Buonasera,
la ringrazio per aver trovato il coraggio di raccontare una situazione così delicata. Da quello che descrive emergono molti elementi importanti, e il primo è il forte stato emotivo di allarme e insicurezza che ha vissuto durante l’ultima seduta. Questo merita di essere preso molto sul serio.
In una relazione terapeutica, qualunque sia l’orientamento teorico, la percezione di sicurezza è un prerequisito fondamentale. Il fatto che lei si sia sentita spaventata, non più al sicuro, al punto da temere un possibile agito fisico, è un segnale che non va minimizzato né attribuito semplicemente a un’esagerazione o a una sua “difficoltà caratteriale”. Anche quando entrano in gioco dinamiche di transfert e controtransfert – che fanno parte del lavoro clinico – la responsabilità della loro gestione resta sempre del terapeuta, soprattutto quando il paziente ha una storia di traumi, urla familiari e blocco emotivo legato a esperienze di sopraffazione.
Il controtransfert può certamente attivarsi, ma non giustifica modalità che risultano intrusive, spaventanti o destabilizzanti, soprattutto se il terapeuta è consapevole che determinati comportamenti (come l’urlare) per lei hanno un effetto traumatico e paralizzante. Il fatto che lei abbia riconosciuto lucidamente il transfert negativo, che abbia provato a mentalizzare l’accaduto e che oggi si stia interrogando sul senso di continuare o meno, parla di una grande capacità riflessiva, non di una “paziente difficile”.
È comprensibile anche il senso di colpa che descrive: spesso chi ha storie familiari complesse tende a farsi carico del benessere dell’altro, anche quando sta male, e a chiedersi se non stia “esagerando”. Allo stesso tempo, il suo corpo e le sue emozioni sembrano aver lanciato un messaggio molto chiaro: qualcosa, in quel momento, è stato vissuto come troppo. E questo messaggio è legittimo, indipendentemente dalle spiegazioni teoriche che possono essere date a posteriori.
In questi casi, più che chiedersi se “sia giusto” fare drop-out, forse può essere utile spostare la domanda su un altro piano: questa relazione terapeutica, oggi, è ancora un luogo in cui posso sentirmi al sicuro per esplorare il mio dolore, oppure no?
A volte, dopo molti anni di lavoro, può essere necessario fermarsi, rinegoziare o anche cambiare terapeuta non come fallimento, ma come passaggio evolutivo, soprattutto se il contesto personale rende alcune dinamiche ancora più sensibili.
Un percorso di psicoterapia serve proprio a dare senso a ciò che accade tra le persone, alle emozioni che si attivano, ai blocchi, alla paura, al senso di colpa, collocandoli nella propria storia e nel momento di vita che si sta attraversando. Farlo in un contesto in cui ci si sente ascoltati e rispettati è essenziale.
Forse la riflessione che può accompagnarla ora è:
-di cosa ho bisogno, in questo momento della mia vita, da una relazione terapeutica per potermi sentire sufficientemente protetta da continuare a lavorare su di me?
Se sentirà il bisogno di approfondire questi aspetti o di essere accompagnata nel comprendere meglio cosa le è successo – dentro e fuori da quella stanza – rimango a disposizione per ulteriori informazioni o per valutare insieme l’avvio di un nuovo percorso, con i tempi e i modi che per lei possano essere più sostenibili.