Buongiorno, Scrivo perché sono bloccata. So cosa è giusto fare in una coppia, ma faccio il suo opp
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Buongiorno,
Scrivo perché sono bloccata. So cosa è giusto fare in una coppia, ma faccio il suo opposto. So che per rendere sana una relazione, si deve far sì che l'altro abbia i suoi spazi,tempi,amici,hobby. Ma io non riesco ad accettarlo, in quel momento ho 2 voci che mi parlano: una che mi dice di ragionare, che il suo non è bisogno di allontanarsi da me, ma svago, l'altra perde il controllo, mi arrabbio quando lo vedo, perché mi sono sentita abbandonata. Abbiamo avuto questa discussione varie volte, lo scorso anno ci siamo presi 1 settimana di pausa per riflettere, perché lui era arrivato al culmine, non si sentiva più libero di uscire, e se lo faceva era preoccupato per me. La pausa è servita per una mia autoriflessione, ho capito che ho bassa autostima, bisogno di conferme, che il modello familiare unitissimo che ho visto per anni (i miei vivono l'uno per l altra), mi ha influenzato 'negativamente'. Pensavamo che questa mia consapevolezza bastasse, assieme al fatto che, ho fatto nuove amicizie, meditazione, hobby. Tutto servito per un lasso di tempo medio- lungo, perché 1 mese fa sono nuovamente scoppiata, perché il suo weekend era colmo di impegni, quindi stavamo insieme 'solo' a sera (conviviamo- mi sono trasferita 2.5 anni fa per lui e lavoro, stiamo insieme da 3). Anche lì, cerchiamo di chiudere e andare avanti. Ma, Senza alcun litigio, lui qualche giorno fa mi ha detto che si porta dietro gli strascichi del litigio, perché ritiene che ognuno deve essere naturale. Quindi se lui vuole uscire deve farlo. Se io voglio arrabbiarmi, devo. Non dobbiamo snaturarci per la ns incompatibilità. Ho cercato di spiegare che io non voglio essere quella versione lì,ogni tanto ci riesco. Altre pecco. Ma lui ribadisce che non è colpa di nessuno, abbiamo modi diversi di vedere la vita. Sento che non ha ragione in questo, io posso essere una versione migliore, ma a quanto pare la consapevolezza non è sufficiente a farmi 'guarire'. Se cambio persona, cambio solo lo scenario. Voglio accettare ciò che razionalmente fa di una relazione sana, come fare?
Scrivo perché sono bloccata. So cosa è giusto fare in una coppia, ma faccio il suo opposto. So che per rendere sana una relazione, si deve far sì che l'altro abbia i suoi spazi,tempi,amici,hobby. Ma io non riesco ad accettarlo, in quel momento ho 2 voci che mi parlano: una che mi dice di ragionare, che il suo non è bisogno di allontanarsi da me, ma svago, l'altra perde il controllo, mi arrabbio quando lo vedo, perché mi sono sentita abbandonata. Abbiamo avuto questa discussione varie volte, lo scorso anno ci siamo presi 1 settimana di pausa per riflettere, perché lui era arrivato al culmine, non si sentiva più libero di uscire, e se lo faceva era preoccupato per me. La pausa è servita per una mia autoriflessione, ho capito che ho bassa autostima, bisogno di conferme, che il modello familiare unitissimo che ho visto per anni (i miei vivono l'uno per l altra), mi ha influenzato 'negativamente'. Pensavamo che questa mia consapevolezza bastasse, assieme al fatto che, ho fatto nuove amicizie, meditazione, hobby. Tutto servito per un lasso di tempo medio- lungo, perché 1 mese fa sono nuovamente scoppiata, perché il suo weekend era colmo di impegni, quindi stavamo insieme 'solo' a sera (conviviamo- mi sono trasferita 2.5 anni fa per lui e lavoro, stiamo insieme da 3). Anche lì, cerchiamo di chiudere e andare avanti. Ma, Senza alcun litigio, lui qualche giorno fa mi ha detto che si porta dietro gli strascichi del litigio, perché ritiene che ognuno deve essere naturale. Quindi se lui vuole uscire deve farlo. Se io voglio arrabbiarmi, devo. Non dobbiamo snaturarci per la ns incompatibilità. Ho cercato di spiegare che io non voglio essere quella versione lì,ogni tanto ci riesco. Altre pecco. Ma lui ribadisce che non è colpa di nessuno, abbiamo modi diversi di vedere la vita. Sento che non ha ragione in questo, io posso essere una versione migliore, ma a quanto pare la consapevolezza non è sufficiente a farmi 'guarire'. Se cambio persona, cambio solo lo scenario. Voglio accettare ciò che razionalmente fa di una relazione sana, come fare?
Sento una grande consapevolezza e insieme una lotta interna faticosa.
C’è una parte di te che capisce, e un’altra che quando si sente abbandonata va in allarme e prende il controllo. Non è cattiveria né volontà di ferire: è paura di perdere il legame.
Hai già fatto molto: riflessione, cambiamenti, tentativi sinceri. Questo dice che il problema non è la mancanza di impegno, ma che alcune ferite non si risolvono solo con la testa. La consapevolezza è un primo passo, non la cura completa.
Non stai “sbagliando persona”: stai cercando di imparare a stare nella relazione senza annullarti e senza aggrapparti. È un lavoro profondo, graduale, che richiede tempo e sostegno, non forza di volontà.
Il fatto che tu voglia una versione più sana di te è già parte del cambiamento.
C’è una parte di te che capisce, e un’altra che quando si sente abbandonata va in allarme e prende il controllo. Non è cattiveria né volontà di ferire: è paura di perdere il legame.
Hai già fatto molto: riflessione, cambiamenti, tentativi sinceri. Questo dice che il problema non è la mancanza di impegno, ma che alcune ferite non si risolvono solo con la testa. La consapevolezza è un primo passo, non la cura completa.
Non stai “sbagliando persona”: stai cercando di imparare a stare nella relazione senza annullarti e senza aggrapparti. È un lavoro profondo, graduale, che richiede tempo e sostegno, non forza di volontà.
Il fatto che tu voglia una versione più sana di te è già parte del cambiamento.
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Buonasera. Mi permetto di dire che l'esperienza da lei riportata, riflette una condizione che si riscontra di frequente nel contesto storico-sociale in cui viviamo che, tuttavia, trae origine da una molteplicità di vissuti dell'esperienza soggettiva. Nel suo caso ci sono alcuni aspetti da considerare: il fatto che lei percepisca questo suo comportamento come inadeguato rispetto alla sua relazione e il suo desiderio di cambiamento il quale, tuttavia, si scontra con un impossibilità di messa in atto e che si traduce, a sua volta, in una ripetizione. Quando un nostro comportamento tende a ripetersi, indipendentemente dalla nostra volontà, è probabile che alla sua base via sia un vissuto non elaborato che è, per tanto, meritevole di essere indagato adeguatamente. Solo sapere la verità su ciò che ci riguarda, ci dona la possibilità di essere liberi di cambiare la nostra vita. Resto a disposizione.
Buona sera dal suo racconto mi sembra esserci una buone dose di autoconsapevolezza riguardo alle sue dinamiche e ad i suoi comportamenti. A volte però l'autoanalisi e la consapevolezza razionale non bastano per cambiare un modo di essere. Potrebbe essere utile iniziare , nel caso non l' avesse già fatto, un percorso di analisi personale in cui provare a contattare anche la componente emotiva che può celarsi dietro queste insicurezze . È possibile che vi siano stati avvenimenti durante la sua vita che l'abbiano segnata e che magari in questa sua "narrazione razionale" non vengono menzionati. Sarebbe utile esplorare come si sente nei momenti in cui si sente scoppiare. Le sue emozioni sono incontrollabili in quei momenti? ha notato se succede spesso in corrispondenza di alcuni comportamenti? sono sempre intense allo stesso modo? in passato prima di questa relazione erano accaduti eventi simili? Nella sua scelta d trasferimento quanto ha influito il lavoro e quanto il fatto di stare vicino al suo partner? Nei 5 mesi in cui non convivate com' era la vostra relazione?
Ecco queste sono una serie di domande che potrebbero emergere durante un suo eventuale percorso terapeutico. Chiaramente le mie domande sono solo esplorative che poi andrebbero contestualizzate, in questo caso le prenda solo ed esclusivamente come potenziali spunti di riflessione.
Dal mio punto di vista mi sembra che abbia già una buona dose di autoconsapevolezza che sicuramente potrebbe essere un buon punto di partenza per un percorso personale.
Un saluto, Dott Alex Pagano.
Ecco queste sono una serie di domande che potrebbero emergere durante un suo eventuale percorso terapeutico. Chiaramente le mie domande sono solo esplorative che poi andrebbero contestualizzate, in questo caso le prenda solo ed esclusivamente come potenziali spunti di riflessione.
Dal mio punto di vista mi sembra che abbia già una buona dose di autoconsapevolezza che sicuramente potrebbe essere un buon punto di partenza per un percorso personale.
Un saluto, Dott Alex Pagano.
Buongiorno, da quello che scrive emerge una consapevolezza già molto articolata di ciò che le accade: lei sa cosa rende una relazione sana, riconosce l’origine della sua difficoltà, distingue chiaramente la parte razionale da quella emotiva che perde il controllo. Questo è un punto di partenza importante, non qualcosa di insufficiente. Il nodo che descrive non è un problema di comprensione, ma di regolazione emotiva. Sapere cosa sarebbe “giusto” fare non significa automaticamente riuscire a farlo, soprattutto quando si attiva una paura profonda di abbandono. In quei momenti non è la parte adulta e riflessiva a guidarla, ma una parte più antica, che reagisce come se la distanza dell’altro fosse una minaccia reale. Per questo la consapevolezza, da sola, spesso non basta: non perché lei non si impegni abbastanza, ma perché il lavoro non è sul controllo del comportamento, bensì sulla possibilità di stare nell’emozione senza agire contro se stessa o contro la relazione. Quando il suo compagno dice che “ognuno dovrebbe poter essere naturale”, probabilmente sta parlando della fatica di sentirsi responsabile del suo stato emotivo. Questo non rende lei “sbagliata”, ma segnala una difficoltà di incastro tra i vostri bisogni, che va guardata con più profondità. La domanda forse non è “come faccio ad accettare razionalmente una relazione sana”, ma: - cosa succede dentro di me quando l’altro si allontana; - di cosa ha bisogno quella parte che si sente abbandonata; - come posso imparare a rassicurarla senza chiedere all’altro di farlo al posto mio. Questo è un lavoro che difficilmente si risolve da soli o solo con la forza di volontà, ma che può essere affrontato in un percorso di sostegno psicologico mirato su questi temi. Resto a disposizione. Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno,
da quello che scrive emerge una grande lucidità e un forte desiderio di stare meglio, ma anche quanto sia faticoso quando la parte razionale e quella emotiva non vanno nella stessa direzione. Sapere “cosa sarebbe sano” non significa riuscire subito a sentirlo e viverlo, soprattutto quando entrano in gioco paura, storia familiare e bisogno di sicurezza. Questo non parla di colpa o di incapacità di cambiare, ma di un conflitto interno che chiede di essere compreso più a fondo, non forzato.
Se lo desidera, possiamo lavorarci insieme in un colloquio, oppure può scrivermi un messaggio per valutare come iniziare.
Un caro saluto,
Dott. Alessandra Corti
da quello che scrive emerge una grande lucidità e un forte desiderio di stare meglio, ma anche quanto sia faticoso quando la parte razionale e quella emotiva non vanno nella stessa direzione. Sapere “cosa sarebbe sano” non significa riuscire subito a sentirlo e viverlo, soprattutto quando entrano in gioco paura, storia familiare e bisogno di sicurezza. Questo non parla di colpa o di incapacità di cambiare, ma di un conflitto interno che chiede di essere compreso più a fondo, non forzato.
Se lo desidera, possiamo lavorarci insieme in un colloquio, oppure può scrivermi un messaggio per valutare come iniziare.
Un caro saluto,
Dott. Alessandra Corti
Buonasera,
quanto descrive è comprensibile e frequente in chi, pur conoscendo razionalmente cosa rende una relazione sana, fatica a gestire le proprie emozioni. La paura di abbandono e la rabbia che emergono quando il partner si prende spazio non sono colpa sua: riflettono vissuti interiori, modelli familiari e bisogni emotivi che hanno radici profonde. La consapevolezza che ha già acquisito è un passo importante, ma spesso non basta a modificare automaticamente le reazioni emotive. Accettare ciò che razionalmente sa richiede tempo, esercizio e strumenti specifici per riconoscere e regolare le proprie emozioni, costruendo sicurezza interna senza sentirsi sopraffatti. Un percorso terapeutico sistemico-relazionale potrebbe essere molto utile: lavorando sul suo vissuto, sui modelli di attaccamento e sulle dinamiche di coppia. Questo tipo di lavoro le permetterebbe di esplorare le proprie dinamiche, capire i propri bisogni e trovare strategie concrete per vivere la relazione in modo più sereno e appagante.
Le auguro di trovare equilibrio e serenità, sia dentro di sé che nella relazione.
quanto descrive è comprensibile e frequente in chi, pur conoscendo razionalmente cosa rende una relazione sana, fatica a gestire le proprie emozioni. La paura di abbandono e la rabbia che emergono quando il partner si prende spazio non sono colpa sua: riflettono vissuti interiori, modelli familiari e bisogni emotivi che hanno radici profonde. La consapevolezza che ha già acquisito è un passo importante, ma spesso non basta a modificare automaticamente le reazioni emotive. Accettare ciò che razionalmente sa richiede tempo, esercizio e strumenti specifici per riconoscere e regolare le proprie emozioni, costruendo sicurezza interna senza sentirsi sopraffatti. Un percorso terapeutico sistemico-relazionale potrebbe essere molto utile: lavorando sul suo vissuto, sui modelli di attaccamento e sulle dinamiche di coppia. Questo tipo di lavoro le permetterebbe di esplorare le proprie dinamiche, capire i propri bisogni e trovare strategie concrete per vivere la relazione in modo più sereno e appagante.
Le auguro di trovare equilibrio e serenità, sia dentro di sé che nella relazione.
Buongiorno,
quello che descrive è un conflitto interno molto faticoso e doloroso, e il fatto che lei ne abbia consapevolezza è già un passo importante. La difficoltà che vive non riguarda la mancanza di comprensione “razionale”, ma un bisogno emotivo profondo di sicurezza e di conferme che si attiva nella relazione. Questo non la rende sbagliata, ma indica una ferita relazionale che ha bisogno di essere accolta e lavorata, non controllata solo con la volontà.
La consapevolezza, da sola, spesso non basta a “guarire”: è necessario un percorso che aiuti a trasformare queste reazioni emotive, rafforzare l’autostima e costruire un senso di sicurezza interno, indipendente dal comportamento dell’altro. Lavorare su questi aspetti può permetterle di diventare davvero quella versione di sé che desidera, in modo più stabile e meno doloroso.
Se lo desidera, può scrivermi indicando la zona in cui abita, così potrò suggerirle un professionista vicino a lei per affrontare questo percorso.
Un cordiale saluto.
quello che descrive è un conflitto interno molto faticoso e doloroso, e il fatto che lei ne abbia consapevolezza è già un passo importante. La difficoltà che vive non riguarda la mancanza di comprensione “razionale”, ma un bisogno emotivo profondo di sicurezza e di conferme che si attiva nella relazione. Questo non la rende sbagliata, ma indica una ferita relazionale che ha bisogno di essere accolta e lavorata, non controllata solo con la volontà.
La consapevolezza, da sola, spesso non basta a “guarire”: è necessario un percorso che aiuti a trasformare queste reazioni emotive, rafforzare l’autostima e costruire un senso di sicurezza interno, indipendente dal comportamento dell’altro. Lavorare su questi aspetti può permetterle di diventare davvero quella versione di sé che desidera, in modo più stabile e meno doloroso.
Se lo desidera, può scrivermi indicando la zona in cui abita, così potrò suggerirle un professionista vicino a lei per affrontare questo percorso.
Un cordiale saluto.
Buongiorno, la sensazione di essere bloccata che descrive è molto comprensibile e, soprattutto, molto comune in chi vive con intensità i legami affettivi. Da ciò che racconta emerge una sofferenza reale, fatta di consapevolezza e insieme di perdita di controllo emotivo, e questo può far sentire frustrati e scoraggiati, come se sapere cosa è giusto non bastasse a riuscire a farlo. Il punto centrale del suo racconto non è il fatto che lei non sappia come funziona una relazione sana, perché questo lo sa bene. Il punto è che, nei momenti in cui il suo compagno si allontana per dedicarsi a sé, dentro di lei si attiva un vissuto molto più profondo, che non riguarda il presente ma il significato che quel distacco assume. In quei momenti non è tanto il weekend pieno o l’uscita con gli amici a farla soffrire, quanto la sensazione improvvisa di essere messa da parte, di non contare, di essere meno importante. Quando questa emozione prende spazio, la parte razionale perde forza e subentra la rabbia, che spesso è una reazione di difesa a una ferita più fragile. Il fatto che lei riconosca l’esistenza di due voci interiori è un segnale di grande lucidità. Da una parte c’è la parte che comprende, che sa che l’amore non coincide con la fusione e che gli spazi non sono un rifiuto. Dall’altra c’è una parte più vulnerabile, che reagisce come se ogni distanza fosse un abbandono. Questa seconda parte non è sbagliata o immatura, è una parte che ha imparato a leggere il legame in un certo modo, probabilmente molto presto, osservando un modello di coppia basato su una forte interdipendenza emotiva. Quando quel modello viene messo in discussione, si attiva paura. La consapevolezza che ha maturato è un passaggio fondamentale, ma non è una cura immediata. Capire da dove nasce una reazione non significa riuscire automaticamente a non provarla più. Il cambiamento avviene quando, nel momento esatto in cui l’emozione sale, lei riesce a fare qualcosa di diverso rispetto al solito, anche di poco. Non si tratta di reprimere la rabbia o di convincersi a forza che va tutto bene, ma di imparare a stare con quella sensazione senza agire immediatamente contro l’altro o contro se stessa. Il desiderio di diventare una versione migliore di sé è sano, ma è importante fare attenzione a non trasformarlo in una lotta contro una parte di sé. Quando il suo compagno dice che ognuno dovrebbe essere naturale, probabilmente esprime il bisogno di non sentirsi responsabile delle sue emozioni. Questo non significa che lei non possa crescere o cambiare, ma che il cambiamento non può avvenire sotto pressione o con l’idea di dover guarire in fretta per salvare la relazione. La crescita personale richiede tempo, ricadute, tentativi, e non segue una linea retta. Accettare razionalmente ciò che rende sana una relazione non significa non provare più dolore, ma imparare a riconoscere quel dolore per quello che è, una reazione interna, e non una prova che qualcosa non va tra voi due. Nei momenti in cui lui esce e lei sente salire l’angoscia, la domanda utile non è se lui sta sbagliando, ma che cosa le sta mancando in quel momento, che bisogno sta chiedendo attenzione. Spesso dietro la rabbia c’è il bisogno di rassicurazione, di sentirsi scelta, vista, importante anche quando l’altro non è fisicamente presente. Il timore che cambiando persona cambierebbe solo lo scenario è una riflessione molto matura. Questo suggerisce che lei abbia già intuito che il lavoro vero non è adattarsi a qualcuno di diverso, ma imparare a costruire una sicurezza interna che non dipenda completamente dalla presenza dell’altro. Questo non la rende meno bisognosa d’amore, la rende più libera di viverlo senza paura costante di perderlo. Non si chieda di non sbagliare più. Si chieda piuttosto di accorgersi prima di ciò che le accade dentro e di concedersi il tempo di rispondere invece di reagire. Ogni volta che riesce anche solo a rimandare una discussione, a nominare ciò che prova senza accusare, a restare con il disagio senza esplodere, sta già cambiando. E questo cambiamento, anche se a volte sembra invisibile, è reale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, le consiglio un percorso psicologico che l'aiuti a ritrovare fiducia in se stessa, per evitare dinamiche di "dipendenza". Cordiali saluti.
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una consapevolezza di alcuni meccanismi alla base delle sue fatiche, come l’insicurezza e il bisogno di conferme. In questi casi, come lei stessa intuisce, può essere utile approfondire le radici di tali vissuti.
Un supporto psicologico può aiutarla a comprendere meglio questi aspetti e a sviluppare modalità più serene e sostenibili nel vivere la relazione attuale o eventuali relazioni future. Un caro saluto, PR.
dal suo racconto emerge una consapevolezza di alcuni meccanismi alla base delle sue fatiche, come l’insicurezza e il bisogno di conferme. In questi casi, come lei stessa intuisce, può essere utile approfondire le radici di tali vissuti.
Un supporto psicologico può aiutarla a comprendere meglio questi aspetti e a sviluppare modalità più serene e sostenibili nel vivere la relazione attuale o eventuali relazioni future. Un caro saluto, PR.
Buongiorno,
la ringrazio per aver scritto con tanta chiarezza e onestà ciò che sta vivendo. Da quello che racconta emerge una grande consapevolezza di sé, e questo non è affatto scontato. Allo stesso tempo, si sente tutta la fatica di trovarsi divisa tra ciò che “sa” essere giusto e ciò che, emotivamente, accade comunque, spesso in modo travolgente.
È importante sapere che comprendere razionalmente un meccanismo non significa automaticamente riuscire a modificarlo. Le reazioni di cui parla potrebbero essere risposte emotive profonde, legate alla sua storia affettiva, ai modelli interiorizzati e ai suoi timori.
Il lavoro terapeutico può aiutare proprio in questo: non tanto a “controllarsi” o a diventare una versione forzata di sé, ma a comprendere da dove nascono certe emozioni, a dar loro un senso e, nel tempo, a creare uno spazio interno più sicuro. È lì che diventa possibile tollerare la distanza dell’altro senza viverla come una perdita, e distinguere il bisogno di vicinanza dal timore di restare soli.
Un caro saluto,
Alessia
la ringrazio per aver scritto con tanta chiarezza e onestà ciò che sta vivendo. Da quello che racconta emerge una grande consapevolezza di sé, e questo non è affatto scontato. Allo stesso tempo, si sente tutta la fatica di trovarsi divisa tra ciò che “sa” essere giusto e ciò che, emotivamente, accade comunque, spesso in modo travolgente.
È importante sapere che comprendere razionalmente un meccanismo non significa automaticamente riuscire a modificarlo. Le reazioni di cui parla potrebbero essere risposte emotive profonde, legate alla sua storia affettiva, ai modelli interiorizzati e ai suoi timori.
Il lavoro terapeutico può aiutare proprio in questo: non tanto a “controllarsi” o a diventare una versione forzata di sé, ma a comprendere da dove nascono certe emozioni, a dar loro un senso e, nel tempo, a creare uno spazio interno più sicuro. È lì che diventa possibile tollerare la distanza dell’altro senza viverla come una perdita, e distinguere il bisogno di vicinanza dal timore di restare soli.
Un caro saluto,
Alessia
Buongiorno carissima, sono la psicologa Marika e in quanto problematica molto frequente voglio risponderti cercando di poterti, allo stesso tempo, aiutare.
Quello che emerge dalle tue parole è un livello di consapevolezza altissimo, e questo è un punto di partenza importante. Riconoscere la propria bassa autostima e il modo in cui influisce sulla relazione richiede lucidità e coraggio, non è affatto scontato.
Quando l'autostima è fragile, il legame affettivo può trasformarsi inconsapevolmente in un luogo di continua allerta: ogni distanza viene vissuta come un abbandono, ogni differenza come una minaccia. I litigi rappresentano una profonda paura di non valere abbastanza e di poter essere lasciata. Questo, però, col tempo, può fare sentire l'altro intrappolato, anche se l'intenzione non è mai quella di controllare o limitare.
E' importante distinguere tra cambiare per crescere e cambiare per non perdere l'altro. Il primo è un percorso sano, il secondo rischia di alimentare ancora di più la sofferenza.
Il desiderio di migliorare è autentico e merita spazio, ma il cambiamento reale non può avvenire sotto la pressione di una relazione che in questo momento non riesce più a contenere il tuo dolore. Lavorare sulla tua autostima significa imparare a riconoscerti valore indipendentemente dallo sguardo dell'altro, tollerare il conflitto senza viverlo come una catastrofe, e costruire confini emotivi più sicuri.
Questo è un percorso che richiede tempo, pazienza e spesso un supporto psicologico continuativo. Non per "aggiustarti", ma per aiutarti a stare meglio con te stessa. Il cambiamento deve partire da te stessa, la consapevolezza non basta. E questo è un passo fondamentale, indipendentemente dalla relazione.
Quello che emerge dalle tue parole è un livello di consapevolezza altissimo, e questo è un punto di partenza importante. Riconoscere la propria bassa autostima e il modo in cui influisce sulla relazione richiede lucidità e coraggio, non è affatto scontato.
Quando l'autostima è fragile, il legame affettivo può trasformarsi inconsapevolmente in un luogo di continua allerta: ogni distanza viene vissuta come un abbandono, ogni differenza come una minaccia. I litigi rappresentano una profonda paura di non valere abbastanza e di poter essere lasciata. Questo, però, col tempo, può fare sentire l'altro intrappolato, anche se l'intenzione non è mai quella di controllare o limitare.
E' importante distinguere tra cambiare per crescere e cambiare per non perdere l'altro. Il primo è un percorso sano, il secondo rischia di alimentare ancora di più la sofferenza.
Il desiderio di migliorare è autentico e merita spazio, ma il cambiamento reale non può avvenire sotto la pressione di una relazione che in questo momento non riesce più a contenere il tuo dolore. Lavorare sulla tua autostima significa imparare a riconoscerti valore indipendentemente dallo sguardo dell'altro, tollerare il conflitto senza viverlo come una catastrofe, e costruire confini emotivi più sicuri.
Questo è un percorso che richiede tempo, pazienza e spesso un supporto psicologico continuativo. Non per "aggiustarti", ma per aiutarti a stare meglio con te stessa. Il cambiamento deve partire da te stessa, la consapevolezza non basta. E questo è un passo fondamentale, indipendentemente dalla relazione.
Buongiorno, ciò che Lei descrive mette in luce una scissione interna molto chiara, da un lato la parte che sa come dovrebbe funzionare una relazione, dall’altro una reazione che prende il sopravvento e La travolge. È importante partire da qui senza forzare una soluzione. Lei dà per scontato che il problema sia “non riuscire ad accettare” gli spazi dell’altro e che l’obiettivo debba essere diventare una versione migliore di sé, più razionale e più sicura. Questo è un punto da interrogare. La consapevolezza che ha costruito non è falsa né inutile, ma non è sufficiente perché ciò che si attiva in quei momenti non risponde alla logica. Quando lui esce o è occupato, Lei non reagisce a un fatto presente, ma a un’esperienza soggettiva di abbandono che si riaccende, indipendentemente da quanto sappia che non è così. Il modello familiare che cita ha certamente lasciato un’impronta, ma non come semplice imitazione, piuttosto come misura implicita di cosa significhi sentirsi legati e scelti. Il punto non è che Lei sia “sbagliata” o incompatibile, né che debba guarire per forza. Il rischio è trasformare ogni ricaduta in una colpa, come se stesse fallendo un esame di maturità affettiva. Quando il Suo compagno parla di naturalezza, Lei lo vive come una resa, perché per Lei naturale è proprio ciò che fa soffrire. Qui emerge una tensione reale tra due modi diversi di stare nel legame, che non si risolve imponendosi di essere diversa. Accettare ciò che razionalmente riconosce come sano non significa cancellare quella reazione, ma iniziare a non identificarvisi completamente, a non lasciarle decidere tutto. Nel mio orientamento di lavoro si presta molta attenzione a questi punti in cui il soggetto vuole cambiare ma qualcosa resiste, perché è lì che si gioca la possibilità di un movimento autentico, non imposto dall’ideale di coppia “giusta”. Non è una questione di cambiare partner per cambiare scenario, ma di interrogare cosa Lei chiede all’altro quando si sente messa da parte e perché quella domanda diventa così urgente.
Se lo desidera, può contattarmi per trovare uno spazio di ascolto profondo e rispettoso, dove poter lavorare su questo nodo senza giudizio e senza l’obbligo di diventare qualcun’altra.
La saluto cordialmente,
dottoressa Laura Lanocita
Se lo desidera, può contattarmi per trovare uno spazio di ascolto profondo e rispettoso, dove poter lavorare su questo nodo senza giudizio e senza l’obbligo di diventare qualcun’altra.
La saluto cordialmente,
dottoressa Laura Lanocita
Buonasera. Grazie per la sua condivisione così autentica. Quello che descrive è un conflitto molto comune: la distanza tra ciò che conosciamo razionalmente e ciò che proviamo emotivamente. Essere consapevoli dei propri schemi relazionali è già un passo fondamentale, ma spesso non basta per modificare reazioni che hanno le loro radici in esperienze profonde, modelli familiari interiorizzati e bisogni affettivi insoddisfatti.
Il suo bisogno di vicinanza non è un errore, ma un bisogno emotivo che merita ascolto e comprensione, non giudizio. Allo stesso tempo, imparare a tollerare l’assenza dell’altro, non vivendola come minacciosa, richiede un lavoro su di sé, che coinvolge le emozioni, non solo i pensieri. Un'attenzione ai suoi bisogni emotivi potrebbe implicare anche un lavoro sui suoi vissuti profondi di abbandono, sulle paure e sulla costruzione di una sicurezza interna più stabile. Non si tratta di “snaturarsi”, ma di conoscere meglio se stessa e modulare le sue reazioni con maggiore libertà.
Spero di aver chiarito in parte i suoi dubbi. Resto a disposizione per un eventuale consulto.
Dott.ssa Claudia
Il suo bisogno di vicinanza non è un errore, ma un bisogno emotivo che merita ascolto e comprensione, non giudizio. Allo stesso tempo, imparare a tollerare l’assenza dell’altro, non vivendola come minacciosa, richiede un lavoro su di sé, che coinvolge le emozioni, non solo i pensieri. Un'attenzione ai suoi bisogni emotivi potrebbe implicare anche un lavoro sui suoi vissuti profondi di abbandono, sulle paure e sulla costruzione di una sicurezza interna più stabile. Non si tratta di “snaturarsi”, ma di conoscere meglio se stessa e modulare le sue reazioni con maggiore libertà.
Spero di aver chiarito in parte i suoi dubbi. Resto a disposizione per un eventuale consulto.
Dott.ssa Claudia
Buonasera,
la sua domanda tocca un punto molto importante: il divario tra ciò che si comprende razionalmente e ciò che si riesce a vivere emotivamente.
Ha fatto un lavoro di autoriflessione significativo: ha riconosciuto la bassa autostima, il bisogno di conferme, l’influenza del modello familiare. Ha anche messo in atto cambiamenti concreti, come nuove amicizie, la meditazione e gli hobby. Eppure, come nota lei stessa, la consapevolezza da sola non basta. Comprendere cosa ci muove sul piano intellettuale non coincide automaticamente con la possibilità di reagire in modo diverso. Le emozioni che emergono quando lui esce — la sensazione di abbandono, la rabbia — sono reali e profonde.
Quello che descrive, cioè la distanza tra una parte razionale che “sa cosa fare” e una parte emotiva che perde il controllo, racconta quanto sia faticoso quando mente ed esperienza emotiva non procedono nella stessa direzione. Questo scarto suggerisce la presenza di vissuti più profondi che hanno bisogno di essere elaborati, non solo riconosciuti.
Quando il suo compagno parla di “essere naturali” o di modi diversi di vedere la vita, potrebbe stare esprimendo una sua stanchezza più che una verità assoluta. Lei non è “naturalmente” quella persona che reagisce con rabbia: quella è una risposta a qualcosa di più profondo che si riattiva e che la fa soffrire.
Alla domanda “come fare?”, la risposta probabilmente non è semplice né immediata. Ciò che descrive può beneficiare di un percorso psicoterapeutico, uno spazio in cui esplorare le esperienze dolorose che si riattivano e i modelli relazionali antichi, per comprenderli all’interno della sua storia personale. Le risorse che sta già utilizzando sono preziose, ma difficilmente possono sostituire un lavoro terapeutico orientato all’elaborazione emotiva profonda.
Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere perché la sensazione di abbandono sia così intensa, a lavorare sulla fiducia in se stessa e nella relazione e a costruire gradualmente una maggiore tolleranza della separazione, senza che venga vissuta come una minaccia. Non si tratta di “snaturarsi”, ma di permettere a parti di sé più sicure e fiduciose di emergere.
Quando dice “se cambio persona, cambio solo lo scenario”, coglie un punto molto profondo: senza un lavoro su ciò che genera queste reazioni, il copione rischia di ripetersi. Questo non significa che lei sia sbagliata o che debba rassegnarsi a essere così, ma che il cambiamento richiede un sostegno più strutturato per poter essere attraversato.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
la sua domanda tocca un punto molto importante: il divario tra ciò che si comprende razionalmente e ciò che si riesce a vivere emotivamente.
Ha fatto un lavoro di autoriflessione significativo: ha riconosciuto la bassa autostima, il bisogno di conferme, l’influenza del modello familiare. Ha anche messo in atto cambiamenti concreti, come nuove amicizie, la meditazione e gli hobby. Eppure, come nota lei stessa, la consapevolezza da sola non basta. Comprendere cosa ci muove sul piano intellettuale non coincide automaticamente con la possibilità di reagire in modo diverso. Le emozioni che emergono quando lui esce — la sensazione di abbandono, la rabbia — sono reali e profonde.
Quello che descrive, cioè la distanza tra una parte razionale che “sa cosa fare” e una parte emotiva che perde il controllo, racconta quanto sia faticoso quando mente ed esperienza emotiva non procedono nella stessa direzione. Questo scarto suggerisce la presenza di vissuti più profondi che hanno bisogno di essere elaborati, non solo riconosciuti.
Quando il suo compagno parla di “essere naturali” o di modi diversi di vedere la vita, potrebbe stare esprimendo una sua stanchezza più che una verità assoluta. Lei non è “naturalmente” quella persona che reagisce con rabbia: quella è una risposta a qualcosa di più profondo che si riattiva e che la fa soffrire.
Alla domanda “come fare?”, la risposta probabilmente non è semplice né immediata. Ciò che descrive può beneficiare di un percorso psicoterapeutico, uno spazio in cui esplorare le esperienze dolorose che si riattivano e i modelli relazionali antichi, per comprenderli all’interno della sua storia personale. Le risorse che sta già utilizzando sono preziose, ma difficilmente possono sostituire un lavoro terapeutico orientato all’elaborazione emotiva profonda.
Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere perché la sensazione di abbandono sia così intensa, a lavorare sulla fiducia in se stessa e nella relazione e a costruire gradualmente una maggiore tolleranza della separazione, senza che venga vissuta come una minaccia. Non si tratta di “snaturarsi”, ma di permettere a parti di sé più sicure e fiduciose di emergere.
Quando dice “se cambio persona, cambio solo lo scenario”, coglie un punto molto profondo: senza un lavoro su ciò che genera queste reazioni, il copione rischia di ripetersi. Questo non significa che lei sia sbagliata o che debba rassegnarsi a essere così, ma che il cambiamento richiede un sostegno più strutturato per poter essere attraversato.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Salve, lei ha ragione la consapevolezza non basta e non può bastare. Per innescare il cambiamento cè bisogno di un percorso psicologico che indaghi la sua paura dell'abbandono.
Saluti
Saluti
Buongiorno,
da ciò che scrive si sente chiaramente quanto questa situazione la faccia soffrire e quanto, allo stesso tempo, lei stia cercando con impegno di capirsi e di cambiare ciò che non le fa stare bene. Il suo messaggio non parla di mancanza di volontà o di immaturità, ma di una fatica interna molto forte tra ciò che sa razionalmente e ciò che poi sente emotivamente nel momento in cui il partner si allontana per i suoi spazi.
Questa distanza tra “so cosa sarebbe giusto fare” e “non riesco a farlo” è qualcosa che molte persone vivono, soprattutto quando entra in gioco la paura di essere messi da parte o di non essere più una priorità. In quei momenti, come descrive bene lei, il pensiero razionale passa in secondo piano e prende il sopravvento una reazione emotiva intensa, che non nasce dal presente ma dal significato che quella situazione assume: sentirsi abbandonata, non scelta, non abbastanza.
Il lavoro che ha già fatto su di sé, riconoscere la bassa autostima, il bisogno di conferme, l’influenza del modello familiare, è un passaggio importante. Tuttavia la consapevolezza, da sola, spesso non basta a modificare reazioni che sono diventate automatiche. Sapere perché accade qualcosa non significa riuscire subito a controllarla, soprattutto quando le emozioni arrivano in modo rapido e potente.
Quando il suo compagno parla di “non snaturarsi”, sembra riferirsi al fatto che entrambi, nei momenti di difficoltà, finiscono per trattenersi o adattarsi per evitare il conflitto. Questo però non significa che lei non possa lavorare su di sé o migliorare il suo modo di stare nella relazione. Piuttosto, indica che al momento lui fatica a sostenere questa tensione e sente il bisogno di maggiore leggerezza.
Il punto centrale, però, non è diventare una persona diversa, ma imparare a tollerare le emozioni che si attivano quando l’altro non è disponibile, senza agire subito rabbia o chiusura. Accettare una relazione sana non significa non provare mai paura o gelosia, ma imparare a riconoscerle senza lasciare che guidino i comportamenti.
Questo è un lavoro che difficilmente si riesce a fare solo con la forza di volontà. Un percorso psicologico può aiutarla proprio a intervenire su quella reazione automatica che scatta prima del pensiero, aiutandola a costruire una sicurezza più interna, meno dipendente dalla presenza o dalle scelte dell’altro.
Il fatto che lei dica “non voglio essere quella versione di me” è molto significativo, indica che non si riconosce in questi comportamenti e che desidera un modo diverso di vivere l’amore. Questo desiderio è una base importante da cui partire. Non si tratta di “guarire” qualcosa di sbagliato in lei, ma di imparare nuove modalità emotive, più funzionali e meno dolorose, che richiedono tempo, pazienza e accompagnamento.
Il cambiamento, quando riguarda dinamiche così profonde, non è immediato né lineare. Ma il fatto che lei se ne interroghi, che non si limiti a colpevolizzare il partner o se stessa, mostra già una grande capacità di riflessione e di crescita.
Un caro saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
da ciò che scrive si sente chiaramente quanto questa situazione la faccia soffrire e quanto, allo stesso tempo, lei stia cercando con impegno di capirsi e di cambiare ciò che non le fa stare bene. Il suo messaggio non parla di mancanza di volontà o di immaturità, ma di una fatica interna molto forte tra ciò che sa razionalmente e ciò che poi sente emotivamente nel momento in cui il partner si allontana per i suoi spazi.
Questa distanza tra “so cosa sarebbe giusto fare” e “non riesco a farlo” è qualcosa che molte persone vivono, soprattutto quando entra in gioco la paura di essere messi da parte o di non essere più una priorità. In quei momenti, come descrive bene lei, il pensiero razionale passa in secondo piano e prende il sopravvento una reazione emotiva intensa, che non nasce dal presente ma dal significato che quella situazione assume: sentirsi abbandonata, non scelta, non abbastanza.
Il lavoro che ha già fatto su di sé, riconoscere la bassa autostima, il bisogno di conferme, l’influenza del modello familiare, è un passaggio importante. Tuttavia la consapevolezza, da sola, spesso non basta a modificare reazioni che sono diventate automatiche. Sapere perché accade qualcosa non significa riuscire subito a controllarla, soprattutto quando le emozioni arrivano in modo rapido e potente.
Quando il suo compagno parla di “non snaturarsi”, sembra riferirsi al fatto che entrambi, nei momenti di difficoltà, finiscono per trattenersi o adattarsi per evitare il conflitto. Questo però non significa che lei non possa lavorare su di sé o migliorare il suo modo di stare nella relazione. Piuttosto, indica che al momento lui fatica a sostenere questa tensione e sente il bisogno di maggiore leggerezza.
Il punto centrale, però, non è diventare una persona diversa, ma imparare a tollerare le emozioni che si attivano quando l’altro non è disponibile, senza agire subito rabbia o chiusura. Accettare una relazione sana non significa non provare mai paura o gelosia, ma imparare a riconoscerle senza lasciare che guidino i comportamenti.
Questo è un lavoro che difficilmente si riesce a fare solo con la forza di volontà. Un percorso psicologico può aiutarla proprio a intervenire su quella reazione automatica che scatta prima del pensiero, aiutandola a costruire una sicurezza più interna, meno dipendente dalla presenza o dalle scelte dell’altro.
Il fatto che lei dica “non voglio essere quella versione di me” è molto significativo, indica che non si riconosce in questi comportamenti e che desidera un modo diverso di vivere l’amore. Questo desiderio è una base importante da cui partire. Non si tratta di “guarire” qualcosa di sbagliato in lei, ma di imparare nuove modalità emotive, più funzionali e meno dolorose, che richiedono tempo, pazienza e accompagnamento.
Il cambiamento, quando riguarda dinamiche così profonde, non è immediato né lineare. Ma il fatto che lei se ne interroghi, che non si limiti a colpevolizzare il partner o se stessa, mostra già una grande capacità di riflessione e di crescita.
Un caro saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge una forte discrepanza tra ciò che sa razionalmente e ciò che sente emotivamente. Questa “doppia voce” che racconta è molto comune nelle persone con una ferita di abbandono, una bassa autostima e un bisogno di conferme: una parte adulta e consapevole comprende che l’autonomia dell’altro non equivale a rifiuto, mentre una parte più vulnerabile reagisce come se ogni distanza fosse una minaccia alla relazione.
È importante chiarire un punto: non è “sbagliata”, né “incapace di amare in modo sano”. Il suo funzionamento ha senso alla luce della sua storia affettiva, del modello familiare molto fusivo interiorizzato e delle esperienze relazionali vissute. La consapevolezza che ha acquisito è già un passo fondamentale, ma spesso non è sufficiente da sola a modificare reazioni emotive profonde, che non si regolano solo con la volontà.
Il nodo centrale non è “accettare razionalmente” ciò che rende sana una relazione, ma lavorare sulla regolazione emotiva, sulla tolleranza della distanza, sul senso di sicurezza interna e sul valore di sé indipendente dall’altro. Quando questi aspetti non sono sufficientemente stabili, ogni spazio dell’altro può riattivare rabbia, paura e senso di abbandono, anche in assenza di reali segnali di rifiuto.
Rispetto al suo compagno, ciò che lui esprime non è necessariamente mancanza di sentimenti, ma fatica nel sentirsi responsabile del suo stato emotivo. Tuttavia, questo non significa che lei debba “rassegnarsi” o che il problema sia una semplice incompatibilità: si tratta di un funzionamento relazionale che può essere compreso e modificato, ma richiede un lavoro più profondo e guidato.
Il cambiamento che desidera non avviene “da sola” né rapidamente: serve uno spazio terapeutico in cui poter lavorare sulle radici di queste reazioni, sui modelli di attaccamento, sulle emozioni che esplodono prima ancora del pensiero. Solo così potrà diventare davvero quella “versione migliore” che sente di poter essere, non per trattenere l’altro, ma per stare bene con sé stessa, dentro e fuori la relazione.
Per questo le consiglio di approfondire il suo vissuto con uno specialista, che possa accompagnarla in un percorso mirato e personalizzato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che descrive emerge una forte discrepanza tra ciò che sa razionalmente e ciò che sente emotivamente. Questa “doppia voce” che racconta è molto comune nelle persone con una ferita di abbandono, una bassa autostima e un bisogno di conferme: una parte adulta e consapevole comprende che l’autonomia dell’altro non equivale a rifiuto, mentre una parte più vulnerabile reagisce come se ogni distanza fosse una minaccia alla relazione.
È importante chiarire un punto: non è “sbagliata”, né “incapace di amare in modo sano”. Il suo funzionamento ha senso alla luce della sua storia affettiva, del modello familiare molto fusivo interiorizzato e delle esperienze relazionali vissute. La consapevolezza che ha acquisito è già un passo fondamentale, ma spesso non è sufficiente da sola a modificare reazioni emotive profonde, che non si regolano solo con la volontà.
Il nodo centrale non è “accettare razionalmente” ciò che rende sana una relazione, ma lavorare sulla regolazione emotiva, sulla tolleranza della distanza, sul senso di sicurezza interna e sul valore di sé indipendente dall’altro. Quando questi aspetti non sono sufficientemente stabili, ogni spazio dell’altro può riattivare rabbia, paura e senso di abbandono, anche in assenza di reali segnali di rifiuto.
Rispetto al suo compagno, ciò che lui esprime non è necessariamente mancanza di sentimenti, ma fatica nel sentirsi responsabile del suo stato emotivo. Tuttavia, questo non significa che lei debba “rassegnarsi” o che il problema sia una semplice incompatibilità: si tratta di un funzionamento relazionale che può essere compreso e modificato, ma richiede un lavoro più profondo e guidato.
Il cambiamento che desidera non avviene “da sola” né rapidamente: serve uno spazio terapeutico in cui poter lavorare sulle radici di queste reazioni, sui modelli di attaccamento, sulle emozioni che esplodono prima ancora del pensiero. Solo così potrà diventare davvero quella “versione migliore” che sente di poter essere, non per trattenere l’altro, ma per stare bene con sé stessa, dentro e fuori la relazione.
Per questo le consiglio di approfondire il suo vissuto con uno specialista, che possa accompagnarla in un percorso mirato e personalizzato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera gentile utente,
grazie per la sua condivisione. Mi arriva la sua preoccupazione.
Intanto inizio col dirle che le sue osservazioni mi sembrano indice di grandi risorse, che all'interno di un percorso possono assolutamente essere molto utili. Inoltre, mi sembra anche molto "accogliente" (mi sembra riduttivo parlare di giustificazione) quanto il suo compagno le dice: "non è colpa di nessuno, abbiamo solo due modi di vedere la vita".
Rispetto a questo a me arriva anche altro: da quanto esprime lei, non vive con serenità il suo "perdere il controllo", il suo "arrabbiarsi" e il suo sentirsi" abbandonata".. sono cose che vive in modo egodistonico, quindi non in sintonia con la propria immagine di sé.. infatti ci parla di due modalità, dove alle volte prevale una, altre prevale l'altra. E questo è proprio ciò che le permette di esserne consapevole; ma spesso la consapevolezza non basta. Se la sua esperienza familiare è stata quella che ha descritto (dei suoi genitori), non ha potuto fare esperienze diverse. Ad esempio, non ha potuto fare l'esperienza di poter dedicarsi ad aspetti personali (anche se si è all'interno di una coppia), senza che questo implichi un disinteresse per l'altro o la volontà di volersene allontanare.. e questo non arriva con la sola consapevolezza. Penso che un percorso psicologico individuale potrebbe aiutarla nel comprendere la sua modalità di funzionamento, il suo modo di entrare in relazione con gli altri e potrebbe sostenerla nel fare quelle esperienze che ancora non ha avuto modo di fare.
Le faccio i migliori auguri per tutto.
Rimango a disposizione, anche online.
Cordialmente,
dott.ssa Baratto
Psicologa Clinica - Psicodiagnosta - Psicoterapeuta della Gestalt in formazione
grazie per la sua condivisione. Mi arriva la sua preoccupazione.
Intanto inizio col dirle che le sue osservazioni mi sembrano indice di grandi risorse, che all'interno di un percorso possono assolutamente essere molto utili. Inoltre, mi sembra anche molto "accogliente" (mi sembra riduttivo parlare di giustificazione) quanto il suo compagno le dice: "non è colpa di nessuno, abbiamo solo due modi di vedere la vita".
Rispetto a questo a me arriva anche altro: da quanto esprime lei, non vive con serenità il suo "perdere il controllo", il suo "arrabbiarsi" e il suo sentirsi" abbandonata".. sono cose che vive in modo egodistonico, quindi non in sintonia con la propria immagine di sé.. infatti ci parla di due modalità, dove alle volte prevale una, altre prevale l'altra. E questo è proprio ciò che le permette di esserne consapevole; ma spesso la consapevolezza non basta. Se la sua esperienza familiare è stata quella che ha descritto (dei suoi genitori), non ha potuto fare esperienze diverse. Ad esempio, non ha potuto fare l'esperienza di poter dedicarsi ad aspetti personali (anche se si è all'interno di una coppia), senza che questo implichi un disinteresse per l'altro o la volontà di volersene allontanare.. e questo non arriva con la sola consapevolezza. Penso che un percorso psicologico individuale potrebbe aiutarla nel comprendere la sua modalità di funzionamento, il suo modo di entrare in relazione con gli altri e potrebbe sostenerla nel fare quelle esperienze che ancora non ha avuto modo di fare.
Le faccio i migliori auguri per tutto.
Rimango a disposizione, anche online.
Cordialmente,
dott.ssa Baratto
Psicologa Clinica - Psicodiagnosta - Psicoterapeuta della Gestalt in formazione
Buongiorno, quello che descrive è molto chiaro, lei sta vivendo un'ambivalenza: da un lato vuole il meglio per la coppia, quindi concedere al suo fidanzato i suoi spazi, dall'altro ha necessita di continue conferme e della sua presenza costante. Forse alla base c'è il bisogno di sentirsi amata e al tempo stesso evitare situazioni e vissuti di abbandono. La sua parte razionale probabilmente capisce che il fidanzato vuole solo riservarsi momenti per lui e che ciò non significa venire meno alla relazione o a lei; la sua parte più emotiva invece sente questi momenti di lontananza come un pericolo, come una sorta di abbandono e di disconferma della sua importanza per lui. In questi casi può essere utile analizzare il modello relazionale che lei ha appreso, in modo tale da rendersi consapevole di quali siano i suoi pensieri e comportamenti automatici. Una maggiore consapevolezza di cosa accade dentro di lei in quei momenti potrebbe portarla a dare un senso al suo modo di reagire, ad accogliere il suo vissuto per poi potersi liberare di quei pensieri e comportamenti che lei stessa riconosce essere problematici per la vita di coppia.
La saluto,
Dott.ssa Paola Taddeolini
La saluto,
Dott.ssa Paola Taddeolini
Capisco profondamente il suo frustrante senso di "scacco": sentire di avere tutte le risposte nella testa, ma non riuscire a tradurle nel cuore quando l'emozione divampa.
Lei ha ragione nel dire che la consapevolezza è solo il primo passo. Sapere che l'altro ha bisogno di spazio è un concetto logico; sentirsi sicuri mentre l'altro si allontana è un traguardo emotivo. Il suo compagno solleva un punto importante sulla "naturalezza": una relazione non può sopravvivere a lungo nel controllo o nella paura della reazione dell'altro. Tuttavia, la sua idea che si tratti di un'incompatibilità fissa è parziale.
La coppia non è un'isola autosufficiente. Per essere sani insieme, bisogna saper stare bene separati. Quel tempo "individuale" non è tempo tolto alla coppia, ma energia vitale che viene immessa nuovamente nel legame. La cosa sulla quale si potrebbe lavorare non è tanto il "guarire" per diventare un'altra persona, ma imparare a rassicurare quella parte di lei che si sente abbandonata, affinché non debba più usare la rabbia come scudo. La consapevolezza non basta perché la sua ferita non parla la lingua della logica, ma quella della sicurezza.
Lei ha ragione nel dire che la consapevolezza è solo il primo passo. Sapere che l'altro ha bisogno di spazio è un concetto logico; sentirsi sicuri mentre l'altro si allontana è un traguardo emotivo. Il suo compagno solleva un punto importante sulla "naturalezza": una relazione non può sopravvivere a lungo nel controllo o nella paura della reazione dell'altro. Tuttavia, la sua idea che si tratti di un'incompatibilità fissa è parziale.
La coppia non è un'isola autosufficiente. Per essere sani insieme, bisogna saper stare bene separati. Quel tempo "individuale" non è tempo tolto alla coppia, ma energia vitale che viene immessa nuovamente nel legame. La cosa sulla quale si potrebbe lavorare non è tanto il "guarire" per diventare un'altra persona, ma imparare a rassicurare quella parte di lei che si sente abbandonata, affinché non debba più usare la rabbia come scudo. La consapevolezza non basta perché la sua ferita non parla la lingua della logica, ma quella della sicurezza.
Buongiorno,
ci sarebbe molto da scrivere e molto da approfondire, cercherò di sintetizzare quanto più possibile. L'argomento è vasto e complesso. La coppia esiste principalmente nell'unione dell'individualità e ognuna delle individualità porta nella coppia un vissuto parentelare pregresso. Non esiste un giusto e uno sbagliato ci sono due mondi che si incontrano e che devono fare la loro conoscenza e in tutte le migliori famiglie ci sono punti di astio e punti di accordo. La consapevolezza non risolve le difficoltà anzi a volte addirittura può essere vissuta come una colpa , come portatrice di difficoltà nella coppia. Nella coppia non ci sono problemi miei o tuoi ci sono problemi nostri , questo crea il presupposto per l'integrazione della nelle difficoltà. Da come mi racconta mi sembra di vedere una scissione .
Cambiare delle abitudini non è snaturarsi , quando mi scrive incompatibili cosa intende.
Quando penso a incompatibile mi viene da pensare al significato della parola "che non si può compatire, cioè ammettere, giustificare: errore , mancanza , negligenza, potrei andare avanti ma come vede dietro c'è un senso forte di colpa. Cosa intende quando dice che può essere una versione migliore ? farla guarire da cosa?
Se ha bisogno di ulteriore approfondimenti può contattarmi.
Le auguro una buona vita.
ci sarebbe molto da scrivere e molto da approfondire, cercherò di sintetizzare quanto più possibile. L'argomento è vasto e complesso. La coppia esiste principalmente nell'unione dell'individualità e ognuna delle individualità porta nella coppia un vissuto parentelare pregresso. Non esiste un giusto e uno sbagliato ci sono due mondi che si incontrano e che devono fare la loro conoscenza e in tutte le migliori famiglie ci sono punti di astio e punti di accordo. La consapevolezza non risolve le difficoltà anzi a volte addirittura può essere vissuta come una colpa , come portatrice di difficoltà nella coppia. Nella coppia non ci sono problemi miei o tuoi ci sono problemi nostri , questo crea il presupposto per l'integrazione della nelle difficoltà. Da come mi racconta mi sembra di vedere una scissione .
Cambiare delle abitudini non è snaturarsi , quando mi scrive incompatibili cosa intende.
Quando penso a incompatibile mi viene da pensare al significato della parola "che non si può compatire, cioè ammettere, giustificare: errore , mancanza , negligenza, potrei andare avanti ma come vede dietro c'è un senso forte di colpa. Cosa intende quando dice che può essere una versione migliore ? farla guarire da cosa?
Se ha bisogno di ulteriore approfondimenti può contattarmi.
Le auguro una buona vita.
Buongiorno, grazie per la profondità e l’onestà del suo racconto.
Lei ha già fatto un lavoro importante di consapevolezza: riconoscere i propri schemi, l’autostima fragile e l’influenza del modello familiare non è affatto scontato. Tuttavia, la consapevolezza da sola raramente basta a cambiare reazioni emotive radicate. Quello che descrive assomiglia a una difficoltà nella regolazione emotiva e nella gestione della paura dell’abbandono, che non si “guarisce” con la sola volontà. Il cambiamento richiede un lavoro più strutturato, spesso in terapia, per imparare a tollerare le emozioni senza agire impulsi che danneggiano la relazione. Il punto non è snaturarsi, ma ampliare il proprio repertorio di risposte. È possibile diventare una versione più funzionale di sé, ma serve tempo, continuità e guida. Grazie per la condivisione.
Lei ha già fatto un lavoro importante di consapevolezza: riconoscere i propri schemi, l’autostima fragile e l’influenza del modello familiare non è affatto scontato. Tuttavia, la consapevolezza da sola raramente basta a cambiare reazioni emotive radicate. Quello che descrive assomiglia a una difficoltà nella regolazione emotiva e nella gestione della paura dell’abbandono, che non si “guarisce” con la sola volontà. Il cambiamento richiede un lavoro più strutturato, spesso in terapia, per imparare a tollerare le emozioni senza agire impulsi che danneggiano la relazione. Il punto non è snaturarsi, ma ampliare il proprio repertorio di risposte. È possibile diventare una versione più funzionale di sé, ma serve tempo, continuità e guida. Grazie per la condivisione.
La ringrazio davvero per la condivisione così onesta e profonda. Da quello che scrive emerge una grande capacità di auto-osservazione e un forte desiderio di stare meglio, non solo per la relazione ma anche per se stessa. La sua sofferenza è comprensibile e merita di essere presa sul serio, senza giudizio.
Quello che descrive, le due voci interne, una razionale e una irrazionale che prende il sopravvento, è un conflitto interno molto comune. Non indica mancanza di volontà o incoerenza, ma la presenza di una vulnerabilità profonda e radicata, che da voce a bisogni emotivi profondi che, in certi momenti, diventano evidenti e ci dicono qualcosa di quella lei bambina, che forse, nel passato, non si è sentita del tutto amata o vista. Quando il partner si prende spazio, in lei non si attiva semplicemente un pensiero (“sta uscendo”), ma un vissuto molto più intenso: il sentirsi abbandonata, meno scelta, meno amata. E quando si attiva questo stato emotivo, la reazione di rabbia diventa una forma con cui si cerca di riacquisire controllo.
È importante sottolineare un punto centrale che lei coglie molto bene: la consapevolezza, da sola, non basta. È molto comune pensare che “aver capito” l’origine di una difficoltà sia sufficiente a risolverla. In realtà, la consapevolezza ci permette di vedere le nostre vulnerabilità, ma non ci insegna automaticamente come gestirle in modo diverso, creando delle strategie (ovvero dei comportamenti) più in linea con i nostri valori. Per questo esiste il supporto psicologico: per lavorare sulle strategie, non solo sulle spiegazioni.
Dal suo racconto emerge un’idea di sé e della relazione in cui, quando il partner non risponde alle sue aspettative di vicinanza, disponibilità o priorità, si attiva un significato implicito molto doloroso: “se non è qui con me, allora questo significa ...”. Questo meccanismo non riguarda tanto ciò che il partner fa, ma come lei interpreta quel comportamento.
È molto interessante il collegamento che fa con il modello familiare di origine, e sicuramente è un tassello importante. Allo stesso tempo, ridurre tutto esclusivamente a quello rischia di essere limitante. Ci sono aspetti legati all’autostima, al bisogno di conferma, alla regolazione emotiva e alla paura della perdita che meritano uno spazio più ampio e approfondito, non solo compreso ma anche accolto e trasformato.
Rispetto al suo partner, è comprensibile che lui senta il bisogno di essere “naturale” e di non doversi monitorare continuamente. Questo però non significa che lei sia “sbagliata” o “non migliorabile”. Il punto non è snaturarsi, ma imparare a stare in relazione senza che l’altro diventi il regolatore principale del proprio valore emotivo.
Alla domanda che pone - “Voglio accettare ciò che razionalmente fa di una relazione sana, come fare?” - la risposta è che questo percorso difficilmente può essere affrontato da sola. Un percorso di supporto psicologico individuale potrebbe aiutarla a:
* lavorare sul vissuto quando l’altro si prende spazio
* rafforzare un senso di sé più stabile e meno dipendente dalla conferma esterna
* imparare strategie di regolazione emotiva nei momenti di attivazione
* distinguere il bisogno affettivo dalla paura
* portare nella coppia una versione di sé più libera, non trattenuta dallo sforzo costante di controllarsi.
Cambiare persona, come dice giustamente, cambierebbe solo lo scenario. Il lavoro vero è sul modo in cui lei vive il legame, non sul legame in sé.
Il fatto che lei senta che “così non vuole essere” è già un segnale importante: non di colpa, ma di possibilità di cambiamento. E questo cambiamento, con il giusto spazio e supporto, è assolutamente possibile.
Rimango a disposizione.
Quello che descrive, le due voci interne, una razionale e una irrazionale che prende il sopravvento, è un conflitto interno molto comune. Non indica mancanza di volontà o incoerenza, ma la presenza di una vulnerabilità profonda e radicata, che da voce a bisogni emotivi profondi che, in certi momenti, diventano evidenti e ci dicono qualcosa di quella lei bambina, che forse, nel passato, non si è sentita del tutto amata o vista. Quando il partner si prende spazio, in lei non si attiva semplicemente un pensiero (“sta uscendo”), ma un vissuto molto più intenso: il sentirsi abbandonata, meno scelta, meno amata. E quando si attiva questo stato emotivo, la reazione di rabbia diventa una forma con cui si cerca di riacquisire controllo.
È importante sottolineare un punto centrale che lei coglie molto bene: la consapevolezza, da sola, non basta. È molto comune pensare che “aver capito” l’origine di una difficoltà sia sufficiente a risolverla. In realtà, la consapevolezza ci permette di vedere le nostre vulnerabilità, ma non ci insegna automaticamente come gestirle in modo diverso, creando delle strategie (ovvero dei comportamenti) più in linea con i nostri valori. Per questo esiste il supporto psicologico: per lavorare sulle strategie, non solo sulle spiegazioni.
Dal suo racconto emerge un’idea di sé e della relazione in cui, quando il partner non risponde alle sue aspettative di vicinanza, disponibilità o priorità, si attiva un significato implicito molto doloroso: “se non è qui con me, allora questo significa ...”. Questo meccanismo non riguarda tanto ciò che il partner fa, ma come lei interpreta quel comportamento.
È molto interessante il collegamento che fa con il modello familiare di origine, e sicuramente è un tassello importante. Allo stesso tempo, ridurre tutto esclusivamente a quello rischia di essere limitante. Ci sono aspetti legati all’autostima, al bisogno di conferma, alla regolazione emotiva e alla paura della perdita che meritano uno spazio più ampio e approfondito, non solo compreso ma anche accolto e trasformato.
Rispetto al suo partner, è comprensibile che lui senta il bisogno di essere “naturale” e di non doversi monitorare continuamente. Questo però non significa che lei sia “sbagliata” o “non migliorabile”. Il punto non è snaturarsi, ma imparare a stare in relazione senza che l’altro diventi il regolatore principale del proprio valore emotivo.
Alla domanda che pone - “Voglio accettare ciò che razionalmente fa di una relazione sana, come fare?” - la risposta è che questo percorso difficilmente può essere affrontato da sola. Un percorso di supporto psicologico individuale potrebbe aiutarla a:
* lavorare sul vissuto quando l’altro si prende spazio
* rafforzare un senso di sé più stabile e meno dipendente dalla conferma esterna
* imparare strategie di regolazione emotiva nei momenti di attivazione
* distinguere il bisogno affettivo dalla paura
* portare nella coppia una versione di sé più libera, non trattenuta dallo sforzo costante di controllarsi.
Cambiare persona, come dice giustamente, cambierebbe solo lo scenario. Il lavoro vero è sul modo in cui lei vive il legame, non sul legame in sé.
Il fatto che lei senta che “così non vuole essere” è già un segnale importante: non di colpa, ma di possibilità di cambiamento. E questo cambiamento, con il giusto spazio e supporto, è assolutamente possibile.
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