Gentilissimi Dottori, vi scrivo per esporvi una dinamica complessa che FORSE non dovrei neanche porr
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Gentilissimi Dottori, vi scrivo per esporvi una dinamica complessa che FORSE non dovrei neanche porre, perchè non riguarda direttamente me, ma il ragazzo con cui mi frequento. Situazione difficile che non sto qui a spiegare nei dettagli, perchè sarebbe troppo lunga. Lui ha una vita complessa, tante dinamiche importanti a cui pensare ed un carattere più distaccato, anche se all'inizio era totalmente onnipresente a parole e con i fatti. Questa sua presenza eccessiva lo spaventò, perché era consapevole di non volere una relazione, ma io lo avevo colpito talmente tanto che voleva comunque conoscermi. Dopo qualche settimana si iniziò ad allontanare e lì io sono entrata in crisi, mostrando insicurezza e l'ho un po' inseguito. Successivamente a settembre abbiamo passato un periodo di tira e molla, fino a quando non abbiamo deciso di provarci senza ansie e timori. Dal vivo c'è. Ridiamo, giochiamo, parliamo, mi include nella sua vita con gli amici. Ma a distanza sparisce. Fino a due mesi fa mi scriveva spesso di notte.. e parlavamo ore ed ore.. Di giorno solo per organizzarci.. Poi due mesi fa ebbe un incidente e la sua vita è cambiata totalmente. Da lì è diventato molto più presente dal vivo. Nel senso che quella volta a settimana che ci vediamo, lo percepisco più vicino. Ma a distanza non c'è più, neanche di notte. Se gli scrivo io, non sempre risponde. Io mi sento limitata nel condividere con lui racconti, perchè non voglio "pressarlo". Ma mi sento limitata anche nel chiedergli "come stai?".. Ieri ho deciso di parlargliene, perchè la sua ambiguità non mi fa più stare bene. Ambiguità che lui riconosce ed ammette. Io gli ho detto che non chiedo una relazione, ma chiedo la possibilità di condividere di più quando ho voglia, senza dovermi sentire limitata o un peso. Lui mi dice che non sono un peso e che si rende conto che il suo comportamento non è piacevole e che non lo fa a posta. Io continuo chiedendogli come mi dovrei comportare per far sì che possiamo stare bene entrambi nel rispetto dei reciproci bisogni. E lui mi risponde " io a questo non so risponderti, perchè è strano e destabilizzante". Io continuo dicendogli che la domanda che lui si deve porre è se ha piacere nel sentirmi o meno. Lui risponde "certo che si, ma come con qualunque persona non sempre". Poi io continuo dicendogli "ma a te viene mai da scrivermi e poi ti freni?" e lui "Onestamente no. Non mi viene con nessuno, non so perchè, sono strano". Allora io ribatto dicendo che quella è già una risposta e gli chiedo cosa prova quando gli arriva un mio msg. Lui risponde testuali parole "curiosità e benessere. Poi dipende dai messaggi. Bu, io credo di aver molto le emozioni spente e confuse". Io gli rispondo dicendogli che secondo me lui ha paura di rivivere il passato, che ha un blocco emotivo e che io posso esserci solo se lui c'è. Che non posso convincerlo a fare qualcosa che non vuole, perchè non sarebbe spontaneo. Gli ho detto che dovrebbe spegnere un po' la testa e lasciarsi andare, se vuole continuare a vivermi (questo è il sunto principale). Lui mi ha risposto dicendomi che crede di avere la testa spenta, perchè vive le cose come vengono in modo naturale ed in base a come si sente. Io poi gli ho detto che non mi ha fornito una risposta a tutto (mi riferivo al fatto del "io ci sono, se tu ci sei, perchè io voglio essere a 360 gradi). Non mi ha più risposto. Mi rendo conto di averlo messo davanti ad uno specchio, ad ascoltare cose che forse non vuole sentire. Da un punto di vista razionale, penso di aver fatto bene perchè devo tutelare me stessa in primis; dall'altro ho paura di aver esagerato
Gentile Utente,
la ringrazio per aver condiviso una storia così articolata e carica di vissuti emotivi: si percepiscono chiaramente la sua lucidità, la capacità di osservazione e, allo stesso tempo, la fatica che sta vivendo.
Provo a restituirle una lettura da un’ottica sistemico–relazionale, integrando empatia e chiarezza.
1. La dinamica che si è creata (non il singolo comportamento)
Più che focalizzarci su chi ha ragione o chi ha sbagliato, è utile osservare la danza relazionale che si è costruita tra voi.
Da un lato c’è lei, con un bisogno legittimo di:
• continuità,
• condivisione,
• sicurezza emotiva minima per potersi sentire libera di esistere nella relazione.
Dall’altro lato c’è lui, che mostra:
• un funzionamento emotivo marcatamente evitante/dissociato,
• una grande difficoltà a tollerare la vicinanza a distanza,
• una presenza che si attiva solo quando la relazione è “contenuta” nel qui e ora (dal vivo), ma si spegne quando richiede continuità simbolica (messaggi, pensiero dell’altro, investimento spontaneo).
Queste due modalità non sono patologiche in sé, ma incompatibili così come sono oggi.
2. Lei non ha “esagerato”: ha fatto un atto di regolazione sana
È molto importante che lei senta questo punto:
non ha pressato,
non ha chiesto una relazione,
non ha chiesto promesse,
ha chiesto spazio emotivo per poter stare senza contrarsi.
In termini sistemici, quello che ha fatto è stato:
• interrompere un adattamento unilaterale,
• provare a riequilibrare la relazione,
• portare il non detto alla luce.
Questo non è eccesso: è autotutela emotiva.
Il fatto che lui definisca la sua domanda “strana e destabilizzante” è molto indicativo: non perché sia sbagliata, ma perché lo mette in contatto con una parte di sé che lui stesso evita.
3. Le sue risposte sono coerenti (anche se dolorose)
Se guardiamo le sue parole, emerge una grande coerenza interna:
• “Non mi viene da scrivere a nessuno”
• “Le emozioni sono spente e confuse”
• “Vivo le cose come vengono”
• “Provo curiosità e benessere, ma dipende”
Queste frasi descrivono una persona che:
• non è in grado, oggi, di sostenere una reciprocità emotiva continuativa,
• non si sta difendendo da lei, ma da un coinvolgimento che non sa gestire,
• probabilmente ha sviluppato nel tempo una modalità di sopravvivenza basata sullo spegnimento affettivo.
Lei ha colto qualcosa di molto vero quando ha parlato di blocco e paura del passato. Ma — ed è qui il punto centrale — questa consapevolezza non equivale alla possibilità di cambiare.
4. Il silenzio finale: non è una punizione, è una fuga
Il suo mancato messaggio finale non va letto come:
• disinteresse improvviso,
• cattiveria,
• rifiuto personale.
Va letto come ritiro: quando la relazione gli chiede una posizione, una definizione minima, una responsabilità emotiva, lui si sottrae.
Questo però non significa che lei debba adattarsi a questa sottrazione.
5. La domanda chiave ora non è su di lui, ma su di lei
Lei ha fatto qualcosa di molto maturo: ha spostato il focus da
“come posso fare per non perderlo?”
a
“come posso stare senza perdermi?”
La vera domanda ora è:
Posso continuare a frequentare una persona che c’è solo a tratti, se questo mi costringe a limitarmi, frenarmi, silenziarmi?
Non c’è una risposta giusta in assoluto. C’è la risposta giusta per il suo sistema emotivo.
6. Un punto fermo (importante)
Lei non può essere “a 360 gradi” con qualcuno che è presente a 90,
e non è una questione di volontà, ma di struttura emotiva.
Continuare a sperare che lui “si lasci andare” rischia di tenerla in una posizione asimmetrica, dove:
• lei si espone,
• lui riceve,
• e il vuoto tra un incontro e l’altro diventa sempre più faticoso da reggere.
In sintesi
• Ha fatto bene a parlare.
• Ha fatto bene a proteggersi.
• Non ha sbagliato i tempi né i modi.
• Sta incontrando un limite che non dipende da lei.
La vera competenza emotiva, a volte, non è capire l’altro…
ma accettare ciò che l’altro, oggi, non può dare, e decidere se per noi è sufficiente.
Resto qui, se vorrà, per aiutarla a capire come stare dentro questa scelta, qualunque direzione prenda.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
la ringrazio per aver condiviso una storia così articolata e carica di vissuti emotivi: si percepiscono chiaramente la sua lucidità, la capacità di osservazione e, allo stesso tempo, la fatica che sta vivendo.
Provo a restituirle una lettura da un’ottica sistemico–relazionale, integrando empatia e chiarezza.
1. La dinamica che si è creata (non il singolo comportamento)
Più che focalizzarci su chi ha ragione o chi ha sbagliato, è utile osservare la danza relazionale che si è costruita tra voi.
Da un lato c’è lei, con un bisogno legittimo di:
• continuità,
• condivisione,
• sicurezza emotiva minima per potersi sentire libera di esistere nella relazione.
Dall’altro lato c’è lui, che mostra:
• un funzionamento emotivo marcatamente evitante/dissociato,
• una grande difficoltà a tollerare la vicinanza a distanza,
• una presenza che si attiva solo quando la relazione è “contenuta” nel qui e ora (dal vivo), ma si spegne quando richiede continuità simbolica (messaggi, pensiero dell’altro, investimento spontaneo).
Queste due modalità non sono patologiche in sé, ma incompatibili così come sono oggi.
2. Lei non ha “esagerato”: ha fatto un atto di regolazione sana
È molto importante che lei senta questo punto:
non ha pressato,
non ha chiesto una relazione,
non ha chiesto promesse,
ha chiesto spazio emotivo per poter stare senza contrarsi.
In termini sistemici, quello che ha fatto è stato:
• interrompere un adattamento unilaterale,
• provare a riequilibrare la relazione,
• portare il non detto alla luce.
Questo non è eccesso: è autotutela emotiva.
Il fatto che lui definisca la sua domanda “strana e destabilizzante” è molto indicativo: non perché sia sbagliata, ma perché lo mette in contatto con una parte di sé che lui stesso evita.
3. Le sue risposte sono coerenti (anche se dolorose)
Se guardiamo le sue parole, emerge una grande coerenza interna:
• “Non mi viene da scrivere a nessuno”
• “Le emozioni sono spente e confuse”
• “Vivo le cose come vengono”
• “Provo curiosità e benessere, ma dipende”
Queste frasi descrivono una persona che:
• non è in grado, oggi, di sostenere una reciprocità emotiva continuativa,
• non si sta difendendo da lei, ma da un coinvolgimento che non sa gestire,
• probabilmente ha sviluppato nel tempo una modalità di sopravvivenza basata sullo spegnimento affettivo.
Lei ha colto qualcosa di molto vero quando ha parlato di blocco e paura del passato. Ma — ed è qui il punto centrale — questa consapevolezza non equivale alla possibilità di cambiare.
4. Il silenzio finale: non è una punizione, è una fuga
Il suo mancato messaggio finale non va letto come:
• disinteresse improvviso,
• cattiveria,
• rifiuto personale.
Va letto come ritiro: quando la relazione gli chiede una posizione, una definizione minima, una responsabilità emotiva, lui si sottrae.
Questo però non significa che lei debba adattarsi a questa sottrazione.
5. La domanda chiave ora non è su di lui, ma su di lei
Lei ha fatto qualcosa di molto maturo: ha spostato il focus da
“come posso fare per non perderlo?”
a
“come posso stare senza perdermi?”
La vera domanda ora è:
Posso continuare a frequentare una persona che c’è solo a tratti, se questo mi costringe a limitarmi, frenarmi, silenziarmi?
Non c’è una risposta giusta in assoluto. C’è la risposta giusta per il suo sistema emotivo.
6. Un punto fermo (importante)
Lei non può essere “a 360 gradi” con qualcuno che è presente a 90,
e non è una questione di volontà, ma di struttura emotiva.
Continuare a sperare che lui “si lasci andare” rischia di tenerla in una posizione asimmetrica, dove:
• lei si espone,
• lui riceve,
• e il vuoto tra un incontro e l’altro diventa sempre più faticoso da reggere.
In sintesi
• Ha fatto bene a parlare.
• Ha fatto bene a proteggersi.
• Non ha sbagliato i tempi né i modi.
• Sta incontrando un limite che non dipende da lei.
La vera competenza emotiva, a volte, non è capire l’altro…
ma accettare ciò che l’altro, oggi, non può dare, e decidere se per noi è sufficiente.
Resto qui, se vorrà, per aiutarla a capire come stare dentro questa scelta, qualunque direzione prenda.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
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Gentile Utente, la sua domanda è molto più “sua” di quanto forse tema. Anche se sente che la domanda riguardi più lui, da ciò che scrive emerge con molta chiarezza quanto questa situazione la stia coinvolgendo emotivamente e quanto le stia facendo oscillare tra il desiderio di tutelarsi e la paura di aver chiesto troppo.
Quello che descrive è una dinamica fatta di presenza e assenza, di momenti di vicinanza alternati a silenzi. È comprensibile che questo generi confusione, insicurezza e il bisogno di capire come muoversi senza “rovinare” ciò che c’è. Quando il legame è così discontinuo, spesso ci si ritrova a interrogarsi più su come comportarsi che su come ci si sente. Il confronto che ha provato ad avere con lui sembra nascere proprio da questo ovvero dal tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo e di capire se esiste uno spazio in cui possiate incontrarvi senza che lei debba sentirsi di troppo o limitata nell’esprimersi.
Il fatto che lui riconosca la propria ambiguità ma faccia fatica a darle risposte chiare può lasciare in sospeso molte domande, e questo, nel tempo, può diventare faticoso. Forse più che capire se ha “esagerato”, potrebbe essere utile fermarsi su ciò che questa relazione le fa provare, domandandosi, quanto spazio sente di avere per sé, quanto può essere spontanea, quanto si sente tranquilla o in allerta. A volte il disagio non nasce da ciò che si dice, ma da ciò che, nonostante i tentativi di parlarne, resta indefinito.
Portare attenzione a questi vissuti può aiutarla a orientarsi, senza forzare decisioni o risposte immediate. Se dovesse accorgersi che dinamiche simili tendono a ripresentarsi, esplorarle in un percorso terapeutico potrebbe offrirle uno spazio per comprenderle meglio e capire di cosa ha bisogno oggi nelle relazioni.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Quello che descrive è una dinamica fatta di presenza e assenza, di momenti di vicinanza alternati a silenzi. È comprensibile che questo generi confusione, insicurezza e il bisogno di capire come muoversi senza “rovinare” ciò che c’è. Quando il legame è così discontinuo, spesso ci si ritrova a interrogarsi più su come comportarsi che su come ci si sente. Il confronto che ha provato ad avere con lui sembra nascere proprio da questo ovvero dal tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo e di capire se esiste uno spazio in cui possiate incontrarvi senza che lei debba sentirsi di troppo o limitata nell’esprimersi.
Il fatto che lui riconosca la propria ambiguità ma faccia fatica a darle risposte chiare può lasciare in sospeso molte domande, e questo, nel tempo, può diventare faticoso. Forse più che capire se ha “esagerato”, potrebbe essere utile fermarsi su ciò che questa relazione le fa provare, domandandosi, quanto spazio sente di avere per sé, quanto può essere spontanea, quanto si sente tranquilla o in allerta. A volte il disagio non nasce da ciò che si dice, ma da ciò che, nonostante i tentativi di parlarne, resta indefinito.
Portare attenzione a questi vissuti può aiutarla a orientarsi, senza forzare decisioni o risposte immediate. Se dovesse accorgersi che dinamiche simili tendono a ripresentarsi, esplorarle in un percorso terapeutico potrebbe offrirle uno spazio per comprenderle meglio e capire di cosa ha bisogno oggi nelle relazioni.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
La ringrazio per la fiducia e per aver condiviso una situazione così delicata e coinvolgente sul piano emotivo. Anche quando un vissuto riguarda una relazione non definita o una persona che non è formalmente il proprio partner, l’impatto interno può essere profondo e merita piena legittimità e ascolto.Dal suo racconto emerge una dinamica relazionale caratterizzata da una continua oscillazione tra vicinanza e distanza. In un’ottica sistemico-relazionale è utile osservare non tanto i singoli comportamenti, quanto il processo interattivo che si è costruito tra voi: quando lei sente la distanza e prova ad avvicinarsi per ritrovare connessione e chiarezza, lui sembra arretrare; quando invece il legame si fa più leggero o meno definito, lui riesce a esserci con maggiore spontaneità. Questa “danza relazionale” non è colpa di nessuno, ma può diventare faticosa e generare insicurezza, frustrazione e senso di solitudine anche all’interno del rapporto.
È importante sottolineare che lei ha compiuto un passaggio sano e maturo: ha provato a portare la relazione su un piano di maggiore esplicitazione dei bisogni e dei vissuti. Chiedere la possibilità di condividere di più, senza sentirsi un peso o doversi trattenere, non è una richiesta eccessiva, ma un tentativo di rendere il legame più chiaro e quindi più sicuro dal punto di vista emotivo. Parallelamente, la difficoltà che lui esprime nel riconoscere e nominare ciò che prova (“emozioni spente e confuse”, “non mi viene da scrivere a nessuno”) sembra indicare una sua modalità personale di gestione della vicinanza affettiva, che al momento appare limitata o difensiva.Dal punto di vista relazionale, il nodo centrale non è stabilire chi abbia ragione, ma domandarsi se le modalità attuali di questo rapporto siano sufficientemente nutrenti per entrambi. Lei sembra desiderare una presenza più continua sul piano comunicativo ed emotivo, mentre lui appare orientato a un coinvolgimento più intermittente, poco espresso e poco consapevole. Quando i bisogni di connessione e quelli di distanza sono così diversi, il rischio è che uno dei due — spesso chi chiede maggiore vicinanza — inizi progressivamente a ridimensionarsi, a trattenersi, a “non disturbare”, vivendo però internamente un senso crescente di frustrazione o di non pieno riconoscimento.Non emerge che lei abbia esagerato: ha dato voce ai suoi bisogni in modo diretto e rispettoso, riconoscendo anche i limiti dell’altro e affermando un principio importante, cioè che può esserci solo se la presenza è reciproca. Questo rappresenta un atto di tutela personale, non un’imposizione. Il fatto che lui si sia sentito destabilizzato può indicare quanto per lui sia complesso sostare in uno spazio di definizione emotiva, ma ciò non rende meno legittimo il suo bisogno di chiarezza.In situazioni come questa, il passaggio evolutivo non consiste nel convincere l’altro a essere diverso, bensì nel comprendere fino a che punto ciascuno possa restare nella relazione senza perdere parti significative di sé. Continuare ad ascoltare i propri vissuti — più che le sole spiegazioni razionali — può aiutarla a capire se questa modalità di rapporto le permette di sentirsi vista, scelta e serena, oppure prevalentemente in attesa e nel dubbio.
È importante sottolineare che lei ha compiuto un passaggio sano e maturo: ha provato a portare la relazione su un piano di maggiore esplicitazione dei bisogni e dei vissuti. Chiedere la possibilità di condividere di più, senza sentirsi un peso o doversi trattenere, non è una richiesta eccessiva, ma un tentativo di rendere il legame più chiaro e quindi più sicuro dal punto di vista emotivo. Parallelamente, la difficoltà che lui esprime nel riconoscere e nominare ciò che prova (“emozioni spente e confuse”, “non mi viene da scrivere a nessuno”) sembra indicare una sua modalità personale di gestione della vicinanza affettiva, che al momento appare limitata o difensiva.Dal punto di vista relazionale, il nodo centrale non è stabilire chi abbia ragione, ma domandarsi se le modalità attuali di questo rapporto siano sufficientemente nutrenti per entrambi. Lei sembra desiderare una presenza più continua sul piano comunicativo ed emotivo, mentre lui appare orientato a un coinvolgimento più intermittente, poco espresso e poco consapevole. Quando i bisogni di connessione e quelli di distanza sono così diversi, il rischio è che uno dei due — spesso chi chiede maggiore vicinanza — inizi progressivamente a ridimensionarsi, a trattenersi, a “non disturbare”, vivendo però internamente un senso crescente di frustrazione o di non pieno riconoscimento.Non emerge che lei abbia esagerato: ha dato voce ai suoi bisogni in modo diretto e rispettoso, riconoscendo anche i limiti dell’altro e affermando un principio importante, cioè che può esserci solo se la presenza è reciproca. Questo rappresenta un atto di tutela personale, non un’imposizione. Il fatto che lui si sia sentito destabilizzato può indicare quanto per lui sia complesso sostare in uno spazio di definizione emotiva, ma ciò non rende meno legittimo il suo bisogno di chiarezza.In situazioni come questa, il passaggio evolutivo non consiste nel convincere l’altro a essere diverso, bensì nel comprendere fino a che punto ciascuno possa restare nella relazione senza perdere parti significative di sé. Continuare ad ascoltare i propri vissuti — più che le sole spiegazioni razionali — può aiutarla a capire se questa modalità di rapporto le permette di sentirsi vista, scelta e serena, oppure prevalentemente in attesa e nel dubbio.
Gentilissima, innanzitutto ci tengo a ringraziarla per questa sua preziosa condivisione. Immagino che non sia stato semplice scrivere questi vissuti, che raccontano di una storia intensa ma con aspetti di difficoltà nella sintonizzazione. Non vorrei entrare troppo nel merito dei comportamenti del suo compagno, non conoscendolo rischierei di farmi guidare eccessivamente dalle sue parole. Sicuramente, però, sembra che ci siano delle grosse resistenze e delle difficoltà a lasciarsi andare nelle relazioni, non solo con lei, e forse l'ombra del passato, riprendendo un po' il suo pensiero, in questo lo può condizionare. Mi soffermerei di più, però, sulle sue azioni di fronte a questa delicata situazione: credo che abbia avuto molto coraggio nel decidere di parlargli di come sta lei di fronte a questi suoi atteggiamenti. Al di là del giusto o dello sbagliato, lei giustamente reagisce e prova emozioni di fronte ad una situazione relazionale a cui tiene e in cui sta investendo. Credo, quindi, che abbia fatto bene a seguire un po' la pancia in questo caso, lasciandosi guidare dal bisogno di trovare delle risposte a delle modalità che non la facevano stare bene. Mi sembra di cogliere, inoltre, una certa delicatezza e rispetto dell'altro nei modi che ha utilizzato per parlargliene, come se in qualche modo avesse voluto comunicare: "Io non sto bene di fronte a questa situazione, ma mi interessa anche sapere come stai tu, per capire come uscirne insieme". Ci sento ascolto e accoglienza del vissuto dell'altro, ma anche comprensione e accettazione del proprio vissuto, due aspetti molto importanti. Dunque non credo che lei abbia esagerato. Ha diritto di sentirsi bene, amata e desiderata.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Rigutti
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Rigutti
Buongiorno, grazie per aver raccontato una situazione così delicata. Da quello che scrivi emerge un bisogno molto umano di chiarezza e presenza. Non stai chiedendo troppo, stai cercando di capire se c’è spazio anche per te. Quando l’altro è emotivamente altalenante, è normale sentirsi confusi e limitati. Parlare dei propri bisogni non è pressare, ma prendersi cura di sé. Comprendere le difficoltà dell’altro è importante, ma senza smettere di ascoltare quello che fa stare bene te. Un caro saluto.
Buongiorno, non credo che lei abbia esagerato, ha cercato di fare chiarezza difronte a qualcosa che la stava sollecitando dal punto di vista emotivo; quando si è coinvolti in una relazione il desiderio è che ci sia reciprocità, seppur nei differenti modi di esprimerla. Cordiali saluti. Dottor Massimo Montanaro
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge una dinamica relazionale che le sta creando molta sofferenza e confusione emotiva. È importante sottolineare che lei ha fatto qualcosa di sano e legittimo: ha dato voce ai propri bisogni e ha cercato chiarezza, non una forzatura. Questo non significa “esagerare”, ma prendersi cura di sé.
Il comportamento del ragazzo che descrive appare ambivalente: presenza nel contatto diretto e forte distanza nella comunicazione a distanza. Lui stesso riconosce di essere confuso, emotivamente “spento” e di non sapere come rispondere alle sue richieste. Questo, al di là delle motivazioni personali o del passato che lo riguarda, è un dato importante: al momento non sembra in grado di offrire una reciprocità emotiva stabile.
Il punto centrale non è comprendere cosa prova lui o “sbloccarlo”, ma chiedersi se ciò che oggi questa relazione le offre è compatibile con i suoi bisogni affettivi. Ridursi, trattenersi, avere paura di scrivere o di chiedere “come stai” sono segnali che meritano ascolto.
Lei ha agito in modo coerente quando ha espresso che può esserci solo in una presenza reciproca. La mancanza di risposta finale, più che una sua colpa, sembra indicare un limite attuale dell’altro nel confrontarsi con questa richiesta.
Se sente che questa situazione continua a farla stare male, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare chiarezza su cosa desidera davvero in una relazione e su come tutelarsi emotivamente, indipendentemente dalle scelte dell’altro.
Resto a disposizione.
Un caro saluto
da ciò che racconta emerge una dinamica relazionale che le sta creando molta sofferenza e confusione emotiva. È importante sottolineare che lei ha fatto qualcosa di sano e legittimo: ha dato voce ai propri bisogni e ha cercato chiarezza, non una forzatura. Questo non significa “esagerare”, ma prendersi cura di sé.
Il comportamento del ragazzo che descrive appare ambivalente: presenza nel contatto diretto e forte distanza nella comunicazione a distanza. Lui stesso riconosce di essere confuso, emotivamente “spento” e di non sapere come rispondere alle sue richieste. Questo, al di là delle motivazioni personali o del passato che lo riguarda, è un dato importante: al momento non sembra in grado di offrire una reciprocità emotiva stabile.
Il punto centrale non è comprendere cosa prova lui o “sbloccarlo”, ma chiedersi se ciò che oggi questa relazione le offre è compatibile con i suoi bisogni affettivi. Ridursi, trattenersi, avere paura di scrivere o di chiedere “come stai” sono segnali che meritano ascolto.
Lei ha agito in modo coerente quando ha espresso che può esserci solo in una presenza reciproca. La mancanza di risposta finale, più che una sua colpa, sembra indicare un limite attuale dell’altro nel confrontarsi con questa richiesta.
Se sente che questa situazione continua a farla stare male, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare chiarezza su cosa desidera davvero in una relazione e su come tutelarsi emotivamente, indipendentemente dalle scelte dell’altro.
Resto a disposizione.
Un caro saluto
Buongiorno, grazie per aver condiviso questa sua personale situazione. Da quello che racconta si coglie quanto lei stia cercando di muoversi con attenzione, tenendo conto delle difficoltà e dei tempi di lui, ma anche del bisogno di non sentirsi limitata o messa da parte. In passaggi come questi può capitare che l’attenzione si sposti molto sul capire cosa prova l’altro, perché si comporta in un certo modo o cosa potrebbe cambiare, mentre forse il punto più importante diventa fermarsi su come sta lei dentro questa esperienza. Non sembra tanto una questione di aver esagerato, quanto di essersi concessa di dire ciò di cui ha bisogno per sentirsi più serena e presente. Quando i segnali che arrivano sono alterni o poco chiari, è comprensibile cercare spiegazioni o il modo giusto di muoversi, ma questo rischia di allontanare dal proprio sentire. Può essere utile chiedersi cosa desidera davvero oggi, come vorrebbe sentirsi coinvolta e se ciò che sta vivendo è in linea con i suoi bisogni. Non per arrivare subito a una scelta, ma per riportare il focus su di sé e su ciò che per lei è importante. Darsi uno spazio di riflessione personale può aiutarla a fare maggiore chiarezza e a muoversi in modo più aderente a se stessa, senza doversi adattare continuamente alle incertezze dell’altro.
Buonasera,
Comprendo il suo dubbio sul “se sia legittimo o meno” porre questa domanda, ma ciò che lei porta non riguarda solo lui, riguarda la relazione che si è costruita tra voi e il posto che lei sta occupando al suo interno. Ed è quindi pienamente pertinente.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, ciò che emerge con forza non è tanto capire chi dei due ha ragione, ma osservare la danza relazionale che si è attivata, ovvero una forte presenza iniziale, seguita da un ritiro progressivo da parte sua, e da un movimento di avvicinamento, richiesta e chiarimento da parte sua. Questo tipo di polarizzazione è molto frequente quando una persona tende a gestire il legame attraverso la distanza e l’altra attraverso il contatto e la condivisione.
È importante notare che lei ha cercato più volte di adattarsi, si è limitata nello scrivere, nel chiedere, nel condividere, per non “pressarlo”. Questo però l’ha portata progressivamente a ridurre se stessa nella relazione, fino a non sentirsi più libera di essere spontanea. Il disagio che prova non nasce quindi dall’aver parlato, ma dal fatto che per molto tempo ha cercato di stare bene lei adattandosi a un assetto che la metteva in una posizione di attesa e incertezza.
Il confronto che ha avuto con lui non appare come un’esagerazione, ma come un tentativo di ristabilire un equilibrio, chiedendo chiarezza sui bisogni reciproci. Lei non ha chiesto una relazione formale, ma la possibilità di una presenza emotiva minima che le permettesse di non sentirsi un peso o fuori posto. Il fatto che lui riconosca la propria ambiguità ma fatichi a darle indicazioni concrete su come stare insieme è già un’informazione importante sul suo modo di funzionare nei legami.
Dal punto di vista sistemico, è significativo che lui descriva se stesso come “spento”, “confuso”, poco incline all’iniziativa emotiva con chiunque. Questo non va letto necessariamente come mancanza di interesse, ma indica un suo limite attuale nel sostenere una relazione più reciproca e continuativa. Il rischio, però, è che questo limite venga colmato solo da lei, attraverso spiegazioni, adattamenti e tentativi di “aiutarlo a sentire”, creando una relazione sbilanciata.
La domanda centrale, più che “ho esagerato?”, potrebbe diventare: quanto spazio resta per me, per i miei bisogni e per la mia autenticità in questa relazione così com’è oggi? Metterlo davanti a uno specchio può essere stato destabilizzante per lui, ma è stato anche un modo per lei di non continuare a silenziarsi.
In un percorso terapeutico, il lavoro non sarebbe tanto capire cosa lui dovrebbe fare o provare, ma aiutarla a riconoscere precocemente quando entra in una posizione di attesa, di spiegazione o di autosvalutazione, e a capire quali confini sono per lei necessari per stare bene in una relazione, indipendentemente dalle difficoltà dell’altro.
Resto a disposizione se desidera approfondire questi aspetti o riflettere su come tutelarsi emotivamente senza colpevolizzarsi.
Buona serata.
Comprendo il suo dubbio sul “se sia legittimo o meno” porre questa domanda, ma ciò che lei porta non riguarda solo lui, riguarda la relazione che si è costruita tra voi e il posto che lei sta occupando al suo interno. Ed è quindi pienamente pertinente.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, ciò che emerge con forza non è tanto capire chi dei due ha ragione, ma osservare la danza relazionale che si è attivata, ovvero una forte presenza iniziale, seguita da un ritiro progressivo da parte sua, e da un movimento di avvicinamento, richiesta e chiarimento da parte sua. Questo tipo di polarizzazione è molto frequente quando una persona tende a gestire il legame attraverso la distanza e l’altra attraverso il contatto e la condivisione.
È importante notare che lei ha cercato più volte di adattarsi, si è limitata nello scrivere, nel chiedere, nel condividere, per non “pressarlo”. Questo però l’ha portata progressivamente a ridurre se stessa nella relazione, fino a non sentirsi più libera di essere spontanea. Il disagio che prova non nasce quindi dall’aver parlato, ma dal fatto che per molto tempo ha cercato di stare bene lei adattandosi a un assetto che la metteva in una posizione di attesa e incertezza.
Il confronto che ha avuto con lui non appare come un’esagerazione, ma come un tentativo di ristabilire un equilibrio, chiedendo chiarezza sui bisogni reciproci. Lei non ha chiesto una relazione formale, ma la possibilità di una presenza emotiva minima che le permettesse di non sentirsi un peso o fuori posto. Il fatto che lui riconosca la propria ambiguità ma fatichi a darle indicazioni concrete su come stare insieme è già un’informazione importante sul suo modo di funzionare nei legami.
Dal punto di vista sistemico, è significativo che lui descriva se stesso come “spento”, “confuso”, poco incline all’iniziativa emotiva con chiunque. Questo non va letto necessariamente come mancanza di interesse, ma indica un suo limite attuale nel sostenere una relazione più reciproca e continuativa. Il rischio, però, è che questo limite venga colmato solo da lei, attraverso spiegazioni, adattamenti e tentativi di “aiutarlo a sentire”, creando una relazione sbilanciata.
La domanda centrale, più che “ho esagerato?”, potrebbe diventare: quanto spazio resta per me, per i miei bisogni e per la mia autenticità in questa relazione così com’è oggi? Metterlo davanti a uno specchio può essere stato destabilizzante per lui, ma è stato anche un modo per lei di non continuare a silenziarsi.
In un percorso terapeutico, il lavoro non sarebbe tanto capire cosa lui dovrebbe fare o provare, ma aiutarla a riconoscere precocemente quando entra in una posizione di attesa, di spiegazione o di autosvalutazione, e a capire quali confini sono per lei necessari per stare bene in una relazione, indipendentemente dalle difficoltà dell’altro.
Resto a disposizione se desidera approfondire questi aspetti o riflettere su come tutelarsi emotivamente senza colpevolizzarsi.
Buona serata.
Buon pomeriggio. Nelle relazioni interpersonali (e a maggior ragione in quelle sentimentali) è fondamentale esprimere chiaramente i propri bisogni, cosa che mi pare lei sia riuscita a fare. Questo, però, non significa necessariamente che l'altro debba soddisfarli. Ovviamente, c'è sempre spazio per un compromesso, ma tutelare se stessi ed il proprio benessere, pur rispettando l'altro, è certamente una priorità.
Gentilissima, quello che descrive non è “una dinamica che forse non dovrebbe porre”. La riguarda eccome, perché parla di come lei sta dentro questo legame e di quanto spazio riesce ad avere.
Se guardiamo la sequenza, il copione sembra abbastanza chiaro: all’inizio lui molto presente, poi si ritrae; lei si attiva, lo rincorre, prova a capire; lui riconosce l’ambiguità ma non riesce (o non vuole) assumere una posizione più definita. Dal vivo c’è calore, a distanza sparisce. Questo crea in lei una continua oscillazione tra speranza e frustrazione.
Quando lei gli chiede “come devo comportarmi?” in realtà sta cercando una cosa molto legittima: prevedibilità, reciprocità, un minimo di continuità. Non sta chiedendo una relazione formale, ma la possibilità di esistere nel suo mondo anche quando non siete insieme. La risposta che lui le dà “non mi viene di scrivere a nessuno”, “ho le emozioni spente e confuse” non è tanto una spiegazione, quanto una dichiarazione del suo funzionamento attuale. E quel funzionamento, oggi, sembra piuttosto distaccato e forse lontano da quello che sembra lei stia cercando attualmente in una relazione.
Non penso che lei abbia esagerato. Ha fatto qualcosa di importante, ha messo in parole il suo bisogno e ha smesso di adattarsi in silenzio. È un atto di tutela, non di pressione. Il punto però non è convincerlo a “lasciarsi andare” o a cambiare. È chiedersi se ciò che lui può offrire, così com’è ora, è sufficiente per lei.
La domanda centrale non è se lo ha messo davanti a uno specchio, ma se lei riesce a stare in una relazione in cui la presenza è così discontinua e poco spontanea. Non si tratta di giusto o sbagliato, ma di compatibilità tra bisogni, di riconoscimento.
Potrebbe esserle d'aiuto un supporto psicologico per poter esplorare queste dinamiche relazionali all'interno di un percorso terapeutico, ma anche provare individualmente a riflettere sui propri bisogni ed esigenze, chiedersi che cosa lei sta cercando e se questa relazione ha la potenzialità per incontrare i suoi bisogni.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Se guardiamo la sequenza, il copione sembra abbastanza chiaro: all’inizio lui molto presente, poi si ritrae; lei si attiva, lo rincorre, prova a capire; lui riconosce l’ambiguità ma non riesce (o non vuole) assumere una posizione più definita. Dal vivo c’è calore, a distanza sparisce. Questo crea in lei una continua oscillazione tra speranza e frustrazione.
Quando lei gli chiede “come devo comportarmi?” in realtà sta cercando una cosa molto legittima: prevedibilità, reciprocità, un minimo di continuità. Non sta chiedendo una relazione formale, ma la possibilità di esistere nel suo mondo anche quando non siete insieme. La risposta che lui le dà “non mi viene di scrivere a nessuno”, “ho le emozioni spente e confuse” non è tanto una spiegazione, quanto una dichiarazione del suo funzionamento attuale. E quel funzionamento, oggi, sembra piuttosto distaccato e forse lontano da quello che sembra lei stia cercando attualmente in una relazione.
Non penso che lei abbia esagerato. Ha fatto qualcosa di importante, ha messo in parole il suo bisogno e ha smesso di adattarsi in silenzio. È un atto di tutela, non di pressione. Il punto però non è convincerlo a “lasciarsi andare” o a cambiare. È chiedersi se ciò che lui può offrire, così com’è ora, è sufficiente per lei.
La domanda centrale non è se lo ha messo davanti a uno specchio, ma se lei riesce a stare in una relazione in cui la presenza è così discontinua e poco spontanea. Non si tratta di giusto o sbagliato, ma di compatibilità tra bisogni, di riconoscimento.
Potrebbe esserle d'aiuto un supporto psicologico per poter esplorare queste dinamiche relazionali all'interno di un percorso terapeutico, ma anche provare individualmente a riflettere sui propri bisogni ed esigenze, chiedersi che cosa lei sta cercando e se questa relazione ha la potenzialità per incontrare i suoi bisogni.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Buonasera, da ciò che racconta emerge una dinamica relazionale molto faticosa, fatta di vicinanza e distanza, che inevitabilmente genera confusione e insicurezza. È comprensibile che lei si senta disorientata, il messaggio che arriva è ambiguo e difficile da reggere nel tempo.
Il confronto che ha avuto non appare eccessivo, ma piuttosto un tentativo legittimo di tutelare i suoi bisogni. Chiedere chiarezza, condivisione e reciprocità non significa forzare l’altro, ma capire se esiste davvero uno spazio in cui entrambi possiate sentirvi a vostro agio.
Più che domandarsi se abbia esagerato, potrebbe essere utile chiedersi quanto questa relazione, così com’è ora, sia compatibile con i suoi bisogni emotivi.
Rimango a disposizione, anche online.
Cordialmente, Dott. Gabriele Caputi
Il confronto che ha avuto non appare eccessivo, ma piuttosto un tentativo legittimo di tutelare i suoi bisogni. Chiedere chiarezza, condivisione e reciprocità non significa forzare l’altro, ma capire se esiste davvero uno spazio in cui entrambi possiate sentirvi a vostro agio.
Più che domandarsi se abbia esagerato, potrebbe essere utile chiedersi quanto questa relazione, così com’è ora, sia compatibile con i suoi bisogni emotivi.
Rimango a disposizione, anche online.
Cordialmente, Dott. Gabriele Caputi
Buonasera,
da ciò che descrive emerge con chiarezza quanto questa relazione la stia mettendo in una posizione di forte oscillazione emotiva, tra il desiderio di vicinanza e la necessità di tutelarsi. È comprensibile sentirsi confuse e in dubbio quando l’altro invia segnali ambigui: la sua sofferenza non è eccessiva, ma il risultato di bisogni affettivi che faticano a trovare risposta.
Ha fatto qualcosa di importante: ha dato voce a ciò che prova e ha provato a chiarire i confini entro cui può stare bene. Questo non significa “pressare”, ma prendersi cura di sé. Dall’altra parte, lui sembra riconoscere il proprio limite emotivo, senza però riuscire (o voler) offrire una presenza più stabile. Questo crea inevitabilmente uno sbilanciamento che, nel tempo, può diventare doloroso.
Più che chiedersi se ha esagerato, potrebbe essere utile chiedersi cosa le serve davvero per stare bene e se, così com’è ora, questa relazione può offrirglielo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni, sulle paure che si attivano e su come proteggere il suo equilibrio emotivo.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da ciò che descrive emerge con chiarezza quanto questa relazione la stia mettendo in una posizione di forte oscillazione emotiva, tra il desiderio di vicinanza e la necessità di tutelarsi. È comprensibile sentirsi confuse e in dubbio quando l’altro invia segnali ambigui: la sua sofferenza non è eccessiva, ma il risultato di bisogni affettivi che faticano a trovare risposta.
Ha fatto qualcosa di importante: ha dato voce a ciò che prova e ha provato a chiarire i confini entro cui può stare bene. Questo non significa “pressare”, ma prendersi cura di sé. Dall’altra parte, lui sembra riconoscere il proprio limite emotivo, senza però riuscire (o voler) offrire una presenza più stabile. Questo crea inevitabilmente uno sbilanciamento che, nel tempo, può diventare doloroso.
Più che chiedersi se ha esagerato, potrebbe essere utile chiedersi cosa le serve davvero per stare bene e se, così com’è ora, questa relazione può offrirglielo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni, sulle paure che si attivano e su come proteggere il suo equilibrio emotivo.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Gentile paziente anonima, non sono sicuro di aver colto la tua domanda. Forse è sapere se hai fatto bene a parlargli in quel modo. Se fosse così, ti direi che la chiarezza è importante soprattutto quando l'altro a volte "sparisce" o non esplicita chiaramente i suoi sentimenti. Le cose da dire non sono pesanti di per sé, dipende dalla forza di chi le ascolta. Se vuoi una relazione emotivamente presente è importante che fai presenti le tue emozioni, desideri e sensazioni. Se l'altro non è abbastanza, per te, non significa che sia sbagliato in generale ma solo che in questo momento non è in grado di darti ciò di cui hai bisogno. Sarebbe utile confrontarsi sulle cose di cui ognuno di voi ha bisogno, autonomia, interdipendenza, connessione, divertimento, protezione, importanza, ecc? Spero di essere stato utile. Non scarti l'idea di fare un mini percorso di psico-educazione sulle relazioni affettive. Io ne faccio sia online che in studio.
Ciao, hai fatto bene a scrivere e esporti su questi argomenti che sono tutt'altro che di poca importanza, proverò a risponderti con la massima accuratezza che permette un semplice post online.
Chiaramente, per la massima tridimensionalità sarebbe necessaria una seduta ben fatta.
In poche parole, non ha esagerato: ha fatto quello che era necessario per tutelare se stessa, chiedendo chiarezza in una situazione che la stava facendo stare male.
Quello che descrive pare essere una "situationship" (relazione ambigua tra amicizia e impegno) con un pattern molto comune: lui presente quando sono insieme, ma "sparito" a distanza; lei che si sente limitata, in bilico, confusa su "che siamo" e "dove andiamo".
La ricerca mostra che le situationships, soprattutto quando c'è incongruenza tra quello che vuole un partner (più connessione, condivisione) e quello che offre l'altro (vicinanza saltuaria, zero continuità emotiva a distanza), sono associate a maggiore ansia, overthinking, bassa autostima e affaticamento mentale. In pratica: l'ambiguità prolungata non è "libertà", è tossica.
Quando lei gli ha chiesto "ti viene da scrivermi e poi ti freni?", lui ha detto "Onestamente no. Non mi viene con nessuno". Quando lei gli ha chiesto di decidere se vuole continuare a viverla, non ha risposto. Queste non sono "non-risposte": sono risposte che possiamo contestualizzare e capire. Lui potrebbe star dicendo (anche se in modo implicito) che:
Non ha abbastanza motivazione/investimento per cercarla spontaneamente a distanza.
"Vive le cose come vengono" mancanza di impegno nel definirsi, progettarsi, impegnarsi.
"Emozioni spente/confuse" può essere vero (post-incidente, difficoltà personali), ma non è qualcosa che lei può risolvere o "aspettare che passi".
Studi su incongruenza relazionale mostrano che quando è in una situazione indefinita (casual dating, situationship) ma desidera più chiarezza/stabilità/connessione, questa incongruenza predice maggiore ansia e depressione nel tempo.
In pratica: restare in attesa che lui "si decida" o "si sblocchi" la potrebbe far soffrire di più , perché ogni giorno conferma che i loro bisogni non sono allineati.
Ha già detto quel che serviva dire, si ascolti e faccia ciò che sente e che la può far stare meglio, emotivamente parlando, anche se c'è fatica e potenzialmente può fare male.
Si rivolga alle persone a lei vicine, condivida per quanto possibile le idee e le sue emozioni.
Stia attenta poi ai "loop": le situationships tendono a mantenersi perché la persona più investita spera sempre che "restando, lui/lei cambierà / si aprirà / capirà". Ma le evidenze mostrano che senza accordi chiari e impegno reciproco, tendono solo a generare ansia cronica e frustrazione.
Ha fatto bene a parlare: ha comunicato i suoi bisogni, ha chiesto chiarezza ed ha posto un confine.
Questa è comunicazione sana e adulta, non "pressione".
Se lui si allontana ulteriormente o non risponde, non è perché lei ha sbagliato: è perché lui non ha capacità o volontà di darle quello che lei (legittimamente) chiede, non cerchi responsabilità che non sono così facilmente identificabili. Tutte le situazioni vanno attentamente contestualizzate e capite nella complessità della sua esistenza.
Tenga conto che tutte queste sono idee superficiali e riduttive della sua situazione, la quale meriterebbe una contestualizzazione ed una ricerca di significato più ampio.
Spero si aver aiutato un poco,
Dott. Marco Scaramuzzino
Chiaramente, per la massima tridimensionalità sarebbe necessaria una seduta ben fatta.
In poche parole, non ha esagerato: ha fatto quello che era necessario per tutelare se stessa, chiedendo chiarezza in una situazione che la stava facendo stare male.
Quello che descrive pare essere una "situationship" (relazione ambigua tra amicizia e impegno) con un pattern molto comune: lui presente quando sono insieme, ma "sparito" a distanza; lei che si sente limitata, in bilico, confusa su "che siamo" e "dove andiamo".
La ricerca mostra che le situationships, soprattutto quando c'è incongruenza tra quello che vuole un partner (più connessione, condivisione) e quello che offre l'altro (vicinanza saltuaria, zero continuità emotiva a distanza), sono associate a maggiore ansia, overthinking, bassa autostima e affaticamento mentale. In pratica: l'ambiguità prolungata non è "libertà", è tossica.
Quando lei gli ha chiesto "ti viene da scrivermi e poi ti freni?", lui ha detto "Onestamente no. Non mi viene con nessuno". Quando lei gli ha chiesto di decidere se vuole continuare a viverla, non ha risposto. Queste non sono "non-risposte": sono risposte che possiamo contestualizzare e capire. Lui potrebbe star dicendo (anche se in modo implicito) che:
Non ha abbastanza motivazione/investimento per cercarla spontaneamente a distanza.
"Vive le cose come vengono" mancanza di impegno nel definirsi, progettarsi, impegnarsi.
"Emozioni spente/confuse" può essere vero (post-incidente, difficoltà personali), ma non è qualcosa che lei può risolvere o "aspettare che passi".
Studi su incongruenza relazionale mostrano che quando è in una situazione indefinita (casual dating, situationship) ma desidera più chiarezza/stabilità/connessione, questa incongruenza predice maggiore ansia e depressione nel tempo.
In pratica: restare in attesa che lui "si decida" o "si sblocchi" la potrebbe far soffrire di più , perché ogni giorno conferma che i loro bisogni non sono allineati.
Ha già detto quel che serviva dire, si ascolti e faccia ciò che sente e che la può far stare meglio, emotivamente parlando, anche se c'è fatica e potenzialmente può fare male.
Si rivolga alle persone a lei vicine, condivida per quanto possibile le idee e le sue emozioni.
Stia attenta poi ai "loop": le situationships tendono a mantenersi perché la persona più investita spera sempre che "restando, lui/lei cambierà / si aprirà / capirà". Ma le evidenze mostrano che senza accordi chiari e impegno reciproco, tendono solo a generare ansia cronica e frustrazione.
Ha fatto bene a parlare: ha comunicato i suoi bisogni, ha chiesto chiarezza ed ha posto un confine.
Questa è comunicazione sana e adulta, non "pressione".
Se lui si allontana ulteriormente o non risponde, non è perché lei ha sbagliato: è perché lui non ha capacità o volontà di darle quello che lei (legittimamente) chiede, non cerchi responsabilità che non sono così facilmente identificabili. Tutte le situazioni vanno attentamente contestualizzate e capite nella complessità della sua esistenza.
Tenga conto che tutte queste sono idee superficiali e riduttive della sua situazione, la quale meriterebbe una contestualizzazione ed una ricerca di significato più ampio.
Spero si aver aiutato un poco,
Dott. Marco Scaramuzzino
Gentile utente,
da ciò che descrive emerge una dinamica relazionale caratterizzata da ambivalenza: una presenza affettiva viva e coinvolta dal vivo, alternata a un ritiro significativo nella distanza. Questo tipo di funzionamento, soprattutto quando viene riconosciuto ma non chiaramente orientato al cambiamento, può generare molta confusione e insicurezza in chi lo vive.
È comprensibile che lei abbia sentito il bisogno di chiarire i propri bisogni e i propri limiti: non è eccessivo chiedere coerenza, né esagerato tutelare il proprio benessere emotivo. Allo stesso tempo, dalle risposte di lui sembra emergere una difficoltà reale nel contatto emotivo e nella reciprocità, difficoltà che lei non può risolvere al posto suo.
Più che chiedersi se ha “esagerato”, può essere utile domandarsi se questa relazione, così com’è ora, le consente di stare bene e di sentirsi libera di esprimersi. Quando una persona dice di non sapere cosa vuole o di sentirsi emotivamente spenta, sta già comunicando un limite importante.
In questi casi, il lavoro principale non è convincere l’altro a esserci, ma ascoltare ciò che la relazione, nei fatti, sta offrendo.
da ciò che descrive emerge una dinamica relazionale caratterizzata da ambivalenza: una presenza affettiva viva e coinvolta dal vivo, alternata a un ritiro significativo nella distanza. Questo tipo di funzionamento, soprattutto quando viene riconosciuto ma non chiaramente orientato al cambiamento, può generare molta confusione e insicurezza in chi lo vive.
È comprensibile che lei abbia sentito il bisogno di chiarire i propri bisogni e i propri limiti: non è eccessivo chiedere coerenza, né esagerato tutelare il proprio benessere emotivo. Allo stesso tempo, dalle risposte di lui sembra emergere una difficoltà reale nel contatto emotivo e nella reciprocità, difficoltà che lei non può risolvere al posto suo.
Più che chiedersi se ha “esagerato”, può essere utile domandarsi se questa relazione, così com’è ora, le consente di stare bene e di sentirsi libera di esprimersi. Quando una persona dice di non sapere cosa vuole o di sentirsi emotivamente spenta, sta già comunicando un limite importante.
In questi casi, il lavoro principale non è convincere l’altro a esserci, ma ascoltare ciò che la relazione, nei fatti, sta offrendo.
Buonasera, quello che descrive è una situazione molto delicata e intensa, in cui si intrecciano il desiderio di vicinanza affettiva, la volontà di rispettare i confini dell’altro e la necessità di tutelare se stessa. È assolutamente normale provare ansia e dubbi quando si cerca di chiarire dinamiche complesse di questo tipo, perché la relazione diventa uno specchio dei propri bisogni e delle proprie paure. Dal suo racconto emerge chiaramente che lei ha preso consapevolezza dei suoi limiti e dei propri bisogni emotivi, e ha avuto il coraggio di esprimerli, senza chiedere cambiamenti forzati, ma semplicemente più chiarezza e condivisione. Questo è un passo importante perché in una relazione sana è fondamentale riuscire a comunicare ciò che si sente senza sentirsi in colpa. Al tempo stesso, quello che percepisce nel suo partner sembra indicare una persona che vive le emozioni in modo molto legato all’esperienza diretta, che probabilmente fatica a gestire i propri stati emotivi e che può apparire distante o ambiguo. Il fatto che lui ammetta di sentirsi confuso e di avere emozioni “spente” è un segnale di onestà, ma anche di un limite nella capacità di rispondere alle richieste affettive in modo chiaro. In questi casi, non è raro che chi riceve questa ambiguità si senta insicuro, in ansia o addirittura responsabile dei silenzi e dei limiti dell’altro. Lei ha fatto bene a esprimere i propri bisogni e a chiarire cosa le serve per sentirsi rispettata e considerata. La preoccupazione di aver esagerato nasce spesso dal confronto tra il desiderio di non turbare l’altro e la necessità di proteggere se stessi. Tuttavia, esprimere i propri confini e le proprie esigenze emotive non è mai esagerato se viene fatto con rispetto e autenticità, come sembra sia stato nel suo caso. È normale temere la reazione dell’altro, soprattutto quando non c’è una risposta immediata, ma questo non significa che la sua richiesta sia sbagliata o che abbia fatto un errore. In queste situazioni può essere utile spostare l’attenzione su ciò che dipende da lei e sulle proprie emozioni, piuttosto che cercare di controllare la risposta dell’altro. Riconoscere e accettare che lui possa avere modalità emotive diverse, limiti di espressione e tempi propri, senza sentirsi responsabile della sua confusione, è un passo che permette di preservare il proprio equilibrio e di continuare a valutare se la relazione le offre benessere complessivo. A volte, lasciare spazio e tempo all’altro e contemporaneamente mantenere chiari i propri confini è la via più sana per tutelarsi e capire se la relazione può continuare in maniera soddisfacente. Il fatto che lei si ponga domande sul proprio comportamento e sulla sua efficacia è positivo, perché indica riflessività, ma è importante distinguere tra responsabilità verso se stessi e responsabilità verso le reazioni emotive dell’altro: il primo è necessario e salutare, il secondo può diventare fonte di ansia se portato all’eccesso. La chiarezza dei propri bisogni non equivale a pressare, ma a prendersi cura di sé e della propria serenità emotiva. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
gentile, cercare di far cambiare gli altri è una strategia che risulta esser fallimentare. il cambiamento deve essere personale. Lei ha sottolineato di voler tutelare se stessa in primis e questa è una cosa molto importante. Si prenda cura di sé e trovi persone che siano un valore aggiunto per la sua vita. Le auguro il meglio
Buongiorno,
è partita dicendo che lui ha una vita complessa , quindi sembra che lei conosca molto bene questo ragazzo. Ma pur conoscendolo cerca di cambiare il suo modo di essere. Lei è sicura di voler questo tipo di persona ? è pronta ad accettare quello che lui esprime molto chiaramente con i suoi comportamenti? i comportamenti di lui appaiono chiari e poco ecquivocabili , come mai lei pensa di aver bisogno di capire? per capire cosa? Chi sta cercando di capire lui o lei? o cerca altre risposte ?
Mi dispiace essere così diretto , ma riprovi a leggere con attenzione e sincerità quanto scrive , lì troverà la sua risposta.
è partita dicendo che lui ha una vita complessa , quindi sembra che lei conosca molto bene questo ragazzo. Ma pur conoscendolo cerca di cambiare il suo modo di essere. Lei è sicura di voler questo tipo di persona ? è pronta ad accettare quello che lui esprime molto chiaramente con i suoi comportamenti? i comportamenti di lui appaiono chiari e poco ecquivocabili , come mai lei pensa di aver bisogno di capire? per capire cosa? Chi sta cercando di capire lui o lei? o cerca altre risposte ?
Mi dispiace essere così diretto , ma riprovi a leggere con attenzione e sincerità quanto scrive , lì troverà la sua risposta.
Gentilissima,
grazie per aver condiviso una situazione così delicata e carica di vissuti.
Da quello che racconta emerge una grande sensibilità e un forte impegno nel cercare chiarezza, non solo per capire lui, ma soprattutto per tutelare se stessa. È comprensibile sentirsi confuse e in difficoltà quando dall’altra parte ci sono segnali affettivi presenti dal vivo, ma assenti nella distanza: questa ambivalenza può creare molta insicurezza e logorare emotivamente.
Il punto centrale, più che capire perché lui sia così, sembra essere come sta lei in questa relazione e quanto spazio riesce ad avere per esprimersi senza sentirsi “di troppo”. Il fatto che lei abbia provato a parlare apertamente dei suoi bisogni non è un errore: è un atto di cura verso di sé. A volte, però, mettere l’altro davanti a uno specchio può far emergere limiti che non dipendono da noi, ma da ciò che l’altra persona è in grado (o meno) di offrire in questo momento.
Forse ora la domanda più importante non è se lei abbia esagerato, ma se questa modalità relazionale le permette davvero di stare bene. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a fare chiarezza, ascoltare i suoi bisogni profondi e capire quali confini siano necessari per proteggere il suo equilibrio emotivo.
Le auguro di trovare uno spazio in cui sentirsi accolta, scelta e libera di essere sé stessa.
Un caro saluto.
Veronica De Iuliis
grazie per aver condiviso una situazione così delicata e carica di vissuti.
Da quello che racconta emerge una grande sensibilità e un forte impegno nel cercare chiarezza, non solo per capire lui, ma soprattutto per tutelare se stessa. È comprensibile sentirsi confuse e in difficoltà quando dall’altra parte ci sono segnali affettivi presenti dal vivo, ma assenti nella distanza: questa ambivalenza può creare molta insicurezza e logorare emotivamente.
Il punto centrale, più che capire perché lui sia così, sembra essere come sta lei in questa relazione e quanto spazio riesce ad avere per esprimersi senza sentirsi “di troppo”. Il fatto che lei abbia provato a parlare apertamente dei suoi bisogni non è un errore: è un atto di cura verso di sé. A volte, però, mettere l’altro davanti a uno specchio può far emergere limiti che non dipendono da noi, ma da ciò che l’altra persona è in grado (o meno) di offrire in questo momento.
Forse ora la domanda più importante non è se lei abbia esagerato, ma se questa modalità relazionale le permette davvero di stare bene. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a fare chiarezza, ascoltare i suoi bisogni profondi e capire quali confini siano necessari per proteggere il suo equilibrio emotivo.
Le auguro di trovare uno spazio in cui sentirsi accolta, scelta e libera di essere sé stessa.
Un caro saluto.
Veronica De Iuliis
Gentilissima, la dinamica che porta alla mia attenzione è molto interessante e comprendo il suo desiderio di riflettervi con maggiore profondità. Lei esordisce dicendo che forse non dovrebbe nemmeno porsi la questione perché non la riguarda direttamente, ma in realtà ciò che sta emergendo è qualcosa che la riguarda in prima persona, ed è quindi legittimo e significativo che si conceda questo spazio di riflessione.
Nelle relazioni vi è sempre una dimensione di co-costruzione: ciascuno può fare solo la propria parte, e lei questo l’ha fatto, esprimendo il bisogno di sentire la presenza dell’altro. La risposta che ha ricevuto, tuttavia, sembra indicare che l’altro può esserci in una modalità diversa rispetto a quella che lei si aspetta oggi e, probabilmente, anche diversa da quella che c’era in passato.
Forse, più che chiedersi come ottenere dall’altro ciò che sa che potrebbe darle, può essere utile domandarsi che cosa sente di desiderare oggi, in generale, dalle sue relazioni. Non possiamo assumerci il ruolo di “terapeuti” dei nostri partner, ma possiamo prenderci cura di noi stessi, affinché questo processo di cura possa riflettersi anche nei legami che costruiamo
Nelle relazioni vi è sempre una dimensione di co-costruzione: ciascuno può fare solo la propria parte, e lei questo l’ha fatto, esprimendo il bisogno di sentire la presenza dell’altro. La risposta che ha ricevuto, tuttavia, sembra indicare che l’altro può esserci in una modalità diversa rispetto a quella che lei si aspetta oggi e, probabilmente, anche diversa da quella che c’era in passato.
Forse, più che chiedersi come ottenere dall’altro ciò che sa che potrebbe darle, può essere utile domandarsi che cosa sente di desiderare oggi, in generale, dalle sue relazioni. Non possiamo assumerci il ruolo di “terapeuti” dei nostri partner, ma possiamo prenderci cura di noi stessi, affinché questo processo di cura possa riflettersi anche nei legami che costruiamo
Gentile, dal suo messaggio emerge una forte tensione interna tra il bisogno di tutelare se stessa e il timore di aver chiesto “troppo”. È una dinamica comprensibile quando si è coinvolti emotivamente e ci si trova davanti a segnali contraddittori: da un lato momenti di vicinanza e dall’altro assenze che lasciano spazio a dubbi e insicurezze.
In termini generali, quando una relazione è caratterizzata da ambiguità e discontinuità, è frequente che una delle due persone inizi a interrogarsi costantemente su come comportarsi, finendo per limitarsi o adattarsi per non disturbare l’altro. Questo, nel tempo, può diventare molto faticoso e incidere sul proprio benessere emotivo. Il fatto che lei abbia provato a dare voce ai suoi bisogni non è, di per sé, un errore: è un tentativo di fare chiarezza e di capire se esiste uno spazio relazionale che possa essere abitato in modo sufficientemente reciproco.
Dall’esterno non è possibile stabilire se lei abbia “esagerato” o meno; ciò che però appare chiaro è che questa situazione la sta facendo stare male e che le risposte dell’altra persona sembrano confermare una difficoltà a essere emotivamente presente e disponibile. Riconoscere questo dato può essere doloroso, ma è anche un passaggio importante per proteggere se stessa.
Un confronto con un professionista potrebbe aiutarla a esplorare più a fondo i suoi bisogni, i suoi limiti e il modo in cui si muove all’interno delle relazioni, così da fare scelte più allineate al suo benessere. Se lo desidera, può contattarmi per approfondire questi aspetti in uno spazio dedicato e più strutturato.
In termini generali, quando una relazione è caratterizzata da ambiguità e discontinuità, è frequente che una delle due persone inizi a interrogarsi costantemente su come comportarsi, finendo per limitarsi o adattarsi per non disturbare l’altro. Questo, nel tempo, può diventare molto faticoso e incidere sul proprio benessere emotivo. Il fatto che lei abbia provato a dare voce ai suoi bisogni non è, di per sé, un errore: è un tentativo di fare chiarezza e di capire se esiste uno spazio relazionale che possa essere abitato in modo sufficientemente reciproco.
Dall’esterno non è possibile stabilire se lei abbia “esagerato” o meno; ciò che però appare chiaro è che questa situazione la sta facendo stare male e che le risposte dell’altra persona sembrano confermare una difficoltà a essere emotivamente presente e disponibile. Riconoscere questo dato può essere doloroso, ma è anche un passaggio importante per proteggere se stessa.
Un confronto con un professionista potrebbe aiutarla a esplorare più a fondo i suoi bisogni, i suoi limiti e il modo in cui si muove all’interno delle relazioni, così da fare scelte più allineate al suo benessere. Se lo desidera, può contattarmi per approfondire questi aspetti in uno spazio dedicato e più strutturato.
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un vissuto di incertezza e sofferenza, legato a una relazione caratterizzata da presenza intermittente e ambiguità emotiva. Il confronto che descrive appare come un tentativo legittimo di dare voce ai suoi bisogni e di cercare chiarezza rispetto a ciò che può aspettarsi dall’altro.
Tuttavia, dalle risposte che riporta, sembra che questa disponibilità alla condivisione non trovi un riscontro reale dall’altra persona, che appare confusa, emotivamente poco accessibile o non pronta a sostenere un livello di vicinanza per lei significativo. Questo può generare frustrazione e farla sentire in bilico tra il tutelare se stessa e il timore di chiedere “troppo”. Più che interrogarsi su se abbia esagerato o se abbia detto “le cose giuste” o sui meccanismi che possano generare nell'altro queste incertezze, potrebbe essere utile soffermarsi su ciò che lei sente di avere bisogno in una relazione e su quanto questa modalità relazionale, così com’è oggi, riesca a offrirle serenità e continuità emotiva. Non si tratta di convincere l’altro a cambiare, ma di capire se ciò che riceve è compatibile con il suo modo di stare in relazione.
Dare spazio a queste riflessioni può aiutarla a fare scelte più tutelanti per il suo benessere, indipendentemente dalle difficoltà o dai blocchi dell’altra persona. Un caro saluto, PR.
dal suo racconto emerge un vissuto di incertezza e sofferenza, legato a una relazione caratterizzata da presenza intermittente e ambiguità emotiva. Il confronto che descrive appare come un tentativo legittimo di dare voce ai suoi bisogni e di cercare chiarezza rispetto a ciò che può aspettarsi dall’altro.
Tuttavia, dalle risposte che riporta, sembra che questa disponibilità alla condivisione non trovi un riscontro reale dall’altra persona, che appare confusa, emotivamente poco accessibile o non pronta a sostenere un livello di vicinanza per lei significativo. Questo può generare frustrazione e farla sentire in bilico tra il tutelare se stessa e il timore di chiedere “troppo”. Più che interrogarsi su se abbia esagerato o se abbia detto “le cose giuste” o sui meccanismi che possano generare nell'altro queste incertezze, potrebbe essere utile soffermarsi su ciò che lei sente di avere bisogno in una relazione e su quanto questa modalità relazionale, così com’è oggi, riesca a offrirle serenità e continuità emotiva. Non si tratta di convincere l’altro a cambiare, ma di capire se ciò che riceve è compatibile con il suo modo di stare in relazione.
Dare spazio a queste riflessioni può aiutarla a fare scelte più tutelanti per il suo benessere, indipendentemente dalle difficoltà o dai blocchi dell’altra persona. Un caro saluto, PR.
Gentile utente,
le tue parole descrivono con grande precisione quel senso di vertigine che si prova quando cerchiamo di "abitare" il silenzio dell'altro. Ti trovi in una danza faticosa, dove la presenza fisica è calda e rassicurante, ma la distanza digitale diventa una voragine in cui cadono le tue sicurezze e i tuoi racconti non condivisi.
Nella prospettiva umanistica, il dolore che provi nasce da un profondo bisogno di reciprocità che non trova risonanza. Quando descrivi questo ragazzo come una persona dalle "emozioni spente e confuse", stai dando un nome a un deserto emotivo che probabilmente lui stesso non sa come attraversare. L'incidente che ha vissuto potrebbe aver ulteriormente accentuato un meccanismo di difesa: quando la vita ci colpisce nel corpo, spesso l'anima si ritrae per proteggersi, riducendo i contatti con l'esterno allo stretto necessario, a ciò che è "naturale e immediato" come lui stesso dice.
Il dono di senso che vorrei offrirti riguarda quel tuo timore di "aver esagerato". Mettere l'altro davanti a uno specchio non è mai un atto di aggressività, ma un gesto di profonda onestà verso se stessi. La tua richiesta di "esserci a 360 gradi" non è una pretesa, ma la manifestazione della tua natura che desidera un legame integro, non frammentato tra il "dentro" e il "fuori" dalle ore passate insieme. Il suo silenzio finale, dopo le tue parole così chiare, non è necessariamente un rifiuto di te, ma forse l'incapacità di sostenere il peso di una verità che lo obbligherebbe a guardare dentro quel "blocco" che lo abita.
Razionalmente sai di aver tutelato te stessa, ma emotivamente senti il vuoto di una risposta che non arriva. Tuttavia, è importante riflettere su un punto: si può davvero "lasciarsi andare" a comando? La sua "stranezza", come la chiama lui, sembra essere un confine invalicabile che lui stesso non riesce a spiegarsi. In questa dinamica, il rischio non è tanto "pressare" lui, quanto "comprimere" eccessivamente te stessa, i tuoi racconti e il tuo desiderio di condivisione per adattarti a una misura che non ti appartiene.
Non hai esagerato; hai solo smesso di giocare a un gioco di cui non conoscevi più le regole. Riconoscere che non puoi convincere nessuno a sentire ciò che ha "spento" è un passaggio doloroso ma necessario per riprendere in mano la tua sovranità emotiva. La tua capacità di sentire e voler condividere è una ricchezza, non un errore di calcolo.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad indirizzo Umanista
Ricevo anche online
le tue parole descrivono con grande precisione quel senso di vertigine che si prova quando cerchiamo di "abitare" il silenzio dell'altro. Ti trovi in una danza faticosa, dove la presenza fisica è calda e rassicurante, ma la distanza digitale diventa una voragine in cui cadono le tue sicurezze e i tuoi racconti non condivisi.
Nella prospettiva umanistica, il dolore che provi nasce da un profondo bisogno di reciprocità che non trova risonanza. Quando descrivi questo ragazzo come una persona dalle "emozioni spente e confuse", stai dando un nome a un deserto emotivo che probabilmente lui stesso non sa come attraversare. L'incidente che ha vissuto potrebbe aver ulteriormente accentuato un meccanismo di difesa: quando la vita ci colpisce nel corpo, spesso l'anima si ritrae per proteggersi, riducendo i contatti con l'esterno allo stretto necessario, a ciò che è "naturale e immediato" come lui stesso dice.
Il dono di senso che vorrei offrirti riguarda quel tuo timore di "aver esagerato". Mettere l'altro davanti a uno specchio non è mai un atto di aggressività, ma un gesto di profonda onestà verso se stessi. La tua richiesta di "esserci a 360 gradi" non è una pretesa, ma la manifestazione della tua natura che desidera un legame integro, non frammentato tra il "dentro" e il "fuori" dalle ore passate insieme. Il suo silenzio finale, dopo le tue parole così chiare, non è necessariamente un rifiuto di te, ma forse l'incapacità di sostenere il peso di una verità che lo obbligherebbe a guardare dentro quel "blocco" che lo abita.
Razionalmente sai di aver tutelato te stessa, ma emotivamente senti il vuoto di una risposta che non arriva. Tuttavia, è importante riflettere su un punto: si può davvero "lasciarsi andare" a comando? La sua "stranezza", come la chiama lui, sembra essere un confine invalicabile che lui stesso non riesce a spiegarsi. In questa dinamica, il rischio non è tanto "pressare" lui, quanto "comprimere" eccessivamente te stessa, i tuoi racconti e il tuo desiderio di condivisione per adattarti a una misura che non ti appartiene.
Non hai esagerato; hai solo smesso di giocare a un gioco di cui non conoscevi più le regole. Riconoscere che non puoi convincere nessuno a sentire ciò che ha "spento" è un passaggio doloroso ma necessario per riprendere in mano la tua sovranità emotiva. La tua capacità di sentire e voler condividere è una ricchezza, non un errore di calcolo.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad indirizzo Umanista
Ricevo anche online
Gentile Utente,
da ciò che racconta emerge una dinamica relazionale emotivamente intensa ma fortemente sbilanciata, che nel tempo sta generando in lei confusione, insicurezza e fatica. È comprensibile: lei si trova coinvolta con una persona che, pur mostrando presenza e vicinanza nei momenti condivisi dal vivo, fatica a mantenere continuità emotiva e comunicativa nella distanza. Questa discontinuità, soprattutto quando non è chiara né spiegabile, tende ad attivare dubbi, bisogni di rassicurazione e il timore di “chiedere troppo”.
È importante sottolineare che lei non ha fatto nulla di sbagliato nel provare a chiarire come si sente e di cosa ha bisogno. Esplicitare i propri bisogni non significa pressare l’altro, ma prendersi cura di sé. Anzi, il fatto che lei abbia cercato un confronto diretto indica consapevolezza e desiderio di una relazione più autentica e sostenibile. Allo stesso tempo, dalle risposte di lui emerge una difficoltà significativa nel contatto con le proprie emozioni e nel desiderio di condivisione: lui stesso parla di emozioni “spente e confuse”, di una mancanza di impulso a cercare l’altro, e di un comportamento che riconosce come ambivalente.
Questo non significa necessariamente che non provi interesse o affetto, ma indica una modalità relazionale che, allo stato attuale, potrebbe non essere compatibile con i suoi bisogni di presenza, scambio e reciprocità. La paura di aver “esagerato” spesso nasce quando, dopo esserci esposti emotivamente, non riceviamo una risposta chiara o rassicurante. Tuttavia, tutelare il proprio benessere emotivo è legittimo e necessario: non è possibile “esserci a 360 gradi” da soli, né colmare con lo sforzo personale le difficoltà emotive dell’altro.
Può essere utile, per lei, fermarsi a riflettere non solo su ciò che lui può o non può dare, ma anche su cosa lei desidera davvero in una relazione e su quanto questa situazione, così com’è, la faccia stare bene nel lungo periodo. Per lui, invece, le difficoltà che descrive sembrano richiedere un lavoro personale di maggiore consapevolezza emotiva.
Vista la complessità della situazione e il coinvolgimento emotivo che ne deriva, è consigliabile approfondire questi aspetti con uno specialista, che possa aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni, sui suoi limiti e sulle scelte più tutelanti per il suo benessere.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che racconta emerge una dinamica relazionale emotivamente intensa ma fortemente sbilanciata, che nel tempo sta generando in lei confusione, insicurezza e fatica. È comprensibile: lei si trova coinvolta con una persona che, pur mostrando presenza e vicinanza nei momenti condivisi dal vivo, fatica a mantenere continuità emotiva e comunicativa nella distanza. Questa discontinuità, soprattutto quando non è chiara né spiegabile, tende ad attivare dubbi, bisogni di rassicurazione e il timore di “chiedere troppo”.
È importante sottolineare che lei non ha fatto nulla di sbagliato nel provare a chiarire come si sente e di cosa ha bisogno. Esplicitare i propri bisogni non significa pressare l’altro, ma prendersi cura di sé. Anzi, il fatto che lei abbia cercato un confronto diretto indica consapevolezza e desiderio di una relazione più autentica e sostenibile. Allo stesso tempo, dalle risposte di lui emerge una difficoltà significativa nel contatto con le proprie emozioni e nel desiderio di condivisione: lui stesso parla di emozioni “spente e confuse”, di una mancanza di impulso a cercare l’altro, e di un comportamento che riconosce come ambivalente.
Questo non significa necessariamente che non provi interesse o affetto, ma indica una modalità relazionale che, allo stato attuale, potrebbe non essere compatibile con i suoi bisogni di presenza, scambio e reciprocità. La paura di aver “esagerato” spesso nasce quando, dopo esserci esposti emotivamente, non riceviamo una risposta chiara o rassicurante. Tuttavia, tutelare il proprio benessere emotivo è legittimo e necessario: non è possibile “esserci a 360 gradi” da soli, né colmare con lo sforzo personale le difficoltà emotive dell’altro.
Può essere utile, per lei, fermarsi a riflettere non solo su ciò che lui può o non può dare, ma anche su cosa lei desidera davvero in una relazione e su quanto questa situazione, così com’è, la faccia stare bene nel lungo periodo. Per lui, invece, le difficoltà che descrive sembrano richiedere un lavoro personale di maggiore consapevolezza emotiva.
Vista la complessità della situazione e il coinvolgimento emotivo che ne deriva, è consigliabile approfondire questi aspetti con uno specialista, che possa aiutarla a fare chiarezza sui suoi bisogni, sui suoi limiti e sulle scelte più tutelanti per il suo benessere.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
molto probabilmente questa persona non riesce a darle quello di cui ha bisogno. Rifletta su questo e su quanto sia per lei funzionale rimanere in una relazione dalla quale non riceve ciò che vorrebbe. Le motivazioni potrebbero esser svariate. Nel caso volesse approfondire questo discorso all'interno di uno spazio di ascolto più ampio, non esiti a contattarmi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
molto probabilmente questa persona non riesce a darle quello di cui ha bisogno. Rifletta su questo e su quanto sia per lei funzionale rimanere in una relazione dalla quale non riceve ciò che vorrebbe. Le motivazioni potrebbero esser svariate. Nel caso volesse approfondire questo discorso all'interno di uno spazio di ascolto più ampio, non esiti a contattarmi.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
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