approvazione di chi ha deciso di non concedergliela, a partire, spiace dirlo, da suo padre. Cerchi di sottrarsi al suo silenzio punitivo (che non è altro che una forma di manipolazione emotiva utile a farla sentire in colpa per costringerla a sottomettersi) e no n lasciarsi irretire da parole come "con te ho fallito" che denotano solo l'incapacità di educare, comprendere e sostenere di chi le proferisce. Consideri piuttosto il comportamento di suo fratello; il che lui provi a difenderla dimostra che, agli occhi di chi le vuole bene davvero, la narrazione di suo padre appare sbagliata.
    Tenga poi a mente che, quando siamo assaliti dall'ansia, ci sentiamo paralizzati, perché pensiamo di dovere gestire tutto subito e ciò ci appare, evidentemente, impossibile e frustrante. Cerchi invece di procedere a piccoli passi e di partire dalla cosa più importante: la cura di sé: l'università e il lavoro sono importanti, ma la sua salute mentale lo è di più. Se la mente è in fiamme, non può studiare né lavorare bene.
    Con i miei migliori saluti,
    Filippo Guizzardi


    Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissimo, quando uno dei due partner smette di avere obiettivi, trascura se stesso e rifiuta ogni stimolo esterno, spesso non è solo "pigrizia" o disinteresse verso l'altro, ma il segnale di un malessere psicologico più profondo. Questo è evidenziato anche dalla pressoché assenza, da lei denunciata, di una vita sessuale in comune da quasi quattro anni; quattro anni sono infatti un tempo lunghissimo. La sessualità è il termometro della salute di una coppia e, quando sparisce, la relazione rischia di diventare una convivenza tra fratelli o, peggio, tra conviventi estranei.
    Credo che, in questa situazione, l'unico ostacolo che la freni sia la comprensibile paura della solitudine. La invito però a cambiare la sua prospettiva: da quanto scrive, infatti, lei è purtroppo già solo; una relazione sana si basa, infatti, sul movimento reciproco. Se la sua partner resta ferma e lei è l'unico ad avanzare proposte finirà inevitabilmente per esaurirsi, finendo nel paradosso di essere formalmente in una coppia, ma sostanzialmente da solo. Non si faccia prendere dalla paura, a 41 anni lei è nel pieno della sua maturità: ha ancora tutto il tempo per ricostruire una vita insieme ad una persona che cresca con lei!
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

    Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

    Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

    Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

    La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
    E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
    Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
    (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, capisco bene il suo dolore e disappunto per un epilogo che, almeno in apparenza, risulta totalmente imprevisto. Il fatto di dover chiudere con colui che era stato il primo a cui scriveva e l'ultimo che sentiva non è facile. Tuttavia vorrei portarla a riflettere su alcuni punti. Innanzitutto, quando lui dice che "non è giusto per te" intraprendere una relazione con un uomo più grande le sta togliendo il potere di decidere cosa sia bene per lei. Spostando il problema sull'età, evita così di affrontare il vero nodo: la sua incapacità (o mancanza di volontà) di gestire il conflitto interno tra l'affetto sicuro per la compagna e l'amore destabilizzante per lei. Questo appare paradossale dal momento che lui dimostra così di vederla, allo stesso tempo, come una professionista equilibrata e intelligente e come una ragazza da "proteggere da se stessa".
    Non sminuisca il suo legittimo dolore, ma faccia attenzione anche a non cedere alla tentazione di colpevolizzarsi. Il fatto di non avergli chiesto di lasciarla è un comportamento di estrema dignità e il fatto che lui non l'abbia fatto spontaneamente è la prova più lampante della sua gerarchia di priorità attuale che privilegia evidentemente la stabilità della situazione più nota e comoda. Rifletta però sul fatto che, proprio così facendo, lui le ha involontariamente restituito la possibilità di trovare quella "parità" che cerchi smettendo di essere l'eterna "donna dei giorni feriali".
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, da qualche mese mi sono lasciata con una persona più grande di 21 anni, purtroppo ci siamo lasciati per vari motivi, ma una cosa che mi ha fatto dire basta è stato il fatto di continuare a vedere che lui mettesse mi piace a certe foto di ragazze sui social, dopo tante volte che chiedevo se si poteva evitare, non riuscivamo a comunicare, a discutere quando io volevo il confronto dalla sua parte lui non voleva purtroppo..però diciamo che forse essendo la mia prima relazione vera e seria se possiamo definirla così, durata 2 anni e mezzo circa, mi sono sentita diciamo con un appoggio, una sicurezza in lui, su cui contare ecco, in tutte le situazioni sapevo che c'era, ora come ora sono da sola, ma diciamo che c'è un amico con cui ho avuto un'amicizia e qualcosa di più tre anni fa, però a distanza, ci siamo continuati però a sentire ogni tanto, come stavamo, perché c'era e c'è del bene tra noi due, mi sfogavo con lui anche quando litigavo con il mio ex, e anche qualche mese fa che mi sono lasciata l'ho ricercato a inizio anno perché avevo il pensiero e volevo sapere come stesse, senza secondi fini..poi sapevo che lui mi ascoltava, mi capiva su questa relazione ecco..poi non so perché mi è scattato qualcosa, come se mi piacesse di nuovo, ma poi i miei sentimenti cambiavano di nuovo, e ora di nuovo ancora, perché ci siamo visti già due volte in questi mesi, c'è stato qualche bacio ma io sono stata e sono molto trattenuta, tendevo a pensare all'altro, a paragonare entrambi, e purtroppo continuo a vedere la sicurezza in lui, nel mio ex, è come se lui su varie situazioni so che magari può avere più conoscenze sulle cose e quindi mi "aggrappo" a questo, a cercare di difendere qualcosa che invece mi faceva male del fatto che ci siamo lasciati, perché comunque ho vissuto tante cose con lui, so che ci poteva essere in tanti momenti, potevo contare su di lui, e diciamo che certe situazione invece che risolvere da sola, sapevo che c'era lui e trovavo la sicurezza li..lui purtroppo mi continua a scrivere messaggi che gli manco, che mi ama e io sono una persona facilmente condizionabile, vorrei avere una soluzione su come risolvere i pensieri e la situazione, senza fare del male a nessuno..cosa potrei fare nel concreto? Sto affrontando un percorso da qualche settimana con un professionista, mi dice e chiede ciò che sento io, cosa provo in determinate situazioni, ma ancora non riesco a sentire me stessa, a capire nulla..e non so se riuscirò mai, mi sembra come se dopo la seduta io riesco a chiedermi le cose, ma poi passano i giorni e non ci penso più ed è come se fosse inutile andare..cosa posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, mi soffermerei su alcuni dettagli del suo racconto. Innanzitutto appare interessante il fatto che dalle sue parole emerge che ciò che più le manca del suo ex non è necessariamente il suo modo di trattarli (che, anzi, talvolta la faceva soffrire) ma la sua funzione di guida. Tale dinamica si può spesso instaurare in relazioni con significativa differenza d'età e, in questo modo, l'altro diventa un porto sicuro estremamente difficile da perdere. In più, nel suo specifico caso, il fatto che lui continui a scriverle rende la situazione ancora più invischiante, impedendole, di fatto, la piena espressione della sua autonomia, come evidente dal fatto che il suo cuore appare ancora ingombrato dal fantasma del suo ex, impedendole di vivere a pieno nuove relazioni.
    Mi permetto di suggerirle di interrompere i contatti, almeno temporaneamente, i contatti con il suo ex. Questo infatti non è un atto di cattiveria, ma un'autodifesa necessaria per poter lavorare sulla sua autonomia e il suo futuro, anche con il supporto della terapia. Riguardo poi a quest'ultima, le suggerisco di non nutrire aspettative irrealistiche. Il lavoro su di sé, infatti, è lungo e faticoso e porta frutti che si vedono sulla lunga durata.
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
    Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissimo, è possibile che la sua anginofobia (la paura di soffocare) sia stata aggravata negli ultimi tempi dall'accumulo di stress per la salute di sua moglie, per le responsabilità verso sua figlia e per le pressioni lavorative. Tali condizioni possono aver aumentato in lei uno stato di iper-vigilanza che porta la sua mente ad interpretare funzioni naturali come la deglutizione come potenziali pericoli.
    Le consiglierei di favorire uno stato di rilassamento prima di consumare i pasti, attraverso una profonda respirazione diaframmatica e l'assunzione di una postura diritta e corretta. Può aiutarla anche un'esposizione graduale alla consistenza del cibo: se al momento il cibo molto solido la spaventa troppo, non si sforzi di mangiarli soprattutto nei momenti di picco dell'ansia. Prediliga temporaneamente cibi più morbidi o semi-liquidi per abbassare il livello di allerta, ma con l'obiettivo di tornare ai solidi appena si sente più calmo.
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, capisco benissimo il suo disappunto e me ne dispiaccio. Lei ha scritto questo post per chiedere una risposta, ma, a mio modo di vedere, la risposta più importante l'ha già data lei: ha detto di no. Ha rifiutato un rapporto intimo nel momento in cui ha sentito che mancava il presupposto fondamentale, ovvero il rispetto.
    Da parte mia, posso solo suggerirle due piste di riflessione. Quando ci leghiamo seriamente ad una persona siamo portati a costruirci un'immagine idealizzata di quest'ultima, anche sulla base dei momenti belli vissuti insieme; per tali ragioni siamo più portati a tollerare anche comportamenti oggettivamente discutibili e spesso giungiamo a prendere decisioni, come nel suo caso, quando veramente si è passata ogni misura. Venendo invece al comportamento del suo partner appare interessante capire le ragioni per le quali insiste a non dirle apertamente se ha un'altra anche se, i segni che manda vanno in questa direzione e non vi sarebbero ragioni oggettive per negarlo (non siete sposati, non avete figli, ecc.). La spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che spesso, uomini che vivono situazioni di transizione (come una separazione di fatto non ancora legalizzata) tendono a non chiudere nessuna porta. Mantenere il rapporto con lei gli garantisce una stabilità affettiva e sessuale "storica", mentre i nuovi contatti gli offrono l'eccitazione della novità. In questo frangente dirle la verità significherebbe perdere il suo supporto e il suo spazio, una responsabilità che evidentemente non vuole prendersi.
    Alla luce di ciò, la invito a mantenere, come ha fatto, i suoi principi e il senso della sua dignità, anche a costo di inevitabile sofferenza per il distacco. Se queste telefonate o questi atteggiamenti dovessero ripetersi, la sua posizione dovrebbe restare ferma come lo è stata finora: non si tratta di essere "gelosa", ma di esigere il necessario rispetto per la propria persona.
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.

    Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.

    Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.

    Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.

    Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.

    La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.

    Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.

    Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.

    Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.

    Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.

    L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.

    Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.

    Vorrei capire:

    - Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
    - Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.

    Grazie a chi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, a mio modo di vedere la questione che lei pone è molto complessa e travalica la problematica specifica facendo emergere una realtà familiare caratterizzata da dinamiche invischianti. Da una parte sua sorella sottolineando ripetutamente il suo non voler estranei accanto veicola inconsapevolmente il messaggio che la sua personale soddisfazione è subordinata alla sua scelta (e al suo sacrificio!) di vivere dove non vorrebbe e dall'altra suo padre, sottolineando le difficoltà burocratiche di una vendita a seguito di donazione, fa leva, seppure sicuramente in buona fede e senza rendersene conto, sui suoi comprensibili vissuti di incertezza e di gratitudine per spingerla letteralmente alla sottoscrizione di un contratto da cui, apparentemente, sono escluse clausole di uscita. Il terzo vertice di questo triangolo è lei che si trova divisa tra i normali sentimenti di gratitudine e affetto verso la famiglia d'origine e l'altrettanto fondamentale desiderio di costruire in maniera autonoma il proprio futuro. Il prezzo di questo fondamentale conflitto di lealtà è purtroppo alto come indicano le sue reazioni psicosomatiche (nausea, soffocamento, pianto) che indicano un ingerenza indebita nei suoi confini più personali ed intimi.
    Davanti ad un quadro così complesso, oltre a suggerirle un percorso psicologico, la invito a riflettere su alcuni punti. Innanzitutto nessuno ha diritto di pretendere una realizzazione personale che passa necessariamente attraverso il sacrificio di un altro che, se non è disposto a tanto, viene stigmatizzato come egoista. Il senso di colpa infatti è spesso uno strumento di controllo, anche inconsapevole, usato da determinati sistemi familiari per mantenere dinamiche prevalentemente disfunzionali. La scelta tra la felicità dei familiari e la propria è infatti un ricatto emotivo, dal momento che ogni membro dovrebbe piuttosto gioire della felicità dell'altro: il non ricadere nel ricatto non è dunque egoismo, ma la legittima e necessaria difesa del proprio spazio di autonomia.
    Un caro saluto,
    Filippo Guizzardi


    Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
    Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
    È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".

    La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
    Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
    Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
    Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.

    Non so cosa pensare o cosa fare.
    Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
    È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Filippo Guizzardi

    Gentilissima, il suo disappunto è pienamente comprensibile. Al di là della frase in questione, lei si trova all'inizio della sua relazione sentimentale e, in queste fasi, tendiamo naturalmente a cercare segnali che ci confermino i valori della persona che abbiamo accanto e siamo particolarmente sensibili davanti ad ogni possibile campanello d'allarme che possa stridere con l'immagine positiva ci ha attratto.
    Detto questo, la invito a tranquillizzarsi: un singolo episodio spiacevole, soprattutto se influenzato dall'alcol e seguito da scuse, raramente definisce l'intera moralità di una persona. Nel caso specifico, anche il fatto che abbia dato cinque spiegazioni diverse in dieci minuti suggerisce che forse era effettivamente andato in confusione e, sotto pressione per il confronto, potrebbe avere dato questa maldestra risposta anche come tentativo di difesa.
    Quello che mi sento di consigliarle è di sottrarsi alla tentazione di voler decidere ora, sulla base di un singolo episodio, la moralità di una persona e di osservare le sue azioni e parole future verso gli altri: saranno questi a farle capire se l'accaduto è stato un incidente isolato a cui non dare peso o se rivelano piuttosto tendenze di personalità incompatibili con i suoi valori.
    Un cordiale saluto,
    Filippo Guizzardi


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