Buongiorno, io e il mio ragazzo stiamo insieme da 5 mesi, ma essendo adulti (io 32 e lui 44) e co
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Buongiorno,
io e il mio ragazzo stiamo insieme da 5 mesi, ma essendo adulti (io 32 e lui 44) e consapevoli, la relazione è seria e abbiamo deciso di andare a vivere insieme dato che io comunque, ancora prima di conoscerlo, stavo già cercando casa dalle sue parti.
All’inizio era un progetto comune per cui provavamo entusiasmo. Ora che la casa è acquistata e il trasferimento avverà nei prossimi tre mesi, il mio ragazzo è preoccupato. Dice che dovremo impegnarci per mantenere i nostri spazi così che resti anche la voglia di stare insieme e ha paura di non trovare lavoro in zona e dover fare il pendolare. Dice anche che è normale avere paura quando vuoi una relazione di qualità, senza accontentarti, per cui lui ritiene tutto normale e preferisce vivere e gestire la situazione sul momento anzichè parlarne a vuoto ora.
Anche io essendo riflessiva e razionale concordo nel vivere la casa con senno senza consumarsi e bruciare il sentimento e ho qualche timore, ma da parte sua temo un ritiro. Lui ha forti meccanismi di evitamento e rifiuto legati a una bassa autostima perciò temo che ora che l’ideale non è più un quadro romantico, ma un progetto vero, lui rinunci.
Non capisco però se faccio una buona analisi o se estremizzo paure che in realtà sono comuni in profili come il suo.
Dovrei parlargliene (non in modo accusatorio) o rischio di enfatizzare qualcosa che poi potrebbe davvero ingigantirsi?
Non so come debba gestire la cosa
Grazie
io e il mio ragazzo stiamo insieme da 5 mesi, ma essendo adulti (io 32 e lui 44) e consapevoli, la relazione è seria e abbiamo deciso di andare a vivere insieme dato che io comunque, ancora prima di conoscerlo, stavo già cercando casa dalle sue parti.
All’inizio era un progetto comune per cui provavamo entusiasmo. Ora che la casa è acquistata e il trasferimento avverà nei prossimi tre mesi, il mio ragazzo è preoccupato. Dice che dovremo impegnarci per mantenere i nostri spazi così che resti anche la voglia di stare insieme e ha paura di non trovare lavoro in zona e dover fare il pendolare. Dice anche che è normale avere paura quando vuoi una relazione di qualità, senza accontentarti, per cui lui ritiene tutto normale e preferisce vivere e gestire la situazione sul momento anzichè parlarne a vuoto ora.
Anche io essendo riflessiva e razionale concordo nel vivere la casa con senno senza consumarsi e bruciare il sentimento e ho qualche timore, ma da parte sua temo un ritiro. Lui ha forti meccanismi di evitamento e rifiuto legati a una bassa autostima perciò temo che ora che l’ideale non è più un quadro romantico, ma un progetto vero, lui rinunci.
Non capisco però se faccio una buona analisi o se estremizzo paure che in realtà sono comuni in profili come il suo.
Dovrei parlargliene (non in modo accusatorio) o rischio di enfatizzare qualcosa che poi potrebbe davvero ingigantirsi?
Non so come debba gestire la cosa
Grazie
Buonasera,
quello che descrive è una situazione emotivamente comprensibile e piuttosto frequente quando una relazione passa dalla fase ideale a quella progettuale e concreta. In questi momenti è normale che emergano timori, ambivalenze e bisogni di tutela, soprattutto di fronte a cambiamenti importanti come la convivenza, il lavoro e la ridefinizione degli spazi personali.
La sua riflessione appare articolata e attenta, ma è importante fare una distinzione: un conto è riconoscere paure comuni e fisiologiche, un altro è attribuire loro in anticipo un significato di “ritiro” o di rinuncia. Il rischio, in questi casi, non è tanto parlare, quanto farlo partendo da ipotesi già cariche di preoccupazione.
Può essere utile condividere con il partner ciò che lei sente, usando un linguaggio centrato su di sé (emozioni, bisogni, desideri) più che su interpretazioni del suo funzionamento. Questo permette di creare uno spazio di contatto e non di pressione, favorendo un dialogo autentico senza amplificare scenari futuri non ancora accaduti.
Se sente che queste dinamiche le generano confusione o insicurezza, un percorso di supporto psicologico può aiutarla a chiarire cosa le appartiene e cosa invece riguarda la relazione, offrendo strumenti per affrontare questo passaggio con maggiore serenità.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
quello che descrive è una situazione emotivamente comprensibile e piuttosto frequente quando una relazione passa dalla fase ideale a quella progettuale e concreta. In questi momenti è normale che emergano timori, ambivalenze e bisogni di tutela, soprattutto di fronte a cambiamenti importanti come la convivenza, il lavoro e la ridefinizione degli spazi personali.
La sua riflessione appare articolata e attenta, ma è importante fare una distinzione: un conto è riconoscere paure comuni e fisiologiche, un altro è attribuire loro in anticipo un significato di “ritiro” o di rinuncia. Il rischio, in questi casi, non è tanto parlare, quanto farlo partendo da ipotesi già cariche di preoccupazione.
Può essere utile condividere con il partner ciò che lei sente, usando un linguaggio centrato su di sé (emozioni, bisogni, desideri) più che su interpretazioni del suo funzionamento. Questo permette di creare uno spazio di contatto e non di pressione, favorendo un dialogo autentico senza amplificare scenari futuri non ancora accaduti.
Se sente che queste dinamiche le generano confusione o insicurezza, un percorso di supporto psicologico può aiutarla a chiarire cosa le appartiene e cosa invece riguarda la relazione, offrendo strumenti per affrontare questo passaggio con maggiore serenità.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
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Gentilissima, è difficile darle una risposta per una situazione che non si conosce più di tanto, ritengo comunque che elemento fondamentale di ogni coppia sia il dialogo ed è con il suo ragazzo che deve parlare per avere delle risposte e poter continuare a costruire un futuro assieme.
Nel fare questo passo è possibile che il suo ragazzo senta una grossa responsabilità e che, per la bassa autostima come la definisce lei, possa avere mille pensieri che lo spaventano e gli creano confusione. La paura di non trovare un lavoro può essere sicuramente un freno al vostro progetto.
Gli confermi la sua vicinanza e lo rassicuri sul fatto che qualsiasi difficoltà la affronterete assieme, se poi lui ne avesse bisogno, gli lasci un po' di tempo e spazio per trovare un lavoro e capirsi meglio.
I miei migliori auguri
dott.ssa Miculian
Nel fare questo passo è possibile che il suo ragazzo senta una grossa responsabilità e che, per la bassa autostima come la definisce lei, possa avere mille pensieri che lo spaventano e gli creano confusione. La paura di non trovare un lavoro può essere sicuramente un freno al vostro progetto.
Gli confermi la sua vicinanza e lo rassicuri sul fatto che qualsiasi difficoltà la affronterete assieme, se poi lui ne avesse bisogno, gli lasci un po' di tempo e spazio per trovare un lavoro e capirsi meglio.
I miei migliori auguri
dott.ssa Miculian
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Andare a vivere insieme a prescindere da quanto sia solida una relazione porta sempre con sè dei dubbi.
I timori che emergono in questa fase sono frequenti quando una relazione passa dall’ideale al concreto, e non indicano di per sé un ritiro.
Qui sono presenti due bisogni legittimi: il suo di proteggersi dall’angoscia dell’impegno e il suo di sentirsi emotivamente al sicuro.
Può essere utile condividere le sue sensazioni in modo esplorativo, non per chiarire “se resterà”, ma per capire come ognuno di voi reagisce ai passaggi importanti. Parlare delle cose è sempre una buona scelta, soprattutto se attivamente si cerca di evitare un argomento che inevitabilmente invece che tranquillizzare rafforza le fantasie.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Andare a vivere insieme a prescindere da quanto sia solida una relazione porta sempre con sè dei dubbi.
I timori che emergono in questa fase sono frequenti quando una relazione passa dall’ideale al concreto, e non indicano di per sé un ritiro.
Qui sono presenti due bisogni legittimi: il suo di proteggersi dall’angoscia dell’impegno e il suo di sentirsi emotivamente al sicuro.
Può essere utile condividere le sue sensazioni in modo esplorativo, non per chiarire “se resterà”, ma per capire come ognuno di voi reagisce ai passaggi importanti. Parlare delle cose è sempre una buona scelta, soprattutto se attivamente si cerca di evitare un argomento che inevitabilmente invece che tranquillizzare rafforza le fantasie.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Buongiorno, quello che descrive è un passaggio molto delicato e, allo stesso tempo, molto comune nelle relazioni adulte. Il passaggio dall’idea alla realtà (casa acquistata, tempi definiti, cambiamenti lavorativi) spesso fa emergere timori che prima restavano sullo sfondo, anche in relazioni sentite come solide.
Da ciò che racconta, il suo partner sembra esprimere paure legate soprattutto a due aspetti: la perdita di spazi personali e l’incertezza lavorativa. Entrambi sono temi realistici e comprensibili e il fatto che lui li nomini non indica necessariamente un ritiro, ma piuttosto un tentativo di mantenere un senso di controllo e di autonomia in una fase di grande ed importante cambiamento.
Rispetto alla domanda se parlarne o meno, evitare del tutto il confronto per timore di “ingigantire” il problema spesso non protegge dalla paura, la lascia solo agire internamente. Allo stesso tempo, affrontare il tema cercando rassicurazioni o conferme sul fatto che “non scapperà” potrebbe effettivamente amplificare la tensione. Una via di mezzo possibile è condividere il suo vissuto senza interpretare il suo funzionamento: parlare di come si sente lei, prima di tutto, non di ciò che teme che lui farà. Ad esempio, esprimere che questa fase la rende più sensibile all’idea di distanza o cambiamento, senza attribuire intenzioni di ritiro.
È anche importante considerare che alcune paure sono fisiologiche nei momenti di transizione e non sempre richiedono una definizione immediata. La difficoltà sta nel tollerare un certo grado di incertezza senza riempirla subito di significati. Questo è spesso il punto più complesso per chi è riflessivo e attento alle dinamiche relazionali.
Perciò non sembra che lei stia “sbagliando” a interrogarsi, ma può essere utile comprendere quanto le sue paure parlino del presente e quanto di esperienze passate o schemi precedenti. Un confronto può essere utile se resta sul piano dell’ascolto reciproco e non della verifica o del controllo. Se sente che l’ansia prende molto spazio, lavorarci in un contesto di supporto psicologico può aiutarla a distinguere ciò che è una paura comprensibile da ciò che rischia di guidare le scelte.
Le auguro di poter attraversare questo passaggio con maggiore chiarezza.
Un caro saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
Da ciò che racconta, il suo partner sembra esprimere paure legate soprattutto a due aspetti: la perdita di spazi personali e l’incertezza lavorativa. Entrambi sono temi realistici e comprensibili e il fatto che lui li nomini non indica necessariamente un ritiro, ma piuttosto un tentativo di mantenere un senso di controllo e di autonomia in una fase di grande ed importante cambiamento.
Rispetto alla domanda se parlarne o meno, evitare del tutto il confronto per timore di “ingigantire” il problema spesso non protegge dalla paura, la lascia solo agire internamente. Allo stesso tempo, affrontare il tema cercando rassicurazioni o conferme sul fatto che “non scapperà” potrebbe effettivamente amplificare la tensione. Una via di mezzo possibile è condividere il suo vissuto senza interpretare il suo funzionamento: parlare di come si sente lei, prima di tutto, non di ciò che teme che lui farà. Ad esempio, esprimere che questa fase la rende più sensibile all’idea di distanza o cambiamento, senza attribuire intenzioni di ritiro.
È anche importante considerare che alcune paure sono fisiologiche nei momenti di transizione e non sempre richiedono una definizione immediata. La difficoltà sta nel tollerare un certo grado di incertezza senza riempirla subito di significati. Questo è spesso il punto più complesso per chi è riflessivo e attento alle dinamiche relazionali.
Perciò non sembra che lei stia “sbagliando” a interrogarsi, ma può essere utile comprendere quanto le sue paure parlino del presente e quanto di esperienze passate o schemi precedenti. Un confronto può essere utile se resta sul piano dell’ascolto reciproco e non della verifica o del controllo. Se sente che l’ansia prende molto spazio, lavorarci in un contesto di supporto psicologico può aiutarla a distinguere ciò che è una paura comprensibile da ciò che rischia di guidare le scelte.
Le auguro di poter attraversare questo passaggio con maggiore chiarezza.
Un caro saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
Probabilmente si tratta di un po' di preoccupazione prima del cambiamento
Gentile utente,
il passaggio dall'idealizzazione di un progetto alla sua imminente realizzazione è uno dei momenti più delicati in una relazione. È il confine in cui il "quadro romantico" deve cedere il passo alla realtà, con tutto il suo carico di responsabilità e concretezza.
Nella prospettiva umanistica, la paura che il suo compagno manifesta non è necessariamente un segnale di disinteresse, ma può essere letta come una forma di rispetto verso la complessità del legame. Spesso, per chi convive con meccanismi di evitamento o una stima di sé fragile, il passo definitivo viene percepito come una minaccia alla propria integrità. Il timore di perdere i propri spazi o le preoccupazioni lavorative sono spesso traduzioni pratiche di un’ansia più profonda: la paura di non essere all'altezza della nuova sfida o di venire "assorbiti" dall'altro.
Il dono di senso che vorrei offrirle riguarda la natura della condivisione. Una relazione matura non si nutre solo di entusiasmo, ma anche della capacità di abitare insieme l'incertezza. Il desiderio del suo compagno di "non parlarne a vuoto" potrebbe essere il suo modo di proteggere il legame da un’ansia anticipatoria che sente di non poter gestire razionalmente.
Il suo timore di un ritiro non è necessariamente un'estremizzazione, ma la percezione di un cambiamento di energia che va ascoltata. Tuttavia, più che analizzare i suoi "meccanismi", potrebbe essere trasformativo legittimare la vulnerabilità di entrambi. Ammettere che è normale sentirsi piccoli davanti a un cambiamento così grande toglie l'altro dal banco degli imputati e lo riporta in una dimensione di alleanza.
La casa che avete scelto può diventare così non una trappola, ma lo spazio protetto dove imparare, giorno dopo giorno, a restare vicini senza smettere di essere se stessi. È nel respiro tra la vicinanza e lo spazio individuale che il sentimento trova il modo di non consumarsi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad indirizzo Umanista
Ricevo anche online
il passaggio dall'idealizzazione di un progetto alla sua imminente realizzazione è uno dei momenti più delicati in una relazione. È il confine in cui il "quadro romantico" deve cedere il passo alla realtà, con tutto il suo carico di responsabilità e concretezza.
Nella prospettiva umanistica, la paura che il suo compagno manifesta non è necessariamente un segnale di disinteresse, ma può essere letta come una forma di rispetto verso la complessità del legame. Spesso, per chi convive con meccanismi di evitamento o una stima di sé fragile, il passo definitivo viene percepito come una minaccia alla propria integrità. Il timore di perdere i propri spazi o le preoccupazioni lavorative sono spesso traduzioni pratiche di un’ansia più profonda: la paura di non essere all'altezza della nuova sfida o di venire "assorbiti" dall'altro.
Il dono di senso che vorrei offrirle riguarda la natura della condivisione. Una relazione matura non si nutre solo di entusiasmo, ma anche della capacità di abitare insieme l'incertezza. Il desiderio del suo compagno di "non parlarne a vuoto" potrebbe essere il suo modo di proteggere il legame da un’ansia anticipatoria che sente di non poter gestire razionalmente.
Il suo timore di un ritiro non è necessariamente un'estremizzazione, ma la percezione di un cambiamento di energia che va ascoltata. Tuttavia, più che analizzare i suoi "meccanismi", potrebbe essere trasformativo legittimare la vulnerabilità di entrambi. Ammettere che è normale sentirsi piccoli davanti a un cambiamento così grande toglie l'altro dal banco degli imputati e lo riporta in una dimensione di alleanza.
La casa che avete scelto può diventare così non una trappola, ma lo spazio protetto dove imparare, giorno dopo giorno, a restare vicini senza smettere di essere se stessi. È nel respiro tra la vicinanza e lo spazio individuale che il sentimento trova il modo di non consumarsi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad indirizzo Umanista
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Salve cosa intende quando parla di bruciare il sentimento ? La casa é stata acquistata da lei o da entrambi? É un progetto per cui entrambi provare entusiasmo o vi é la possibilità che forse vi erano idee diverso riguardo alla cosa?( Differenze dovute magari anche ad esigenze diverse, mi sembra di capire che lei avrebbe comprato casa a prescindere da quelle parti). Cercare di trovare una spiegazione per i comportamenti del partner da un lato puó aiutarla ma dall'altro rischia di fare andare sullo sfondo quello che prova lei. Dalla sua narrazione emerge un racconto focalizzato sulla bassa autostima del partner però emergono poco i suoi pensieri. Lei come si sente in questo momento? Quali sono le sue paure? Che pensieri ah riguardo questa futura convivenza? É davvero convinta di voler parlare di ciò fra 3 mesi? Essere riflessivi e razionali va bene però a volte anche concentrarsi sul lato emotivo può indirizzarla verso quello che sente e ritiene più autentico . Se lei autenticamente sente alcune paure o dubbi é bene che gliene parli, chiaramente come ha ben intuito le diverse modalità comunicative possono orientare la discussione .Da ciò che emerge dal suo racconto mi sembra che lei sia orientata per una discussione aperta all'altro e che vuole condividere autenticamente degli stati d'animo con una persona che diventerà il suo compagno e convivente. Premesso che neanche dopo anni di relazione non si conosce mai a pieno il partner, consideri anche che dopo 5 mesi magari possono esserci ancora degli aspetti della coppia di cui é utile parlare. Uno degli argomenti potrebbe essere questo timore di perdere spazi e confini personali, timore magari legati ad un' idea di coppia fusionale e totalizzante. Si potrebbe anche parlare dei dubbi lavorativi, mi sembra che veniva espressa qualcosa riguardo alla pendolarità, anche su questo sarebbe utile poter parlare. Comprendo che spesso stare in relazione ci porta anche a negoziare nostri modi di essere, il suo partner magari procrastina questa discussione fra mesi mentre lei ne vorrebbe parlare nell'immediato. Ecco magari anche trovare un punto di incontro riguardo al momento in cui poter parlare di queste cose può essere già un buon punto di partenza per gettare le fondamenta di una coppia funzionale e aperta al dialogo.
Un saluto, Dott Alex Pagano.
Un saluto, Dott Alex Pagano.
Buongiorno, la situazione che descrive è molto comprensibile e anche piuttosto frequente quando una relazione passa da una fase iniziale, spesso più spontanea e idealizzata, a un momento in cui si concretizza in un progetto di vita reale. Il fatto che lei stia riflettendo con tanta attenzione su ciò che sta accadendo mostra quanto tenga alla relazione e quanto desideri costruire qualcosa di solido e consapevole. Quando una coppia decide di convivere, soprattutto dopo un periodo relativamente breve ma emotivamente intenso, è normale che accanto all’entusiasmo emergano timori, dubbi e interrogativi. La convivenza rappresenta un passaggio importante perché rende la relazione più stabile e concreta, ma proprio per questo può attivare paure legate alla perdita di libertà personale, alla gestione della quotidianità e alla responsabilità verso il futuro. Queste paure non indicano necessariamente un disinteresse o un ritiro emotivo, ma spesso sono il segnale che la relazione sta assumendo un valore significativo. Da quello che racconta, il suo partner sembra esprimere il bisogno di preservare spazi individuali e di affrontare la nuova fase passo dopo passo. Questo atteggiamento, in molti casi, nasce dal tentativo di proteggere la relazione piuttosto che di allontanarsene. Quando una persona teme di non essere all’altezza o di perdere il proprio equilibrio, può cercare di mantenere margini di autonomia per sentirsi più sicura. La preoccupazione legata al lavoro e al possibile pendolarismo potrebbe inoltre aumentare il senso di incertezza e alimentare il bisogno di non sentirsi sopraffatto da troppi cambiamenti contemporaneamente. Allo stesso tempo è molto comprensibile che lei, conoscendo alcune sue fragilità, possa temere che queste preoccupazioni si trasformino in un progressivo distacco. Quando si è emotivamente coinvolti, la mente tende spesso a cercare segnali che confermino le proprie paure e questo può portare a interpretare alcune esitazioni come possibili anticipazioni di un ritiro più profondo. Non significa che la sua percezione sia sbagliata, ma è importante considerare che in una fase di cambiamento così significativa è normale che convivano entusiasmo e timore in entrambi i partner. Rispetto al dubbio se parlarne o meno, generalmente il dialogo aperto e rispettoso rappresenta uno strumento prezioso nelle relazioni. Parlare delle proprie emozioni non significa necessariamente ingigantire un problema, soprattutto quando il confronto nasce dal desiderio di comprendersi meglio e non di accusare o cercare conferme alle proprie paure. Spesso condividere i propri vissuti in modo autentico permette di creare maggiore vicinanza e di prevenire fraintendimenti che, se lasciati solo nel pensiero, tendono a diventare più grandi e minacciosi. Può essere utile comunicare ciò che prova restando centrata sulle sue sensazioni e sui suoi bisogni, senza interpretare o definire le intenzioni del partner. Esprimere, ad esempio, che questo cambiamento la rende felice ma allo stesso tempo le attiva alcune insicurezze può favorire un confronto che mantenga un clima di collaborazione e non di difesa. In molte coppie, la possibilità di nominare anche le paure diventa un modo per rafforzare il senso di squadra e affrontare insieme le fasi di transizione. È importante anche ricordare che mantenere spazi individuali all’interno di una convivenza non rappresenta un segnale di allontanamento, ma spesso costituisce un elemento di equilibrio che permette alla relazione di restare viva e nutriente. La qualità di un legame non dipende solo dal tempo trascorso insieme, ma anche dalla possibilità di ogni partner di continuare a sentirsi individuo, con interessi, ritmi e bisogni personali. La sua attenzione verso i possibili meccanismi di evitamento del partner mostra sensibilità e capacità di osservazione, ma allo stesso tempo potrebbe esporla al rischio di assumersi una responsabilità eccessiva rispetto alle sue reazioni. In una relazione sana, ogni persona porta le proprie fragilità e il percorso di crescita avviene attraverso l’incontro tra due individualità, non attraverso il tentativo di anticipare o prevenire ogni possibile difficoltà dell’altro. Il momento che state attraversando rappresenta una fase di passaggio naturale in cui entrambi state ridefinendo aspettative, abitudini e ruoli. Vivere qualche incertezza non significa che il progetto sia fragile, ma può indicare che sta diventando reale e quindi più significativo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno. In una relazione sana, di solito non ci sono argomenti di cui non si possa parlare. Consideri anche che non esprimere al suo partner delle preoccupazioni inerenti la relazione potrebbe portarla ad accumulare stress, che, poi, potrebbe essere rilasciato tutto insieme in risposta ad un evento di poco conto.
Vorrei aggiungere che nessuno di noi può controllare i pensieri, i comportamenti e le emozioni degli altri. Quello che possiamo fare è decidere come reagire, nel rispetto sia di noi stessi che di chi ci circonda.
Vorrei aggiungere che nessuno di noi può controllare i pensieri, i comportamenti e le emozioni degli altri. Quello che possiamo fare è decidere come reagire, nel rispetto sia di noi stessi che di chi ci circonda.
Buongiorno,
le preoccupazioni che il suo compagno esprime potrebbero rientrare in una fase di assestamento legata ad un cambiamento. Rimane, tuttavia, comprensibile che, conoscendo i suoi meccanismi di evitamento, lei si senta in allerta e cerchi di dare un senso a questi segnali.
Più che chiedersi se le sue paure siano “giuste” o “esagerate”, potrebbe essere utile interrogarsi su come comunicare ciò che prova, distinguendo tra ciò che osserva e ciò che teme. La condivisione di vissuti e bisogni, senza necessariamente anticipare scenari futuri, potrebbe rivelarsi un'occasione per conoscersi più in profondità e sostenersi reciprocamente durante questo processo. Un caro saluto, PR.
le preoccupazioni che il suo compagno esprime potrebbero rientrare in una fase di assestamento legata ad un cambiamento. Rimane, tuttavia, comprensibile che, conoscendo i suoi meccanismi di evitamento, lei si senta in allerta e cerchi di dare un senso a questi segnali.
Più che chiedersi se le sue paure siano “giuste” o “esagerate”, potrebbe essere utile interrogarsi su come comunicare ciò che prova, distinguendo tra ciò che osserva e ciò che teme. La condivisione di vissuti e bisogni, senza necessariamente anticipare scenari futuri, potrebbe rivelarsi un'occasione per conoscersi più in profondità e sostenersi reciprocamente durante questo processo. Un caro saluto, PR.
Credo che la sua preoccupazione sia più che legittima, visto che state insieme anche da relativamente poco. Per rispondere alla sua domanda, però, ovvero se la sua preoccupazione è contestualizzata a come funziona il suo partner oppure è una proiezione di sue paure, bisognerebbe conoscere meglio la sua storia. In ogni caso credo che il dialogo e la comunicazione su come state nel qui ed ora siano fondamentali.
Buongiorno,
penso che le domande che poni, tutte legittime, possano richiedere un tempo ed uno spazio adeguato per una risposta.
La consulenza è questo, non necessariamente un percorso di psicoterapia, ma non è parimenti di una rubrica del cuore qualsiasi che puoi trovare sulle riviste dedicate alle donne.
Un cordiale saluto
DOtt.ssa Marzia Sellini
penso che le domande che poni, tutte legittime, possano richiedere un tempo ed uno spazio adeguato per una risposta.
La consulenza è questo, non necessariamente un percorso di psicoterapia, ma non è parimenti di una rubrica del cuore qualsiasi che puoi trovare sulle riviste dedicate alle donne.
Un cordiale saluto
DOtt.ssa Marzia Sellini
Buonasera, ciò che descrive è più frequente di quanto si pensi quando una relazione passa da un progetto immaginato a uno concreto. Andare a vivere insieme è un cambiamento importante e può far emergere paure anche in persone mature e consapevoli, senza che questo significhi voler fare un passo indietro. È legittimo che lei si chieda come tutelare il suo bisogno di sicurezza e continuità. Può essere utile parlarne con lui in modo semplice, non per cercare rassicurazioni immediate, ma per condividere come si sente lei in questo momento. A volte basta creare uno spazio di confronto autentico per ridare equilibrio alla relazione e affrontare il cambiamento con maggiore serenità.
Rimango a disposizione, anche online.
Cordialmente, Dott. Gabriele Caputi
Rimango a disposizione, anche online.
Cordialmente, Dott. Gabriele Caputi
Buongiorno,
quello che stai vivendo è un passaggio importante e delicato, in cui è del tutto normale sentire un mix di entusiasmo e timori. Dal tuo messaggio emerge una buona consapevolezza sia di te che del tuo partner, e questo è già un punto di forza nella gestione della situazione.
Da ciò che descrivi, le preoccupazioni del tuo compagno sembrano coerenti con una personalità riflessiva e con un certo stile evitante: quando la realtà di un progetto importante si avvicina, possono emergere timori legati alla perdita di autonomia, alla gestione delle aspettative e al timore di non essere “all’altezza”. Sono reazioni comprensibili, che non indicano necessariamente un desiderio di tirarsi indietro, ma piuttosto un bisogno di elaborare la transizione.
La tua analisi è lucida: sembri distinguere bene tra un possibile ritiro e una paura fisiologica legata al cambiamento. Ma è anche vero che quando conosciamo i punti sensibili dell’altro, può essere facile sovrainterpretare segnali ambigui.
Il punto chiave è: come parlarne?
quello che stai vivendo è un passaggio importante e delicato, in cui è del tutto normale sentire un mix di entusiasmo e timori. Dal tuo messaggio emerge una buona consapevolezza sia di te che del tuo partner, e questo è già un punto di forza nella gestione della situazione.
Da ciò che descrivi, le preoccupazioni del tuo compagno sembrano coerenti con una personalità riflessiva e con un certo stile evitante: quando la realtà di un progetto importante si avvicina, possono emergere timori legati alla perdita di autonomia, alla gestione delle aspettative e al timore di non essere “all’altezza”. Sono reazioni comprensibili, che non indicano necessariamente un desiderio di tirarsi indietro, ma piuttosto un bisogno di elaborare la transizione.
La tua analisi è lucida: sembri distinguere bene tra un possibile ritiro e una paura fisiologica legata al cambiamento. Ma è anche vero che quando conosciamo i punti sensibili dell’altro, può essere facile sovrainterpretare segnali ambigui.
Il punto chiave è: come parlarne?
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione molto comune nelle fasi di passaggio “reali” di una relazione: quando si passa dall’innamoramento e dal progetto immaginato alla concretezza della convivenza, è normale che emergano timori, ambivalenze e bisogno di riorganizzarsi interiormente.
Da un lato, le preoccupazioni del suo compagno (mantenere spazi personali, il lavoro, il pendolarismo) sono comprensibili e non necessariamente indicano un ritiro affettivo: spesso, nelle persone con tratti evitanti, l’ansia si esprime più come bisogno di controllo e di “tenere a bada” la relazione che come reale desiderio di fuggire. Il fatto che lui riesca a verbalizzare le sue paure e le normalizzi può essere un segnale di consapevolezza, non per forza di disimpegno.
Dall’altro lato, anche la sua lettura non è affatto irrazionale: coglie un punto delicato, cioè il rischio che, di fronte a un progetto concreto e non più idealizzato, lui possa attivare schemi di rinuncia o autosvalutazione. La domanda che si pone (“sto analizzando bene o sto estremizzando?”) è molto centrata.
Parlarne, se fatto con un tono esplorativo e non accusatorio, difficilmente “crea” un problema che non esiste. Al contrario, può essere utile se il focus resta su di sé (“io mi accorgo che quando sento queste preoccupazioni mi attivo e temo un tuo ritiro”) più che su una diagnosi del suo funzionamento. Questo permette di verificare la realtà emotiva dell’altro senza anticipare scenari catastrofici.
Il punto di equilibrio sta nel non evitare il confronto per paura di destabilizzare, ma nemmeno nel cercare rassicurazioni continue. La convivenza è un processo che si costruisce nel tempo, e alcuni timori possono trovare risposta solo nell’esperienza, mentre altri meritano uno spazio di riflessione condivisa.
Vista la complessità dei vissuti in gioco e la presenza di dinamiche evitanti già riconosciute, potrebbe essere molto utile approfondire questi temi con uno specialista, individualmente o come coppia, per accompagnare questo passaggio in modo più consapevole e protetto.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è una situazione molto comune nelle fasi di passaggio “reali” di una relazione: quando si passa dall’innamoramento e dal progetto immaginato alla concretezza della convivenza, è normale che emergano timori, ambivalenze e bisogno di riorganizzarsi interiormente.
Da un lato, le preoccupazioni del suo compagno (mantenere spazi personali, il lavoro, il pendolarismo) sono comprensibili e non necessariamente indicano un ritiro affettivo: spesso, nelle persone con tratti evitanti, l’ansia si esprime più come bisogno di controllo e di “tenere a bada” la relazione che come reale desiderio di fuggire. Il fatto che lui riesca a verbalizzare le sue paure e le normalizzi può essere un segnale di consapevolezza, non per forza di disimpegno.
Dall’altro lato, anche la sua lettura non è affatto irrazionale: coglie un punto delicato, cioè il rischio che, di fronte a un progetto concreto e non più idealizzato, lui possa attivare schemi di rinuncia o autosvalutazione. La domanda che si pone (“sto analizzando bene o sto estremizzando?”) è molto centrata.
Parlarne, se fatto con un tono esplorativo e non accusatorio, difficilmente “crea” un problema che non esiste. Al contrario, può essere utile se il focus resta su di sé (“io mi accorgo che quando sento queste preoccupazioni mi attivo e temo un tuo ritiro”) più che su una diagnosi del suo funzionamento. Questo permette di verificare la realtà emotiva dell’altro senza anticipare scenari catastrofici.
Il punto di equilibrio sta nel non evitare il confronto per paura di destabilizzare, ma nemmeno nel cercare rassicurazioni continue. La convivenza è un processo che si costruisce nel tempo, e alcuni timori possono trovare risposta solo nell’esperienza, mentre altri meritano uno spazio di riflessione condivisa.
Vista la complessità dei vissuti in gioco e la presenza di dinamiche evitanti già riconosciute, potrebbe essere molto utile approfondire questi temi con uno specialista, individualmente o come coppia, per accompagnare questo passaggio in modo più consapevole e protetto.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, piacere. Sono la psicologa Marika, e vorrei risponderle.
La fase che state attraversando è delicata ma anche molto significativa, perché segna il passaggio dall’idealizzazione del progetto di coppia alla sua concretizzazione. È comprensibile che, proprio ora che la convivenza non è più un’ipotesi ma una realtà imminente, emergano timori e interrogativi da entrambe le parti.
Le preoccupazioni che il suo compagno esprime — il bisogno di preservare spazi personali, la paura legata al lavoro, l’idea che una relazione di qualità richieda attenzione e impegno — rientrano pienamente nelle normali ambivalenze che spesso accompagnano scelte importanti. Il fatto che lui le riconosca e le verbalizzi indica una consapevolezza emotiva, anche se il suo modo di gestirle sembra orientato più all’“affrontare quando accade” che all’elaborare ora.
Allo stesso tempo, è altrettanto legittimo che in lei questi segnali attivino timori più profondi, soprattutto considerando ciò che conosce della sua storia personale e dei suoi meccanismi di evitamento. La sua analisi non appare irrazionale né eccessiva: è il tentativo di dare senso a segnali reali attraverso la lente della sua sensibilità e della conoscenza della relazione. Il punto centrale non è tanto stabilire se le sue paure siano “giuste” o “sbagliate”, quanto riconoscere che parlano di un suo bisogno di rassicurazione e di continuità.
Rispetto al parlarne con lui, può essere utile farlo se l’obiettivo non è ottenere certezze sul futuro, ma condividere il suo mondo interno: ad esempio esprimendo che, accanto a timori comprensibili e comuni, in lei si attiva la paura di un possibile ritiro, e che questo la rende vulnerabile. Un confronto di questo tipo, se mantenuto sul piano emotivo e non accusatorio, difficilmente ingigantisce il problema; al contrario, può diventare uno spazio di contatto e regolazione reciproca.
Infine, può essere utile ricordare che la convivenza non è un esame da superare subito né una scelta irreversibile da “far funzionare a tutti i costi”, ma un processo che si costruisce nel tempo. Dare spazio ai timori senza lasciarsi guidare solo da essi è spesso il modo più sano per attraversare questa fase.
Se vuole essere accompagnata in questo percorso delicato possiamo farlo insieme.
Un caro saluto.
La fase che state attraversando è delicata ma anche molto significativa, perché segna il passaggio dall’idealizzazione del progetto di coppia alla sua concretizzazione. È comprensibile che, proprio ora che la convivenza non è più un’ipotesi ma una realtà imminente, emergano timori e interrogativi da entrambe le parti.
Le preoccupazioni che il suo compagno esprime — il bisogno di preservare spazi personali, la paura legata al lavoro, l’idea che una relazione di qualità richieda attenzione e impegno — rientrano pienamente nelle normali ambivalenze che spesso accompagnano scelte importanti. Il fatto che lui le riconosca e le verbalizzi indica una consapevolezza emotiva, anche se il suo modo di gestirle sembra orientato più all’“affrontare quando accade” che all’elaborare ora.
Allo stesso tempo, è altrettanto legittimo che in lei questi segnali attivino timori più profondi, soprattutto considerando ciò che conosce della sua storia personale e dei suoi meccanismi di evitamento. La sua analisi non appare irrazionale né eccessiva: è il tentativo di dare senso a segnali reali attraverso la lente della sua sensibilità e della conoscenza della relazione. Il punto centrale non è tanto stabilire se le sue paure siano “giuste” o “sbagliate”, quanto riconoscere che parlano di un suo bisogno di rassicurazione e di continuità.
Rispetto al parlarne con lui, può essere utile farlo se l’obiettivo non è ottenere certezze sul futuro, ma condividere il suo mondo interno: ad esempio esprimendo che, accanto a timori comprensibili e comuni, in lei si attiva la paura di un possibile ritiro, e che questo la rende vulnerabile. Un confronto di questo tipo, se mantenuto sul piano emotivo e non accusatorio, difficilmente ingigantisce il problema; al contrario, può diventare uno spazio di contatto e regolazione reciproca.
Infine, può essere utile ricordare che la convivenza non è un esame da superare subito né una scelta irreversibile da “far funzionare a tutti i costi”, ma un processo che si costruisce nel tempo. Dare spazio ai timori senza lasciarsi guidare solo da essi è spesso il modo più sano per attraversare questa fase.
Se vuole essere accompagnata in questo percorso delicato possiamo farlo insieme.
Un caro saluto.
Gentile Anonima,
premettendo che della vostra storia "conosco" solo questo trafiletto, non vedo elementi di criticità spiccare nel comportamento del proprio ragazzo; da esterna vedo coerenza con quello che descrive: l'essere due adulti consapevoli, per cui i timori davanti al nuovo sono del tutto comuni nonché funzionali - se e solo se si ha l'intenzione di farcene qualcosa, mica lasciarli lì intoccati. E ho l'impressione, da come scrive, che questa intenzione ci sia, sebbene senza farsene una malattia anzitempo.
Oltre a questi timori, concreti come il lavoro e/o messi a frutto come l'intenzione anticipata di darsi i giusti spazi, ci sono altri elementi che le fanno avere pensieri? Che spazio hanno nella vostra relazione i suoi meccanismi di evitamento/rifiuto? E la sua bassa autostima?
Preoccupazione e convinzione davanti a una scelta possono coesistere, la fiducia e la conoscenza reciproca dei propri meccanismi (di come possono convivere, dove si abbracciano e dove si pungono) si apprendono invece con il tempo condiviso ma soprattutto con un dialogo aperto da entrambe le parti. Partendo con l'esprimere, senza paura di disturbare e ponendo l'accento su come ci si sente rispetto al "puntare il dito", quello che sta avvenendo dentro. Arrivare al dunque darà le risposte in merito ai dubbi sul vostro progetto, ma questi pensieri e paure se non adeguatamente affrontati potrebbero non considerare tali dati esperienziali una prova sufficiente.
premettendo che della vostra storia "conosco" solo questo trafiletto, non vedo elementi di criticità spiccare nel comportamento del proprio ragazzo; da esterna vedo coerenza con quello che descrive: l'essere due adulti consapevoli, per cui i timori davanti al nuovo sono del tutto comuni nonché funzionali - se e solo se si ha l'intenzione di farcene qualcosa, mica lasciarli lì intoccati. E ho l'impressione, da come scrive, che questa intenzione ci sia, sebbene senza farsene una malattia anzitempo.
Oltre a questi timori, concreti come il lavoro e/o messi a frutto come l'intenzione anticipata di darsi i giusti spazi, ci sono altri elementi che le fanno avere pensieri? Che spazio hanno nella vostra relazione i suoi meccanismi di evitamento/rifiuto? E la sua bassa autostima?
Preoccupazione e convinzione davanti a una scelta possono coesistere, la fiducia e la conoscenza reciproca dei propri meccanismi (di come possono convivere, dove si abbracciano e dove si pungono) si apprendono invece con il tempo condiviso ma soprattutto con un dialogo aperto da entrambe le parti. Partendo con l'esprimere, senza paura di disturbare e ponendo l'accento su come ci si sente rispetto al "puntare il dito", quello che sta avvenendo dentro. Arrivare al dunque darà le risposte in merito ai dubbi sul vostro progetto, ma questi pensieri e paure se non adeguatamente affrontati potrebbero non considerare tali dati esperienziali una prova sufficiente.
Buongiorno,
la ringrazio per il modo chiaro e riflessivo con cui descrive la situazione: dalle sue parole emerge una grande capacità di osservare la relazione senza idealizzarla, ma anche senza svalutarla. Questo è già un elemento prezioso. Quello che state vivendo è un passaggio evolutivo importante: il passaggio dall’innamoramento e dal progetto “pensato” a una scelta concreta e incarnata, che implica quotidianità, compromessi, ridefinizione degli spazi personali e di coppia. È molto comune che, proprio quando un progetto diventa reale, emergano timori che prima restavano sullo sfondo. Il suo compagno sembra portare paure che, lette in chiave psicologica, non sono necessariamente un segnale di disimpegno, ma possono essere l’espressione di un conflitto tra desiderio di vicinanza e timore di perdita di sé, tipico di funzionamenti più evitanti. Il suo bisogno di preservare gli spazi, la preoccupazione per il lavoro e la tendenza a “vivere il momento” possono essere tentativi di autoregolazione di fronte a qualcosa che sente emotivamente impegnativo. Allo stesso tempo, è molto comprensibile che in lei queste reazioni attivino un altro livello: la paura di un ritiro, di una rinuncia, di non essere scelta fino in fondo. Qui sembra crearsi una dinamica delicata: lui gestisce l’ansia riducendo il pensiero e il confronto, lei invece prova a dare senso e a prevedere, per sentirsi più sicura. Nessuno dei due sta “sbagliando”, ma stanno parlando linguaggi emotivi diversi.
La domanda che pone è molto centrata: parlare ora o rischiare di amplificare? In genere, più che il se, è importante il come. Evitare completamente il tema per paura di destabilizzare l’altro spesso porta, nel tempo, a far crescere l’ansia internamente. D’altra parte, un confronto che parta da analisi o ipotesi sul suo funzionamento (“tu sei evitante”, “tu potresti scappare”) rischia davvero di essere vissuto come pressante. Forse la riflessione che potrebbe accompagnarla è questa:
di cosa ho bisogno io, oggi, per sentirmi sufficientemente tranquilla dentro questo progetto, indipendentemente da come lui gestisce le sue paure?
Un percorso di psicoterapia può essere uno spazio molto utile per esplorare queste dinamiche: distinguere ciò che è intuizione relazionale da ciò che è timore personale, comprendere come le storie affettive e i modelli di attaccamento influenzano il modo di leggere l’altro, e trovare modalità comunicative che tutelino il legame senza mettere da parte se stessi. Se sentirà il desiderio di approfondire questi aspetti o di essere accompagnata in questa fase di passaggio, rimango a disposizione per ulteriori informazioni o per valutare insieme l’avvio di un percorso di supporto.
la ringrazio per il modo chiaro e riflessivo con cui descrive la situazione: dalle sue parole emerge una grande capacità di osservare la relazione senza idealizzarla, ma anche senza svalutarla. Questo è già un elemento prezioso. Quello che state vivendo è un passaggio evolutivo importante: il passaggio dall’innamoramento e dal progetto “pensato” a una scelta concreta e incarnata, che implica quotidianità, compromessi, ridefinizione degli spazi personali e di coppia. È molto comune che, proprio quando un progetto diventa reale, emergano timori che prima restavano sullo sfondo. Il suo compagno sembra portare paure che, lette in chiave psicologica, non sono necessariamente un segnale di disimpegno, ma possono essere l’espressione di un conflitto tra desiderio di vicinanza e timore di perdita di sé, tipico di funzionamenti più evitanti. Il suo bisogno di preservare gli spazi, la preoccupazione per il lavoro e la tendenza a “vivere il momento” possono essere tentativi di autoregolazione di fronte a qualcosa che sente emotivamente impegnativo. Allo stesso tempo, è molto comprensibile che in lei queste reazioni attivino un altro livello: la paura di un ritiro, di una rinuncia, di non essere scelta fino in fondo. Qui sembra crearsi una dinamica delicata: lui gestisce l’ansia riducendo il pensiero e il confronto, lei invece prova a dare senso e a prevedere, per sentirsi più sicura. Nessuno dei due sta “sbagliando”, ma stanno parlando linguaggi emotivi diversi.
La domanda che pone è molto centrata: parlare ora o rischiare di amplificare? In genere, più che il se, è importante il come. Evitare completamente il tema per paura di destabilizzare l’altro spesso porta, nel tempo, a far crescere l’ansia internamente. D’altra parte, un confronto che parta da analisi o ipotesi sul suo funzionamento (“tu sei evitante”, “tu potresti scappare”) rischia davvero di essere vissuto come pressante. Forse la riflessione che potrebbe accompagnarla è questa:
di cosa ho bisogno io, oggi, per sentirmi sufficientemente tranquilla dentro questo progetto, indipendentemente da come lui gestisce le sue paure?
Un percorso di psicoterapia può essere uno spazio molto utile per esplorare queste dinamiche: distinguere ciò che è intuizione relazionale da ciò che è timore personale, comprendere come le storie affettive e i modelli di attaccamento influenzano il modo di leggere l’altro, e trovare modalità comunicative che tutelino il legame senza mettere da parte se stessi. Se sentirà il desiderio di approfondire questi aspetti o di essere accompagnata in questa fase di passaggio, rimango a disposizione per ulteriori informazioni o per valutare insieme l’avvio di un percorso di supporto.
Gentile Utente, il passaggio dalla fase idealizzata della relazione a un progetto concreto come la convivenza costituisce un momento evolutivo delicato, che spesso attiva ambivalenze anche in persone adulte e consapevoli.
L’emergere di timori, dubbi o bisogni di maggiore autonomia non è di per sé indicativo di un ritiro affettivo, ma può rappresentare una risposta ansiosa all’aumento dell’impegno e della realtà del legame.
Nel racconto che fa emergono due livelli che è utile tenere distinti: da un lato le preoccupazioni esplicite del suo compagno (spazi personali, lavoro, gestione della quotidianità), dall’altro le sue paure, legate alla modalità evitante del suo compagno e al timore che, di fronte alla concretezza del progetto, possa rinunciare alla relazione. Questa distinzione è importante per non sovrapporre ciò che è osservabile nel presente a scenari futuri che, al momento, restano ipotetici.
Nei funzionamenti evitanti, l’attivazione di difese di distanza in momenti di maggiore coinvolgimento non segnala necessariamente una volontà di sottrarsi al legame, quanto piuttosto una difficoltà a tollerare l’intimità e la dipendenza reciproca che un progetto condiviso comporta. In questo senso, le sue paure non appaiono infondate, ma è comprensibile chiedersi se stiano anticipando qualcosa che non è ancora accaduto.
Parlarne può essere utile, a condizione che il confronto non sia centrato su una lettura “diagnostica” o sul timore che possa ritirarsi, ma piuttosto sull’espressione dei suoi vissuti emotivi e dei suoi bisogni nel presente.
Un dialogo che resta su questo piano riduce il rischio di amplificare l’ansia e favorisce una maggiore possibilità di contatto, senza forzare chiarimenti che forse non possono ancora esserci.
Infine, può essere importante tenere a mente di poter tollerare una quota di incertezza, in quanto, alcuni passaggi relazionali non si chiariscono prima di essere attraversati. La sfida, in questa fase, sembra essere quella di osservare come ciascuno di voi riesce a stare nella vicinanza senza sentirsi annullato, più che trovare ora una risposta definitiva sul futuro della relazione.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
L’emergere di timori, dubbi o bisogni di maggiore autonomia non è di per sé indicativo di un ritiro affettivo, ma può rappresentare una risposta ansiosa all’aumento dell’impegno e della realtà del legame.
Nel racconto che fa emergono due livelli che è utile tenere distinti: da un lato le preoccupazioni esplicite del suo compagno (spazi personali, lavoro, gestione della quotidianità), dall’altro le sue paure, legate alla modalità evitante del suo compagno e al timore che, di fronte alla concretezza del progetto, possa rinunciare alla relazione. Questa distinzione è importante per non sovrapporre ciò che è osservabile nel presente a scenari futuri che, al momento, restano ipotetici.
Nei funzionamenti evitanti, l’attivazione di difese di distanza in momenti di maggiore coinvolgimento non segnala necessariamente una volontà di sottrarsi al legame, quanto piuttosto una difficoltà a tollerare l’intimità e la dipendenza reciproca che un progetto condiviso comporta. In questo senso, le sue paure non appaiono infondate, ma è comprensibile chiedersi se stiano anticipando qualcosa che non è ancora accaduto.
Parlarne può essere utile, a condizione che il confronto non sia centrato su una lettura “diagnostica” o sul timore che possa ritirarsi, ma piuttosto sull’espressione dei suoi vissuti emotivi e dei suoi bisogni nel presente.
Un dialogo che resta su questo piano riduce il rischio di amplificare l’ansia e favorisce una maggiore possibilità di contatto, senza forzare chiarimenti che forse non possono ancora esserci.
Infine, può essere importante tenere a mente di poter tollerare una quota di incertezza, in quanto, alcuni passaggi relazionali non si chiariscono prima di essere attraversati. La sfida, in questa fase, sembra essere quella di osservare come ciascuno di voi riesce a stare nella vicinanza senza sentirsi annullato, più che trovare ora una risposta definitiva sul futuro della relazione.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Gentilissima, la convivenza rappresenta sempre un passaggio delicato, anche quando è desiderata e scelta con consapevolezza. Il passaggio dall’idea al progetto concreto spesso attiva timori che prima non erano così evidenti. Le preoccupazioni che il suo compagno esprime, mantenere spazi personali, non perdere il desiderio, la questione lavorativa, rientrano tra le preoccupazioni frequenti nei momenti di transizione importante.
Il punto centrale però non è stabilire se le sue paure siano “normali” o segnale di un ritiro, ma comprendere come queste si intreccino con la storia relazionale che lei conosce di lui. Se percepisce in lui modalità evitanti quando l’intimità aumenta, è comprensibile che questo passaggio la metta in allerta.
Parlargliene non significa enfatizzare il problema, ma condividere il suo vissuto. La differenza forse sta nel modo. Non tanto analizzare lui, ma esprimere cosa questo cambiamento muove in lei, ad esempio il bisogno di sentire una direzione comune e una presenza stabile. In una relazione, poter nominare insieme al partner le proprie paure e preoccupazioni è un elemento molto importante.
Il silenzio, al contrario, rischia di trasformare timori legittimi in fantasie che crescono senza confronto. Un dialogo chiaro e non accusatorio può aiutarvi a capire se state vivendo questo passaggio con tempi emotivi diversi o se c’è qualcosa di più profondo da esplorare insieme. Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Il punto centrale però non è stabilire se le sue paure siano “normali” o segnale di un ritiro, ma comprendere come queste si intreccino con la storia relazionale che lei conosce di lui. Se percepisce in lui modalità evitanti quando l’intimità aumenta, è comprensibile che questo passaggio la metta in allerta.
Parlargliene non significa enfatizzare il problema, ma condividere il suo vissuto. La differenza forse sta nel modo. Non tanto analizzare lui, ma esprimere cosa questo cambiamento muove in lei, ad esempio il bisogno di sentire una direzione comune e una presenza stabile. In una relazione, poter nominare insieme al partner le proprie paure e preoccupazioni è un elemento molto importante.
Il silenzio, al contrario, rischia di trasformare timori legittimi in fantasie che crescono senza confronto. Un dialogo chiaro e non accusatorio può aiutarvi a capire se state vivendo questo passaggio con tempi emotivi diversi o se c’è qualcosa di più profondo da esplorare insieme. Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
La questione che pone tocca un passaggio delicato, perché quando un progetto prende corpo qualcosa smette di restare sul piano dell’immaginato e chiede una presa di posizione più reale. Nella prospettiva che orienta il mio lavoro l’attenzione non va tanto a stabilire se la paura sia “giusta” o “sbagliata”, ma a interrogare il posto che essa occupa per ciascuno di voi e il modo in cui viene trattata. Lei parte da un presupposto che merita di essere messo alla prova: assume che l’evitamento del suo compagno indichi necessariamente un rischio di rinuncia. Un altro punto di vista possibile è che la sua esitazione segnali il tentativo di non farsi catturare da un ideale di coppia che lo schiaccerebbe, soprattutto laddove l’autostima è fragile e il lavoro incerto. Anche il suo timore di “ritiro” può essere letto non solo come intuizione clinica, ma come risposta alla perdita di una certa sicurezza che l’entusiasmo iniziale garantiva. Dal lato logico, il rischio non è tanto parlarne, quanto parlare per ottenere una garanzia o una rassicurazione definitiva che nessuna relazione può offrire. Se il confronto serve a chiarire cosa ciascuno è disposto a mettere in gioco e cosa no, allora può essere fecondo; se invece mira a prevenire ogni possibile mancanza, rischia di irrigidire proprio ciò che ora è mobile. Il fatto che lui preferisca “vivere sul momento” non va preso alla lettera come fuga, ma come una modalità soggettiva di trattare l’angoscia senza saturarla di parole. Lei può domandarsi se il suo intervento nasca dal desiderio di incontrarlo o dal bisogno di neutralizzare la sua paura. In questo orientamento il vantaggio è non forzare l’altro a coincidere con un’immagine ideale e lasciare spazio alla singolarità dei tempi e delle soluzioni di ciascuno, sostenendo una parola che non sia accusatoria né preventiva.
Se lo desidera, può contattarmi per approfondire questi nodi in uno spazio di ascolto attento, rispettoso e non giudicante, dove le sue domande possano trovare sostegno senza essere normalizzate o banalizzate.
Un cordiale saluto, dottoressa Laura Lanocita.
Se lo desidera, può contattarmi per approfondire questi nodi in uno spazio di ascolto attento, rispettoso e non giudicante, dove le sue domande possano trovare sostegno senza essere normalizzate o banalizzate.
Un cordiale saluto, dottoressa Laura Lanocita.
Buonasera,
Dal suo messaggio emerge una grande attenzione alla relazione e una capacità di pensiero che cerca di tenere insieme razionalità, emozioni e lettura dell’altro. Questo è già un elemento prezioso.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, il momento che state attraversando è una fase di passaggio significativa, ovvero il passaggio dall’idea di coppia al progetto concreto di vita insieme. Questi momenti, anche quando sono desiderati e scelti, tendono fisiologicamente ad attivare paure, interrogativi e posizioni diverse all’interno della coppia. Non perché qualcosa non funzioni, ma perché il sistema-coppia è chiamato a riorganizzarsi.
Le preoccupazioni che il suo compagno esprime – il timore di perdere i propri spazi, la fatica legata al lavoro, l’idea di non “consumare” il legame – possono essere lette sia come segnali di evitamento, sia come tentativi di tutelare un equilibrio per lui importante. In queste fasi, spesso, ciò che per uno è rassicurazione (parlare, anticipare, chiarire), per l’altro può essere vissuto come pressione o come un “dover già sapere” qualcosa che sente di poter capire solo vivendo.
La sua domanda è molto centrata, sta cogliendo un segnale reale o sta amplificando una paura comprensibile ma non necessariamente preoccupante? In realtà, entrambe le cose possono coesistere. Le sue preoccupazioni non sembrano infondate, ma è importante distinguere tra osservare una dinamica e attribuirle già un esito (il ritiro, la rinuncia, il fallimento del progetto).
Parlargliene non è necessariamente sbagliato, a patto che il focus non sia sul “timore che lui scappi”, ma su come lei vive questa fase. Più che chiedergli rassicurazioni sul futuro, potrebbe essere utile condividere ciò che accade a lei nel presente: il bisogno di sentire che questo progetto resta condiviso, anche dentro le paure. In questo modo la comunicazione non amplifica il problema, ma crea uno spazio di regolazione reciproca.
Dal punto di vista sistemico, non è tanto il contenuto delle paure a fare la differenza, quanto il modo in cui la coppia impara a stare insieme dentro l’incertezza, senza che uno debba correre e l’altro frenare eccessivamente. Il rischio, altrimenti, è che si crei una polarizzazione: uno che controlla e anticipa, l’altro che si ritira per difesa.
Forse, più che chiedersi se parlare o tacere, può essere utile chiedersi come parlare con curiosità, senza diagnosi sull’altro, lasciando aperta la possibilità che ciò che oggi appare come evitamento sia anche una forma di cautela.
Sta cercando di “gestire” bene la situazione perché per lei è importante. Questo è comprensibile. Allo stesso tempo, una parte del lavoro può essere anche tollerare che non tutto sia già chiaro e definito ora, e osservare come ciascuno di voi abita questo progetto nei prossimi mesi.
Se sente che questi timori diventano molto presenti o faticosi, potrebbe essere utile avere uno spazio di riflessione (individuale o di coppia) per accompagnare questo passaggio, prima ancora che emergano vere difficoltà.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata
Dal suo messaggio emerge una grande attenzione alla relazione e una capacità di pensiero che cerca di tenere insieme razionalità, emozioni e lettura dell’altro. Questo è già un elemento prezioso.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, il momento che state attraversando è una fase di passaggio significativa, ovvero il passaggio dall’idea di coppia al progetto concreto di vita insieme. Questi momenti, anche quando sono desiderati e scelti, tendono fisiologicamente ad attivare paure, interrogativi e posizioni diverse all’interno della coppia. Non perché qualcosa non funzioni, ma perché il sistema-coppia è chiamato a riorganizzarsi.
Le preoccupazioni che il suo compagno esprime – il timore di perdere i propri spazi, la fatica legata al lavoro, l’idea di non “consumare” il legame – possono essere lette sia come segnali di evitamento, sia come tentativi di tutelare un equilibrio per lui importante. In queste fasi, spesso, ciò che per uno è rassicurazione (parlare, anticipare, chiarire), per l’altro può essere vissuto come pressione o come un “dover già sapere” qualcosa che sente di poter capire solo vivendo.
La sua domanda è molto centrata, sta cogliendo un segnale reale o sta amplificando una paura comprensibile ma non necessariamente preoccupante? In realtà, entrambe le cose possono coesistere. Le sue preoccupazioni non sembrano infondate, ma è importante distinguere tra osservare una dinamica e attribuirle già un esito (il ritiro, la rinuncia, il fallimento del progetto).
Parlargliene non è necessariamente sbagliato, a patto che il focus non sia sul “timore che lui scappi”, ma su come lei vive questa fase. Più che chiedergli rassicurazioni sul futuro, potrebbe essere utile condividere ciò che accade a lei nel presente: il bisogno di sentire che questo progetto resta condiviso, anche dentro le paure. In questo modo la comunicazione non amplifica il problema, ma crea uno spazio di regolazione reciproca.
Dal punto di vista sistemico, non è tanto il contenuto delle paure a fare la differenza, quanto il modo in cui la coppia impara a stare insieme dentro l’incertezza, senza che uno debba correre e l’altro frenare eccessivamente. Il rischio, altrimenti, è che si crei una polarizzazione: uno che controlla e anticipa, l’altro che si ritira per difesa.
Forse, più che chiedersi se parlare o tacere, può essere utile chiedersi come parlare con curiosità, senza diagnosi sull’altro, lasciando aperta la possibilità che ciò che oggi appare come evitamento sia anche una forma di cautela.
Sta cercando di “gestire” bene la situazione perché per lei è importante. Questo è comprensibile. Allo stesso tempo, una parte del lavoro può essere anche tollerare che non tutto sia già chiaro e definito ora, e osservare come ciascuno di voi abita questo progetto nei prossimi mesi.
Se sente che questi timori diventano molto presenti o faticosi, potrebbe essere utile avere uno spazio di riflessione (individuale o di coppia) per accompagnare questo passaggio, prima ancora che emergano vere difficoltà.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata
Buonasera,
Quando una situazione da "ideale" diventa "reale", per quanto desiderata, può capitare di spaventarsi. Non conosco il suo partner, non conosco lei, e non ho nessun elemento per poter giudicare se sia meglio parlare apertamente di questa situazione o lasciarla scorrere. Perciò le chiedo soltanto: le sue paure quali sono? Qual è, in questo momento, il suo modo di affrontarle? Parlare con il suo partner le servirebbe per gestire le paure del partner, o per gestire le sue? Non c'è un modo giusto per vivere questo momento di passaggio; avete però scelto di viverlo insieme. E per questo, vi auguro di attraversarlo insieme.
Quando una situazione da "ideale" diventa "reale", per quanto desiderata, può capitare di spaventarsi. Non conosco il suo partner, non conosco lei, e non ho nessun elemento per poter giudicare se sia meglio parlare apertamente di questa situazione o lasciarla scorrere. Perciò le chiedo soltanto: le sue paure quali sono? Qual è, in questo momento, il suo modo di affrontarle? Parlare con il suo partner le servirebbe per gestire le paure del partner, o per gestire le sue? Non c'è un modo giusto per vivere questo momento di passaggio; avete però scelto di viverlo insieme. E per questo, vi auguro di attraversarlo insieme.
Buonasera gentile utente, la situazione che descrive è molto comprensibile nei momenti in cui una relazione passa dall’ideale al progetto concreto. Le paure che emergono in questa fase non indicano necessariamente un ritiro, ma spesso segnalano l’attivazione di bisogni diversi nei due partner: da un lato il desiderio di costruire, dall’altro il bisogno di preservare autonomia, sicurezza e senso di competenza.
Il timore che lei prova sembra muoversi nello spazio della relazione, nel tentativo di dare significato ai segnali dell’altro e di proteggere il legame.
Allo stesso tempo, è comprensibile chiedersi se parlarne ora possa aiutare o se rischi di amplificare l’ansia.
Più che “anticipare scenari”, può essere utile creare uno spazio di confronto che non sia centrato sulle paure, ma su come ciascuno vive questo passaggio e su quali condizioni potrebbero aiutare entrambi a sentirsi al sicuro nella relazione.
Un percorso psicologico può accompagnare proprio questi snodi evolutivi, aiutando a distinguere tra timori fisiologici e dinamiche relazionali più profonde, e a trovare modalità di comunicazione che non alimentino né l’evitamento né l’allarme.
Se lo desidera, posso offrirle uno spazio per esplorare insieme questi aspetti.
La saluto cordialmente
Dott.ssa Mabel Morales
Il timore che lei prova sembra muoversi nello spazio della relazione, nel tentativo di dare significato ai segnali dell’altro e di proteggere il legame.
Allo stesso tempo, è comprensibile chiedersi se parlarne ora possa aiutare o se rischi di amplificare l’ansia.
Più che “anticipare scenari”, può essere utile creare uno spazio di confronto che non sia centrato sulle paure, ma su come ciascuno vive questo passaggio e su quali condizioni potrebbero aiutare entrambi a sentirsi al sicuro nella relazione.
Un percorso psicologico può accompagnare proprio questi snodi evolutivi, aiutando a distinguere tra timori fisiologici e dinamiche relazionali più profonde, e a trovare modalità di comunicazione che non alimentino né l’evitamento né l’allarme.
Se lo desidera, posso offrirle uno spazio per esplorare insieme questi aspetti.
La saluto cordialmente
Dott.ssa Mabel Morales
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