Salve, scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lascia

21 risposte
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.

Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.

Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.

C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.

Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.

Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.

Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.

In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.

A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.

Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.

Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.

Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.

Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?

Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile Utente,

la situazione che descrive è complessa e soprattutto molto carica emotivamente. Provo a restituirle alcuni punti di chiarezza.

Da ciò che racconta emergono dinamiche relazionali caratterizzate da forte squilibrio comunicativo ed emotivo: da una parte il suo continuo mettersi in discussione e cercare responsabilità, dall’altra una difficoltà dell’altro nel riconoscere il proprio ruolo, con attribuzione esterna delle colpe, svalutazioni e invalidazioni del suo punto di vista. In questo tipo di interazioni può accadere che una persona arrivi progressivamente a dubitare della propria percezione, soprattutto quando i propri vissuti vengono sistematicamente minimizzati, ribaltati o etichettati come “sbagliati”.

Non è raro, in relazioni di questo tipo, sviluppare confusione, senso di colpa persistente, iper-analisi dei propri comportamenti e bisogno di “prove” per capire cosa sia reale. Questo non significa che la persona “stia inventando” o che sia “il problema”, ma piuttosto che si è inserita in una dinamica relazionale disfunzionale che può avere un forte impatto sull’autostima, sulla fiducia in sé e sulla capacità di orientarsi emotivamente.

È importante anche sottolineare un altro aspetto: il fatto che lei riconosca le proprie difficoltà e i propri comportamenti problematici non è di per sé un segnale negativo, anzi è indice di consapevolezza. Tuttavia, questo può diventare faticoso quando si entra in relazioni in cui manca reciprocità nella responsabilità e nel riconoscimento dell’altro.

Rispetto ai momenti di forte sofferenza che descrive, inclusi pensieri autolesivi in un periodo di particolare fragilità, è fondamentale considerarli come un segnale importante del livello di stress e di sovraccarico emotivo raggiunto, che merita sempre ascolto e attenzione clinica.

La domanda centrale che lei si pone (“sono io il problema o sto vivendo una percezione distorta?”) spesso nasce proprio quando si è stati a lungo dentro relazioni in cui la realtà emotiva viene messa in discussione. In questi casi non si tratta quasi mai di una sola verità assoluta, ma di una combinazione tra vulnerabilità personali e dinamiche relazionali non sane che si rinforzano a vicenda.

Il punto non è attribuire una colpa, ma comprendere come queste esperienze abbiano inciso sulla sua percezione di sé e lavorare per ricostruire fiducia nei propri vissuti, distinguendo ciò che le appartiene da ciò che invece è stato indotto dalla relazione.

Considerata la complessità di quanto ha vissuto e il livello di sofferenza ancora presente, è fortemente consigliabile approfondire questo percorso con uno specialista, in uno spazio terapeutico che possa aiutarla a riorganizzare in modo più stabile e sicuro la sua esperienza emotiva e relazionale.

Un caro saluto

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Dott. Giorgio Fanelli
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Quello che racconta non è semplicemente “confusione”, anche se è così che oggi lo sente. La confusione è arrivata dopo, come effetto di qualcosa che si è costruito nel tempo dentro la relazione. Lei descrive una situazione in cui ogni volta che provava a portare un dubbio, un disagio, qualcosa che non tornava, non trovava un confronto ma uno spostamento: il problema diventava lei. Questo è un passaggio centrale, perché quando accade in modo ripetuto, una persona inizia lentamente a non fidarsi più di quello che sente. Non succede all’improvviso, è qualcosa che si costruisce nel tempo ma che poggia le basi su tematiche più antiche, probabilmente sorte in famiglia, o comunque con le figure di riferimento. E infatti lei arriva a chiedersi se è lei il problema, se sta vedendo una realtà distorta. Questa domanda, in questi contesti, nasce dal fatto che la sua posizione, la sua percezione delle cose è stata messa in discussione troppe volte. Allo stesso tempo lei è molto chiara su un punto: si è messa in discussione, ha riconosciuto i suoi errori, ha provato a capire dove sbagliava. Questo è importante, perché mostra una capacità di riflessione che non è affatto compatibile con l’immagine che le è stata rimandata. Le sue reazioni, anche quelle che oggi non condivide come il controllare o cercare prove, non nascono nel vuoto. Nascono in un contesto in cui la realtà diventava ambigua, poco chiara, non verificabile. Quando una persona percepisce che qualcosa non torna ma non riesce a ottenere un confronto, è normale che provi a cercare conferme. Ma il partner è sempre un sintomo, così come la ripetizione di modelli relazionali che riconosciamo familiari anche se ci fanno soffrire. Non è il modo più sano di incontrare l'amore, ma è comprensibile. C’è poi un altro elemento molto forte: la sensazione costante di essere in difetto. Lei racconta di aver dato molto anche concretamente, eppure di essersi sentita sempre come se non fosse abbastanza. Questo non è casuale. Quando dentro una relazione la misura non viene mai raggiunta, quando qualunque cosa si faccia non basta, si crea una posizione di debito continuo. E quella posizione tiene agganciati, perché si continua a provare a “recuperare”, a dimostrare, a sistemare. Ma il punto è che non si può recuperare qualcosa che non ha una misura reale. Anche il fatto che l’altra persona la svalutasse e allo stesso tempo restasse nella relazione non è una contraddizione, come può sembrare. È parte della dinamica. Restare mentre si svaluta crea una posizione di potere, perché l’altro si trova a dover continuamente dimostrare di valere abbastanza per essere scelto. Quando poi la relazione si interrompe, il modo in cui è avvenuto – il taglio netto, il rifiuto del confronto, le minacce amplifica ancora di più il disorientamento. Lei passa da sentirsi ferita e in difficoltà a essere vista come il problema, senza possibilità di chiarimento. È un ribaltamento forte, e lascia inevitabilmente una sensazione di realtà confusa. Il punto più importante, però, è quello che lei stessa coglie ma fatica a stabilizzare: oggi non è tanto che lei “vede male”, ma che non si fida più di quello che vede. Questa è la conseguenza più profonda di certe dinamiche. Anche il fatto che più professionisti le abbiano dato una lettura simile e che lei continui a dubitare è coerente con questo: una parte di lei resta agganciata a quel dubbio, a quella possibilità di essere “sbagliata”. Qui non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Si tratta di rimettere ordine. Lei ha sicuramente delle fragilità e delle dinamiche su cui lavorare, ma questo non cancella il fatto che sia stata dentro una relazione che le ha fatto perdere fiducia nella sua percezione. Le due cose possono coesistere, e vanno tenute insieme senza che una annulli l’altra. Il lavoro, a questo punto, non è convincersi di una versione, ma ricostruire un rapporto più stabile con la propria esperienza. Tornare ai fatti concreti, a ciò che è successo, a come si è sentita prima che qualcuno le dicesse cosa doveva sentire. E soprattutto smettere di cercare una conferma da chi ha contribuito a generare quella confusione, perché lì difficilmente potrà trovare chiarezza. Non è un processo immediato, ma è possibile. E il fatto stesso che lei riesca a raccontare tutto questo con questo livello di dettaglio e consapevolezza è già un punto di partenza molto più solido di quanto oggi riesca a riconoscere. Buon lavoro e buon percorso di cambiamento.
Dott.ssa Maria Caterina Boria
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Ciao,
si sente quanto questa esperienza ti abbia confusa e fatta stare male, fino a farti dubitare profondamente di te stessa.

Da quello che racconti, oltre alle tue responsabilità (che stai già mettendo in discussione), sembra essersi creata una dinamica relazionale in cui il tuo punto di vista veniva spesso sminuito o ribaltato. Questo, nel tempo, può portare proprio a perdere fiducia nelle proprie percezioni e a sentirsi sempre “quella sbagliata”.

Il fatto che oggi ti chieda se il problema sei tu è comprensibile, ma è anche parte dell’effetto di queste dinamiche. I comportamenti che non riconosci come tuoi sembrano più reazioni a una relazione poco chiara e poco sicura, che caratteristiche “di base” della tua persona.

Il lavoro che stai già facendo è importante. La difficoltà a fidarti di ciò che ti viene restituito è normale, dopo un’esperienza così.

Più che trovare una risposta definitiva, può aiutarti continuare a ricostruire, poco alla volta, fiducia in ciò che senti. Da lì si chiarisce molto.
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Salve, mi dispiace per la sofferenza e la confusione che sta vivendo.
Da ciò che descrive, sembra essere stata coinvolta in una dinamica relazionale in cui si è progressivamente spostato su di lei il peso della responsabilità, mentre i suoi vissuti venivano messi in dubbio o svalutati. In questi contesti è frequente arrivare a non fidarsi più della propria percezione e a sentirsi costantemente “nel torto”.
Il fatto che lei si sia messa in discussione è un segnale di consapevolezza, ma quando manca reciprocità questo può trasformarsi in un eccesso di colpa. Anche i comportamenti che oggi non riconosce vanno letti come tentativi di gestire un forte senso di insicurezza e confusione.
Il dubbio che porta (“sono io il problema?”) è molto comune in queste situazioni: spesso esistono aspetti personali su cui lavorare, ma anche dinamiche relazionali che contribuiscono a generare disorientamento.
Un percorso terapeutico può aiutarla a distinguere questi piani e a recuperare fiducia in se stessa.
Rimango a disposizione
Un caro saluto.
Dott.ssa Anna Spanio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Castelfranco Veneto
Quello che descrivi non parla di “chi ha ragione”, ma di una danza relazionale in cui i significati venivano continuamente ribaltati.
In una prospettiva interazionista, il problema non sei tu o l’altro in modo isolato, ma il modo in cui vi siete costruiti reciprocamente dentro la relazione.
Quando una persona mette in dubbio costantemente la percezione dell’altra, si crea una spirale in cui il senso di realtà si indebolisce.
È comprensibile che tu abbia iniziato a dubitare di te stessa: non è un segno di debolezza, ma una risposta a un contesto confusivo.
Il fatto che tu ti sia messa in discussione mostra consapevolezza, ma da sola non può riequilibrare una dinamica non reciproca.
Le tue reazioni, anche quelle che oggi non condividi, possono essere lette come tentativi di ristabilire coerenza e sicurezza.
Quando il confronto viene evitato e trasformato in colpa, si interrompe la possibilità di costruire significati condivisi.
Il sentirti “sempre in difetto” è spesso l’esito di relazioni in cui il valore personale viene definito unilateralmente.
La domanda utile non è “sono io il problema”, ma “che tipo di relazione rendevo possibile e quale effetto aveva su di me”.
Il lavoro ora è ricostruire fiducia nella tua percezione, distinguendo ciò che è tuo da ciò che è nato dentro quella specifica dinamica.
Dott.ssa Elda Marqeni
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Buongiorno, dalla sua storia emergono elementi che evidenziano una relazione disfunzionale con atteggiamenti svalutanti e colpevolizzanti che compromettono la fiducia in sé e negli altri. Certe dinamiche non si creano "a caso", relazioni con componenti manipolatorie a cui lei fa riferimento, inizialmente sono caratterizzate da un'amore ideale e appassionato che illude e crea fiducia, ma che successivamente si trasforma in atteggiamenti svalutanti, colpevolizzanti e manipolativi. Solitamente dinamiche di questo tipo trovano appiglio in persone che presentano già di per sé delle fragilità interne (come bassa autostima, forte senso di responsabilità e colpa, dubbi sul proprio senso di efficacia e senso di sé negativo, ecc..). La cosa migliore da fare è intraprendere un percorso personale per comprendere le proprie fragilità, la propria storia, le proprie responsabilità e anche le proprie risorse interne e il proprio valore personale (che sembra mancare) al fine di conoscere, accettare e validare se stessi e per poter costruire un domani, relazioni stabili caratterizzati dall'amore, dal rispetto e dalla responsabilità reciproca. Un percorso psicoterapico può aiutarla a comprendere meglio quali elementi della sua personalità e della sua storia, possono contribuire ad instaurare e scegliere relazioni di questo tipo; al fine di aiutarla ad avere maggiore fiducia e sicurezza in sé.
Gentile utente, il suo messaggio è molto chiaro e fa emergere una cosa centrale: lei non sta chiedendo “chi ha ragione”, sta cercando di capire perché dopo questa relazione si sente confusa, colpevole, in dubbio su se stessa, come se la sua percezione non fosse più affidabile. Questo è un segnale tipico di dinamiche relazionali in cui, nel tempo, la fiducia in sé viene erosa.
Da ciò che descrive si riconoscono alcuni elementi ricorrenti nelle relazioni non sane: svalutazioni, ribaltamenti di responsabilità, mancanza di trasparenza, confronto evitato, minacce quando lei chiede chiarimenti, coinvolgimento di terzi per “certificare” una narrazione. In questi contesti è frequente che la persona finisca per reagire con controllo e ricerca di prove: non perché sia “cattiva” o “ossessiva” di natura quanto piuttosto perché vive una condizione prolungata di incertezza e allarme. Questo viene poi usato contro di lei come ulteriore prova che “il problema è lei”, creando un circolo chiuso.
Avere delle responsabilità (reazioni emotive, bisogno di rassicurazione, comportamenti di controllo) non significa essere “la causa” di tutto né essere una persona sbagliata. In molte storie accade che una parte lavori su di sé e l’altra no e che l’asimmetria diventi sempre più pesante. Il fatto che lei abbia sostenuto anche aspetti pratici ed economici, sentendosi comunque “in debito”, è coerente con una dinamica in cui il valore personale viene misurato sul dare e sul compiacere.
Lei chiede se tutto questo può portare a perdere fiducia nella propria percezione. Sì, può accadere: quando per molto tempo le viene detto che la sua lettura è “sbagliata”, che i suoi sentimenti non sono validi, che il problema è solo lei, la mente inizia a dubitare di se stessa anche fuori dalla relazione. È uno degli esiti più comuni di legami svalutanti e manipolativi.
Detto questo, è molto importante anche l’altra parte del suo messaggio: lei ha avuto pensieri di farsi del male in un momento di alterazione e fragilità. Questo va preso sul serio come indicatore di sofferenza e bisogno di protezione. Se dovesse riaccadere, la cosa più importante è cercare aiuto subito, senza restare sola.
In pratica, il lavoro che le serve ora non è “stabilire la verità assoluta” sulla relazione, quanto piuttosto ricostruire tre cose: fiducia nella sua percezione, confini, capacità di scegliere relazioni in cui esista confronto reale e rispetto. Se più specialisti le hanno restituito che ci sono aspetti personali su cui lavorare e anche una tendenza a finire in dinamiche manipolative, probabilmente la direzione è proprio quella: lavorare su entrambi i versanti senza trasformarlo in un’autocondanna, facendosi accompagnare da unə psicoterapeutə.
Lei non sembra “narcisista” da questo scritto; sembra una persona che ha sofferto, si è interrogata, e ora sta cercando di rimettere insieme i pezzi. E questo è già un segnale di salute.
Le auguro il meglio, che sono certo saprà ottenere.
Un caro saluto.
Gabriele
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
non si pensa mai che l'amore sia oggetto di studio ed interesse fondamentale per la salute, eppure è spesso questo il nocciolo principale che muove la richiesta di psicoterapia. Esplorare il proprio mondo affettivo, capirne di più delle proprie relazioni e risolvere i dubbi dell'amore aiuta a stare bene con se stessi e a generare benessere nella relazione di coppia.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
Dott.ssa Ornella Prete
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve,
quando una relazione termina, c'è necessità di fare un'attenta analisi e non possiamo solo vedere i nostri comportamenti che dovessimo ritenere sbagliati ma le reazioni nell'altro/a che hanno creato, è un dinamismo relazionale che riguarda specificatamente quella coppia. I comportamenti si ripetono sicuramente ma non hnno sempre gli stessi effetti sugli altri, spesso le coppie si incastrano in modo profondo la sofferenza emerge proprio quando l'incastro salta. Ritengo che comunque sia utile uscire dalla confusione che vive e cercare il colpevole affidandosi invece ad un bravo/a psicoterapeuta che l'aiuterà a riflettere su di lei e a trovare le sue risorse in grado di soddisfarla di più anzichè trovarle fuori di se. Buona esperienza.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso con tanta profondità e chiarezza una esperienza che, da come la racconti, è stata emotivamente molto intensa e disorientante.

Quello che emerge dalle tue parole è un vissuto di progressiva confusione interna, in cui il tuo senso di realtà, il tuo valore e la tua capacità di fidarti delle tue percezioni sembrano essere stati messi fortemente alla prova. Quando si rimane a lungo in relazioni caratterizzate da dinamiche contraddittorie, scarsa validazione emotiva e comunicazioni che spostano continuamente la responsabilità, può accadere di iniziare a dubitare di sé stessi anche in modo molto profondo.

È importante che tu possa riconoscere un punto fondamentale: il fatto che tu ti stia interrogando con tanta onestà su te stessa non è un segnale di “sbaglio”, ma spesso è proprio la traccia di una forte sensibilità e di una ricerca autentica di comprensione. Allo stesso tempo, il dubbio costante su ciò che è reale e su ciò che ti appartiene come responsabilità è qualcosa che merita uno spazio terapeutico sicuro, in cui possa essere rielaborato con gradualità, senza colpa e senza giudizio.

In situazioni come quella che descrivi, è frequente che si sviluppi una sorta di “iper-riflessione su di sé”, in cui si finisce per mettere continuamente in discussione la propria percezione, fino a perdere punti di riferimento interni stabili. Questo può generare sofferenza significativa, confusione e anche comportamenti messi in atto nel tentativo di trovare chiarezza e rassicurazione.

Il fatto che tu oggi riesca a porti queste domande e a osservare anche le tue reazioni con uno sguardo critico ma sincero rappresenta già un passaggio importante. Ora potrebbe essere utile lavorare proprio sul ricostruire fiducia nella tua esperienza interna, distinguendo con maggiore serenità ciò che ti appartiene da ciò che è legato alle dinamiche relazionali vissute.

Se senti che questa confusione è ancora presente e ti genera sofferenza, un percorso psicoterapeutico può aiutarti a rimettere ordine, dare significato a ciò che hai vissuto e recuperare un senso di stabilità e fiducia in te stessa.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Fabrizia Agnesone
Psicologo, Psicoterapeuta
Trieste
Buonasera. Purtroppo le dinamiche che lei descrive sono molto precis e hanno una definizione abbastanza precisa. Quando, dentro una relazione, arriviamo a sentirci sbagliati o in difetto di fronte a un partner che ci svaluta e mistifica la realtà, stiamo vivendo quello che viene chiamato "gaslightening". Spesso accade quando siamo in relazione con persone che funzionano secondo pattern di personalità problematici, come narcisisti o borderline. È importante lavorare sul fatto che le percezioni sono delle rappresentazioni create dall'altro per poter mantenere un'immagine di sè adeguata, a discapito del partner che, invece, si sentirà svalutato, sbagliato, pazzo. Inoltre i sentimenti negativi che vengono generati nel partner che "subisce" queste manipolazioni possono essere effetto di un meccanismo di difesa tipico di quel genere di disturbi della personalità, che viene definito "identificazione proiettiva". Attraverso questo meccanismo i vissuti spiacevoli della persona non solo vengono scaricati sul partner (o amico o collega o familiare), ma il partner in questo caso arriverà a percepirli come effettivamente propri. Questo accade perché solitamente, strutture di personalità problematiche o fragili, non riescono a integrare parti negative o spiacevoli che tutti possiedono e che normalmente fanno parte di noi. Continui a lavorare su se stessa, a ricercare il centro della sua vita, le auguro il meglio.
Dr. Luigi Acquilino
Psicologo, Psicoterapeuta
Volpiano
Salve, quello che racconta è allo stesso tempo una cosa molto complicata (che probabilmente merita un lavoro di analisi personale) ma anche un clichè. parlo di cliché non per sminuire, ma perché alle volte capita che un evento o una serie di eventi che possono farci vacillare alcuni punti fermi della nostra esistenza al punto da farci sentire tremare il terreno sotto ai piedi. Ciò significa che ci sono ferite, magari molto vecchie nella nostra storia, che continuano a farci provare dolore. Spero possa curare queste ferite.
Dott.ssa Roberta Marzioni
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Falconara Marittima
Buonasera, ritengo possa essere opportuno che provi ad osservare tutte le sue relazioni da una prospettiva più distanziata trovando punti di contatto e di differenza per capire cosa si modifica in ciascuna occasione e cosa, invece, si ripete. Da quello che descrive sembrerebbe che la sua realtà viene percepita dagli altri in maniera distante da quelle che sono le sue intenzioni e motivazioni interne. Questo può succedere quando gli stati emotivi interni sono molto forti. Potrebbe aiutarla confrontarsi con persone esterne alle sue storie per poter prendere in considerazione altri punti di vista, diversi sia dal suo che da quello del suo partner, che possano aiutarla a costruire una nuova visione.
Dott. Davide Ciccarelli
Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Quello che porti è molto denso e si sente quanto questa esperienza ti abbia lasciata non solo ferita, ma soprattutto confusa rispetto a te stessa. E forse è proprio questo l’aspetto più faticoso: non tanto capire chi ha “ragione”, ma ritrovare un senso di fiducia nella tua percezione.

Provo a restare dentro la complessità che descrivi, senza semplificarla troppo.

Da una parte, tu riconosci alcuni tuoi movimenti: le reazioni emotive intense, il bisogno di capire, anche quei comportamenti di controllo che oggi guardi con più distanza. Questo è un elemento importante, perché indica una capacità di metterti in discussione.
Dall’altra però emerge qualcosa di molto specifico nella dinamica che racconti: una relazione in cui, progressivamente, il tuo punto di vista perdeva valore, veniva messo in dubbio o ribaltato, fino al punto in cui tu stessa hai iniziato a non fidarti più di ciò che sentivi.

Questo tipo di esperienza può avere un effetto molto potente. Non tanto perché “l’altro ha ragione” o perché tu “sei il problema”, ma perché si crea una situazione in cui:

- quello che provi viene invalidato
- quello che osservi viene negato o reinterpretato; e alla fine l’unico appiglio diventa il giudizio dell’altro.

In queste condizioni è abbastanza frequente che una persona inizi a chiedersi: “sto esagerando? sto vedendo male?” fino ad arrivare, come descrivi, a mettere in dubbio la propria realtà interna. Non è un segnale di “pazzia”, ma spesso l’effetto di una relazione in cui il significato delle cose non è condiviso, ma imposto o continuamente spostato.

Allo stesso tempo, non andrei neanche nella direzione opposta di dirti semplicemente “l’altro era il problema”. Le relazioni si costruiscono sempre in due, e tu stessa lo riconosci. Forse la domanda più utile, in prospettiva, non è tanto chi aveva ragione, ma:
che tipo di incastro si è creato tra voi due?

Per esempio: cosa ti portava a restare, anche quando stavi male? cosa succedeva dentro di te quando venivi messa in dubbio? che tipo di bisogno cercavi di far riconoscere (di essere capita, vista, rassicurata…)?

Queste domande non servono a colpevolizzarti, ma a recuperare uno spazio di comprensione su di te che in quella relazione sembra essersi perso.
Un altro punto importante è quello che riporti rispetto agli specialisti: ti restituiscono sia alcune tue aree di lavoro, sia la possibilità che tu entri in dinamiche in cui la realtà viene manipolata. Eppure una parte di te continua a dubitare anche di questo.
Questo dubbio continuo — “e se stessi distorcendo tutto io?” — è coerente con ciò che hai vissuto. È come se l’esperienza relazionale avesse lasciato una traccia: una difficoltà a fidarti non solo dell’altro, ma anche dei tuoi stessi pensieri.
Forse, più che cercare subito una verità definitiva, potrebbe essere utile iniziare a costruire qualcosa di un po’ diverso: una fiducia graduale e parziale nella tua esperienza, che non esclude il dubbio ma non lo lascia nemmeno prendere tutto lo spazio.
In questo senso, il fatto che tu riesca oggi a raccontare la situazione in modo così articolato — tenendo insieme responsabilità tue e aspetti problematici dell’altro — mi sembra già un segnale di una funzione riflessiva che sta lavorando.
Dott.ssa Elisa Bruscaglia
Psicologo, Psicoterapeuta
Cattolica
Gentile paziente,
Dal suo racconto emerge un livello di sofferenza importante, ma anche una grande capacità di osservazione e di messa in discussione personale, che rappresenta già una risorsa significativa. Provo a restituirle alcuni punti che possono aiutarla a fare un po’ di chiarezza; Quello che descrive è una dinamica relazionale in cui, progressivamente, ha iniziato a perdere fiducia nella sua percezione, nei suoi vissuti e nel suo diritto a sentirsi ferita. Questo tipo di esperienza è più comune di quanto si pensi nelle relazioni in cui si creano dinamiche disfunzionali: quando una persona si sente costantemente invalidata, contraddetta o colpevolizzata, può arrivare a dubitare profondamente di sé stessa. Non è raro, in questi casi, che si sviluppi quella sensazione che lei descrive molto bene: “forse il problema sono io”, “forse sto distorcendo la realtà”. Tuttavia tali pensieri non sono necessariamente segno che sia veramente lei “il problema”, ma può essere una conseguenza della dinamica relazionale vissuta. Le frasi poco prima citate mi hanno inoltre colpita molto perchè ho la sensazione che nel suo racconto ad un certo punto ci sia stato un passaggio dal mettersi in discussione in modo sano al perdere completamente la fiducia nelle proprie percezioni, conseguenza possibile in alcune relazioni disfunzionali. È comprensibile che lei ora stia cercando un colpevole, che le sue domande siano relative al “chi ha sbagliato?”. Tuttavia, in questo momento, più che cercare una risposta definitiva su “chi ha sbagliato”, potrebbe essere più utile orientarsi su alcune direzioni come ad esempio, e solo per citarne alcune: ricostruire gradualmente fiducia nei suoi vissuti emotivi, imparare a riconoscere segnali di dinamiche relazionali che la fanno stare male, distinguere tra responsabilità personale e responsabilità dell’altro e lavorare sul senso di valore personale, che sembra essere stato fortemente messo in discussione. Le suggerisco, se possibile, di continuare un percorso psicoterapeutico, perché uno spazio stabile e sicuro può aiutarla proprio a rimettere ordine tra percezioni, emozioni e significati.
Infine, una cosa importante: il fatto che oggi lei si ponga queste domande, con questo livello di consapevolezza, non è un segnale di “essere sbagliata”, ma piuttosto di un tentativo sano di comprendere e dare senso a ciò che ha vissuto.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.

Dott.ssa Elisa Bruscaglia
Psicologa Psicoterapeuta
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Salve,
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza quello che ha vissuto. Si sente quanto si sia messa in discussione e quanto abbia cercato di capire davvero cosa stava succedendo.
Da quello che descrive, però, non si tratta solo di sue difficoltà personali, ma anche di una dinamica relazionale che nel tempo può diventare molto destabilizzante: quando ci si sente svalutati, non ascoltati e messi in dubbio, è facile iniziare a dubitare anche di sé.
Quello che racconta — la confusione, il sentirsi sempre nel torto, il non riuscire più a fidarsi della propria percezione — è qualcosa che può succedere proprio in questo tipo di relazioni.
Per questo la domanda “sono io il problema?” è così forte.
Spesso però non è una risposta netta: possono esserci aspetti su cui lavorare, ma allo stesso tempo una relazione che ha contribuito a farla sentire sbagliata e a perdere sicurezza interna.
Il fatto che oggi faccia fatica a fidarsi di ciò che sente non significa che stia “vedendo male”, ma che è rimasta a lungo in un contesto che ha reso meno stabile questo senso interno.
Il lavoro, ora, può essere proprio quello di tornare gradualmente a sé: riconoscere quello che sente, dare valore alla sua esperienza e distinguere, nel tempo, ciò che le appartiene da ciò che deriva dalla relazione.
Un percorso psicologico può aiutarla molto in questo passaggio.
Un caro saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, capisco perché ti senti così confusa, e ti rispondo come farei in uno studio, parlando con te, non “analizzandoti da fuori”.

Quello che hai vissuto non è semplicemente una relazione difficile: è una relazione che, nel tempo, ha eroso il tuo senso di realtà. Non succede all’improvviso. Succede lentamente, attraverso piccole frasi, reazioni, silenzi, ribaltamenti, fino a un punto in cui non sei più sicura di quello che provi, di quello che vedi, di quello che ricordi.

Tu dici: “forse sono io il problema”.
Questa frase, detta così, non è un segno che sei il problema. È un segno che hai interiorizzato un dubbio costante su te stessa.

Se una persona, nel momento in cui esprimi un disagio, invece di entrarci in relazione ti dice che sei esagerata, che non capisci, che sei “pazza”, non sta discutendo con te: sta mettendo in discussione la tua legittimità a percepire. E quando questo succede tante volte, inizi a non fidarti più di te. Non perché sei incapace di capire la realtà, ma perché qualcuno ti ha insegnato, implicitamente, che la tua realtà non vale.

Il fatto che tu ti sia messa in discussione è importante, ma c’è una differenza fondamentale tra mettersi in discussione e essere messa costantemente in discussione. Nel primo caso cresci. Nel secondo caso ti perdi.

Tu non descrivi una persona che non si assume responsabilità. Descrivi qualcuno che ha fatto anche troppo questo movimento, fino al punto di arrivare a chiedersi se fosse “malata”, se fosse lei a creare tutto. Questo tipo di dubbio così radicale non nasce dal nulla. Nasce quando, ogni volta che provi a capire cosa sta succedendo, la risposta che ricevi è che il problema sei tu, indipendentemente da cosa stia accadendo davvero.

E allora succede una cosa molto precisa: perdi il punto di appoggio interno. Non hai più un “io sento questo, quindi ha senso esplorarlo”, ma un “io sento questo… ma probabilmente è sbagliato”. È una frattura interna.

Anche i comportamenti che oggi guardi con fatica — il controllare, il cercare conferme — non sono la tua identità. Sono il tentativo, un po’ disperato, di rimettere insieme un senso di coerenza quando il dialogo non esiste più. Quando non puoi avere risposte dall’altro, inizi a cercarle altrove. Non è sano, ma è comprensibile dentro quel contesto.

La cosa che mi colpisce di più è che tu continui a cercare di essere onesta. Non stai dicendo “è tutta colpa sua”. Stai cercando di capire davvero dove sei tu dentro questa storia. Questo è un punto di forza, ma in una dinamica come quella che descrivi diventa anche un rischio, perché può trasformarsi in autoaccusa continua.

E allora ti dico questo con molta chiarezza: il fatto che tu abbia delle cose su cui lavorare non rende sana una relazione che ti fa sentire costantemente sbagliata, non ascoltata, e confusa al punto da dubitare della tua sanità mentale.

Le due cose possono coesistere: tu puoi avere fragilità, e allo stesso tempo essere stata dentro una relazione che le ha amplificate e usate contro di te.

Il dubbio che hai oggi — “e se stessi distorcendo tutto?” — non è una prova contro di te. È una ferita aperta. È il segno che la tua fiducia in te stessa non è ancora tornata.

E questo richiede tempo.

Non si risolve trovando la risposta perfetta su chi aveva ragione. Si ricostruisce piano piano tornando a dare valore a quello che senti, senza invalidarlo subito. Imparando a distinguere: “questo è qualcosa che posso migliorare” da “questo è qualcosa che mi ha fatto male ed è legittimo”.

Tu non sei una persona che non capisce la realtà. Sei una persona che, a forza di essere messa in dubbio, ha imparato a dubitare di sé.

E da lì si può ripartire. Non tornando indietro, ma ricostruendo un punto fermo dentro di te che non dipenda da come qualcun altro ti definisce. Dott.ssa Giovanna Costanzo
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
La sua testimonianza descrive con estrema lucidità una dinamica relazionale profondamente logorante nella quale il dubitare della propria percezione non è un sintomo di follia, ma la conseguenza diretta di una costante e continuativa manipolazione.
Il fatto che lei arrivi a temere di aver manipolato persino gli specialisti può essere segnale che sia stato intaccato il suo senso di realtà.
Una persona che riceve costanti svalutazioni nonostante i propri sforzi, psichici, economici e pratici, finisce per interiorizzare il ruolo dell essere "sbagliata" come unica spiegazione possibile anche per ridurre il dolore dell'incoerenza che vive.
Quelle che lei definisce "reazioni emotive eccessive" o comportamenti di controllo sono, con ogni probabilità, reazioni reattive a un ambiente percepito come ostile, ambiguo e privo di trasparenza. Queste reazioni non definiscono chi è lei, ma il modo in cui ha cercato di "sopravvivere" a una mancanza di sicurezza affettiva.
Il percorso per ritrovare se stessa passa dall'accettare che si può avere una parte di responsabilità nelle dinamiche di dipendenza, senza per questo essere la causa del comportamento altrui o una persona "malata". Il suo dolore merita certamente ascolto, non giudizio. Credo possa essere utile ripartire dal lavoro sui confini e sulla validazione dei suoi vissuti. Un cordiale saluto.
Dott.ssa Arianna Moroni
Psicoterapeuta, Psicologo
Trieste
Gent.ma, quello che racconta non è descrittivo di una persona “sbagliata”, ma di una persona che è rimasta a lungo dentro una relazione che ha minato, pezzo dopo pezzo, la fiducia in se stessa. Quando si viene costantemente messi in discussione, svalutati, contraddetti e definiti con etichette pesanti, si può smettere di usare il proprio punto di vista come riferimento e si inizia a usare quello dell’altro, anche quando fa male. Ne risulta spesso quindi confusione, senso di colpa, bisogno continuo di capire “chi ha ragione” e il dubbio di essere lei il problema.
Il punto però non è stabilire se lei sia perfetta o meno (nessuno lo è) ma riconoscere la dinamica in cui si è trovata. In una relazione sana, anche quando ci sono difficoltà, esiste confronto, responsabilità reciproca e possibilità di riparazione. Qui emerge un copione in cui lei si interroga, si adatta, prova a capire, l’altro che ribalta, nega, giudica e non si mette in discussione. Questo squilibrio, nel tempo, non chiarisce, ma confonde. Anche i comportamenti che oggi fatica a riconoscere, come il bisogno di controllare o cercare conferme, spesso sono tentativi disfunzionali, ma comprensibili di orientarsi in una situazione in cui la fiducia è stata compromessa. Non definiscono chi è lei, raccontano piuttosto quanto si sentisse disorientata. Inoltre, sentirsi sempre “in difetto”, anche quando si dà molto, anche concretamente. Questo è uno dei segnali più chiari di una relazione sbilanciata, dove il valore personale viene progressivamente ridotto e il senso di colpa aumentato. A quel punto non conta più cosa fa perchè la sensazione è comunque di non essere abbastanza. Le domande che continua a farsi, del tipo “sono io il problema?”, “sto distorcendo la realtà?”, sono comprensibili, ma rischiano di tenerla agganciata a quella stessa dinamica. Perché spostano ancora una volta tutto su di lei, mentre la realtà, come spesso accade, è più complessa e soprattutto relazionale. Il fatto che più professionisti le abbiano restituito una doppia lettura è coerente con quello che emerge. Probabilmente ci sono aspetti suoi su cui lavorare, ma c’è anche una tendenza a entrare in relazioni dove il confine tra realtà e manipolazione si fa sottile. E la difficoltà a crederci fino in fondo è parte dell’effetto che queste relazioni producono. Quello che ha vissuto può portare a perdere fiducia nelle proprie percezioni, sentirsi sempre nel torto, arrivare a non riconoscersi più. Non è un segno che è “malata” o “narcisista”, è il segnale che è rimasta troppo a lungo in un contesto che l’ha destabilizzata. Il lavoro ora non sembra cercare di capire chi aveva ragione, ma recuperare un criterio interno, riconoscere cosa la fa stare male senza giustificarlo automaticamente e soprattutto uscire da quella posizione in cui deve sempre dimostrare di non essere il problema. Cordialmente, AM
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

il tema qui riportato andrebbe meglio esplorato e sviscerato a fondo all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo la psicoterapia potrebbe fornirle. Pensi ad andare oltre i semplici pareri ed intraprenda un percorso psicologico, potrà con tempo comprendere le sue difficoltà all'interno delle relazioni.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Selene Quercioli
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Prato
La ringrazio per aver raccontato con tanta sincerità il suo vissuto doloroso. È assolutamente comprensibile quanto possa essere difficile convivere con il dubbio sulla propria percezione, soprattutto dopo aver attraversato una relazione così complessa e destabilizzante. Arrivare a dare un senso e a riconoscere da soli le origini delle proprie sofferenze richiede una forza enorme. Lei ha già compiuto un passo importante: quello di fermarsi, interrogarsi e desiderare una maggiore chiarezza su ciò che ha sentito e vissuto. Sarebbe prezioso che potesse concedersi il tempo e lo spazio per esplorare a fondo questi significati, per capire davvero come mai si è trovata, in qualche modo, a restare in una relazione che la faceva sentire svalutata e le restituiva un’immagine di sé non positiva. Dentro ciascuno di noi si costruiscono dei modelli emotivi e relazionali, spesso inconsapevoli, che influenzano le nostre emozioni, le aspettative e i comportamenti e che si formano proprio in base alle esperienze vissute nelle relazioni più importanti della nostra vita. Questi schemi possono orientarci e talvolta condizionarci nelle scelte di ciò che ci accade. La sua storia, come ogni storia umana, non è fatta di bianco o di nero e le responsabilità potrebbero essere da entrambe le parti. È evidente che la complessità e il dolore che emergono dalla sua storia meritano attenzione e rispetto e forse il supporto di un professionista potrebbe aiutarla a riscoprire se stessa, a fare chiarezza e a recuperare quella fiducia e quella forza emotiva che dalle parole che scrive sembra proprio siano dentro di lei.

Un caro saluto, rimango a disposizione

Dott.ssa Selene Quercioli
Psicologa Clinica - Psicoterapeuta

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