Ho bisogno di aiuto, lo so Ho 48 anni, una famiglia stupenda, nella sua complessità, ma una sorella
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Ho bisogno di aiuto, lo so
Ho 48 anni, una famiglia stupenda, nella sua complessità, ma una sorella di quasi tre anni più di me, che ha sempre avuto dei problemi, problemi dai quali mi sono fatta inizialmente peso, fino a farmene schiacciare
Nel tempo, fin da bambina , mi confessava i sui incubi, le sue paure, i suoi pensieri disturbati e io non so perché lo dicesse a me: ero piccola, avevo appena 7 o forse 9 anni e non sapevo cosa fare.
Sono sempre stata, tuttavia, conscia nonostante la mia età delle gravi difficoltà della mia famiglia ( ho un fratello con una lieve forma di autismo), in tutto siamo 5 figli, di cui io la quarta e la piccolina è nata 12 anni dopo di me ( una gioia e una svolta positiva nella mia famiglia)
Insomma, sono sempre stata molto pensierosa, seppure aperta e spigliata, mentre mia sorella, in apparenza ribelle, era sempre triste e in allarme,
Mi raccontava i suoi incubi ... ma nella quotidianità abbiamo vissuto un'infanzia molto allegra e felice, sempre legati tra do noi, complici mamma ( lei di più) e papà che comunque ha sempre avuto un pessimo carattere ( urlava spesso in casa, ogno occasione era buona, ma con noi era premuroso e affettuoros, fose una figure genotoriale un po debole
Vivendo in un paesino ci conoscevamo tutti: io andavo sempre dal dottore perché avevo sempre mal di pancia e lui diventò il mio confidente...gli chiedevo perché si hanno incubi e lui mi rispondeva con gioco, come si fa con i bambini
Mi voleva molto bene
Crescendo sono cresciuti i problemi di Nina: oramai andavamo alle suoeriori e prendevamo il bus, spesso lei marinava la scuola, ma qundo non rivava amici, mi obbligava a farle compagnia, fino a che non arrivava il suo ragazzo e mi lasciava sola.
MI obbligava a pagarla per uscire con le sue amiche, ma poi dopo il ricatto, mi lasciava a casa
Inizialmente stava diventando per me irraggiungibile e una sorta di figura dalla quale chiedevo attenzione e crescendo ho iniziato a sentirmi sua complice, ma spesso ne soffrivo e la notte sognavo una vita diversa e mi immaginavo grande , bella, libera, perché io non mi sentivo me, ma in funzione altrui
C'era anche mio fratello che aveva tante crisi e io non riuscivo a dormire...
la sera fino a che tutti non erano a letto, sereni, io non chiudevo occhio.
Quando Nina faceva il 5 anno del liceo, pretendeva di andare in gita, ma mio padre non era d'accordo e dopo infinite lotte, mi disse ' se non mi manda mi prendo i tranquillanti di Luigi ( mio fratello)
Lo fece davvero
Mi sentii colpevole quando la mattina faticava a svegliarsi e quando venne il 'mio ' dottore disse, ma che ha... io confessai la sua confidenza, ma MAI avrei pensato dicesse sul serio
Da quel giorno ho iniziato ad odiarla per ciò che aveva fatto e a sentirmi sua custode, a temere che lo rifacesse e quindi la adulavo in tutto e mi poteva chieder tutto io lo avrei fatto
QUando va all'università cade nell'anoressia: non si sapeva bene ai tempi consa fosse, comprai un libricino per capire a capii, andai dal mio medico, ma lui disse di stare tranquilla.. Nei finse settimana tornava sempre piu magra, tutti lo vedevamo, ma nessuno parlava. MI ha resa comlice chiedendomi di dire che aveva mangiato poco prima e che stava bene
Lunedì ripartiva e io ero felice, quando tornava stavo male. Dopo due anni toccò a me la scelta Università e i miei tacitamente mi hanno mandata li. da lei ( sarebbe sttao più facile) io sapevo che stavo andando al patibolo con i mei piedi,. HO SMESSO DI VIVERE- io magrissima sono diventata enorme, mangiavo al posto suo, la coprivo, poi la facevo uscire,,, insomma quando ho avuto la lucidità di cose facesse la invogliavo a reagire, che non lo avrei detto a nessuno, ma lei mi diceva che non potevo lasciarla sola e mi offre un patto ' se resti a casa tutto il giorno io mangoo, puoi uscire SOLO 2 ore senza di me- se vai all'università , dai collegi o dal tuo fidanzato ( ne avevo uno) fai tu, ma SOLO 2 ore o non mangio ( per me non mangio era muoio)- Lo feci
La mia prigionia
Alla fine lasciai anche quel ragazzo
Scrivevo, non studiavo più, mi odiavo
Un giorno trova una mia lettera e mi dice ' oddio ti senti in prigione.. basta sei libera'- Io mi sentii debitrice, ma anche in colpa e inizia a parlare del sui problema con alcuni amici... iniziamo a fare volantinaggio, invece di studiare, la porto da uno psicanalista... tutto stava migliorando... pensavo... ce la fa
Invece poi scopro l'inganno.. non andava.. e si teneva i soldi che io guadagnavo cpn il volantinaggio ( che facevo anche per permetterle le sedute)- poi conobbe un tizio che si drogava e la sera spero la trovavo così---- ho iniziato a ragionare e a capire cosa fare: all'ennesima crisi chiamo l'ambulanza , chiamo i miei genitori ' venite a prendervi vostra figlia io non ce la faccio più' - Vidi per la prima volta mio padre piangere
Me ne andai enegli anni non mi sembrava vero ERO FINALMENTE LIBERA! come avevo sempre sognato
Lei la fece curare mia mamma in una clinica, con anni di terapia insieme- LA MAMMA
Per un po la dimenticai... non ricordo bene quegli anni se non con me stessa e la mia nuova vita, che piano piano è iniziata a Roma, ma nel tempo la situazione si à ricreata, ogni due anni circa mi chiama ( che ora) , matrimonio, divorzio, attacchi di panico, lavoro, vaccini figlio, solitudine, rapimenti... cambiati gli attori resta lei e io: ogni chiamata io in panico a rivivere quegli anni, ma corro la salvo, ogni volta e ristabiliti gli equilibri, torno a roma ( mio unico luogo e rifugio)
Ogni due anni le frasi ' mi hai abbandonata, tu sei felice, io sono sola' ricorrono
Oggi vive a Mantova, ha un figlio, divorziata, sola per scelta- da un anno suo figlio è scoppiato. non va piu a scuola e lei è segregata in casa con lui
A Mantova ci stanno i miei fratelli con bambini, ma le non li vuole, chiama me, esige da me, altera silenzi punitivi a richieste ' tipo trasferisciti qua'
Nel tempo ho scelto di darmi dei limiti, nonostante momenti simbiotici, attacchi di ansia, sostituzione
Ho fatto il possibile e lucidamente le ho proposto strutture adeguate ( oltre ai servizi che la seguono ahimè e per fortuna) , psicoterapia e di più per lei, pagando tutto io. trascorro molto tempo con mio nipote, ma a lei non basta, si richiude e se non faccio come dice lei mi taglia fuori
( la mia famiglia c'è , il neuropsichiatra per lei e il bimbo c'é, tutto fatto e attivato)
ma io mi sento in colpa, non vivo da quanto è arrivato tutto ciiò, se vado li parlo e risolvo, se resto.a acasa mia e passeggio e lavoro e sono serena, mi sento in colpa
Io sono single, non ho figli per scelta, ho deciso di affrontare il problema di essere sempre e solo per gli altri- per me non sono stata mai, se non quando il mio ex è andato via perché la madre di suo figlio e suo figlio passavano ciò che ho descritto.
ora lo capisco
non aveva scampo
io sono lui e mia sorelle è la sua ex
Ora mi chiedo ' quanto le mie preoccupazioni sono frutto di realtà o le ingiganstico? Forse lei sa fare e fa e se non me lo racconta non significa nulla. A volte mi chiedo se è lei ad essere richiestiva o se sono io che ormai mi do un senso solo da sorella sua e non da Chiara e basta
DOve sono io?
Chiara
Ho 48 anni, una famiglia stupenda, nella sua complessità, ma una sorella di quasi tre anni più di me, che ha sempre avuto dei problemi, problemi dai quali mi sono fatta inizialmente peso, fino a farmene schiacciare
Nel tempo, fin da bambina , mi confessava i sui incubi, le sue paure, i suoi pensieri disturbati e io non so perché lo dicesse a me: ero piccola, avevo appena 7 o forse 9 anni e non sapevo cosa fare.
Sono sempre stata, tuttavia, conscia nonostante la mia età delle gravi difficoltà della mia famiglia ( ho un fratello con una lieve forma di autismo), in tutto siamo 5 figli, di cui io la quarta e la piccolina è nata 12 anni dopo di me ( una gioia e una svolta positiva nella mia famiglia)
Insomma, sono sempre stata molto pensierosa, seppure aperta e spigliata, mentre mia sorella, in apparenza ribelle, era sempre triste e in allarme,
Mi raccontava i suoi incubi ... ma nella quotidianità abbiamo vissuto un'infanzia molto allegra e felice, sempre legati tra do noi, complici mamma ( lei di più) e papà che comunque ha sempre avuto un pessimo carattere ( urlava spesso in casa, ogno occasione era buona, ma con noi era premuroso e affettuoros, fose una figure genotoriale un po debole
Vivendo in un paesino ci conoscevamo tutti: io andavo sempre dal dottore perché avevo sempre mal di pancia e lui diventò il mio confidente...gli chiedevo perché si hanno incubi e lui mi rispondeva con gioco, come si fa con i bambini
Mi voleva molto bene
Crescendo sono cresciuti i problemi di Nina: oramai andavamo alle suoeriori e prendevamo il bus, spesso lei marinava la scuola, ma qundo non rivava amici, mi obbligava a farle compagnia, fino a che non arrivava il suo ragazzo e mi lasciava sola.
MI obbligava a pagarla per uscire con le sue amiche, ma poi dopo il ricatto, mi lasciava a casa
Inizialmente stava diventando per me irraggiungibile e una sorta di figura dalla quale chiedevo attenzione e crescendo ho iniziato a sentirmi sua complice, ma spesso ne soffrivo e la notte sognavo una vita diversa e mi immaginavo grande , bella, libera, perché io non mi sentivo me, ma in funzione altrui
C'era anche mio fratello che aveva tante crisi e io non riuscivo a dormire...
la sera fino a che tutti non erano a letto, sereni, io non chiudevo occhio.
Quando Nina faceva il 5 anno del liceo, pretendeva di andare in gita, ma mio padre non era d'accordo e dopo infinite lotte, mi disse ' se non mi manda mi prendo i tranquillanti di Luigi ( mio fratello)
Lo fece davvero
Mi sentii colpevole quando la mattina faticava a svegliarsi e quando venne il 'mio ' dottore disse, ma che ha... io confessai la sua confidenza, ma MAI avrei pensato dicesse sul serio
Da quel giorno ho iniziato ad odiarla per ciò che aveva fatto e a sentirmi sua custode, a temere che lo rifacesse e quindi la adulavo in tutto e mi poteva chieder tutto io lo avrei fatto
QUando va all'università cade nell'anoressia: non si sapeva bene ai tempi consa fosse, comprai un libricino per capire a capii, andai dal mio medico, ma lui disse di stare tranquilla.. Nei finse settimana tornava sempre piu magra, tutti lo vedevamo, ma nessuno parlava. MI ha resa comlice chiedendomi di dire che aveva mangiato poco prima e che stava bene
Lunedì ripartiva e io ero felice, quando tornava stavo male. Dopo due anni toccò a me la scelta Università e i miei tacitamente mi hanno mandata li. da lei ( sarebbe sttao più facile) io sapevo che stavo andando al patibolo con i mei piedi,. HO SMESSO DI VIVERE- io magrissima sono diventata enorme, mangiavo al posto suo, la coprivo, poi la facevo uscire,,, insomma quando ho avuto la lucidità di cose facesse la invogliavo a reagire, che non lo avrei detto a nessuno, ma lei mi diceva che non potevo lasciarla sola e mi offre un patto ' se resti a casa tutto il giorno io mangoo, puoi uscire SOLO 2 ore senza di me- se vai all'università , dai collegi o dal tuo fidanzato ( ne avevo uno) fai tu, ma SOLO 2 ore o non mangio ( per me non mangio era muoio)- Lo feci
La mia prigionia
Alla fine lasciai anche quel ragazzo
Scrivevo, non studiavo più, mi odiavo
Un giorno trova una mia lettera e mi dice ' oddio ti senti in prigione.. basta sei libera'- Io mi sentii debitrice, ma anche in colpa e inizia a parlare del sui problema con alcuni amici... iniziamo a fare volantinaggio, invece di studiare, la porto da uno psicanalista... tutto stava migliorando... pensavo... ce la fa
Invece poi scopro l'inganno.. non andava.. e si teneva i soldi che io guadagnavo cpn il volantinaggio ( che facevo anche per permetterle le sedute)- poi conobbe un tizio che si drogava e la sera spero la trovavo così---- ho iniziato a ragionare e a capire cosa fare: all'ennesima crisi chiamo l'ambulanza , chiamo i miei genitori ' venite a prendervi vostra figlia io non ce la faccio più' - Vidi per la prima volta mio padre piangere
Me ne andai enegli anni non mi sembrava vero ERO FINALMENTE LIBERA! come avevo sempre sognato
Lei la fece curare mia mamma in una clinica, con anni di terapia insieme- LA MAMMA
Per un po la dimenticai... non ricordo bene quegli anni se non con me stessa e la mia nuova vita, che piano piano è iniziata a Roma, ma nel tempo la situazione si à ricreata, ogni due anni circa mi chiama ( che ora) , matrimonio, divorzio, attacchi di panico, lavoro, vaccini figlio, solitudine, rapimenti... cambiati gli attori resta lei e io: ogni chiamata io in panico a rivivere quegli anni, ma corro la salvo, ogni volta e ristabiliti gli equilibri, torno a roma ( mio unico luogo e rifugio)
Ogni due anni le frasi ' mi hai abbandonata, tu sei felice, io sono sola' ricorrono
Oggi vive a Mantova, ha un figlio, divorziata, sola per scelta- da un anno suo figlio è scoppiato. non va piu a scuola e lei è segregata in casa con lui
A Mantova ci stanno i miei fratelli con bambini, ma le non li vuole, chiama me, esige da me, altera silenzi punitivi a richieste ' tipo trasferisciti qua'
Nel tempo ho scelto di darmi dei limiti, nonostante momenti simbiotici, attacchi di ansia, sostituzione
Ho fatto il possibile e lucidamente le ho proposto strutture adeguate ( oltre ai servizi che la seguono ahimè e per fortuna) , psicoterapia e di più per lei, pagando tutto io. trascorro molto tempo con mio nipote, ma a lei non basta, si richiude e se non faccio come dice lei mi taglia fuori
( la mia famiglia c'è , il neuropsichiatra per lei e il bimbo c'é, tutto fatto e attivato)
ma io mi sento in colpa, non vivo da quanto è arrivato tutto ciiò, se vado li parlo e risolvo, se resto.a acasa mia e passeggio e lavoro e sono serena, mi sento in colpa
Io sono single, non ho figli per scelta, ho deciso di affrontare il problema di essere sempre e solo per gli altri- per me non sono stata mai, se non quando il mio ex è andato via perché la madre di suo figlio e suo figlio passavano ciò che ho descritto.
ora lo capisco
non aveva scampo
io sono lui e mia sorelle è la sua ex
Ora mi chiedo ' quanto le mie preoccupazioni sono frutto di realtà o le ingiganstico? Forse lei sa fare e fa e se non me lo racconta non significa nulla. A volte mi chiedo se è lei ad essere richiestiva o se sono io che ormai mi do un senso solo da sorella sua e non da Chiara e basta
DOve sono io?
Chiara
Buongiorno Chiara, complicato io credo dare una risposta a domande così profonde e una storia descritta fin da bambina e quindi dall'infanzia. Ha provato a contattare uno psicologo o psicoterapeuta per sé stessa? Potrebbe essere un primo passo per vedere Chiara dov'è. MD
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Gentile Chiara,
la sua storia è molto intensa e, soprattutto, molto chiara nel mostrare un filo conduttore che attraversa tutta la sua vita: fin da bambina si è trovata a occupare un ruolo che non era il suo, quello di “contenitore” delle difficoltà altrui, in particolare di sua sorella. Questo tipo di dinamica viene spesso definito parentificazione: un bambino che, invece di essere accudito, diventa lui stesso una figura di riferimento emotivo.
Lei non ha scelto quel ruolo, ma ci è entrata molto presto, senza strumenti per difendersi. E da allora si è strutturato un meccanismo profondo: sentirsi responsabile del benessere dell’altro, fino a mettere in secondo piano (o annullare) i propri bisogni.
Alcuni aspetti che emergono con forza dal suo racconto:
Senso di responsabilità eccessivo: vive le difficoltà di sua sorella come se dipendessero da lei o come se fosse suo compito risolverle.
Senso di colpa quando si prende spazio per sé: anche nei momenti in cui sta bene, compare l’idea di “non meritarlo” o di stare trascurando qualcuno.
Dinamica relazionale ripetitiva: sua sorella continua a coinvolgerla in un rapporto fatto di richieste, colpevolizzazioni e alternanza tra vicinanza e ritiro, e lei si sente richiamata dentro questo schema.
Difficoltà a riconoscere i propri confini: sa razionalmente di aver fatto moltissimo (anche più del dovuto), ma emotivamente fatica a legittimarsi nel dire “basta così”.
La domanda che lei si pone è molto importante:
“Sono io che ingigantisco o è lei che chiede troppo?”
La risposta più utile non è scegliere una delle due, ma integrare:
sua sorella ha sicuramente fragilità importanti e modalità relazionali molto richiedenti, ma il punto centrale è che lei ha imparato a rispondere a queste richieste andando oltre i suoi limiti, fino a perdere il contatto con sé stessa.
Quando chiede: “Dove sono io?”, sta toccando il cuore del problema.
Lei c’è, ma è rimasta a lungo in secondo piano. Ogni volta che prova a riemergere (quando lavora, passeggia, sta bene), viene subito “richiamata” dal senso di colpa, che è il vero meccanismo da comprendere e trasformare.
Un passaggio fondamentale è questo:
prendersi cura di sé non significa abbandonare sua sorella.
Significa uscire da una posizione che, tra l’altro, non aiuta davvero neanche lei, perché la mantiene in una dipendenza relazionale.
Lei ha già fatto molto: ha attivato servizi, ha proposto percorsi, ha sostenuto economicamente e affettivamente. Questo è ciò che spetta a una sorella. Il resto — cioè “salvarla”, sostituirsi, sacrificarsi — non le compete.
Imparare a mettere dei confini più stabili le permetterà, paradossalmente, di avere una relazione più sana anche con lei.
Il senso di colpa che prova quando sta bene non è un segnale che sta sbagliando, ma un’abitudine emotiva costruita negli anni, che può essere compresa e modificata.
Per questo motivo, il suo è un percorso che merita uno spazio tutto suo, in cui poter lavorare su:
identità personale (“Chiara e basta”, come scrive lei)
confini relazionali
senso di colpa e responsabilità
dinamiche affettive apprese nell’infanzia
Le suggerisco davvero di approfondire questi aspetti con uno specialista, perché ha già fatto un grande lavoro di consapevolezza, ma ora serve uno spazio protetto in cui trasformarlo.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la sua storia è molto intensa e, soprattutto, molto chiara nel mostrare un filo conduttore che attraversa tutta la sua vita: fin da bambina si è trovata a occupare un ruolo che non era il suo, quello di “contenitore” delle difficoltà altrui, in particolare di sua sorella. Questo tipo di dinamica viene spesso definito parentificazione: un bambino che, invece di essere accudito, diventa lui stesso una figura di riferimento emotivo.
Lei non ha scelto quel ruolo, ma ci è entrata molto presto, senza strumenti per difendersi. E da allora si è strutturato un meccanismo profondo: sentirsi responsabile del benessere dell’altro, fino a mettere in secondo piano (o annullare) i propri bisogni.
Alcuni aspetti che emergono con forza dal suo racconto:
Senso di responsabilità eccessivo: vive le difficoltà di sua sorella come se dipendessero da lei o come se fosse suo compito risolverle.
Senso di colpa quando si prende spazio per sé: anche nei momenti in cui sta bene, compare l’idea di “non meritarlo” o di stare trascurando qualcuno.
Dinamica relazionale ripetitiva: sua sorella continua a coinvolgerla in un rapporto fatto di richieste, colpevolizzazioni e alternanza tra vicinanza e ritiro, e lei si sente richiamata dentro questo schema.
Difficoltà a riconoscere i propri confini: sa razionalmente di aver fatto moltissimo (anche più del dovuto), ma emotivamente fatica a legittimarsi nel dire “basta così”.
La domanda che lei si pone è molto importante:
“Sono io che ingigantisco o è lei che chiede troppo?”
La risposta più utile non è scegliere una delle due, ma integrare:
sua sorella ha sicuramente fragilità importanti e modalità relazionali molto richiedenti, ma il punto centrale è che lei ha imparato a rispondere a queste richieste andando oltre i suoi limiti, fino a perdere il contatto con sé stessa.
Quando chiede: “Dove sono io?”, sta toccando il cuore del problema.
Lei c’è, ma è rimasta a lungo in secondo piano. Ogni volta che prova a riemergere (quando lavora, passeggia, sta bene), viene subito “richiamata” dal senso di colpa, che è il vero meccanismo da comprendere e trasformare.
Un passaggio fondamentale è questo:
prendersi cura di sé non significa abbandonare sua sorella.
Significa uscire da una posizione che, tra l’altro, non aiuta davvero neanche lei, perché la mantiene in una dipendenza relazionale.
Lei ha già fatto molto: ha attivato servizi, ha proposto percorsi, ha sostenuto economicamente e affettivamente. Questo è ciò che spetta a una sorella. Il resto — cioè “salvarla”, sostituirsi, sacrificarsi — non le compete.
Imparare a mettere dei confini più stabili le permetterà, paradossalmente, di avere una relazione più sana anche con lei.
Il senso di colpa che prova quando sta bene non è un segnale che sta sbagliando, ma un’abitudine emotiva costruita negli anni, che può essere compresa e modificata.
Per questo motivo, il suo è un percorso che merita uno spazio tutto suo, in cui poter lavorare su:
identità personale (“Chiara e basta”, come scrive lei)
confini relazionali
senso di colpa e responsabilità
dinamiche affettive apprese nell’infanzia
Le suggerisco davvero di approfondire questi aspetti con uno specialista, perché ha già fatto un grande lavoro di consapevolezza, ma ora serve uno spazio protetto in cui trasformarlo.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
la Sua storia restituisce con molta chiarezza quanto a lungo si sia trovata all’interno di un legame familiare in cui ha assunto, fin da giovanissima, un ruolo di grande responsabilità emotiva.
Colpisce come, nel tempo, Lei abbia cercato di proteggere, contenere e reggere situazioni molto complesse, spesso a scapito del Suo spazio personale e della Sua possibilità di costruire una direzione autonoma. È comprensibile che questo abbia generato, insieme al senso di legame, anche fatica, confusione e colpa.
La domanda che pone alla fine – “dove sono io?” – sembra il punto più essenziale. Non tanto per trovare una risposta immediata, quanto perché segnala il bisogno di riappropriarsi gradualmente di un senso di sé che non coincida solo con il ruolo di sorella o di custode.
Quando relazioni così profonde si intrecciano con vissuti di responsabilità e allarme, è frequente che anche i confini tra ciò che è proprio e ciò che appartiene all’altro diventino difficili da distinguere. In questi casi, il movimento più delicato non è “fare di più” o “fare meno”, ma iniziare a riconoscere con maggiore chiarezza il proprio spazio interno e il proprio diritto ad averlo.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
la Sua storia restituisce con molta chiarezza quanto a lungo si sia trovata all’interno di un legame familiare in cui ha assunto, fin da giovanissima, un ruolo di grande responsabilità emotiva.
Colpisce come, nel tempo, Lei abbia cercato di proteggere, contenere e reggere situazioni molto complesse, spesso a scapito del Suo spazio personale e della Sua possibilità di costruire una direzione autonoma. È comprensibile che questo abbia generato, insieme al senso di legame, anche fatica, confusione e colpa.
La domanda che pone alla fine – “dove sono io?” – sembra il punto più essenziale. Non tanto per trovare una risposta immediata, quanto perché segnala il bisogno di riappropriarsi gradualmente di un senso di sé che non coincida solo con il ruolo di sorella o di custode.
Quando relazioni così profonde si intrecciano con vissuti di responsabilità e allarme, è frequente che anche i confini tra ciò che è proprio e ciò che appartiene all’altro diventino difficili da distinguere. In questi casi, il movimento più delicato non è “fare di più” o “fare meno”, ma iniziare a riconoscere con maggiore chiarezza il proprio spazio interno e il proprio diritto ad averlo.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Chiara vorrei aiutarla a darsi qualche risposta che le permetta di sbrogliare la fitta matassa delle emozioni che la legano a un passato -ancora molto presente- che come lei racconta non le ha permesso di sentirsi libera. Quando si chiede se le sue preoccupazioni per Nina sono frutto di realtà o se è lei a ingigantirle, mi porta a pensare che nella sua mente si stiano aprendo dubbi importanti sul significato che lei stessa ha dato a un ruolo di "salvatrice" di sua sorella. Il ricatto emotivo che l'ha mantenuta attiva e sempre disponibile verso Nina è stato quello di essersi sentita indispensabile per garantire, non la felicità o la compagnia di una sorella, ma la VITA della stessa. Nella sua mente, già da bambina, Chiara ha costruito un'idea si un sé "potente, forte e risolutrice "perché le veniva detto che da lei dipendeva la vita o la morte dell'altro, e nello specifico della storia, di una sorella in grave difficoltà. Lo scorrere del tempo, e arriviamo ad oggi, a questa fotografia Chiara non crede più, tanto che si sta chiedendo che cosa non ha funzionato e sta mettendo in dubbio di essersi confusa nel darsi un valore così difficile, odiato ma radicato tanto da dover essere lei ora a dipendere da quel ruolo. Chiara credo che lei sia pronta psicologicamente ad affrontare una rivisitazione della sua storia per essere aiutata a dare nuovi significati a se stessa e a liberarsi da costrutti mentali che non le servono più ma che la stanno tenendo legata a un passato di sacrifici e rinunce.
Resto a disposizione per ogni eventuale chiarimento o approfondimento delle mie osservazioni e le auguro di percepire come le sue importanti domande siano per lei l'occasione per promuovere un cambiamento significativo delle sue fatiche e orientarsi a vivere con maggior leggerezza e tranquillità la sua vita.
Resto a disposizione per ogni eventuale chiarimento o approfondimento delle mie osservazioni e le auguro di percepire come le sue importanti domande siano per lei l'occasione per promuovere un cambiamento significativo delle sue fatiche e orientarsi a vivere con maggior leggerezza e tranquillità la sua vita.
Buongiorno Chiara,
ti leggo con grande attenzione e rispetto. In quello che racconti emerge un vissuto molto intenso, lungo anni, in cui hai portato sulle tue spalle responsabilità emotive enormi, fin da quando eri molto piccola. È comprensibile che oggi tu ti senta stanca, confusa e che tu faccia fatica a distinguere tra ciò che è realtà attuale e ciò che si riattiva dentro di te come memoria emotiva di ciò che hai vissuto.
Quello che descrivi parla di un legame familiare molto coinvolgente, in cui nel tempo si sono intrecciati bisogni, paure, senso di responsabilità e anche dinamiche di dipendenza affettiva. In situazioni come questa, è frequente che si sviluppi un forte senso di colpa quando si prova a mettere dei confini o a scegliere per sé, così come la sensazione di “esistere solo in funzione dell’altro”.
La domanda che ti poni – “dove sono io?” – è molto importante. È un segnale chiaro di una parte di te che sta cercando spazio, identità e possibilità di esistere anche al di fuori di questo ruolo che hai assunto per anni.
Non si tratta tanto di stabilire se tu stia esagerando o meno, quanto piuttosto di riconoscere che ciò che hai vissuto è stato per te profondamente impegnativo e ha avuto un impatto reale sul tuo benessere, indipendentemente dalle intenzioni degli altri.
Un lavoro psicologico potrebbe aiutarti proprio a rimettere al centro te stessa, a distinguere ciò che oggi è tuo da ciò che appartiene alla storia familiare, e a costruire confini interni ed esterni più sostenibili per te, senza che questo debba tradursi in colpa o abbandono.
Non sei chiamata a risolvere tutto, né a portare da sola ciò che riguarda anche altri sistemi di cura e responsabilità. Hai diritto a uno spazio tuo, in cui poter respirare e ritrovarti.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
ti leggo con grande attenzione e rispetto. In quello che racconti emerge un vissuto molto intenso, lungo anni, in cui hai portato sulle tue spalle responsabilità emotive enormi, fin da quando eri molto piccola. È comprensibile che oggi tu ti senta stanca, confusa e che tu faccia fatica a distinguere tra ciò che è realtà attuale e ciò che si riattiva dentro di te come memoria emotiva di ciò che hai vissuto.
Quello che descrivi parla di un legame familiare molto coinvolgente, in cui nel tempo si sono intrecciati bisogni, paure, senso di responsabilità e anche dinamiche di dipendenza affettiva. In situazioni come questa, è frequente che si sviluppi un forte senso di colpa quando si prova a mettere dei confini o a scegliere per sé, così come la sensazione di “esistere solo in funzione dell’altro”.
La domanda che ti poni – “dove sono io?” – è molto importante. È un segnale chiaro di una parte di te che sta cercando spazio, identità e possibilità di esistere anche al di fuori di questo ruolo che hai assunto per anni.
Non si tratta tanto di stabilire se tu stia esagerando o meno, quanto piuttosto di riconoscere che ciò che hai vissuto è stato per te profondamente impegnativo e ha avuto un impatto reale sul tuo benessere, indipendentemente dalle intenzioni degli altri.
Un lavoro psicologico potrebbe aiutarti proprio a rimettere al centro te stessa, a distinguere ciò che oggi è tuo da ciò che appartiene alla storia familiare, e a costruire confini interni ed esterni più sostenibili per te, senza che questo debba tradursi in colpa o abbandono.
Non sei chiamata a risolvere tutto, né a portare da sola ciò che riguarda anche altri sistemi di cura e responsabilità. Hai diritto a uno spazio tuo, in cui poter respirare e ritrovarti.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
In queste situazioni è comprensibile iniziare a dubitare di sè… la sofferenza che può scaturire da questa situazione è grande e ha bisogno di un sostegno specialistico, una persona che sia in grado di raccogliere la tua storia e riuscire a mettere dei confini, dei paletti attorno a cui può iniziare a emergere effettivamente la tua persona
Buonasera Chiara, ho letto con molto interesse la tua storia e penso veramente che tu debba cominciare a riflettere su te stessa? Perché i problemi di tua sorella sono più importanti dei tuoi? Questa è la domanda principale che dovresti fare a te stessa. Io vedo una sorella che è abituata a comandare su di te e, poiché ci è sempre riuscita, continua a farlo. Il suo gesto d prendere i tranquillanti è stato un gesto dimostrativo, per attirare l'attenzione. Questo non significa che tua sorella non abbia un disagio, anzi, ce lo ha e anche profondo, lo dimostra anche l'uso di sostanze. Tuttavia non lo risolverà mai ricattando gli altri, in questo caso te. Continuando ad accorrere sempre non fai altro che deresponsabilizzarla rispetto a una richiesta di aiuto di cui lei si dovrebbe prendere carico. Inoltre dovresti riflettere sul perché tu sfuggi da te stessa, forse potresti prendere in considerazione l'idea di fare una psicoterapia o almeno qualche colloquio di consultazione, per fare un po' più di chiarezza dentro di te. Io lavoro a Roma, se vuoi possiamo fare un colloquio e chiarire un po' meglio la situazione. Ti mando un caro saluto. Silvia Tomasi
Chiara, da quanto mi sembra di comprendere, la tua identità si è sempre strutturata sotto l'ombra di qaella tua sorella. A sigillare questa prigione identitaria, sembra essere stato il senso di colpa che tua sorella ti ha sempre fatto provare in maniera molto intensa e costante. Probabilmente per l'assenza dei tuoi genitori, tua sorella ti ha sempre eletta come sua salvatrice, come unica ancora di salvezza della sua esistenza e tu, fin dalla più tenera età, ti sei sentita insignita di questo pesante fardello in cui, se non facevi da salvatrice diventavi la carnefice. A causa di questi intrecci familiari, purtroppo non hai mai potuto sperimentare la tua vera autenticità, costretta a ricoprire un ruolo nei confronti di tua sorella che non avrebbe mai dovuto appartenerti. A mio avviso, avresti bisogno di un percorso psicoterapico volto a farti elaborare i forti sensi di colpa di cui parli e che ti hanno costretta a sentirti sempre in dovere di salvare la vita a tua sorella. Sarebbe opportuno, a questo proposito, chiederci dove sono stati i tuoi genitori, perché hanno consentito che accadesse tutto ciò e perché hanno abbandonato così tanto i figli a loro stessi. Inoltre, in tutto questo, come giustamente ti chiedi tu, "dove sono io?" E soprattutto, dovremmo aprire uno spazio per poterti finalmente chiedere "chi sono io?" ... E liberarti da questi fortissimi condizionamenti e da questo severo giudice interiore che annichiliscono la tua esistenza.
Buongiorno, Lei descrive con molta chiarezza, un rapporto di co-dipendenza nel quale Lei non è solo sorella ma la persona che le ha permesso di non affrontare mai pienamente le proprie responsabilità.
Il suo senso di colpa non nasce da una mancanza reale (lei ha fatto più di quanto umanamente possibile), ma è il risultato di una sorta di ricatto affettivo.
Lei per sopravvivere ha dovuto costruire la sua identità intorno al bisogno dell'altro e il panico che prova a ogni chiamata è una richiesta di una parte di lei che sta cercando di proteggere quella libertà faticosamente conquistata.
Nina è una donna adulta e le sue crisi e le sue crisi sono cicliche perché funzionano: ogni volta che lei crolla, lei accorre. Per questo mettere un confine invalicabile non è abbandono, è sopravvivenza. Il rischio è di non aiutare sua sorella e di crollare con lei.
Potrebbe essere utile un percorso che La possa aiutare a lavorare sulla separazione e sul recupero del proprio Sé. Lei ha il diritto di passeggiare a Roma e sentirsi serena senza che questo La faccia sentire in colpa nei confronti d sua sorella.
Il suo senso di colpa non nasce da una mancanza reale (lei ha fatto più di quanto umanamente possibile), ma è il risultato di una sorta di ricatto affettivo.
Lei per sopravvivere ha dovuto costruire la sua identità intorno al bisogno dell'altro e il panico che prova a ogni chiamata è una richiesta di una parte di lei che sta cercando di proteggere quella libertà faticosamente conquistata.
Nina è una donna adulta e le sue crisi e le sue crisi sono cicliche perché funzionano: ogni volta che lei crolla, lei accorre. Per questo mettere un confine invalicabile non è abbandono, è sopravvivenza. Il rischio è di non aiutare sua sorella e di crollare con lei.
Potrebbe essere utile un percorso che La possa aiutare a lavorare sulla separazione e sul recupero del proprio Sé. Lei ha il diritto di passeggiare a Roma e sentirsi serena senza che questo La faccia sentire in colpa nei confronti d sua sorella.
Gentile Chiara,
il suo messaggio arriva con una forza rara. Più che una semplice richiesta di consiglio sembra il racconto di una vita passata a fare da contenitore, sentinella, soccorritrice, testimone, custode. E la domanda finale, “dove sono io?” è forse il punto più importante di tutto ciò che ha scritto.
Da quello che emerge, lei ha vissuto molto presto una forma di adultizzazione forzata: da bambina si è trovata ad accogliere paure, minacce, crisi, ricatti emotivi e sofferenze troppo grandi per la sua età. In una famiglia complessa, con più fragilità in gioco, ha imparato molto presto che per stare relativamente tranquilla doveva vigilare, capire, prevenire, proteggere. È comprensibile che oggi il suo sistema interno si attivi ancora immediatamente quando sua sorella la chiama: non è “debolezza” è una memoria relazionale profondissima.
Nel suo racconto c’è anche un altro elemento molto chiaro: ogni volta che prova a tornare a sé, a Roma, alla sua vita, alla sua serenità, compare il senso di colpa. Come se stare bene fosse una colpa o addirittura un tradimento. Questo accade spesso quando per anni si è costruita la propria identità attorno al salvare l’altro. Allora l’altro diventa il centro e il proprio respiro sembra quasi illegittimo.
Lei chiede se le sue preoccupazioni siano realistiche o se le ingigantisca. Probabilmente entrambe le cose convivono: sua sorella appare realmente molto richiestiva e molto faticosa da sostenere; insieme, la sua storia la porta a sentire ogni richiesta come urgentissima, totalizzante, quasi vitale. È proprio questo intreccio che la intrappola.
Il punto allora non è stabilire se sua sorella “esageri” o se lei “si inventi” il problema, quanto piuttosto che questa dinamica la sta consumando e che da sola, per quanto lucida, difficilmente riuscirà a uscirne senza un lavoro mirato su confini, senso di colpa e separazione emotiva.
La frase che mi viene da restituirle è questa: aiutare non è salvarla e salvarla non è possibile.
Lei ha già fatto moltissimo. Ha attivato servizi, cure, professionisti, supporti. Oltre un certo punto, continuare a “mettersi in mezzo” non la protegge: la mantiene nel ruolo che la sua storia le ha cucito addosso.
Per questo credo che oggi la priorità non sia tanto capire meglio sua sorella, quanto iniziare a proteggere Chiara. Non in senso egoistico, in senso vitale. Uno spazio psicoterapeutico per lei potrebbe essere molto importante, non perché ci sia qualcosa che non va in lei, piuttosto perché per la prima volta ci sia un luogo in cui lei non debba essere la forte, la lucida, la necessaria.
La sua domanda finale mostra che una parte di lei c’è ancora, viva e sta chiedendo spazio. Vale la pena ascoltarla.
Un caro saluto.
Gabriele
il suo messaggio arriva con una forza rara. Più che una semplice richiesta di consiglio sembra il racconto di una vita passata a fare da contenitore, sentinella, soccorritrice, testimone, custode. E la domanda finale, “dove sono io?” è forse il punto più importante di tutto ciò che ha scritto.
Da quello che emerge, lei ha vissuto molto presto una forma di adultizzazione forzata: da bambina si è trovata ad accogliere paure, minacce, crisi, ricatti emotivi e sofferenze troppo grandi per la sua età. In una famiglia complessa, con più fragilità in gioco, ha imparato molto presto che per stare relativamente tranquilla doveva vigilare, capire, prevenire, proteggere. È comprensibile che oggi il suo sistema interno si attivi ancora immediatamente quando sua sorella la chiama: non è “debolezza” è una memoria relazionale profondissima.
Nel suo racconto c’è anche un altro elemento molto chiaro: ogni volta che prova a tornare a sé, a Roma, alla sua vita, alla sua serenità, compare il senso di colpa. Come se stare bene fosse una colpa o addirittura un tradimento. Questo accade spesso quando per anni si è costruita la propria identità attorno al salvare l’altro. Allora l’altro diventa il centro e il proprio respiro sembra quasi illegittimo.
Lei chiede se le sue preoccupazioni siano realistiche o se le ingigantisca. Probabilmente entrambe le cose convivono: sua sorella appare realmente molto richiestiva e molto faticosa da sostenere; insieme, la sua storia la porta a sentire ogni richiesta come urgentissima, totalizzante, quasi vitale. È proprio questo intreccio che la intrappola.
Il punto allora non è stabilire se sua sorella “esageri” o se lei “si inventi” il problema, quanto piuttosto che questa dinamica la sta consumando e che da sola, per quanto lucida, difficilmente riuscirà a uscirne senza un lavoro mirato su confini, senso di colpa e separazione emotiva.
La frase che mi viene da restituirle è questa: aiutare non è salvarla e salvarla non è possibile.
Lei ha già fatto moltissimo. Ha attivato servizi, cure, professionisti, supporti. Oltre un certo punto, continuare a “mettersi in mezzo” non la protegge: la mantiene nel ruolo che la sua storia le ha cucito addosso.
Per questo credo che oggi la priorità non sia tanto capire meglio sua sorella, quanto iniziare a proteggere Chiara. Non in senso egoistico, in senso vitale. Uno spazio psicoterapeutico per lei potrebbe essere molto importante, non perché ci sia qualcosa che non va in lei, piuttosto perché per la prima volta ci sia un luogo in cui lei non debba essere la forte, la lucida, la necessaria.
La sua domanda finale mostra che una parte di lei c’è ancora, viva e sta chiedendo spazio. Vale la pena ascoltarla.
Un caro saluto.
Gabriele
Gentile Chiara,
nelle sue parole emerge la sofferenza di chi, fin da bambina, ha sentito di dover contenere e custodire il dolore degli altri, costruendo nel tempo un legame molto profondo tra amore, responsabilità e senso di colpa. È comprensibile che oggi faccia fatica a distinguere i bisogni di sua sorella dai propri e che la domanda “Dove sono io?” diventi così centrale.
Spesso esperienze relazionali così precoci e intense continuano ad agire anche nella vita adulta, portando a sentirsi responsabili dell’equilibrio emotivo altrui e a mettere se stessi in secondo piano.
Credo che la sua sofferenza meriti uno spazio di ascolto e di comprensione profonda, che possa aiutarla a dare senso a queste dinamiche e a ritrovare progressivamente un contatto più autentico con sé stessa.
nelle sue parole emerge la sofferenza di chi, fin da bambina, ha sentito di dover contenere e custodire il dolore degli altri, costruendo nel tempo un legame molto profondo tra amore, responsabilità e senso di colpa. È comprensibile che oggi faccia fatica a distinguere i bisogni di sua sorella dai propri e che la domanda “Dove sono io?” diventi così centrale.
Spesso esperienze relazionali così precoci e intense continuano ad agire anche nella vita adulta, portando a sentirsi responsabili dell’equilibrio emotivo altrui e a mettere se stessi in secondo piano.
Credo che la sua sofferenza meriti uno spazio di ascolto e di comprensione profonda, che possa aiutarla a dare senso a queste dinamiche e a ritrovare progressivamente un contatto più autentico con sé stessa.
Buongiorno Chiara, leggendo le sue parole si percepisce tutta la fatica di una vita trascorsa a cercare di proteggere sua sorella, spesso molto prima di avere gli strumenti emotivi per poterlo fare. Da bambina si è trovata ad accogliere paure, angosce e richieste troppo grandi, imparando poco alla volta a mettere se stessa in secondo piano per cercare di mettere gli altri al sicuro. Quando si cresce così, può accadere che il proprio valore finisca per intrecciarsi profondamente al prendersi cura dell’altro, fino al punto che separarsi, stare bene o semplicemente vivere la propria vita faccia sentire in colpa. Eppure, dalle sue parole emerge anche qualcosa di molto importante, una parte di lei che, nonostante tutto, continua a cercarsi e a chiedersi dove sia finita Chiara dentro questa lunga storia. Mi colpisce la lucidità con cui riesce oggi a osservare queste dinamiche, senza negare né il bene per sua sorella né la sofferenza che questo legame le ha portato.
Forse oggi il punto non è capire se sua sorella abbia davvero bisogno oppure no, ma iniziare a chiedersi cosa succede dentro di lei ogni volta che sente di dover correre, aggiustare e rassicurare. Perché la sua sofferenza merita ascolto tanto quanto quella degli altri. Credo che un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a dare finalmente spazio ai suoi bisogni, ai suoi confini, ai suoi desideri, senza vivere questo come un tradimento o un abbandono. Non per smettere di voler bene, ma per provare a costruire relazioni in cui possa esistere anche Chiara, non solo la parte di sé che si prende cura degli altri.
Le auguro di stare meglio.
Psicologa Psicoterapeuta Caterina Loiacono
Forse oggi il punto non è capire se sua sorella abbia davvero bisogno oppure no, ma iniziare a chiedersi cosa succede dentro di lei ogni volta che sente di dover correre, aggiustare e rassicurare. Perché la sua sofferenza merita ascolto tanto quanto quella degli altri. Credo che un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a dare finalmente spazio ai suoi bisogni, ai suoi confini, ai suoi desideri, senza vivere questo come un tradimento o un abbandono. Non per smettere di voler bene, ma per provare a costruire relazioni in cui possa esistere anche Chiara, non solo la parte di sé che si prende cura degli altri.
Le auguro di stare meglio.
Psicologa Psicoterapeuta Caterina Loiacono
Buongiorno,
i temi e la storia qui riportati andrebbero meglio esplorati all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle. Contatti uno specialista ed intraprenda un percorso di terapia, con il tempo potrà trovarne solo giovamento e guardare a se stessa con più consapevolezza.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
i temi e la storia qui riportati andrebbero meglio esplorati all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle. Contatti uno specialista ed intraprenda un percorso di terapia, con il tempo potrà trovarne solo giovamento e guardare a se stessa con più consapevolezza.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Gentile Chiara, dalle sue parole emerge quanto per anni abbia vissuto nel ruolo di “salvare” sua sorella, mettendo da parte se stessa, i suoi bisogni e la sua serenità. È comprensibile che oggi lei si senta stanca, in colpa e confusa rispetto a dove finiscono i problemi di sua sorella e dove inizia la sua vita.
La domanda “dove sono io?” è molto importante e merita spazio in un percorso psicoterapeutico centrato su di lei, che le dia spazio, ascolto sostegno e cura.
Spero possa presto stare meglio
Cordialmente
Dott.ssa Francesca Torretta
La domanda “dove sono io?” è molto importante e merita spazio in un percorso psicoterapeutico centrato su di lei, che le dia spazio, ascolto sostegno e cura.
Spero possa presto stare meglio
Cordialmente
Dott.ssa Francesca Torretta
Cara Chiara, le Sue parole arrivano come un respiro trattenuto per quarant’anni che finalmente trova il coraggio di farsi voce. Leggendo la Sua storia, si percepisce non solo il peso di una responsabilità precoce, ma una vera e propria "colonizzazione" della Sua esistenza. Lei è stata, fin da bambina, il contenitore dei fantasmi di un’altra persona, una piccola custode in un sistema familiare dove il dolore e la fragilità sembravano aver esaurito tutto lo spazio disponibile.
In una prospettiva relazionale e gruppale, l'identità non è qualcosa che possediamo in isolamento, ma un processo che si nutre degli scambi con chi ci circonda. Diego Napolitani parlava di "matrici": quella in cui Lei è cresciuta sembra essere una matrice caratterizzata dalla delega del dolore. In una famiglia numerosa e complessa, con le urla di un padre fragile e le difficoltà di un fratello, Lei è stata individuata come il "pilastro sano", quella spigliata e capace. Ma questo ruolo è diventato una prigione: per garantire la sopravvivenza di Nina, Lei ha dovuto sospendere la Sua.
Il ricatto di Nina — "se te ne vai, io muoio/non mangio" — è una forma di violenza psicologica estrema che ha creato in Lei un'identificazione proiettiva: Lei ha iniziato a sentirsi responsabile della vita di Sua sorella come se fosse la Sua stessa vita. Mangiando al posto suo, restando chiusa in casa per "permettere" a lei di esistere, Lei ha annullato i confini tra il "Sé" e l'altro. Il fatto che oggi, a 48 anni, ogni telefonata riattivi lo stesso panico di quando ne aveva nove, ci dice che quella bambina è ancora lì, in allarme, in attesa che tutti siano a letto prima di poter chiudere gli occhi.
Rispondendo alla Sua domanda cruciale: "Dove sono io? Chiara?", la verità è che Chiara è rimasta spesso sulla soglia, pronta a correre a Mantova, pronta a "salvare", mentre il suo desiderio di libertà veniva sacrificato al senso di colpa. Le Sue preoccupazioni non sono ingigantite; sono il riflesso di un trauma relazionale reale. Tuttavia, il meccanismo che si è instaurato è quello di una simbiosi patologica: Nina ha imparato che il suo stare male è l'unico modo per averLa, e Lei ha imparato che il Suo valore risiede solo nella Sua capacità di soccorso.
L'interpretazione della Sua realtà attuale, anche attraverso lo specchio della fine della Sua relazione passata, Le suggerisce che è giunto il momento di un atto di "tradimento" necessario. Non un tradimento verso Sua sorella, ma verso quel mandato familiare che La vuole eterna custode. La libertà che ha assaporato a Roma è la Sua vera casa, il luogo dove Chiara può esistere senza dover rispondere di qualcun altro. Il silenzio punitivo di Nina o le sue richieste di trasferimento sono tentativi di riportarLa dentro quel perimetro di prigionia che Lei ha già pagato a caro prezzo.
Lei ha già fatto l'impossibile: ha attivato i servizi, ha pagato le cure, ha offerto supporto. Ora la sfida più grande è abitare il Suo senso di colpa senza lasciarsi muovere da esso. Il senso di colpa, in questo caso, non è il segnale di un errore, ma il sintomo della Sua guarigione: è il dolore che si prova quando si smette di essere una funzione altrui per iniziare a essere, finalmente, un soggetto.
Chiara è in quella passeggiata a Roma, nel lavoro che ama, nel diritto di non rispondere a una telefonata se questa minaccia la Sua integrità. La direzione è quella di restituire a Nina la responsabilità della sua vita e di suo figlio. Lei non è "cattiva" se resta a casa Sua; è, finalmente, una donna che riconosce di avere un confine.
Cordialità,
Dottssa Giovanna Costanzo.
In una prospettiva relazionale e gruppale, l'identità non è qualcosa che possediamo in isolamento, ma un processo che si nutre degli scambi con chi ci circonda. Diego Napolitani parlava di "matrici": quella in cui Lei è cresciuta sembra essere una matrice caratterizzata dalla delega del dolore. In una famiglia numerosa e complessa, con le urla di un padre fragile e le difficoltà di un fratello, Lei è stata individuata come il "pilastro sano", quella spigliata e capace. Ma questo ruolo è diventato una prigione: per garantire la sopravvivenza di Nina, Lei ha dovuto sospendere la Sua.
Il ricatto di Nina — "se te ne vai, io muoio/non mangio" — è una forma di violenza psicologica estrema che ha creato in Lei un'identificazione proiettiva: Lei ha iniziato a sentirsi responsabile della vita di Sua sorella come se fosse la Sua stessa vita. Mangiando al posto suo, restando chiusa in casa per "permettere" a lei di esistere, Lei ha annullato i confini tra il "Sé" e l'altro. Il fatto che oggi, a 48 anni, ogni telefonata riattivi lo stesso panico di quando ne aveva nove, ci dice che quella bambina è ancora lì, in allarme, in attesa che tutti siano a letto prima di poter chiudere gli occhi.
Rispondendo alla Sua domanda cruciale: "Dove sono io? Chiara?", la verità è che Chiara è rimasta spesso sulla soglia, pronta a correre a Mantova, pronta a "salvare", mentre il suo desiderio di libertà veniva sacrificato al senso di colpa. Le Sue preoccupazioni non sono ingigantite; sono il riflesso di un trauma relazionale reale. Tuttavia, il meccanismo che si è instaurato è quello di una simbiosi patologica: Nina ha imparato che il suo stare male è l'unico modo per averLa, e Lei ha imparato che il Suo valore risiede solo nella Sua capacità di soccorso.
L'interpretazione della Sua realtà attuale, anche attraverso lo specchio della fine della Sua relazione passata, Le suggerisce che è giunto il momento di un atto di "tradimento" necessario. Non un tradimento verso Sua sorella, ma verso quel mandato familiare che La vuole eterna custode. La libertà che ha assaporato a Roma è la Sua vera casa, il luogo dove Chiara può esistere senza dover rispondere di qualcun altro. Il silenzio punitivo di Nina o le sue richieste di trasferimento sono tentativi di riportarLa dentro quel perimetro di prigionia che Lei ha già pagato a caro prezzo.
Lei ha già fatto l'impossibile: ha attivato i servizi, ha pagato le cure, ha offerto supporto. Ora la sfida più grande è abitare il Suo senso di colpa senza lasciarsi muovere da esso. Il senso di colpa, in questo caso, non è il segnale di un errore, ma il sintomo della Sua guarigione: è il dolore che si prova quando si smette di essere una funzione altrui per iniziare a essere, finalmente, un soggetto.
Chiara è in quella passeggiata a Roma, nel lavoro che ama, nel diritto di non rispondere a una telefonata se questa minaccia la Sua integrità. La direzione è quella di restituire a Nina la responsabilità della sua vita e di suo figlio. Lei non è "cattiva" se resta a casa Sua; è, finalmente, una donna che riconosce di avere un confine.
Cordialità,
Dottssa Giovanna Costanzo.
Cara Chiara, la sua storia mi ha colpita profondamente. Quello che leggo è una donna che, fin da bambina, ha portato responsabilità enormi, forse troppo grandi per le sue spalle di allora, eppure le ha portate con una dedizione straordinaria. Ha protetto, ha coperto, ha rinunciato, ha chiamato l'ambulanza quando nessun altro lo faceva, ha costruito reti di cura per sua sorella quando forse nessuno gliene riconosceva il valore. E lo ha fatto mentre cercava anche di vivere la sua vita. Mi colpisce quando scrive che oggi la famiglia c'è, il neuropsichiatra c'è, tutto è attivato eppure lei si sente ancora in colpa. È lì che mi fermo a pensare: cosa significherebbe per lei lasciare davvero questo ruolo? È esattamente lì che arriva la domanda più vera: "chi sono io, senza di lei?" Capisco quanto possa fare paura scoprirsi, occuparsi di sé, quando per così tanto tempo ci si è occupati di qualcun altro. Ma forse è proprio prendendosi piccoli spazi, piano piano, che riuscirà a trovare risposta a quella domanda. Non è sola in questo, sua sorella ha una rete a supporto. Può prendersi dei momenti in cui lei si occupa di lei.
La colpa che sente quando sta bene non è un segnale che sta sbagliando. È il segnale che Chiara c'è.
La colpa che sente quando sta bene non è un segnale che sta sbagliando. È il segnale che Chiara c'è.
Mi viene da dirti che la tua sofferenza attuale non nasce dal fatto che tua sorella sta male, ma dal fatto che per anni hai creduto che il tuo stare bene dipendesse dal suo stare bene.
Chiara,
dentro quello che hai scritto c’è una vita intera passata a occuparti emotivamente di qualcun altro. E la cosa più impressionante è che tutto questo è iniziato quando eri una bambina. Non quando eri adulta, non quando avevi strumenti per scegliere o proteggerti, ma quando avevi 7, 8, 9 anni e tua sorella ti consegnava paure, incubi, minacce di morte, richieste impossibili da reggere per una bambina.
Tu sei cresciuta molto presto dentro una posizione che non era la tua: quella della custode, della regolatrice, della persona che deve vigilare perché l’altro non crolli.
E da quello che racconti, nessuno davvero ti ha tolta da quel ruolo.
Mi colpisce tantissimo una frase:
“fino a che tutti non erano a letto sereni, io non chiudevo occhio.”
È l’immagine perfetta di una bambina che ha imparato che il proprio riposo, la propria tranquillità, la propria esistenza dipendono dal fatto che gli altri stiano bene. Come se tu non avessi il diritto di lasciarti andare finché qualcuno accanto soffre o è instabile.
E questa cosa sembra essersi strutturata dentro di te così profondamente che oggi, a 48 anni, il tuo senso di identità rischia ancora di organizzarsi attorno al salvare Nina.
Non perché tu sia “debole”, ma perché è lì che hai imparato a esistere.
Tu stessa lo intuisci quando scrivi:
“forse sono io che ormai mi do un senso solo da sorella sua e non da Chiara”.
Credo che questa sia una delle domande più vere e più dolorose del tuo racconto.
Perché il punto non è capire se tua sorella stia davvero male — da quello che racconti, sì, è una persona profondamente fragile e problematica. Il punto è capire quanto il tuo sistema emotivo si attivi automaticamente ogni volta che lei soffre, fino al punto da cancellare te stessa.
E qui c’è qualcosa di molto importante: tu non stai più vivendo solo il presente. Ogni sua crisi riattiva la bambina terrorizzata che si sentiva responsabile della sua vita.
Quando lei dice:
“mi hai abbandonata”,
tu non senti soltanto una sorella adulta che parla. Sembra quasi che dentro di te si riapra immediatamente il ricatto emotivo originario:
“se te ne vai, io muoio”.
E questo ti paralizza ancora oggi.
Mi colpisce anche quanto tu abbia fatto concretamente: strutture, psicoterapia, servizi, sostegno economico, presenza per tuo nipote. Non sei una persona che “abbandona”. Anzi, forse il rischio opposto è che tu faccia molto più di quanto sarebbe sostenibile per te.
E sai cosa emerge leggendo tutto?
Che ogni volta che tu inizi a vivere, a respirare, a sentirti finalmente libera… qualcosa ti richiama indietro.
Come se la serenità ti facesse sentire colpevole.
Quando scrivi:
“se resto a casa mia e passeggio e lavoro e sono serena, mi sento in colpa”
lì c’è il nodo centrale.
È come se dentro di te la felicità fosse associata automaticamente all’idea di stare lasciando qualcuno indietro.
Ma Chiara, tu non hai il potere di salvare definitivamente tua sorella. E soprattutto: non è più il tuo compito.
Puoi esserci, volerle bene, mantenere un legame. Ma non puoi continuare a vivere come se il tuo diritto a esistere dipendesse dal suo equilibrio.
Mi sembra che tu abbia già fatto un enorme lavoro di consapevolezza. Il fatto stesso che tu riesca oggi a chiederti “dove sono io?” significa che una parte di te sta finalmente cercando di uscire da quella fusione.
E forse la domanda da iniziare lentamente a tenere non è:
“come faccio a salvarla senza sentirmi in colpa?”
ma:
“come posso iniziare a esistere senza dovermi meritare il diritto di vivere?”
Perché la sensazione che attraversa tutto il tuo racconto è che tu abbia passato la vita a meritarti il permesso di stare bene solo dopo aver sistemato gli altri.
Ma quel momento, con Nina, non arriverà mai in modo definitivo. Perché il problema non è solo ciò che lei chiede. È il posto che tu hai imparato ad avere accanto a lei.
E quel posto ti ha consumata per anni.
dentro quello che hai scritto c’è una vita intera passata a occuparti emotivamente di qualcun altro. E la cosa più impressionante è che tutto questo è iniziato quando eri una bambina. Non quando eri adulta, non quando avevi strumenti per scegliere o proteggerti, ma quando avevi 7, 8, 9 anni e tua sorella ti consegnava paure, incubi, minacce di morte, richieste impossibili da reggere per una bambina.
Tu sei cresciuta molto presto dentro una posizione che non era la tua: quella della custode, della regolatrice, della persona che deve vigilare perché l’altro non crolli.
E da quello che racconti, nessuno davvero ti ha tolta da quel ruolo.
Mi colpisce tantissimo una frase:
“fino a che tutti non erano a letto sereni, io non chiudevo occhio.”
È l’immagine perfetta di una bambina che ha imparato che il proprio riposo, la propria tranquillità, la propria esistenza dipendono dal fatto che gli altri stiano bene. Come se tu non avessi il diritto di lasciarti andare finché qualcuno accanto soffre o è instabile.
E questa cosa sembra essersi strutturata dentro di te così profondamente che oggi, a 48 anni, il tuo senso di identità rischia ancora di organizzarsi attorno al salvare Nina.
Non perché tu sia “debole”, ma perché è lì che hai imparato a esistere.
Tu stessa lo intuisci quando scrivi:
“forse sono io che ormai mi do un senso solo da sorella sua e non da Chiara”.
Credo che questa sia una delle domande più vere e più dolorose del tuo racconto.
Perché il punto non è capire se tua sorella stia davvero male — da quello che racconti, sì, è una persona profondamente fragile e problematica. Il punto è capire quanto il tuo sistema emotivo si attivi automaticamente ogni volta che lei soffre, fino al punto da cancellare te stessa.
E qui c’è qualcosa di molto importante: tu non stai più vivendo solo il presente. Ogni sua crisi riattiva la bambina terrorizzata che si sentiva responsabile della sua vita.
Quando lei dice:
“mi hai abbandonata”,
tu non senti soltanto una sorella adulta che parla. Sembra quasi che dentro di te si riapra immediatamente il ricatto emotivo originario:
“se te ne vai, io muoio”.
E questo ti paralizza ancora oggi.
Mi colpisce anche quanto tu abbia fatto concretamente: strutture, psicoterapia, servizi, sostegno economico, presenza per tuo nipote. Non sei una persona che “abbandona”. Anzi, forse il rischio opposto è che tu faccia molto più di quanto sarebbe sostenibile per te.
E sai cosa emerge leggendo tutto?
Che ogni volta che tu inizi a vivere, a respirare, a sentirti finalmente libera… qualcosa ti richiama indietro.
Come se la serenità ti facesse sentire colpevole.
Quando scrivi:
“se resto a casa mia e passeggio e lavoro e sono serena, mi sento in colpa”
lì c’è il nodo centrale.
È come se dentro di te la felicità fosse associata automaticamente all’idea di stare lasciando qualcuno indietro.
Ma Chiara, tu non hai il potere di salvare definitivamente tua sorella. E soprattutto: non è più il tuo compito.
Puoi esserci, volerle bene, mantenere un legame. Ma non puoi continuare a vivere come se il tuo diritto a esistere dipendesse dal suo equilibrio.
Mi sembra che tu abbia già fatto un enorme lavoro di consapevolezza. Il fatto stesso che tu riesca oggi a chiederti “dove sono io?” significa che una parte di te sta finalmente cercando di uscire da quella fusione.
E forse la domanda da iniziare lentamente a tenere non è:
“come faccio a salvarla senza sentirmi in colpa?”
ma:
“come posso iniziare a esistere senza dovermi meritare il diritto di vivere?”
Perché la sensazione che attraversa tutto il tuo racconto è che tu abbia passato la vita a meritarti il permesso di stare bene solo dopo aver sistemato gli altri.
Ma quel momento, con Nina, non arriverà mai in modo definitivo. Perché il problema non è solo ciò che lei chiede. È il posto che tu hai imparato ad avere accanto a lei.
E quel posto ti ha consumata per anni.
Salve ho letto le sue parole, la sua storia di vita è segnata da tanti eventi potenzialmente traumatici, sarebbe utile poter lavorare lei in terapia su questo legame che le porta tante richieste e chiedersi se vuole modificare qualcosa e se è motivata a mettere in discussione alcuni aspetti che sembrano ormai cristallizzati. Valuti un percorso di psicoterapia individuale che le dia maggiori risorse personali e di identità. Spero di esserle stata d'aiuto.
Salve,
Grazie di aver condiviso la sua storia, le sue paure, le sue riflessioni e consapevolezze. Sento la fatica, l'amore per gli altri e il costo dell'annullarsi.
Sento molto forte la domanda "io dove sono?". Credo sia questo il punto importante, e forse adesso è talmente forte che chiede ascolto.
La storia da lei raccontata è molto complessa, sofferta e ha creato profondo dolore in Lei.
Credo che adesso sia arrivato il Suo momento di prendersi cura di sé, di trovarsi ed essere protagonista della sua vita, cercando le sue risorse, ciò che vuole per sé.
Il mio consiglio è di cercare uno spazio suo, solo suo e un professionista che possa seguirla e supportarla in questo viaggio.
Le mandi un caro saluto,
Dott.ssa Francesca Manzella Psicologa-Psicoterapeuta
Grazie di aver condiviso la sua storia, le sue paure, le sue riflessioni e consapevolezze. Sento la fatica, l'amore per gli altri e il costo dell'annullarsi.
Sento molto forte la domanda "io dove sono?". Credo sia questo il punto importante, e forse adesso è talmente forte che chiede ascolto.
La storia da lei raccontata è molto complessa, sofferta e ha creato profondo dolore in Lei.
Credo che adesso sia arrivato il Suo momento di prendersi cura di sé, di trovarsi ed essere protagonista della sua vita, cercando le sue risorse, ciò che vuole per sé.
Il mio consiglio è di cercare uno spazio suo, solo suo e un professionista che possa seguirla e supportarla in questo viaggio.
Le mandi un caro saluto,
Dott.ssa Francesca Manzella Psicologa-Psicoterapeuta
Buongiorno grazie per la Sua email che contiene tanto dolore e sofferenza. Il senso complessivo di quanto scrive mi sembra si concentri soprattutto sul senso di colpa che Lei sente nei confronti di una sorella che Lei non ha potuto salvare come avrebbe voluto. Tutta la Sua vita è stata improntata al senso dell'accudimento verso l'altro tranne che verso se stessa e oggi Lei si chiede dove sia Chiara. Sarebbe forse utile per Lei intraprendere un percorso di psicoterapia per ricostruire il senso complessivo della propria storia, comciiando a riconoscere le emozioni più profonde della Sua vita(paura, rabbia ecc.) a cui non ha potuto dare spazio. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
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